Ma chi vi tolse la sabbia dalle scarpe, quando doveste alzarvi per morire? La sabbia che Israele ha riportato, la sabbia del suo esilio? Sabbia rovente del Sinai, mischiata a gole di usignoli, mischiata ad ali di farfalla, mischiata alla polvere inquieta dei serpenti, mischiata a grani di salomonica sapienza, mischiata all’amaro segreto dell’assenzio.
O dita, che toglieste ai morti la sabbia dalle scarpe, domani già sarete polvere nelle scarpe di quelli che verranno!
Nelly Sachs, in Versi in libertà/Trenta poetesse da tutto il mondo di Maria Grazia Calandrone, Mondadori, 2022
Maria Allo legge la poesia di Adam Zagajewski “6 luglio 1980”
Una grande potenza, lasciandosi guidare dalla cura per la propria sicurezza, occupa il paese vicino. Un milione di profughi, fra i quali donne, bambini e anziani, si accampa vicino alla frontiera della propria patria. Gli uomini, armati di fucili Ottocenteschi, vanno sulle montagne per combattere Con l’invasore anelante sicurezza. Il presidente Di un’altra grande potenza Sorride con tristezza. Gli europei per tre settimane febbrilmente discutono lo sviluppo degli eventi. La gioventù di sinistra tedesca protesta contro gli armamenti e programma in caso di guerra la creazione di piccoli, mobili reparti di autodifesa, armati di fucili ottocenteschi. Un direttore d’orchestra americano invita, per gli ultimi giorni prima della fine del mondo, ad ascoltare la musica di Beethoven. Un funzionario di banca in pensione presenta in televisione nastri magnetici con le registrazioni delle voci dei morti. I morti non hanno molto da dire, elencano i propri nomi, piangono o ci salutano con urli d’uccelli, brevi come un sospiro. Tu e io siamo seduti davanti alla finestra aperta, guardiamo le verdi scure figlie dell’acero, è domenica, piove, ridiamo dell’onniscienza dei giornalisti e della vacuità dei politici. Siamo impotenti e sereni, ci sembra di capire più degli altri.
Adam Zagajewski Guarire dal silenzio – Nuovi versi e poesie scelte, Mondadori a cura di Marco Bruni
Antonella Pizzo legge la poesia “C’è un qualcosa che scorna” dalla raccolta “Barracuda” di Loredana Semantica, Terra d’ulivi edizioni, 2024
C’è un qualcosa che scorna sbattendo sui muri d’amianto e nel sorriso insolente di chi ha centrato il bersaglio c’è la perdita dell’etica trame e tragedia il luogo altolocato dei complotti e ben prima di adesso molto prima di qui la perdita del sacro.
Brandisce le armi una guerra cola scempio dovunque conduce un assalto un affondo nell’aria mitraglia c’è un coltello che taglia la violenza che grida un mare per tomba una bomba.
Piangete la domanda ora e il messaggio piangete le madri col velo sulla bocca nere fosse negli occhi formate un bavaglio e scalciate fiorite di buono abbiate stelle tra le mani non più per l’uomo o la donna lavorate il profondo salvate la pelle ai bambini.
Non possiamo opporci con la forza, ma possiamo farlo con forza. Dire cioè fermamente d’essere contro ogni guerra. Noi – come afferma la nostra Costituzione all’art. 11 – ripudiamo la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
La scelta riguarda ogni conflitto, nessuna controversia può trovare soluzione attraverso la violenza, perché, come ci insegna la storia, la violenza genera odio e l’odio altra violenza, in una spirale perversa che annienta l’umanità, sparge morte, causa dolore, distruzione, sgomento, produce eventi raccapriccianti, dove si manifestano i peggiori comportamenti di cui l’ uomo è capace.
Per questi aspetti non è diversa da altre guerre quella che si combatte a Gaza, giungono immagini e notizie strazianti. Soprattutto quando a pagare il prezzo più alto sono gli esseri più deboli: donne e bambini. Probabilmente riconoscete l’immagine sottostante, fotogramma di un video , diffuso dal quotidiano La Repubblica, diventato simbolo della guerra in corso tra Israele e Palestina, che ben rappresenta il dramma dei bambini in fuga, sbandati, orfani, affamati.
L’opinione pubblica europea, impressionata dalle immagini e dai racconti provenienti dalle zone di guerra, organizza in questi giorni iniziative di pressione perché cessi il massacro della popolazione palestinese. Proprio ieri in varie piazze d’Italia si sono riuniti manifestanti contro la guerra a Gaza. Da giorni si muove in mare la Global Sumud Flotilla, costituita da gruppi di imbarcazioni che, partendo da vari porti europei, intendono di raggiungere Gaza per fornire sostegno e aiuti umanitari. E’ del 12 settembre scorso l’approvazione della risoluzione dell’ONU per una soluzione pacifica della questione palestinese con riconoscimento di due Stati.
Limina mundi è un blog letterario, eminentemente apolitico, ma non indifferente a ciò che accade nel mondo. Ecco perché dobbiamo in quest’occasione, ancora una volta, ribadire la nostra contrarietà ad ogni forma di violenza, alla guerra, alle ragioni imposte con le armi. Siamo uomini, abbiamo la parola, e con la parola si cercano soluzioni, la composizione dei contrapposti interessi. Col confronto si evita il conflitto.
Con la parola si esprime anche il dissenso. Per ribadirlo contro la guerra, anche collettivamente, l’invito di questo litblog, aperto a chiunque voglia partecipare, è a proporre alla casella e mail liminamundi@gmail.com brani, testi, spezzoni, versi, racconti ed altre analoghe espressioni per la pubblicazione su Limina mundi. Contro ogni guerra.
A volte bastano due passi, letteralmente, per entrare in un mondo diverso. Due passi che separano l’Italia da San Marino, due Paesi che parlano la stessa lingua, condividono la cultura e spesso anche i problemi, ma che offrono risposte molto diverse alle famiglie, soprattutto quando si parla di conciliazione tra lavoro e vita familiare. Per moltissimi genitori italiani, l’estate si trasforma in un vero e proprio incubo organizzativo. Quando le scuole chiudono a giugno, comincia la lunga stagione in cui le famiglie devono trovare soluzioni, spesso improvvisate e costose, per gestire i figli durante l’orario di lavoro. Ad agosto, il problema raggiunge il culmine: trovare una babysitter disponibile è difficile, e se si riesce, i costi sono altissimi, tanto da mangiarsi una bella fetta dello stipendio. Il sostegno dei nonni, su cui molte famiglie si basavano, oggi non è più scontato: tra chi è ancora al lavoro, chi ha problemi di salute o chi vive lontano, il cosiddetto “welfare familiare” sta venendo meno. E lo Stato? Resta spesso spettatore. I centri estivi pubblici si fermano a fine luglio o al massimo ai primi di agosto, lasciando scoperti proprio i mesi più critici. Le ferie lavorative sono limitate, e non coprono certo tutta la chiusura scolastica.
Basta varcare il confine per scoprire un’organizzazione più attenta e concreta. A San Marino, i centri estivi restano attivi anche ad agosto e settembre, offrendo alle famiglie diverse opzioni tra strutture pubbliche e iniziative private, come agriturismi, associazioni sportive o cooperative sociali. Questo permette ai genitori di continuare a lavorare senza dover affrontare il panico organizzativo o la spesa esorbitante per una baby sitter. Non si tratta solo di organizzazione pratica, ma anche di una visione più ampia: a San Marino, le istituzioni sembrano aver capito davvero quanto sia difficile, soprattutto per le madri, conciliare lavoro e famiglia. Il supporto è visibile e presente, e permette una maggiore serenità quotidiana. In Italia, invece, la discussione sulla conciliazione resta spesso a livello teorico. I dati continuano a segnalare le difficoltà delle mamme lavoratrici, che troppo spesso si trovano costrette a scegliere: il lavoro o i figli? Una carriera o la gestione quotidiana della famiglia? Il sistema non offre supporti concreti: mancano sufficienti posti nei nidi pubblici, i costi dei privati sono proibitivi, e i congedi parentali sono spesso troppo brevi o mal retribuiti. Chi sogna di crescere professionalmente lamenta l’assenza di un aiuto istituzionale, sia sul piano economico che emotivo. L’Italia è ancora molto lontana dal garantire pari opportunità reali per le madri. Così, molte donne si vedono costrette a ridurre l’orario lavorativo, a chiedere permessi, a rinunciare a promozioni o addirittura a lasciare il lavoro. La differenza tra l’Italia e San Marino non è questione di miracoli, ma di priorità. Investire in servizi per l’infanzia, in sostegni concreti per le famiglie, in una rete di assistenza che non si fermi a metà estate, significa costruire un Paese più giusto e produttivo, dove le madri possano lavorare senza sentirsi in colpa, e i padri possano condividere davvero le responsabilità familiari, dove crescere un figlio non sia una corsa a ostacoli, ma una scelta sostenibile. Nel dibattito ormai cronico sulla conciliazione tra lavoro e famiglia, l’Italia continua a rispondere con soluzioni tampone e bonus una tantum, che pur facendo notizia, non risolvono il problema strutturale. Perché non è solo una questione economica, ma soprattutto organizzativa e culturale. I genitori, in particolare le madri, si trovano incastrati in un sistema che non regge più il peso della realtà. Negli ultimi anni sono stati introdotti diversi bonus, per asili nido, baby sitter, rette scolastiche, ma si tratta di misure frammentate, spesso vincolate a requisiti complessi e con una burocrazia scoraggiante. In molti casi coprono solo una parte delle spese reali, lasciando le famiglie in difficoltà nel far fronte a un’intera estate di cura senza supporti continuativi. Un bonus non risolve, per esempio, la mancanza di un centro estivo a portata di mano, o l’impossibilità di trovare una babysitter disponibile ad agosto. E soprattutto non interviene su un problema ben più profondo: l’insufficienza del sistema di congedi. Il congedo parentale, così come è strutturato oggi in Italia, ha maglie troppo strette. Non solo dura poco, ma viene spesso “mangiato” da un sistema di conteggio penalizzante: i giorni festivi o non lavorativi vengono inclusi nel calcolo se si trovano all’interno di periodi di ferie o altri giorni di assenza, riducendo di fatto il tempo disponibile per prendersi cura dei figli. Inoltre, il congedo è retribuito solo in parte e spesso in modo simbolico: una madre che guadagna uno stipendio medio-basso difficilmente può permettersi di assentarsi a lungo, pena il rischio concreto di non arrivare a fine mese. E quando il congedo finisce, in molti casi non esistono alternative praticabili. Un altro nodo critico riguarda le aspettative non retribuite. In teoria, sarebbero una possibilità per chi ha esaurito ferie e congedi, ma in pratica molte aziende si rifiutano di concederle. E possono farlo, perché non sono obbligate. Di fronte a una richiesta, il datore di lavoro può semplicemente rispondere di no. Risultato? I genitori sono costretti a scelte estreme: licenziarsi, lasciare i figli a persone non fidate, o cercare soluzioni precarie e rischiose. Chi paga il prezzo più alto sono, ancora una volta, le madri. Anche se non ufficialmente single, molte madri si ritrovano a gestire da sole la quasi totalità del carico familiare. Che il partner lavori troppo, sia assente o non coinvolto, poco cambia: l’intera organizzazione familiare — compiti, malattie, vacanze scolastiche, attività extrascolastiche — ricade su di loro. E il sistema non le riconosce né le sostiene in modo adeguato. Non si tratta solo di una fatica quotidiana, ma di una vera e propria esclusione sociale e lavorativa: donne che si vedono costrette a dire no a un incarico, a un trasferimento, a una formazione, perché non hanno alternative nella cura dei figli. Il rischio? Uscire dal mercato del lavoro o restare inchiodate a posizioni sottoqualificate, solo perché compatibili con gli orari scolastici. La realtà è chiara: il sistema italiano non regge più. Servono riforme strutturali, non più piccoli correttivi, servono congedi più lunghi, meglio retribuiti e più flessibili. Serve un vero diritto all’aspettativa (non) retribuita per motivi familiari, servono politiche che riconoscano il lavoro di cura, che redistribuiscano il carico genitoriale e che non penalizzino chi sceglie di avere figli.
