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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: LETTERATURA

“Fermagenesi” di Isabella Bignozzi

25 giovedì Set 2025

Posted by maria allo in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura, POESIA

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Anterem edizioni, 2025

 (opera vincitrice della sezione prosa artistica del Premio Lorenzo Montano 2025)

“L’altro sguardo” di Isabella Bignozzi

Nota di lettura di Maria Allo

Leggere Fermagenesi significa attraversare la soglia di una dimensione intima e raffinata, dove le parole di Isabella Bignozzi si fondono in un tessuto pulsante, intriso di luce e significato. Nell’opera prendono forma fermenti cromatici e mistici che generano un dialogo profondo tra il mondo dei colori e quello della spiritualità. L’autrice invita il lettore a esplorare le emozioni più autentiche, aprendo uno spiraglio su un angolo sacro e prezioso della propria anima. È un’esperienza che nutre lo spirito, stimola la riflessione e instaura una connessione autentica tra lettore e scrittore. La scrittura assume qui il ruolo di strumento d’introspezione, un viaggio nei recessi del proprio sé che porta ad osservare e affrontare coraggiosamente i lati più oscuri dell’esistenza. In questo percorso, si abbandonano posture desideranti e fertili di immaginazione – quella che, seguendo le parole di Simone Weil, tende a chiudere ogni via alla grazia – per raggiungere una parola meno razionale ma profondamente viscerale e visionaria.  L’aspetto peculiare dell’opera si manifesta nella straordinaria abilità di adottare il “coraggio dello sguardo” come plasma puro ,una forza che permea ogni frammento, conferendo all’intero lavoro di Isabella Bignozzi una profondità davvero unica e trasformativa: “ Fermagenesi che non demorde, riparte da dentro, dall’intimo profondo, quello esilissimo che dice l’occhio capovolto nell’involucro, e come una guida montana sa la via suprema verso il basso, pulsazione di suono che chiama il centro, nel rosso cuore battente dei bassi che ripetono i passi, alzando il nome al varco aureo della presenza” (p.29). Per richiamare l’autenticità, è necessario utilizzare una lingua di straordinaria purezza, seguendo il percorso delineato da Isabella: un viaggio impregnato di letture e scritture lontane, quasi sospese nel tempo, simili a una preghiera silenziosa e profonda che si orienta verso ciò che è essenziale. Scriveva la Cvetaeva: “io non penso io ascolto. Poi cerco un’incarnazione esatta della parola”. Questo processo si realizza attraverso una sintesi precisa e calibrata, quasi alchemica, capace di trasformare il linguaggio in una fiamma sacra. Secondo Cristina Campo, solo con un cuore libero si può osare oltrepassare i confini dell’impossibile. Isabella, in Fermagenesi descrive questa idea con poetica intensità: “Rossi erano i cuori battenti, un attimo prima del mondo. Era una polifonia lo spazio che dirigeva il sogno, una fusione di reale, scenario sinfonico che puntinava dettagli di semicroma, tutti i capi reclinati sulla partitura, come i calici irradiati da un’aurora di animale disciolto, muto nel bene, dorato di vita senza bordo, sempre su una riva di amore selvatico, che avvampava senza pensiero e senza margine” (p.35). Creazione e Caduta offre una visione originale sull’origine del mondo, presentandola attraverso una prospettiva unica e suggestiva. Isabella indaga il concetto di un movimento immobile, quell’istante eterno che rappresenta l’inizio di ogni principio e che si ripete senza sosta. È in quel momento di immobilità dello sguardo che si accoglie il talismano: uno strumento che permette di percepire i millenni come forme circolari e leggere, privi di angoli, simili a un miraggio avvolgente. Eppure, questa quasi nullità che ci definisce sembra divertirsi a interpretare la tragedia, proprio in quel luogo dove il tempo non trova tregua. ll concetto di una genesi senza fine “interminato soffio che sopravvivi nella durata, una staffetta di fiati “sembra evocare un continuo processo di nascita e rinnovamento, una vita che si rigenera senza sosta. Al contrario, l’idea di una morte illusoria sottolinea l’aspetto transitorio della fine, vista non come un termine definitivo, ma piuttosto come parte di un ciclo eterno, spesso ingannevole nella percezione della sua apparente conclusività “e mai perduto è stato l’amore”. Fermagenesi incarna un impegno di amore e compassione per il mondo, intrecciando una filosofia della pazienza in cui fede e speranza trovano nuova vita dalle proprie ceneri. Un messaggio pieno di luce che l’autrice, con grande generosità, ci offre, ancor più significativo in un periodo dominato da un susseguirsi di devastazioni e un senso di vuoto.

