Volevo dire qualcosa
ai cani bagnati e a quelli bastonati
alle gatte morte
alle rane dalla bocca larga
alle api laboriose
ai coccodrilli (in) sul punto di piangere
alle acque chete
ai pappagalli rompicoglioni
ai piccioni stanziali
ai topastri di fogna
agli squali navigati
ai pesci lessi
e a quelli in barile
alle mosche nocchiere
alle oche di Lorenz
al cavallo di Caligola
prima di accedere al Senatuspopulusque
al cane di Pavlov
al colore del cavallo bianco di Napoleone
all’asino di Buridano
e all’orangotango
e all’aquila reale in stemma imperiale
all’occhio di falco
al lupo mannaro
alle cicale che costringono le formiche a lamentarsi
ai pulcini e ai loro genitori
alle galline in cova di uova al cubo
agli OGM
ai t’amo piobove
al porcocane che dolore!
agli albatri in forma impoetica
ai pipistrelli impigliati nei capelli
ai gabbiani Jonathan e Pasquale
alle bestie immonde del sottosuolo
alle sirene bicaudate
al bestiario medievale parcheggiato davanti alle cattedrali
in posa per i fotografi.
Volevo dirgli qualcosa
volevo ringraziarli
per il sacrificio non ricambiato
per la pazienza
per la decenza rassegnata
con la quale porgono la testa
alla scure.
Con una lettura di Miriam Bruni e le fotografie di Loredana Semantica.
La lettura di Miriam Bruni è di una poesia di Karin Boye
ph. Loredana Semantica
Poesia di Karin Boye
Certo che fa male, quando i boccioli si rompono. Perché dovrebbe altrimenti esitare la primavera? Perché tutta la nostra bruciante nostalgia dovrebbe rimanere avvinta nel gelido pallore amaro? Involucro fu il bocciolo, tutto l’inverno. Cosa di nuovo ora consuma e spinge? Certo che fa male, quando i boccioli si rompono, male a ciò che cresce male a ciò che racchiude.
Certo che è difficile quando le gocce cadono. Tremano d’inquietudine pesanti, stanno sospese si aggrappano al piccolo ramo, si gonfiano, scivolano il peso le trascina e provano ad aggrapparsi. Difficile essere incerti, timorosi e divisi, difficile sentire il profondo che trae, che chiama e lì restare ancora e tremare soltanto difficile voler stare e volere cadere.
Allora, quando più niente aiuta si rompono esultando i boccioli dell’albero, allora, quando il timore non più trattiene, cadono scintillando le gocce dal piccolo ramo, dimenticano la vecchia paura del nuovo dimenticano l’apprensione del viaggio – conoscono in un attimo la più grande serenità riposano in quella fiducia che crea il mondo.
Bambino che guardi il moto del cielo
così che il moto della terra vi si specchi
che osservi le faglie profonde nelle nuvole
gli abissi, i canyon e tutti i minuti frattali.
Tu che pensi
che con le sole parole
e con le palpebre
puoi spostare i cirri e cumulonembi
puoi far ruotare a piacere gli arcobaleni
creando e ricreando
il tuo bestiario celeste.
Tu che hai appena scoperto
una città in un golfo
e un fiume, una catena di monti
e un sole nascosto.
Bambino che addensi
e disperdi il temporale
che raduni in un angolo del cielo
gli angeli trombettieri
e che mandi in guerra a morire
i tuoi poveri diavoli.
Fa’ che questo gioco silenzioso e crudele
che rende luminosi per poco i tuoi occhi
abbia la durata di un tuo battito di ciglia
e che sulla dura terra
e sul vasto mare
possano continuare a transitare
le ombre veloci degli dei e degli eroi
che abitano ciò che sogni.
Limina mundi per il periodo delle festività natalizie, Capodanno, Epifania sospende le attività ordinarie di pubblicazione. Questa sospensione è una consuetudine consolidata. Corrisponde al bisogno di una pausa di raccoglimento e riflessione, consona alle feste religiose, di accoglimento in gioia di un Nuovo Anno, di riserva di tempo da dedicare alla famiglia e agli affetti.
Con l’occasione porgiamo a tutti i lettori che hanno dato senso e ragione di esistenza a questo spazio i migliori Auguri di Buon Natale, Felice Anno Nuovo e Buona Epifania.
