Alfabetizzazione mediatica come missione

di Yuleisy Cruz Lezcano

immage IA generated


Nel mondo digitale contemporaneo, il ruolo dell’attivista non può e non deve ridursi alla semplice produzione e diffusione di contenuti. In un ecosistema dell’informazione saturo, polarizzato e spesso manipolato, l’attivismo efficace richiede competenze ben più profonde e strutturate. L’attivista deve diventare un facilitatore di consapevolezza, un mediatore culturale e soprattutto un educatore civico,
capace di aiutare il pubblico a orientarsi in modo critico tra le infinite voci del web.
Il primo compito dell’attivista è promuovere l’alfabetizzazione mediatica. Questo significa impegno nello spiegare come funziona l’informazione. In partica deve aiutare nel comprendere i meccanismi della produzione giornalistica, delle fonti e dei formati, offrendo strumenti per la lettura critica. Tra i passi fondamentali che dovrebbe compiere è necessario insegnare a distinguere tra fatti, opinioni e manipolazioni. L’impegno richiede spesso di mettere il proprio ego o senso di utilità da parte per stimolare il pensiero indipendente, senza fornire risposte preconfezionate, ma cercando di costruire, insieme al pubblico, la capacità di giudizio autonomo. Questo lavoro non si esaurisce in un post virale o in un thread ben scritto, ma si concretizza in un percorso continuo di formazione e dialogo.
Uno dei compiti centrali dell’attivista è aiutare le persone a decodificare i contenuti digitali. Innanzitutto, bisogna decodificare le caratteristiche principali del contenuto, ponendosi delle domande: il contenuto è verificabile, è basato su dati, fonti tracciabili? Altri quesiti utili sono per esempio: chi l’ha scritto? È confermato da altri? Se si tratta di un’opinione personale o interpretativa, bisogna portare il pubblico a verificare se è argomentata, facendosi la semplice domanda “Su quali basi si fonda?”. L’attivista, infine, dovrebbe smascherare le manipolazioni, distorsione dei fatti, uso emotivo del linguaggio, fonti non affidabili e fare emergere se quanto viene comunicato ha l’unico scopo di suscitare reazioni, usando un tono allarmistico o divisivo.
Ci sono diversi strumenti digitali per la verifica dei contenuti e delle fonti e per smascherare fake news, bufale e narrazioni distorte. Tra i più utili troviamo i Fact-checking tools, siti come Facta, Pagella Politica, Snopes, Open; le estensioni per browser, ad esempio NewsGuard o Trusted News; le Reverse image search, fornite per esempio da Google Images o TinEye per verificare l’origine delle immagini. Questi strumenti devono essere coadiuvati al metodo principale che è la verifica delle fonti. Quindi è fondamentale analizzare chi è l’autore, che interessi ha, come finanzia il suo lavoro. Questi strumenti devono diventare parte integrante della “cassetta degli attrezzi” del cittadino informato, e l’attivista ha il compito di diffonderne la conoscenza.
Quindi, per essere un riferimento nel dibattito digitale, l’attivista deve costruire autorevolezza e credibilità nel tempo. Questo avviene attraverso un patto di trasparenza, in cui vengono dichiarate le fonti, le motivazioni, e anche eventuali errori. Per costruire un rapporto di fiducia il valore aggiunto va alla costanza e coerenza nel messaggio, nei valori, nel metodo. Inoltre, per aprire nuovi canali di comunicazione non è da meno l’ascolto attivo e il dialogo, che favorisce il confronto, anche con chi
ha opinioni diverse. Anticipare il pensiero degli altri non è un modo sano di comunicare. Molte persone sono abituate a una comunicazione difensiva, che crea malintesi e divisione, a volte senza volere; chi è portatore di idee di comunicazione sane, si trova in mezzo a discussione e accuse. Il web può portare anche a questo. L’atteggiamento dell’attivista però, deve essere sempre quello di evitare l’ipersemplificazione. Non è superfluo il tempo necessario, più o meno lungo, per spiegare.
Le semplificazioni possono creare una distorsione del messaggio.
Non si può negare il fatto che l’attivista digitale oggi è anche un educatore civico. Pertanto è fondamentale che non si limiti a “gridare la verità”, ma si impegni a creare le condizioni perché le persone possano riconoscerla da sé, aiutare a coltivare un pensiero critico, nutrito da dati, empatia e capacità argomentativa. Essere attivisti nell’era digitale richiede competenze comunicative ed etiche. L’attivismo autentico è quello che forma, non solo informa, che stimola, non solo persuade, che costruisce ponti, non solo trincee. In un tempo di infodemia e disinformazione, l’attivista che educa, è il vero agente di cambiamento.

