Loredana Semantica legge una sua poesia dalla raccolta “Magneti”, Portoseguro editore, 2023.

11 mercoledì Mar 2026
Loredana Semantica legge una sua poesia dalla raccolta “Magneti”, Portoseguro editore, 2023.

09 lunedì Mar 2026
Posted in Novità editoriali, POESIA

1.
Ho paura di tutto
A giorni alterni
E come una favola di buio
Attraverso i campi
Le notti hanno una schiuma
Io
Costruisco la mia pace
Le pozze di fango mi prendono
Non ho il tempo di cadere
Io
Costruisco la mia fame
Le foglie del grano mi tagliano
Non ho il tempo di Io
Non ho il tempo
Se domani non saprò più niente
Di ciò che non avevo mai saputo
4.
A volte
Non so chi io sia
Quella che conosco
Mi pare
Solo strana
Come una deviazione
Una strada mal diretta
Vago
Tra cortili spaiati
In cerca d’acqua
E tracce
Che forse ho dimenticato
Ciò che conosco
Mi conosco?
Come una piccola noce
Che quando cade
Fa rumore
14.
Forse
Sarei dovuta tornare a casa
Con quel libro
Forse
Con l’altro libro
Un altro
Uno in più
O forse
Avrei dovuto dare voce
Alla mia voce
E ascoltare il suono
Che vibra
Segreti di potenza
La falda che aspettava
Di travolgere il silenzio
Lo spazio per la voce
Tra le guance
Nella bocca
È piccolo
I denti la mordono
La gola la risucchia
La tira indietro
Se pensavo che il tremore fosse paura
No
Era l’inizio di un sisma
Tutto ciò che vibra è vivo
Tutto ciò che vibra può risuonare
Tutto ciò che vibra può rompere la materia
Come si può parlare?
Ora lascerei andare questa onda
Irresponsabile io
Indispensabile lei
18.
Guardo la luna piena
Scie bianche
Mi dissolvono
Le mie cosce tronche
Si disossano
Ed io
Sto dormiente alla finestra
E la luna
Si allontana dalla notte
Va a lottare
Contro corna di rinoceronte
Resto ferma
Nel mistero che mi appare
E sogno di una lepre
Che salta indisturbata
Tra fossati umidi
Calpestando quadrifogli
21.
In attesa dell’invito
Ad un rituale di eleganza
Ho bollito dell’acqua
Per ore
Come se sapessi
Di aprire
Interiora di farfalla
E dentro vedere
La mia faccia
L’angolo della mia bocca
Un’unghia
La mia risposta
E tra il profumo
Del cardamomo
Ecco apparire
L’incompiutezza
E così incerta cammino
Mangiando un passo
Dentro un passo
Mai più sicura
Tra le vertigini
Delle ore calde
Alessandra Raffin, “Introvert”, Eretica, 2024.
08 domenica Mar 2026
Posted in Essere donna, POESIA, Poesie, RICORRENZE
Buon 8 marzo con la poesia “Specchio” di Sylvia Plath

Sono d’argento e rigoroso. Non ho preconcetti.
Quello che vedo lo ingoio all’istante
così com’è, non velato da amore o da avversione.
Non sono crudele, sono solo veritiero—
l’occhio di un piccolo dio, quadrangolare.
Passo molte ore a meditare sulla parete di fronte.
È rosa e macchiettata. La guardo da tanto tempo
che credo faccia parte del mio cuore. Ma c’è e non c’è.
Facce e buio ci separano ripetutamente.
Ora sono un lago. Una donna si china su di me,
cercando nella mia distesa ciò che essa è veramente.
Poi si volge alle candele o alla luna, quelle bugiarde.
Vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.
Lei mi ricompensa con lacrime e un agitare di mani.
Sono importante per lei. Va e viene.
Ogni mattina è sua la faccia che prende il posto del buio.
In me ha annegato una ragazza e in me una vecchia
sale verso di lei giorno dopo giorno come un pesce tremendo.
Sylvia Plath
07 sabato Mar 2026
Posted in LETTERATURA, Poesia sabbatica

Sentenza senz’appello
non riuscire a trattenere
lo smeraldo delle foglie,
questa la pena
arrendersi all’affondo delle rughe
allo sfibrarsi della pelle
al passo che non tiene più la strada
e rimanere indietro
all’allontanarsi delle spalle
di chi solo ieri
appena si reggeva sulle gambe
scoprire oltre il ritardo di saggezza
che semplicemente vivere
era già essere felici,
stare nell’essenziale di un respiro quotidiano
e ancora così lontano
il tempo di falce e mietitura
non riuscire a trattenere neanche un giorno,
questa la pena,
sapere l’impossibile risparmio delle ore
e noi a guardarci morire nello specchio
ad ogni singolo risveglio.
Francesco Palmieri
06 venerdì Mar 2026
Posted in POESIA, Venerdì dispari
Ancora mi ostino a scrivere cose sulle foglie
e a divertirmi a invertire il senso delle frasi
un esercizio che col vento assume forme bizzarre
in questo tempo così sgrammaticato.
Ho molti amici intenti a pubblicare libri sacri
ma io non mollo la mia presa di vento
lo acchiappo e lo trituro facendo a pezzi le nuvole
strizzando quella parte di succo di aloe
l’amaro e il dolce rimasto nella ciotola
molti mangiate e bevetene condivisi con altri apostoli
con la stessa mania alcolica di scambiarsi le parole.
Siamo ebbri e assetati di un nulla ricolmo.
Alcuni lo consegnano ai libri punzonandolo al meglio
altri lo lasciano al proprio altrove e io tra questi.
(8/10/2015)
Francesco Tontoli
04 mercoledì Mar 2026