Maria Allo

Ph. Daniele Ferroni

Isabella Bignozzi (Bologna, 1971) in poesia ha pubblicato: Le stelle sopra Rabbah (Transeuropa 2021, prefazione di Elio Grasso) e Memorie fluviali (MC edizioni, collana Gli insetti, a cura di Pasquale di Palmo). In prosa i romanzi Il segreto di Ippocrate (2020), e Cantami o diva degli eroi le ombre (2023), entrambi editi da La Lepre Edizioni, I bimbi nuotano forte (Arcippelago Itaca, 2024). È nell’antologia Splendere ai margini. Narrazioni emergenti (Oligo 2023) a cura di Andrea Temporelli; è con l’artista Daniele Ferroni nella plaquette Come tintinni ceste d’incenso (settembre 2023), uscita per Lumacagolosa, in collaborazione con le Edizioni Pulcinoelefante. Con alcune poesie è in Riflessi. Rassegna critica alla poesia contemporanea, a cura di Patrizia Baglione, Edizioni Progetto Cultura 2023. Nella rivista «La foce e la sorgente», a cura di Marco Ercolani e Lucetta Frisa, è presente con alcune liriche (n. 6, seconda serie, dicembre 2021), e con una prosa artistica (n. 7, seconda serie, gennaio-giugno 2022). È presente con suoi testi, saggi e interventi critici in numerose riviste letterarie cartacee, tra cui «Filigrane» (Ronzani Editore), «L’anello critico» (CartaCanta Editore), «Avamposto», «Metaphorica» (Efesto Edizioni); alcuni suoi saggi sono on line in «Poesia del nostro tempo», «Larosainpiu», «Nazione Indiana», «Morel – voci dall’isola», «Pangea». Cura lo spazio web «L’Astero rosso – luogo di attenzione e poesia».

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“Il giardino incantato” di Italo Calvino

22 lunedì Set 2025

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, NarЯrativa, Racconti

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Il giardino incantato, Italo Calvino, Ultimo viene il corvo

Immagine generata con Adobe Express

 

Il racconto è uno dei più belli e significativi di Calvino ed è tratto da “Ultimo viene il corvo”, raccolta del 1949. La prima edizione, pubblicata il 30 luglio 1949, comprende trenta racconti scritti tra l’estate del 1945 e la primavera del 1949, di cui ventitré pubblicati su riviste e sette inediti. Nel 1958, diciannove dei trenta racconti della prima edizione confluiscono nel volume I Racconti (Einaudi, collana Supercoralli). Continua a leggere →

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Poesia sabbatica: “20”

20 sabato Set 2025

Posted by Francesco Palmieri in POESIA, Poesia sabbatica

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Tag

Biografie, Francesco Palmieri

 

-20-

 

trovassi le parole

per disfare cielo e terra

e dire a questo buio

che sia fatta luce

e luce sia

 

separare il chiaro dallo scuro

il greve dal leggero

i vivi dal morire

e mai morti i vivi

i morti tutti altrove

distanti ad anni luce

da non saperne nulla

 

trovassi le parole

per fermare il tempo

fissare nella carne

l’estate che fa belli

il liscio della pelle

di pesche morse a maggio

il fermo della quercia

piantato nelle gambe

 

e scordare mesi ed anni

che uno dopo uno

si fanno tempo in meno

e sempre hanno in fondo

la pena di chi è polvere

e polvere tornerà

 

trovassi parole forti

da dire ogni mattina

quando nello specchio

non posso più mentire,

quando nello specchio

vedo me morire.

*
*
Francesco Palmieri
*
(dalla raccolta edita “Biografie” –  edizioni Terra d’ulivi)

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Venerdì dispari

19 venerdì Set 2025

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli, Per dare luce al pane

Per dare luce al pane

devi tagliare lo stelo della tua ombra

la spiga è coricata

dorme sul campo di mine

minato è anche il cuore

contaminati gli alberi lungo i canali

la casa che raccoglie l’acqua da irrigare.

Campi su campi sono rimasti violati

e il nostro desiderio di panificare.

Eterna e lontana è Odessa

come sono eterni i granai della Libia.

*
*

Francesco Tontoli

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Maria Allo legge Jolanda Insana

17 mercoledì Set 2025

Posted by maria allo in Podcast, POESIA

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Da “L’erba in bocca” (Tutte le poesie, Garzanti)
JOLANDA INSANA
*

balbetto ai confini del reame ricco di grano vero
picchiata dalla fame mi fingocosmografie senza corpo
ma è balbettamento per scompenso
perchè poi non immagino nulla
in questo allucinamento per fame amara
che non fabbrica segni
e non riesco a morire con l’erba in bocca

*

ho contrabbandato sale
tra una sponda e l’altra dello Stretto
per un sacco di parole infistolite che sul mare del ritorno
presero un colpo di freddo e fecero male

*

nel continente assiderato dove il dolore è fresco
non si ristampa l’alimurgìa per i penuriosi
e così m’improvviso aromataria e sparigica
per trovare nella selva di foresti medicamenti
l’erbasena che non sana
pervolendo essere alloiata spirante miserie e stringiniente
per soffrimento di febbre asmatiche e malinconiche
contro gente di stomaco gagliardo e pichiacuore
e soprattutto non sdimenticando che esclusa non sono fuori
ma semplicemente sola preclusa e reclusa

*

faccio finta che è così
per lasciarmi isnervata prendere a tradimento
nel mare più salato e dolce dove voluta e mai posseduta
entro ma m’impiglio troppo a riva e dunque rientro
nelle valve conchiavate e più non mi sconchiglio

image AI generated
Maria Allo, Su Jolanda Insana

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“Marcovaldo al supermarket” di Italo Calvino