Una lettura di Loredana Semantica

Questo post aderisce all’iniziativa Contro ogni guerra

Giuseppe Ungaretti

Loredana Semantica legge una poesia di Giuseppe Ungaretti

da L’allegria di Giuseppe Ungaretti, 1931

Antonio Tammaro, “Via da questa arsura”, Fallone Editore, 2024.

Tag

,

 

 

Addendo al rumore,
minuendo al silenzio,
che farcene della fragilità,
tiene le arterie dischiuse
aggrappate al peso delle braccia,
dovremmo dell’antro toccare il fondo,
su questa sterrata sbatterci contro,
scuoterne il senso, strizzarne la goccia
almeno che scenda nel ventre, collosa,
di cuore, così, intrisa. Annaspa l’amaro
in gola, è cruda colatura d’argilla,
muta di segno, come a novembre,
l’ora va breve, discrasia nodosa:
quale laceramento la ricerca,
aporia interrotta dal respiro,
è logora questa latenza,
servirebbe una visione,
un paesaggio inatteso
che lasci alle cose frante
la cura, una rosa.

*

Alla vista già sfinita dei campi,
in ogni posto, ci attende il tracciamento
per il viaggio che riprende.
E, nel corso, ritorna il desiderio.
Con le sue voci lo trascina il giorno
che s’oscura della luce di settembre
al gonfiore crudele del cielo
tanto azzurro da strappare il fiato,
nella speranza che arrivi presto
la pioggia, un temporale, una tempesta
a dissipare l’ansia di questa stagione muta:
acqua rovinosa, cupa, bella,
che s’appigli, furente, agli alberi, alle case,
al tronco nudo dell’anima sospesa.

*

Cleopatra è risorta dal veleno degli aspidi,
si dimena tra le lenzuola il suo corpo livido:
l’altera presenza non è violazione del culmine
ma triste notazione di lune che parlano agli astri
spegnendosi, ad una ad una, nel buio.

Aveva ragione Antonio nel forgiare
le lunghe catene di bronzo,
non doveva lanciare sassi gravidi
nel limo per misere curve dischiuse,
cedere il passo alla piovosa mattina
di luglio spaventato dal fuoco:
lei, ora, gli scaglierà addosso il marchio
dell’aquila e conterà le prede all’avvoltoio.
Pesano i morti nel soffio delle lagune
sui campi d’avena bagnati dal Nilo.

Dicono del naso, che fosse quello il riscontro
della vera bellezza, altro non vedo che il taglio
acuminato degli occhi ripassati d’antimonio:
ecco, il veleno riprende vigore, corre nelle vene,
affranca la voglia di vita, rinasce la regina
tra i mortali, respira come rosa nel deserto.

*

E di nuovo l’autunno: pochi lumi
spiano le case, il vento alita su bocche
assise alle finestre dondolanti d’erba
e lontano muore l’ultimo tramonto,
echi di piogge spingono a bramosi
passi le voglie di una terra marcita.

A folate si destreggiano nel cielo
uccelli neri in preda al volo
nudi come le anime dei viandanti
e corrono i rotori corrono sull’asfalto
scroscianti di cristalli maculati.

S’oscura, offesa, una crisalide di sposa.