La notte prende in segreto dai tuoi capelli dimenticati riflessi tra le pieghe della tenda. Guarda, desidero soltanto le tue mani tra le mie e quiete e silenzio e in me profonda pace. Così la mia anima s’accresce e spezza in mille schegge la monotonia dei giorni; e si fa immensa: sul suo molo al chiarore dell’alba muoiono le prime onde dell’eternità.
Negli ultimi anni, i reati a danno di minorenni in Italia hanno raggiunto livelli allarmanti. Nel 2023 sono stati registrati 6.952 reati contro minori, in media circa 19 al giorno, con un aumento rispetto al 2022. Nel 2024, per la prima volta, il numero ha superato quota 7.000 casi denunciati. All’interno di questi numeri, i maltrattamenti in famiglia, ossia quelli che avvengono “tra le mura domestiche”, rappresentano la forma più comune: nel 2023 i casi registrati erano 2.843. In termini generali, un’indagine condotta su minorenni in carico ai servizi sociali nel 2023 mostra che i casi di maltrattamento sono cresciuti in 5 anni, passando da circa 19,3% (nel 2018) a 30,4%. Garante Infanzia. Questi dati confermano che, come spesso riportato da enti internazionali come l’Organizzazione Mondiale della Sanita (OMS), la violenza sui minori deve essere considerata anche un problema di salute pubblica, per l’impatto che produce sul benessere fisico, mentale e sociale delle vittime. Le vittime sono in larga parte bambine e ragazze: nel 2023 le femmine rappresentavano il 61% dei minori vittime di reato, proporzione che è aumentata nel 2024 al 63%. Nei reati a sfondo sessuale, la sproporzione di genere è ancora più evidente: nel 2024, per esempio, l’88% delle vittime di violenza sessuale erano bambine o ragazze; per la violenza sessuale aggravata la percentuale è dell’86%, e per gli atti sessuali con minorenni l’85%. Anche le forme di violenza “non sessuale” come maltrattamenti fisici o psicologici, negligenza, abuso di cure o farmaci, violenza assistita, rappresentano una porzione significativa delle violenze in ambito domestico. La distribuzione per genere delle vittime evidenzia un dato tragico e costante: bambine e ragazze rappresentano la maggioranza. Ma la violenza sui minori non si limita all’abuso sessuale o al maltrattamento fisico. Una recente indagine nazionale, presentata nel 2025, mostra che la forma più frequente di maltrattamento è la trascuratezza (neglect), che riguarda il 37% dei bambini in carico ai servizi sociali; subito dopo viene la violenza assistita (34%), seguita da violenza psicologica (12%) e maltrattamento fisico (11%). Va poi considerata quella che viene definita “patologia delle cure”, cioè un uso distorto delle cure o dei farmaci, e, in minor misura, l’abuso sessuale. Negli anni recenti, i numeri escono dunque dal binomio “violenza fisica o sessuale” per abbracciare una gamma molto più ampia di sofferenze invisibili: incuria, abbandono, violenza psicologica, esposizione a conflitti familiari, tutte condizioni che, secondo le definizioni dell’Consiglio d’Europa (1978) e dell’World Health Organization (OMS, 1999) che configurano maltrattamento e abuso, cioè quegli “atti e carenze che turbano gravemente il bambino… attentano alla sua integrità corporea, al suo sviluppo fisico, affettivo, intellettivo e morale” o rappresentano “abuso fisico o emozionale, trascuratezza o negligenza (…) che comportino un pregiudizio reale o potenziale per la salute del bambino o per la sua dignità…” (come il contesto di fiducia e potere che c’è all’interno della famiglia). Questo spiega perché così tanti casi restino sommersi: non sempre c’è un’evidenza fisica, non sempre è chiaro che dietro un “atteggiamento disfunzionale” ci sia un abuso sistematico. Spesso i segnali sono sottili, continui, fatti di silenzi, paura, dissociazione. E quando a soccombere sono bambini o adolescenti, le conseguenze possono essere devastanti, sia nell’immediato sia nel lungo termine. In termini psicologici, i traumi subiti in un contesto domestico, dove il bambino dovrebbe sentirsi più protetto, possono manifestarsi come ansia cronica, disturbi dell’umore, difficoltà di fiducia verso gli altri, alterazioni del senso di sé e dell’autostima. Possono emergere problemi comportamentali, difficoltà di relazione, isolamento, difficoltà scolastiche. Nei casi più gravi, depressione, disturbi post-traumatici, autolesionismo, difficoltà a costruire relazioni sane in età adulta. Sul piano sociale, l’abuso su minori in famiglia mina il tessuto di fiducia su cui si fonda la convivenza, ostacola la crescita di nuove generazioni stabili sotto ogni aspetto, sia esso psicologico, educativo o civile. Questo rende ancora più fragile la rete di protezione sociale. I numeri lo mostrano con chiarezza: un aumento del 58 % in 5 anni dei minori vittime di maltrattamenti tra quelli in carico ai servizi sociali, che nel 2023 sono diventati 113.892 su 374.310, circa il 30,4% del totale. Garante Infanzia+1 Ecco perché parlare di questi fenomeni non come di “casi isolati” ma come di una vera e propria emergenza sociale e di salute pubblica, come già indicato da organismi internazionali, non è un eccesso retorico, ma un’esigenza concreta. Ogni abuso taciuto, ogni segreto mantenuto, rappresenta la negazione di un diritto fondamentale: crescere sereni, protetti, senza paura.