Sin dai tempi più remoti, l’essere umano si è trovato di fronte alla necessità di distinguere: questo è tale, quello è tal’altro. Ha cercato di dare un nome alle cose, di separarle, di misurarle, di definirle nei loro tratti distintivi. E così ha costruito una realtà fatta di dualismi. Secondo la logica del razionalismo occidentale, se due cose sono diverse, non possono essere la stessa cosa. La ragione non tollera che l’opposto sia anche l’identico. Ma altrove, nella sapienza orientale, si è tracciata una via diversa: quella che intuisce che le cose, pur apparendo distinte, sono in fondo espressione della stessa unità insondabile. Il “tale” e il “tal’altro” sono solo manifestazioni superficiali di un’unica realtà profonda. Differiscononelle forme, ma non nella sostanza. E a quell’unità, prima o poi, tutto ritorna. Eranos (1) — la corrente culturale e spirituale che ha riunito pensatori come Carl Gustav Jung, Henry Corbin, Mircea Eliade — non si schiera né da una parte né dall’altra. Non afferma una verità assoluta e non nega l’altra. Eranos cerca di comprendere entrambe le visioni del mondo, creando uno spazio in cui l’opposizione diventa relazione, e la differenza, dialogo. Propone un Immaginario Simbolico che si muove tra il conscio e l’inconscio, tra l’intelletto e l’intuizione, tra il visibile e l’invisibile. È attraverso il simbolo che questa alleanza può avvenire. Il simbolo è ponte, è relazione vivente tra gli opposti. E il linguaggio che lo esprime è quello dell’arte, della musica, della mitologia. Non è un linguaggio dogmatico, ma un linguaggio mitico, relazionale, che scrive la realtà dentro un contesto significativo. Il senso della vita sta nella relazione, nella partecipazione, nella comunione. Questo è il cuore del pensiero di Eranos. Tuttavia, oggi viviamo un’epoca di frattura profonda. Le relazioni umane, soprattutto quelle tradizionali e le dinamiche tra donne, sono attraversate da una crisi che non è solo sociale o affettiva, ma simbolica, archetipica. Si è perso il senso del “mettere in relazione”. Il gesto del mediare — quella sapienza antica del fare da ponte tra differenze, tra corpo e anima, tra spirito e materia — si sta dissolvendo. E con esso, la rete simbolica che dava senso all’esperienza umana si disgrega. Il pensiero dell’Unus Mundus, centrale nella visione junghiana, rappresenta un invito a ricostruire l’unità perduta. Un mondo unificato, in cui l’anima e il corpo, il maschile e il femminile, il pensiero e l’emozione, non siano in opposizione, ma in tensione creativa. Ma la cultura contemporanea sembra invece precipitata in un dualismo sterile, dominato da una visione patriarcale e mascolina fatta di controllo, gerarchia, dominio. In questa frattura, il femminile — inteso non solo come identità biologica ma come principio archetipico — è stato marginalizzato, rimosso, persino dalle donne stesse. Il patriarcato non è più soltanto un sistema esterno: è diventato un habitus mentale, un codice interiorizzato. Oggi molte donne, nel raggiungere ruoli di potere, finiscono col riprodurre modelli maschili, dimenticando la fatica del corpo, la ciclicità del sentire, la potenza della maternità psichica, la responsabilità di tenere uno spazio per le altre donne. L’archetipo della Magna Mater, figura ancestrale del femminile generativo, guida di civiltà e custode dei ritmi della vita, è oggi silenziato. Ma non dagli uomini: è dimenticato in primis dalle donne, che, nella competizione reciproca, si escludono dalla propria sorgente archetipica. La cultura attuale esalta modelli di potere neutri o androgini, che in realtà portano a una virilizzazione delle donne, non all’integrazione del femminile. Questo squilibrio genera una società che non sa più riconoscere il valore del femminile nella maturazione maschile. L’uomo non può completarsi senza l’incontro con la propria Anima, con il femminile interno e con donne reali capaci di incarnare qualità relazionali, ricettive, accoglienti. Ma queste qualità, oggi, vengono svalutate o associate alla debolezza. Da qui emerge la necessità di una ermeneutica simbolica, come quella proposta da Eranos: una lettura della realtà che vada oltre la superficie e penetri nei livelli più profondi della psiche collettiva. Le crisi relazionali, le guerre tra i sessi, la frammentazione della coscienza non sono che sintomi di una scissione radicale: quella tra i poli dell’esistenza. Maschile e femminile, spirito e corpo, logos ed eros, non comunicano più. Eppure, senza il principio maternale, non c’è rigenerazione. Non solo maternità biologica, ma cura, accoglienza, presenza relazionale, tempo dato all’altro. Il femminile è ciò che unisce, che tiene insieme, che guarisce la ferita della separazione. Ma per restaurarlo serve un lavoro profondo: simbolico, interiore, politico. Occorre restituire dignità alla cura, valore alla vulnerabilità, rispetto all’altro. Rompere la fascinazione per il potere come dominio e riscoprirlo come servizio, custodia, responsabilità. Solo così potremo iniziare a risanare la frattura dell’umano, a ricostruire i ponti tra i poli dell’esistenza, e a ritrovare, come ci insegna Eranos, quel Unus Mundus in cui tutto è connesso e nulla è privo di senso.
1)In greco antico, “Eranos” (ἔρανος) significa “banchetto” o “convivio”, un evento nel quale i commensali contribuiscono liberamente portando cibo, bevande o denaro. Questo termine ha anche un significato più ampio, riferendosi a un luogo di incontro e scambio culturale. Il termine è stato adottato per definire il luogo di incontro e scambio culturale di Eranos fondato ad Ascona nel 1933, che si poneva come un punto di incontro tra Oriente e Occidente. Eranos indica anche il movimento intellettuale e culturale sviluppatosi a Basilea, in Svizzera, attorno alla figura di Otto Gross e successivamente di altri studiosi, tra cui Carl Jung. La corrente di pensiero Eranos è caratterizzata dall’esplorazione dei temi archetipali, dell’individuo e dei mondi interiori dell’uomo, attraverso l’uso di diverse metodologie scientifiche.
Sono stata chiamata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il 19 gennaio 2018. Una mattina è squillato il mio telefono e la voce gentile del Presidente mi annunciava che aveva preso la decisione di nominare me Senatrice a vita. Mi sono sentita onorata e l’ho ringraziato per questo altissimo riconoscimento che mi ha colta di sorpresa. Davvero, non me lo aspettavo.
Non ho mai fatto politica attiva, mi sento fondamentalmente una nonna. Sono una donna con tanti impegni e molti interessi: la politica era un luogo a cui guardavo con curiosità, con rispetto, ma come cittadina – anche critica – nulla di più. Ecco perché il Presidente mi ha colta di sorpresa. Ma, un momento dopo, ho immediatamente sentito su di me, come è avvenuto spesso nella mia vita, fin da ragazza, la grande responsabilità del compito che mi veniva affidato. Ebbene, il mio pensiero è stato subito quello di onorare questa consegna del Presidente della Repubblica, facendo il mio dovere. Credo che il Presidente Mattarella abbia voluto fare memoria, attraverso la mia persona, dei tanti esseri umani che non ci sono più per la colpa di essere nati. E, con essi, ha voluto rammentare alle coscienze, a mo’ di ammonimento, questo anno, il 2018, in cui ricorre l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali.