Dov’è il sentore, dimmi, mi amor
dove la pallida sorpresa che allude
al calore di questo gioco astrale?
Resta una foglia che, stanca, si riposa
sul ramo e, tremula, vacilla, resiste
ma poi si spezza e cade, arresa.

*

È solo un sospetto, un istante che passa
a ghermire i palpiti distrattamente,
quasi falciati da chissà quale massa
critica che ottenebra la nostra mente.

Noi, che corpo e sangue siamo ancora,
l’odore occluso dalla caligine d’ottobre
al nitido lenir del giorno accesi, ora,
che niente ci rimane, niente ci ricopre.

E ci consuma l’algia dell’attesa
perché, con vino e rose, il sesso è andato
e quel che viene non è più sorpresa
ma l’inutile perpetrarsi del peccato.

Eppure vorremmo chissà cosa e quale
sentire, con quanta voglia e quant’arsura:
fuori c’è pioggia, presto tornerà il sole
a segnare il passo, il ritmo, la misura.

 

Antonio Tammaro, “Via da questa arsura”, Fallone Editore, 2024.

 

Poesia sabbatica: “O Padre nostro” di Dante Alighieri

Tag

, ,

 

Questo post aderisce all’iniziativa Contro ogni guerra

Introduzioni di Maria Allo

Lettura di Francesco Palmieri

 

 

Purgatorio

 

XI ,1-24

Con questa reinterpretazione del Pater Noster, le riflessioni di Dante assumono una matrice francescana, richiamando esplicitamente il Cantico delle Creature. Esse non si concentrano sull’individuo, bensì abbracciano l’intera umanità, come chiaramente evidenziato nell’ultima terzina (vv. 22-26).

 

«O Padre nostro, che ne’ cieli stai,

non circunscritto, ma per più amore

ch’ai primi effetti di là sù tu hai,

 

laudato sia ‘l tuo nome e ‘l tuo valore

da ogni creatura, com’è degno

di render grazie al tuo dolce vapore.

 

Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,

ché noi ad essa non potem da noi,

s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.

 

Come del suo voler li angeli tuoi

fan sacrificio a te, cantando osanna,

così facciano li uomini de’ suoi.

 

Dà oggi a noi la cotidiana manna,

sanza la qual per questo aspro diserto

a retro va chi più di gir s’affanna.

 

E come noi lo mal ch’avem sofferto

perdoniamo a ciascuno, e tu perdona

benigno, e non guardar lo nostro merto.

 

Nostra virtù che di legger s’adona,

non spermentar con l’antico avversaro,

ma libera da lui che sì la sprona.

 

Quest’ultima preghiera, segnor caro,

già non si fa per noi, ché non bisogna,

ma per color che dietro a noi restaro».

 

Il valore della preghiera e del rito che ne accompagna la recitazione emerge in tutta la sua chiarezza: rappresenta il cuore della proposta francescana, che invita l’umanità a elevarsi e a riconoscere con consapevolezza i propri limiti. È un’umiltà che si rivela grande proprio per la sua capacità di superare la vanità e i rapporti umani deteriorati che essa genera, scegliendo invece di incarnare valori profondi. L’essere umano raggiunge il simbolico stato di “angelica farfalla” solo nel momento in cui abbandona l’illusione di autosufficienza, scoprendo il bisogno dell’aiuto divino e della solidarietà tra gli uomini. Un bisogno che le anime incontrate da Dante non seppero cogliere nella loro vita terrena.

Venerdì dispari

Tag

,

Questo post aderisce all’iniziativa Contro ogni guerra

Francesco Tontoli legge la sua poesia dedicata al tema.

*

Le barche della pace sono state derise
da un mondo di umani parallelo.

A chi portava un chicco di riso fino al cielo
è stato detto di recedere

a chi teneva in serbo un pacco di biscotti proteico
veniva da contestargli la mancanza di gusto
e di charme.

C’era chi sapeva di star facendo l’ultimo viaggio
e cullava l’illusione coltivata da tempo
di sfamare uno sconosciuto.