Non c’è stilla
di malessere
sulle membra,
c’è l’inalterata sorpresa
e questo sole
che ribrilla.
Il giallo batte
sulle tempie di limone,
è ocra,
s’incendia al tramonto
e scende sulle persone.
Il sole
è un bimbo
che all’orizzonte
gioca
e sfida le nubi.
Il cilestrino
e l’azzurrino
come il rosa
e l’aurora al mare.
E come sole
m’appari tu
che mi mischi le carte
e tieni lontana la tribolazione,
sfianchi la rimembranza
e accendi la notte.
La notte
delle stelle girovaghe.
La notte
che ritorna
e agogna
i lucori
del primo mattino.
*
Vertigine,
scuotimento dei sensi.
Ninfa
afa di luglio
musica leggera.
Murmure
del salentino mare,
canto delle sirene,
fruscio d’un benedetto vento
di tramontana.
E lampo di tuono
che d’improvviso squarcia la canicola,
brusio
delle centomila tempeste.
Soffio di vento
fra le fronde dell’arancio,
stagione stremata
ma desta di passione.
Questo
e tutto il resto
tu sei,
il passero che vola sei,
sei l’unica scuola
che frequenterei
per imparare l’abc
dell’amare.
Ogni giorno
ti vengo a cercare
per quietare
la paura di vivere
e per farmi spiegare
i motivi reconditi
di questa insostenibile precarietà
dell’essere.
*
Sentire
tutto l’amaro in gola,
ragione di mestizia
che m’avvince
a questa vita
sfinita, che evolve
ma non muta. Assisa
la vita
sui troni bucati
dell’incertezza,
la timidezza la fragilità
d’incedere a passo lento.
La vita,
fuscello al vento.
La vita è cedevole,
non è un sicomoro
di fronda dura,
la vita non è sicura.
La vita è modesta,
la rammemorazione
d’una infinita partita di pallone
giocata da fanciulli
su un campo di catrame,
cadute ferite, ginocchi sbucciati.
La vita è rincorsa,
è l’eterna corsa
che poi finisce
e l’incanto resta
solo negli occhi
di chi più ci amò.
*
La vita che resta
non voglio sprecarla
in giochi mondani
in discussioni sterili
in menate di mani.
La vita che rimane
non voglio impiccarla
ad idee oltranzistiche,
a fredde visioni.
Voglio godere
dell’attimo errante,
il germoglio del mandorlo
voglio.
La terra
voglio
e le sue zolle,
la misericordia
voglio
e la pietas
che mai soccombe.
Il tuo cuore
voglio
per masticarlo
e farne molliche di pane.
Voglio
quel che già ho,
voglio
quel che non so.
Voglio
un bacio
scoccato in pieno volto,
rivoglio
il tuo quaderno rosso
pieno di poesie.
E una preghiera
voglio
di taciturne parole
per non sentirmi
più solo.
*
Al magniloquente
preferisco l’essenza.
Il maestoso
non m’attrae,
meglio,
sì, molto meglio
un piccolo pensiero
redatto con inchiostro d’anima
per coloro che ogni giorno
mi sono accanto.
I massimi sistemi
mi deprimono,
prediligo il dialogo continuo
lineare elementare semplice,
l’umana condivisione.
Stamattina
ho visto nel giardino
i miei due gatti
che bisticciavano.
Alfonso, il nero,
ha assalito e morsicato
Johnny, l’albino.
Non voglio la guerra,
inseguo la pacificazione,
fosse pure quella felina.
