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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: CRITICA LETTERARIA

“Le viti del pianto” di Lara Pagani

07 martedì Gen 2025

Posted by maria allo in CRITICA LETTERARIA, La poesia prende voce, Note critiche e note di lettura, POESIA

≈ 1 Commento

Tag

Lara Pagani, Maria Allo

ilglomerulodisale 2024
collana La rosa del guardare, diretta da Franca Alaimo
prefazione di Franca Alaimo
con una nota di Daìta Martinez

Nota di lettura: Maria Allo

Lara Pagani, nella sua opera prima, “Le viti del pianto”, per conto della casa editrice “ilglomerulodisale, ci consegna una vita vissuta tutta dal di dentro in una dimensione verticale, perché vibra il sogno di una bellezza che, si affaccia sul deserto, ma con l’alternativa dell’unica scelta consapevole: fra terra e mare è quest’ultimo che corrisponde alla sua vita (“sono l’acqua/ che manca sotto i piedi”). La realtà nella quale lo sguardo dell’autrice si sofferma sui dettagli è densa di circostanze , sfumature, tratti descrittivi che si intrecciano nel tempo, si dimenticano o riaffiorano nella memoria ( “In piazza a Venezia fu l’incubo” p.19, o “Era questione di tempo, di correnti/propizie innamorarmi dall’origine”p.27) per cercare strade da battere esclusivamente entro l’orizzonte del tempo e dello spazio, la sola dimensione che ci appartenga, anche se una frattura insanabile accresce il senso di solitudine dell’io. Così nonostante i tratti descrittivi, qui i particolari diventano emblemi tanto più efficaci quanto più sono realistici, perché, come dice Zanzotto, la poesia ci ridà le emozioni più profonde, che possono nascere in noi. Ma non è sufficiente, il tempo incalza e semina rovine, il passato si dissolve, eppure un incontro, un’emozione vissuta o un pensiero resta solo l’oggetto, che era presente e che, come un amuleto, sembra raccoglierne in sé il segreto: “passi e gli angeli si piegano, girano /le viti del pianto. Dai tuoi dolori /brucia una risata – dal mento d’oro/ spunta al cosmo l’inedito profilo”. Ecco, la poeta non accetta l’idea che della vita vissuta non resti traccia e che il trascorrere del tempo porti con sé emozioni legate a una presenza concreta (“Il filo che ci lega non è rosso. / Non stringe, non fa male eppure/lascia sui quattro polsi un lungo segno invisibile” p. 37), messa in dubbio dall’azione del tempo:” È stata una catastrofe /per sottrazioni, non ha fatto danni /particolari – soltanto ha annullato/giorno per giorno il dono del tempo”. Le viti del pianto presenta pertanto una costruzione complessa e delicatissima che si fonda sull’analogia, ovvero sull’accostamento alogico di elementi disparati, che si caricano di valore allusivo, così la discesa di Clizia, figura metamorfica, (come è stato giustamente osservato da Franca Alaimo nella prefazione), coincide con la possibilità che i valori umanistici resistano alla deriva della storia e i significati delle cose vengano ricercati con gli strumenti della ragione. Tuttavia Clizia si contrappone anche alla lontananza irraggiungibile, in quanto connotata con i caratteri istintivi della sensualità e della corporeità : “avevo le piume /e un bel paio d’ali: ero diventata/uno splendido piccione”(p.16) o in un tentativo di rintracciare sul filo della memoria un passato perduto, resta dunque, pur sempre uno jato , un duplice senso di rimpianto e di desiderio della poeta : “A lampioni eclissati ti ho sfogliato le palpebre –/l’iride tremula, viola come la notte /quando è impossibile da spegnere”. In questa raccolta percorsa dal dolore dell’assenza quasi urlata nel sussulto di una raffinata postura poetica (dalla postfazione di Daita Martinez), il nucleo ispirativo di Lara Pagani tende a coincidere con l’istante di grazia e la sua capacità di cogliere il dono ereditato da Clizia che in questa raccolta si definisce con rigorosa coerenza.

Maria Allo

da: Le viti del pianto (glomerulodisale 2024)

Canto il tuo corpo acquatico –
i polpastrelli senz’ombra
di grinze, le pinne chiare che sono
la tua chioma. Quando trema
la terraferma è il tuo respiro.

*

Cammino sulla sponda del mio mare
che non è calmo, non è tutto azzurro –
azzurri sono gli occhi disegnati
sul viso, quelle gemme che nascondo
come parole perché fanno male.
Lunghi e ramati i miei capelli, sfoggio
un sorriso capace di confondere
i cercatori di perle più avveduti:
non mi avrete, voi bestie – sono l’acqua
che manca sotto i piedi, sono il fuoco
che arretra al solo pensiero di toccarvi.

*

Dei tuoi dolori non fare parola –
tirare dritto fosse l’ultima prova,
l’ultimo incendio della tua figura:
anche questo sei tu, pianeta rosso
per orbite e per anelli che splendono
al dito, nera cometa e sventura
di tutte le solitudini, tu –
passi e gli angeli si piegano, girano
le viti del pianto. Dai tuoi dolori
brucia una risata – dal mento d’oro
spunta al cosmo l’inedito profilo.

*

Ti si può solo ascoltare, sperare
un giorno di somigliarti. I girasoli
che tanto ami hanno appena messo
la testa fuori dal fango, qualcuno
intanto la china. Tu comprendi tutto:
anche morire è una fatica, dici
mentre sgombri la tavola dai resti
del pranzo che non abbiamo diviso.

*

Alla strada che hai disegnato
di fronte a me come qualcuno
che ti spiega le vele e ti prepara
l’amore di una barca penso adesso
che muori in lunghi momenti bianchi.
Ho avuto la fortuna sul collo, la stella
che non brilla bensì trama sotto il ventre
azzurro delle nuvole logorandomi
in altalena la curva dei fianchi.

*

Ricordo il pulviscolo, la prima bruma
ascendente delle stelle. La tua clavicola
mi parlava incrinata, piuma da mordere.
Come arde la memoria, come trama
la luce. Guarda: sembra ancora viva
la piccola donna amata un secolo fa.

*

Il filo che ci lega non è rosso.
Non stringe, non fa male eppure
lascia sui quattro polsi un lungo segno
invisibile. La scia di una cometa
al confronto mi pare una bugia.

Lara Pagani selfie

Lara Pagani è nata nel 1986 a Lugo (Ravenna), dove vive e lavora. È laureata in lingue e letterature
straniere. Suoi inediti sono apparsi su alcune riviste online, tra cui Atelier, Poetarum Silva, Larosainpiu, Limina Mundi, Le Parole di Fedro, Bottega Portosepolto e Di Sesta e di Settima Grandezza. Le viti del pianto (ilglomerulodisale, 2024) è la sua prima raccolta di poesie.

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“Herman Melville ovvero il mare rifiutato”, racconto breve di Teodoro Lorenzo

16 lunedì Dic 2024

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Racconti

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Herman Melville ovvero il mare rifiutato, Teodoro Lorenzo

Ogni mattina un uomo compassato, dalla barba quadrata, appesantito e stanco nonostante l’età ancora giovane si prepara per andare al lavoro. Vive nella città che lo ha visto nascere, New York, in una casa modesta: una facciata giallo sporco e dentro vecchi mobili di mogano. Un’ultima occhiata al golfo di Napoli, una stampa appesa in entrata, e l’uomo è già fuori; l’andatura è lenta ma non ci vuole molto per arrivare all’Hudson dal numero centoquattro della ventiseiesima strada. Come la casa anche il suo impiego è modesto; Ispettore delle Dogane. L’uomo ha appena quarantasette anni, un’età che per molti può significare un inizio. Ma non per lui, lui è alla fine. Il suo nome è Herman Melville. Terrà svogliatamente quell’impiego per diciannove anni, diciannove anni di lente camminate quotidiane; poi trascinerà la sua esistenza per altri sei ma la luce era già spenta da tempo. Qualcuno dirà che la colpa è stata sua quindi nessuna compassione: chi è causa del suo male pianga se stesso. C’è del vero, c’è sempre del vero nella saggezza popolare, eppure non si può non riconoscerne la grandezza. Leggete la storia di quest’uomo e poi mi direte se non vi verrà voglia di aspettarlo sotto casa una mattina, mettervi sottobraccio e fare un pezzo di strada con lui.
Era stato uno scrittore di successo, ammirato e benvoluto. I suoi primi libri erano stati accolti con entusiasmo dal pubblico e dalla critica. La sua vena artistica sembrava non doversi mai esaurire. Taipi, Omoo, Mardi, Redburn, Giacchetta bianca; in una felice catena di montaggio ha scritto con facilità e sfornato di getto i suoi primi cinque libri. Bastava che chiudesse gli occhi e spiagge assolate, mari sconfinati, calde immagini e magiche avventure affluivano alla sua mente. Non doveva che riportarli sulla carta. Niente di più facile per lui; in fondo raccontava solo ciò che aveva vissuto in prima persona negli anni felici della sua giovinezza trascorsa sul mare.
Suo padre era stato un ricco commerciante e aveva solcato gli oceani, visitando per lavoro le terre più lontane, riportando a casa libri pieni di velieri immensi e racconti avventurosi. Quei libri e quei racconti avevano suscitato nel giovane Herman il desiderio di viaggiare e conoscere il mondo, di scoprire se quelle immagini di voce e carta corrispondessero al vero.
Di giorno vedeva a Manhattan misteriosi stranieri con una sacca sulle spalle e la pelle bruciata dal sole, sicuramente marinai. Si muovevano con andatura caracollante, come se non camminassero sui marciapiedi della città ma sulla tolda di una nave, seguendone il beccheggio. Dove andavano, cosa si nascondeva in quelle loro sacche misteriose, quale sarebbe stata la loro prossima destinazione? Anche lui bramava l’avventura, anche lui voleva il mare. Intanto gli affari erano cominciati ad andare male e poi sempre peggio, fino al fallimento. Suo padre ne fu talmente avvilito da ammalarsi di disturbi psichici e alla fine da morirci. La famiglia piombò nella miseria. Herman aveva dodici anni e fu costretto a lasciare la scuola per cercare lavori di ogni tipo. A vent’anni, dopo essere stato commesso di negozio, insegnante elementare e fattorino di banca, si imbarca come mozzo su un mercantile diretto a Liverpool. Era pur sempre un lavoro, aiutava la famiglia e in più poteva conoscere il mare. Ma una nave mercantile e la placida rotta verso l’Europa non era esattamente l’avventura che aveva
sognato. I marinai che aveva visto camminare in città non avevano la faccia di chi passa le giornate tra cassoni di merce. Ecco allora, appena un anno dopo, l’occasione che aspettava; una baleniera, finalmente! Non più mozzo ma marinaio, e rotta verso il Pacifico. Qui gli capita di tutto: nelle Isole Marchesi incontra una tribù di cannibali presso cui rimane quattro mesi, a Tahiti viene arrestato dalle autorità inglesi per ammutinamento, evade e si rifugia nell’ Isola di Moorea, arriva alle Hawaii e qui lavora come garzone e uomo di fatica, infine si arruola su una nave da guerra e torna a casa.
Melville naviga in tutto quattro anni, accumulando così tante esperienze, avventure e ricordi da riempire decine di libri. Quando torna in America comincia a scrivere e lo fa a pieno ritmo: la vita gli sorride. Anche la sua esistenza personale prosegue senza ostacoli. Si sposa e gli nasce il primo figlio, un maschio come lui desiderava, che chiama Malcom, a cui seguiranno Stanwix e due altre bambine: una famiglia numerosa e felice. Poi arrivò il fatale febbraio del 1850, e quella prima frase: “Chiamatemi Ismael”. Già, è l’inizio di Moby Dick: l’inizio della fine. Melville ha appena trent’anni ed è un uomo nel pieno delle forze. Si butta a capofitto nella stesura dell’opera, ci lavora giorno e notte; è come divorato da un‘ansia febbrile, quasi non mangia. Il libro è un combattimento corpo a corpo che dura diciotto mesi, un combattimento lungo 1.500 pagine. Quando lo inizia è in buona salute, sereno e soddisfatto; quando lo termina è un’altra persona: esausto, svuotato, debole e impotente. Non c’è vento, non c’è sole in Moby Dick, non ci sono orizzonti da contemplare. Non c’è l’allegria della vita, i sorrisi della gente, la gioconda atmosfera delle isole del Pacifico. Il libro è una lenta discesa negli inferi dell’animo umano. Il pensiero non si allarga, non prende fiato ma sprofonda in un imbuto sempre più stretto fino a concentrarsi in un solo punto: l’ossessione.
Moby Dick è un fiasco colossale. Esce prima a Londra, nell’ottobre del 1851, con il titolo di The Whale, (La Balena); a novembre esce anche a New York, con un titolo diverso, Moby Dick or the whale (Moby Dick ossia la balena). In Inghilterra vende solo cinquecento copie, qualcosa di più in America. Appena uscito i critici lo definiscono, via via, “una zuppa”, “un ibrido”, “un libro genialmente sbagliato”, “ un libro informe come i movimenti marini”. I suoi antichi lettori, un tempo così attenti ed affezionati, lo abbandonano. Non avevano capito nulla di quanto aveva scritto, e comunque non era quello che si aspettavano da lui. Aveva perduto la sua vena di fantasioso narratore di avventure, non c’erano più il mare lucente, le vele spiegate e il cielo sempre azzurro.
Fu una cosa molto triste e mortificante per lui. La delusione l’aveva precocemente invecchiato. Ma il rimedio era lì, a portata di mano. Bastava riprendere i vecchi soggetti. Non erano certo le storie e le avventure quelle che gli mancavano dopo le ribalde scorrerie giovanili. Bastava tornare sulla vecchia strada, al fondo della quale ripensare Moby Dick come uno spiacevole incidente di percorso e niente di più. Tornare indietro e salvarsi la vita. Invece no. Alla fine del libro la balena, invece di fuggire come aveva sempre fatto, decide di attaccare la nave e si abbatte con tutta la sua potenza sul legno della chiglia. Achab è lì che la aspetta, la sta aspettando da tutta la vita: finalmente era giunto il momento. Scaglia il suo arpione nella carne della bestia, la nave affonda ma Achab non molla la presa. Uno scarto improvviso lo imbriglia sul dorso della balena con le corde degli arpioni. Achab non riesce più a muoversi e l’animale si inabissa trascinandolo con sé. Melville è come Achab. Anche lui vuole rimanere attaccato a Moby Dick, costi quel che costi, anche a sacrificio della vita. Quel libro non lo lascerà mai più e con lui si perderà facendosi trascinare nell’abisso; giù, sempre più giù. Melville dopo Moby Dick non scriverà più di mare e di sole, di spiagge e di vele. Nel 1852 pubblica Pierre o delle ambiguità, una trama che include perfino un incesto, nel 1855 è la volta di Benito Cereno, oggetto del quale è la tratta degli schiavi, nel 1856 dà alle stampe Israel Potter, un romanzo storico, nel 1857 tocca a L’uomo di fiducia, una indebita mescolanza di satira e filosofia. Giù, sempre più giù, legato da mille fili a quel libro che non vuole abbandonare, che non vuole tradire. Hai toccato il fondo Herman, reagisci, taglia quelle corde e torna a respirare. Riprendi a scrivere le tue meravigliose avventure. É con quelle che sei diventato ricco e famoso e c’è ancora un pubblico che ti sta aspettando.
“Preferirei di no”.
Ecco, lui ormai è diventato Bartleby lo scrivano. Il famoso racconto è del 1853, due anni dopo il disastro di Moby Dick. Assunto come scrivano nello studio di un avvocato, ogni volta che gli viene chiesto di fare un lavoro diverso dal copiare documenti, Bartleby rifiuta. Come fa Melville quando gli viene chiesto di tornare sui suoi passi. Entrambi rispondono “Preferirei di no”.
Melville è Bartleby. Si è chiuso in se stesso, ha perso la fiducia nel mondo e ha scelto l’indifferenza come risposta. Non è la decisione di chi vuole restare lontano dal vorticoso turbinio della gente, standosene come un filosofo a guardare il naufragio dell’esistenza. No, Bartleby-Melville è già naufragato. Dopo il 1857 smette di pubblicare narrativa, distrutto da tanta ostilità e indifferenza. Si dedica alla poesia, figurarsi, ispirandosi alla guerra civile, ai viaggi fatti in Italia e in Grecia, ai pellegrinaggi in Terra Santa. Scrive due libri e li pubblica a sue spese: 25 copie alla volta. Confessa all’amico Nathaniel Hawthorne: “Quel che mi sento di scrivere è proibito, non paga; e a scrivere nell’altro modo non riesco” Il mare, quel mare che aveva rappresentato la sua vita dal 1839 al 1843 e la sua fortuna letteraria dal 1846 al 1850 non gli interessa più, lo accantona, lo rifiuta. Certo, lo ricorda, con affetto e nostalgia, ma non è più il centro della sua vita. Così facendo continua a inabissarsi; giù, sempre più giù. Nel periodo in cui ha scritto di mare, Melville ha guadagnato ottantamila dollari di diritti d’autore; dopo Moby Dick ne guadagna un centinaio all’anno. Con il suo lavoro di scrittore, di scrittore fallito, non riesce a mantenere la famiglia e nel 1866 accetta il lavoro di Ispettore delle Dogane. Anche la sua vita privata precipita con lui. Malcom, il figlio tanto amato, si uccide a diciotto anni sparandosi in casa un colpo di pistola ed il secondo figlio, Stanwix, fugge da casa per non farvi più ritorno, terminando a San Francisco, ad appena trentacinque anni, la sua vita errabonda. Giù, sempre più giù. È sera. Quando ritorna a casa dopo le misere occupazioni della dogana l’uomo è ancora più stanco e appesantito, il passo ancora più strascicato di quello della mattina. Le chiacchiere con la moglie Elizabeth e le due figlie
non riescono a colmare il vuoto che sente dentro di sé. Sempre più spesso si apparta e trova rifugio sul balcone. Si accomoda sulla sua sedia di tela e si accende la pipa. Il balcone è il suo scoglio, l’ultimo appiglio del naufrago prima di essere sommerso dalle onde. Quando muore, nelle prime ore del mattino del 28 settembre 1891, Herman Melville è un uomo dimenticato da tutti. Un solo giornale americano ne riporta la notizia. Con tre righe di necrologio.