È tutto ciò che avremmo voluto fare — e non abbiamo fatto,
ciò che voleva parlare e non trovò la sua voce,
tutto ciò che ci ha lasciati senza dirci il proprio segreto,
ciò che possiamo sfiorare, persino incidere col ferro, senza mai arrivarci,
ciò che diventa onda, e onda ancora, perché si cerca e non si trova,
ciò che si fa schiuma per non morire del tutto,
ciò che si fa scia per pochi istanti, per un gusto originario d’eterno,
ciò che avanza negli abissi e non salirà mai alla luce,
ciò che avanza nella luce e trema degli abissi,
tutto questo — e molto di più:
è il mare.
Jules Supervielle
C’est tout ce que nous aurions voulu faire et n’avons pas fait,
Ce qui a voulu prendre la parole et n’a pas trouvé les mots qu’il fallait,
Tout ce qui nous a quittés sans rien nous dire de son secret,
Ce que nous pouvons toucher et même creuser par le fer sans jamais l’atteindre,
Ce qui est devenu vagues et encore vagues parce qu’il se cherche sans se trouver,
Ce qui est devenu écume pour ne pas mourir tout à fait,
Ce qui est devenu sillage de quelques secondes par goût fondamental de l’éternel,
Ce qui avance dans les profondeurs et ne montera jamais à la surface,
Ce qui avance à la surface et redoute les profondeurs,
Tout cela et bien plus encore,
La mer.
Jules Supervielle (1884-1960) – Oublieuse mémoire (1949)
Scrittore francese (Montevideo 1884 – Parigi 1960).
Legato alla Nouvelle Revue française, visse tra la Francia e l’America del sud, cimentandosi in tutti i generi letterari ma affermandosi soprattutto come poeta surreale dallo stile limpido e sensibile (Les poèmes de l’humour triste, 1919; Debarcadères, 1922; Gravitations, 1925; Le forçat innocent, 1930; La fable du monde, 1938, trad. it. 1964; Oblieuse mémoire, 1949; Le corps tragique, 1959). Le sue doti di prosatore raffinato e originale emergono nei racconti magici di L’homme de la pampa (1923) e Le voleur d’enfants (1926; trad. it. 1949), e in romanzi come L’enfant de la haute mer (1931; trad. it. 1946) e L’arche de Noé (1938); in Boire à la source (1933) rievocò la sua infanzia tra l’Uruguay e i paesi baschi. Notevole anche il suo teatro (La belle au bois, 1932; Shéhérazade, 1949).
28 sabato Feb 2026
Posted in POESIA, Poesia sabbatica
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29
*
Dio
io non lo so se davvero ci sei
se davvero ci sei stato padre e madre
se davvero ci vuoi bene
e per il nostro bene fai accadere ogni cosa
che persino il nostro male
è segno del tuo amore
*
io non so se davvero siedi
su qualche nuvola del cielo
e hai occhi sterminati,
uno per ogni nato a sostenerne il passo
sia quando siamo in piedi
sia quando poi cadiamo
*
io non so se davvero hai angeli guardiani
a dirci come salvare l’anima,
uno per ciascuno attento a sonno e veglia
e fino a che ci resta il fiato
o finisce il nostro tempo
perché si apra a noi il largo dell’eterno
*
Tu vedesti al sesto giorno che tutto era buono,
buona era la terra e buono era il cielo
e poi le acque e il mare, il sole e poi la luna,
gli uccelli alti in volo e gli animali al suolo,
il verde delle foreste e i colori a mille di erbe, frutta e fiori
*
e infine noi tuoi figli nutriti a latte e miele
con solo occhi aperti a incanti e meraviglie
e corpi intatti e sani per vivere per sempre
ignari alla fatica e al parto fra le doglie
*
e poi cos’è accaduto, che cosa ci ha perduto,
perché nel tuo giardino all’improvviso
grandine e neve a intirizzire carni e foglie,
la pioggia a devastare spighe
le zolle a farsi sabbia e deserto tutt’intorno
*
perché hai fatto brevi i nostri giorni lievi
quelli di noi bambini
ignari di chi partiva per non tornare più
e non sapevamo ancora che ci fosse il bene e il male
e che vivere sarebbe stato un conto di giorni ed anni
per pelle che aggrinzisce o un accidente a caso
*
era forse non sapere il nostro essere felici?
era il non avere ancora visto
che il leone sbrana l’agnello,
che il sole scalda e incendia
e l’acqua disseta e affoga,
che chi ti sorrideva, ti volta poi le spalle,
che prima si è giovani fiori
e poi sterpaglia al fuoco,
che piove sull’ingiusto
ma s’infradicia anche il giusto?
*
Dio
io ancora non lo so se ci sei davvero
se davvero ci sei stato padre e madre
se davvero ci vuoi bene
ma com’è terribile il tuo silenzio
quando noi gridiamo forte
*
Dio, liberaci dal male.
*
ottobre 2025
*
Francesco Palmieri
27 venerdì Feb 2026
Posted in POESIA, Venerdì dispari