La bulimia
dei buoni sentimenti
da ostentare
non mi interessa,
meglio una vita dimessa
a coltivare il silenzio e l’infinito,
a rincorrere
i sogni infranti spezzati
per tentare di rianimarli
con dosi di carezze
e di preghiere sommesse.
Marcello Buttazzo
NOTA BIOBIGLIOGRAFICA
Marcello Buttazzo è nato a Lecce nel 1965 e vive a Lequile, nel cuore della Valle Della Cupa salentina. Ha studiato Biologia con indirizzo popolazionistico all’Università “La Sapienza” di Roma. Ha pubblicato numerose opere, la maggior parte di poesia. Scrive periodicamente in prosa su Spagine (del Fondo Verri), nella rubrica Contemporanea, occupandosi di attualità. Collabora con il blog letterario Zona di disagio diretto da Nicola Vacca. Tra le pubblicazioni in versi ricordiamo: “E l’alba?” (Manni Editori), “Origami di parole” (Pensa Editore), “Verranno rondini fanciulle” (I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno), “Ti seguii per le rotte” (I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno). Ad aprile 2025, è uscito per Collettiva Edizioni Indipendenti il libello dal titolo “Sommesse preghiere” (Collezione I Distillati). A settembre 2025, per i Quaderni del Bardo edizioni di Stefano Donno è uscita la nuova raccolta di poesie dal titolo “Aspettando l’aurora”.
Certe poesie che ho scritto
andrebbero messe in un bel libro
anziché stare qui a consumarsi
lo dico sul serio, lo penso davvero.
Starebbero nel loro luogo adatto
farebbero la loro figura
impaginate a dovere, presentate, recensite
da una voce autorevole con parole oscure
ma sagge, che vanno a pescare chissà dove.
Certe poesie passerebbero l’esame
andrebbero diritte a un cuore
qualcuno chiuderebbe la pagina
e per un po’ guarderebbe lontano
qualcuno si accontenterebbe dei primi versi.
Qualcun altro dei coraggiosi lettori
andrebbe a cercare le cose
che alcuni poeti lasciano fuori
chiedendosi perché proprio così
e non invece
e la ragione di quel vuoto e come mai,
e che roba è mai questa.
Altri mi ignorerebbero
e non posso dargli torto.
Devo confessare ora che ho un autore di riferimento
un poeta che ha scritto un libro a mano
poesie poverissime
ottima calligrafia ottocentesca, qualche rara cancellatura
scrittura semplice, poche rifiniture.
Lo ha rilegato a sue spese
con il titolo stampigliato sul dorso
la copertina di marocchino rosso.
Deve essere stato in libreria una vita
possiede perfino alcune pagine strappate
chissà da chi e per quale ragione.
Ha il suo scaffale confuso con gli altri
che sono tutti stampati a dovere.
In Italia il tema della rieducazione penale continua a intersecarsi con una realtà che, spesso, ne smentisce l’ambizione. La Costituzione, all’articolo 27, sancisce che “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”, ma la distanza tra il principio costituzionale e le pratiche concrete è ancora vasta. Il carcere, nella sua configurazione attuale, raramente riesce a essere un luogo di cambiamento profondo. Più spesso, è un contenitore statico, dove l’isolamento sostituisce l’elaborazione, dove la punizione prende il posto della responsabilità, e dove il ritorno in società sopraggiunge senza che sia avvenuto alcun vero percorso trasformativo. Lo si vede con chiarezza quando si osservano i dati sulla recidiva. Un aspetto spesso trascurato nel dibattito pubblico, eppure decisivo per valutare l’efficacia del sistema penale. Le persone che scontano la pena senza accedere a percorsi di recupero e reinserimento hanno una probabilità significativamente più alta di commettere nuovi reati. Al contrario, progetti strutturati che prevedono accompagnamento psicologico, formazione, lavoro e supporto sociale riescono a ridurre drasticamente la probabilità di recidiva. E non si tratta di ipotesi astratte, ma di esperienze concrete che dimostrano l’efficacia di un approccio più umano, ma anche più razionale, alla giustizia. Tra questi esempi vi è il progetto SOFT (Sex Offender Treatment), attivo in otto istituti penitenziari italiani, che si occupa di persone condannate per reati sessuali. È un ambito tra i più delicati, dove il rischio di recidiva, secondo la letteratura internazionale, si aggira tra il 17 e il 20% se non viene avviato alcun trattamento. Il progetto SOFT interviene proprio su questo punto, proponendo percorsi di responsabilizzazione e cambiamento attraverso trattamenti psicologici mirati. L’obiettivo non è quello di “perdonare”, ma di prevenire: riconoscere il reato, comprenderne le cause, e fornire strumenti per spezzare le dinamiche che lo hanno reso possibile. Tuttavia, la sola applicazione