15 lunedì Set 2025

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, NarЯrativa, Racconti

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Italo Calvino, Marcovaldo al supermarket, Marcovaldo ovvero Le stagioni in città

Immagine elaborata con Adobe Express

La novella è una delle venti da cui è composta l’opera “Marcovaldo ovvero le stagioni in città” di Italo Calvino. Ciascuna è dedicata a una stagione: il ciclo delle quattro stagioni dunque si ripete per cinque volte e ha come protagonista lo stesso Marcovaldo. L’opera fu pubblicata nel 1963 a Torino dalle edizioni Einaudi, con illustrazioni di Sergio Tofano. Continua a leggere →

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Poesia sabbatica: “A nostra insaputa”

13 sabato Set 2025

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Fra improbabile cielo e terra certa, Francesco Palmieri

 

A nostra insaputa

 

sto parlando da solo

in questa clausura di terra,

a ricordare fra le pieghe

che un certo giorno

dovrò morire

*       

(per esaurimento d’anni

un guasto nella carne

il passare a caso

dove sarà fatale

e tutti a dire,

poverino, forse era destino)

*       

in un modo o in un altro

non c’è verso di passare la mano,

di negarsi al calice ed al fiele,

e si andrà fino al fondo,

 *      

avrei voluto essere là

quando divinità giganti

contrattavano tempo e luogo

per noi che ignari

dovevamo arrivare

 *

(bambini chiassosi in colonia d’estate)

 *

avrei voluto guardarle in faccia,

le divinità giganti,

mentre si giocavano a dadi

 *

l’anima, la carne,

lo strazio infinito

dei giorni contati.

     *   

Francesco Palmieri

(dalla raccolta edita “Fra improbabile cielo e terra certa”  Terra d’ulivi edizioni)

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Venerdì dispari

12 venerdì Set 2025

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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È stato strappato un vocale, Francesco Tontoli

È stato strappato un vocale al convegno

hanno detto che gli uomini potenti

vivranno fino a centocinquanta anni

scambiandosi gli organi

avendo molti cuori pelosi in cassaforte

preparandosi a innestare altri corpi nel corpo

Succede da tempo che moriamo con il fegato di altri

che qualcuno con notevole reddito

corra in Svizzera prima di ritornarci a morire

dentro una piccola astronave.

 

Il primo imperatore della Cina

col suo esercito di terracotta aveva previsto

che ognuno dei suoi soldati di fango

potesse combattere la guerra della vita

abbattere il muro dei silenzi sepolti

addestrare il tempo a sopportare

la propria presenza.

I nuovi piccolissimi imperatori giocano

con la loro paura abusando del nostro terrore.

Schierano truppe ai confini dello Stige

e riempiono il cielo di giocattoli

festeggiando i loro centocinquanta anni

di infanzia difficile di bullismo e crudeltà.

 

Francesco Tontoli

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Miriam Bruni legge “La tentazione” di Nina Cassian

11 giovedì Set 2025

Posted by LiminaMundi in Podcast, POESIA

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Più vivo di così non sarai mai, te lo prometto.
Per la prima volta vedrai i pori schiudersi
come musi di pesce e potrai ascoltare
il mormorio del sangue nelle gallerie
e sentire la luce scivolarti sulle cornee
come lo strascico di un abito; per la prima volta
avvertirai la gravità pungerti
come una spina nel calcagno
e per l’imperativo delle ali avrai male alle scapole.
Ti prometto di renderti talmente vivo che
la polvere ti assorderà cadendo sopra i mobili,
che le sopracciglia diventeranno due ferite fresche
e ti parrà che i tuoi ricordi inizino
con la creazione del mondo.

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Antonia De Gattis, “Primo amore”, Amazon Publishing, 2025.

08 lunedì Set 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA, Segnalazioni ed eventi

≈ 1 Commento

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Antonia De Gattis, Primo amore

Mentre scrivo è la fine dell’estate,
piove e non piove più.
Le strade hanno le stesse nitide pozzanghere
che da bambina saltavo,
ignorando la profondità del baratro.
Sfiorata da un pugnale d’odio
che la storia mi ha portato,
mi avvicino ad un ramo splendido
ed è come aprirsi nel silenzio.
Si impara il dolore dal dolore.
Forse si volterà pagina
e nulla di più sarà cambiato.
C’è almeno una cosa che devi sapere,
desidero, ancora una volta,
l’innocenza del primo amore.
Nient’altro mi importa.

*

Vorrei essere la punta della tua lingua
che bagna il labbro seccato dall’arsura.
Vorrei essere una ciglia del tuo occhio,
l’impronta digitale sulla mano,
la vena lungo il collo,
una ruga che si allarga,
la luce improvvisa da una crepa,
il tuo respiro che si affanna.

*

Ma io mi faccio piccola piccola,
una ciglia, un granello, una briciola nella tasca,
un atomo, una particella elementare
da portare via.
Per te svanisco
in questo momento di nostalgia.