Teodoro Lorenzo

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Il rosmarino non capisce l’inverno di Matteo Bussola lettura di Antonella Pizzo

11 mercoledì Dic 2024

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura

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Antonella Pizzo, Il rosmarino non capisce l'inverno, Matteo Bussola

Matteo Bussola
Il rosmarino non capisce l’inverno
Einaudi Stile libero big

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«A cosa pensa una donna quando, assordata dalle voci di tutti, capisce all’improvviso di aver soffocato la propria?» In pochi come Matteo Bussola sanno raccontare, con tanta delicatezza e profondità, le contraddizioni dei rapporti umani. In pochi sanno cogliere con tale pudore il nostro desiderio e la nostra paura di essere felici. Una donna sola che in tarda età scopre l’amore. Una figlia che lotta per riuscire a perdonare sua madre. Una ragazza che invece non vuole figli, perché non sopporterebbe il loro dolore. Una vedova che scrive al marito. Una sedicenne che si innamora della sua amica del cuore. Un’anziana che confida alla badante un terribile segreto. Le eroine di questo libro non hanno nulla di eroico, sono persone comuni, potrebbero essere le nostre vicine di casa, le nostre colleghe, nostra sorella, nostra figlia, potremmo essere noi. Fragili e forti, docili e crudeli, inquiete e felici, amano e odiano quasi sempre con tutte sé stesse, perché considerano l’amore l’occasione decisiva. Cadono, come tutti, eppure resistono, come il rosmarino quando sfida il gelo dell’inverno che tenta di abbatterlo, e rinasce in primavera nonostante le cicatrici. Un romanzo in cui si intrecciano storie ordinarie ed eccezionali, che ci toccano, ci interrogano, ci commuovono.  (Matteo Bussola).

Questo è un libro sulla resistenza delle donne alle avversità, al dolore, alle malattie, alle incomprensioni, le donne simili al rosmarino.

Il rosmarino non è una pianta che ha un bell’aspetto, è filiforme con tanti aghi dello stesso colore disposti in ordine uno vicino all’altro, è una pianta stereotipata, di un colore verde normale un po’ polveroso, senza sfumature, all’apparenza fragile, però resiste al vento, alle intemperie e alla siccità, resistente e indispensabile. Non esiste nulla che lo possa degnamente sostituire in cucina.
 Scrive Bussola nella seconda di copertina «Ho deciso di scrivere di donne perché non sono una donna. Perché ho la sensazione di conoscerle sempre poco, anche se vivo con quattro di loro. E perché è più utile scrivere di ciò che vuoi conoscere meglio, invece di ciò che credi di conoscere già».

Dice di se Matteo Bussola, in un’intervista di Monica Rossi che si può leggere su FB, che delle figlie la mattina si occupa lui, colazione, scuola, poi si mette a lavorare. Bussola vive di scrittura nel senso che la sua professione è quella del fumettista, dello scrittore, e si guadagna da vivere con le parole. Tutto questo lo so che non c’entra nulla con il libro ma mi fa piacere che sia così, che si guadagni da vivere con la scrittura, mi fa piacere sapere anche che Matteo Bussola sia una brava persona, l’ho letto nell’intervista, lo dice chi lo conosce bene, ottima cosa questa, perché in questo mondo c’è urgente necessità di brave persone, oltre che di bravi scrittori. Si legge nell’intervista sopracitata del 27/03/2023 (scrivo ancora come fossi l’economo del catasto) che lui non ha cercato il successo e che è stato il successo a cercare lui, nel senso che se si ha talento prima o poi vieni alla luce. In teoria. In pratica, aggiungo, oltre al talento ci vuole anche tanta fortuna, essere al posto giusto al momento giusto, incontrare le persone giuste.
“ Ho cominciato anche, a un certo punto, ad essere “attenzionato” (termine orribile ma che rende l’idea) da alcuni addetti ai lavori, i primi sono stati Giorgio Pozzi di Fernandel e Giulio Mozzi. (cut) Poi un giorno è successo un fatto imprevedibile. È successo che uno di questi miei scritti si è “viralizzato” (è cioè stato improvvisamente condiviso da migliaia di persone). Attraverso queste condivisioni è finito sulle bacheche di alcuni editor letterari. Questi hanno cominciato a scrivermi. Mi hanno scritto da Rizzoli, da Mondadori, eccetera. Ma la più rapida e soprattutto la più convincente è stata Rosella Postorino di Einaudi.”

Il libro di Matteo Bussola mi è stato regalato alcuni mesi fa, l’ho sempre guardato con sospetto e non ho mai iniziato a leggerlo. Forse non mi ha attirato la foderina con quella ragazzina con la sciarpa viola, sarà che non amo tanto il viola, nei paramenti cattolici è il colore della penitenza, dall’attesa, del lutto. O forse non mi ha attirata il titolo, anche la parola inverno non la amo tanto. Eppure ha poche pagine, ha venduto tantissime copie, ha avuto grande successo e ne hanno parlato in tanti, tutti più o meno bene, avrei potuto leggerlo. Alla fine l’ho letto.
Il libro, che è una raccolta di racconti legati l’uno all’altro, tratta il cosiddetto “universo femminile”, dolcemente complicato, con certe giornate amare, le sere tempestose, le notti bianche e le lettere d’amore, come scriveva Ruggeri e cantava Mannoia. Parla di donne e sono donne che si raccontano, sono diciotto storie di donne di ogni tipo, ci sono le giovani, le anziane, le sane, le malate, alcune hanno fatto la chemio per un tumore al seno (non solo di tumori al seno si ammalano le donne, purtroppo) , chi ha la demenza senile, chi non riesce a sbrigare delle pratiche burocratiche dovute all’inabilità, chi scrive agli amati morti, chi si innamora a tarda età, chi regala piante di rosmarino. Alcune hanno figli, altre non ne hanno e ne vorrebbero, altre non ne vogliono, c’è chi fa sesso e ne fa video, c’è chi non sa ancora bene se è amore, amicizia, o se è fluida o solida. Il primo racconto parla di un funerale al quale partecipa la protagonista Margherita, infermiera oncologica che ha appena dato le dimissioni. La sua ultima paziente le ha aperto gli occhi facendole capire che ha bisogno di un cambiare rotta, di liberarsi da certi condizionamenti che la rendono prigioniera. Quell’ultima paziente è morta e Margherita va al suo funerale. In questa scena del funerale facciamo conoscenza di molte di quelle donne che poi incontreremo lungo il libro, Aurora che regala la pianta di rosmarino, Mira, Mimma, Rosi che ha la demenza, la scrittrice Brunella, Giusy con il suo ragazzo senegalese magro che non parlava figlio/compagno/cuoco Diao. I libri sono come le persone, a volte li leggi e ne resti folgorata come da un colpo di fulmine, un dardo che ti colpisce al momento, ma poi l’effetto svanisce come un fuoco di paglia e del libro ti resta solo un pugnetto di cenere. Altre volte può capitare di conoscere qualcuno che al momento ti sembra una persona poco interessante, noiosa, invece, senza averne consapevolezza e volontà, ti accorgi di quanta ricchezza si nasconde dietro un’apparenza sui generis e anonima. Il libro di Bussola mi è sembrato noioso, tutte le donne presenti sono infelici e piene di problemi, oppure tristi, solo qualcuna è mediamente soddisfatta e realizzata, i personaggi sono un po’ stereotipati, prevedibili, conformi a un preciso cliché, i fatti raccontati approssimativi. Dopo la lettura l’ho riposto nello stesso luogo dove attendeva da mesi di essere letto. Pensavo di aver chiuso la faccenda, invece tutte queste donne e i loro guai hanno cominciato a mulinarmi in testa, non riuscivo a non pensare a loro, a quei problemi che sono comuni a molte donne, la solitudine, la malattia, il sentirsi inadeguati, la paura di non farcela, così l’ho riletto scoprendo sfumature che non avevo percepito, connessioni non considerate, relazioni che non avevo individuato, profondità che non avevo avvertito. Sono racconti acquerellati e come l’acquerello sembrano poco incisivi, i tratti appena accennati, suggeriti, minimali, ma alla fine sono rappresentativi e offrono molti spunti di riflessione. Con l’ultimo racconto si chiude il cerchio, si torna al funerale e ai personaggi già presenti, si conclude  ciò che si era lasciato in sospeso. Ci commuoviamo con una madre anziana e la sua demenza senile. Una madre che ha perso una figlia e non lo sa d’averla persa, o forse lo sa e finge di non sapere per non soffrire troppo, finisce con la mano stretta a una donna che ne prende il posto. Chissà a cosa pensano queste donne. In questa stretta di mano, nei legami d’amore, nella solidarietà, il libro trova ragione di essere. 

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I giorni di Vetro di Nicoletta Verna lettura di Antonella Pizzo

20 mercoledì Nov 2024

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura, SINE LIMINE

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Antonella Pizzo, I GIORNI DI VETRO, Nicoletta Verna

 
 
 
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I GIORNI DI VETRO  di Nicoletta Verna – Einaudi Stile Libero Big
pp. 448
 

Era molto meglio prima, quando io non c’ero e non c’era nessuno dei miei fratelli, né i vivi né i morti. C’era solo mia madre che si rivoltava sul materasso del camerino e urlava: “Ammazzatemi, osta dla Madona” e la Fafina rispondeva: “Sta’ zeta ché chiami il Diavolo”, e andò avanti così per tre giorni e tre notti, finché mia madre lanciò un grido feroce e venne fuori Goffredo, il primo dei miei fratelli morti. Quando gli diedero lo schiaffo per farlo piangere lui non pianse, allora la Fafina scosse la testa e disse: “E’ segno che a Dio Cristo lassù gli bisognavo un angiolino”.
Ne vedeva tanti di bambini nati morti, e quello era uguale a tutti gli altri, anche se era suo nipote.
Mia madre la guardò avvilita. “Perché?” chiese.
“Perché hai mangiato troppo cocomero. Il cocomero fa acqua nello stomaco e il bambino si è annegato, il purino”.

La vicenda si svolge in Romagna durante il ventennio fascista, una Romagna povera e arcaica, dove vige la superstizione e l’ignoranza, dove si va dal Zambuten per curarsi e fare figli usando il sangue del mestruo versato in un pitale d’argento. 

“Dovete aspettare che vi venga il mestruo. Il primo mestruo dopo la bambina morta è quello buono. Dovete stare seduta su un pitale d’argento e raccogliere il sangue, quindi dovete farne bere dieci gocce a vostro marito, diluite nel Sangiovese. Dopo dodici giorni lui deve prendervi, e anche il giorno dopo e quello dopo ancora. Poi non dovete guardarvi più. Voi dovete dormire in un letto e lui in un altro. Vi nascerà una figlia che ancora addosso la scarogna, ma camperà.”

Nasce così la figlia che aveva previsto Zambuten che chiameranno Redenda. Redenta rappresenta il ventennio fascista, è nata il 10 giugno del 1924, lo stesso giorno della morte di Matteotti. Nasce a Castrocaro, in Romagna, da una famiglia modesta, il padre è Primo, un uomo mediocre, fa il guardiano e considera la guerra l’unico mezzo per riscattarsi, è una mezza tacca fascista e senza scrupoli. La madre è Adalgisa, vende lupini al mercato ed è una madre che partorisce figli morti. Redenta sopravvive ma, come aveva già avvertito  Zambuten avrà pietà e la scarogna addosso. Redenta si ammala di poliomielite, la malattia le lascia danni permanenti alla gamba, lei la chiama la gamba matta. La babina non parla, sembra ritardata al punto che la chiamano inscimunita,  la purina. La nonna Fafina fa l’infermiera e lavora fuori casa, per guadagnare qualcosa in più accoglie in casa degli orfani per denaro che chiamano i bastardi. Con gli affamati e terribili bastardi Redenta cresce, va d’accordo solo con uno di loro, Bruno.   Fafina lo preferisce agli altri che sono dei selvaggi affamati e quasi lo considera suo figlio. Bruno è un bastardo diverso, è intelligente, si occupa degli altri bastardi, prepara loro da mangiare, li lava. Con Bruno la Redenta comincia a parlare. Redenta vive ai margini, ha uno sguardo laterale, parla con i fratellini morti. Bruno promette di sposarla  ma invece sparisce nel nulla.

I giorni di Vetro del titolo sono i giorni del fascismo, giorni che sembrano non terminare mai, giorni invincibili, imbattibili, ma alla fine finiscono per essere sconfitti dal bene, da chi all’apparenza sembra insignificante, fragile, debole. Sono giorni in cui l’occhio fasullo di Amedeo Neri sostituisce l’occhio vero del bellissimo Amedeo Neri, soprannominato Vetro. Sono i suoi giorni, quelli di un angelo cattivo, un demone, bello, possente, un colosso. Il crudele e sadico gerarca fascista aveva perso il suo occhio in Africa durante una delle sue tante rappresaglie verso la popolazione locale. Il personaggio di Vetro è ispirato al viceré d’Etiopia Rodolfo Graziani che durante il fallito attentato del febbraio del 1937 aveva perso un occhio. Graziani era denominato il macellaio di Fezzan, durante il periodo del colonialismo si è reso protagonista delle peggiori atrocità perpetrando stragi di massa contro intere tribù accusate di collaborare con i ribelli, uccisioni di donne, anziani e bambini, ha distrutto interi villaggi, ha confiscato risorse essenziali, come acqua e bestiame, ha fatto uso di armi chimiche. L’occhio di vetro è il vero protagonista del romanzo, è la violenza allo stato puro, quella violenza incapace di verità. Vetro è la rappresentazione del male assoluto, bello all’apparenza ma incapace di vedere e sentite, inerme e senza vita, uno zombie il cui scopo è quello di causare sofferenza e affermare il potere della malvagità. Di quell’occhio lui è quasi orgoglioso, lui è orgoglioso del male che sa fare,  così come lo è della testa della donna africana mummificata. Nel romanzo si alternano due voci narranti femminili le cui storie si intersecano e trovano ragione di essere l’una nell’altra. Le due voci sono quella di Redenta e quella di Iris.

Iris  non vive a Castrocaro ma a Tavolicci, dove storicamente nel luglio 1944, i nazi-fascisti italiani trucidarono 64 persone, fra cui 19 bambini di età inferiore ai 10 anni, donne e anziani. Le vittime vennero arse vive. I capi famiglia dopo essere stati costretti ad assistere al massacro, furono condotti in una località vicina dove furono torturati e poi uccisi.
Le due protagoniste amano lo stesso uomo, Bruno, che diventa l’eroe Diaz, capo di una brigata partigiana capace di azioni esemplari. Nel contempo le due donne, che non si conoscono, sono vittime dello stesso carnefice, il crudele gerarca Vetro. Il nemico principale di Vetro è Diaz. Vetro sposa Redenta e ne fa la sua schiava sessuale. Vetro è un sadico violento che ama sopraffare le donne. Ha ucciso senza pietà, scaraventato bambini vivi nel fuoco, ha portato dall’Africa la testa di una donna mummificata che mette in bella mostra in camera da letto. Redenta subisce ogni violenza, ogni tortura, viene stuprata, viene picchiata e violentata con armi e pugnali, viene ferita e costretta ad assistere ai rapporti sessuali violenti che lui ogni sera ha con le prostitute del locale casino. Redenta subisce e non racconta nulla alla sua famiglia di origine. Per non rimanere incinta di Vetro, sa che se le nascerà una femmina vetro ucciderà la bambina perché vuole un maschio, beve ogni giorno un sorso di acqua con il piombo, non sa che l’ingestione di piombo è causa di grave, spesso fatale, avvelenamento.
La resistenza fa da contraltare alla violenza e ci fa ben sperare che non tutto è perduto, che esistono gli eroi, che hanno paura come tutti, ma la generosità fa superare ogni paura, gli eroi sono le persone comuni che mettono a repentaglio e sacrificano la propria vita per gli altri. Nel ventennio fascista le donne avevano un ruolo di sottomissione e marginale, ma nelle cascine, nei campi, nella Romagna le donne sono quelle che hanno portano avanti le famiglie quando gli uomini erano stati richiamati o costretti a nascondersi, sono gli eroi della storia. Iris e Redenta, ciascuna a modo loro  hanno fatto la resistenza. A volte gli eroi sono le persone meno insospettabili, le babine, le purine, le inscimunite, insospettabili eroi come la Redenta. Il romanzo è riuscito,  aderente alla realtà storica, i personaggi indimenticabili, Redenta in modo particolare, ma anche quello di Vetro il cui nome è presente nel titolo del romanzo.

Antonella Pizzo

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La città e le sue mura incerte di Haruki Murakami lettura di Antonella Pizzo

13 mercoledì Nov 2024

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura, Recensioni

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Antonella Pizzo, Haruki Murakami, La città e le sue mura incerte

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La città e le sue mura incerte – Haruki Murakami – Einaudi – Collana: Supercoralli – Traduzione di Antonietta Pastore

Dalla quarta di copertina: «Diciassette anni lui, sedici lei, il primo amore, il tempo di un’indimenticabile estate. Tra passeggiate lungo il fiume o in riva al mare, speranze sussurrate su una panchina e sogni affidati alle righe di una lettera, lei gli racconta di una città circondata da alte mura: i ponti di pietra, la torre di guardia, un orologio senza lancette, una biblioteca. «La vera me stessa è lì che vive», gli dice la ragazza, e in quel luogo lui sarà il Lettore dei sogni. Poi, all’improvviso, lei scompare. La chiave per ritrovarla è quella città. Ma solo chi lo desidera con tutto il cuore potrà superare le sue mura.»

Il romanzo è diviso in tre parti e settanta sezioni. Le parti si ricongiungono come fiumi che si riversano tutti nel mare. La prima parte riguarda la ragazza e la vita di lui, che sarebbe anche il narratore di cui non conosciamo il nome.   Il suo compito dentro la città è quello di leggere i sogni contenuti nelle uova, due/tre al giorno, per farlo ha dovuto rinunciare alla sua ombra  e farsi ferire gli occhi dal guardiano . Nella seconda parte Il narratore, ormai adulto e che ha abbandonato la città dalle alte mura,  lavora come bibliotecario capo della biblioteca della Città rurale Z. sulle montagne di Tohoku. Lì conosce il bibliotecario capo, Tatsuya Koyasu, incontra anche M.  un misterioso ragazzo di 16 anni, lì si innamora di una donna. Nella terza parte tutto si conclude.

