• ABOUT
  • CHI SIAMO
  • AUTORI
    • ANTONELLA PIZZO
    • DEBORAH MEGA
    • EMILIO CAPACCIO
    • FRANCESCO PALMIERI
    • FRANCESCO TONTOLI
    • LOREDANA SEMANTICA
    • MARIA ALLO
  • HANNO COLLABORATO
    • ADRIANA GLORIA MARIGO
    • ALESSANDRA FANTI
    • ANNA MARIA BONFIGLIO
    • FRANCESCO SEVERINI
    • MARIA GRAZIA GALATA’
    • MARIA RITA ORLANDO
    • RAFFAELLA TERRIBILE
  • AUTORI CONTEMPORANEI (letteratura e poesia)
  • AUTORI DEL PASSATO (letteratura e poesia)
  • ARTISTI CONTEMPORANEI (arte e fotografia)
  • ARTISTI DEL PASSATO (arte e fotografia)
  • MUSICISTI
  • CONTATTI
  • RESPONSABILITÀ
  • PRIVACY POLICY

LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: CULTURA E SOCIETA’

Dieci riots tardoletterari di Ivan Pozzoni con un commento di Enzo Bacca

13 giovedì Nov 2025

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, CULTURA E SOCIETA', Prosa poetica

≈ Lascia un commento

Tag

Giorgio Bacca, Ivan Pozzoni, Riots

Paul Klee, Kettledrummer, 1940

Commento di Enzo Bacca al tardomodernismo letterario

C’è un bosco fitto di sterpaglie, un fogliame gonfio da far paura, un lamento di voci che sembrano provenire dall’aldilà in cerca di aria, un graffiare di uccelli notturni che richiamano vecchi film dell’orrore. C’è un bosco o selva oscura o foresta senza via d’uscita dove un cavaliere striglia il suo destriero per trovare la luce. Ecco, questo mi par di vedere approcciandomi alla scrittura poetica di Ivan Pozzoni. Un nuovo custode del Santo Graal. La poesia ha bisogno di irriverenze e nuovi profeti che possano oltrepassare a suon di macete o spada o lancia o logos la selva selvaggia ed aspra e forte che nel pensier rinova la paura. Le tematiche trattate con piglio innovativo per quanto riguarda l’estetica pura della poetica di Ivan Pozzoni mi fanno pensare che finalmente esista qualcuno che ha il coraggio di sfrondare e sfondare la stagnante retorica della consuetudine poetico-letteraria che non avvampa per nulla lo scrivere in versi degli ultimi tempi. Ivan scompone quel muro e lo riedifica come alcuni palazzi costruiti nell’edilizia giapponese che dopo vent’anni vanno ricostruiti e rieducati ad un più giovanile senso della composizione. Ben venga questo sbriciolamento a polpastrelli stretti del fogliame sottoboschivo. Nuovo linguaggio che a dire il vero mi ricorda alcuni ardimenti degli anni sessanta e settanta del novecento, che lo stesso poeta inaugura in neoN-avanguardistici. Sì, perché di avanguardia si può ben tradurre il dettato che il poeta monzese propone disponendo l’efficace trama che sgorga dal filosofico e sfocia nell’energia vibrante e lavica d’un vulcano super attivo. Un lanciafiamme, come Alessandro Fo, in una recente nota sul giornale La Fonte, definisce il poetare di alcune penne che “scuotono le sillabe con voce tesa e quasi impostata a grido di guerra”. Un manifesto poetico da esporre senza porsi troppe domande e sconfinamenti questo dell’uomo Ivan, filosofo e stratega di battaglia ma anche missionario e medico di bordo della parola con la consapevolezza che nel “mangrovico” mondo della poesia moderna, ben si stagli una voce cristallina e allo stesso tempo martellatrice. Martello pneumatico che rompa le zolle cementificate e stagnanti d’un mondo bigotto e ignavo e senza memoria.

Di seguito un file scaricabile contenente il commento di Enzo Bacca riportato qui sopra e dieci riots di Ivan Pozzoni

Limina mundi – Ivan PozzoniDownload

Biografia dell’autore

Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Ha introdotto in Italia la materia della Law and Literature. Ha diffuso saggi su filosofi italiani e su etica e teoria del diritto del mondo antico; ha collaborato con con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2007 e 2018 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen, Scarti di magazzino, Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il Guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni. È stato fondatore e direttore della rivista letteraria Il Guastatore – Quaderni «neon»-avanguardisti; è stato fondatore e direttore della rivista letteraria L’Arrivista; è stato direttore esecutivo della rivista filosofica internazionale Información Filosófica; è, o è stato, direttore delle collane Esprit (Limina Mentis), Nidaba (Gilgamesh Edizioni) e Fuzzy (deComporre). Ha fondato una quindicina di case editrici socialiste autogestite. Ha scritto/curato 150 volumi, scritto 1000 saggi, fondato un movimento d’avanguardia (NeoN-avanguardismo, approvato da Zygmunt Bauman), con mille movimentisti, e steso un Anti-Manifesto NeoN-Avanguardista, È menzionato nei maggiori manuali universitari di storia della letteratura, storiografia filosofica e nei maggiori volumi di critica letteraria.Il suo volume La malattia invettiva vince Raduga, menzione della critica al Montano e allo Strega. Viene inserito nell’Atlante dei poeti italiani contemporanei dell’Università di Bologna ed è inserito molteplici volte nella maggiore rivista internazionale di letteratura, Gradiva.I suoi versi sono tradotti in francese, inglese e spagnolo. Nel 2024, dopo sei anni di ritiro totale allo studio accademico, rientra nel mondo artistico italiano e fonda il collettivo NSEAE (Nuova socio/etno/antropologia estetica).

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Morandi e l’arte dell’attesa silenziosa

11 martedì Nov 2025

Posted by Loredana Semantica in ARTI, CULTURA E SOCIETA', Pensiero

≈ Lascia un commento

Di Yuleisy Cruz Lezcano

“Natura morta”, Giorgio Morandi


“Devi fare cose nuove. Questo si è già visto. Se non cambi ogni anno esci dai giri”.
A questo suggerimento, che spesso mi viene rivolto, rispondo con un fermo disappunto. Giorgio Morandi ha dipinto le stesse, poche cose per una vita intera, non muovendosi quasi mai dal proprio studio e dalla sua finestra. Come lui, molti altri hanno saputo creare e mantenere una poetica ed uno stile che, a dispetto delle mode, sono rimasti eloquenti e cristallini nel tempo. Ecco, io penso che un artista dovrebbe fare esattamente questo: restare sordo alle brezze leggere di gusti dettati da logiche commerciali e da valutazioni che poco hanno a che fare con un’idea seria di coerenza, di ricerca, di pensiero. Starsene isolati non si deve, ma nemmeno lasciarsi travolgere dal chiasso del mondo. Bisognerebbe piuttosto capire, come scrisse Baudelaire, che “la modernità è solo la metà dell’arte. L’altra metà è l’eterno e l’immutabile”. Immutabile che fa pensare a quanta polvere restava in attesa nello studio di Giorgio Morandi, e, sicuramente, non era trascuratezza, ma custodia. Morandi amava conservarla, come un velo sacro, un deposito silenzioso del tempo. Non la rimuoveva mai dagli oggetti, anzi: in quella patina leggera ritrovava la verità delle cose, la loro lenta sedimentazione nel mondo. Pensando a lui, rivedo quell’immagine potente: Morandi assorto, intento a osservare i suoi oggetti: bottiglie, vasi, scatolette, alcuni trovati, altri costruiti con pazienza. Ogni elemento era disposto sul tavolo da lavoro come su una scacchiera. Studiava la mossa, il minimo spostamento. Un cilindro ruotato, un’ombra che cade diversamente, e tutto si trasformava.
La polvere rimaneva. Si posava come una luce opaca. Nessuna brillantezza, nessuna pretesa, solo materia, umiltà, silenzio. Per controllare la luce, Morandi aveva creato un sistema di tende nel suo studio di via Fondazza. Per lui tutto doveva essere calibrato, ridotto, essenziale. Amava la campagna, ma col tempo la sua pittura si ritirò verso l’interno. I paesaggi si fecero scorci del cortile. Il mondo esterno si restrinse, ma proprio così diventò infinito.
Quanta polvere, dunque e in essa, Morandi trovava il respiro delle cose. Se vuoi rispettare quello che non comprendi, non soffiare! Lascia depositare il tempo sull’oggetto. Non soffiare! Perché in tutta quella polvere, c’è un pezzo d’anima, che cambia la forma e dona morbidezza alla proiezione delle ombre.