*

Non c’è più tempo per gli indugi,
sii paziente con me, tenero.
C’è splendore nei tuoi occhi,
desiderio sulle mie labbra.
Io ti porto la mia paura di scampata,
lo spavento, la fiducia dimenticata.
Tu mi porti la bellezza degli inizi,
una carezza a lungo desiderata.

*

Oggi come molti anni fa
i tuoi occhi conservano immutato
l’ardore dei sogni di ragazzo.
Ed eccoli tutti lì,
senza rimpianti,
i sogni che volevi.
La passione è vita
sottratta al tempo che passa
e che ti scava il viso.
Sono qui e ti guardo
come si guarda una pioggia
fine che rinfresca.
E siamo entrambi nella mancanza,
perché più di tutto si comprende
il mondo che non si è fatto.

*

Tutto ciò che ci siamo detti
nel breve momento dell’incontro
è veramente tutto in uno sguardo,
speso nella dimenticanza di questi anni.
Veramente tutto, che a guardarti ora
negli occhi, i tuoi occhi scuri e lucidi,
viene un pensiero di malinconia.
Si alza un refolo di vento
dietro alle nostre spalle
ed è l’unico dire che occorre
alle bocche degli amanti per trovarsi
nell’impronta perfetta di un bacio.
E tutto ciò che in questa sera
mi parla dolcemente di te
ha un odore di gelsomini,
che mi sfiora gli occhi
mentre socchiudo le palpebre.

*

Le prime foglie secche d’autunno,
prima ancora che sia l’autunno,
volteggiano nell’aria che sa di muschio.
Sconosciuti l’uno all’altra
sappiamo solo della nostra esistenza,
consegnandoci intatti ad una chimera.
Ciò che si deve dire o non dire
è solo un desiderio
che assomiglia al poco,
tenuto al riparo
nella pace eterea
delle cose distanti.
Non voglio niente che non sia
la passione di un bacio,
lacerante e penetrante,
e vedere gli uccelli ritornare
ad uno ad uno
come a primavera.
E tutto quello che mi resta
di una sera di settembre
è la tua bellezza greca.
E tutto quello che mi tormenta,
nascosta e mal celata,
è un’assenza che spaventa.

*

Testi di Antonia De Gattis, tratti da Primo amore (Amazon Publishing, 2025).

 

 

NOTE BIOGRAFICHE

Antonia De Gattis, nata a Lecco il 4 settembre 1978, ha sempre vissuto in provincia di Cosenza. Autrice di poesia e narrativa, ha pubblicato le raccolte di poesie, Eternità (Città del Sole Edizioni, 2023) e Primo amore (Amazon Publishing, 2025), il romanzo Il commissario Ferramonti. Un giorno nero alla hijumara (Castelvecchi, 2024), il saggio Il cambiamento che saremo. Parole di crescita, forza e speranza (Amazon Publishing, 2024).

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Poesia sabbatica: “Dopo la fine, cinico”

06 sabato Set 2025

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Fra improbabile cielo e terra certa, Francesco Palmieri

 

Dopo la fine, cinico

 

cosa vuoi che facciano

le parole che tu dici,

altri di te più intonati

hanno soffiato nelle trombe

e il muro non è caduto

 

svaniti angeli ed arcangeli

ora agonie di sabbia

predoni e scorrerie

bancarelle di mercati sempre aperti

danzatrici dal ventre levigato

con l’ombretto ed il mascara

la lussuria in mezzo ai seni

 *     

io allo stremo

tempero una piuma

fingo contatti extraterrestri

mi travesto con il saio

per la predica e la messa

 *

ma cosa vuoi che facciano

le parole che tu dici,

altro uditorio forse

o forse un’altra vita

 

che questa non può più.

 

Francesco Palmieri
*
(dalla raccolta edita “Fra improbabile cielo e terra certa“, Terra d’ulivi edizioni)

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Venerdì dispari

05 venerdì Set 2025

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli

Va via e poi mi torna
questa strana voglia di vivere
come dovessi tener fermo
e poi rilasciare
ciò che circola liberamente.
Un flusso, un sangue
da fermare con le mani.
puntare i piedi, starmi ad ascoltare.

A volte mi basta solo il rumore
dell’acqua che ride e che corre
a volte ristagna, crolla un ponte
rovinano le pietre
e io non saprei come e dove condurla
non ha una casa
se non quella grande che verrà
né ricorda la sorgente.

Si fa acqua per strada, si gonfia
si asciuga per mesi, per anni
poi ritorna in un altro punto
in un’altra polla.

Cosa le devo, non saprei
se non la sete
la forma più antica di scrittura.

Francesco Tontoli

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Miriam Bruni legge Angelo Maria Ripellino

04 giovedì Set 2025

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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77.

Tu pensi che, quando cresce il tuo male,
si spengano i fuochi, le barche non prendano il mare,
si proibisca ai cani di latrare,
i figli si incantino come sculture di sale.

Oh no, lascia perdere. Osserva
la ghiandaia azzurra che ruba
il tuo ultimo cucchiaino d’argento.
Ferma lo sguardo sgomento
sull’estranea bellezza di questa caraffa in cui luccica
tutto il ghiaccio del mondo.