Lui ne ha diciassette  e lei sedici, hanno cominciato a frequentarsi e a scriversi dopo essersi conosciuti perché entrambi avevano partecipato a un concorso letterario. Sono due adolescenti che si innamorano, lui l’accompagna a casa risalendo il fiume. “Sei tu che mi hai fatto scoprire la città. Una sera di quell’estate, risalivamo il corso del fiume pervaso dalla fragranza dell’erba. Ogni tanto superavamo piccole cascate, fermandoci a guardare i pesciolini argentati che vi guizzavano.” Lei ha dei sandali rossi che conserva in una borsa di plastica gialla per non bagnarli, le foglie le si appiccicano alle gambe.

La ragazza gli confida che lei non è reale e che la sua vera essenza vive in una città circondata da alte mura, dove fa la bibliotecaria.  Per entrare in quella città bisogna staccarsi dalla propria ombra. In quella città non esiste il tempo, l’orologio della torre è senza lancette. La città è molto fredda, la gente veste con abiti lisi, molte case sembrano abbandonate da tempo,  come una città morta abitata da morti, con un guardiano alla porta, delle mura che non si possono scalfire, ma mutano, in giro transitano degli unicorni. L’unicorno nella cultura giapponese punisce i malvagi con il suo unico corno, protegge i giusti e assicura loro la buona sorte. Solo gli unicorni possono entrare  e uscire dalla città, una città in cui gli abitanti tentano di conservare i sogni di chi lì ha abitato, in un tempo nel quale, forse, la gente era viva e sognava. I sogni sono racchiusi nelle uova, la ragazza bibliotecaria li consegna al lettore  che sembra avere il compito di schiuderli, di  liberarli. In quale dimensione ci troviamo? Luogo di vita o di morte? Ci sono salici e glicini. C’è molto freddo, non ci sono le ombre, sono state strappate via, non esiste il tempo. Sembra  un mondo di morte. Il calore è vita. La ragazza conforta e sostiene il lettore preparandogli ogni mattina, prima di iniziare il lavoro, una tisana calda con delle erbe speciali. La ragazza, che prima indossava dei sandali rossi, ora veste abiti cupi e grigi, incolori.

Nella seconda parte il narratore ormai adulto e che ha lavorato per anni nel mondo dell’editoria,  cerca e trova un impego nella vecchia biblioteca di un paese sperduto che si chiama Z.  Nella prima biblioteca si leggevano i sogni, in questa invece si leggono libri. Anche in questo paese c’è molto freddo, il ghiaccio ricopre le strade e ogni angolo della città. Qui il narratore incontra un personaggio, estremamente caratteristico e quasi tenero per il suo vissuto doloroso e per la sua sensibilità, il signor Tatsuya Koyasu. È il vecchio bibliotecario andato in pensione,  è un uomo anziano molto particolare,  indossa una gonna scozzese, una sciarpa scozzese, una calzamaglia nera, scarpe di tennis bianche e un basco azzurro. Gli incontri fra i due avvengono in una piccola stanza quadrata, con l’unica stufa a legna presente nel palazzo dove ha sede la biblioteca. La stanza viene riscaldata da questa stufa che viene accesa prima di ogni incontro dal signor Koyasu, il quale, come la bibliotecaria della città dalle alte mura,  gli prepara una bevanda calda, per la precisione un the servito usando delle raffinate porcellane. In questa città il narratore incontra anche un ragazzo che ha la particolarità di saper leggere una enorme quantità di libri e che indossa una felpa con la stampa del Yellow submarine dei Beatles. Quest’ultimo a un certo punto della storia scompare senza lasciare traccia, così come svanisce il signor Koyasu.  

I colori presenti nel romanzo sono il rosso dei sandali della ragazza, il giallo della sua borsa, il giallo del sottomarino del ragazzo, l’azzurro blu del basco, la gonna e la sciarpa scozzese, il glicine, il verde dei salici. Il giallo e il rosso sono colori caldi come il sole, simboleggiano la vita, il glicine nella cultura giapponese simboleggia l’amicizia, l’amore eterno e la longevità, Il Salice simboleggia la grazia e la resistenza. Tutto sembra essere utile per contrastare il freddo e la morte, i colori, il supporto e l’affetto dimostrato nella preparazione delle calde bevande, il conforto e l’importanza della lettura, della storia, del passato, delle testimonianze. Grande importanza hanno Il lettore dei sogni, le biblioteche, i vari bibliotecari, il ragazzo che legge interrottamente.  Leggere il proprio essere, leggere per capire, analizzare il profondo, leggere ciò che è stato scritto o sognato, che forse è irreale o può anche essere vero e reale, nulla deve andare perduto o essere dimenticato.  Attraversare il fiume della vita in un flusso che porta alla fine dell’esistenza, fra realtà e irrealtà, fra sogno e fantasia, fra viventi e fantasmi. Nella città dalle alte mura torna la primavera, il ragazzo Yellow submarine  diviene ciò che vuole essere “Il vero lettore dei sogni”, il narratore incoraggiato dal ragazzo fa il salto e si lancia nel vuoto con fiducia, piomba nel buio, lui che è ombra si ricongiunge al suo corpo.  Qual è la realtà? è quella che stiamo vivendo o stiamo vivendo nei sogni di un altro, stiamo uscendo da un uovo che si sta schiudendo grazie a un lettore a cui la visione della nostra vita gli sta causando un forte dolore agli occhi? La nostra vita vera è dentro o fuori la città, dentro o fuori l’uovo? Il percorso della nostra vita è già scritto o può mutare? Possiamo scegliere di lasciare la nostra ombra o riprendercela? Seguire ciò che crediamo sia vero amore o abbandonare la strada e saltare aldilà del muro.  Risalire il fiume e andare contro corrente come i salmoni? Lasciarci trasportare dalle acque senza sapere la nostra destinazione finale, oppure aiutarci con la mappa della città a forma di rene che ha disegnato il ragazzo? Il rene che nella medicina cinese è l’organo dell’ energia ancestrale, che permette la vita dell’organismo, che è simbolo della potenza procreatrice e della capacità di resistenza dell’organismo. Quella città che sembra città di morte ma che invece è il luogo dove i sogni vengono liberati, dove gli uomini si fortificano, dove mutano e si muovono.  

Le ultime sezioni della terza parte si chiudono con il buio. In questo romanzo niente è stato scritto per caso, ogni parola, ogni simbolo, ogni vicenda, fanno parte di un enorme puzzle che il lettore deve ricostruire per avere una visione chiara dell’insieme. Che io però, mio malgrado, credo di non avere. Anche se penso che a volte la verità sia più semplice di quella che crediamo. Probabile che il protagonista/narratore sia arrivato alla fine della sua vita, che ci abbia semplicemente raccontato il suo percorso, il suo amore adolescenziale, il suo lavoro, l’amore per una donna più matura, il calore dell’amicizia,  la sua passione per la lettura, per la natura, il suo amore per la vita, la sua morte.

Dove sta la verità? resta un mistero, i confini fra il reale e il sogno sono incerti come le mura di quella città, incerti fra il vero e mera rappresentazione del vero. Murakami però è così abile nella costruzione dei personaggi e di quel mondo irreale che mi sembra di conoscere da sempre il signor Koyasu, come fosse realmente esistito, al punto che provo per lui ammirazione e dispiacere per ciò che ha vissuto e per il fatto che si sia dissolto nel nulla diventando evanescente, dispiacere per il fatto che sia svanito in un luogo dove non ha trovato quello che si aspettava, il ricongiungersi con i suoi cari. Penso a lui come fosse un amico scomparso. Murakami ci conduce in un mondo irreale ma dalle sembianze reali, dove tutto si muove e si spostano i confini, dove il tempo scorre lasciando dietro di se i rimpianti e le domande senza risposta ma l’orologio non ha le lancette, come accade viaggiando nello spazio alla velocità della luce, sulla terra il tempo scorre ma nella navicella si è fermato e può anche accadere di essere arrivati ancora prima di partire.

Dove si trova la verità? A questa domanda risponde l’autore nella postfazione del suo romanzo:

“In ultima analisi, la verità non si trova in un’immobilità fissata una volta per tutte, ma nel movimento costante – cioè nelle fasi di spostamento. Non consiste forse in questo il mistero della narrazione? Io ne sono convinto.”

Antonella Pizzo

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Canto della pianura di Kent Haruf lettura di Antonella Pizzo

30 mercoledì Ott 2024

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura

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Antonella Pizzo, kENT HARUF

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Canto della Pianura di Kent Haruf edizioni NNE

“A Holt c’era quest’uomo, Tom Guthrie, se ne stava in piedi alla finestra della cucina, sul retro di casa sua, fumava una sigaretta e guardava fuori, verso il cortile posteriore su cui proprio in quel momento stava spuntando il giorno. Quando il sole ebbe raggiunto la sommità del mulino a vento, l’uomo rimase a guardare la luce che si faceva sempre più rossa sulle alette di acciaio e sulla coda, alte sulla piattaforma in legno.”

Siamo a Holt, un paese immaginario collocato dall’autore in Colorado, assomiglia forse al piccolo villaggio agricolo  dove Haruf ha trascorso la sua infanzia, un paese dalla natura selvaggia e caratterizzato dagli spazi aperti delle grandi pianure. Siamo immersi nel silenzio e nella luce, un raggio di sole colpisce il mulino a vento, a volte soffia il vento, i campi sono dorati, le estati calde e gli inverni gelidi, allora il vento solleva i fiocchi di neve.

“Fuori, il vento era aumentato rispetto al pomeriggio. Lo sentivano ululare attorno alla casa, gemere e rumoreggiare fra gli alberi spogli. La neve farinosa, sollevata dal vento, passava davanti alle finestre e sfrecciava in raffiche improvvise attraverso il cortile gelato, alla luce di un fanale appeso a un palo del telefono sul retro. Candidi, vorticosi mulinelli nella luce azzurrina.”

Notevoli sono i contrasti fra movimento e stasi, il vento che solleva la neve, il raggio di sole che nel silenzio del mattino  colpisce le pale e Tom Guthrie, il padre di due ragazzini che non stanno mai fermi anche se in quel momento dormono ancora, sta alla finestra immobile a osservare il paesaggio che muta. Come in un film, lo spettatore osserva lo svolgimento dell’azione nello schermo, ma presto lo spettatore diventerà protagonista e farà la sua parte.
Assomiglia a un villaggio western dove ancora vivono i pionieri, gli abitanti sono pochi e si conoscono tutti, tutti sanno tutto di tutti. I contadini vivono nelle loro fattorie, coltivano i campi, riempiono i granai, accudiscono il bestiame. La strada principale è la Main Street, la città più vicina è Denver, ma lì la vita è diversa, è più dispersiva. A Holt c’è un giornale, un caffè, un fast food. C’è l’essenziale, una cittadina che basta a sé stessa. In questo spazio, in un tempo di mezzo, né troppo moderno né troppo antico si muovono i personaggi. Non c’è una precisa trama ma sembra uno spaccato di vita che inizia in un tempo e in uno spazio e a un certo punto finisce, come la vita, le vite di tutti, che non hanno una trama logica, ma un inizio e una fine, a volte insulsa, inaspettata, poco soddisfacente, a volte ha un senso compiuto, si vive sperando di trovarlo, come dice il Vasco nazionale: “Voglio trovare un senso a questa vita…Senti che bel vento, Non basta mai il tempo.”

Tom Guthrie è un professore che insegna Storia Americana, boccia uno studente che è un ignorante senza voglia di studiare. Capita nella vita di un professore, capita anche che la famiglia dello studente e lo studente stesso promettano di vendicarsi. Il professore ha due figli di nove e dieci anni, Ike e Bobby, cresciuti anzitempo, la madre soffre di depressione e va a vivere in città dalla sorella. I due bambini prima di andare a scuola prendono la bicicletta e si occupano della consegna dei giornali che arrivano ogni giorno con il treno. Una collega del professore è la buona Maggie Jones, che aiuta una studentessa sedicenne, Victoria Roubideaux, rimasta incinta di Dwayne, un quasi balordo, e cacciata di casa dalla madre. Maggie Jones prima la ospita a casa sua ma il vecchio padre non accetta la sua presenza e Maggie convince a ospitarla nella loro fattoria i due anziani fratelli McPheron, Raymond e Harold, scapoli che vivono soli, da quando la loro madre, molti anni prima, è morta. Si occupano di giovenche, di cavalli, campi di mais, di cereali. Nel romanzo sembra tutto semplice, la struttura semplice, i fatti chiari, i sentimenti ben controllati, gli ignoranti sono ignoranti che non nascondono la loro ignoranza, i cattivi non sono tanto cattivi ma sono solo ignoranti, non sono stati educati, non hanno senso civico, sono come i banditi del far west, stupidi e prepotenti, si riconoscono facilmente e quindi si riesce a tenerli a bada. Poi ci sono i buoni, e sono la maggioranza, e ciò è consolante. Sono buoni i due fratellini Ike e Bobby e i due fratelli anziani Raymond e Harold. Rappresentano il futuro e il passato. Entrambe le coppie di fratelli sentono la mancanza della madre ma riescono a vivere la loro vita anche senza. Entrambe, nonostante l’apparente fragilità, derivata dal loro essere troppo giovani o dal loro essere troppo anziani, hanno coraggio. I fratelli anziani hanno coraggio nell’accogliere in casa, con generosità, una studentessa sedicenne incinta, della quale non conoscono i comportamenti avendo vissuto sempre da soli e in mezzo al disordine, sapendo solo che la ragazza è gravida come lo sono le loro giumente. Hanno coraggio quando fanno partorire la giovenca e quando infilano le braccia dentro l’utero delle giovenche per vedere se sono state fecondate. I fratelli più giovani hanno coraggio nel far visita e compagnia a una vecchia signora abbandonata da tutti alla quale consegnano il giornale, che un mattino trovano morta nel suo appartamento, in solitudine completa. Hanno coraggio quando assistono all’autopsia del loro cavallo morto che viene squartato, le budella rinfilate dentro e poi ricucito con lo spago. Le descrizioni sono crude e il linguaggio essenziale, la natura è quella e non occorre edulcorala, bisogna accettare che ci sono le nascite e che ci sono le morti, c’è chi copula e chi rimane incinta, è il ciclo della natura, le stagioni che si susseguono, si è giovani come i due fratelli Guthrie e poi si diventa vecchi come i fratelli McPheron, si muore come la vecchia signora e si nasce come la figlia di Victoria.
In questo romanzo ci leggo la speranza, la bontà e la generosità, il trovarsi tutti insieme attorno a un tavolo a condividere esistenze, ad amarsi. Nel contrasto fra il movimento e la stasi, osservo il vento, lo spirito che soffia in tutte le stagioni, che fa muovere gli animi e fa nascere la speranza nel futuro. Leggere questo libro mi ha fatto star bene e per questo motivo lo consiglio, nonostante le descrizioni siano a volte crude e tragiche, c’è sotteso un insegnamento, mai avere paura dei banditi che entrano in città a fare razzie, meglio isolarli e fare famiglia, fare comunità aiutandosi l’uno con l’altro, come accadde nella casa dei  fratelli McPheron “quella sera di fine maggio, diciassette miglia a sud di Holt.”

Antonella Pizzo

dal sito della casa editrice NNE

Kent Haruf

Kent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani, ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speciale dalla PEN/Hemingway Foundation. Con il romanzo Il canto della pianura è stato finalista al National Book Award, al Los Angeles Times Book Prize, e al New Yorker Book Award. Con Crepuscolo, secondo romanzo della Trilogia della Pianura, ha vinto il Colorado Book Award. Benedizione è stato finalista al Folio Prize. NN Editore ha pubblicato tutti i suoi libri ambientati nella cittadina di Holt, compreso Le nostre anime di notte, bestseller uscito postumo nel 2017.

Sinossi

Con Canto della pianura si torna a Holt, dove Tom Guthrie insegna storia al liceo e da solo si occupa dei due figli piccoli, mentre la moglie passa le sue giornate al buio, chiusa in una stanza. Intanto Victoria Roubideaux a sedici anni scopre di essere incinta. Quando la madre la caccia di casa, la ragazza chiede aiuto a un’insegnante della scuola, Maggie Jones, e la sua storia si lega a quella dei vecchi fratelli McPheron, che da sempre vivono in solitudine dedicandosi all’allevamento di mucche e giumente. Come in Benedizione, le vite dei personaggi di Holt si intrecciano le une alle altre in un racconto corale di dignità, di rimpianti e d’amore. In particolare, in questo libro Kent Haruf rivolge la sua parola attenta e misurata al cominciare della vita. E ce la consegna come una gemma, pietra dura sfaccettata e preziosa, ma anche delicato germoglio.

Questo libro è per chi ama spostarsi solo con il pensiero, meglio se in poltrona e sotto una coperta a scacchi rossi e blu, per chi riesce a sentirsi a casa anche solo con una finestra aperta sul cielo, per chi cerca su google maps i luoghi dei libri, meglio se immaginari, e per chi ha deciso di affidarsi al tempo, nella convinzione che lo spazio possa sempre tradirlo.

Vite insignificanti ma indispensabili, per la più semplice delle ragioni: per la voce stupenda, quieta e luminosa, con cui Haruf ci racconta della sua Holt, di questa piccola città dove ci sembra di vivere da sempre e che mai vorremmo lasciare.” TOMMASO PINCIO

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Breve studio di Paolo Landi su ‘Arte della navigazione notturna’ di Adriana Gloria Marigo, Caosfera, 2022.