Nel ruolo di Senatrice sento fortissimo l’impegno a tentare di portare dentro le stanze della politica quelle voci lontane, e che si allontanano sempre di più dalle nostre vite, fino a rischiare di essere perdute nell’oblio. Le voci di quelle migliaia di italiani della minoranza ebraica che, come me, subirono la violenza e il rifiuto: come cittadini, come esseri umani. Espulsi dalle scuole, dalle professioni, dal cuore degli amici e dalla vita del proprio Paese. Le leggi razziali perpetrarono questo scempio. Fu la persecuzione, la sottrazione di diritti – e, soprattutto, il silenzio nel quale tutto questo avvenne – a preparare la strada alla Shoah. È nell’indifferenza generale che i dittatori compiono i saccheggi più gravi alla dignità dell’uomo.
Il mio impegno, in ogni decisione che prenderò, in ogni proposta di legge che definirò, sarà quello di dare voce a quanti non sono tornati da quello sterminio premeditato: essi non hanno tomba e sono finiti nel vento. Il mio impegno è, ancora, quello che prendo ogni volta con i ragazzi che incontro. Contrastare il razzismo. Tramandare la Memoria. Costruire un mondo di fratellanza e di pace, in piena sintonia con la nostra Costituzione. Non mi dimenticherò dei ragazzi. Non voglio, infatti, trascurare l’impegno che ho preso con loro: testimoniare, raccontare, coltivare la speranza attraverso le loro giovani menti. Le scuole restano il mio luogo del cuore perché è lì che ci sono i miei nipoti ideali. Continuerò, finché avrò le forze, a raccontare loro l’assurdità della Shoah, la pericolosità della predicazione dell’odio. Ma senza rancore. Nel mio impegno nelle scuole e in politica io non porterò mai il rancore e l’odio.
Sono una persona che non dimentica, ma libera dallo spirito di vendetta: la mia libertà
sta nel sentirmi una donna di pace. È questo spirito che mi accompagnerà durante il mandato che mi è stato affidato nel Parlamento del mio Paese.
Un cammino che ho iniziato nel mio primo discorso in Senato con queste parole…
Signor Presidente del Consiglio, colleghi Senatori, prendendo la parola per la prima volta in quest’aula, non posso fare a meno di rivolgere innanzitutto un ringraziamento al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il quale ha deciso di ricordare l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali razziste del 1938, facendo una scelta sorprendente e nominando quale Senatrice a vita una vecchia signora. Una persona tra le pochissime ancora viventi in Italia, che porta sul braccio il numero di Auschwitz e ha il compito, non solo di ricordare, ma anche di dare in qualche modo la parola a coloro che ottant’anni or sono non la ebbero. A quelle migliaia di italiani, quarantamila circa, appartenenti alla piccola minoranza ebraica, che subirono l’umiliazione di essere espulsi dalle scuole, dalle professioni e dalla società, quella persecuzione che preparò la Shoah italiana del 1943-45 e che purtroppo fu un crimine anche italiano, del fascismo italiano. Soprattutto si dovrebbe dare realmente la parola a quei tanti che, a differenza di me, non sono tornati dai campi di sterminio, uccisi per la sola colpa di esser nati. Loro, che non hanno tomba, che sono cenere nel vento. Salvarli dall’oblio non significa soltanto onorare un debito storico verso quei nostri concittadini di allora, ma anche aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano. A non anestetizzare le coscienze, a essere più vigili, più avvertiti della responsabilità che ciascuno di noi ha verso gli altri. In quei campi di sterminio altre minoranze oltre agli ebrei vennero annientate. Tra queste voglio ricordare oggi gli appartenenti alle popolazioni rom e sinti che inizialmente suscitarono la nostra invidia di prigioniere perché nelle loro baracche le famiglie erano lasciate unite. Ma presto all’invidia seguì l’orrore perché una notte furono portati tutti al gas e il giorno dopo in quelle baracche vuote regnava un silenzio spettrale. Per questo mi rifiuto di pensare che oggi la nostra civiltà democratica possa essere sporcata da progetti di leggi speciali contro i popoli nomadi. Se dovesse accadere mi opporrò con tutte le energie che mi restano. Mi accingo a svolgere il mandato di Senatrice ben conscia della mia totale inesperienza politica e confidando molto nella pazienza che tutti loro vorranno usare nei confronti di un’anziana nonna, come sono io. Tenterò di dare un modesto contributo alla attività parlamentare, traendo ispirazione da ciò che ho imparato. Ho conosciuto la condizione di clandestina e di richiedente asilo, ho conosciuto il carcere, ho conosciuto il lavoro operaio, essendo stata manodopera schiava minorile in una fabbrica satellite del campo di sterminio. Non avendo mai avuto appartenenze di partito, svolgerò la mia attività di Senatrice senza legami di schieramento politico e rispondendo solo alla mia coscienza. Una sola obbedienza mi guiderà: la fedeltà ai vitali principi e ai programmi avanzatissimi, ancora in larga parte inattuati, dettati dalla Costituzione Repubblicana. Con questo spirito ritengo che la scelta più coerente con le motivazioni della mia nomina a Senatrice a vita sia quella di optare oggi per un voto di astensione sulla fiducia al governo. Valuterò volta per volta le proposte e le scelte del governo senza alcun pregiudizio e mi schiererò pensando all’interesse del popolo italiano e tenendo fede ai valori che mi hanno guidato tutta la vita.
Liliana Segre, Intervento del 5 giugno 2018
Liliana Segre è presidente della Commissione per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza istituita in Italia nel 2020.
La stella con la scritta Jude (“ebreo”) che veniva cucita sulla divisa del lager.
Un’immagine dell’installazione “Shalechet” (“foglie cadute”) che si trova nel Museo ebraico di Berlino, progettato dall’architetto polacco Daniel Libeskind, appartenente a una famiglia ebrea decimata dalla Shoah. I volti in metallo che coprono il pavimento stridono e producono un rumore insopportabile quando il visitatore ci cammina sopra.
E’ difficile scrivere un articolo intelligente sui premi letterari, è come dissertare sugli incentivi alla migliore performance aziendale. Individuare i meriti oggettivi è impossibile, nessun datore di lavoro è onnisciente, decide in base alla propria visione e i premi puntualmente producono una spaccatura; un premiato gongolante da un lato e una pletora di dipendenti immusoniti all’altro capo.
E’ recente la proclamazione di Vivian Lamarque vincitrice della prima edizione del premio Strega-poesia, l’attribuzione del Nobel per la letteratura a Jon Fosse, e, guardando all’ambiente letterario “social” più vicino, quasi in sincronia sono stati resi noti gli esiti dei premi: Lorenzo Montano, Un monte di poesia e Guido Gozzano. La prima considerazione che mi è venuta alla mente è che quest’anno c’è stato un singolare sovrapporsi contemporaneo di proclamazioni. Frutti autunnali che maturano come l’uva. Non so se ciò sia avvenuto casualmente o sia stata una scelta strategica per produrre il risultato di inondare il “mercato” d’informazioni, cioè sollevare onda su onda e spiaggiare le possibili critiche subito superate dalla notizia successiva.
Per lo Strega, mi pare che la premiazione della poetessa Vivian Lamarque abbia accontentato un po’ tutti, condivisibile la scelta della giuria, già da molti preconizzata. E’ un genere poetico apparentemente leggero, con punte di profondità che fanno pensare, con sottofondo di ironia che fa sorridere. Una poesia che solletica e consola, paziente, acuta, bonaria. Il titolo della raccolta “L’amore da vecchia” strizza l’occhio alla narrazione biografica e autoironica, affine, quanto meno in spirito (meno nella forma) a quella di Wislawa Szymborska, premio Nobel 1996. Mi sembra perciò di poter dire che nell’ultimo trentennio sia più apprezzata la poesia gradevole, accattivante, che tenta di essere popolare e distrae dalla pesantezza dell’essere.
Singolare, inconsapevole e perciò in un certo senso poetico il contrasto inscenato sul palco della serata finale tra le figure di premiata e conduttrice. Tra l’outifit della poetessa, semplice e comodo, nient’affatto appariscente dai capelli alla punta delle scarpe in tutta la sua statura piccoletta, in confronto a Ema Stokholma, la presentatrice francese, figura chilometrica, con erre moscia roteante, outfit geometrico elegante, capelli sbarazzini sul capo svettante a vertiginose altezze. Il contrasto era talmente spudorato da essere ironico, quasi corollario alla poesia della Lamarque.
La critica accademica non è entusiasta di questa scelta, l’eco è giunto nella serata di premiazione per bocca della stessa vincitrice che ha riportato l’appunto di puerilità rivolto alla sua poesia. Dal mio canto invece chiedo quale spessore critico abbia l’autrice, i saggi e gli approfondimenti, quanti libri abbia letto e quante poesie d’altri, domande che non hanno il fine di denigrare o screditare ma capire quanto le dinamiche della creazione dialoghino con una riconosciuta profondità critico-letteraria, ampia conoscenza della produzione poetica nostrana/internazionale oppure se ne prescindano, come si miscelano le due attitudini poetico/critica in ogni poeta di successo conclamato. Pongo il dubbio, ma conosco già la risposta, e non sta nella qualità della poesia in sé, né nelle doti dell’autore, né tantomeno nella sua preparazione letteraria o brillante lavoro critico e propedeutico. Il mistero alchemico si risolve in tre vocaboli: consenso, potere, business. Collante tra tutti il colpo di fortuna.