IL MOSAICO BLU
Noi andavamo “laggiù” e non lo trovavamo.
Ritornando da “laggiù” ci sentivamo come naufraghi
dopo aver circumnavigato le paludi con il mare a due passi,
con nemmeno rumore e l’odore di mare.
Sapevamo dalle carte nautiche che la palude
nel ravennate può fare scherzi che non ci crederesti
e la nebbia ti spedisce un po’ dove vuole. E che in città
tutti i mosaici hanno come tema di fondo il labirinto
e tutti i pavimenti, le absidi e i mausolei rimandano
al cammino che l’anima deve compiere, tessera dopo tessera
per arrivare, ci fosse pure una nebbia del diavolo,
al porto celeste, alla pace una e indivisibile
che Ario e Eusebio auspicavano.
Visitammo basiliche e battisteri in quella nebbia
e i mattoni rossi di San Vitale , e perfino una chiesa
con una Madonna che accoglieva le suppliche dei tumori.
Vagavamo e incontravamo altri vaganti con toponomastiche
rabberciate che studiavano itinerari fantastici e approssimativi.
Per chiedere della tomba di Dante, un austriaco perse nella nebbia
una moglie americana e i suoceri parecchio contrariati,
che ritrovò fortunosamente al ristorante segnalato da un apposito
lampeggiatore automatico.
Sulla tomba di Teodorico invece si svolse lo psicodramma
di un bambino nascosto nel sarcofago rosso di porfido imperiale,
cercato dalla mamma inutilmente, e chiamato con voce alta
che la nebbia spegneva e avvolgeva nella sua ovatta.
Fu ritrovato lì steso mentre accennava a una canzoncina che io interpretai sadicamente “Teodorico, perché sei morto? Pane e vino non ti mancava…”.
La nebbia cosa combina? Tutto diventa simbolico e solenne per compensare l’assenza della visione d’insieme. Una parola detta nella nebbia assume un significato destinato a essere taciuto. E tutta la nebbia infatti si era raccolta intorno a una parola.
Ma io non ricordo davvero quale fosse.
Mi sembrava di vedere da lontano, da una specie di finestra oscurata con una lastra di alabastro, quello che rimaneva dell’universo visto dalla Terra.
Il blu del mausoleo di Galla Placidia.
Lo stesso blu che per non farlo fuggire e disperdersi, avevano raccolto tutto in un solo edificio.
E che Cole Porter dopo averlo visto un giorno nebbioso di tanti anni fa, decise che era il tempo di scrivere “Night and Day”.
14/01/2016
Francesco Tontoli
24 martedì Feb 2026

Loredana Semantica legge una sua poesia, dalla raccolta poetica illustrata ” Barracuda”.