all’interno del carcere non basta: perché il trattamento sia efficace, serve continuità, serve monitoraggio dopo la scarcerazione, serve che il reinserimento nella società non sia un ritorno nel vuoto. La fragilità del sistema emerge anche da altri studi. In Veneto, una ricerca ha analizzato il percorso di 24 uomini condannati per violenza domestica. Il dato più preoccupante emerso è che la maggior parte di questi soggetti non aveva avuto accesso ad alcun tipo di intervento rieducativo, né prima né dopo la condanna. Né terapia, né gruppi di confronto, né percorsi di consapevolezza. Nulla. La pena si è consumata interamente sul piano della reclusione fisica, senza che vi fosse una reale occasione di lavorare sulle dinamiche affettive, identitarie e relazionali che avevano condotto alla violenza. In questi casi, il carcere non rappresenta altro che una parentesi, una sospensione che però non modifica nulla. E quando la pena finisce, tutto ricomincia da dove era stato interrotto. È proprio questa ripetizione che ci interroga. Perché se una persona torna a delinquere, significa che non è cambiata. E se non è cambiata, dobbiamo chiederci che cosa non ha funzionato. La detenzione, da sola, non è sufficiente a modificare comportamenti complessi. Al contrario, può peggiorarli. L’isolamento, la perdita di contatti familiari, la stigmatizzazione sociale, la mancanza di opportunità educative e lavorative sono fattori che rendono il ritorno alla legalità ancora più difficile. Eppure, la nostra società continua a investire nel carcere come strumento principale di sicurezza. È una contraddizione evidente, resa ancora più grave dal fatto che il costo della detenzione è altissimo, sia in termini economici che umani, e raramente ripaga in termini di prevenzione del crimine.
Parlare di rieducazione non significa sminuire la gravità dei reati, né ignorare il diritto delle vittime a ottenere giustizia. Significa, invece, prendere sul serio il concetto stesso di responsabilità. Chi ha commesso un reato deve assumersene le conseguenze, ma deve anche avere la possibilità – reale, concreta – di trasformare la propria identità. Questo è il compito della pena secondo la Costituzione. Non un atto di vendetta, ma un processo di ricostruzione. E un processo richiede tempo, metodo, risorse, e una visione che sappia andare oltre la logica dell’emergenza o del populismo penale. Servono programmi personalizzati, capaci di intercettare le specificità del reato e della persona che lo ha commesso. Servono équipe multidisciplinari formate da psicologi, educatori, mediatori, operatori sociali. Serve il coinvolgimento della comunità, perché il reinserimento non avviene nel vuoto, ma in un tessuto sociale che deve essere preparato ad accogliere il cambiamento. E serve soprattutto il coraggio politico e culturale di credere che anche chi ha sbagliato può cambiare. Non sempre, certo. Ma molto più spesso di quanto oggi il nostro sistema riesca a permettere. Finché continueremo a pensare alla pena come a una sospensione temporanea della libertà, senza un progetto di ricostruzione, continueremo a vedere persone uscire dal carcere peggiori di come vi sono entrate. Continueremo a contare i casi di recidiva come inevitabili. E continueremo a tradire, ogni giorno, il senso profondo della giustizia come possibilità.
Oggi, 8 dicembre, è festa. Si festeggia Maria, madre di Gesù, nella sua esclusiva dote di purezza che la rende, sin dal concepimento, libera dal peccato originale, cioè dalla colpa che affligge invece tutti gli altri uomini e donne sin dalla nascita. E’ una festa religiosa, tra le poche rimaste dopo la soppressione di altre festività religiose avvenuta con la L. 54 del 1977. Sono rimaste nel calendario civile come feste religiose, oltre alla Festa dell’Immacolata, anche Natale, Pasqua e l’Epifania, quest’ultima ripristinata nel 1987. Soppresse il Corpus Domini, l’Ascensione, la festa dei Santi Pietro e Paolo e la festa di San Giuseppe. La festa del padre putativo di Gesù collocata il 19 marzo di ogni anno è stata convertita nella festa laica del papà, senza che sia considerata giorno di assenza dalle attività lavorative. La permanenza della festa dell’Immacolata Concezione nel calendario delle festività religiose-civili evidenzia l’importanza che la Chiesta cattolica riconnette alla figura della Madre del Salvatore, al suo concepimento immacolato, il che ne permette, più tardi, al termine dell’esistenza terrena di Maria, sempre secondo la tradizione cattolica, l’assunzione in cielo in corpo e spirito.