Sul palcoscenico la Lamarque s’è detta fortunata di ricevere il premio in vita, mentre altri poeti ricevono il riconoscimento dopo la loro morte. Considerazione che fa centro in due direzioni. Da un lato perché il premio Strega storico di narrativa quest’anno è stato attribuito postumo, dall’altro perché di frequente accade con la poesia che se ne comprenda pienamente valore e spessore solo dopo che gli autori sono morti, quando cioè non sono più loro stessi a recare testimonianza del proprio dire, ma all’inverso è il proprio dire che dà testimonianza di qualcosa d’importante scritto in vita. Cioè qualcosa che con la morte non può proseguire e che avvertiamo come una perdita. Notoriamente infatti i poeti dopo morti non scrivono più. Qualcuno ha notato che la vittoria della Lamarque è stata scarsamente celebrata dai poeti social. Spiego il fenomeno con la funzione preminente assunta dal social postpandemico nell’ambiente letterario, specificatamente tra i poeti e scrittori. Esso ad alcuni serve quasi totalmente a promuovere parossisticamente e ossessivamente solo se stessi. Una sorta di implosione dell’ego. L’altra ragione, ma è un’illazione – potrebbe essere l’effetto “premio aziendale” (vedi sopra al primo capoverso). Alla fin fine tutti vorremmo essere uno strega.
Degli altri premi: Montano, Un monte di poesia e Guido Gozzano ho notato l’avanzare di nomi per me nuovi in posizioni di pole position. Da anni ho tanti poeti tra i contatti premiati in passate edizioni e in ciò vedevo una sorta di consacrazione del loro essere poeti di successo. Quest’anno invece leggo tanti nomi non noti e non mi pare siano tutti giovani esordienti. Il fenomeno è interessante. Sembrerebbe una sorta di cambio delle guardia o un accantonamento del pregresso. Forse i miei contatti non scrivono più consapevoli della vanità di ogni cosa? Partecipano, ma le loro opere non vengono prese in considerazione? Scrivono ma in un modo che non intercetta le coordinate della specifica commissione? Non partecipano per la scontentezza dei piazzamenti pregressi? Anche qui: tutti vorremmo essere uno strega?
Ognuno nel partecipare a un premio si atteggia con lo spirito che più gli si addice e che muta nel tempo. C’è chi partecipa perché mira al premio in denaro, chi per ricevere un riconoscimento della propria scrittura, dubbioso che essa abbia un valore, chi per aumentare il proprio prestigio personale arricchendo il medagliere, chi per farsi leggere (taluno peraltro dubita che i giurati lo facciano veramente), chi perché frequenta la cerchia letteraria che lo gestisce, e la sostiene, non solo con la quota di partecipazione, ma alimentando la provvista di opere, chi perché apprezza l’operato culturale dell’organizzazione…
Lessi tempo fa a proposito dei premi la considerazione espressa da un professore universitario che ha fatto parte di molte giurie letterarie e che trovo pienamente condivisibile. Nell’ambito di commissioni valutatrici i premi e gli stessi riconoscimenti attribuiti non sono corrispondenti soltanto al valore del valutato o qualità del suo lavoro, ma rispondono a logiche interne (e, probabilmente, anche a pressioni esterne) che muovono il piazzamento verso l’alto o verso il basso o addirittura escludono il candidato, lo sacrificano alle logiche del gruppo. Peso, autorevolezza di uno dei membri in commissione ad esempio. Per spiegare meglio ai profani cosa significhi logica in modo alternativo e terra terra racconto un aneddoto. Molti anni fa, desiderosa di un migliore incarico di lavoro, una collega in gamba si rivolse a un dirigente che faceva grandemente affidamento su di lei e la stimava, egli, per suo conto, sondò il terreno delle possibilità presso i vertici aziendali. L’esito negativo delle consultazioni fu riferito all’interessata condensato in una frase: “E’ che lei non la conosce nessuno”. Una simile motivazione estemporanea potrebbe rientrare nella logica sotterranea delle valutazioni dei premi. Un’ altra non troppo distante dalla precedente, ma in senso opposto è che non si può escludere/scontentare il “pezzo grosso” (autore-editore), per quanto magari il suo lavoro/prodotto non brilli più di tanto o più di altri. Sono tutte, s’intende, esemplificazioni. Va da sé che logica e qualità non sempre vanno a braccetto e le giurie cercano di fare del loro meglio perché non sia troppo evidente.
E quindi essere escluso non significa che il lavoro proposto non abbia un valore tale che avrebbe potuto avere un riconoscimento (difficilmente il primo premio), essere vincitore non significa che altri, collocatisi in posizioni sottostanti, non fossero maggiormente meritevoli. Per chi sta nel mezzo tra questi estremi un più confacente posizionamento poteva essere verso l’alto o viceversa più giù nella “graduatoria”. Possibili rimedi: inserirsi nelle giurie cercando di fare di meglio, creare il proprio premietto condominiale e tentare di farlo divenire storico tra quarant’anni, non partecipare in alcun ruolo. Rimedio quest’ultimo che sottrae alla logica dei premi, gli altri due invece vi si tuffano dentro. Dimenticavo di dire che i concorsi letterari sono specchio di un mondo competitivo, su quanto questo sia criticabile e su come sarebbe meglio funzionasse il mondo in modo alternativo ci sarebbe da scrivere trattati.
Spendo, in una breve digressione, due parole sull’argomento quota di partecipazione, che delineano l’id quod plerumque accidit, memore di aver letto on line di non partecipare a premi letterari in cui si paga una quota di iscrizione perchè non sono seri. A mio avviso non corrisponde al vero, per quanto quelli gratuiti siano comprensibilmente più attraenti. Un’organizzazione che sia strutturata giuridicamente e opera sostiene delle spese, dunque, se è tale e chiede quota di partecipazione, è per sostenere le spese (dal fracobollo alla luce elettrica, al commercialista ecc.). Se il premio è prestigioso e non chiede quota di iscrizione è perchè si autofinanzia ad esempio è una fondazione ben gestita (conta cioè su un capitale iniziale generosamente concesso, generalmente per disposizione di morte e lo fa fruttare) oppure è supportata da finanziatori che ovviamente decidono tutto, per es.casa editrice. Se invece l’organizzazione non è strutturata e chiede una quota di partecipazione lo fa per sostenere le spese compresa la provvista per corrispondere un premio in denaro, se previsto, se invece non chiede contributi è praticamente certo che qualcuno dei gestori sta mettendo mano al portafoglio personale e spende di suo, anche solo nel senso di lavorare tanto e gratuitamente.
In conclusione, appunto perché si sa che la logica dei premi è un concorso di fattori/visioni/aggregazione, più simile ai processi di votazione parlamentare o condominiale che alla conta matematica delle risposte nei test di un concorso, occorre sempre comprendere che il risultato è l’esito di un bilanciamento di opposti e convergenti fattori e, pertanto, da accettare per quello che è. In altri termini occorre partecipare senza eccessive aspettative. Se è andata male e la delusione brucia – la delusione del resto è un sentimento incontrollabile come l’amore, come l’invidia – allora, per dimenticare in fretta, tornare al tornio, le mani sull’argilla, fare i vasari. Cantare.
Parafrasando il titolo di una rubrica di RAI Radio3 “tutta la città ne parla” potremmo dire dello spot di Esselunga “tutta l’Italia ne parla”. Se l’obiettivo di una pubblicità è diventare virale perché si nomini il più possibile il marchio pubblicizzato, bisogna riconoscere che è stato un successone. La domanda interessante però è perché ha colpito tanto? Se una breve narrazione sceneggiata diventa oggetto di discussione evidentemente contiene un messaggio che fa centro, si presta a letture diverse, ma soprattutto mette in moto le sovrastrutture mentali di ciascuno, solletica le esperienze e le memorie personali, provoca una reazione. Gli aggettivi si sprecano: sessista, antifemminista, moralista oppure all’opposto commovente, tenero, delicato.
La spot è girato molto bene, ben recitato, tempi giusti, giuste inquadrature. La mamma perde momentaneamente al supermercato Emma, la sua bambina, la cerca con ansia e finalmente la trova al banco ortofrutta incantata davanti a una splendida pesca, che, immaginando la desideri, per accontentarla le compra. Subito dopo le si vede a casa che giocano, poi si sente il citofono. È il padre che è venuto a prendere la bimba. La madre chiama Emma perché scenda da papà e la piccola prende lo zainetto nel quale non dimentica di infilare la pesca. Nell’ingresso madre e figlia si abbracciano, si abbracciano nell’androne padre e figlia, poi entrano in macchina e la piccola porgendo la pesca al papà scandisce con la sua voce fina fina “Questa te la manda la mamma”. La mamma li guarda da dietro i vetri, il papà risponde “Me la manda la mamma? Bene a me piacciono le pesche, chiamerò la mamma per ringraziarla” occhiata verso il balcone dal quale la mamma li guardava fino a un attimo prima. Slogan: “Non c’è una spesa che non sia importante”.
Fine dello spot.
Rilasciato da pochi giorni sui canali televisivi e visibile anche su youtube lo spot ha scatenato il web. Ironia a profusione, interpretazioni, critiche, demolizione, difesa, esaltazione.
Mi sovviene che sugli schermi non molto tempo fa hanno proposto ripetutamente pubblicità con coppie omologhe senza che ciò – mi pare – scatenasse altrettanto “entusiasmo”. Forse che la “separazione” e il “divorzio”, cioè gli istituti giuridici con i quali si pone fine a un’unione, non possono essere lo “scenario” sociale di riferimento? Essi scatenano un effetto così “drammatico” sulla psiche? Probabilmente la differenza è che lo spot spiazza, in quanto osa mettere in scena la “parte debole” del rapporto o, se preferite, l’effetto collaterale inevitabile di un divorzio e cioè l’infelicità dei figli. Certo soffrono non meno i genitori, solo che questi ultimi sono gli artefici degli eventi, i figli invece sono gli “innocenti” coinvolti dalle decisioni altrui che subiscono il trauma familiare.