23 lunedì Feb 2026
Posted in Novità editoriali, POESIA

IL SENTIERO
*
Come se un fiore
fosse acido
come se fosse un gambero
che si spoglia
all’indietro
lasciando che
il tempo
il nostro tempo
si accasci in un solo gesto
Come Golia scende verso il centro cadendo
noi siamo ancora qui
A cercarci e a cercare un passaggio
qualcuno
che ci porti via dalla triste
esecuzione
Madama vento
colei che tutto smuove se ne è andata,
e ha lasciato un petalo bianco sul prato
Ha perso così dicono la sua forza
e ha lasciato cosi
altri dicono
la vita
al passo della malattia
*
PARETI
*
Incendio
dicono doloso
di una regione del cuore
gigantesca
e promiscua
sola
come un esercito
di sereni sobillatori
di masse uniche
e unici
contemplatori
dei cardini
di cui ognuno
ha saputo
vivere e rotolare
Come una giostra impazzita che sa di doversi fermare
Noi siamo qui
eredi
del nostro unico e violento cielo
e sapremo essere quello che siamo
e vogliamo.
Tu che sei lì
sappi che il vuoto
è già
e ha già
trovato
tutto ciò che cerchi
Dai la mano
il fuoco brucia in un battito di sensi
e di timidi e introversi sorrisi
*
RELIGIONE
*
Io vivo per l’essenza che calpesta aquiloni,
e per la foga di chi si impossessa di te.
Sono il cerchio e la sfera che giace
sul fondo e sulla punta del prisma.
In un alieno e incapace vento solare.
È l’oceano che muove esterne convinzioni
feroci dittatori
sulla pelle del mondo.
*
ORA
*
Ed io calmo e assorto,
benedico i miei anni
sapendo che non ho
di meglio da fare.
Una canzone viaggia
sul cielo
infrange divieti,
respira pareti di sesso e sangue
una musica si innalza al cielo
è il vento del sonno e del ricordare tutto.
Come se un incubo fosse
il paradiso,
come se l’eccitante
sovrasto del rumore
fermasse la manipolazione,
fermasse l’eccidio,
giustificasse in tempo
la fine.
*
EVEREST
*
Artefizio, sconcerto, alimenti vuoti e sandali usati
siamo sempre sulla stessa strada,
con eccessi di birra e comprensione,
con fughe da paure scritte e testimoniate,
con improperi verso dio
e chi per lui e per noi difende il sogno.
Resta un cammino vuoto un paesaggio armeno
e qualche piccola birra sparsa sulla strada,
per capire che saremo ancora qui per un po’,
a tempo determinato
in vita all’infinito nel sogno.
*
Libero Valerio Ludovici, “Occulto”, Chiocciola Edizioni, 2025.
21 sabato Feb 2026
Posted in POESIA, Poesia sabbatica

21
*
è quando nella stanza entri tu
che è un fragore di onde su scogliere
l’esplodere di sole all’orizzonte
il correre del vento dentro ai boschi
il profumo dei dolci appena cotti
il liscio della seta sulla pelle
*
è quando te ne vai
che tornano ghiacce le pareti
la neve cade dal soffitto
e neanche è natale nel mese di dicembre,
il giro nella stanza è una piazza vuota
e in aria volano stormi
perché è il tempo di migrare
*
ma questo è solo un gioco di parole
forse una poesia semplice
che avrei voluto scrivere, per te,
che non esisti
e per me che non ti cerco più.
*
Francesco Palmieri
20 venerdì Feb 2026
Posted in POESIA, Venerdì dispari
Ritaglio la mia figura
con la paziente accuratezza del bambino
che sistema il suo teatro di ventura
Il vento freddo disperde i burattini
deve essere il ricordo ancestrale
del racconto della mia nascita
durante la bufera del cinquantasei
la sarta Bettina che confezionò la camicia
con le ali ricamate, il braciere e l’acqua calda
appena arrivata con il coperchio di legno
ricoperto di fiocchi di neve
le grida di gioia delle donne
lo spillo che mi punse per farmi piangere
e assaggiare il dolore della vita.
Sullo schermo scorrono le immagini
di un uomo che stringe una mano
che spunta dalle macerie della sua casa
il solaio è crollato sul letto della figlia
che stava sognando
il futuro semplice del giorno dopo.
Lui se ne sta fermo sotto la neve
mentre lo fotografano senza sosta
indossa una tuta arancio
ha le scarpe bianche di calce.
Francesco Tontoli
19 giovedì Feb 2026
Posted in Novità editoriali, POESIA

Ho fatto come avevo promesso
del mio meglio ma non in assoluto.
Ricordo piccolezze, noi sui mezzi, la merenda
tu che sbagli serratura
quando torni la sera a casa.
Forse chi parla intende questo
quando dice prima le cose importanti
come il tuo dare e prendere tutto
sollevare le macerie
ritirare quello che opprime
in questa grande stanza.
Per questo e altro ti sono grato
per come a volte mi lanci
contro la vita
solo per svegliarmi.
Cosa esattamente mi vorresti dire.
Come esattamente dovrei reagire.
Cederti il mio spazio, versartelo
nel bicchiere con il calmante
di un risveglio insieme
sanato appena
da queste garze nere.
In circostanze meno affrettate sarei morto
per te. Ora invece
schiaccio tutto con le dita
e tutto, tutto quanto
mi costa fatica.
È da tre mesi che dormo con gente
riempio bicchieri a ignoti
strappo le pellicine
seccate sulle mani per l’inverno;
già chiusi i cartoni, pieni di jeans
che non mi pare di aver mai messo.
Da qualche giorno ho un tetto in prestito.
Il quartiere è nuovo ma lo conosco
dopo lavoro passeggio in tondo
e ad ogni angolo riscommetto
“da qui in poi cambia tutto”.
Anche oggi ho perso
ma ho trovato per strada cinque euro
Otto tipi di insetti
hanno fatto casa sotto al mio letto
mentre davo ripetizioni fuori al freddo
-la sede era inagibile ratti ovunque-
ho deciso avrei saltato pugilato
niente serie né proteine
neanche una canzone per dormire;
domani in pausa pranzo mi diranno
ti trovo bene accidenti è servita
la malattia sei un po’ dimagrito
ma sembri carico. Sembri pronto.
Ci sono i polipi, le distorsioni, i piccoli
infortuni nel mezzo dell’età.
C’è un bus, poi la bici, un’auto, ancora il bus
tua madre con la cataratta, i video
dei nipotini. È ancora presto…
Stavamo tutti insieme almeno otto anni fa
a guardare attori e attrici
vivere per noi
la spaccatura era lontana
questo salto negli adulti senza trionfo né coraggio.
Ho sognato che non ci lamentavamo più
che avevamo smesso di agitarci
per il beep di uno schermo
per blackout infiniti
e risvegli di soprassalto.
Ho sognato che era finito l’esodo
nei corpi, finita la fame del venerdì
che tanto poi eravamo stanchi;
erano cambiati i nostri grazie
non più al master non più a Tinder
né al migliore tra di noi.
Ho sognato che allagavamo l’appartamento.
16 lunedì Feb 2026
Posted in POESIA