28 lunedì Ott 2024

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, Recensioni

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Adriana Gloria Marigo, Arte della navigazione notturna, Paolo Landi

 

L’enigma del frammento e la dimensione unitaria dell’opera poetica

Assegnare un valore estetico elevato alla brevità, considerando un’opera di piccolissime proporzioni come un prodotto isolato, può essere problematico; ma questa assegnazione diventa del tutto evidente, inquadrando entro uno stesso contesto una serie di opere di tale misura; e allora possiamo avere una formazione globale – che a suo modo può anche essere considerata come un’opera unica -,  e tale formazione può essere assunta nel peso del suo fulgore, che finalmente emerge al di là di ogni possibile equivoco. Ma vi sono diverse formazioni provviste di un’ampiezza diversa, e di un diverso grado di coesione; si può così procedere dall’opera unica – come accade con Arte della navigazione notturna di Adriana Gloria Marigo (Caosfera, Vicenza 2022), al di là delle  eventuali intenzioni dell’autrice, e se del caso della sua stessa consapevolezza -, a raccolte di opere come gli insiemi poetici riuniti sotto il titolo di una stessa sezione o di un medesimo volume, che a loro volta stabiliscono un grado di vicinanza o di lontananza  nei confronti del modello dell’opera unica, provvisto di una diversa misura a seconda della loro fisionomia – mentre considerazioni dello stesso genere si possono fare ad esempio per le opere della pittura, soprattutto nell’ambito contemporaneo, laddove Picasso a questo proposito risulta del tutto esemplare.  Ed anche in questi casi, come in quello dell’opera unica – ma con cadenze, gradi di intensità e misure di rilevanza di tipo diverso -, possiamo dire che le singole brevi o brevissime composizioni si riverberano sull’insieme, e pertanto ciascuna di loro si riflette e incide su ciascuna delle altre, in una misura diversa a seconda degli esemplari. Ed è singolare la possibilità di rinvenire come una luminescenza relativa alla dimensione del bello, che si costituisce attraverso lembi della stesura globale provvisti di una certa estensione, senza che questo effetto sia dovuto alla disposizione che attiene al canone dell’opera unica – che comunque rimane un lascito imprescindibile per la ricchezza di ogni possibile epoca od ogni periodo possibile o immaginabile della storia del bello -; ed è ancora più singolare l’accensione dello sguardo – o dell’udito, o comunque dell’ascolto interiore, concepito nell’accezione profonda di ogni modalità della fruizione estetico-artistica congiunta all’esercizio dei nostri sensi, ed alla compagine dei loro intrecci -, nel caso in cui la singola composizione provvista di una misura ristretta o anche molto ristretta, viene recepita nella sua rilevanza in ordine alla dimensione del bello, prima di avere messo in luce il contesto; infatti, in questi casi è come se lo sfondo provvisto dalle altre composizioni irradiasse il suo influsso, la sua portata, la sua profondità e il dominio della sua vastità, investendo in modo enigmatico il complesso che viene assunto nella sua brevità. E del resto, questo accade ad esempio nel cinema, in una singola immagine che appartiene alla fase iniziale di un film, prima che sia emerso il seguito con la sua vastità dirompente; e d’altra parte, nel cinema questo effetto è ancora più enigmatico, poiché in questo caso non abbiamo l’artefatto della parola – e il regime della sua trasposizione ideale di quello che viene assunto dalla nostra esperienza -, ma abbiamo un inquietante effetto del verisimile nei confronti della esperienza reale od effettiva, che non è riscontrabile nelle altre arti – il che vale, nonostante il grado della elaborazione estetico-artistica del quale le immagini in questione possono essere investite. Così, Arte della navigazione notturna rappresenta l’esemplare di un’opera unica, che per un verso  potrebbe essere stata generata senza che fosse anticipata o progettata come tale, e per un altro verso è legata alla serie delle raccolte poetiche precedenti dell’autrice, che a loro volta sono provviste di una compattezza e di alcuni ricorsi tematici – e quindi di una serie di linee di congiunzione -, laddove tali complessi mettono in gioco una sorta di convergenza nei confronti dello statuto canonico di un’opera di questo tipo. Così la lettura di quest’opera può invitare a  considerare nuovamente le precedenti opere dell’autrice, cogliendo una serie di arpeggi che si rincorrono in modo trasversale, o se vogliamo una serie di emergenze sinfoniche, ecc., quali ingredienti che sono suscettibili di illuminare più a fondo il lascito delle sue opere letterarie, e di attribuire ad esse un riconoscimento di ordine più elevato. E un discorso analogo si può fare, parlando in generale – e al di là di un riferimento all’autrice – per gli aforismi; ma in questo caso, se da un lato abbiamo un qualche ingrediente letterario legato ad una valenza estetico-artistica del linguaggio, abbiamo anche una componente sapienziale, che contiene degli indici di valore distinti da quelli a carattere estetico; e il tratto enigmatico degli aforismi è dato soprattutto dalla loro capacità di racchiudere una densità del pensiero, che in ogni aforisma riuscito bene mette in gioco una splendida autonomia rispetto agli altri prodotti dello stesso genere. Ed anche in questo caso, ovviamente, il contesto fornito da quanto precede e da quanto segue stabilisce delle risonanze che influiscono sul singolo prodotto; e ciò vale sia sotto il profilo del pregio estetico-letterario degli aforismi medesimi, sia nei termini di quello sapienziale; e questo riguarda sia una sorta di diluizione, distensione ed articolazione del pensiero, che tuttavia deve conservare l’alea fortemente ambigua, obliqua e polisensa, sia, al contrario, un rafforzamento del carattere enigmatico e provocativo, il quale ha modo di elevarsi nella costellazione vagamente discorde di questi lacerti della follia letteraria, nel mentre che il folto delle discordanze a suo modo può anche avere, comunque, un effetto melodico, e un suo ingrediente di sintesi. E d’altra parte, la densità del pensiero di per sé, a mio avviso, rimane meno problematica ed enigmatica – quanto al suo indice di valore -, rispetto alla riuscita estetica di un frammento mirabile dell’estro a carattere letterario – o di una immagine del cinema, come accade ad esempio nei film di de Oliveira. Ma tornando all’Arte della navigazione notturna, rimane il fatto che proprio la brevità dei singoli blocchi di versi assicura una volta per tutte il loro legame d’insieme, componendo una sorta di inno, o di poemetto, o comunque di composizione globale che ha una sua fisionomia fortemente unitaria. E da questa unità complessiva, è nata forse la poesia più vasta dell’autrice, e forse sua gestazione più alta. E a ciò si può aggiungere che se la disposizione nelle singole pagine è perfetta, vi potrebbe anche essere un altro ordinamento, forse meno elegante, ma almeno altrettanto funzionale, dividendo l’insieme in due o tre parti senza titolo; al che, si potrebbero considerare il movimento diacronico e narrativo della discesa nella notte e della emersione nel mattino, e i successivi passaggi che indugiano nella luce dispiegata – rappresentando il regime intensivo della luce medesima nella sua perduranza e nella sua progressione entro l’alveo del giorno, e infine mettendo in gioco le digressioni che riguardano lo svariare delle movenze, le mutazioni tipiche o caratteristiche della luminescenza, e le emergenze relative alle stagioni, od alle ore, o alle singole giornate, ecc. Ciò posto, potremmo avere una prima parte, un seguito che considera queste variazioni con qualche criterio di ripartizione – anche marcandole sotto un profilo globale -, ecc. E non è vero che un progetto letterario tipicamente contemporaneo possa essere suscettibile, anche se autentico, di essere decostruito e ricostruito nelle sue parti ad arbitrio: nelle opere pervase dalla bellezza autentica sussistono sempre dei limiti strutturali, e il resto deve essere lasciato ad una serie di pregiudizi correnti.

                                                                              Paolo Landi

Paolo Landi (Livorno, 1953) si è laureato in Filosofia e in Lettere presso l’Università di Pisa ed ha insegnato filosofia fino al 2009. Ha pubblicato diciotto volumi a carattere filosofico e di impronta fenomenologica, nonché articoli di filosofia, saggi sul cinema e tre raccolte di poesie. Tra le sue opere recenti: Dell’insieme totale (Giornale di Metafisica, 2001-2004), L’esperienza e l’insieme totale (Clinamen, 2009), Idee per una semiologia fenomenologica (id., 2014), Lineamenti di una fenomenologia dell’arte (Mimesis, 2019), L’uno, le parti e il tutto (id., 2021), Coscienza e realtà nella storia del cinema (id., 2022) e le raccolte di versi L’occhio del fulmine (Prometheus, 2020), Il tempio del musico volto (Officina Milena, 2022) e Ivi non giungono i balsami delle altezze (Progetto Cultura, 2024).

 

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Creatura di sabbia di Tahar Ben Jelloun lettura di Antonella Pizzo

23 mercoledì Ott 2024

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura, Recensioni

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Creatura di sabbia di Tahar Ben Jelloun (Autore) Egi Volterrani (Traduttore) La nave di Teseo, 2022

Un essere umano può dirsi felicemente realizzato quando ha risolto le proprie conflittualità, riconoscendo sé stesso, le proprie fragilità, i propri difetti, i punti deboli, le carenze affettive, i traumi subiti, le proprie mancanze o anche i talenti, le prorie caratteristiche peculiari, la faccia, il naso, il suo corpo disarmonico o armonioso e bello che sia, sano o malato. Quando ha iniziato ad amarsi e accettarsi, così come è. Quando ha smesso di essere come gli altri vogliono che sia, è diventato autentico, non nascondendo le proprie passioni e le proprie aspirazioni, piuttosto coltivandole, affinché i talenti diano dei frutti, non in termini di successo sociale ma di soddisfazione personale. Per essere vero, ascoltando la coscienza, praticando il bene, per essere manifestazione autentica del proprio essere.
Se donna, se uomo, se etero, omo, se bisex, se fluid o queer, che viva e si rapporti con gli altri in armonia con la propria essenza, autentica essenza ed esistenza, senza finzioni. Diversamente lo squilibrio e la dissonanza saranno strada che condurrà all’infelicità, sarà stridio di unghie che grattano sulla lavagna. Occorre vivere nella verità e senza nascondimenti, vivere in armonia con il prossimo e con sé stessi.
Accade, a volte, che circostanze particolari, costrizioni esterne provenienti dal potere o dalla famiglia, portino a reprimere la propria natura senza possibilità di ribellarsi. Ciò sarà causa di dolore ed estrema sofferenza.
Si può essere creatura all’apparenza forte e ben solida ma poi sgretolarsi come creatura effimera, una scultura di sabbia in balia dei venti delle circostanze. È questo il caso di Ahmed, la protagonista del romanzo Creatura di sabbia scritto da Tahar Ben Jelloun e pubblicato per la prima volta nel 1985. Il romanzo è ambientato in un Marocco del secolo scorso. Le atmosfere, gli usi, i costumi, sono nettamente marocchini e non poteva essere altrimenti. La vicenda si svolge fra fiaba e realtà.
Hadj Ahmed avrebbe voluto un maschio al quale lasciare la propria eredità. La moglie era incinta, era stata prolifica partorendogli già sette figlie femmine ma nessun figlio maschio, così l’uomo decise che da quell’ottavo parto, se fosse nata una femmina come le altre, per lui sarebbe stato come se fosse nato un maschio. E così malauguratamente accadde, nacque una femmina. La bambina viene dichiarata maschio. Per continuare l’inganno le viene fintamente tagliato il prepuzio e imposto il nome di Mohamed Ahmed. La bambina viene educata come un bambino, le viene inculcata la mentalità maschile, le si impone di pensare, di vestirsi, di parlare come un uomo, di considerare le donne degli esseri inferiori, prive di ogni diritto e sottomesse all’uomo, in quanto l’uomo è per natura superiore. Segue alla lettera le imposizioni del padre arrivando a fasciarsi il seno e si convince che davvero lei è un uomo nato per errore in un corpo di donna.
Mohamed Ahmed trova sollievo dal dolore dell’esistenza prevaricando il prossimo, approfittando della sua posizione sociale per commettere quanti più abusi possibili. “Essere donna è una menomazione naturale della quale tutti si fanno una ragione. Essere uomo è una illusione e una violenza che giustifica e privilegia qualsiasi cosa.” Si macchia così delle peggiori colpe, diventa cattivo e crudele, quasi perfido. Si sposa con una cugina, che malata muore subito dopo il matrimonio. Dopo la morte della moglie e del padre, venendo meno l’autore della sua forzata trasformazione in ciò che non era. “Quello che adesso rimpiango davvero è di non aver svelato prima la mia identità e infranto gli specchi che mi tenevano lontana dalla vita. “
Mohamed Ahmed entra in crisi e inizia a pentirsi, interrogandosi e soffrendo per la sua condizione, si smarrisce nel deserto non riconoscendosi più, né in un uomo e neppure in una donna.
“E’ tempo, per me, di sapere chi sono. Lo so, ho un corpo di donna/ ho un comportamento da uomo, o più precisamente, mi è stato insegnato a comportarmi come un essere naturalmente superiore alla donna. Tutto me lo permetteva: la religione, il testo coranico, la società, la tradizione, la famiglia, il paese … e io stesso …”
Nella migliore tradizione orale nel secondo capitolo la storia di Ahmed viene raccontata da un cantastorie che si aggira per le piazze del Marocco leggendo le pagine del suo diario. Fa parlare il protagonista stesso e nel contempo racconta la sua storia, finché il cantastorie muore con il diario stretto nel petto senza aver rivelato agli uditori la fine. Il romanzo diventa corale e ogni persona che ascoltava il cantastorie racconterà la morte della protagonista avvenuta con diverse modalità. Una donna di nome Fatouma, sembra essere Ahmed stessa che ha attraversato il deserto, superato le dune, fino ad arrivare all’oasi rigogliosa del suo essere autentico.

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Roberto Maggi, “Gli accordi spezzati”, Bastogi Libri, 2024. Nota di lettura di Simonetta Pulicati.

21 lunedì Ott 2024

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura

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Gli accordi spezzati, Roberto Maggi

 

“Gli accordi spezzati” (Bastogi Libri, 2024) di Roberto Maggi è un libro che si rivolge direttamente all’anima. Chiede con delicatezza al lettore di utilizzare occhi capaci di attraversare il velo della sofferenza e dell’amore, delle parole dette e non dette per rendere leggibile ciò che si nasconde dietro il quotidiano vivere. Quel che immediatamente colpisce è la musicalità del linguaggio che demarca e accompagna il destino dei protagonisti lungo il corso delle loro esistenze vissute in parallelo, in un gioco infinito di intrecci, di continui rimandi al passato, di superamento dei confini spazio-temporali. A volte, durante la lettura, si avverte un leggero senso di spaesamento, un perdersi e ritrovarsi che suona (espressione verbale più che mai calzante) analogo a quello che provano i protagonisti. E non può essere altrimenti quando è l’anima ad essere al centro del sentire e a conferire un senso agli eventi della vita. Passo dopo passo, album dopo album (i capitoli sono suddivisi in “album”), il libro ci svela l’interiorità profonda dell’essere uomini. Ci parla del dolore, inferto e subito, della delusione, della follia, ma anche della volontà di farcela, nonostante tutto. L’autore guarda ed esplora questo dolore attraverso l’io narrante dei protagonisti, che si colora di tinte diverse, proprio come gli “album” del libro (oro, platino, argento). Ognuno esprime la propria percezione fisica e psichica del dolore con toni ora gravi e acuti, ora lenti e sconvolgenti. Una partitura che si fa lingua, un dolore che si fa musica e dà forma e voce al sentire umano. Nel crescendo delle note e degli arpeggi l’autore descrive il dolore di una perdita o di una violenza che giunge senza preavviso con una forza tale da stravolgere la vita: una fitta lancinante che sbriciola e polverizza d’un solo colpo le certezze, le aspirazioni, che infrange i sogni e il cuore. Ineluttabilmente il dolore reclama una risposta, e chiede alla coscienza di scendere nelle profondità intime dove si annida la colpa, la ferita, l’errore, il fallimento, la disperazione, la nostalgia di ciò che si è perduto. Il confronto con la propria ombra è a tratti crudele e terrificante, un’esperienza limite che può condurre l’uomo nell’oscurità esistenziale, da cui non sempre è facile risalire. Alla fine, come sempre accade, è il libero arbitrio della persona a decidere: se cedere alle lusinghe della sofferenza malinconica e triste o se trasformare il proprio dolente vissuto in una forma di riscatto e andare avanti. “Gli accordi spezzati” è un libro che commuove ed emoziona per l’intensità con cui l’autore riesce a toccare le corde dell’anima umana.

Simonetta Pulicati

 

 

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Roberto Maggi è uno scrittore, poeta e articolista romano, laureato in scienze biologiche. Ha finora pubblicato 4 libri: la raccolta di poesie “Schegge liquide (Aletti, 2014), la raccolta di racconti “Suites di fine anno”, (Florestano Edizioni, 2019), la silloge poetica “Scene da un interno” (Terra D’ulivi Edizioni, 2019) e il romanzo “Gli accordi spezzati” (Bastogi Libri, 2024). Ha inoltre partecipato a numerose raccolte antologiche. Nel 2015 avvia, insieme al pianista Theo Allegretti, un progetto che unisce poesia e musica, la performance “Suoni di-versi”, rappresentata in vari contesti privati e pubblici. Ha ottenuto diversi premi e riconoscimenti, tra cui il Premio Wilde (2° posto assoluto, marzo 2020), il Premio Speciale Resilienza del Premio Astrolabio 2020/2021, il Premio di Poesia La Repubblica dei poeti (2° Sezione poesia inedita), il Premio Letterario Città di Orvieto – Sezione Prosa. Tra le sue passioni, oltre la letteratura, l’arte, il cinema, la fotografia e soprattutto la musica.

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La vegetariana di Han Kang lettura di Antonella Pizzo

16 mercoledì Ott 2024

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Recensioni

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“una lunga canna di bambù da cui pendono enormi quarti di carne rosso sangue, ancora gocciolanti di sangue. Cerco di passare oltre ma la carne… non c’è fine alla carne, e nessuna via d’uscita. Ho del sangue in bocca, i vestiti intrisi di sangue appiccicati alla pelle.”
“Ho mangiato troppa carne. Le vite degli animali che ho divorato si sono tutte piantate lì. Il sangue e la carne, tutti quei corpi macellati sono sparpagliati in ogni angolo del mio organismo, e anche se i resti fisici sono stati espulsi, quelle vite sono ancora cocciutamente abbarbicate alle mie viscere.”

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La vegetariana è il romanzo più famoso della scrittrice sud coreana Han Kang, vincitrice del Nobel per la letteratura del 2024. Edito in Italia da Adelphi traduzione di Milena Zemira Ciccimarra.
Il linguaggio del romanzo è netto e non fa sconti, le immagini e le descrizioni sono evocative e intense. Racconta la storia di Yeong-hye che fa un terribile sogno di sangue e di boschi e quel sogno è la linea di demarcazione del suo prima e del suo dopo.