A imbarcare acqua ci vuole poco
si piegano le ginocchia alle sirene
e le stelle fingono di non guardare

le barche di ogni spicchio di mondo
alzano l’unica bandiera che hanno nel cuore
bianca come il nulla e solitaria come chi aspetta.

C’è chi è all’oscuro di tutto,
le bussole impazziscono a stabilire
dove sia la stella guida

la rotta è travagliata e il ministro
tutto preso dal suo ministero
benedice gli ospiti delle nuove galere
con la sua razione di ragionevole crudeltà.

Francesco Tontoli

Una lettura di Deborah Mega

Questo post aderisce all’iniziativa Contro ogni guerra

Nelly Sachs

Deborah Mega legge una poesia di Nelly Sachs

Ma chi vi tolse la sabbia dalle scarpe,
quando doveste alzarvi per morire?
La sabbia che Israele ha riportato,
la sabbia del suo esilio?
Sabbia rovente del Sinai,
mischiata a gole di usignoli,
mischiata ad ali di farfalla,
mischiata alla polvere inquieta dei serpenti,
mischiata a grani di salomonica sapienza,
mischiata all’amaro segreto dell’assenzio.

O dita,
che toglieste ai morti la sabbia dalle scarpe,
domani già sarete polvere
nelle scarpe di quelli che verranno!

Nelly Sachs, in Versi in libertà/Trenta poetesse da tutto il mondo di Maria Grazia Calandrone, Mondadori, 2022

Image AI generated


Una lettura di Maria Allo

Questo post aderisce all’iniziativa Contro ogni guerra

Adam Zagajewski

Maria Allo legge la poesia di Adam Zagajewski “6 luglio 1980

Una grande potenza, lasciandosi guidare dalla cura
per la propria sicurezza, occupa
il paese vicino. Un milione di profughi, fra i
quali donne, bambini e anziani, si accampa
vicino alla frontiera della propria patria.
Gli uomini, armati di fucili
Ottocenteschi, vanno sulle montagne per combattere
Con l’invasore anelante sicurezza. Il presidente
Di un’altra grande potenza
Sorride con tristezza. Gli europei
per tre settimane febbrilmente
discutono lo sviluppo degli eventi. La gioventù
di sinistra tedesca protesta contro
gli armamenti e programma in caso di guerra
la creazione di piccoli, mobili reparti
di autodifesa, armati di fucili
ottocenteschi. Un direttore d’orchestra americano invita,
per gli ultimi giorni prima della fine del mondo,
ad ascoltare la musica di Beethoven. Un funzionario
di banca in pensione presenta in televisione
nastri magnetici con le registrazioni delle voci
dei morti. I morti non hanno molto da dire,
elencano i propri nomi, piangono
o ci salutano con urli
d’uccelli, brevi come un sospiro.
Tu e io siamo seduti davanti alla finestra aperta,
guardiamo le verdi scure figlie dell’acero, è domenica, piove, ridiamo
dell’onniscienza dei giornalisti e della vacuità
dei politici. Siamo impotenti
e sereni, ci sembra di capire
più degli altri.

Adam Zagajewski
Guarire dal silenzio – Nuovi versi e poesie scelte, Mondadori
a cura di Marco Bruni

Una lettura di Antonella Pizzo

Questo post aderisce all’iniziativa Contro ogni guerra

Image AI generated

Antonella Pizzo legge la poesia “C’è un qualcosa che scorna” dalla raccolta “Barracuda” di Loredana Semantica, Terra d’ulivi edizioni, 2024

C’è un qualcosa che scorna
sbattendo sui muri d’amianto
e nel sorriso insolente di chi
ha centrato il bersaglio c’è
la perdita dell’etica trame e tragedia
il luogo altolocato dei complotti
e ben prima di adesso
molto prima di qui
la perdita del sacro.