Freddo
Verrà il giorno
E sarò morto.
Freddo mi ritroveranno
Su un misero letto.
Il viso contratto
Per l’ultimo sforzo
Nel capire
L’uomo che sono.
Che ero!
Passato luogo
Odo stormire gli uccelli in volo
In un mattutino cielo autunnale.
Le ali stese ad affrontare le fredde
Intemperie del presente autunno.
Le foglie rossicce, increspate,
Per semplice inerzia ancora attaccate
Al duro ramo, cadono per l’aria agitata
Dalle possenti ali.
Un volo verso caldi luoghi.
Emblema di un cambiamento
Di paesaggi e affetti.
Dal freddo mossi e dal coraggio
Protetti, emigrano in nuovi luoghi.
La speranza alberga in loro.
Paura non hanno.
Un dì
le dure e possenti ali
Sapranno ricondurli
Al passato luogo.
Luogo di affetti, tribolo e letizia.
Come un pittore
Trema la mano
Mentre dipinge il tuo volto
Nella mente scolpito.
Un volto,
dal viso imbronciato.
Gli occhi languidi,
La bocca all’insù,
Quasi a voler trattenere l’affetto
E il rimpianto.
È spento lo sguardo
Di chi ti guarda
E ti ritrae.
Una tela
Non più bianca
Ma livida.
Un volto indolore
Ritratto da un
Uomo qualunque.
Muto
Ogni muscolo vibra,
Ogni nervo si contrae,
In questa misera vita,
Al sol vivere.
Non trovo il mio posto,
L’ho perso da un po’.
Ora vivo interrogandomi,
Scrutando il mio essere,
Cerco la vita
Ma altro non trovo
Che un vuoto interiore,
Muto.
Pellegrinando
Stanco pellegrino
Alla ricerca di parole,
Versi e pensieri.
Ho smarrito la strada.
Prima ghiaia,
Poi terra fangosa,
Ora sabbia.
Arranco,
Sopravvivo,
Ma la debole mente,
Ormai stanca,
Si perde.
Pellegrina anch’essa
Si abbatte in paesaggi
Lunari, onirici, diabolici.
Antonio Sambiase, “Grate alle finestre”, Edizioni Dialoghi, 2025.
14 sabato Feb 2026
Posted in POESIA, Poesia sabbatica