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Arte, sostenibilità e relazioni nel lavoro: costruire futuri possibili con le mani, le idee e il cuore

29 mercoledì Ott 2025

Posted by Loredana Semantica in ARTI, CULTURA E SOCIETA', La società

≈ Lascia un commento

di Yuleisy Cruz Lezcano

image AI generated


Oggi parlare di sostenibilità significa molto più che occuparsi di ambiente. La sostenibilità è diventata un paradigma complesso, che coinvolge la qualità delle relazioni, l’equilibrio tra vita e lavoro, la gestione delle risorse umane ed emotive, e la capacità di dare senso, forma e direzione ai processi collettivi. Se è vero che l’Agenda 2030 dell’ONU individua tre grandi dimensioni della sostenibilità – ambientale, sociale ed economica – è altrettanto vero che le persone, ogni giorno, vivono questo concetto attraverso le proprie esperienze lavorative, i loro tempi, le energie e le relazioni. E in questo contesto, l’arte e la creatività possono agire come strumenti concreti di trasformazione, restituendo senso, visione e cura ai luoghi dove passiamo la gran parte della nostra vita.
Nel cuore di questa riflessione si inserisce un approccio tanto semplice quanto rivoluzionario: l’uso dei mattoncini LEGO, non come gioco, ma come strumento artistico e partecipativo, capace di dare forma a concetti complessi, facilitare la comunicazione nei gruppi e rafforzare la coesione.
L’approccio LEGO® SERIOUS PLAY®, nato per facilitare l’innovazione nei contesti organizzativi, è diventato oggi una metodologia che unisce pensiero, ascolto, manualità e relazione in un processo che ha tutte le caratteristiche dell’arte partecipativa.
L’arte, del resto, non è solo creazione estetica: è un linguaggio, un processo relazionale, una forma di ascolto profondo e condiviso. Quando viene applicata all’ambito lavorativo, l’arte non serve a decorare, ma a interrogare, a rendere visibile l’invisibile, a far emergere i bisogni silenziosi che spesso sfuggono alle dinamiche aziendali. L’uso dei LEGO in questo senso è emblematico: ciascun partecipante costruisce con le mani un modello tridimensionale che rappresenta una visione, un problema, un obiettivo. Le costruzioni diventano narrazioni, strumenti per condividere emozioni, per comprendere i punti di vista altrui, per dare forma – insieme – a un pensiero collettivo. È una pratica che rompe le gerarchie, facilita la partecipazione, valorizza ogni voce. In altre parole, è una pratica sostenibile.
Nei luoghi di lavoro, ciò che spesso manca non è la competenza tecnica, ma la qualità della comunicazione. Le organizzazioni tendono a definire cosa bisogna fare e come, ma raramente si soffermano sul perché. Questo silenzio intorno al senso produce disconnessione, demotivazione, perdita di significato. Quando le persone non conoscono il perché delle loro azioni, smettono di sentirsi parte di un sistema e diventano meri esecutori. Questo alimenta un circolo vizioso fatto di turnover, stress, moving (forme di esclusione sottili e reiterate), e climi aziendali tossici.
La sostenibilità sociale passa proprio da qui: dalla capacità di creare relazioni umane autentiche, ambienti di lavoro sani, basati su fiducia, ascolto e valorizzazione reciproca. La comunicazione diventa uno strumento di cura. Una parola riconoscente può trattenere una persona più di un aumento di stipendio; un feedback ben dato può trasformare un errore in un’occasione di crescita. È qui che entra in gioco il potere della facilitazione e dell’arte: usare strumenti come i LEGO non per giocare, ma per aprire spazi di dialogo, visualizzare problemi nascosti, costruire insieme soluzioni creative.
Purtroppo, spesso a guidare le aziende sono ancora modelli autoritari, rigidi, gerarchici. Questi modelli possono garantire ordine, ma non generano coinvolgimento. Impongono, ma non ascoltano.
Nella realtà complessa e fluida in cui viviamo oggi, questa rigidità diventa un ostacolo. Lo stesso vale per alcune leadership femminili, che – in ambienti maschili e competitivi – si sentono costrette a emulare i modelli maschili di potere: durezza, chiusura, mancanza di empatia. Quando una donna in posizione dirigenziale nega il valore della relazione, impone senza dialogare, esaspera la competizione tra colleghi, tradisce una grande opportunità: quella di proporre un modello nuovo, più sostenibile, basato sulla cura e sulla collaborazione.
La vera sostenibilità in azienda non è fatta di strategie astratte, ma di gesti quotidiani, di scelte relazionali, di cultura organizzativa. Non si tratta solo di non sprecare energia elettrica, ma di non sprecare le energie psico-fisiche delle persone. Di rispettare il tempo – non come quantità, ma come qualità. Un’ora vissuta in un ambiente tossico pesa più di una giornata produttiva in un clima sereno. Se i problemi del lavoro non vengono affrontati, li si porta a casa, nel corpo, nel sonno, nella vita familiare. Questo genera catene di disagio che tolgono orientamento, energia e motivazione.
Serve un nuovo equilibrio tra produttività e benessere. Un modello che tenga insieme etica ed estetica, come succede nell’arte: non basta fare cose giuste, serve anche che siano desiderabili, che abbiano senso, che siano vissute come belle. L’arte ci insegna proprio questo: ciò che emoziona, coinvolge. E ciò che coinvolge, rimane. In questo senso, la pratica partecipativa – come l’uso consapevole dei mattoncini LEGO – diventa un atto politico e culturale. Aiuta le persone a sentirsi parte di un processo, a riconoscersi come co-creatori di un futuro comune. Non si tratta solo di costruire modelli in scala: si tratta di costruire visioni, valori, direzioni condivise.
In conclusione, cura e sostenibilità hanno la stessa anima. E l’arte può essere la forma che questa anima prende nel mondo. Portare arte, gioco serio, facilitazione e relazione nei luoghi di lavoro non è un lusso, ma una scelta necessaria se vogliamo ambienti che non consumino, ma rigenerino le persone. Se vogliamo che le nuove generazioni non solo sopravvivano al lavoro, ma lo vivano come spazio di crescita, appartenenza e senso.
Perché – come ci insegnano i piccoli mattoncini colorati – anche con elementi semplici, se usati con immaginazione, si possono costruire mondi complessi, belli e sostenibili. Insieme.

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Una lettura di Cristina Bove

28 martedì Ott 2025

Posted by maria allo in La società, Podcast, POESIA

≈ 3 commenti

Questo post aderisce all’iniziativa Contro ogni guerra

Cristina Bove legge una sua poesia

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Premi letterari italiani e il complesso di inferiorità culturale

23 giovedì Ott 2025

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', LETTERATURA

≈ 1 Commento

Di Yuleisy Cruz Lezcano

image AI generated


Immaginiamo un allenatore di nuoto, che deve preparare una squadra italiana a gare importanti. Gli atleti, a confronto con i loro coetanei stranieri, non brillano: le prestazioni non superano un modesto sei. L’allenatore, però, non può acquistare nuotatori da altri paesi ma deve fare con quello che ha. Così si mette al lavoro: rivede i metodi, ascolta, corregge, sostiene, allena senza sosta. Non aspetta il talento puro come un dono del cielo: lo costruisce, lo coltiva, lo inchioda giorno dopo giorno alla disciplina e al coraggio.
Ora immaginate un allenatore di calcio, che ha sottomano una squadra è mediocre, che non vince. La soluzione è semplice e rapida: si acquistano i migliori giocatori stranieri, si vince, si esulta. Le altre squadre seguono l’esempio. Tutto funziona, finché la nazionale non scende in campo ed è lì, con gli azzurri in campo e lo sguardo mondiale puntato addosso, che si svela l’effetto collaterale: dal 2014, l’Italia non riesce più a qualificarsi ai Mondiali. Perché? Perché non si è mai investito sui giovani italiani, perché è mancato l’allenatore disposto a sporcarsi le mani con il poco che c’era, a riconoscere anche in un sei il punto di partenza per un futuro dieci.
Ecco: lo stesso meccanismo sta erodendo l’editoria italiana. In molti premi letterari, soprattutto in ambito giovanile, il vincitore è spesso un autore straniero. Si premiano le eccellenze esterne, le punte già affilate, i testi già levigati da un sistema editoriale forte, internazionale, ben rodato. I giudici e i professionisti del settore si giustificano con un’argomentazione che suona così: “Gli autori italiani non sono abbastanza bravi” e questa è una diagnosi impietosa che, però, salta una domanda fondamentale: chi li ha allenati, questi autori italiani? Chi li ha selezionati, seguiti, spronati, corretti? Chi ha scelto di credere in loro anche quando si fermavano a un sei?
Come scrive Antonio Franchini in Leggere, possedere, vendere, bruciare, “la scrittura è un mercato. Non necessariamente un turpe mercato, ma un onesto, decoroso, sofferto mercato.” Ma la scrittura vera è, anche, e forse prima di tutto, un’urgenza sorda, un gesto privato, “una necessità istintiva, dolorosa, irriflessa”. E se questa necessità non incontra contesti capaci di accoglierla, sostenerla, renderla leggibile, allora si spegne. Allora il mercato, anche quello decoroso, diventa una macchina che scarta, più che selezionare.
Chi lavora nella formazione sa bene cosa significhi vedere un ragazzo o una ragazza arrivare in aula con uno “straccio di talento”, è fragile, impuro, sporco, ma è lì e ha bisogno di tempo, di fiducia, di errori e di confronto con standard raggiungibili, non con modelli perfetti provenienti da altrove.
Premiare costantemente libri stranieri nei premi nazionali significa, di fatto, dire ai giovani scrittori italiani: “non sarete mai abbastanza”. Ma chi educa alla scrittura sa che nessuno nasce già pronto e che il sei pieno, nel contesto italiano, è spesso già un piccolo miracolo.
Il problema, allora, non è che i premi esistano, è come vengono assegnati. Se il livello medio della produzione italiana è davvero un sei, allora i premi dovrebbero andare a chi raggiunge, con merito, quel sei, dovrebbero essere strumenti per elevare, non per escludere. Premiare significa riconoscere un percorso, non inseguire una perfezione assoluta. Se invece continuiamo a confrontare la scrittura italiana con quella proveniente da paesi che investono molto più di noi in formazione, lettura, accesso alla cultura e filiera editoriale, allora la frustrazione diventa sistemica. Nessuno distingue più la differenza tra chi parte da zero e chi ha fatto un buon cammino. Tutti finiscono nello stesso calderone dell’insufficienza e da lì, è quasi impossibile risalire.