Angelo Maria Ripellino

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Treno per Danzica. Un racconto di Yuleisy Cruz Lezcano 

03 mercoledì Set 2025

Posted by LiminaMundi in I nostri racconti, PROSA

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Jas Longden

Avevano sbagliato treno. Uno di quegli errori piccoli e apparentemente irrilevanti, quelli che si riducono a una scocciatura e una corsa a piedi tra un binario e l’altro. Ma non fu così, quella volta. Erano partiti da Danzica quella mattina, madre e figlio. Lei, sulla cinquantina, con la vitalità di una ventenne e un’energia quasi incongrua per l’orario; lui, poco più che ventenne, disincantato e curioso, con una mente che saltava dai podcast di filosofia alla politica globale senza soluzione di continuità. Una sosta a Varsavia era prevista, ma l’intercity che avevano preso non li stava portando lì. Un errore di piattaforma, di orario, di lettura affrettata. Fatto sta che si ritrovarono a scendere a Tczew, una stazione di campagna persa nel
vuoto del nord polacco, in mezzo a un gruppo di studenti cinesi e a campi dorati che ondeggiavano sotto il sole del primo pomeriggio.
La fermata era quasi surreale: una panchina, un orologio rotto, e silenzio. Nessun annuncio. Nessuna spiegazione. Poi, un treno arrivò. Sembrava vecchio. I vagoni grigi, le porte
cigolanti, ma era diretto a Danzica, secondo il tabellone arrugginito, doveva essere quello giusto. Salirono.
All’inizio, nulla di strano. Il consueto sobbalzo, il rumore monotono delle ruote sui binari. Ma a poco a poco, qualcosa cambiò. Non saprebbero dire esattamente quando. Forse era la luce più fioca, giallastra o l’odore ferroso, misto a fumo e carta inchiostrata. Forse erano i passeggeri. Uomini e donne con giacche pesanti, sguardi tesi, voci basse. Parlavano in polacco, ma bastava l’espressione dei loro volti per capire che non era una conversazione normale. C’erano tensione e aspettativa nell’aria. E rabbia. Una rabbia antica, contenuta, viva. Qualcuno distribuiva volantini ciclostilati, le mani macchiate di nero, la carta sottile come pelle di cipolla. I due italiani ne ricevettero uno. Non capivano il testo, ma una parola spiccava su tutte, impressa in rosso: Solidarność. Fu allora che la madre capì.
— Siamo finiti in uno dei treni del movimento. Sussurrò al figlio. Questo è un treno diretto ai cantieri di Danzica. Ma non nel nostro tempo.
Era l’agosto del 1980. Era l’estate della rivolta. I due si ritrovarono immersi in un viaggio dentro la storia. I volti nel vagone parlavano da soli: operai, insegnanti, donne con fazzoletti in testa e borse colme di pane e volantini. Gente comune che andava a lottare per qualcosa di straordinario: il diritto di parlare, di dissentire, di non vivere più piegati. Era il cuore pulsante della Polonia che batteva in direzione opposta al potere. Le voci si alzavano. Raccontavano storie vere, dure. Della fame, delle code interminabili per la carne, dei generi razionati, dei figli che sognavano l’Occidente e finivano nei corridoi bui delle fabbriche. Parlavano di censura, di paura, di perquisizioni notturne, ma parlavano anche di coraggio. Di un nome, soprattutto: Lech Wałęsa. Lo evocavano con una riverenza che ricordava i santi, ma senza idolatria. Wałęsa era un elettricista dei cantieri navali di Danzica. Un uomo qualunque, padre di famiglia, ma con un carisma nato dalla verità. Non era un teorico, nemmeno un oratore particolarmente abile, ma parlava come loro. E questo bastava.
Aveva guidato gli scioperi, scalato i cancelli del cantiere per annunciare che la lotta era cominciata. Aveva parlato di dignità, non di rivoluzione. Eppure, ogni sua parola era un atto rivoluzionario, perché rompeva il silenzio che da decenni copriva la vita dei lavoratori polacchi. Wałęsa non prometteva utopie. prometteva solo onestà.
Il figlio, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, cominciava a capire. Guardava quei volti e capiva che la storia non era solo nei libri. Non era solo una narrazione. Era carne, sudore, polmoni che gridano contro il muro.
Un uomo nel vagone, con gli occhi chiari e profondi, disse qualcosa in inglese: — We go to shipyard. Lenin’s shipyard. To show them we are not afraid anymore. Poi guardò fuori dal finestrino. Le prime gru cominciavano a profilarsi contro il cielo. Danzica era vicina.