7
sei riuscita a far morire dentro
tutte le cose che erano per la vita,
tutte le cose che avrei voluto intatte
nell’attimo che il respiro va a morire
sei riuscita a cancellare il senso della sveglia,
la luce e poi la pioggia,
la neve che fa sembrare bello anche il natale,
ogni vigilia prima di andare al mare
divelte anche le ali
dell’angelo che a me sembrava il tuo esser donna
ed ombra anche la polpa
il lutto sopra al seno
ci sei riuscita a rendermi più secco della sabbia
una canna senza midollo, la linfa disseccata nelle vene
adesso il mio strato è ancora carne
ma sotto -se mi tocchi- non c’è niente.
Francesco Palmieri
(dalla raccolta di prossima pubblicazione “Variazioni su un dolore solo”)
Qui dalla viva voce dell’autore
13 venerdì Feb 2026
Posted in POESIA, Venerdì dispari
Nella lunga storia delle notti
che ho passato da sveglio
a volte senza sapere perché
altre volte immaginando solo i contorni
sovrappongo anche questa notte
la classifico per puro scopo scientifico,
facendo dell’insonnia missione e destino.
C’è forse una che ancora non mi trova
e un’altra che amo conservare nel ricordo.
Collezionista di veglie e di silenzi
non riesco a leggere niente
se non le screpolature dei soffitti
le ombre cinesi proiettate dall’abat jour
le sagome mute degli oggetti che riposano
perché nessuno li guarda e li condiziona.
Cose che accadono nella meccanica quantistica
cose che si animano quando tutti dormono
ma non pretendono di turbare nessuno.
Hanno come scopo l’immobilità nella sua perfezione
e pur non avendo occhi e bocca sembrano sempre dirmi
che il tempo di raggiungerle non è così lontano.
Diventare cosa o uomo succede all’alba
anche se il sole bacia entrambi
indifferente nella scelta di chi bruciare.
Francesco Tontoli
09 lunedì Feb 2026
Dalle viscere del tempo
Sono fatta di storie sussurrate aru vientu, storie di fimmini forti come temporali. Sono una somma di storie storte e date in pasto all’oblio. Sono fatta di semine e raccolti, canti e cunti. Sono fatta di generosi perdoni e mancate scuse. Sono fatta di storie coraggiose e non le tradirò.
Mi porto addosso la pelle di tante donne che non ho conosciuto. Vengo da un mondo contadino e vergine, ribelle e aspro, da un dialetto caldo nella cadenza e forte nell’accento. Sono quella che sono perché altre donne hanno guidato i miei passi e lo hanno fatto senza neppure conoscermi. Da un utero sconosciuto e lontano ho ereditato questo sangue caldo e questa fibra tenace, ma quieta. Vengo dal ventre di donne comuni, abituate a riconoscere nel quotidiano le ragioni del loro vivere. Mi hanno insegnato ad allungare lo sguardo solo se è necessario, altrimenti so guardare alle cose solo da vicino. Non so se è un bene, so che si risparmiano energie. Non porto il nome di nessuna, non assomiglio a nessuna, ma sono insieme la 11somma e la differenza delle generazioni che mi hanno preceduta e oggi vorrei saper pensare pensieri forti e utili, concreti, misurabili. Le donne da cui vengo avevano pensieri buoni e necessari come il pane e oggi voglio indossare una pelle nuova e remota, ancestrale, sincera, concreta. Dalle viscere del tempo, donne simili a lupe, hanno costruito per me dimore sicure, focolari e letti. Hanno acceso candele e impastato il pane, hanno setacciato la farina e raccolto castagne, olive, pomodori, fichi da seccare al sole. Hanno rinunciato al piacere, alla vanità, al gioco, ma non all’allegria. Poi un giorno di primavera è nata Dora, era il 14 maggio 1927, lei è andata oltre il suo tempo, ha voluto imparare l’arte della gioia e tramandarla ai suoi figli e nipoti. Da lei ho imparato ad annusare la menta, i pomodori appena raccolti, il basilico, il sugo sul pane nelle mattine d’inverno, l’odore della legna quando brucia, le bucce degli agrumi. Con lei ho imparato a dare e ricevere baci, abbracci, slanci improvvisi d’amore impavido. A lei penso quando faccio qualcosa di bello, quando brillo per vanità o per amore. Penso a lei quando la mia pelle è sincera, quando mi dedico alle cose che mi fanno stare bene e mi concedo di essere nient’altro che una creatura fragile e avida di dolcezze. E quando è così divento anch’io una rosa di Maggio. Ci sono donne che abitano il tempo con la forza dei fiori di campo, del grano che diventa pane, del mare che diventa nuvole, della pioggia che nutre gli alberi, della terra che non conta i nostri passi. Dora era una donna così e così sono le sue figlie e così voglio essere io. Il tempo sulla pelle graffia. Su di me ha disegnato tante smagliature e a me piace riconoscere nel mio corpo la storia che lo nutre. Somigliano alle strade che ho percorso le mie smagliature, le strade che mi hanno allontanata da qui, che mi riportano qui, che ancora una volta mi porteranno altrove. Graffia la nostalgia, io accarezzo i ricordi, abbraccio chi c’è, ritrovo l’odore del mio passato remoto sulla mia stessa pelle.
*
7 dicembre 2022
L’amore è grembo e placenta, nutre, ma non sazia. Tu sei stata grembo e placenta, ma l’amore non sazia e tu questo lo sapevi. Se fossi qui ne parleremmo insieme e, invece, semplicemente ti penso e vorrei chiederlo a te se siano stati gli uomini ad aver inventato l’amore, addomesticando l’istinto, o sarà stato questo istinto ad evolvere attraverso le civiltà e a renderci domestici? Più semplicemente siamo noi che ci inventiamo l’amore o è l’amore che ci determina? Forse, ci determinano gli amori necessari, quelli asimmetrici che nutrono l’infanzia e sono necessaria dipendenza, tutti gli altri amori sono pura invenzione, proiezione, promessa, illusione, sogno. La magia è data dal fatto che in un punto imprecisato e qualunque di due vite indipendenti si vada a collidere nei desideri e l’intenzione testarda di innestarsi abbia la meglio rispetto alla naturale inclinazione egocentrica che ognuno ha. E poi? E poi c’è la cura, l’intenzione, la promessa, la sfida, la pazienza, l’impazienza, gli strappi.
*
Domenica, neglia ca cummoglia
Mia madre mi ha insegnato la dignità della solitudine. Ha accolto con tenerezza e forza le contraddizioni dell’amore. Si separò dal marito, ma non ci negò mai la gioia di un pranzo condiviso. Eppure erano appena gli anni venti di un secolo fa. Oggi penso a lei per consolarmi e farmi forza. C’è tanta gente intorno a me, ma io sono sola e stordita, isolata dal resto del mondo. Dicono che ho l’Alzheimer.
Sugnu ‘nta nu gummulu.
*
Giovedì, fuocu appiccicatu
Questa casa è piena di cose non mie. Ma io so che questa fotografia in bianco e nero è qui da sempre e so che non sono io, anche se tutti dicono così. A volte questo spazio mi opprime e ho voglia di andare via da qui, ma non so dove e così resto dove sono, ma dove sono non sempre io lo so. Non ricordo con esattezza niente, solo cose così, mentre confondo cose importanti e la mia vita non è altro che un amalgama di frammenti, molti senza colore, in bianco e nero come la foto di questa donna che non sono io. Ricordo bene solo cose di poca importanza, ad esempio: una teiera rossa; la frittata nei giorni di Pasquetta; i soldati in guerra; le uova fresche; i giorni di sole spesi a lavorare in campagna.
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In un giorno qualunque, fantasma e fantasia
Diamoci da fare, ché in un baleno arriva l’alba a sparigliare i sogni e i giorni finiscono in fretta. C’è da seminare prima che sia Aprile, già fioriscono le primule e i ciclamini cantano da un po’. La rosa aspetta Maggio, tu, nel frattempo, impara a riconoscere miracoli e preghiere. Le preghiere si mangiano crude e scondite, si scandiscono piano piano e poi si masticano lentamente, sono il frutto maturo della gramigna, ma nessuno lo sa. I miracoli si bevono con gli occhi a grandi sorsi, vanno fissati a lungo e mai diluiti con acqua. Io mi sono fatta bastare il poco, il niente, il troppo, l’abbastanza, ho accolto tutto e ho sempre avuto negli occhi e cieli vergini e incantamenti stupidi.
Doris Bellomusto, “Passo a due”,Tralerighe libri, 2025.
07 sabato Feb 2026
Posted in POESIA, Poesia sabbatica