Insisto volutamente sulla parola famiglia perché essa rappresenta l’unità sociale elementare costituita non su basi autoritarie, sovrane, governative, bensì su basi consensuali e biologiche, tant’è che essa esiste dai primordi dell’umanità. È costituita da un uomo una donna che si uniscono per generare e poi mantengono l’unione per allevare, proteggere, educare i figli. Ora non è che lo scioglimento del matrimonio fa venire meno la famiglia. Essa esiste ancora. E tutta le normativa sullo scioglimento del matrimonio è “impregnata” dal concetto di tutela della famiglia. Il che sembrerebbe una contraddizione, visto che una coppia si sta sciogliendo, ma solo apparentemente perché il matrimonio – che è sostanzialmente un accordo – non è con i figli è tra i coniugi ed è questo contratto che si scioglie, se ci sono figli, la famiglia invece persiste nella sua funzione tipica. Premesso ciò appare infondata l’accusa di moralismo dello spot, in quanto moralista semmai è la famiglia perfetta dove i matrimoni non si sciolgono, anzi sono solidi come una roccia e tutti stanno a tavola a colazione la mattina mentre gira la ruota del mulino, la farina si spolvera sul tavolo di legno da tremilacinquecento euro, al centro del loft con i soffitti a chilometri di distanza, la luce entra quasi miracolosa dalle finestre altissime, le gocce di cioccolato danzano la rumba e le brioche si tuffano nel latte in costumino.
La madre del nostro spot perde la figlia al supermercato. La bambina, intenta ad architettare la sua strategia, sfugge al controllo materno. Lo smarrimento del pargolo tuttavia appartiene alla memoria di ogni madre, non c’è genitore che, anche se per pochi secondi, non lo abbia sperimentato, il che contribuisce all’immedesimazione e crea anche una certa suspance. C’è chi vi ha visto invece una scarsa capacità materna. Per quanto sopra l’illazione resta tale. Ciò che voglio dire più in generale è che lo spot non può dirsi antifemminista perché le donne non sono messe in cattiva luce, né rappresentate come assoggettate al patriarcato o sottomesse. Tra l’altro vi sono fotogrammi dove madre e figlia giocano allegramente, quindi la mamma è una brava mamma, come tante. La bimba invece è una futura donna, che già però dimostra intraprendenza e inventiva, attuando un piccolo inganno a fin di bene. E’ palese la nostalgia della quale soffre pensando a quando erano una famiglia unita. Guardando la pesca ha l’illuminazione, cioè usarla per trait d’union tra mamma e papà. Ora noi non sappiamo se i genitori si parlino o meno, se sono risentiti l’uno con l’altro, se quindi la strategia della piccola è vincente nel senso di riuscire a collegare nuovamente ciò che non comunica. Certo auspicare una riconciliazione grazie a una pesca sarebbe farsi i film, ma chissà…da cosa nasce cosa…Suggerirei un sequel.
Infine, sempre contro l’argomentazione del moralismo, la piccola nel porgere il frutto al padre pronuncia senza dubbio una bugia violando uno dei dieci comandamenti: “non mentire”. Dubito che molti lo conoscano, giacché mentire è una prassi diffusa, ma quelli che lo ricordano, sanno anche che una piccola bugia detta a fin di bene e/o detta da un bambino è scusabile. Quindi è benedetta la pesca galeotta.
Si è così tanto parlato di questa faccenda che sono intervenuti anche organi politici di vertice per dire la loro a favore dello spot trovandolo tenero, commovente e pro famiglia, quest’ultima, come sappiamo, è tra gli argomenti più caldi a destra e a manca, sia nel senso tradizionale di famiglia biologica, sia da intendersi come convivenza stabile e consensuale in senso lato.Tra le ultime che ho sentito al riguardo è che personaggi di governo ne parlano per l’effetto red harring, cioè falsa pista per distrarre dai problemi più gravi della nazione, dal che mi sono sentita in dovere di parlarne io che non ho sulle spalle i problemi della nazione e m’interessa analizzare i fenomeni virali per comprendere la società.
A mio avviso, vista la marea crescente di coppie separate/divorziate che abita il Paese, lo spot ha giusto messo loro il dito nella piaga, cioè ha focalizzato l’attenzione sulla bimba che ne è la vera protagonista, ha messo in luce la sua tristezza, che è poi la malinconia di tutti figli di genitori separati, il suo desiderio di riunire la famiglia, il suo spirito di iniziativa, la sua piccola “importante” spesa, ma nel contempo e proprio perciò ha messo a disagio, rinfocolando il senso di colpa che attanaglia i genitori separati/divorziati per aver fatto soffrire i figli, cioè gli esseri che amano di più al mondo. Sul senso di colpa posso solo dire che è una brutta bestia, si sviluppa tanto più gigantesco quanto maggiore è la responsabilità di cui ci si sente portatori, è talmente intrecciato al dolore che non si attenua se non si attenua il dolore. E niente…c’è poco da fare, occorre mettere in atto tutte le possibili strategie per attenuare gli effetti di ogni cosa che fa male. Nel caso specifico magari…cambiare canale?
Il web si è scatenato con un’ironia selvaggia, divertente, truce o pensosa. Riporto tra tutti, il meme che, a mio avviso, coglie appieno la realtà non buonista del fenomeno.
Il 25 aprile 1945 il CLNAI ordina l’insurrezione generale, durante la quale i partigiani affluiscono nelle città , si uniscono ai combattenti locali e liberano il Nord Italia (tratto da qui)
Il manifesto dell’ANPI per il 25 aprile 2021, realizzato da Lucamaleonte
La chiusa angoscia delle notti, il pianto delle mamme annerite sulla neve accanto ai figli uccisi, l’ululato nel vento, nelle tenebre, dei lupi assediati con la propria strage, la speranza che dentro ci svegliava oltre l’orrore le parole udite dalla bocca fermissima dei morti “liberate l’Italia, Curiel vuole essere avvolto nella sua bandiera”: tutto quel giorno ruppe nella vita con la piena del sangue, nell’azzurro il rosso palpitò come una gola. E fummo vivi, insorti con il taglio ridente della bocca, pieni gli occhi piena la mano nel suo pugno: il cuore d’improvviso ci apparve in mezzo al petto.
Quest’anno il blog Limina mundi celebra l’otto marzo riportando alcuni significativi accadimenti che riguardano o hanno riguardato le donne e facendo infine riferimento ad alcune figure femminili rappresentative.
(Le scritte in colore bordeaux contengono link da cui sono tratti i frammenti riportati in grassetto o virgolettati)
Una combattente ha dichiarato: “Dobbiamo controllare l’area da soli senza bisogno di dipendere [dal governo]… Non possono proteggerci dall’ISIS, dobbiamo proteggerci da soli [e] difendere tutti… senza tenere conto della loro razza e della loro religione
Addio ad Antonietta Patrone, infermiera in prima linea al Cardarelli di Napoli, uccisa dal virus, ennesima vittima di una lista che si allunga inesorabilmente
Clara Ceccarelliuccisa il 19 febbraio del 2021 dal suo ex compagno con 110 coltellate, si era già pagata il funerale pochi giorni prima. E’ la nona vittima di femminicidio dall’inizio dell’anno 2021.
Somalia: la lapidazione viene effettuata nei territori controllati dalle forze delle corti islamiche. Nell’ottobre 2008 una ragazza tredicenne viene lapidata nello stadio di Chisimaio di fronte a 1000 persone, dopo aver suppostamente confessato e richiesto la pena ad una corte islamica. Pare che la ragazza fosse invece stata arrestata dopo aver denunciato uno stupro, e quindi consegnata alla corte.
Le ragazze del radio (in inglese: Radium Girls) furono un gruppo di operaie che subirono un grave avvelenamento da radiazioni di radio, contenuto nella vernice radioluminescente utilizzata come pittura per quadranti nella fabbrica di orologi della United States Radium Corporation nella cittadina di Orange, nel New Jersey (Stati Uniti), intorno al 1917…
Era il 25 marzo del 1911 e cinquecento ragazze e donne giovani (tra i 15 e i 25 anni), più un centinaio di uomini, stavano lavorando in un palazzone di Washington Place a New York. La fabbrica di camicie si chiamava “Triangle Waist Company” e occupava gli ultimi tre piani dell’edificio.
«La folla da sotto urlava: “Non saltare!”», scrisse il New York Times. «Ma le alternative erano solo due: saltare o morire bruciati. E hanno cominciato a cadere i corpi». Tanti che «i pompieri non potevano avvicinarsi con i mezzi perché nella strada c’erano mucchi di cadaveri». «Qualcuno pensò di tendere delle reti per raccogliere i corpi che cadevano dall’alto», scrisse il Daily, «ma queste furono subito strappate dalla violenza di questa macabra grandinata. In pochi istanti sul pavimento caddero in piramide orrenda, cadaveri di trenta o quaranta impiegate alla confezione delle bleuses». «A una finestra del nono piano vedemmo apparire un uomo e una donna. Ella baciò l’uomo che poi la lanciò nel vuoto e la seguì immediatamente». «Due bambine, due sorelle, precipitarono prese per la mano; vennero separate durante il volo ma raggiunsero il pavimento nello stesso istante, entrambe morte».
Danneggiano in modo permanente i corpi delle ragazze, infliggendo dolore lancinante, traumi emotivi, complicazioni potenzialmente mortali durante la gravidanza, il lavoro e il parto. Sono le Mutilazioni Genitali Femminili.
La violenza sessuale è un delitto commesso da chi usa in modo illecito la propria forza, la propria autorità o un mezzo di sopraffazione costringendo con atti, prevaricazione o minaccia (esplicita o implicita) a compiere o a subire atti sessuali contro la propria volontà.
Negli Stati più tradizionalisti e in quelli che mirano alla reintroduzione a pieno titolo della sharīa, dove le norme del Corano sono interpretate e applicate in maniera più rigida e rigorosa, le donne non vivono una situazione egualitaria in termini di libertà, e sono considerate a un livello inferiore rispetto all’uomo.