Il treno rallentò. I cancelli dei cantieri apparvero in lontananza, come un sogno fatto di ferro. Davanti, migliaia di persone. Striscioni, canti, bandiere improvvisate. La madre prese la mano del figlio. I due scesero dal vagone insieme agli altri. Non sapevano come fossero finiti lì. Non sapevano se stavano sognando, o se il tempo, per una volta, aveva deciso di cedere al bisogno urgente della memoria. Davanti ai cancelli, tra la folla, qualcuno alzò un megafono. Le parole erano in polacco, ma il messaggio era universale. “Unità. Lavoro. Verità. Libertà.” Ogni parola era seguita da un’ovazione. Non c’era rabbia distruttiva, ma una determinazione feroce e composta. Un popolo che diceva basta.
La madre si girò verso il figlio. — Questo non è solo un viaggio nel passato. È una lezione. Su cosa significa davvero libertà.
— E su quanto costa — rispose lui. Il sole stava calando. Il cielo sopra Danzica si tingeva d’oro e carbone. La madre e il figlio, ancora con i volantini in tasca, ripresero la via del ritorno. Non sapevano come. Forse il treno sarebbe tornato a prenderli. Forse la magia del tempo si sarebbe spezzata nel momento esatto in cui avrebbero lasciato il cantiere. Ma portavano con sé qualcosa che non li avrebbe più abbandonati: l’eco di un popolo che aveva trovato la voce.
Solidarność non era solo un nome. Era un movimento che aveva sfidato l’Impero con le mani vuote e il cuore pieno. Era il primo mattone caduto di un muro che sembrava eterno. E loro, per un giorno, ne erano stati testimoni. Il ritorno fu silenzioso. La madre e il figlio avevano lasciato Danzica come si lascia un sogno troppo intenso per essere raccontato. Non c’erano stati effetti speciali, né dissolvenze temporali. Nessun annuncio. Solo un altro treno, un altro sedile di legno, e l’impressione netta che qualcosa si fosse spezzato dentro. O forse, aperto.
Fu durante quel viaggio di ritorno, mentre i campi della Pomerania scorrevano lentamente fuori dal finestrino, che cominciarono a parlare davvero.
— I polacchi… hanno un senso della nazione fortissimo. — disse lei, guardando i villaggi scivolare via, ordinati e austeri.

— Sì. E ora capisco da dove viene. Da tutta quella sofferenza, da quella resistenza collettiva.
— Certo. Ma attento a idealizzarli troppo — aggiunse lei, voltandosi con lo sguardo di chi ne ha viste tante. — Intendiamoci, anche loro hanno avuto il loro momento di imperialismo.
Il ragazzo la guardò, curioso.
Cioè?
— Quando i polacchi hanno avuto il coltello dalla parte del manico, non sono stati teneri. Né con i russi, né con gli ucraini. Pensa alla Confederazione polacco-lituana. Uno dei più vasti stati d’Europa, prima che tutto crollasse. E dentro quei confini, i popoli non vivevano sempre in armonia. Il figlio annuì lentamente. Aveva letto qualcosa, ma mai in modo così concreto.
Le storie dei grandi popoli oppressi sono spesso raccontate in bianco e nero, ma la realtà, lo stava capendo, è fatta di sfumature molto più dure da accettare.
Hanno avuto un loro “momento imperiale”. — riprese lei — I polacchi sono stati per secoli una potenza. Hanno combattuto i russi per il controllo dell’Ucraina. Spesso li hanno oppressi a loro volta. L’Ucraina occidentale, Leopoli, era polacca. E la memoria di quelle occupazioni ha lasciato ferite profonde, che non si rimarginano facilmente.
Fu in quel momento che lui collegò tutto. Le guerre, i confini che cambiavano. La Seconda guerra mondiale. Il patto Molotov-Ribbentrop. La spartizione della Polonia, prima dai nazisti, poi dai sovietici. La storia era un nastro che si avvolgeva su se stesso, senza mai trovare pace.
— Quindi… — disse, cercando un punto fermo — non c’è mai un innocente, nella storia?
— C’è chi resiste e chi opprime. Ma spesso, chi resiste oggi ha oppresso ieri. È questa la tragica ironia. La nazione diventa rifugio, identità, ma può anche diventare gabbia o arma.
Il treno rallentò. In lontananza si intravedeva Varsavia. La città moderna, piena di vetro e cemento, stava lì come una promessa nuova, ma anche come una città che aveva dovuto seppellire se stessa più volte. I palazzi del centro erano repliche moderne di antichi edifici barocchi spazzati via nel ’44. Ricostruiti con amore, ma anche con disperazione. Guarda questa città — disse la madre. — Ha visto l’inferno più di una volta. I nazisti l’hanno rasa al suolo, i sovietici hanno lasciato le cicatrici. Ma è ancora qui. E ogni volta, i polacchi si sono rialzati. Come popolo, come idea. Poi aggiunse: — Ma proprio per questo, quel senso della nazione diventa totalizzante. A volte esclusivo. Come se solo il dolore polacco contasse. Lo stesso rischio lo viviamo anche noi. Il vittimismo nazionale che diventa identità.
— Sì. Solo che in Polonia, quel senso identitario è quasi sacro. Ha a che fare con la fede, con la lingua, con la sopravvivenza. È una cosa difficile da capire per chi viene da un paese come il nostro, dove la nazione è un’idea, non una religione. Il figlio restò in silenzio. Pensava a tutte le manifestazioni viste nei giorni precedenti: le croci, le bandiere rosso-bianco, le preghiere nei cantieri. Pensava anche a Lech Wałęsa, che non era solo un sindacalista ma un cattolico fervente, capace di unire chiesa e popolo sotto un’unica voce.
Il treno entrò in stazione. Le porte si aprirono con un sibilo. Erano tornati nel presente. Nessun manifesto di Solidarność, nessun corteo, nessun megafono. Solo pendolari, valigie, pubblicità di nuove start-up. Quella sera, nella stanza d’albergo, la madre stese sul letto il volantino che aveva portato via dal treno. Lo aveva conservato con cura, come una reliquia.
Lo guardarono insieme. Il foglio era ingiallito, ma il nome Solidarność brillava ancora in
rosso. Sotto, uno slogan che avevano sentito solo sussurrare sul treno: “Nie ma wolności bez Solidarności” — “Non c’è libertà senza solidarietà”.
Il figlio lo lesse ad alta voce. Poi disse: — Chissà se oggi esiste ancora quella solidarietà. La madre lo guardò. — Forse no. Forse si è trasformata. Ma la memoria di quella parola può ancora salvarci. Se ricordiamo da dove veniamo, possiamo scegliere dove andare. Anche quando sbagliamo treno.