27
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siamo noi
i consegnati al tempo
che indifferente ci consuma,
all’osso che si spezza
e alla carne che marcisce,
all’oltraggio dello specchio
che ci fa sempre più stranieri,
al passo più ambizioso
della gamba che si stanca,
al pensiero che domanda
e non trova le risposte,
al cuore che mai è pronto
alle ferite dell’amore,
all’anima che guarda al cielo
come fosse un angelo caduto,
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siamo noi
i consegnati al tempo che non basta,
i Cristi nati per la croce.
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Pasqua 2025
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Francesco Palmieri
(dalla raccolta “Hai spezzato il ramo” inedita)
06 venerdì Feb 2026
Posted in POESIA, Venerdì dispari
Questo interno è foderato di silenzio
profondo come una tasca vuota
cerco di tastare un oggetto
che abbia più solidità dell’anima
frugo senza trovare aderenze
stringo nel pugno me stesso
e avverto il tiepido calore della stretta
il pulsare lontano del cuore.
Il tatto nel suo vicolo cieco
è un senso perfetto e lineare
accarezza le forme, valuta le impurità
rincorre il desiderio di ricostruire
riparando con le mani
ciò che è irreparabile con gli occhi.
Così sono io stanotte
lato oscuro della mia ombra
percorro il verso del mio corpo
raccogliendomi nella punta delle dita.
Francesco Tontoli
05 giovedì Feb 2026
Posted in Cronache della vita, CULTURA E SOCIETA', POESIA