In tutti i paesi del mondo e nella maggior parte dei settori lavorativi, le donne sono ancora pagate meno degli uomini. Questo divario retributivo continua a rappresentare una delle ingiustizie sociali più diffuse a livello globale.
A finire in manicomio infatti erano quelle donne che non si adeguavano alla morale del tempo, spesso vittime di un trauma o di un abuso sessuale. Loquace, euforica, lasciva, smorfiosa, impertinente, piacente… questi erano gli aggettivi atti a descrivere la sintomatologia delle donne che venivano rinchiuse nei manicomi.
Il diritto di voto alle donne fu introdotto nella legislazione internazionale nel 1948 quando le Nazioni Unite adottarono la Dichiarazione universale dei diritti umani.
Fu figura-simbolo del movimento per i diritti civili, divenuta famosa per aver rifiutato nel 1955 di cedere il posto su un autobus a un bianco, dando così origine al boicottaggio dei bus a Montgomery. Nove mesi prima anche Claudette Colvin fu protagonista di un episodio analogo, che non ebbe uguale risonanza mediatica.
E’ la prima donna italiana a rifiutare il matrimonio riparatore. Diviene simbolo della crescita civile dell’Italia nel secondo dopoguerra e dell’emancipazione delle donne italiane.
Dell’importanza socio-politica della lingua ci si è resi conto da qualche tempo: solo nell’ultimo ventennio tuttavia, con il risveglio della coscienza femminista, con il moltiplicarsi di studi e approfondimenti sulla differenza di genere, si è cominciata ad acquisire consapevolezza di quanto e come la nostra lingua sia ricca di forme sessiste, che rispecchiano radicati valori patriarcali. Ciascuno di noi crede di poter controllare e manipolare la lingua secondo i propri bisogni e i propri scopi mentre è la lingua stessa che spesso ci parla, ci condiziona e produce effetti discriminatori e riduttivi nei confronti delle donne perché spinge a utilizzare lessemi, formule, immagini stereotipate. Diversi sono gli aspetti di problematicità che emergono nel corso del discorso.
Secondo la teoria elaborata nei primi del Novecento da Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf, il linguaggio influenza il pensiero e la nostra percezione della realtà. Questo modello ha preso il nome di “relativismo linguistico” a rilevare come il pensiero divenga “debole” in relazione alle possibilità “forti” che assume la competenza lessicale. La lingua rispecchia la società e la cultura in cui siamo immersi, ordina la realtà, la forma e la modella determinando e caratterizzando il modo di pensare comune: data la sua natura convenzionale, è facile dare per scontato il consenso al codice. Tra l’uomo e la realtà non c’è contatto diretto ma tutta una mediazione simbolica costituita da categorie percettive e concettuali, rappresentate appunto dalla lingua, dal mito, dalla religione, dall’arte; tale mediazione condiziona e guida la nostra visione della realtà, non a caso Cassirer aveva definito l’uomo “animale simbolico”. Recenti studi sui processi cognitivi hanno dimostrato che il nostro cervello pensi attraverso etichette linguistiche: anche quando non c’è chiesto di nominare gli oggetti, immediatamente dopo l’attivazione di aree cerebrali preposte alla visione, si attivano quelle preposte al linguaggio; di conseguenza elaboriamo pensieri e ricordi per mezzo del linguaggio verbale. La lingua segue di pari passo l’evoluzione della società, è un sistema di segni e regole che si trasformano nel tempo, essendo “una sovrastruttura, che nasce esclusivamente attraverso un processo naturale di sedimentazione a ritmo lentissimo…” [Devoto] Fino a un secolo fa affinché un neologismo si affermasse, occorrevano tempi lunghi, nella società odierna invece é sufficiente un gruppo di trasmissioni televisive perché s’impongano in breve tempo diverse novità linguistiche. La lingua italiana presenta un alto grado di androcentrismo: tutto il patrimonio linguistico è organizzato intorno all’uomo. Sembrerebbe che in primo luogo sia avvenuta la cancellazione del femminile, poi la strutturazione secondo modelli che si riferiscono al maschile, successivamente la reintroduzione del femminile come variante. Si tratta di uno dei tanti condizionamenti che la donna ha dovuto tollerare per secoli. Per rendersene conto basta leggere i saggi della De Beauvoir, della Greer, dell’italiana Elena Gianini Belotti, che, nel 1970 scrisse il saggio “Dalla parte delle bambine” edito da Feltrinelli, sul condizionamento operato dalla scuola, dalla famiglia e dal contesto sociale sulle bambine. Il maschile assume i connotati di razionalità e concentrazione, il femminile diventa simbolo d’irrazionalità ed emotività, caratteristiche che ostacolano la conoscenza. Ne consegue la sua svalutazione. Anche nella costruzione della propria soggettività le bambine si sottovalutano mentre l’autostima da parte dei bambini appare esagerata. La stessa identificazione di genere e di conseguenza anche la scelta di giochi e giocattoli avvengono nell’età compresa tra i 2 e i 12 anni. In Francia il dibattito sulla questione di genere applicata alla lingua è talmente acceso e sentito che il ministro dell’Istruzione Vincent Peillon e la ministra dei Diritti delle donne Najat Vallaud Belkacem hanno ideato un programma scolastico contro il sessismo, Abcd de l’égalité, destinato alle scuole del primo ciclo. Linguisti e studiosi della lingua affermano che il genere grammaticale e il sesso non andrebbero confusi ma è innegabile che le parole riferite a uomini siano di genere maschile mentre quelle riferite a donne siano di genere femminile tranne che per poche rare eccezioni (es. la sentinella). Ora la dicotomia maschile/femminile è ovvia e necessaria; il problema però è che tale dicotomia non divide il mondo in due zone di pari poteri e importanza, mediante forme linguistiche stereotipate si rafforza la posizione di potere dell’uomo e la subalternità della donna nella società. Nelle coppie oppositive uomini e donne, ragazzi e ragazze, fratelli e sorelle, avviene sempre la precedenza del maschile affermandone la preminenza linguistica, un po’ come nei contrari il buono e il cattivo, il bello e il brutto, il vero e il falso, ecc. Secondo le regole grammaticali, alla presenza di una serie di nomi femminili e maschili, gli aggettivi, i sostantivi, i participi passati si concordano al maschile per assorbimento del femminile, anche quando c’è prevalenza di nomi femminili. Il fondamento androcentrico della lingua si ritrova anche nell’indicare le professioni, con facilità si utilizzano le forme cassiera, cameriera, infermiera, parrucchiera, riferite alle donne ma, nel momento in cui si passa a definire la professionista con laurea, emergono le incertezze e allora le forme ingegnera, prefetta, sindaca appaiono inconsuete e poco credibili, anche perché la presenza femminile in queste funzioni è ancora limitata. Se invece si fa riferimento a termini con il suffisso –essa come professoressa, (attestato per la prima volta nel 1881, nella Sintassi italiana dell’uso moderno di Raffaele Fornaciari) e dottoressa (utilizzato nel sonetto “La mi’ nora” di G.G. Belli del 1834), è evidente che tali resistenze linguistiche sono crollate miseramente e i termini risultano giustamente riscattati. C’è anche chi sostiene che termini come preside, deputato, notaio, ministro indichino ruoli e funzioni senza alcun riferimento di genere. La tesi è accettabile per lingue che non attuano distinzioni morfologiche di genere, non dunque per l’italiano. Il suffisso –trice oggi usato, dà luogo a forme regolari e diffuse come senatrice, direttrice. Il suffisso –tora invece è stato spesso utilizzato per indicare professioni riferibili a una sfera sociale bassa come pastora, fattora. Molte professioniste preferiscono il titolo al maschile per trasmettere maggior rigore e serietà: tale svalorizzazione instaura una relazione psichica di dipendenza dagli uomini. Va evidenziato anche il peso diverso di alcuni aggettivi o sostantivi se riferiti a uomini o a donne. Serio ha un significato diverso rispetto a seria così come onesto/onesta, pubblico/pubblica, ecc. La disimmetria semantica intende più o meno consapevolmente richiamare la volontà di controllo sociale del corpo delle donne e del loro comportamento sessuale. Anche con aggettivi epiceni (uguali al maschile e al femminile), in molti casi, si usa l’articolo maschile quando si tratta di cariche di prestigio (Es.: il Presidente della Camera Laura Boldrini). Talvolta interviene addirittura il modificatore donna anteposto o posposto al nome base (Es.: donna sindaco oppure ministro donna, ecc.) istituendo così altre forme disimmetriche: la donna sindaco deriva infatti dal sintagma «la donna che ha la funzione di sindaco», così come il «sindaco donna» deriva dal sintagma «il sindaco che (però) è donna»; spesso, il modificatore appare ingiustificato perché basterebbe l’articolo a specificare il genere. Altre forme discutibili sono zitella e scapolo; nel linguaggio burocratico si utilizzano rispettivamente nubile e celibe ma, mentre per zitella s’intende una donna nubile, di età avanzata e si usa in senso ironico o dispregiativo, scapolo si utilizza con riferimento agli aspetti più invidiabili della libertà maschile nei rapporti con la donna o con riferimento alla solitudine. Fortunatamente espressioni come “prendere moglie”, “portare all’altare” che ricalcano sempre lo stesso stereotipo, sono ormai anacronistiche. Anche il termine maschile / femminile ha una diversa connotazione: mentre è normale dire “una donna molto femminile”, non lo è allo stesso modo per l’uomo, mai sentito, infatti, “un uomo molto maschile”, semmai virile. Perfino nelle metafore non c’è reversibilità: esiste la “mangiatrice di uomini” ma non “il mangiatore di donne”, allo stesso modo l’espressione “gambe mozzafiato” si usa esclusivamente per la donna. Tra stereotipi e clichés c’è anche il pregiudizio della “piccolezza” della donna, che appare finalizzato a far passare la donna per una creatura fragile e indifesa, bisognosa di una figura maschile che le faccia da protettore. È vero che in molte razze la femmina è più piccola del maschio ma da qui ad estendere questa caratteristica anche agli aspetti intellettuali e morali ne passa. Anche l’abbigliamento femminile è descritto attraverso diminutivi o vezzeggiativi mentre mai si parlerebbe del cappellino o della giacchina di un uomo se non con intenti caricaturali. Grande responsabilità riveste infine la figura dell’insegnante nello sviluppare il senso critico delle nuove generazioni, e del giornalista, protagonista indiscusso del processo di mutamento del patrimonio linguistico, del suo arricchimento o, in alcuni casi, peggioramento. Non a caso, quando i mass media trattano un personaggio femminile, focalizzano l’attenzione sulla femminilità del soggetto anziché sul suo comportamento, positivo o negativo che sia, scatenando sentimenti di diffidenza, poiché occupa un particolare ruolo. Anche nelle interviste la formula prevede sempre domande personali, sulla famiglia, i figli, le relazioni, la difficoltà o meno di conciliare il lavoro con le esigenze familiari. Dopo diversi anni di lotte di emancipazione che hanno senza dubbio inciso sull’assetto sociale e politico, il linguaggio della stampa e la lingua quotidiana non si sono completamente adeguati ai cambiamenti avvenuti. La donna continua a essere la grande “esclusa” dalle pagine dedicate alla politica e all’economia, mentre comincia ad affermarsi in quelle dedicate alla cultura e allo sport; emerge con facilità invece nella copertina e nelle immagini pubblicitarie. Nelle riviste femminili spesso gestite da donne, non solo la donna è finalmente presente ma anche il linguaggio utilizzato non è più patriarcale. Tra i molti cambiamenti linguistici avvenuti in questi anni, diversi sono derivati da una precisa azione socio-politica, l’abolizione ad es. di termini come spazzino, serva, giudeo, negro, è stata accettata e assorbita perché non si vuol essere considerati classisti o razzisti; allo stesso modo si dovrebbe giungere a evitare forme linguistiche discriminatorie per non essere tacciati di sessismo. Tutte le forme sopra suggerite sono anch’esse frutto di un’ideologia dichiarata, non più solo di diritti ma di valori laddove “parità” significhi legittimare la differenza e diventi possibilità concreta di sviluppo e realizzazione per tutti, pur nella diversità.