A una giuria seria del romanzo norvegese scritto perfettamente, levigato come una statua scandinava, dovrebbe importare relativamente. Dovrebbe interessarsi molto di più del ragazzino siciliano, o veneto, o pugliese, che ha scritto un racconto pieno di buchi, ma con un’intuizione autentica, con una voce ancora da domare, perché lì, forse, c’è il seme di una letteratura futura.
Sempre che qualcuno si prenda la briga di innaffiarlo. Un premio nazionale assegnato a un autore straniero è una contraddizione. Il gesto, per quanto comprensibile in termini di qualità, ha un impatto educativo disastroso. L’autore straniero sorride, riceve la targa, e poi torna a casa. Noi, invece, qui in Italia, restiamo senza squadra, e continuiamo a ripeterci che nessuno dei nostri vale la pena.
La verità è che, come nel calcio, abbiamo preferito fare i procuratori piuttosto che gli allenatori, abbiamo importato talento senza costruirlo, abbiamo dimenticato che, per andare ai Mondiali, o per avere una letteratura nazionale vitale, serve sudore, dedizione, pazienza e che è meglio andare in campo con una squadra giovane, magari ancora acerba ma allenata con cura, che non andarci affatto.

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

“Al Ciadel”: la valle che plasma

15 mercoledì Ott 2025

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', I nostri racconti, PROSA

≈ Lascia un commento

image AI generated


di Yuleisy Cruz Lezcano

Varallo ti prende, ti scuote, ti modella, ti lascia segni indelebili. Non importa da dove vieni, la valle ti entra dentro e, piano piano, ti fa diventare parte di lei. Marisa Pesenti lo sapeva bene. Non era nata in Valsesia, ma in una valle vicina, eppure la valle di Varallo l’aveva plasmata più di quanto lei avrebbe mai immaginato. Quando la incontrai, era una donna con i capelli corti, bianchi come la neve che ricopre le montagne d’inverno, ma con un’espressione che tradiva una gioia viva e autentica. Era una signora un po’ in carne, non obesa, ma con una presenza che riempiva la stanza. I suoi occhi scuri, lucidi, erano come finestre spalancate su un mondo fatto di fatica e di storie, di solitudine e di coraggio. Un volto segnato dalla vita ma capace di sorridere con leggerezza, come chi ha imparato a non prendersi troppo sul serio.
«La valle ti cambia, sai?» mi disse quasi subito, mentre sistemava alcuni oggetti sul tavolo davanti al suo negozio, quel “Al Ciadel” di cui andava tanto fiera. La porta del negozio era sempre aperta, come un invito silenzioso ad entrare, a perdersi tra mucchi di vestiti d’epoche diverse, oggetti curiosi, vecchi gioielli, e ogni sorta di piccoli tesori che raccontavano storie dimenticate. «Non importa se non sei nata qui. La valle ti entra dentro e ti trasforma. Io sono arrivata qui dieci anni fa, ma ormai sono una di loro.» Marisa aveva quella forza tranquilla delle donne che hanno conosciuto la durezza, che hanno dovuto costruire intorno a sé delle corazze invisibili. Mi raccontò di sua madre, una donna “fredda”, diceva, ma non nel senso di insensibile: era la freddezza di chi deve resistere, di chi ha imparato a non mostrare troppo, perché altrimenti la vita, qui in valle, ti travolge.
«Mia madre era così,» continuò, «come molte donne di queste montagne. La vita ti plasma, ti fa diventare dura. A dieci anni già facevano le inservienti nelle case delle famiglie ricche. Non c’era altro modo per sopravvivere.» Mi parlò di quel tempo con un misto di nostalgia e rassegnazione. La valle era dura, le giornate interminabili, il lavoro pesante e spesso solitario. Gli uomini partivano per cercare fortuna altrove, lasciando a casa le donne, che dovevano prendersi cura di tutto: della campagna, degli animali, dei figli. A volte portavano con sé anche le culle per non lasciare i bambini soli mentre lavoravano nei campi.
«La testa dura ce l’abbiamo per forza,» disse, sorridendo con un lampo negli occhi. «Altrimenti non saremmo arrivate a questo punto.»
Il negozio di Marisa,“Al Ciadel”, è una specie di santuario del passato e del presente, un luogo dove ogni oggetto racconta una storia, una vita. Vestiti di epoche diverse, oggetti d’antiquariato, gioielli fatti a mano — tutto disposto in un disordine che, però, pare avere un suo senso nascosto, come se ogni cosa sia al posto giusto nel caos. Un tavolo di legno rettangolare, davanti all’ingresso, è sempre pieno di ogni sorta di oggetti: vecchie borse, collane di granati, libri ingialliti, foulard, bottoni e scatole di latta — un pasticcio ordinato, appunto.

Image AI generated

«Guarda queste collane di granati,» mi mostrò, prendendone una e facendola brillare alla luce. «Le pietre rosse della valle. Le trovavano nelle discariche dei ghiacciai, quei ghiacciai che ancora oggi nascondono segreti.» Mentre parlava, era come se la valle parlasse attraverso di lei. Le sue parole dipingevano un quadro vivido di una terra aspra, fatta di fatiche e di piccole gioie, di un legame indissolubile con la montagna.
Fu allora che cominciò a raccontarmi della tradizione più preziosa che custodiva con orgoglio: il puncetto valsesiano. «Sai cos’è il puncetto?» mi chiese, con quel tono dolce e deciso che solo chi conosce una storia a fondo può avere. «È la nostra arte antichissima, la lavorazione con cui decoriamo le nostre camicie, la biancheria di casa, e ancora oggi i gioielli.»
Mi spiegò che le prime tracce di questa lavorazione risalgono addirittura al 1685, quando un atto notarile certificava la decorazione a “puncetto” di un grande fazzoletto bianco. «Il puncetto non è come l’uncinetto o il merletto,» continuò, «qui si usa solo un ago e del filo di cotone. Ogni punto, ogni nodo, è fatto a mano, uno dopo l’altro. La pazienza è il segreto: migliaia di piccoli nodi si uniscono per creare quei disegni preziosi, fatti di pieni e di vuoti, che sembrano piccoli cristalli di neve.»
Il nome stesso, puncetto, viene dal dialetto valsesiano, dove punc significa “punto”. E quei punti, combinati, danno vita a un pizzo così resistente che sembra un tessuto, capace di durare secoli. Marisa mi raccontò come i disegni fossero ispirati alla natura circostante: i cristalli di ghiaccio, i fiocchi di neve, le forme geometriche della montagna e dei boschi. Prima di iniziare a lavorare il filo, si disegnava lo schema su un foglio a quadretti, e poi, con infinita precisione, si annodava punto per punto. «Una volta,» mi disse con un sorriso, «questi pizzi decoravano i vestiti tradizionali, le camicie ricamate, la biancheria delle case. Quella tradizione, come tante altre in valle, non era solo un’arte, ma una vera e propria testimonianza di resistenza e identità. Era il modo con cui le donne di Varallo avevano narrato la loro storia, con le mani e con il filo, in mezzo a una vita di fatica e silenzi. Mentre lei parlava, provava alcuni foulard decorati, avvolgendoli con cura attorno al collo. In quel gesto semplice, il racconto prendeva forma e la storia di quelle donne si faceva palpabile.
«Varallo è chiusa,» mi confessò con un sospiro, «ma chi ci vive dentro, chi la conosce davvero, sa
che sotto questa scorza dura c’è un cuore grande. Basta voler vedere.»
Ricordo che il 28 giugno ero arrivata a Varallo con il cuore pieno di aspettative, venendo da Bologna in cerca di storie autentiche da raccontare. Non avevo idea di quanto quei giorni sarebbero stati importanti per me. Il 29 giugno tornai da lei, richiamata dalla forza delle sue parole e dalla profondità del suo sguardo. Sentivo che la sua voce portava in sé tutta la memoria della valle, il ricordo di chi aveva vissuto quella durezza, di chi l’aveva affrontata con coraggio e dignità.
Marisa era una di quelle persone che la valle aveva scelto, che la valle aveva formato come un artigiano plasma il legno grezzo. La sua fisiognomica, il modo in cui portava i capelli corti e bianchi, la pienezza del suo corpo non eccessiva ma sicura, e quell’espressione che alternava la gioia alla durezza, tutto parlava di una vita costruita a strati, con tenacia e amore. Ricordava come sua madre, con quella freddezza indispensabile, fosse riuscita a superare gli ostacoli di un’esistenza fatta di silenzi e sacrifici. Mi spiegò che la vita in valle imponeva un certo modo di essere: «Ti fa mettere delle corazze,» disse, «perché senza quelle, la vita qui ti spezza.»
Eppure, nonostante tutto, Marisa aveva scelto di restare, di costruire il suo piccolo regno in “Al Ciadel”. Ogni oggetto era un pezzo di storia, ogni vestito una testimonianza, ogni gioiello un ricordo antico. E così, tra i mucchi di vestiti, i foulard e i granati, tra le storie dei marmoristi partiti per Francia e Svizzera, tra i racconti di donne sole con i figli e con la fatica, si formava un tessuto vivo che narrava la Valsesia più vera, quella che non si legge sui libri ma si sente nel cuore.
Quando uscii da “Al Ciadel”, il sole era calato dietro le montagne, e le ombre della sera si allungavano sulle vie di Varallo. La contrada del burro, con gli ombrelli appesi a decorare la strada, sembrava un dipinto di una vita sospesa nel tempo. Sentii che avevo trovato qualcosa di prezioso, qualcosa che avrebbe accompagnato i miei passi da quel giorno in poi: la voce autentica di una valle che plasma, trasforma, resiste.