Il prima è la vita apparentemente tranquilla di una donna ordinaria, un matrimonio con un uomo mediocre, il signor Cheong, che l’ha sposata solo perché lei è una donna sui generis, né bella né brutta, quasi un oggetto, lui non è costretto a competere con lei. Lei che passa le sue giornate a leggere nella sua stanza, che ogni tanto sottostà con indifferenza alle voglie sessuali del marito, una brava cuoca che cucina i piatti, rigorosamente con carne, preferiti dal marito. Una donna che è figlia di un padre ex militare, un uomo severo e violento che castigava con percosse Yeong-hye e la sorella In-hye quando erano bambine. La sorella è una donna che si è fatta da sé, possiede un negozio di cosmetici a Seul, dove è ambientato il romanzo, che va abbastanza bene e che dà la possibilità al marito, un anonimo uomo e artista fallito, di non lavorare e di esercitare la sua arte di videomaker.
Il dopo è il rifiuto improvviso e categorico di Yeong-hye di mangiare carne. La sua non è una decisione alimentare ma risponde a un preciso bisogno di trasformazione. Yeong-hye vuole sfuggire alla violenza, quella del padre e quella del marito che si manifesta nella sua indifferenza, che la considera e la utilizza come fosse un oggetto, vuole sfuggire alla violenza della società giudicante.

La famiglia non accetta la sua decisione e cerca di convincerla in molti modi, tutto è inutile, lei continua a rifiutare la carne. Il padre, con rabbia e violenza, durante una cena cerca di infilarle in bocca  un pezzo di carne. Yeong-hye afferra un coltello e si taglia le vene di un polso.
Il cognato la prende in braccio e la conduce in ospedale. I familiari tutti sono sporchi di sangue di Yeong-hye.
Quel cognato sa, perché gli è stato raccontato dalla moglie, che Yeong-hye ha una macchia azzurra a forma di foglia nella schiena. Spesso presente negli asiatici alla nascita, è una macchia mongolica che poi scompare con l’età. Questo pensiero della macchia mongolica della cognata diviene la sua ossessione. Ne è attratto sessualmente e artisticamente, ne è turbato.

Il cognato, fortemente e intensamente attratto dalla macchia mongolica della cognata, sogna di utilizzarla per realizzare un progetto artistico, desidera dipingerla e trasformare il suo corpo in un’opera d’arte. Lui le chiede di denudarsi affinché, come fosse una tela, possa colorare il suo corpo e decorarlo con motivi floreali. La donna accetta. Lui la utilizza come faceva il marito, come  un oggetto. Il cognato in un delirio artistico sessuale dipingerà il suo stesso corpo e avrà un rapporto sessuale con la cognata. Farà delle riprese in tutte le posizioni e angolature. Queste casualmente verranno viste dalla moglie che turbata e arrabbiata li denuncia. L’uomo sarà arrestato per aver abusato della malattia di Yeong-hye, quest’ultima viene rinchiusa in un istituto dove le verrà diagnosticata la schizofrenia.
Yeong-hye inizierà a sentirsi e a comportarsi come un vegetale. La donna vuole diventare una pianta, cammina sulle braccia perché dalle sue mani sgorgano le radici. Si vuole nutrire solo di acqua, anela alla luce come le piante alla fotosintesi clorofilliana. Si rifiuta di mangiare e questa sua ostinazione la potrà portare alla morte, anche se in effetti lei non vuole morire, vuole rivivere come le piante che non muoiono facendo parte di un ciclo vegetativo, che prevede la rinascita durante il ciclo delle stagioni.
Il romanzo può essere visto come una moderna riscrittura dei miti. Il suo desiderio di diventare una pianta non è solo una fuga dalla violenza, ma anche un desiderio di tornare alla purezza originaria, in un mondo privo di brutalità. La macchia mongolica di Yeong-hye, azzurra come l’acqua e a forma di foglia, presenta delle analogie con il mito di Achille nella sua seconda e meno conosciuta versione. Achille si bagnava alla fonte che l’avrebbe reso invulnerabile ma una foglia era caduta dall’albero e si era posata sul suo tallone rendendo quella parte il suo punto debole. Al contrario Yeong-hye è vulnerabile e l’unica parte immortale è nella sua macchia mongolica primordiale, appartenente a un tempo antichissimo, dove esisteva l’ordine e il bene, dove il mondo animale e quello vegetale convivevano in simbiosi, prima ancora della comparsa dell’uomo sulla terra che mangia gli animali, beve il loro sangue e distrugge le piante. Un segno che rappresenta la purezza, uno stato naturale, incontaminato. La scelta di Yeong-hye di lasciare il suo corpo animale per un’esistenza vegetale può essere letta come un modo per rispondere alle domande fondamentali della condizione umana, del conflitto tra la natura umana e quella divina, tra il corpo e l’anima, tra la vita e la morte.
Nella mitologia la trasformazione è spesso una via di fuga da una sofferenza o da una minaccia. Queste trasformazioni rappresentano uno strappo con il mondo umano e una nuova forma di esistenza, proprio come il percorso di Yeong-hye che la porta a rifiutare progressivamente il cibo e le relazioni umane, cercando di identificarsi con una vita vegetale. La storia di Dafne nella mitologia greca è una delle associazioni più immediate. Dafne, per sfuggire ad Apollo, si trasforma in un albero, nel lauro. Abbandona la forma umana per sfuggire alla violenza maschile, come Yeong-hye, che si vuole rifugiare nel mondo vegetale. Entrambe rifiutano la violenza e anelano all’armonia con la natura. La protagonista non parla mai in prima persona; è sempre descritta dagli altri: dal marito, dalla sorella, dal cognato. La ninfa Eco nella mitologia greca è condannata solo a ripetere le parole degli altri. Yeong-hye, come Eco, è una figura silenziosa, la cui storia è sempre raccontata da altri. La sorella è l’unica che si occupa di lei. Il cognato sparisce, lascia che sia la moglie a occuparsi del loro figlio. Il marito si è defilato da tempo, non sa che farsene di una moglie che non cucina e da scandalo con le sue fissazioni.
La descrizione del cognato che dipinge i corpi a motivi floreali per le riprese e i rapporti sessuali che consumano sono quasi scandalose, l’unione di quei corpi è contro ogni ordine, un’unione innaturale fra gli umani e il mondo vegetale. Yeong-hye diventa ogni giorno più magra e fragile, In-hey è sempre più stanca e disillusa, anche lei sta subendo un processo di trasformazione, infatti sussurra all’orecchio della sorella che anche lei fa dei sogni. Il romanzo, disturbante, ha molte chiavi di lettura, esplora mondi diversi, è un viaggio alla Giulio Verne, un viaggio con l’Enterprise, si può scendere nelle profondità degli oceani o della terra o restare in superfice, si può puntare verso l’alto e dirigersi nell’azzurro del cielo, planare, arrivare con i rami in alto ad afferrare la luce, oppure rimanere nel sottobosco e nutrirsi di rugiada. Sta a noi decidere fin dove arrivare.

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Trilogia della città di K. di Agota Kristof lettura di Antonella Pizzo

09 mercoledì Ott 2024

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura, Recensioni

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Agota Kristof

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Trilogia della città di K. (Trilogie des jumeaux)  è un romanzo di Ágota Kristóf, scrittrice ungherese che, in seguito all’intervento in Ungheria dell’Armata Rossa per soffocare la rivolta popolare, nel 1956 con il marito e la figlia si è rifugiata in svizzera, dove vivrà fino alla morte. La trilogia è stata scritta in francese, la sua seconda lingua, che non riuscirà mai a padroneggiare pienamente, tant’è che lei stessa, nella sua opera “L’analfabeta. Racconto autobiografico”, si è definita analfabeta.

Trilogia della città di K., nella versione completa edita da Einaudi nel 2014, si compone di tre parti: Il grande quaderno (Le grand cahier), pubblicato nel 1986, La prova (La Preuve) del 1988 e La terza menzogna (Le Troisième Mensonge) pubblicato nel 1991.

Dalla Grande Città alla Piccola Città (nel romanzo in maiuscolo, si immagina quindi  che siano quelli i nomi delle città) una Madre con due figli piccoli, gemelli, di cui non conosciamo il nome, arrivano, con due valigie e uno scatolone, dalla madre di lei, la Nonna, che abita in prossimità del confine, in una terra, probabilmente una terra dell’est,  devastata da una guerra di cui non sappiamo nulla. (Madre e Nonna sono in maiuscolo come i nomi della città) I gemelli vengono affidati alla nonna perché la madre non può nutrirli a causa della troppa povertà. La nonna, dagli abitanti della Piccola Città,  viene chiamata la strega e vive in una casa sporca all’inverosimile, possiede un orto e degli animali da cortile dai quali riesce a procurarsi denaro e  cibo di ogni sorta che nasconde sottochiave in cantina. La prima parte, Il grande quaderno, comincia così, come quelle fiabe nere, dove spesso bambini e ragazzini vengono abbandonati nel bosco da adulti che non possono più occuparsi di loro. I due gemellini, al pari di Pollicino, Hansel e Gretel, Cenerentola, vengono lasciati in balia degli eventi e vengono abbandonati nel bosco. Come tutti personaggi di queste antiche fiabe anche loro sono intelligenti e furbi e alla fine riescono a cavarsela. I nostri sono freddi e calcolatori, crudeli senza cattiveria, incapaci di sentimenti positivi o negativi, quasi disumani, si esercitano a sopportare ogni male e ogni privazione per fortificarsi. Non provano emozioni ma hanno un distorto senso della giustizia, provvedono, infatti,  alle necessità di una vicina, vecchia cieca e sorda e di una ragazzina con il labro leporino che è abituata alle più grandi sconcezze.  Fanno esercizi e si ripetono parole e parole, di odio e di amore,  affinché a furia di ripeterle quelle parole perdano forza e significato. Lavorano l’orto e accudiscono gli animali. Nascondono in soffitta un grande quaderno dove narrano  al plurale ciò che accade loro, narrano la loro verità, narrano i loro fatti.  “Le parola che definiscono i sentimenti sono molto vaghe” meglio attenersi alla descrizione fedele dei fatti.  I fatti sono disturbanti, sono incesti, violenze, pedofilia, aberrazioni sessuali, si immagina che siano raccontati nel grande quaderno con rigore e asetticamente. Alla fine della prima parte uno dei due gemelli riesce a passare la frontiera ingannando il padre, finché il padre non salta sopra una mina e il gemello segue le sue orme passando sopra il suo cadavere. A questo punto mi faccio delle domande: Per quale motivo i gemelli si separano? Come fanno a decidere chi resta e chi parte?

Il linguaggio nella seconda parte cambia, da asciutto e conciso, da descrittivo e asettico, diventa più articolato. Nella seconda storia, dal titolo La prova, i gemelli sono divisi e la narrazione da plurale diviene singolare e in terza persona. Apprendiamo che il gemello rimasto si chiama Lucas. (Il secondo gemello che ha passato la frontiera si chiama Claus, anagramma di Lucas.) In questa seconda parte compare il dolore, del tutto assente nella prima parte. Lucas soffre per la perdita del fratello, resta a letto per mesi mentre il campo della nonna va a male e le bestie nella stalla sopravvivono a stento. Che sia stata quindi necessaria una separazione fra i due affinché i sentimenti repressi cominciassero a venire fuori? Probabile.

Lucas si riprende. Nella sua vita appare Yasmine. Lucas, che ora ha 15 anni, accoglie lei e il figlio Mathias. Il bambino è malformato ed è nato relazione incestuosa della ragazza con il padre. Yasmine lascia il villaggio e il figlio. Nonostante la malformazione fisica Mathias è intelligentissimo, al pari dei gemelli, ma a differenza dei gemelli soffre per la sua condizione e per il suo non essere amato e non accettato dalla società. Lucas lo ama come non ha mai amato nessuno, forse vede in lui il fratello perduto. Neppure l’amore di Lucas riesce a salvare il bambino.

L’importanza della scrittura è il cardine su cui gira il romanzo.  Dei due gemelli uno è  prosatore, l’altro è poeta. I protagonisti sin da bambini fanno provviste di prodotti di cancelleria, carta, matite; Lucas acquista la cartolibreria presente sin dall’inizio nel romanzo. La cartolibreria ha nella storia un ruolo fondamentale, così come la lettura e i libri.  La scrittura per loro è salvifica, scrivendo e  narrando la realtà  mantengono il controllo e il distacco da una realtà diversamente inaccettabile. Lucas seduce una bibliotecaria che nasconde e salva dalla distruzione libri proibiti. La libreria è rifugio e consolazione per molti bambini che non hanno molte possibilità di leggere.  Il libraio Victor che vende la sua libreria a Lucas,  non riesce a scrivere quel libro che ha sognato di scrivere per tutta la vita, e ciò lo porta alla morte, al fallimento della sua vita.

“Sono convinto, Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia.”

Dopo essere stati convinti d’aver capito tutto o quasi, ci si rende conto di quanto sia labile la realtà e la finzione, la vita e la letteratura. Se è la letteratura che crea una vita accettabile o il suo contrario, se è la vita che nutre la letteratura e tutto è una grande menzogna?

Infatti La terza menzogna, è il terzo libro. Che i primi libri siano due menzogne? Il dubbio è lecito. La terza menzogna è il racconto del secondo gemello Claus o Klaus. Ed è quindi in prima persona singolare. Il terzo libro  ribalta tutto, verità e finzione si aggrovigliano. La matassa è da sbrogliare, ogni nodo è da sciogliere.  Spesso la realtà è più ordinaria e più banale  della letteratura, anche se la realtà, nella sua semplicità,  è molto più dolorosa. Dei due gemelli uno è poeta, come a dire che nella poesia, e non nella prosa, sta  la verità. Ma anche questo non è del tutto vero, come scriveva Pessoa: Il poeta è un fingitore/finge così completamente/che arriva a fingere che è dolore/il dolore che davvero sente./E quanti leggono ciò che scrive,/nel dolore letto sentono proprio/non i due che egli ha provato,/ma solo quello che essi non hanno. /E così sui binari in tondo/gira, illudendo la ragione,/questo trenino a molla/che si chiama cuore.

Il libro è da leggere assolutamente, un’esperienza imprescindibile. Il fascino del romanzo sta proprio in questo gioco continuo tra il vero e il falso, la letteratura e la vita, rendendolo un’esperienza letteraria e intellettuale intensa e coinvolgente.

Antonella Pizzo

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Via Gemito di Domenico Starnone lettura di Antonella Pizzo

02 mercoledì Ott 2024

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura

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Stranone

Pubblicato nel 2001, e ripubblicato nel 2020 da Einaudi, Via Gemito di Domenico Starnone, Premio Strega del 2001, Premio Napoli, cinquina del Premio Campiello, è un romanzo che affonda nelle complesse dinamiche familiari attraverso il racconto di un figlio che ripercorre la vita del padre. La narrazione è intimista e riflessiva, esplora la fragilità dei legami familiari e il peso dei sogni infranti. La vicenda si svolge  a Napoli, tra la fine della Seconda guerra mondiale e il dopoguerra fascista, per buona parte in  Via Gemito 64. La trama è prevalentemente autobiografica ed è raccontata dal figlio Domenico, detto Mimì, mentre va alla ricerca del quadro più famoso del padre, I bevitori, che pare sia esposto presso una sala consiliare. Il romanzo inizia con Mimì che ricorda il padre quando afferma di aver picchiato la moglie solo una sola volta in ventitré anni di matrimonio. Il che è una bugia, il padre ha picchiato e insultato tante volte Rusinè, la madre.  Il padre è Federico detto Federì.  Un pittore che non si è mai realizzato, che pittava, pittava, senza mai raggiungere il successo sperato. Pittava, pittava, e le sue tele coprivano tutto,  la stanza dove dormivano i figli,  la casa dove viveva la famiglia, la vita stessa della  moglie Rusinè e dei tanti figli, tutto passava in secondo piano, tutto coperto dalla tela e dai suoi colori, che soffocavano la realtà, toglievano l’aria e la luce, gli affetti familiari, l’amore. Federì è un ferroviere frustrato che fa di malavoglia e malamente il suo lavoro che percepisce come ostacolo e come causa del suo insuccesso nel mondo dell’arte. Così come gli è d’ostacolo la sua famiglia, diversamente, senza famiglia a carico sarebbe diventato famoso.

Federì è il fulcro del racconto: un artista talentuoso ma frustrato dal fallimento, che si sente incompreso e penalizzato dalle circostanze, un uomo dal carattere difficile, egocentrico, spesso violento. Attraverso la voce del figlio Mimì, l’io narrante, il lettore viene trascinato in un viaggio complesso fatto di amore e odio, in cui la figura del padre emerge come quella di un uomo insoddisfatto e ambizioso, incapace di venire a patti con i propri fallimenti. Questo sogno mai realizzato di vivere d’arte domina la sua esistenza e influenza profondamente il rapporto con la moglie Rusinè, vittima della sua frustrazione e violenza, e con i figli, cresciuti in un ambiente di tensioni e incomprensioni. Starnone esplora le ambizioni irrealizzate di questo personaggio e le loro conseguenze devastanti, in particolare sul piano familiare, dove la realtà quotidiana diventa una prigione per i sogni del padre e un luogo di sofferenza per chi lo circonda. La pittura, per Federì, è l’unico mezzo per affermare la propria identità, ma questo suo desiderio inespresso lo porta a distorcere la realtà, raccontando bugie e millantando successi inesistenti, rendendolo al tempo stesso affascinante e respingente agli occhi del figlio.

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I bevitori di Federico Starnone, esposto nella sala consiliare di Positano. Il bambino che versa l’acqua è Domenico Starnone che ha posato per il padre all’età di 10 anni. Vicenda raccontata nel romanzo.

Il romanzo mette in scena una riflessione sulla memoria e sull’influenza che i ricordi e le narrazioni familiari hanno sulla percezione del passato. Anche i ricordi possono mentire. «Come è perfida la memoria, ogni ricordo è già il primo stadio di una menzogna». Mimì, crescendo, si rende conto che le storie del padre, sebbene potenti e coinvolgenti, sono spesso esagerate o false, e questo lo porta a mettere in dubbio non solo la figura paterna, ma anche la sua stessa identità e i ricordi della propria infanzia. Mimì arriva a rappresentarsi il padre come un pavone, addirittura crede di vederlo reale, presenza viva che si nasconde nella camera da letto del padre, un pavone che fa la ruota con le sue piume colorate. Arriva a odiarlo al punto di desiderare ardentemente, per tre anni di seguito, di ucciderlo. La sua presenza è così predominante che i ricordi che  riguardano la madre sono sbiaditi.  Il contrasto tra la verità e le menzogne di Federì rappresenta uno degli elementi più affascinanti del libro, che si muove abilmente tra realtà e finzione, senza avere mai la contezza di cosa sia autentico e cosa sia invece frutto dell’immaginazione.