L’immacolata concezione di Maria è un dogma cattolico, una verità alla quale bisogna credere, senza che possa essere messa in discussione. L’intangibilità della figura di Maria nel suo corredo di purezza ha in sè un’aura di fascino, mistero e devozione che ha ispirato il mondo artistico nei secoli. Molti pittori si sono cimentati nel rappresentare la Madonna come Immacolata, tra questi spicca Bartolomé Esteban Murillo, un pittore spagnolo vissuto tra il 1618 e il 1682. Nell’arco cronologico in cui fu attivo egli ha rappresentato circa due dozzine di volte il mistero dell’Immacolata Concezione e più in generale si dedicò in gran parte a temi religiosi per i quali fu molto apprezzato, ma anche molto imitato dai contemporanei e successori nell’arte.
Auguriamo a tutti Buona festa dell’Immacolata con una galleria di dipinti a tema di Bartolomé Esteban Murillo.
Voltarsi,
davanti non c’è niente
fare in modo che ieri
non sia come oggi.
I panni sono sempre stesi ai balconi
la domenica è grigia e piovosa
le famiglie numerose non hanno spazio in casa
e vedo capi di ogni misura sulle funivie
andare e venire dalle stazioni delle finestre
bambini che aspettano al capolinea un cappotto
donne che sognano di indossare una magica maglia
sento cigolare la ruota ondeggiare la carrucola.
Voltarsi,
davanti non c’è niente
le corde son tese
gravate dagli anni
nessuno guarda dritto la propria strada
il cielo non disegna un perdono
ciò che tutti vorrebbero è perduto.
Sono mesi che non alzo la testa
per vedere le stelle.
È questo che porti arrotolato con cura, piegato in quattro, alla rinfusa sgualcito spiegazzato ficcato ovunque negli angoli più oscuri. Niente da dichiarare niente devi dire niente. Il doganiere non ti capirebbe. La memoria è sempre contrabbando.
Caspar David Friedrich
Poesia di Bartolo Cattafi “Niente” dalla raccolta “L’osso e l’anima“, 1963
Quando una donna arriva ai livelli apicali dentro un’organizzazione, quello che spesso non si vede è il prezzo psicologico che paga per mantenere la posizione, per dimostrare che è competente tanto quanto un uomo, per non perdere credibilità. Studi come quelli condotti in Svezia su dirigenti donne nei servizi pubblici mettono in luce che le condizioni psicologiche di lavoro sono spesso difficili: richieste contrastanti da più stakeholder, scarsità di risorse, lunghe ore, difficoltà a trovare tempo per sé, per la famiglia, per il riposo. Queste pressioni costanti generano stati di stress protratto che non solo intaccano la salute delle dirigenti, ma finiscono per condizionare il loro umore, il modo di relazionarsi con i collaboratori e anche il modo di esercitare il potere. Alcuni comportamenti diventano meccanismi difensivi: la donna dirigente che è stata giudicata, sottovalutata o ha dovuto lottare per ogni riconoscimento può sviluppare una forma di durezza, non solo con se stessa, ma verso chi viene dopo, come se ogni errore fosse una minaccia alla propria autorità. I sussurri, la competizione, la paura di sbagliare spingono spesso verso atteggiamenti autoritari, verso il controllo stretto, verso la discrezionalità, verso il poco dialogo. Quando la pressione è alta, poca empatia, poco riconoscimento per le difficoltà altrui: la madre che deve uscire per un evento scolastico, la collega che ha bisogno di flessibilità per un problema di salute, vengono viste non come questioni umane ma come complicazioni da gestire o ostacoli alla produttività. C’è anche evidenza che lo stile di leadership “workaholic” del capo, che esige disponibilità permanente, risultati immediati, assume una pressione che si scarica verso il basso. Uno studio che ha esaminato la relazione tra il workaholism del leader e il distress psicologico dei subordinati ha mostrato che più il dirigente spinge oltre il limite, meno c’è spazio per la giustizia procedurale e relazionale: questo aumenta il rischio che i subordinati sviluppino ansia, esaurimento, insicurezza costante. Quando una dirigente sottoposta a grandi richieste familiari, organizzative e sociali non trova supporto reale, non solo rischia il burnout personale ma anche di far