Il pegno delle donne della Valsesia

Nel volto di pietra, svelata all’alba,
la valle scolpisce rughe di ghiaccio,
donne di silenzio, come l’anima della terra,
che portano il cielo come un peso lieve.

Gli orecchini pendono, pendoli di tempo,
granati rossi, cuori di sangue cristallizzato,
fili d’oro basso, come vene d’antica speranza,
piccole lune di luce da staccare in disgrazia.

Quando il vento morde il respiro,
quando l’inverno inghiotte il pane e la voce,
le mani stanche, fragili e dure,
strappano un frammento di quel sogno lucente.

Lo vendono al banco dell’oro, pegno e promessa,
moneta di dolore, pegno di ritorno,
perché il cuore della valle non si spezza,
ma torna a brillare, più forte e più fiero.

Donne di granito, con occhi di vetro nero,
sognano nel silenzio un mondo che trema,
dove il puncetto è un fiocco di neve sospeso,
e il filo sottile intreccia coraggio e memoria.

Sono tempeste chiuse in un sorriso,
acqua gelida che scorre sotto la crosta,
e nella durezza, come un fuoco nascosto,
arde il segreto incantato della rinascita.

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Prisma lirico 51: Siegfried Sassoon, Vasilij Kandinskij

09 giovedì Ott 2025

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società, POESIA, Prisma lirico, TRADUZIONI

≈ Lascia un commento

Tag

Siegfried Sassoon, Vasilij Kandinskij

Vasilij Kandinskij

Questo post aderisce all’iniziativa Contro ogni guerra

Siegfried Sassoon nel “Prisma lirico” di oggi con Vasilij Kandinskij

traduzione di Loredana Semantica

L’ira di ottobre muggendo spacca e devasta
l’artiglieria di bronzo del bosco sotto attacco
nel cui lamento sento una voce dolente
per il fallimento della battaglia e per la faida
che oltraggia gli uomini. Le loro vite sono come foglie
sparse in stormi di rovina, disperse e gettate
nella fornace che arde rossa verso occidente.
Oh gioventù martirizzata e virilità sconvolta,
il peso dei vostri torti è sulla mia testa.

October’s bellowing anger breakes and cleaves
The bronzed battalions of the stricken wood
In whose lament I hear a voice that grieves
For battle’s fruitless harvest, and the feud
Of outrage men. Their lives are like the leaves
Scattered in flocks of ruin, tossed and blown
Along the westering furnace flaring red.
O martyred youth and manhood overthrown,
The burden of your wrongs is on my head.

Vasilij Kandinskij

Poesia: Autunno di Siegfried Sassoon da “Counter-Attack and Other Poems“, 1918

Opere:

di Vasilij Kandinskij, Park of St Cloud-Autumn, 1906

di Vasilij Kandinskij, Improvvisazione 5, 1914

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Alfabetizzazione mediatica come missione

08 mercoledì Ott 2025

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società

≈ Lascia un commento

di Yuleisy Cruz Lezcano

immage IA generated


Nel mondo digitale contemporaneo, il ruolo dell’attivista non può e non deve ridursi alla semplice produzione e diffusione di contenuti. In un ecosistema dell’informazione saturo, polarizzato e spesso manipolato, l’attivismo efficace richiede competenze ben più profonde e strutturate. L’attivista deve diventare un facilitatore di consapevolezza, un mediatore culturale e soprattutto un educatore civico,
capace di aiutare il pubblico a orientarsi in modo critico tra le infinite voci del web.
Il primo compito dell’attivista è promuovere l’alfabetizzazione mediatica. Questo significa impegno nello spiegare come funziona l’informazione. In partica deve aiutare nel comprendere i meccanismi della produzione giornalistica, delle fonti e dei formati, offrendo strumenti per la lettura critica. Tra i passi fondamentali che dovrebbe compiere è necessario insegnare a distinguere tra fatti, opinioni e manipolazioni. L’impegno richiede spesso di mettere il proprio ego o senso di utilità da parte per stimolare il pensiero indipendente, senza fornire risposte preconfezionate, ma cercando di costruire, insieme al pubblico, la capacità di giudizio autonomo. Questo lavoro non si esaurisce in un post virale o in un thread ben scritto, ma si concretizza in un percorso continuo di formazione e dialogo.
Uno dei compiti centrali dell’attivista è aiutare le persone a decodificare i contenuti digitali. Innanzitutto, bisogna decodificare le caratteristiche principali del contenuto, ponendosi delle domande: il contenuto è verificabile, è basato su dati, fonti tracciabili? Altri quesiti utili sono per esempio: chi l’ha scritto? È confermato da altri? Se si tratta di un’opinione personale o interpretativa, bisogna portare il pubblico a verificare se è argomentata, facendosi la semplice domanda “Su quali basi si fonda?”. L’attivista, infine, dovrebbe smascherare le manipolazioni, distorsione dei fatti, uso emotivo del linguaggio, fonti non affidabili e fare emergere se quanto viene comunicato ha l’unico scopo di suscitare reazioni, usando un tono allarmistico o divisivo.
Ci sono diversi strumenti digitali per la verifica dei contenuti e delle fonti e per smascherare fake news, bufale e narrazioni distorte. Tra i più utili troviamo i Fact-checking tools, siti come Facta, Pagella Politica, Snopes, Open; le estensioni per browser, ad esempio NewsGuard o Trusted News; le Reverse image search, fornite per esempio da Google Images o TinEye per verificare l’origine delle immagini. Questi strumenti devono essere coadiuvati al metodo principale che è la verifica delle fonti. Quindi è fondamentale analizzare chi è l’autore, che interessi ha, come finanzia il suo lavoro. Questi strumenti devono diventare parte integrante della “cassetta degli attrezzi” del cittadino informato, e l’attivista ha il compito di diffonderne la conoscenza.
Quindi, per essere un riferimento nel dibattito digitale, l’attivista deve costruire autorevolezza e credibilità nel tempo. Questo avviene attraverso un patto di trasparenza, in cui vengono dichiarate le fonti, le motivazioni, e anche eventuali errori. Per costruire un rapporto di fiducia il valore aggiunto va alla costanza e coerenza nel messaggio, nei valori, nel metodo. Inoltre, per aprire nuovi canali di comunicazione non è da meno l’ascolto attivo e il dialogo, che favorisce il confronto, anche con chi
ha opinioni diverse. Anticipare il pensiero degli altri non è un modo sano di comunicare. Molte persone sono abituate a una comunicazione difensiva, che crea malintesi e divisione, a volte senza volere; chi è portatore di idee di comunicazione sane, si trova in mezzo a discussione e accuse. Il web può portare anche a questo. L’atteggiamento dell’attivista però, deve essere sempre quello di evitare l’ipersemplificazione. Non è superfluo il tempo necessario, più o meno lungo, per spiegare.
Le semplificazioni possono creare una distorsione del messaggio.
Non si può negare il fatto che l’attivista digitale oggi è anche un educatore civico. Pertanto è fondamentale che non si limiti a “gridare la verità”, ma si impegni a creare le condizioni perché le persone possano riconoscerla da sé, aiutare a coltivare un pensiero critico, nutrito da dati, empatia e capacità argomentativa. Essere attivisti nell’era digitale richiede competenze comunicative ed etiche. L’attivismo autentico è quello che forma, non solo informa, che stimola, non solo persuade, che costruisce ponti, non solo trincee. In un tempo di infodemia e disinformazione, l’attivista che educa, è il vero agente di cambiamento.

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Una lettura di Loredana Semantica

07 martedì Ott 2025

Posted by Loredana Semantica in La società, Podcast, POESIA

≈ Lascia un commento

Questo post aderisce all’iniziativa Contro ogni guerra

Giuseppe Ungaretti

Loredana Semantica legge una poesia di Giuseppe Ungaretti

da L’allegria di Giuseppe Ungaretti, 1931

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Poesia sabbatica: “O Padre nostro” di Dante Alighieri

04 sabato Ott 2025

Posted by Francesco Palmieri in La società, Podcast, POESIA, Poesia sabbatica

≈ Lascia un commento

Tag

Dante Alighieri, Francesco Palmieri, Maria Allo

 

Questo post aderisce all’iniziativa Contro ogni guerra

Introduzioni di Maria Allo

Lettura di Francesco Palmieri

 

https://liminamundi.com/wp-content/uploads/2025/10/voce-091.m4a

 

Purgatorio

 

XI ,1-24

Con questa reinterpretazione del Pater Noster, le riflessioni di Dante assumono una matrice francescana, richiamando esplicitamente il Cantico delle Creature. Esse non si concentrano sull’individuo, bensì abbracciano l’intera umanità, come chiaramente evidenziato nell’ultima terzina (vv. 22-26).

 

«O Padre nostro, che ne’ cieli stai,

non circunscritto, ma per più amore

ch’ai primi effetti di là sù tu hai,

 

laudato sia ‘l tuo nome e ‘l tuo valore

da ogni creatura, com’è degno

di render grazie al tuo dolce vapore.

 

Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,

ché noi ad essa non potem da noi,

s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.

 

Come del suo voler li angeli tuoi

fan sacrificio a te, cantando osanna,

così facciano li uomini de’ suoi.

 

Dà oggi a noi la cotidiana manna,

sanza la qual per questo aspro diserto

a retro va chi più di gir s’affanna.