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Settembre

01 lunedì Set 2025

Posted by Loredana Semantica in Poesie, RICORRENZE

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immagine generata da AI

Oggi è il 1° settembre e, come promesso, si conclude la pausa estiva e riprendono le attività di Limina mundi.

Auguriamo un buon rientro dalle ferie, un nuovo anno di scuola, di studio, di poesia e arte. Settembre, il mese appena iniziato, è quando finisce l’estate, svapora il caldo torrido, incombe l’inversione dei tempi, gli uccelli si preparano a migrare, il cielo s’annuvola e la natura respira nell’aria fresca di pioggia.

Ha il suo fascino settembre, come l’autunno che inugura, quando impera la malinconia, ma anche la dolcezza dei i frutti buoni che hanno dentro il sole dell’estate, è un periodo pervaso dalla calma serenità della consapevolezza che tutto scorre e il tempo matura. Settembre prende i suoi impegni solenni, dice che giungerà un’altra stagione rigida di freddo e neve e poi immancabile un’altra primavera di fiori e virgulti.

Lo salutiamo come merita, con una splendida poesia di Maria Luisa Spaziani.

S’imbroncia il tempo. Settembre fa il suo ingresso

come un pagliaccio triste fra i tamburi.

La rabbia tramontana morde e strappa

i pergolati delle uve.

Ma il fieno ci consola coi profumi

che nemmeno Chanel riesce ad imitare.

Sogno, violenza, voluttà segreta

ebbrezza, gioventù, bere, baciare.

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“Maestrale” di Eugenio Montale

30 lunedì Giu 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Tag

Eugenio Montale, Maestrale, Ossi di seppia

foto di Deborah Mega, Padula Bianca, 29.6.25

 

Quest’anno ricorrono cento anni dalla pubblicazione, da parte di Piero Gobetti, nel giugno del 1925, di Ossi di seppia, prima raccolta di poesie di Eugenio Montale, opera memorabile che rappresenta un’importante testimonianza letteraria e umana della poesia italiana del Novecento. “Maestrale” è tratta dalla quarta sezione, Meriggi e ombre, fa parte di un trittico intitolato L’agave su lo scoglio, testo dedicato ai principali venti di terra e di mare fortemente presenti in Liguria e nella poesia di Montale. Maestrale  è presentato dopo Scirocco e Tramontana e rappresenta la calma ritrovata dopo la burrasca, come accade in natura quando il vento cessa di soffiare da nord-ovest e consente all’agave di rifiorire. Il protagonista assoluto è il mare, elemento naturale amatissimo dal poeta, la cui osservazione, alla fine di una tempesta e di fronte all’alzarsi in volo di uno stormo, gli suscita profonde riflessioni sul senso della vita e sulla condizione umana: l’immensa distesa azzurra rappresenta la vita ideale cui l’autore aspira, pur con la consapevolezza che il suo desiderio è irrealizzabile. L’incessante stato di alternanza del mare fra calma e tempesta riflette proprio la condizione umana, costretta a tentare di superare le avversità che la vita inevitabilmente comporta. Lo sguardo del poeta fa riemergere brandelli di verità, lati dell’esistere talvolta soffocati o dimenticati insieme al suo consueto invito a non fermarsi alle apparenze, a ciò che si vede, ma di guardare al futuro, andando oltre perché tutte le immagini portano scritto: “più in là”!

 

MAESTRALE

 

S’è rifatta la calma

nell’aria: tra gli scogli parlotta la maretta.

Sulla costa quietata, nei broli, qualche palma

a pena svetta.

 

Una carezza disfiora

la linea del mare e la scompiglia

un attimo, soffio lieve che vi s’infrange e ancora

il cammino ripiglia.

 

Lameggia nella chiaria

la vasta distesa, s’increspa, indi si spiana beata

e specchia nel suo cuore vasto codesta povera mia

vita turbata.

 

O mio tronco che additi,

in questa ebrietudine tarda,

ogni rinato aspetto coi germogli fioriti

sulle tue mani, guarda:

 

sotto l’azzurro fitto

del cielo qualche uccello di mare se ne va;

né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:

“più in là”!