crescere un clima di tensione e di paura. Le colleghe cominciano a sentirsi timorose nel proporre idee, esitanti nel chiedere aiuti, riluttanti a mostrare fragilità per timore di essere giudicate incompetenti o pigre. Il comportamento di chi sta in alto diventa modello: se la durezza è premiata, se chi sbaglia viene rimproverata o isolata, se il solo mostrarsi stanca o in difficoltà è visto come mancanza, allora la competizione diventa arma, e spesso questa competizione è spietata quando riguarda donne, perché si percepiscono come rivali dirette. La “Queen Bee Syndrome” (fenomeno della “ape regina”) è una definizione che ricorre talvolta per descrivere donne in posizione di potere che, invece di aiutare o collaborare con altre donne, mantengono un atteggiamento critico, mantengono le distanze, riducono il supporto proporzionale alle energie delle altre, tendono a identificarle come rischi per il proprio status, non come alleate. È una dinamica che ha basi psicologiche profonde: bisogno di autoconservazione, paura di essere viste come deboli, senso di non essere abbastanza riconosciute se mostri troppo supporto, timore che ogni cedimento possa essere interpretato come incapacità. Naturalmente non è una regola universale che le donne al vertice diventino dure o autoritarie, ma c’è sufficiente evidenza per vedere che il potere, la solitudine del comando, le aspettative sociali e il carico invisibile (di dover dimostrare continuamente, di non poter sembrare “debole”, di bilanciare vita privata, famiglia, ruoli tradizionali) possono trasformare il carattere e i comportamenti professionali. Quello che si osserva in casi concreti, anche se è stato poco studiato, è il passaggio da stress interno a durezza esterna: la dirigente che reputa inefficiente una collega madre come se non avesse impegni, la capo che mostra impazienza, che non tollera ritardi o richieste “extra-lavorative”, che non spiega le proprie decisioni, che comunica con freddezza, addirittura con sgarbo. In contesti dove il beneficio della presenza femminile è riconosciuto (più coesione, migliore soddisfazione dei lavoratori, minore stress quando lo stile è inclusivo), queste azioni opposte, l’autorità imposta, la competizione interna, il mancato riconoscimento, la mancanza di empatia, provocano esattamente l’effetto contrario: aumentano il turnover, la sfiducia, la paura, il senso di isolamento tra colleghe. Bisogna dire che chi detiene il potere ha la capacità veramente reale di scegliere come esercitarlo: può decidere di essere rigida o comprensiva, di ascoltare o reprimere, di costruire o distruggere. C’è una scelta, e quella scelta si vede nel clima che si crea sotto di lei, perché ogni gesto, ogni richiesta, ogni sguardo pesa e può essere interpretato come sostegno o come controllo, come apertura o come barriera. Il problema è che troppi ambienti premiano la durezza, misurano il rispetto dal timore, valutano la leadership non dalla capacità di far crescere altri ma da quanti errori vengono segnalati, da quanto ordine si impone, da quanto silenzio disciplinato si ottiene. Alla fine, la poltrona di potere può diventare una corazza che isola. E non è solo la dirigente a pagarne il prezzo, ma l’intero gruppo sotto di lei, in particolare le colleghe donne, quelle che già portano con sé il doppio carico dei ruoli, che già sono abituate a mediare, a curare, a dare supporto. E nel silenzio che accetta la durezza come normale, nel lavoro che non si riconosce, nella motivazione che si smorza, si crea una cultura che logora. Perché la produttività e la competizione fine a se stesse non costruiscono squadre forti; costruiscono persone tese, isolate, stanche, pronte a fuggire o a perdere fiducia. Per cambiare davvero, serve consapevolezza: riconoscere che essere donna dirigente non significa dover duplicare modelli di comando maschili, che la forza non risiede nell’altezza della voce ma nella capacità di generare spazio sicuro, che l’empatia non è debolezza ma leadership che mantiene la salute. È tempo che la responsabilità verta anche su come si guida, non solo su quello che si produce.