L’ambientazione napoletana, con i suoi colori e la sua vivacità, fa da sfondo a una storia che riflette anche i cambiamenti sociali del dopoguerra, in particolare per quanto riguarda il ruolo della donna, incarnato dalla figura di Rusinè, una moglie che subisce il peso delle aspettative del marito, costretta a fare i conti con la povertà, con le manie di grandezza di Federì e il suo egoismo, con tanti figli da crescere, spesso con problemi di salute.

In definitiva, “Via Gemito” è un romanzo intenso e struggente, che non si limita a descrivere un dramma familiare, ma offre anche una profonda riflessione sul rapporto tra arte, fallimento e identità, il tutto immerso in una Napoli malinconica e affascinante. Starnone scrive con una prosa ricca di sfumature, alternando con maestria momenti di ironia a scene di grande pathos, rendendo il libro non solo un ritratto amaro e realista di una famiglia in crisi, ma anche un omaggio all’ambizione umana e ai suoi limiti.

Il libro da Einaudi

Un padre ferroviere strafottente e fantasioso, con la vocazione ostinata di pittore. Un figlio che si è sempre vergognato delle bugie del padre, ma che dopo tanti anni non è più sicuro dell’infallibilità dei ricordi. La memoria è infatti una somma di malintesi, e quanta vita vera può ancora sprigionare la sua confusione, spesso menzognera? E, soprattutto, come raccontare un uomo che ha romanzato continuamente la sua esistenza, uno che «credeva che le sue parole fossero in grado di rifare i fatti secondo i desideri o i rimorsi»? È questa la sfida letteraria vinta da Domenico Starnone che con questo libro grandioso ha fatto scuola, dando corpo al personaggio indimenticabile di Federí, in un continuo dialogo tra esperienza autobiografica e invenzione narrativa. Un libro straordinariamente nuovo, un classico contemporaneo.

La casa di via Gemito odora di colori e acquaragia. I mobili della stanza da pranzo sono addossati alla bell’e meglio contro le pareti e, prima di andare a dormire, bisogna togliere dai letti le tele messe ad asciugare. Federico, detto Federí, ambizioso e insoddisfatto, desidera essere apprezzato come pittore di talento. Lavora invece come impiegato nelle ferrovie statali per dare da mangiare alla sua famiglia: alla moglie Rusinè, di una bellezza speciale, e ai loro quattro figli. A distanza di molti anni, è il primogenito a raccontare quel padre, così inquieto nel dimostrare le sue doti artistiche, così vitale e affascinante, ma anche così sopraffatto da insoddisfazioni e delusioni. Napoli porta ancora su di sé le tracce della seconda guerra mondiale, ma la memoria che ha il figlio di quei giorni è tutta concentrata sulle incandescenze di Federí. Proprio quel padre ingombrante a cui ha sempre cercato di non assomigliare è motore di una ricerca che lo riporta nella città-cosmo in cui affondano le radici del suo immaginario e della sua lingua di scrittore. Federí, con la sua prosopopea e le mani sporche di colore, trova posto tra i personaggi memorabili

Antonella Pizzo

Domenico Starnone (Napoli, 1943) è autore di romanzi e racconti. Nel 2001 Ha vinto il Premio Strega con Via Gemito ripubblicato nel 2020 con Einaudi. Per Einaudi ha pubblicato inoltre Spavento (2009, Premio Comisso), Autobiografia erotica di Aristide Gambía (2011), Il salto con le aste (2012, prima edizione 1989), Condom (2013), Lacci (2014, The Bridge Book Award), Scherzetto (2016, Premio Isola d’Elba, finalista al National Book Award nella traduzione di Jhumpa Lahiri), Le false resurrezioni (2018), Confidenza (2019 e 2021), Vita mortale e immortale della bambina di Milano (2021 e 2023) e La scuola, che racchiude i racconti Ex cattedra, Fuori registro, Sottobanco, Solo se interrogato (2022), L’umanità è un tirocinio (2023), Fare scene. Una storia di cinema (2023), Il vecchio al mare (2024) e Labilità (2024). Dai suoi libri sono stati tratti film di successo, tra i quali La scuola di Daniele Luchetti, Auguri professore di Riccardo Milani, Denti di Gabriele Salvatores e Lacci di Daniele Lucchetti.

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“L’anello” di Vittorio Zucconi

30 lunedì Set 2024

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Racconti

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L'anello, Storie da non credere, Vittorio Zucconi

 

Oggi propongo la lettura di un racconto breve di Vittorio Zucconi. Seguiremo l’avventurosa ricerca di un anello perduto che, pur non essendo fatato assume, nel corso della storia, un potere magico. La narrazione, effettuata da un narratore esterno, prende avvio in medias res, dal momento in cui il protagonista Larry si accorge di aver perso la fede nuziale. La caratterizzazione dei personaggi è indiretta perché è il lettore a dedurre le informazioni e la personalità dei personaggi dai loro comportamenti.

*

Larry era mancino e allungò la mano sinistra per aprire la portiera dell’auto. Fu così che notò qualcosa che non c’era: all’anulare mancava la fede, l’anello matrimoniale che Lara gli aveva infilato 29 anni prima davanti a un altare e che da allora non si era mai tolto. Negli ultimi tempi, a causa della malattia di Lara che l’aveva costretta in ospedale, Larry era molto dimagrito e la fede aveva cominciato a stargli larga. E senza che neppure se ne accorgesse, l’anello gli era scivolato via dal dito. Lara se ne accorse invece subito. Nonostante gli aghi delle flebo che le uscivano dalle braccia, le medicazioni brutali, i calmanti e le acro- bazie di Larry che cercava di usare soltanto la destra, la moglie si avvide immediatamente di quello che non c’era.
– Non hai più la fede – mormorò.
– No, sai, l’ho lasciata sulla mensola del bagno, perché non mi scivolasse via- rispose troppo in fretta Larry.
– E allora perché cercavi di nascondere la mano? – lo incastrò la moglie.
– Potevi almeno aspettare che fossi morta prima di levartela – disse chiudendo gli occhi.

Per Larry cominciò da quel momento una caccia all’anello mancante tanto disperata quanto superstiziosa, come se ritrovare quel cerchietto d’oro avesse potuto guarire la moglie. Avrebbe potuto comperarne un altro, naturalmente, ma non sarebbe servito a nulla. E ogni sera, dal suo letto d’ospedale, Lara gli fissava l’anulare della mano sinistra, quando lui le accarezzava la fronte con la destra.
– La vita è così, Larry, c’è chi perde e c’è chi trova – cercò di consolarlo la madre, telefonandogli un giorno dalla casa di riposo dove lei passava il tempo da sola guardando troppa televisione.
– Pensa, Larry, che ieri sera al telegiornale locale ho sentito la storia di una donna che al ritorno da una vacanza in Sud Carolina ha trovato tra i suoi costumi da bagno un anello d’oro.
Come? Un anello d’oro? Una vacanza in Sud Carolina? Un costume da bagno? Larry chiamò la redazione, domandò del cronista che aveva raccontato la storia dell’anello trovato e gli passarono un giornalista stupito che qualcuno si fosse interessato a quella insignificante storiella umana che lui aveva pescato, come l’ho pescata io, dal cestino dell’informazione, per riempire una sera vuota d’estate. Diede a Larry il nome della donna, una certa signora Dolores Tucker di San Antonio, nel Texas. C’erano 18 Tucker, nell’elenco di San Antonio, e Larry li chiamò tutti, prima di trovare finalmente Dolores. È lei la signora che… Si, sono io, ma lei…? Sono quello che ha perduto l’anello, nel negozio di costumi da bagno… Aspetti – lo interruppe Dolores – come faccio a sapere che lei…?
Guardi all’interno dell’anello – la implorò Larry – ci dovrebbe essere incisa questa scritta: L&L, per Lara e Larry, e poi la data del matrimonio, 10-10-70. Una lunga pausa, un rumore di cassetti, poi la risposta: si, la scritta c’è. Domani le spedisco l’anello.
– L’ho trovato! Lara, l’ho trovato! Era scivolato nel sacchetto di una cliente! Domani mi arriva per posta!
Dal suo letto, Lara accennò a un sorriso, il primo che lui le avesse visto in volto da quando era stata ricoverata, ma sembrava ancora un po’ scettica. Infatti, il giorno dopo non arrivò nessun anello. E neppure il giorno dopo, né il terzo.
Il quarto, Larry riprese il telefono in mano: signora Dolores, scusi, ma l’ha spedito o no? Come no? (Un po’ offesa). Certo che l’ho spedito, a lei, al signor Larry Sweeny, Garden, New Jersey. Come? Noooo, urlò Larry, non New Jersey, Sud Carolina, signora, Garden, Sud Carolina. Oh, fece la voce dall’altra parte. Le probabilità che esistesse un omonimo nella omonima città di Garden, ma in New Jersey, erano microscopiche, ma le Poste americane l’avevano scovato e avevano diligentemente recapitato l’anello. Non soltanto il nostro Larry dovette confessare alla moglie che l’anello non era ancora arrivato e dovette vedere quella espressione che le donne sanno fare per raggelare gli uomini infingardi.
In più dovette telefonare a un signor Larry Sweeny, di Garden, spiegandogli che anche lui era Larry Sweeny, ma di un’altra Garden, e che l’anello era suo, di Larry Sweeny, non di Larry Sweeny, e domandare a un perplesso, diffidentissimo Larry Sweeny se per cortesia poteva rispedire l’anello a lui, a Larry Sweeny. Cosa che, sia detto a suo merito, il Larry Sweeny sbagliato fece.
Grazie a quel disperato redattore del telegiornale che non ha notizie importanti da dare, ma parla di esseri umani e d’amore, sappiamo che ora l’anello è stato finalmente rinfilato al dito giusto. Che Lara ha sorriso davvero, quando lo ha visto. Che ora è tornata a casa, dimessa dopo un netto miglioramento. I medici, che non capiscono niente di anelli, parlano di remissione. Ma noi, che non capiamo niente di medicina, preferiamo pensare che sia stato il piccolo miracolo dell’anello smarrito a farla sentire un po’ meglio.

da Vittorio Zucconi, Storie da non credere, Einaudi, 2001 (ridotto)

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“Mara e Dann” di Doris Lessing. Una lettura di Antonella Pizzo

25 mercoledì Set 2024

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura

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Doris May Lessing, nata Tayler (Kermanshah, 22 ottobre 1919 – Londra, 17 novembre 2013), è stata una scrittrice zimbabwese di origine britannica. Ha vinto il premio Nobel per la letteratura 2007 con la seguente motivazione: «cantatrice dell’esperienza femminile che con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa».Doris_Lessing_3

Mara e Dann di Doris May Lessing è un bel librone di più di 500 pagine che ho finito di leggere in soli tre giorni. Le prime cento e più pagine sono quasi prive di dialoghi, i personaggi presenti: i due/tre protagonisti e le figure di contorno, il cattivo di turno, il popolo delle grotte. Molte sono le descrizioni di desolati paesaggi, di pozze d’acqua secche, di fango rappreso, di case con i tetti in paglia, di scorpioni giganti, di pochissime radici gialle trovate sottoterra, di ossa d’animali morti migliaia di anni prima e portati alla luce da improvvise piene di fango, che come improvvisamente arrivano improvvisamente spariscono, di resti di antiche civiltà scomparse di cui si è perso il ricordo. E pur tuttavia il romanzo non stanca e le pagine te le leggi e ti scorrono davanti agevolmente e piacevolmente. Nelle pagine successive il romanzo continua fra descrizioni di avventure e di vicissitudini, fra sventure e avversità, fra colpi di fortuna e coincidenze sfavorevoli, fra una miriade di personaggi, tantissime persone vaganti o stanziali, buone o cattive, ricche o povere, di tutte le razze e di tutti i colori, uomini mostri, uomini fantocci, uomini rimasti uomini.

Romanzo appassionante ed epocale, fantastico, una sorta di fiaba che racconta la storia di Mara e Dann e di tutta l’umanità, la storia della lotta per la vita. In un mondo dove esiste e resiste fortemente la differenza razziale, in un mondo violento, in un mondo assetato e affamato, in quel mondo del futuro ma ricaduto nel passato, vive l’umanità dolente costituita non più dall’uomo moderno ma neppure dall’uomo del passato, l’uomo ha perso la propria identità, vaga incosciente fra relitti meccanici che non sa più usare, manca l’energia necessaria a farli funzionare o si è perso il ricordo del loro funzionamento e della loro funzione. Un mondo nel quale la terra matrigna non dà più frutto, dove gli animali da latte si succhiano per fame le loro stesse mammelle, un mondo dove le lotte fra gruppi diversi, fra razze diverse, sono la normalità, un mondo dove però si fa ancora uso del papavero che dà l’oblio. In questo mondo stravolto si muovono i protagonisti di questa storia. Mara e Dann, due fratelli, un uomo e una donna, che vogliono, che devono, tornare al nord da dove si è venuti, da dove sono stati strappati. Un ritorno alle origini. Sono nel futuro e vogliono tornare al passato, in quel mondo che neppure ricordano ma dove sono certi ritroveranno la propria identità e la propria umanità. La meta agognata alla fine si rivela non essere quella sperata, infatti, arrivano in un “Centro- Regno” dove vivono due vecchi coniugi che hanno consumato la loro esistenza nell’attesa dell’arrivo dei due giovani, i due principi, gli unici sopravvissuti alla strage della loro stirpe, affinché essi possano congiungersi, generare e rigenerare, riconquistare e ricostruire quel regno cosiddetto civile, quella società dove vigeva la schiavitù e regnavano i sovrani. Il centro è pieno di musei e reperti andati ormai in rovina, di un sapere che non si riesce più a comprendere. Così i due fratelli scappano e scelgono di vivere in una fattoria assieme ad altre persone che da soldati si sono trasformati in agricoltori, fra le quali le persone di cui Dann e Mara si sono innamorati, novelli Adamo ed Eva in un nuovo eden, una fattoria dove si può ricominciare a vivere e riscrivere una nuova storia. Mara e Dann sono andati avanti pieni di fiducia, si sono persi e poi ritrovati, hanno combattuto con caparbietà i mali della terra, loro due, simili ma diversi, ognuno con le proprie caratteristiche, con la propria personalità. La storia più antica del mondo, così la descrive nell’introduzione Doris Lessing, infatti non c’è civiltà che non abbia già scritto una storia simile: fratello e sorella, uomo e donna, parti di una sola unità. Insomma una bella favola, ci sono tutti gli elementi di una storia che soddisfano un comune lettore: i protagonisti che si salvano e la sconfitta dei personaggi cattivi.

Antonella Pizzo Sinossi

” Il clima della Terra è cambiato. Il nord è coperto completamente dai ghiacci, e gli uomini si sono rifugiati al sud, caldissimo e secco. Mara e Dann, due fratelli di sette e quattro anni, vivono in Africa, che ora si chiama Ifrik. Soli e dispersi, rapiti dalla propria famiglia, vengono accolti da una donna gentile e affettuosa, ma la loro nuova esistenza è difficoltosa: la fame, la sporcizia, il pericolo accompagnano costantemente la loro vita. L’aridità e il fuoco distruggono la casa adottiva, e i fratelli sono costretti a spostarsi, ad affrontare l’ignoto, a misurarsi in una serie di avventure che li condurrà in un mondo completamente diverso, dove iniziare a scoprire di nuovo la vita, dove vivere di nuovo. (Dalla scheda su Ibs)”

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Cormac McCarthy – La strada lettura di Antonella Pizzo

18 mercoledì Set 2024

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura

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Cormac McCarthy – La strada

La strada è il primo romanzo che ho letto di Cormac McCarthy ed è stato una rivelazione, dello stesso autore ho letto in seguito anche altri romanzi ma nessuno mi ha colpito come La strada, come fosse un primo amore che non si scorda mai.

La strada, romanzo distopico e post-apocalittico di Cormac McCarthy, pubblicato nel 2006  (colpevolmente letto da me solo pochi anni fa) è un’opera struggente e potente che esplora non solo il legame tra un padre e suo figlio in un mondo devastato, ma anche i temi universali del bene e del male insiti nella natura umana. Il libro, vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa, è considerato uno dei capolavori della letteratura contemporanea.

Il romanzo segue il viaggio disperato di un padre e del suo giovane figlio, entrambi senza nome e definiti il padre e il figlio come a rappresentare ogni padre e ogni figlio appartenente al genere umano. I due attraversano un paesaggio ridotto in cenere a causa di un cataclisma di origine sconosciuta. McCarthy non ci rivela mai cosa abbia provocato la distruzione totale della civiltà. Non sembra essere stata un’esplosione nucleare che tutto cancella in un attimo, piuttosto una lenta e inesorabile estinzione della vita sulla Terra. Forse una catastrofe naturale, come la caduta di un meteorite o uno spostamento dell’asse terrestre, ha causato tutto ciò. Gli incendi devastano le foreste, gli alberi si sgretolano e cadono sul terreno perché non hanno più radici, i semi non esistono più e i frutti degli alberi sono quasi scomparsi, tranne rari funghi  e mele, segni che qualcosa ancora vive.  Dopo dieci anni di sopravvivenza, padre e figlio sanno che non resisteranno un altro inverno nel luogo in cui vivono così  decidono di partire verso altri luoghi, mossi da una debole speranza, non possono più attendere la fine senza far nulla, devono muoversi in cerca della salvezza, di un luogo più vivibile e accogliente.  Il sole è tiepido e senza forza e non riesce a riscaldare l’atmosfera. La terra è ridotta a un cumulo di cenere, priva di vita vegetale e animale, l’umanità è stata quasi completamente annientata.  Il bambino è nato dopo la catastrofe, non ha mai visto un animale se non un cane di sfuggita. La madre, anch’essa senza nome,  dopo il parto preferisce morire  piuttosto che continuare a vivere come morta viva, come una zombie.  Il bambino  e il padre partono con l’intendo di raggiungere il mare che sperano sia blu, hanno nel cuore un vago barlume di speranza e nessuna certezza.