 

E come noi lo mal ch’avem sofferto

perdoniamo a ciascuno, e tu perdona

benigno, e non guardar lo nostro merto.

 

Nostra virtù che di legger s’adona,

non spermentar con l’antico avversaro,

ma libera da lui che sì la sprona.

 

Quest’ultima preghiera, segnor caro,

già non si fa per noi, ché non bisogna,

ma per color che dietro a noi restaro».

 

Il valore della preghiera e del rito che ne accompagna la recitazione emerge in tutta la sua chiarezza: rappresenta il cuore della proposta francescana, che invita l’umanità a elevarsi e a riconoscere con consapevolezza i propri limiti. È un’umiltà che si rivela grande proprio per la sua capacità di superare la vanità e i rapporti umani deteriorati che essa genera, scegliendo invece di incarnare valori profondi. L’essere umano raggiunge il simbolico stato di “angelica farfalla” solo nel momento in cui abbandona l’illusione di autosufficienza, scoprendo il bisogno dell’aiuto divino e della solidarietà tra gli uomini. Un bisogno che le anime incontrate da Dante non seppero cogliere nella loro vita terrena.

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Venerdì dispari

03 venerdì Ott 2025

Posted by frantoli in La società, Podcast, POESIA, Venerdì dispari

≈ Lascia un commento

Tag

Francesco Tontoli, Le barche della pace

Questo post aderisce all’iniziativa Contro ogni guerra

Francesco Tontoli legge la sua poesia dedicata al tema.

https://liminamundi.com/wp-content/uploads/2025/10/le-barche-della-pace-di-f.tontoli.ogg

*

Le barche della pace sono state derise
da un mondo di umani parallelo.

A chi portava un chicco di riso fino al cielo
è stato detto di recedere

a chi teneva in serbo un pacco di biscotti proteico
veniva da contestargli la mancanza di gusto
e di charme.

C’era chi sapeva di star facendo l’ultimo viaggio
e cullava l’illusione coltivata da tempo
di sfamare uno sconosciuto.

A imbarcare acqua ci vuole poco
si piegano le ginocchia alle sirene
e le stelle fingono di non guardare

le barche di ogni spicchio di mondo
alzano l’unica bandiera che hanno nel cuore
bianca come il nulla e solitaria come chi aspetta.

C’è chi è all’oscuro di tutto,
le bussole impazziscono a stabilire
dove sia la stella guida

la rotta è travagliata e il ministro
tutto preso dal suo ministero
benedice gli ospiti delle nuove galere
con la sua razione di ragionevole crudeltà.

Francesco Tontoli

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Una lettura di Deborah Mega

02 giovedì Ott 2025

Posted by Loredana Semantica in La società, Podcast, POESIA

≈ Lascia un commento

Questo post aderisce all’iniziativa Contro ogni guerra

Nelly Sachs

Deborah Mega legge una poesia di Nelly Sachs

Ma chi vi tolse la sabbia dalle scarpe,
quando doveste alzarvi per morire?
La sabbia che Israele ha riportato,
la sabbia del suo esilio?
Sabbia rovente del Sinai,
mischiata a gole di usignoli,
mischiata ad ali di farfalla,
mischiata alla polvere inquieta dei serpenti,
mischiata a grani di salomonica sapienza,
mischiata all’amaro segreto dell’assenzio.

O dita,
che toglieste ai morti la sabbia dalle scarpe,
domani già sarete polvere
nelle scarpe di quelli che verranno!

Nelly Sachs, in Versi in libertà/Trenta poetesse da tutto il mondo di Maria Grazia Calandrone, Mondadori, 2022

Image AI generated


Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Una lettura di Maria Allo

01 mercoledì Ott 2025

Posted by Loredana Semantica in La società, Podcast, POESIA

≈ Lascia un commento

Questo post aderisce all’iniziativa Contro ogni guerra

Adam Zagajewski

Maria Allo legge la poesia di Adam Zagajewski “6 luglio 1980”

Una grande potenza, lasciandosi guidare dalla cura
per la propria sicurezza, occupa
il paese vicino. Un milione di profughi, fra i
quali donne, bambini e anziani, si accampa
vicino alla frontiera della propria patria.
Gli uomini, armati di fucili
Ottocenteschi, vanno sulle montagne per combattere
Con l’invasore anelante sicurezza. Il presidente
Di un’altra grande potenza
Sorride con tristezza. Gli europei
per tre settimane febbrilmente
discutono lo sviluppo degli eventi. La gioventù
di sinistra tedesca protesta contro
gli armamenti e programma in caso di guerra
la creazione di piccoli, mobili reparti
di autodifesa, armati di fucili
ottocenteschi. Un direttore d’orchestra americano invita,
per gli ultimi giorni prima della fine del mondo,
ad ascoltare la musica di Beethoven. Un funzionario
di banca in pensione presenta in televisione
nastri magnetici con le registrazioni delle voci
dei morti. I morti non hanno molto da dire,
elencano i propri nomi, piangono
o ci salutano con urli
d’uccelli, brevi come un sospiro.
Tu e io siamo seduti davanti alla finestra aperta,
guardiamo le verdi scure figlie dell’acero, è domenica, piove, ridiamo
dell’onniscienza dei giornalisti e della vacuità
dei politici. Siamo impotenti
e sereni, ci sembra di capire
più degli altri.

Adam Zagajewski
Guarire dal silenzio – Nuovi versi e poesie scelte, Mondadori
a cura di Marco Bruni

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Una lettura di Antonella Pizzo

30 martedì Set 2025

Posted by Loredana Semantica in La società, Podcast, POESIA

≈ Lascia un commento

Questo post aderisce all’iniziativa Contro ogni guerra

Image AI generated

Antonella Pizzo legge la poesia “C’è un qualcosa che scorna” dalla raccolta “Barracuda” di Loredana Semantica, Terra d’ulivi edizioni, 2024

C’è un qualcosa che scorna
sbattendo sui muri d’amianto
e nel sorriso insolente di chi
ha centrato il bersaglio c’è
la perdita dell’etica trame e tragedia
il luogo altolocato dei complotti
e ben prima di adesso
molto prima di qui
la perdita del sacro.

Brandisce le armi una guerra
cola scempio dovunque
conduce un assalto un affondo
nell’aria mitraglia
c’è un coltello che taglia
la violenza che grida
un mare per tomba
una bomba.

Piangete la domanda ora
e il messaggio piangete
le madri col velo sulla bocca
nere fosse negli occhi
formate un bavaglio e scalciate
fiorite di buono
abbiate stelle tra le mani
non più per l’uomo o la donna
lavorate il profondo
salvate la pelle
ai bambini.

Image AI generated

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Contro ogni guerra

23 martedì Set 2025

Posted by Loredana Semantica in La società, SINE LIMINE

≈ 9 commenti

Non possiamo opporci con la forza, ma possiamo farlo con forza. Dire cioè fermamente d’essere contro ogni guerra. Noi – come afferma la nostra Costituzione all’art. 11 – ripudiamo la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

La scelta riguarda ogni conflitto, nessuna controversia può trovare soluzione attraverso la violenza, perché, come ci insegna la storia, la violenza genera odio e l’odio altra violenza, in una spirale perversa che annienta l’umanità, sparge morte, causa dolore, distruzione, sgomento, produce eventi raccapriccianti, dove si manifestano i peggiori comportamenti di cui l’ uomo è capace.

Per questi aspetti non è diversa da altre guerre quella che si combatte a Gaza, giungono immagini e notizie strazianti. Soprattutto quando a pagare il prezzo più alto sono gli esseri più deboli: donne e bambini. Probabilmente riconoscete l’immagine sottostante, fotogramma di un video , diffuso dal quotidiano La Repubblica, diventato simbolo della guerra in corso tra Israele e Palestina, che ben rappresenta il dramma dei bambini in fuga, sbandati, orfani, affamati.

L’opinione pubblica europea, impressionata dalle immagini e dai racconti provenienti dalle zone di guerra, organizza in questi giorni iniziative di pressione perché cessi il massacro della popolazione palestinese. Proprio ieri in varie piazze d’Italia si sono riuniti manifestanti contro la guerra a Gaza. Da giorni si muove in mare la Global Sumud Flotilla, costituita da gruppi di imbarcazioni che, partendo da vari porti europei, intendono di raggiungere Gaza per fornire sostegno e aiuti umanitari. E’ del 12 settembre scorso l’approvazione della risoluzione dell’ONU per una soluzione pacifica della questione palestinese con riconoscimento di due Stati.

Limina mundi è un blog letterario, eminentemente apolitico, ma non indifferente a ciò che accade nel mondo. Ecco perché dobbiamo in quest’occasione, ancora una volta, ribadire la nostra contrarietà ad ogni forma di violenza, alla guerra, alle ragioni imposte con le armi. Siamo uomini, abbiamo la parola, e con la parola si cercano soluzioni, la composizione dei contrapposti interessi. Col confronto si evita il conflitto.

Con la parola si esprime anche il dissenso. Per ribadirlo contro la guerra, anche collettivamente, l’invito di questo litblog, aperto a chiunque voglia partecipare, è a proporre alla casella e mail liminamundi@gmail.com brani, testi, spezzoni, versi, racconti ed altre analoghe espressioni per la pubblicazione su Limina mundi. Contro ogni guerra.