“concentrati sulla respirazione”
mi dice l’amico in cerca di armature per passeggiare nel quartiere.
il mio respiro è un carnevale
un sacco di lattine cadute davanti al cassonetto
“no, non devi ascoltarla
ma entrarci”
allora dico
la mia respirazione è lunga quanto le gambe di kendall jenner
your time is the next
mangiamo
piantiamo fiori
scattiamo foto con i boccioli
ungiamo gli occhi appena screpolati dei gattini
mangiamo
prepariamo torte e pezzi di carne per la risurrezione di Gesù
mangiamo
lo zingaro e sua moglie passano in carrozza per raccogliere rottami metallici
guardano le case a due piani come noi guardiamo i boccioli
mangiamo
sta diventando sempre più chiaro che
stiamo morendo insieme
fissati come pezzi di canditi in una colomba.
non esiste altro tipo di morte
e dopo che l’abbiamo capito
non ci trasmettiamo più malattie
solo le cifre del chilometraggio
mentre aspettiamo il nostro turno
e pochi in casa hanno ancora energia
per mettere le foto su instagram
cambogia
prendiamo un minibus cambogiano per arrivare al monastero sopra cluj
attraversiamo un quartiere fatto solo di fortezze.
assomiglia a firenze.
ha un sole teletrasportato
parcellizzato solo sulle pareti
fotografate per cartoline.
per mancanza di fondi
nelle stanze degli ex carnefici diventate monolocali
è rimasto il sole est-europeo
con un bilanciamento del bianco introvabile.
quando incendia le colline intorno
la guida deve urlare ai turisti dentro il microbus
cambogiano
che hanno la fortuna di assistere a questo raro fenomeno naturale
che colora il cielo di azzurro
e le lettere che volano nell’aria diventano chiare
“balocco. torte in festa”
turchese
vicino a punta della dogana
c’è un negozio che vende famiglie di elefanti in vetro di murano
sono brutte come tutte le famiglie di elefanti a venezia
con occhi di polpo e con le zanne a metà
ma hanno un colore turchese che può spaccare il buio
e penso che forse, viste da lontano,
messe sotto la tv
piacerebbero a mamma
che colleziona da sempre elefanti e campanelle
con incisi i nomi delle più belle città
ma lei non può più salire nella sua camera da letto
sta giù con la nonna dove la tv è messa su un tavolo
e non c’è posto per gli elefantini turchesi
che mi sembrano ancora adatti per essere “l’ultima cosa da vedere”
baby don’t hurt me no more
in romania abbiamo un dio piccolo
esattamente come un nano da giardino.
l’80% dei suoi poteri si consuma per:
– aiutare le persone a mettere maiolica e piastrelle in bagno
– aiutare figli con gli esami di diploma o per entrare in facoltà
– portare la pioggia
– far smettere di piovere
– benedire macchine audi e mercedes
il 20% dei poteri rimane per gli incontri dal vivo con i contadini.
sulla via verso il bar puoi parlare con lui come con qualsiasi altra persona
è molto “di casa”
l’unica cosa che ti promette è che se baci milioni di icone arrivi
in paradiso
che è un tavolo enorme con cibo e bevande illimitati,
con menestrelli zingari e orario continuato
l’ora
mamma è morta tra le 22:32 e le 22:33.
aveva 66 anni e 6 mesi.
è sopravvissuta 4 mesi in più delle previsioni più ottimistiche
tra gli ultimi due respiri sono passati almeno 7 secondi
non mi ricordo se la tenevo per mano o no
ma so che qualche ora prima
le ho sussurrato nell’orecchio “non avere paura mamma.sarà bello”
non avrei potuto dire una cosa più stupida
Testi di Oana Pughineanu-Oricci, tratti da “Bilanciamento del bianco”, Fallone Editore, 2024.
Oggi compiresti gli anni
e tutto il mucchio di quelli passati
che avresti aggiunto a questo presente
sono qui dentro il mese e dentro il giorno
che racchiude la tua ora di morte
sono dentro al dato incrollabile del così sia
e in quello della gravità delle leggi
dentro la clessidra ostruita
dal granello riluttante a scendere
e nella trascurabile increspatura della roccia
che ha deviato il corso del tempo
facendo disallineare i pianeti
rendendo le possibilità di vita meno certe.
Ancora conto i passaggi che ti hanno spezzato
i frammenti di te che ho conservato
le tue carte d’identità scadute
il passaporto per l’ultimo trasbordo
il fiore che è ancora nella tua scatola
poche cose sopravvissute a questi tre decenni abbondanti,
e altre briciole che evito accuratamente di mettere in fila.
Rimane la mollica della tua nascita
e dell’improvvisa e perfetta certezza
di non essere l’unico pulcino della nidiata
di quando da piccolo mi svegliava
il rumore battente dei tuoi colpi di tosse.