I pochi sopravvissuti che incontrano lungo il cammino si dividono in due categorie: quelli che cercano di mantenere la propria umanità e quelli che sono scesi in una brutalità primordiale, fino al cannibalismo. Alcuni tengono prigionieri altri esseri umani con l’intento di nutrirsene nel tempo, hanno la carne umana fra i denti. Padre e figlio spingono un carrello con quel poco che hanno: qualche scatola di cibo che si sono procurati in un supermercato abbandonato e in un bunker e alcune coperte. Il padre, consapevole di avere una malattia terminale, ha un unico obiettivo: salvare la vita del figlio, anche a costo di uccidere o rifiutare aiuto agli altri. Il bambino, nonostante sia nato in un mondo senza speranza, è portatore di un raro e fragile seme di bontà, il fuoco che rappresenta la speranza e l’altruismo, loro non mangiano gli umani e il figlio vuole prestare aiuto ai derelitti che incontrano nel loro cammino.

L’amore incondizionato del padre per il figlio e la sua determinazione a proteggerlo contrastano fortemente con il contesto disperato e privo di luce. In un mondo in cui la madre ha scelto la morte, padre e figlio sono i portatori di quel fuoco che simboleggia la vita, l’amore e la speranza di preservare la propria umanità. Durante il loro viaggio, incontrano un vecchio, l’unico personaggio a cui McCarthy dà un nome: Ely, un riferimento al profeta Elia. Il bambino è il prescelto? il messia che porterà la luce nel mondo? “Se egli non è la parola di Dio, allora Dio non ha mai parlato”. Il viaggio non è stato invano e neppure il sacrificio del padre.

Il bambino rappresenta la speranza in un mondo dove la sopravvivenza ha soppiantato ogni altro valore. In lui c’è una bontà innata, che lo porta a convincere il padre a condividere quel poco che hanno, anche se questo potrebbe costare loro la vita. Ely riconosce in lui una scintilla di qualcosa di più grande. La speranza è quel fuoco, la dignità umana, la fiducia negli altri, l’amore.

Alla fine la speranza in un futuro migliore e nella rinascita sembra prevalere: il padre muore, ma è riuscito a condurre il figlio fino al mare.   Il ragazzo incontra una nuova famiglia e si affida, ora ha una madre e un padre adottivi, e persino un cane,  una visione di normalità e di futuro. La domanda finale è simbolica: “Ma voi non mangiate la gente?” la risposta, “No, noi non mangiamo la gente”, rappresenta la possibilità di questa comunità di una nuova vita e di un ritorno all’umanità.

La prosa asciutta e scarna di McCarthy riflette la desolazione dell’ambiente, sempre monotono e grigio. Tuttavia, il romanzo non è mai ripetitivo: ogni pagina rivela qualcosa di nuovo, ed è in questa varietà che si manifesta la grandezza e l’unicità del libro.

La strada è un’opera dura e angosciante, ma di una bellezza rara e profonda. È una riflessione sulla resistenza dell’animo umano e sull’amore che, anche nei tempi più bui, continua a dare un senso alla nostra esistenza. La prosa di McCarthy, poetica nella sua austerità, dipinge un mondo tetro ma intriso di momenti di umanità che restano impressi nella mente molto tempo dopo la fine del libro.

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dal sito Einaudi

La strada

Il libro

Un uomo e un bambino viaggiano attraverso le rovine di un mondo ridotto a cenere in direzione dell’oceano, dove forse i raggi raffreddati di un sole ormai livido cederanno un po’ di tepore e qualche barlume di vita. Trascinano con sé sulla strada tutto ciò che nel nuovo equilibrio delle cose ha ancora valore: un carrello del supermercato con quel po’ di cibo che riescono a rimediare, un telo di plastica per ripararsi dalla pioggia gelida e una pistola con cui difendersi dalle bande di predoni che battono le strade decisi a sopravvivere a ogni costo. E poi il bene più prezioso: se stessi e il loro reciproco amore.

«Guardati intorno, – disse. – Non c’è profeta nella lunga storia della terra a cui questo momento non renda giustizia. Di qualunque forma abbiate parlato, avevate ragione».

Che cosa resta quando non c’è più un dopo perché il dopo è già qui? Generazioni di scienziati, mistici e scrittori hanno offerto in risposta le loro visioni di luce e tenebra. Ci hanno prospettato inferni d’acqua e di fuoco e aldilà celesti, fini irrevocabili e nuove nascite, ci hanno variamente affascinato o repulso, rassicurato o atterrito. Nell’insuperabile creazione mccarthiana, la post-apocalisse ha il volto realistico di un padre e un figlio in viaggio su un groviglio di strade senza origine e senza meta, dentro una natura ridotta a involucro asciutto, fra le vestigia paurosamente riconoscibili di un mondo svuotato e inutile. Restano dunque, su questa strada, esseri umani condannati alla sopravvivenza, la loro quotidiana ordalia per soddisfare i bisogni insopprimibili e cancellare gli altri, la furia dell’umanità tradita e i residui, impagabili scampoli di piacere dell’essere vivi; restano i cristalli purissimi del sentimento che lega padre e figlio e delle relazioni che i due intessono fra loro e con gli altri, ridotte all’estrema essenza nella ferocia come nella tenerezza. E restano le parole, splendide, precise, molto più numerose ormai delle cose che servono a designare; la prodigiosa lingua di McCarthy elevata a canto funebre per «il sacro idioma, privato dei suoi referenti e quindi della sua realtà». Resta dell’altro, un residuo via via più cospicuo in mezzo al niente circostante: resta un bambino che porta il fuoco e un uomo che lo protegge dalle intemperie del mondo semimorto con implacabile amore, uomo e bambino tradotti in ogni Uomo e ogni Bambino, con responsabilità e ruoli che inglobano e trascendono quelli dei singoli individui. E resta, perciò, uno sguardo discreto in avanti e forse in alto, oltre a quello nostalgico voltato a rimirare il regno dell’uomo così come lo conosciamo. In questa risposta di McCarthy – epica, elegiaca, mitica, profetica, straziante, universale – resta perfino l’imprevedibile: un’affettuosa quotidianità che consola e scalda il cuore.

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Alfredo Alessio Conti, Liriche scelte, Guido Miano Editore, Milano 2024.

16 lunedì Set 2024

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, POESIA

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Alfredo Alessio Conti, Liriche scelte

 

 

Alfredo Alessio Conti, Liriche scelte, Guido Miano Editore, Milano 2024.

Prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi.

Comunicato Stampa

Nel groviglio esistenziale vissuto dal poeta si alternano, intrecciano e sovrappongono concetti filosofici, psicologici, spirituali che, tuttavia, non rimangono tali, cioè astratti, ma s’incarnano nella sua esistenza segnando stimmate e proiettando speranze. La terminologia che può definire la condizione umana qui tratteggiata si sintetizza, individualmente e universalmente, in nuclei problematici aperti e profondi: solitudine e isolamento; nulla e vuoto; male di vivere e inanità; bipolarismi e contraddizioni come morte e rinascita, sogno e realtà, dolore e desiderio, attesa e fine. Si tratta di tematiche, stati d’animo, pensieri che albergano in larga parte della letteratura europea del Novecento e di questo primo scorcio del Duemila, segno della crisi
dell’essere che angustia le giornate dell’uomo occidentale. Si possono rintracciare richiami di tali assunti in alcune liriche di Conti, che sono talora originati culturalmente – per esemplificare – da ispirazioni bibliche, socratiche, ungarettiane. Nel primo caso troviamo nella poesia Perché si è i versi finali che recitano: «…perché si è polvere / e in polvere / si tornerà», con chiaro riferimento al passaggio dell’Antico Testamento (Genesi 3, 19) nel quale Dio condanna l’uomo al suo destino, dopo il peccato originale.

Di indubbia ispirazione al pensiero socratico è la lirica Il tuo domani, che si apre proprio con il famoso motto greco ‘gnōthi seautón’: «Conosci te stesso / e abbi cura di te / raggiungerai l’anima / nella sua profondità / e saprai chi sei / chi dovrai raggiungere / il domani / che verrà». Così risulta agevole riconoscere nell’epigrafica Esistenza, una condivisione con l’immagine simbolica della foglia ungarettiana: «Nel
respiro del vento / vivo / come foglia d’autunno». […].

Enzo Concardi

***

Il sentimento amoroso è un tema affrontato dai letterati di tutti i tempi nelle sue molteplici sfumature e riveste una fondamentale importanza anche nella poesia di Alfredo Alessio Conti; nei testi che seguono audaci metafore, unite ad innovative scelte lessicali e ad un complesso apparato retorico permeano i componimenti di una struggente malinconia, suscitata dalla lontananza dell’amata: «Nella tua assenza / mi perdo / dolce amore mio / ti vedo in ogni dove / nella dura pietra / nelle gocce di pioggia / nel volo di farfalle / nel canto degli usignoli / nel prato fiorito / nella stella cadente / e piango» (Piango). I versi scaturiscono da intense emozioni di fronte al reale pericolo di una insopportabile perdita, avvertita come doloroso emblema della precarietà umana: «L’ho sepolto lì / in quel piccolo cimitero di montagna / il desiderio d’incontrarti / su quelle vette impervie / ad osservare il cielo / e il mondo da lassù…» (Non sono più).
La donna è l’interlocutrice privilegiata del discorso poetico, organizzato intorno a stati d’animo antitetici, nel vibrante ondeggiare del ritmo: la solitudine e la nostalgia per una dolorosa separazione si alternano all’appagante gioia dei momenti trascorsi insieme, a sottolineare la precaria dimensione del soggetto lirico, sospeso tra presenza e assenza, tra l’eco memoriale di stagioni felici e il vuoto dell’abbandono: «Ho pettinato il prato / come se fossero i tuoi capelli / morbidi al tatto / del mio ricordo / sfumato dal dolore / dalla tua mancanza / siamo stati sdraiati qui / ad osservare le stelle / a lasciarci baciare dal sole / con le nostre mani unite / dal sorriso dell’amore /
ed ora che son solo / m’aggrappo alla terra» (Ho pettinato il prato).
[…].

Gabriella Veschi

***

Nelle liriche d’ispirazione religiosa di Alfredo Alessio Conti è ricorrente l’idea dell’esistenza individuale come itinerario, come cammino: «Il Poeta se ne va / ramingo / nell’anima nel cuore nelle membra…» (È un ritrovarsi). Nell’àmbito di tale raffigurazione metaforica se ne pone in risalto la frequente incertezza, si sottolinea il procedere esitante fra il passo spedito e l’imbarazzante, talora penoso zoppicamento: «Cammino zoppicando / o zoppicando cammino / peregrinando / nell’attesa della sentenza / che (…) giungerà zoppicando o camminando» (Zoppicando o camminando).

Incontrare Dio durante il “viaggio della vita” significa assicurare a quest’ultimo una direzione inequivoca e gratificante, conferirgli un preciso scopo etico-ideale («…Non serve a nulla / la nostra esistenza / se non si crede / alla vita interiore / alla nostra anima / umana», Cercatore), arricchirlo del valido sostegno di una Presenza amorosa, che corrobora e guida: «Quello che mi aspetta / va al di là dei miei pensieri / e come il canto d’usignolo / passerà / la primavera dei miei giorni. / Rosseggia l’alba / e Dio / mi ha già preso per mano» (Mi ha preso per mano). D’altronde l’autore riconosce quale tratto specifico dell’uomo una condizione d’attesa («…Laggiù, Lassù…/ci attende / una
nuova / vita», Nuova vita, cors. mio, come dopo) destinata ad essere appagata soltanto dalla rivelazione di un Essere superiore, il quale, mentre prefigura un orizzonte salvifico («…Nell’attesa / dell’onda / salvatrice / credo / in un Dio / misericordioso», Credo), “incarna” l’antitesi illuminante e chiarificatrice rappresentata dalla fede a petto dell’oscurità avvilente e penosa dell’esperienza umana abbandonata
a sé stessa, soffocata dai proprî insuperabili limiti: «…Nel tuo silenzioso silenzio / rimani retto nei tuoi pensieri / osservando il nulla del creato / nel cielo buio dell’esistenza. / Scruti le stelle / oltre il nero cielo e lassù / intravvedi il logos generato / risposta ad ogni domanda» (Logos). […].

Floriano Romboli

AL TRAMONTO

Siamo solo sogni di carta

attimi fuggenti

in questo mondo di fantasia.

Accatasto piano piano gli animi.

Non esistono due verità

al tramonto della vita.

DA DOVE

Da dove viene la poesia

se non dalle profondità

oltre lo spazio indefinito

al di là del tempo

nel Logos e nel Kaos primordiale.

Rimane il mistero

impenetrabile

nella risposta.

LA VITA

Correre, correre, correre

come quando la vita

corre sui campi da calcio

o in alto

sempre più in alto

sferrare un attacco

o raggomitolarsi a difesa

e giungere al traguardo

da vinti o da vincitori

Altro la vita non prevede.

SI FA SERA

La conchiglia sulla riva arenata

emette l’eco del mare

voci di naufraghi in cerca d’aiuto

suono silenzioso di chi riposa in pace

richiamo alla pietà dei nostri giorni

mentre si fa sera

nel mio animo.

 

Alfredo Alessio Conti, Liriche scelte, Guido Miano Editore, Milano 2024.

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“Diario dell’approdo” di Fernando Della Posta. Nota di lettura di Emilio Capaccio

12 giovedì Set 2024

Posted by emiliocapaccio in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Note critiche e note di lettura

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Tag

Diario dell'approdo, Emilio Capaccio, Fernando Della Posta, POESIA

Apri un libro di poesie e immàginati un viaggio. Non è quello che ci si aspetta da un libro di poesie? E il viaggio esige istantaneamente un battito di tempo ondulante, un cicalare di profumata marina agostana, un’estate kavafisiana, una nube e un uccello in punta di pennone. La silloge di Fernando Della Posta è un sortilegio sirenico, un lungo e odoroso viaggio in acque libere d’un mare aperto, non importa se per pelaghi lunari o per isole greche che coi loro azzurrini e aromatici, scogli, dirupi, speroni, possono specchiarci più di qualunque verità di medico o di maciara, le molteplici frammentarietà di noi stessi. Tutto interi mai ci solleviamo, lo comprendiamo, non siamo unici né unitari, ma imprimere nella mente la cartina dei nostri pezzettini, delle nostre gradazioni, questo, sì, può darci il senso e la natura dell’esistenza che portiamo addosso. Il viaggio di questo libro, epperciò, inizia dalla fine: inizia dall’uomo, e finisce dove nulla finisce, nell’infinito dei nostri fragili e incoerenti minuzzoli, che, per questo viaggio in cerca di risposte, ci spingono a scendere sempre più nel profondo, nel profondo… sempre più nel lontano, nel lontano… La raccolta s’intitola “Diario dell’approdo”, prefazione di Davide Toffoli. Arcipelago itaca Edizioni, 2024.

Emilio Capaccio

*

Dalla Terra emana un’energia estrema,
tanto che lupi e creature selvatiche
del dolce e dell’occulto, con volti
monumentali da sfingi presidiano
i viali tagliafuoco. Se non viste,
come Gorgoni giocano a contarsi.

*

L’uomo talvolta si sente chiamato
ad animare paesaggi lontani,
dove soltanto una vasta bellezza
chiara veleggia tra gole e vallate.
Quella bellezza grandiosa e serena
che solo chi è saldo nella disciplina
può avvicinare con destrezza.
Quella fermezza di chi incatena
le numerose voglie da sfamare
avute in dono da una mala stella.

*

Muore l’estate nel suo stesso fuoco
di brace. Si scuce e si scuoce nelle tinte
più calde di un autunno più probo.
Perduta ogni già intrattenuta ebbrezza
di vita, si tende alla vita con mire
più astute e precise. Sopravvive
chi vince sfide sommesse di bruchi,
su cenci di morti sotto maglie di felci.

*

Estivo malessere d’ogni singolo
viottolo del borgo, tregue irrisorie
solo sotto boscaglie di platano
accenni alle ombre in fuga.
Difficile sacrificare a un’ara
malinconica, ogni nostro superfluo
intendimento, per aprire nuovi occhi
su spesso intuiti, perduti orizzonti;
su panorami di maggesi accesi
in luogo di retabli marcescenti,
levigati uncini di cenere e ossa,
punteruoli fermi a un passo dal cielo.

Fernando Della Posta è nato a Pontecorvo in provincia di Frosinone nel 1984. Vive e lavora a Roma. Ha ricevuto numerosi premi nazionali e internazionali ed è presente su diversi lit-blog e in numerose antologie. Ha pubblicato le raccolte di poesia “L’anno, la notte, il viaggio” (Progetto Culura 2011), “Gli aloni del vapore d’Inverno” (Divinafollia 2015), “Cronache dall’Armistizio” (Onirica 2017), “Gli anelli di Saturno” (Ensemble 2018), “Voltacielo” (Oèdipus 2019), “Sembianze della luce” (Ladolfi 2020), “Sillabari dal cortile” (Macabor 2021) e “Ricostruzione delle favole” (Italic Pequod 2022), Prefazione di Umberto Piersanti.

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Weyward il romanzo di esordio di Emilia Hart – una lettura di Antonella Pizzo

11 mercoledì Set 2024

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura

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Emilia Hart

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Weyward – Emilia Hart | Fazi Editore

L’autrice

Weyward è il romanzo di esordio di Emilia Hart,  uscito nel 2023  nella collana Le strade di Fazi Editore, pag. 406, con traduzione di Enrica Budetta. Con questo libro ha raggiunto un pubblico così vasto che si è classificato come uno dei romanzi più venduti in America e in Inghilterra. Emilia Hart è una giovane scrittrice inglese di origini australiane. Nata a Sydney, ha studiato letteratura inglese e legge all’università del New South Wales,  lavora come avvocato a Londra.

La copertina

La copertina incuriosisce perché inusuale, è di un bel giallo vivo con le stampe di un corvo e di due insetti, dei tralci di foglie e fiori colorati, un evidente richiamo alla flora e alla fauna.

La storia

Il racconto si svolge su tre piani temporali, nel 2019, nel 1942 e nel 1619, e racconta la storia di tre donne, Kate, Violet e Altha, che appartengono alla stessa famiglia, le Weyward.

Le protagoniste

Le tre  donne, per ovvi motivi temporali, non si sono mai incontrate ma sono legate, oltre che da legami di sangue, anche da una precisa peculiarità. Le tre possiedono un dono meraviglioso, sentono i soffi impercettibili della natura, il verso degli animali, il brusio degli insetti, degli alberi e delle erbe, i suoni che nessun essere umano normale percepisce.

Sono loro stesse natura e sono perfettamente integrate in essa, ne fanno parte, non ne sono alleate ma sono compartecipi della flora e della fauna. Ne avvertono i segnali, comunicano con la natura e la natura comunica con loro come fossero un unico organismo.