Scrivere una poesia per chi è morto sul lavoro, per me che sono poeta e attivista e mi chiamo Yuleisy Cruz Lezcano, non è un gesto letterario astratto né un esercizio estetico ma un atto necessario. È un modo per stare accanto a vite spezzate che rischierebbero, altrimenti, di essere ridotte a numeri, a brevi di cronaca, a statistiche destinate a scorrere via. Da oltre due anni porto avanti questo impegno con una convinzione sempre più profonda: ogni morte sul lavoro ha un nome, un volto, una storia che chiede di essere detta. Ho iniziato quasi in silenzio, scrivendo versi dopo l’ennesima notizia di un operaio morto. Poi è diventato un cammino consapevole. Non scrivo “per tutti” e non scrivo “in generale”: scrivo per qualcuno. Ogni poesia nasce da una singola vicenda, da una persona precisa. Per questo nelle mie poesie il nome non è un dettaglio, ma il cuore del testo. Dare un nome significa restituire identità, rompere l’anonimato della morte industriale, sottrarre quelle vite all’oblio. La poesia, in questo senso, diventa uno strumento di resistenza civile.
Col tempo ho compreso che la poesia, soprattutto davanti a una morte traumatica e inattesa, svolge una funzione che filosofi e studiosi del lutto hanno descritto bene. Pensatori come Emmanuel Lévinas hanno sottolineato come il volto dell’altro ci chiami a una responsabilità etica, mentre Paul Ricoeur ha scritto del potere del racconto nel dare senso all’esperienza umana, anche quando è spezzata. La morte improvvisa interrompe la narrazione della vita; la parola poetica non la ripara, ma può accompagnare, può creare uno spazio di senso dove il dolore non è cancellato ma riconosciuto.
Dal punto di vista psicologico e sociologico, numerosi studi sul lutto traumatico spiegano come la mancanza di ritualità e di riconoscimento pubblico aumenti la sofferenza dei familiari. In questo vuoto, la poesia può diventare una forma di presenza simbolica. Non consola nel senso facile del termine, ma testimonia. Dice: questa persona è esistita, ha lasciato un segno, non è morta invano nel silenzio.
Negli ultimi due anni ho ricevuto decine di messaggi, email, lettere da familiari delle vittime. Non sono ringraziamenti formali: sono parole cariche di dolore e, insieme, di gratitudine. Molti mi scrivono dicendo che leggere una poesia con il nome del loro caro li ha fatti sentire meno soli, meno invisibili. Alcuni hanno scelto i miei testi per essere letti durante i funerali, altri hanno inciso singoli versi come epitaffio. Ogni volta ne sono profondamente scossa: è una responsabilità enorme, che porto con rispetto e con la consapevolezza che quei versi non mi appartengono più, ma diventano parte di un rito di commiato. C’è poi un aspetto che considero fondamentale: vedere la poesia accostata al volto di chi non c’è più. Dal punto di vista empatico, quell’immagine rompe ogni distanza. Non è più “un morto sul lavoro”, ma una persona che ci guarda. Le neuroscienze e gli studi sull’empatia mostrano quanto il volto umano attivi una risposta emotiva immediata: la poesia, affiancata a quell’immagine, amplifica questo effetto, rende impossibile l’indifferenza.
In questo percorso non sono stata sola. Ho trovato una collaborazione preziosa da parte di molte testate giornalistiche, radio e televisioni locali che hanno scelto di dare spazio ai miei versi non come ornamento, ma come strumento di denuncia e sensibilizzazione. La poesia è entrata nei notiziari, nelle rubriche, nei dibattiti pubblici, dimostrando che può ancora parlare del presente, delle ferite aperte della società. Uno dei momenti più significativi è stato quando l’attore Alessio Vasallo ha letto a Montecitorio una mia poesia dedicata a un uomo morto sul lavoro in età pensionabile. Portare quei versi nel cuore delle istituzioni ha avuto per me un valore simbolico enorme: significava affermare che la cultura, la parola, l’arte non sono marginali rispetto alla politica, ma possono interrogarla, metterla davanti alle sue responsabilità.
Continuo a scrivere perché credo che la poesia possa essere una forma di accompagnamento, come lo intendeva la filosofia antica: stare accanto, non voltarsi dall’altra parte. In una società che spesso normalizza la morte sul lavoro come fatalità, scegliere di nominare, di raccontare, di guardare in faccia la perdita è già un atto politico. Io non posso restituire la vita a chi l’ha persa, ma posso fare una cosa: impedire che venga dimenticato. E in questo, ogni poesia diventa una piccola veglia laica, un gesto di memoria e di responsabilità collettiva. Dopo la morte di Andrea Cricca, venticinque anni appena, ho sentito arrivare la poesia prima ancora delle parole. Non come scelta, ma come urgenza. Quando una vita così giovane viene spezzata sul lavoro, il tempo si frantuma: resta un prima pieno di possibilità e un dopo che non riesce più a ricomporsi. La poesia è nata così, nel silenzio che segue le notizie improvvise, quando le parole della cronaca non bastano più. Ho pensato a sua madre, ai colleghi che lo hanno trovato, a quella normalità quotidiana che si è trasformata in tragedia. Scrivere è stato un gesto di accompagnamento, nel senso più profondo: stare accanto a una morte traumatica senza pretendere di spiegarla, ma riconoscendola. Ancora una volta ho scelto di nominare, perché credo che il nome sia l’ultimo argine contro l’oblio.
Questa è la poesia che ho dedicato ad Andrea Cricca:
Frammenti scalzi di forma
Lo trovarono là,
tra margherite bianche e gialle,
inermi come occhi spalancati.
Il prato era un disordine
di frammenti scalzi di forma,
un lessico rotto
che il giorno non seppe tenere insieme.
Le urla inespresse
strette tra le labbra,
semi di suono non caduti,
mentre le ultime aritmie
tremavano nelle sue corde vocali.
Il ferro aveva parlato
prima del cuore, la macchina
chiudendo il gesto, inceppando
si è portato via il suo tempo.
Lontano, una madre
sentì il corpo farsi vuoto,
un peso improvviso nel respiro:
il legame avverte sempre
quando qualcosa si spezza.
Le sirene attraversavano l’aria
come fenditure di luce,
portavano un corpo
non il ritorno.
E i giovani sogni,
sognando ancora,
tentavano di correggere il finale,
spostando le virgole del destino,
come se la vita
potesse ancora
tornare indietro.