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Due Passi e Due Mondi: L’Italia e San Marino di fronte alla sfida famiglia-lavoro

10 mercoledì Set 2025

Posted by LiminaMundi in CULTURA E SOCIETA', Essere donna, La società

≈ Lascia un commento

di Yuleisy Cruz Lezcano

Image AI generated

A volte bastano due passi, letteralmente, per entrare in un mondo diverso. Due passi che separano l’Italia da San Marino, due Paesi che parlano la stessa lingua, condividono la cultura e spesso anche i problemi, ma che offrono risposte molto diverse alle famiglie, soprattutto quando si parla di conciliazione tra lavoro e vita familiare.
Per moltissimi genitori italiani, l’estate si trasforma in un vero e proprio incubo organizzativo. Quando le scuole chiudono a giugno, comincia la lunga stagione in cui le famiglie devono trovare soluzioni, spesso improvvisate e costose, per gestire i figli durante l’orario di lavoro. Ad agosto, il problema raggiunge il culmine: trovare una babysitter disponibile è difficile, e se si riesce, i costi sono altissimi, tanto da mangiarsi una bella fetta dello stipendio. Il sostegno dei nonni, su cui molte famiglie si basavano, oggi non è più scontato: tra chi è ancora al lavoro, chi ha problemi di salute o chi vive lontano, il cosiddetto
“welfare familiare” sta venendo meno. E lo Stato? Resta spesso spettatore. I centri estivi pubblici si fermano a fine luglio o al massimo ai primi di agosto, lasciando scoperti proprio i mesi più critici. Le ferie lavorative sono limitate, e non coprono certo tutta la chiusura scolastica.

Basta varcare il confine per scoprire un’organizzazione più attenta e concreta. A San Marino, i centri estivi restano attivi anche ad agosto e settembre, offrendo alle famiglie diverse opzioni tra strutture pubbliche e iniziative private, come agriturismi, associazioni sportive o cooperative sociali. Questo permette ai genitori di continuare a lavorare senza dover affrontare il panico organizzativo o la spesa esorbitante per una baby sitter. Non si tratta solo di organizzazione pratica, ma anche di una visione più ampia: a San Marino, le istituzioni sembrano aver capito davvero quanto sia difficile, soprattutto per le madri, conciliare lavoro e famiglia. Il supporto è visibile e presente, e permette una maggiore serenità quotidiana.
In Italia, invece, la discussione sulla conciliazione resta spesso a livello teorico. I dati continuano a segnalare le difficoltà delle mamme lavoratrici, che troppo spesso si trovano costrette a scegliere: il lavoro o i figli? Una carriera o la gestione quotidiana della famiglia? Il sistema non offre supporti concreti: mancano sufficienti posti nei nidi pubblici, i costi dei privati sono proibitivi, e i congedi parentali sono spesso troppo brevi o mal retribuiti. Chi sogna di crescere professionalmente lamenta l’assenza di un aiuto istituzionale, sia sul piano economico che emotivo. L’Italia è ancora molto lontana dal garantire pari opportunità reali per le madri. Così, molte donne si vedono costrette a ridurre l’orario lavorativo, a chiedere permessi, a rinunciare a promozioni o addirittura a lasciare il lavoro.
La differenza tra l’Italia e San Marino non è questione di miracoli, ma di priorità. Investire in servizi per l’infanzia, in sostegni concreti per le famiglie, in una rete di assistenza che non si fermi a metà estate, significa costruire un Paese più giusto e produttivo, dove le madri possano lavorare senza sentirsi in colpa, e i padri possano condividere davvero le responsabilità familiari, dove crescere un figlio non sia una corsa a ostacoli, ma una scelta sostenibile.
Nel dibattito ormai cronico sulla conciliazione tra lavoro e famiglia, l’Italia continua a rispondere con soluzioni tampone e bonus una tantum, che pur facendo notizia, non risolvono il problema strutturale. Perché non è solo una questione economica, ma soprattutto organizzativa e culturale. I genitori, in particolare le madri, si trovano incastrati in un sistema che non regge più il peso della realtà.
Negli ultimi anni sono stati introdotti diversi bonus, per asili nido, baby sitter, rette scolastiche, ma si tratta di misure frammentate, spesso vincolate a requisiti complessi e con una burocrazia scoraggiante. In molti casi coprono solo una parte delle spese reali, lasciando le famiglie in difficoltà nel far fronte a un’intera estate di cura senza supporti continuativi. Un bonus non risolve, per esempio, la mancanza di un centro estivo a portata di mano, o l’impossibilità di trovare una babysitter disponibile ad agosto. E soprattutto non interviene su un problema ben più profondo: l’insufficienza del sistema di congedi.
Il congedo parentale, così come è strutturato oggi in Italia, ha maglie troppo strette. Non solo dura poco, ma viene spesso “mangiato” da un sistema di conteggio penalizzante: i giorni festivi o non lavorativi vengono inclusi nel calcolo se si trovano all’interno di periodi di ferie o altri giorni di assenza, riducendo di fatto il tempo disponibile per prendersi cura dei figli.
Inoltre, il congedo è retribuito solo in parte e spesso in modo simbolico: una madre che guadagna uno stipendio medio-basso difficilmente può permettersi di assentarsi a lungo, pena il rischio concreto di non arrivare a fine mese. E quando il congedo finisce, in molti casi non esistono alternative praticabili.
Un altro nodo critico riguarda le aspettative non retribuite. In teoria, sarebbero una possibilità per chi ha esaurito ferie e congedi, ma in pratica molte aziende si rifiutano di concederle. E possono farlo, perché non sono obbligate. Di fronte a una richiesta, il datore di lavoro può semplicemente rispondere di no. Risultato? I genitori sono costretti a scelte estreme: licenziarsi, lasciare i figli a persone non fidate, o cercare soluzioni precarie e rischiose. Chi paga il prezzo più alto sono, ancora una volta, le madri.
Anche se non ufficialmente single, molte madri si ritrovano a gestire da sole la quasi totalità del carico familiare. Che il partner lavori troppo, sia assente o non coinvolto, poco cambia: l’intera organizzazione familiare — compiti, malattie, vacanze scolastiche, attività extrascolastiche — ricade su di loro. E il sistema non le riconosce né le sostiene in modo adeguato. Non si tratta solo di una fatica quotidiana, ma di una vera e propria esclusione sociale e lavorativa: donne che si vedono costrette a dire no a un incarico, a un trasferimento, a una formazione, perché non hanno alternative nella cura dei figli. Il rischio? Uscire dal mercato del lavoro o restare inchiodate a posizioni sottoqualificate, solo perché compatibili con gli orari scolastici. La realtà è chiara: il sistema italiano non regge più. Servono riforme strutturali, non più
piccoli correttivi, servono congedi più lunghi, meglio retribuiti e più flessibili. Serve un vero diritto all’aspettativa (non) retribuita per motivi familiari, servono politiche che riconoscano il lavoro di cura, che redistribuiscano il carico genitoriale e che non penalizzino chi sceglie di avere figli.

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

“Perché scrivo, se non scrivo meglio?” Fernando Pessoa

26 giovedì Giu 2025

Posted by Loredana Semantica in I meandri della psiche, LETTERATURA

≈ Lascia un commento

Tag

Fernando Pessoa

immage AI generated

Tratto da “Il libro dell’inquietudine” di Fernando Pessoa

“Perché scrivo, se non scrivo meglio? Ma cosa ne sarebbe di me se non scrivessi ciò che riesco a scrivere per quanto nello scrivere io sia inferiore a me stesso? Sono un plebeo dell’aspirazione perché cerco di realizzare; non oso il silenzio, come chi teme una stanza buia. Sono come coloro che apprezzano più la medaglia che la fatica, e assaporano la gloria attraverso la pelliccia di ermellino.
Per me scrivere è disprezzarmi; ma non posso smettere di scrivere. Scrivere è come una droga che odio e che prendo, il vizio che disprezzo e in cui vivo. Ci sono veleni necessari, e ce ne sono di sottilissimi composti di ingredienti dell’anima; erbe colte nei canti delle rovine dei sogni, papaveri neri trovati vicino alle tombe, lunghe foglie di alberi osceni che agitano i loro rami sulle rive sentite dei fiumi infernali dell’anima.
Si, scrivere significa perdermi, ma tutti si perdono, perché tutto è perdita. Però io mi perdo senza allegria, non come il fiume nella foce alla quale nacque ignaro, ma come la pozzanghera creata sulla spiaggia dall’alta marea, e la cui acqua, inghiottita dalla sabbia, non tornerà più al mare.”