Altha

La madre di Altha, vissuta nel 1600, era considerata una strega perché curava i malati con decotti di erbe medicinali che raccoglieva nei campi, andando contro alla medicina ufficiale che utilizzava le sanguisughe. La madre ha trasmesso alla figlia il suo sapere. Rimasta sola la ragazza dovrà affrontare la comunità che la manda a processo con l’accusa d’aver ucciso un uomo tramite i poteri che Altha ha sugli animali.  Si indaga anche sul fatto se la ragazza avesse mai avuto in casa un familio, cioè un animale a servizio  del suo padrone e che ha poteri magici malvagi.

Violet

Durante la seconda guerra mondiale la sedicenne Violet vive in una isolata e grande magione assieme al severo padre e al fratello. Orfana di una madre che non ha mai conosciuto e della quale non sa nulla o quasi, ne sente la mancanza. Di lei ha solo un medaglione misterioso con incisa la lettera W. Della  madre sa solo che è strana, forse parlava come Violet con gli animali e le piante. Il padre insiste a farle conoscere il cugino  Frederick soldato in licenza che gode della stima e dell’ammirazione del padre, al punto da preferirlo al figlio. Il cugino sarà fonte di guai e sofferenze per Violet e  le farà dimenticare la sua vera natura.

Kate

Infine la terza donna, Kate, vive nel 2019 assieme al marito violento  che la costringe in casa, sorvegliata e  controllata, la donna assoggettata al marito vive come fosse in schiavitù, non si riconosce più nella bambina e nella ragazza che era un tempo, in attesa di un bambino progetta la fuga  e si rifugia nel cottage ereditato dalla sua vecchia prozia Violet. Un luogo particolare intriso di mistero.

La lettura

Si ha l’impressione che si tratti di un libro di magia e stregoneria, ma non lo è. Piuttosto tratta la violenza maschile e la forza delle donne che hanno trovato il coraggio di opporsi a essa, che hanno trovato la forza di superare ogni ostacolo all’apparenza insormontabile.  Le storie delle tre protagoniste possono sembrare molto diverse tra loro ma in realtà sono accomunate dalla ricerca della libertà, dal bisogno di essere se stesse, di sopravvivere e ribellarsi al potere maschile, del marito, del padre, del giudice indagatore, della società, di un intero villaggio,  e non è magia ma resilienza e potere che alle protagoniste proviene dal loro essere parte della natura, e la forza che proviene dalla conoscenza di essa.

Libro coinvolgente con una forte tematica ma che viene trattata con leggerezza, la stessa leggerezza della damigella, l’insetto dalle ali trasparenti che spesso appare tra le pagine del libro, la stessa forza degli animali quando fanno la carica e che poi si fermano a pascolare,  della natura selvaggia che dopo la furia si placa.  Weyward è un libro dinamico e fantastico,  insegna ad avere rispetto della natura e a credere in se stesse, si può rinascere come gli alberi e i fiori se ben coltivati e curati. Una bella lettura senza alcun dubbio.

Dalla quarta di copertina

Hanno fatto di tutto per metterci in gabbia, ma una donna Weyward sarà sempre libera e selvaggia.

2019 -Con il favore del buio della sera, la trentenne Kate fugge da Londra alla volta del Weyward Cottage, una vecchia casa di campagna ereditata da una prozia che ricorda appena. Avvolta da un giardino incolto su cui torreggia un acero secolare, la dimora la proteggerà da un uomo pericoloso. Presto, però, Kate inizierà a capire che le sue mura custodiscono un segreto molto antico.

1942 -Mentre la guerra infuria, la sedicenne Violet è ostaggio della grande e lugubre tenuta di famiglia. Vorrebbe soltanto arrampicarsi sugli alberi e poter studiare come suo fratello, ma da lei ci si aspetta tutt’altro. Un pensiero inquietante, poi, la tormenta: molti anni fa, poco dopo la sua nascita, la madre è scomparsa in circostanze mai chiarite. L’unica traccia di sé che ha lasciato è un medaglione con incisa la lettera W.

1619- La solitaria Altha, cresciuta da una madre che le ha trasmesso il suo amore per il mondo naturale, viene accusata di stregoneria; rinchiusa nelle segrete di un castello, presto sarà processata. Un contadino del villaggio è morto dopo essere stato attaccato dalla propria mandria, e la comunità locale, coesa, ha puntato il dito contro di lei: una donna insolita. E le donne insolite fanno paura.

Ma le Weyward appartengono alla natura. E non possono essere addomesticate. Intrecciando con maestria tre storie che attraversano cinque secoli, Emilia Hart ha dato vita a un potente romanzo sulla resilienza femminile e sulla forza salvifica della solidarietà tra donne in un mondo dominato dagli uomini.

Antonella Pizzo

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“Anfore dal cielo” di AA.VV., Àncora Editrice, 2023. Recensione di Silvio Aman

09 lunedì Set 2024

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Anfore dal cielo, Silvio Aman

 

AA.VV., Anfore dal cielo (prefazione di Mons. Giovanni Giudici, postfazione di Giovanni Rossella) Milano, Àncora Editrice, 2023, pp. 110, € 12.

 

Anfore dal cielo (titolo estratto da Save the seed, di Anna Vercesi) forma un grazioso volumetto in cui le brevi raccolte delle Autrici si succedono attraverso le poesie-snodo in funzione di dedica, col risultato di collegarle tutte nello stesso sentimento di amorosa partecipazione alla natura (come creazione in senso biblico) in cui “vi è pure il richiamo all’esperienza cristiana” come nota giustamente Mons. Giovanni Giudici nella sua prefazione. Di fatto, i riferimenti delle Autrici alle virtù teologali di fede, speranza e carità costellano le loro esperienze di donne e madri, e lo fanno in modo corale nei “differenti stili” come indica il postfatore Luciano Rossella. L’anfora, sotto il profilo simbolico è un contenitore totale che riguarda l’aspetto contemplativo della natura e di partecipazione alla realtà, del resto ben espressi a vario titolo dalle quattro Autrici, le quali alternano la misura epigrammatica a tenore mistico all’estensione argomentante, a volte sfiorando le durezze dell’invettiva, come in Lorenza Auguadra, per la quale “Pregare/ è la mistica di un verso”.

 

La parola trova il cuore

da buio a luna piena

la croce lascia un corpo

di luce dalla tenebra.

(Promessa, p. 17)

 

Un tondo

a rassicurare la notte

cielo resuscitato

misura di pienezza

per occhi rinnovati.

(Luna piena, p. 26)

 

La presenza della luna, oltre che della croce, ci riporta ai dipinti di Caspar David Friedrich, come simbolo della luce e di Cristo.

Le poesie di Adriana Rinaldi sono una laude del creato inteso come creazione del Padre fonte di amore, senza incertezza, mentre la scienza, laddove si estranea dalla fede procede nella continua rettifica delle sue ricerche su basi deterministiche.

Sono nata nell’Amore

nel legame serrato

che conduce dalla terra

al cielo

sono nata in divenire, perfettibile

[…]

sono nata Creatura

fatta di carne e di spirito

[…]

sono nata figlia

di un Padre che nutre le stelle

[…]

(Eccomi, p. 36)

 

Il dittico Il figlio alla Madre, la Madre al figlio vuol essere anch’esso una laude della reciprocità (mentre la teoria psicanalitica testimonia l’irreciprocità strutturale dei rapporti) in cui non per nulla troviamo significanti come “riflesso” “specchio” “impronta” “sguardo” nonché l’uso del maiuscolo…

 

Sei il riflesso

del mio esistere.

Sovrano volto,

specchio del mio mondo.

(ivi, p. 39)

 

Le braccia vanno allargate

gli occhi aperti

le bocche devono contemplare

le meraviglie assolute

della Gratuita Esistenza!

(Affidarsi, p. 41)

 

L’Amore è il culmine della gioia

quando all’orizzonte vedi

il corpo dei tuoi pensieri

e il sorriso del sole.

(Amarsi, p. 42)

 

Poesia dell’apertura, della fede e dell’incessante fervore (“Vivo ogni istante/ come dono di eternità”. Eternità, p. 50) anzi dell’ebrezza…

 

la vita geme e sospira –

si ubriaca d’Amore

vive e giace.

Riaffiora il Canto

s’ode in lontananza

il lamento.

(S’ode in lontananza, p. 44)

 

che oltre a Whitman parrebbe ricordarci Baudelaire:

 

Il faut être toujour ivre.

Tout est là:

c’est l’unique question.

Pour ne pas sentir

l’horrible fardeau du Temps

qui brise vos épaules

et vous penche vers la terre,

il faut vous enivrer sans trêve.

Mais de quoi?

De vin, de poésie, d’amour ou de vertu

à votre guise.

Mais enivrez-vous.

 

Anche Teresa Scroccarello parla di eternità e mistero, ma le sue poesie sono maggiormente legate alla sfiducia nelle parole…

 

Impermeabile Eternità

fissa costante, durevole non modificabile.

Tutto assembla Oltre –

neanche più le parole bastano

ma un silenzio duro e forte

mi trascina a Te, Eternità

(Oltre, p. 61)

 

Il suo Dio è oscuro (una sorta di pascaliano Deus absconditus) e raggiungibile solo per via negativa, non come una meta predefinita…

 

Dio,

silenzio che chiami

ad una quiete piena

d’inquietudine –

della Tua presenza

sono inquieta

non so mai cosa vuoi

non sono le mie emozioni

e il tuo volere è così oscuro

[…]

(Questo è il dono del silenzio, p. 62)

 

L’uso dell’ossimoro di “quiete piena/ d’inquietudine” lascia da parte ogni festosa eccitazione: “Qual è la Volontà/ di un Dio pieno di silenzio”. Il suo silenzio fa ammutolire. Qui, benché la Trinità, secondo il dogma, non possa scindere le tre persone, Teresa pare nutrire maggior vicinanza con Gesù, l’uomo che ha vissuto, come si evince dal brano Al volto Santo di Manoppello A.D. 2006 (pp. 63-64) dove, con la personificazione del silenzio, troviamo: “Io non so pregare, il silenzio prega in me”.

In Preghiera (p. 66) parremmo riascoltare la voce di Giobbe:

 

Triste, svuotato d’animo come di pietra

è il mio cuore, ai piedi di questo Altare,

invoco il Tuo richiamo.

Aiuto, cerco Te per trovare me, Signore.

Neppure le parole osano, mi tradiscono

[…]

A che serve un fuoco che brucia

se non accende l’altro?

Un fuoco solitario?

A che serve condivisione, riconoscimento

[…]

Ho una solitudine, riempimi di Te – Oh Signore!

 

La fede nel Dio silenzioso (le parole tradiscono) qui pare intrecciarsi con l’aspetto esistenziale, cioè con la mancanza di amore. Come per le mistiche, le quali parlano dello Sposo divino, è nella solitudine che il Signore può far avvertire la propria presenza, sia tramite le sacre figure intermediarie (ma verso l’oltre, ad esempio tramite l’icona descritta da Florenskij) sia direttamente come nei ratti di Maddalena de’ Pazzi, sia nella nebbia, come qui, sia infine nell’oscurità, come in San Giovanni della Croce, con diverse gradazioni…

 

Nella nebbia appare il dolce Volto

Tu ragione del mio essere

eppure nella mia casa il quotidiano freme

nulla di più importante

mi stringe a queste mura.

(Nazareno, p. 67)

 

Anna Vercesi, le cui poesie sono ora parenetiche ora volte alla laude come in Rosa pulchrissima, alias Regina Cieli, auspica “l’incontro con l’altro” specie se derelitto, seguendo con ciò le parole di Gesù…

 

Cosa saremmo senza l’incontro con l’altro?

L’altro

Cane scalzo nell’ombra

L’altro

[…]

Apri il cuore che ce l’hai

Ritrovati, che il Signore della sera

Fa sbocciare ancora i fiori tardivi

Nell’enigma universale dell’amore

Che ama senza disarmanti aspettative.

(Scalzi, p 82)

 

L’incontro non c’è se non come sogno, mentre pochi metterebbero in dubbio il reale bellum omnium contra omnes, frase ripetuta da Linneo, se anche nei giardini, dove in superficie tutto ci appare armonioso e in pace, domina la cruenta necessità della natura, con i batteri atti a demolire l’humus, gli insetti killer, i bruchi devastatori e via così… Ma appunto per questo sorge l’anelito all’“euneirofrenia” e all’“incontro” come sogno del bello e della pace.

Trovo interessante, il complemento di specificazione “della sera” riferito al Signore nel tempo della kènosis del Cristianesimo. Anna Vercesi chiude così la poesia Shalom, padre, shalom: “Non ho più voce e canto/ Siamo storni nel vento/ Aquiloni, di bianchi e tenui colori” (P.84). Gli storni volgono certi alla meta, mentre nel discorso possono irrompere incertezze, equivoci, atti mancati… A “bianchi e tenui colori” immagino si possa associare un senso di pace in contrasto con “miserie” “chiodi” “lividi e spini” e che col “Signore della sera” potrebbe richiamare il sonetto di Foscolo: “Forse perché della fatal quïete/ tu sei l’immago a me sì cara vieni”.

Ancora ne Shalom, padre, shalom, leggiamo:

 

Voglio una vita senz’ordigni

Senz’ordini di sparizioni

Senza brigate di eliminazioni

 

Certo, se non si mettessero di mezzo i contrasti economici, fomiti di guerre e distruzioni, e fossero davvero assolvibili gli imperativi francescani.

 

Silvio Aman

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Virdimura di Simona Lo Iacono, una lettura di Antonella Pizzo

04 mercoledì Set 2024

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura

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Antonella Pizzo, simona lo iacono, virdimura

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Virdimura – Guanda pag. 224

Simona Lo Iacono 

“Ero diavola, dicevano i cristiani. Ero impura, dicevano gli ebrei. Ero perduta, dicevano gli arabi.”

Virdimura non è un personaggio di fantasia ma una donna realmente vissuta, un medico di origine ebrea figlia di medico e moglie di Pasquale de Medico di Catania. Fu la prima donna che, in assoluto, venne autorizzata a esercitare la professione medica. Così si legge in wikipedia:
“La dottoressa Virdimura, che si occupava di “medicina fisica” e specializzata nella cura delle malattie interne, chiese alle autorità di esercitare la professione medica, in un eccezionale periodo nella storia mondiale di pace fra cultura cristiana, islamica ed ebraica, per aiutare i malati indigenti che non avrebbero avuto la possibilità economica di sostenere le spese sanitarie, dal momento che le cure e le assistenze dei medici cristiani erano molto costose. Al tempo recarsi dal medico rappresentava un privilegio per pochi; sicché Virdimura volle rendere il suo mestiere una missione.
Era molto stimata per la sua bravura e conoscenza della pratica medica, ma anche per aver alleggerito il lavoro dei medici cristiani che non riuscivano a gestire tutte le richieste che pervenivano. Il suo operato fu rivolto anche alle donne, in un periodo in cui la maggioranza di esse ricorreva alla chirurgia plastica per nascondere la perdita della verginità, la cui scoperta avrebbe comportato onta e stigma sociale. La presenza di donne medico si rese necessaria allorquando le donne si rifiutarono di essere sottoposte a visite mediche da parte di uomini.”
Simona Lo Iacono ha tratto ispirazione da un documento conservato nell’archivio storico di Palermo, da questo è nata questa biografia storica romanzata. Non si sa molto della vita di Virdimura se non a grandi linee. La scrittrice ha saputo tramite la sua scrittura in siciliano antico riportare in vita Virdimura, una donna fiera e coraggiosa vissuta nel 1300, che non teme la Commissione di giudici, presieduta dal Dienchelele, riunita per decidere se concederle la licencia praticandi in scientia medicine circa curas phisicas corporum humanorum, maxime pauperum.
Virdi-mura, verde come il muschio che affiora dalle mura di Catania che il padre Uria usava raschiare per farne delle medicine. Virdimura fu il nome che le diede il padre. La madre era morta mettendola alla luce e Uria era solito portare la bimba, ancora neonata con sé. Fino a che la bimba cominciò a camminare, allora le fu concesso di camminare fra i letti dei malati, avvicinarsi a loro, imparare a curarli così come faceva il padre Uria, che del suo mestiere aveva fatto una missione.
“Pur essendo esule, mio padre non volle mai sentirsi straniero e imparò ad abitare ogni parte del mondo. Casa non era un luogo, per lui era una relazione. E ovunque potesse svilupparla, con Dio, con gli uomini, con la natura, con gli animali, edificava camere invisibili. Stanze dove soffermarsi. Edifici che non avevano mura ma nomi da pronunciare, corpi da soccorrere, da curare”.
Catania era una città popolosa, multietnica, abitata da cristiani, arabi, ebrei, ma quando fu colpita da epidemie di tifo e pestilenza qualcosa cambiò. Uria, che non era un uomo venale e che aveva un approccio diverso, più legato alla natura, alle piante, ai minerali, che guarisce i corpi e le anime, un approccio più moderno verso i malati, che era portato all’ascolto, in qualche modo ne restò coinvolto. Rimasta sola Virdimura, supportata dalle provviste e altri materiali necessari alla professioni che il padre, che sapeva che sarebbe stato allontanato, aveva provveduto a occultare in una grotta. Virdimura, senza famiglia, sola al mondo, Ebrea, donna, vittima di pregiudizi razziali e di genere, quando le donne che usavano le erbe venivano considerate streghe e quindi perseguitate, a Catania di nascosto inizia a curare i malati. Sono le donne le sue principali clienti, specie quelle che avendo subito violenza da piccole in vista del matrimonio vogliono nascondere al marito la perdita della verginità. Virdimura deve superare pregiudizi e angherie assieme a Pasquale, figlio di medico, che diventa il suo compagno di vita e di mestiere. Organizzano un laboratorio, ospedale, biblioteca, un asilo, curano gratuitamente chi ha bisogno.
Il romanzo è piacevole e interessante perchè in prima persona questa donna si racconta. Una donna vissuta nel 1300 ma moderna per carattere, determinazione, senso etico e di responsabilità, generosa e per certi versi e amorevole e ammirabile. Un’eroina. La scrittura è elevata e intessuta di siciliano antico, è ben equilibrata. Il romanzo è interessante anche perché fa luce in modo molto dettagliato nell’antica medicina, ricostruendo interventi,  e nella cultura ebraica.
Antonella Pizzo

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