Giuseppe Gioachino Belli, Tutti i sonetti romaneschi, a cura di Marcello Teodonio, Ed. integrale, Roma, Grandi tascabili economici Newton, 1998, 2 voll.
Commissione Nazionale per la Parità e le pari opportunità tra uomo e donna, Il sessismo nella lingua italiana, a cura di Alma Sabatini, con la collaborazione di Marcella Mariani, Edda Billi, Alda Santangelo, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria, Roma, 1993, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato.
Un dì d’autunno un vomere,
fattosi per lungo ozio rugginoso,
vide il fratel tornarsene
dai campi luminoso,
e domandò curioso:
“Sopra la stessa incudine
fatti, e d’un solo acciaro,
io sono pien di ruggine,
tu sì pulito e chiaro:
chi mai ti fé sì bello?”.
“Il lavoro, fratello”.
Video virale è l’espressione con la quale si definisce un video che, immesso nel web, in poco tempo viene visualizzato da un numero elevato di persone.
Di recente questa sorte è toccata a un video “motivazionale” girato da dipendenti della Banca Intesa San Paolo, capitanati dalla direttrice di una filiale in provincia di Mantova: Katia Ghirardi. A comprova qualche altro video che gira in rete che interpreta diversamente la “motivazionalità”
Il video si avvia con una breve presentazione della protagonista del video, della “squadra” di lavoro e del lavoro svolto nella filiale, prevede anche un breve intervento di ogni impiegato che pronuncia una o due parole e si chiude con una canzoncina cantata dalla stessa Ghirardi a mo’ di slogan “ io ci metto la faccia, ci metto la testa, ci metto il cuore” e l’inquadratura di una torta a forma di cuore, preparata per l’occasione.
Come ho detto sopra, pare si tratti di un video di partecipazione a un contest interno della banca tra video promozionali girati dagli stessi dipendenti, insomma una “festa in famiglia” che avrebbe dovuto restare privata, oppure, se anche resa pubblica, sostanzialmente ignorata, e, invece ha avuto uno sviluppo sorprendente. Si potrebbe persino ipotizzare una strategia pubblicitaria geniale, studiata a tavolino, se non fosse che il video ha troppo il sapore di spontaneità, per quanto non di improvvisazione, anzi, si comprende che c’è una sorta di “sceneggiatura” ed anche di “regia”, da video delle feste di compleanno tuttavia, nulla di professionale. E’ piuttosto simpatica la Ghilardi, sicuramente motivata e decisa, un po’ meno i collaboratori che sembrano vagamente imbarazzati.
Questo video mi ha fatto tornare in mente la vicenda di quello girato a Siracusa nel 2014, in occasione della visita dell’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi, dove alunni delle scuole cantavano una canzoncina di benvenuto e omaggio al Presidente, diretti dagli insegnanti. Anche lì tante critiche a livello provinciale e oltre, passate, giustamente, nel dimenticatoio.
Cosa c’è di “sbagliato” in questi video? Perché diventano virali? Oggetto di battute ironiche, critiche anche feroci da parte del cyberbulli. La risposta è che sono ingenui. Questo è il loro grande difetto: l’eccesso di ingenuità. L’ingenuità non è un sentimento ammissibile in questi tempi smagati. Affidarsi, credere profondamente in qualcosa, entusiasmarsi con dedizione può anche accadere, ma ciò che non bisogna mai fare è dichiararlo pubblicamente con sentimento. Occorre calarsi piuttosto nei clichè per i quali: il datore di lavoro si deve odiare, il Presidente del Consiglio denigrare, la prof. è stronza, i genitori rompono e via discorrendo e soprattutto non manifestare pubblicamente fiducia grata nel “superiore” , come se fosse un eroe, un salvatore, il proprio benefattore. Al più ciò si può fare per l’attore o il cantante famoso. Per loro anche gridolini acuti di emozione ed urla di entusiasmo, svenevolezze varie. Questo non è tempo di canzoncine da “viva viva il direttore” che marcatamente inscenano un atto di omaggio all’autorità, al potere. Questi sono tempi in cui il potere si lusinga diversamente in modo sotteraneo non appariscente, strisciando singolarmente, per ottenerne la benevolenza; ancora meglio, se si ha “merce” di contraccambio, scambiandosi favori. Oserei dire che non è cosa solo di questi tempi. E’ veramente ingenuo credere di potere conquistare qualcosa del potere mettendo in scena senza veli la propria dedizione. Fiducia, dedizione, autenticità sono da mostrare con moderazione, niente picchi di asservimento a rischio di scadere nel patetico. La grande colpa di questo video è mostrare un entusiasmo eccessivo, senza misura, tanto da giungere a far pensare che contenga un fondo di ironia e autoironia. Che poi converrete, già metterci la faccia è tanto, ma anche la testa (soprattutto la testa è molto grave) è esagerare. Nel video si esagera ancora di più, giungendo al sentimentale e mettendoci pure il cuore. Amare il proprio lavoro. Davvero un’enorme colpa. Una colpa grave.
I video che commentano, fanno la parodia o analizzano la vicenda fanno pena ben più del video che vorrebbero commentare. Ne ho visti solo un paio, non ne riporto nessuno e non perdete tempo a guardarli, cercano soltanto di sfruttare la vicenda per ottenere visualizzazioni, inscenando cose di nessun interesse, stile imitazione de “le iene” che già “ienizzano” abbastanza il mondo, senza che occorrano ulteriori scadenti amplificazioni.
L’intervento dei bulli del web è l’aspetto meno gradevole della vicenda. I commenti che accompagnano il video vanno da quelli bonari, spiritosi, ironici dietro ai quali ci sono semplici spettatori curiosi o persone che cavalcano l’onda per un briciolo di visibilità, ai commenti peggiori, aggressivi, offensivi. Analizzare il fenomeno, anche per questi aspetti richiede di far ricorso a sentimenti umani negativi, come invidia, emulazione, odio. Un video che diventa virale si potrebbe definire un video di successo, quanti preparano video per conquistare visualizzazioni, alle quali in certi ambiti sono anche legate forme di compenso che gratificano i migliori. Il video virale balza all’attenzione di moltissimi, riscuotendo proprio quel “successo” che alcuni agognano,. Questo già è sufficiente a scatenare invidia. C’è inoltre che nel web la faccia è nascosta e ciò favorisce l’emersione delle deviazioni: si pensa di poter aggredire verbalmente una persona restando sostanzialmente impuniti. C’è che esiste come piaga il frustrato vendicativo, il portatore di odio. Esistono gruppi di portatori di odio che operano con meccanismi da “branco”, portando in giro per la rete il loro carico di bassezza. Avere un obiettivo su cui scaricarla è una ghiotta occasione, a cui si correla un fenomeno di imitazione e contagio, virale anche quello, nel senso più proprio del termine perché maggiormente si avvicina alla malattia, all’infezione: menti infette che brulicano cattiveria. Questo possibile aspetto negativo della vicenda è stato recentemente messo in luce da Selvaggia Lucarelli. Una donna che balza improvvisamente all’attenzione di tanti, in un successo sgradevole, fastidioso, a volte insostenibile per le persone non avvezze e che diventano inoltre oggetto di aggressione mediatica.
Per concludere, io, al posto di Intesa San Paolo, un pensierino a cavalcare l’onda lo farei, tipo girare uno spot da diffondere sulle reti nazionali, magari proprio lo stesso, proprio con la Ghirardi e gli altri, ma coi controfiocchi, cioè massimamente professionalizzato e galvanizzante. A lei una remunerazione che compensa (in fondo il contest l’ha vinto lei), ai cyberbulli lo scorno, alla Banca l’anima della pubblicità.