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

“Educare non è clonare: contro l’omologazione, per una scuola che ascolta e accoglie” di Yuleisy Cruz Lezcano

23 lunedì Giu 2025

Posted by Deborah Mega in CULTURA E SOCIETA'

≈ Lascia un commento

Tag

Yuleisy Cruz Lezcano

 

In una società sempre più rapida nel definire etichette e nel proporre modelli ideali di comportamento, la scuola rischia di diventare uno dei primi luoghi in cui l’individuo impara a rinunciare a sé stesso per essere accettato. Invece di essere un laboratorio di libertà, di scoperta e di crescita, l’istituzione scolastica diventa spesso una fabbrica di copie, dove l’originalità è vista come deviazione e la differenza come minaccia. Nel momento in cui chiediamo agli studenti di uniformarsi a un modello – esplicito o implicito – di “bravo alunno”, stiamo contribuendo a soffocare la loro autenticità. Ogni etichetta sociale, ogni giudizio sbrigativo, ogni standard comportamentale che imponiamo rischia di costruire muri interiori, isolando chi non si riconosce in quel modello. Così, chi non corrisponde viene escluso, ridicolizzato o ignorato, e in questo processo si attivano meccanismi che possono sfociare nell’isolamento sociale e nella soppressione del sé.
La richiesta di omologazione non è solo una questione scolastica: è un fenomeno culturale. Ma è proprio nella scuola, nel cuore dell’esperienza formativa, che questa dinamica può essere decostruita. O può, al contrario, essere perpetuata e irrigidita. Quando insegniamo ai ragazzi a “diventare come noi”, li allontaniamo da ciò che potrebbero essere. Invece di accompagnarli verso la loro miglior versione, li indirizziamo verso una brutta copia del nostro passato. Il mancato riconoscimento della soggettività porta con sé un profondo senso di svalutazione. Laddove non c’è spazio per essere sé stessi, nasce un vuoto: quello del non sentirsi visti, del non essere ascoltati. Questo vuoto può trasformarsi in disagio, in rabbia repressa, in frustrazione. E a lungo termine, questa esperienza può sfociare in manifestazioni più gravi: bullismo, violenza, misoginia, appartenenza a comunità di odio come quella degli incel. Questi non sono mostri, ma spesso ex studenti svalutati, feriti, esclusi, cresciuti in ambienti dove il pensiero critico è stato scoraggiato e il bisogno di appartenenza tradito. In questo contesto, l’arte e la letteratura possono diventare strumenti potenti a disposizione degli insegnanti. Entrambe offrono uno spazio in cui l’identità non solo può esprimersi, ma anche trasformarsi e trovare senso. Leggere insieme, guardare un’opera, scrivere, disegnare, interpretare: sono pratiche che mettono in comunicazione mondi interiori, stimolano l’empatia, favoriscono il riconoscimento dell’altro come parte di sé. Attraverso le storie, i personaggi e i simboli, gli studenti possono esplorare le proprie fragilità senza vergogna, trovare affinità inaspettate con i compagni, dare voce a emozioni che altrimenti resterebbero inespresse. L’arte e la letteratura creano ponti dove prima c’erano solitudini, aprono spazi di dialogo autentico, rendono visibile l’invisibile. Aiutano a sviluppare autoconsapevolezza, senso critico e rispetto per la complessità delle identità.
In questo modo, il laboratorio scolastico può tornare ad essere ciò che dovrebbe essere: un terreno fertile per la crescita dell’umano, dove anche la vulnerabilità ha valore, e dove la diversità non è un ostacolo da correggere, ma una risorsa da accogliere. È necessario creare uno spazio scolastico in cui ogni studente possa esprimersi senza giudizio, esplorare la propria interiorità, sperimentare il potere della condivisione e della narrazione, per rafforzare l’autostima e scoprire che anche il proprio silenzio ha un suono importante da offrire. La scuola potrebbe proporre uno spazio che inviti al rallentamento e alla sicurezza emotiva. Bisognerebbe creare un clima di fiducia. Per esempio si potrebbe proporre il patto del cerchio, fatto di ascolto, riservatezza, assenza di giudizio e rispetto dei tempi di ciascuno. Una scuola che ascolta le emozioni è una scuola che oltre a offrire contenuti offre possibilità di crescita personale. Possono essere utili le letture di brani letterari, poesie o visione di opere d’arte, che possono aprire nuovi spazi a riflessioni su emozioni difficili da nominare (vergogna, paura, fragilità, inadeguatezza). Si potrebbe lavorare su quelle emozioni, che se accolte, possono diventare risorse. La condivisione può avvenire con parole, gesti, disegni, musica. Tutto è comunicazione. Non ho dubbi sul fatto che educare è aprire possibilità. Per esempio ogni studente può scrivere – in forma anonima o firmata – un pensiero, un dubbio, una paura e inserirlo in una scatola. A ogni incontro si possono leggere alcuni, per discuterli in gruppo. Credo che questo possa permettere anche ai più timidi di portare la loro voce senza esporsi. Per evitare l’esclusione bisogna creare un ambiente in cui gli studenti più silenziosi trovino uno spazio per essere ascoltati senza pressioni. Un ambiente che aiuti a fare accrescere l’autostima, in cui ogni voce, anche quella più flebile, venga accolta come valore. La scuola dovrebbe creare società, gruppo, dove lo stare insieme diventa una risorsa. L’impegno più difficile ma necessario è costruire una cultura dell’empatia, dell’accoglienza della diversità, della fragilità come forza. La scuola non può lavarsi le mani dicendo alle famiglie: “non siamo un parcheggio. Noi insegnanti non siamo la famiglia di questi ragazzi. Li conosciamo quasi più di voi, genitori” “Noi siamo una istituzione improntata per trasmettere conoscenze”. No! Non è così. La famiglia dei nostri ragazzi è la famiglia
di provenienza, la scuola, la società. Siamo tutti famiglia delle nuove generazioni!
Ogni volta che un alunno si conforma troppo a ciò che ci aspettiamo da lui, qualcosa si chiude: una porta, un futuro possibile, una strada che non sarà mai percorsa. Ma ogni volta che eccede le nostre attese, che rompe il guscio delle nostre proiezioni, allora qualcosa si apre: una possibilità, un nuovo inizio, un’autenticità che prende forma. L’allievo non deve assomigliarci, né ricalcare un modello ideale: quanto più si distanzia da noi, tanto più possiamo essere certi di averlo aiutato a trovare sé stesso. Anche semplici giochi teatrali o piccole messe in scena tratte dalle storie dei partecipanti o dalla letteratura, in cui i ruoli si invertono, per interpretare le emozioni altrui, possono venire in aiuto, non solo per comprendere ma per sviluppare empatia. Chi fatica a parlare può esprimersi con il corpo, con una musica, con un colore, così troverà il suo mondo espressivo. Si dovrebbe puntare su una scuola che libera, non che replica. Serve una scuola coraggiosa, che smetta di misurare i ragazzi sulla base della conformità e inizi a valorizzare la divergenza. Una scuola che educa non alla performance, ma alla presenza. Non alla competizione, ma alla cooperazione. Non all’obbedienza cieca, ma alla riflessione critica.
La scuola, poi, deve favorire l’emersione del pensiero critico, creativo, autentico, fuori dai canoni standard. Solo così potremo davvero educare: non formando copie, ma accendendo presenze vive, uniche, irripetibili. Solo così potremo contribuire a costruire una società in cui ciascuno possa sentirsi parte, senza dover rinunciare a ciò che è.

 

Yuleisy Cruz Lezcano

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Il due giugno del quarantasei

02 lunedì Giu 2025

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', RICORRENZE

≈ Lascia un commento

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

“Un modello integrato per affrontare la violenza di genere: oltre il binarismo e l’intersezionalità” di Yuleisy Cruz Lezcano

02 lunedì Giu 2025

Posted by Deborah Mega in CULTURA E SOCIETA'

≈ Lascia un commento

Tag

Un modello integrato per affrontare la violenza di genere: oltre il binarismo e l’intersezionalità, Yuleisy Cruz Lezcano

 