*

(Eugenio Montale, Ossi di Seppia)

 

***

 

Con questa poesia significativa la Redazione di LIMINA MUNDI vi saluta e vi augura

BUONE VACANZE!

Arrivederci al 1° settembre!

 

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Poesia sabbatica: “19”

28 sabato Giu 2025

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Tag

Biografie, Francesco Palmieri

 

-19-

 

siamo vivi

 

se mi arriva da fuori

la luce di un giugno

che prepara all’estate,

se la ragazza in amore

corre incontro al ragazzo

poi si baciano e volano

nel loro cielo al mattino

(poca strada già fatta

pochi inciampi in memoria

tanti anni a venire

tutta intera la vita)

 

siamo vivi qui

fra questo rosso di rosa

e il celeste che spiove

 

e non penso all’eterno

che nulla aggiunge ai miei giorni

ché si muore comunque

dentro o fuori una chiesa,

 

siamo vivi qui ed ora

ed è qui

ed è ora

che sarei stato in salvo

se solo avesse bussato

la mano immensa di un dio.

 

 

 Francesco Palmieri 

(dalla raccolta edita “Biografie” Terra d’ulivi edizioni)

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Venerdì dispari

27 venerdì Giu 2025

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Tag

Francesco Tontoli

Questa non è più una pagina bianca.

Richiamo i pensieri e il foglio elettronico
mi restituisce una nuda luce sul volto
non ci sono particelle sospese che vagano
sul bianco non una virgola che attenda
non un punto un riferimento una pausa.

Ho letto che Rembrandt nell’ultima parte della sua vita
aveva fuso colori e forme come in un delirio
una figura che si specchia nell’acqua appena mossa.

I suoi committenti non capivano che quel nuovo modo
di vedere si avvicinava a qualcosa che ha a che fare col sogno
con ciò che è incerto che turba ed è sublime
pescando in quell’acqua materia fresca e forme tremolanti.

Ma forse come accadde anche a Monet
per via di quel suo velo sugli occhi
era solo un punto oscuro sulla pupilla
una retina fragile una retrovista

un déjà vu che vede la luce
e legge a fatica le lingue sconosciute
con cui parlano le cose.

Francesco Tontoli

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“Perché scrivo, se non scrivo meglio?” Fernando Pessoa

26 giovedì Giu 2025

Posted by Loredana Semantica in I meandri della psiche, LETTERATURA

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Tag

Fernando Pessoa

immage AI generated

Tratto da “Il libro dell’inquietudine” di Fernando Pessoa

“Perché scrivo, se non scrivo meglio? Ma cosa ne sarebbe di me se non scrivessi ciò che riesco a scrivere per quanto nello scrivere io sia inferiore a me stesso? Sono un plebeo dell’aspirazione perché cerco di realizzare; non oso il silenzio, come chi teme una stanza buia. Sono come coloro che apprezzano più la medaglia che la fatica, e assaporano la gloria attraverso la pelliccia di ermellino.
Per me scrivere è disprezzarmi; ma non posso smettere di scrivere. Scrivere è come una droga che odio e che prendo, il vizio che disprezzo e in cui vivo. Ci sono veleni necessari, e ce ne sono di sottilissimi composti di ingredienti dell’anima; erbe colte nei canti delle rovine dei sogni, papaveri neri trovati vicino alle tombe, lunghe foglie di alberi osceni che agitano i loro rami sulle rive sentite dei fiumi infernali dell’anima.
Si, scrivere significa perdermi, ma tutti si perdono, perché tutto è perdita. Però io mi perdo senza allegria, non come il fiume nella foce alla quale nacque ignaro, ma come la pozzanghera creata sulla spiaggia dall’alta marea, e la cui acqua, inghiottita dalla sabbia, non tornerà più al mare.”

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Poesia sabbatica: “4” e “6”

21 sabato Giu 2025

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Tag

Biografie, Francesco Palmieri

 

-4-

 

da domani scriverò aforismi

se mi riuscirà

 

qualche parola

una frase sperduta

un botto fatuo

o solo uno scossone

 

giusto il tempo di un risveglio

e poi di nuovo il sonno

in questo viaggio di corriera

che già da troppo dura

se non ha più memoria

della destinazione.


-6-

 

me ne sto nella sera

ed è solo un dettaglio

che sia sera di brume

di viali ingialliti

in una foto d’ottobre

 

(e mi chiedo

quand’è scesa la nebbia

quando è stato il momento

che si è fatto tramonto,

come accade che a un tratto

si comincia a morire)

 

potrei ora chiamare

angeli e mare

la lingua aliena di veggenti e sciamani,

potrei dire d’impennate di vento

di un’aria che sale

a suonare le stelle

(e quanta musica eterna

nell’oltre d’ogni confine)

 

ma me ne sto nella sera

a parlare a qualcosa

che non so se sia dio

o quel nero d’abisso

dove ognuno è nessuno.

 

Francesco Palmieri

(dalla raccolta edita “Biografie”  edizioni Terra d’ulivi)

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