Cinquant’anni fa, esattamente il 15 aprile 1967, si spegneva a Roma Antonio De Curtis, in arte Totò, uno dei più grandi attori comici italiani. E’ stato la risposta italiana a Charlot e a Buster Keaton, un attore istrionico, un artista irresistibile e poliedrico, dotato di grande acume e di straordinaria umanità. La morte per lui significò l’inizio di una nuova fase, quella del riconoscimento incondizionato, della scoperta da parte delle nuove generazioni, del pentimento da parte di chi lo aveva criticato definendo totoate i suoi film e lui un clown, un attore improvvisato, scurrile, da quattro soldi, ecc. Pare che Totò abbia sempre sofferto molto per queste critiche infelici, dopo una prima consultava tutte le principali testate alla ricerca di una frase di elogio e di riconoscimento. Spesso la ricerca si rivelava vana, la lettura gli lasciava l’amaro in bocca tanto che era solito dire che “in Italia bisogna morire per essere apprezzati”. E aveva ragione. Il pubblico, per fortuna, incurante dello sprezzante giudizio dei critici, è sempre accorso ad assistere ai suoi spettacoli e ai suoi film. Da anni Totò è addirittura divenuto oggetto di culto, venerato come San Gennaro e pure la cappella gentilizia che fece erigere nel cimitero di Santa Maria del Pianto, nei pressi dell’aeroporto di Capodichino, è divenuta un vero e proprio santuario. La morte lo colpì all’età di 69 anni nella casa romana di via Monti Parioli 4 per un attacco alle coronarie, per lui fu celebrato un triplice funerale: a Roma presso la Chiesa Sant’Eugenio, a Napoli in presenza di 250.000 persone presso la chiesa di Sant’Eligio, ancora a Napoli nel Rione Sanità il 22 maggio. Continua a leggere →
“Siamo brevi, il mondo è sovraffollato di parole”.
Stanislaw Lec
Gli aforismi, dal greco aphorismòs che significa delimitazione, definizione, sono enunciati che esprimono efficacemente un concetto in poche frasi segnando un limite, un confine, non a caso il termine ha la stessa radice della parola “orizzonte”. Caratteristica fondamentale dell’aforisma è la brevità. Nella prosa gli aforismi si configurano come forme brevi simili ad affermazioni e precetti, destinati a essere pubblicati in raccolte o in racconti, romanzi, diari. Al di là dell’ambito letterario gli aforismi possono trovare spazio nei film, nelle pellicole del passato e del presente che hanno fatto epoca: frasi celebri divenute popolari, affermazioni ironiche e divertenti, battute divertenti penetrate nel patrimonio linguistico di intere generazioni.
Ecco un altro Natale a ricordarci d’essere più buoni, ma quest’anno, non meno di altri, la nostra bontà è infetta, nessuno innocente di fronte alla guerra. Di fronte a foto di bambini insanguinati e strade che sono laghi di sangue. Occhieggiano orrori dai social network e noi qui al sicuro a chiederci se questo è un uomo, se questo è vero, cosa possiamo, poi restiamo impotenti a chiederci che significato abbia la parola bontà e, persino, scossi, che senso abbia la parola Natale. Siamo solo uomini. Lo sono anche di là dal mare, dalle montagne e dai confini. Uomini. Capaci di efferatezze come di slanci poetici. Questo attraversamento che è essere uomini sulla terra è un miscuglio di dannazione e paradiso. Lo è dalla notte dei tempi. Lo è ancora adesso. Si spera di poter trascorrere l’esistenza quanto più in salute, bellezza e serenità possibile. Per i più sfortunati non sarà così, alcuni hanno l’inferno in questa terra, ma nel grande disegno ch’è l’esistenza al di qua e al di là della soglia percepibile sono convinta che ci sarà un riscatto per gli afflitti, un momento di catarsi e di rivoluzione, dove chi ha penato trova la sua pace, e chi ha commesso il male la pena. Ed anche questo è Natale.
Questo Natale perciò non è diverso dagli altri, non è meno triste di altri. Dipende dall’angolazione singolare. Chi è nella desolazione lo vedrà con occhi di dolore, chi è sereno, come una festa da trascorrere in famiglia e con gli amici. Nonostante la fame in qualche parte del mondo, con la guerra da qualche parte del mondo, con la miseria e col dolore, che Natale dopo Natale ci sono stati sempre. Non è un’assoluzione, ma una presa d’atto che il nero si accompagna al bianco ed è nelle zone grigie che dovrebbero lavorare bene con senso di responsabilità profondo, consapevoli d’avere le sorti dell’umanità nelle mani.
Ma questo non voleva essere un post pesante e nemmeno di luoghi comuni, anzi il post voleva essere grazioso, celebrare questo momento che è festa religiosa e tradizionale nel contempo.
Ricca di usanze, come l’albero addobbato di tante luci, palline e pupazzetti, ora il mio di fiori dorati, ma nel ricordo della mia infanzia l’albero per eccellenza era quello del mio povero zio Filippo, buonanima, che aveva golosi pendenti di cioccolato rivestiti di carta stagnola colorata a forma di babbo natale o di monete. Troneggiava irraggiungibile sul pianoforte ed era un albero bellissimo, perché quei ninnoli mangerecci di decorazione erano l’ambizione di noi bambini e, sebbene lo zio Filippo avesse tanti figli, qualche volta una moneta è arrivata anche nelle mie mani e in quelle di mia sorella regalandoci un momento di estatica felicità natalizia.
Altra tradizione del Natale è il presepe che il mio libro delle elementari raccontava essere nato in Italia, introdotto per la prima volta da San Francesco, che ebbe la bella idea di riprodurre lo scenario della nascita a Betlemme, con gli angeli e i pastori, Maria e Giuseppe, il bue e l’asinello, tante pecore e il bambinello nella mangiatoia, culla del Signore del cielo e della terra.
Ecco che da fame e guerra, che sono la pena del mondo, siamo passati al cuore del Natale, che è commemorazione sostanzialmente, del momento della nascita del Salvatore. Nacque Gesù in Betlemme ed era l’anno zero, zero perché segna il nuovo inizio dell’Umanità che poco dopo quella nascita conoscerà per la viva voce del figlio di Dio – pietra scartata dai costruttori, diventata testata d’angolo – il messaggio d’amore cristiano, qualcosa di profondamente rivoluzionario. Da allora i Cristiani ricordano l’evento di questa nascita, premessa necessaria di tutti i successivi eventi: dalla passione di Gesù al seguito di una montagna di secoli e storia della cristianità. Tradizione è la messa del Natale per chi voglia porre l’accento più sacro alla festività.
Tradizione del Natale sono i dolci panettone e pandoro che ormai in tutte le possibili coperture e farciture abbondano sugli scaffali dei negozi e supermercati, la cena con la zuppa di pesce, con le impanate e scacciate, con gli arancini o gli arrosti, il gran pranzo di lasagne, tacchini, prelibatezze e involtini. E così pensando alla pancia, che in allegria reclama la sua ora, concludo dicendo che anche noi da questo scorcio di luce che è il nostro minuscolo blog vogliamo fare i nostri più luminosi auguri.
Buon Natale a tutti, quindi, di cuore – il nostro certo, ma anche di averlo voi stessi – e di ogni bene.
Oggi è la festa della mamma, ma io non scriverò un articolo per le mamme del mondo, per lodare quell’istinto che è un misto d’amore e protezione innato in ogni femmina, anzi confesso che quest’anno ho trovato particolarmente insulsi tutti gli articoli e le immagini stucchevoli dedicate alla festa mamma.
Stucchevoli le rose, sdolcinate le margherite, false e ipocrite le nuvolette rosa, e la scritta in azzurro brillante o verde fosforescente “Happy mother day”; vacue tutte le immagini di mucche col vitellino, di uccelli con il pulcino, la gatta con il micino, la pecora col suo agnellino, e poi scimmie, leoni, giraffe ed elefanti, tutte mamme mammifere, coi cuccioli sotto l’ala o la zampa, agguantati con la bocca, trasportati sulla schiena o aggrappati sotto la pancia.Continua a leggere →
Il quarto stato, Giuseppe Pellizza da Volpedo, (1901)
Allora un contadino disse:
Parlaci del Lavoro.
E lui rispose dicendo:
Voi lavorate per assecondare il ritmo della terra e l’anima della terra.
Poiché oziare è estraniarsi dalle stagioni e uscire dal corso della vita,
che avanza in solenne e fiera sottomissione verso l’infinito.
Quando lavorate siete un flauto
attraverso il quale il sussurro del tempo si trasforma in musica.
Chi di voi vorrebbe essere una canna silenziosa e muta
quando tutte le altre cantano all’unisono?Continua a leggere →
Credo sia sotto gli occhi e le orecchie di tutti che soffiano venti di bufera sul mondo. L’ultima notizia che getta un ponte d’ansia tra la nostra penisola e il nordafrica si chiama invio di truppe militari in Libia.
Uno spettro si aggira per il mondo e si chiama guerra. Non è cosa nuova sulla faccia della terra, ma ultimamente la guerra è uno degli spettri che popolano anche gli incubi europei.
La realtà ci mostra solo a sprazzi, grazie a un’informazione manipolata, la sofferenza di popoli che protestano senza avere ascolto, che fuggono senza avere accoglienza, coi governi incapaci di dare sicurezza e sviluppo, di convertire tribù in popolazione, individui in cittadini.
Sono in atto, spostamenti di massa motivati dal profondo malessere che induce le persone a preferire l’ignoto e l’incertezza, alle certezze della fame, rovina, guerra, sofferenza che patiscono nel proprio paese d’origine. Continua a leggere →