La violenza di genere è un fenomeno complesso che non può essere ridotto a una semplice questione di aggressione fisica o psicologica, ma è intrinsecamente legato a fattori sociali, culturali, psicologici e biologici. Tradizionalmente, le politiche e gli approcci terapeutici per contrastare la violenza di genere hanno focalizzato l’attenzione sulle dinamiche di potere e controllo tra uomini e donne, spesso ignorando l’ampia gamma di esperienze che riguardano coloro che non si identificano nei rigidi binari di genere maschile o femminile. Un nuovo modello di intervento deve pertanto prendere in considerazione non solo la complessità del fenomeno in sé, ma anche l’ambiente in cui l’atteggiamento violento si sviluppa, integrando visioni più inclusive dell’identità di genere e una comprensione più sfumata della funzione cerebrale in relazione alle dinamiche interpersonali.
Il binarismo tradizionale maschio-femmina, che vede il genere come una dicotomia netta e rigida, non solo limita le possibilità di comprensione della violenza di genere, ma perpetua anche una visione semplificata della realtà. Le esperienze di violenza e oppressione non sono universali per tutti gli individui all’interno di ciascun genere, e ancor meno per coloro che si identificano come non binari, genderfluid, o transgender. Queste persone, infatti, sperimentano una realtà di violenza che va oltre quella di chi rientra nei tradizionali schemi maschili o femminili. Le violenze che subiscono, siano esse fisiche, psicologiche o istituzionali, spesso sono invisibili o non completamente comprese, sia dalla società che dagli approcci terapeutici esistenti. È quindi fondamentale costruire un modello di intervento che possa includere tutte le identità di genere, riconoscendo la pluralità di esperienze. Contrastare il binarismo di genere non significa solo abbattere le categorie tradizionali di maschio e femmina, ma anche promuovere una comprensione più ampia e inclusiva delle differenze di genere, con l’obiettivo di ridurre la violenza e promuovere relazioni basate sul rispetto, sull’empatia e sull’inclusione.
Un approccio personalizzato e sensibile alle diversità di genere, che utilizza la poesia come strumento terapeutico e educativo, può rivelarsi un mezzo potente per affrontare e trasformare le dinamiche violente, creando spazi di riflessione e cambiamento per le persone coinvolte.
Uno degli approcci più potenti per affrontare la violenza di genere è l’intersezionalità, un concetto che prende in considerazione il modo in cui fattori come genere, sesso, etnia, status socioeconomico e differenze culturali si intrecciano e influenzano le esperienze di oppressione. L’intersezionalità ci permette di comprendere che la violenza non si manifesta allo stesso modo per tutti, e che esistono forme specifiche di violenza che colpiscono in modo particolare le persone appartenenti a categorie sociali emarginate o vulnerabili. Ad esempio, una donna di colore appartenente a una classe sociale bassa potrebbe sperimentare una forma di violenza di genere che è diversa, per intensità e modalità, da quella di una donna bianca di classe medio-alta. Le dinamiche strutturali che favoriscono la discriminazione, la segregazione sociale e l’esclusione economica si intrecciano con le disuguaglianze di genere, creando un contesto in cui la violenza può essere esercitata in modo più sistematico e invisibile. Allo stesso modo, una persona non binaria o transgender potrebbe affrontare violenza o discriminazione che è un risultato diretto dell’intolleranza sociale e delle norme di genere rigide, un fenomeno che non può essere spiegato solo attraverso il paradigma maschile-femminile tradizionale.
Recenti ricerche neuroscientifiche hanno iniziato a esplorare come la funzione cerebrale si colleghi all’identità di genere, evidenziando come il cervello non possa essere compreso come una semplice “divisione binaria” tra maschile e femminile. Le differenze cerebrali tra i sessi, seppur esistenti, sono estremamente più complesse di quanto si pensasse in passato. La plasticità del cervello umano e l’influenza che la socializzazione e le esperienze personali hanno sulla sua configurazione suggeriscono che le aree cerebrali coinvolte nell’elaborazione delle emozioni, nella regolazione del comportamento e nell’interazione sociale possano essere modellate dall’identità di genere, dalle esperienze di vita e dalla cultura circostante.
Inoltre, gli studi sul dimorfismo sessuale cerebrale, che esaminano come le strutture cerebrali differiscano tra i maschi e le femmine, mostrano che tali differenze non determinano necessariamente comportamenti violenti o aggressivi. Piuttosto, è la società che impone norme e aspettative sui comportamenti legati al genere, influenzando come il cervello reagisce a certi stimoli sociali, come la competizione, la dominanza e la sottomissione. In questo contesto, è fondamentale riconoscere che le esperienze di violenza non sono determinate unicamente da fattori biologici, ma sono strettamente legate alle strutture sociali e culturali in cui l’individuo è immerso.
Il binarismo di genere è alla base di molte strutture di potere e controllo che alimentano la violenza di genere. La divisione netta tra maschile e femminile crea aspettative rigidamente definite su come le persone dovrebbero comportarsi, relazionarsi e sentirsi, a seconda del loro genere. Questo sistema spesso porta a pressioni sociali e culturali che giustificano comportamenti violenti, in particolare nei confronti di chi non si conforma alle aspettative di genere tradizionali. Le donne, ad esempio, sono spesso viste come inferiori o subordinate, mentre gli uomini sono stimolati a percepirsi come dominanti e aggressivi.
La poesia consente di esplorare il proprio vissuto di violenza e di dolore, ma anche di immaginare nuovi modi di essere e di relazionarsi, al di fuori delle rigide categorie del binarismo di genere. La scrittura poetica diventa così un mezzo di autoconsapevolezza, di liberazione e di empowerment.
Attraverso la poesia, si dà voce a chi non ha voce, si riconosce e si valida l’esperienza di chi vive l’esclusione e la violenza, e si promuove una cultura che rispetta e celebra le differenze. L’approccio personalizzato attraverso la poesia può essere combinato con altre tecniche di intervento come la Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT), che aiuta a ristrutturare i pensieri disfunzionali, e la “mindfulness”, che promuove la consapevolezza del momento presente. L’integrazione di questi approcci può favorire una visione globale e inclusiva del cambiamento, affrontando la violenza di genere da un punto di vista multidimensionale.

Fonte
«The Cognitive Behavioral Therapy Workbook for Personality Disorders», James P. McPartland e John H. McGowan, casa editrice New Harbinger Publications, 2015.

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...
← Vecchi Post
Articoli più recenti →

Articoli recenti

  • Una poesia da “Decisi per la gioia” di Antonella Pizzo, Anterem Edizioni, 2026 6 Maggio 2026
  • Dalla verifica alla pubblicazione: l’inversione del processo informativo 5 Maggio 2026
  • Andrea Abruzzese, Inediti 4 Maggio 2026
  • Poesia sabbatica: “30” 2 Maggio 2026
  • Venerdì dispari 1 Maggio 2026
  • Quando il legame diventa possesso: il caso di Patrizia Lamanuzzi e la violenza domestica 29 aprile 2026
  • Pasquale Lucio Losavio, “Della vita anteriore”, Fallone Editore, 2025. 27 aprile 2026
  • Buon 25 aprile 25 aprile 2026
  • Venerdì dispari 24 aprile 2026
  • “Derma” di Arianna Vartolo, Arcipelago Itaca, 2025 23 aprile 2026

LETTERATURA E POESIA

  • ARTI
    • Appunti d'arte
    • Fotografia
    • Il colore e le forme
    • Mostre e segnalazioni
    • Prisma lirico
    • Punti di vista
  • CULTURA E SOCIETA'
    • Cronache della vita
    • Essere donna
    • Grandi Donne
    • I meandri della psiche
    • IbridaMenti
    • La società
    • Mito
    • Pensiero
    • Uomini eccellenti
  • LETTERATURA
    • CRITICA LETTERARIA
      • Appunti letterari
      • Consigli e percorsi di lettura
      • Filologia
      • Forma alchemica
      • Incipit
      • NarЯrativa
      • Note critiche e note di lettura
      • Parole di donna
      • Racconti
      • Recensioni
    • INTERAZIONI
      • Comunicati stampa
      • Il tema del silenzio
      • Interviste
      • Ispirazioni e divagazioni
      • Novità editoriali
      • Segnalazioni ed eventi
      • Una vita in scrittura
      • Una vita nell'arte
    • POESIA
      • Canto presente
      • La poesia prende voce
      • Più voci per un poeta
      • Podcast
      • Poesia sabbatica
      • Poesie
      • Rose di poesia e prosa
      • uNa PoESia A cAsO
      • Venerdì dispari
      • Versi trasversali
      • ~A viva voce~
    • PROSA
      • #cronacheincoronate; #andràtuttobene
      • Cronache sospese
      • Epistole d'Autore
      • Fiabe
      • I nostri racconti
      • Novelle trasversali
    • Prosa poetica
    • TRADUZIONI
      • Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados
      • Idiomatiche
      • Monumento al mare
  • MISCELÁNEAS
  • MUSICA
    • Appunti musicali
    • Eventi e segnalazioni
    • Proposte musicali
    • RandoMusic
  • RICORRENZE
  • SINE LIMINE
  • SPETTACOLO
    • Cinema
    • Teatro
    • TV
    • Video

ARCHIVI

BLOGROLL

  • Antonella Pizzo
  • alefanti
  • Poegator
  • Deborah Mega
  • Di sussurri e ombre
  • Di poche foglie di Loredana Semantica
  • larosainpiu
  • perìgeion
  • Solchi di Maria Allo

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

INFORMATIVA SULLA PRIVACY

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella privacy policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la PRIVACY POLICY.

Statistiche del blog

  • 480.557 visite
Il blog LIMINA MUNDI è stato fondato da Loredana Semantica e Deborah Mega il 21 marzo 2016. Limina mundi svolge un’opera di promozione e diffusione culturale, letteraria e artistica con spirito di liberalità. Con spirito altrettanto liberale è possibile contribuire alle spese di gestione con donazioni:
Una tantum
Mensile
Annuale

Donazione una tantum

Donazione mensile

Donazione annuale

Scegli un importo

€2,00
€10,00
€20,00
€5,00
€15,00
€100,00
€5,00
€15,00
€100,00

O inserisci un importo personalizzato

€

Apprezziamo il tuo contributo.

Apprezziamo il tuo contributo.

Apprezziamo il tuo contributo.

Fai una donazioneDona mensilmenteDona annualmente

REDATTORI

  • Avatar di adrianagloriamarigo adrianagloriamarigo
  • Avatar di alefanti alefanti
  • Avatar di Deborah Mega Deborah Mega
  • Avatar di emiliocapaccio emiliocapaccio
  • Avatar di Francesco Palmieri Francesco Palmieri
  • Avatar di francescoseverini francescoseverini
  • Avatar di frantoli frantoli
  • Avatar di LiminaMundi LiminaMundi
  • Avatar di Loredana Semantica Loredana Semantica
  • Avatar di Maria Grazia Galatà Maria Grazia Galatà
  • Avatar di marian2643 marian2643
  • Avatar di maria allo maria allo
  • Avatar di Antonella Pizzo Antonella Pizzo
  • Avatar di raffaellaterribile raffaellaterribile

COMMUNITY

  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Manduriaedintorni
  • Avatar di Marco Delrio
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di saphilopes
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Briciolanellatte
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di •Pat
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di carminepoetry1
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Copyrights © Poetyca https://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/3.0/it/
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto

BLOGROLL

  • chiscrivechilegge di Antonella Pizzo
  • alefanti
  • Poegator
  • Deborah Mega
  • Disussurried'ombre
  • Di poche foglie di Loredana Semantica
  • larosainpiu
  • perìgeion
  • Solchi di Maria Allo

Blog su WordPress.com.

  • Abbonati Abbonato
    • LIMINA MUNDI
    • Unisciti ad altri 275 abbonati
    • Hai già un account WordPress.com? Accedi ora.
    • LIMINA MUNDI
    • Abbonati Abbonato
    • Registrati
    • Accedi
    • Segnala questo contenuto
    • Visualizza sito nel Reader
    • Gestisci gli abbonamenti
    • Riduci la barra

Caricamento commenti...

    Informativa.
    Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la
    COOKIE POLICY.
    %d