Brandisce le armi una guerra
cola scempio dovunque
conduce un assalto un affondo
nell’aria mitraglia
c’è un coltello che taglia
la violenza che grida
un mare per tomba
una bomba.

Piangete la domanda ora
e il messaggio piangete
le madri col velo sulla bocca
nere fosse negli occhi
formate un bavaglio e scalciate
fiorite di buono
abbiate stelle tra le mani
non più per l’uomo o la donna
lavorate il profondo
salvate la pelle
ai bambini.

Image AI generated

“Nastassia” di Stefano Benni

Tag

, ,

immagine creata con OpenArt

“Nastassia” è un racconto di Stefano Benni, tratto da Il bar sotto il mare del 1987. L’opera comprende 24 storie; 23 di loro sono raccontate dai clienti, l’ultima dall’Ospite. All’inizio del libro c’è un disegno che rappresenta le sagome di tutti i personaggi indicati con i numeri, legenda che ci aiuta a orientarci meglio nella storia, segue una fotografia dei personaggi. Ogni racconto presenta la stessa struttura: prima Benni menziona il nome del narratore, seguito dal titolo della storia e poi da una citazione letteraria che riassume la morale contenuta nelle storie che seguono. Nel bar sottomarino Benni descrive ventitrè personaggi che si incontrano e raccontano storie di diverso genere: storie felici e tristi, gialli, horror, parodie di opere celebri. L’ospite è invitato a rimanere per ascoltare i narratori, in caso contrario non potrà mai uscire dal bar e tornare a casa. I narratori non hanno un nome, Benni gli dà un nome tratto dalle loro caratteristiche tipiche: il primo uomo col cappello, la bionda, il venditore di tappeti, il marinaio, il ragazzo col ciuffo, la sirena, ecc. La storia di Nastassia è raccontata dall’uomo invisibile. Si tratta di un racconto breve ma intenso e struggente. Gregorij Alexeij Alexandrevič è innamorato di Nastassia Nicolaevna e sta aspettando la risposta della ragazza alla sua dichiarazione d’amore. Per seguirlo a Pietroburgo lei dovrà lasciare la sua casa e la sua famiglia. Mentre lui si dirige verso il capanno del giardiniere, immerso nei suoi sentimenti di beatitudine e allo stesso tempo di angoscia, sono evocate le immagini delle tortore che tubano e di un fringuello che prende il volo. L’atmosfera è romantica e nostalgica, i due si incontrano, la ragazza accetta la proposta di Gregorij. Sembra che per una volta l’amore stia trionfando ma il colpo di scena finale ribalta completamente le aspettative e invita a riflettere sull’imprevedibilità della vita.

IL RACCONTO DELL’UOMO INVISIBILE

NASTASSIA

«L’unica passione della mia vita è stata la paura.»

(Thomas Hobbes)

Gregorij Alexeij Alexandrevič percorreva col cuore in tumulto il viale di betulle che portava al capanno del giardiniere. Su tutto aleggiava una luce dorata, intensa e gradevole che penetrava persino nell’ombra. Le tortore tubavano senza sosta, un fringuello spiccó il volo da un ramo di lillà verso una nuvola rosa, opalescente come la lampada che Gregorij aveva visto la sera prima sul tavolo di Nastassia Nicolaevna. Nastassia! Al solo rievocarne il nome il cuore appassionato di Gregorij precipitava in un abisso ove beatitudine e angoscia erano avvinte, senza che una potesse lasciare l’altra, nella fatale estasi della caduta. Nastassia! Gli sembrava di udire quel nome nello sciabordio del fiume, nel respiro di ventaglio delle chiome dei tigli, nel canto appassionato del cuculo. Nastassia, egli ripeté a bassa voce, trattenendo sulle labbra ogni sillaba di quel nome, degustandola come l’elisir che avrebbe potuto dare la vita, o toglierla. Nastassia! Cuore mio, non fuggirmi dal petto! Il capanno del giardiniere era coperto da un manto di edera rossa che riluceva nel tramonto con sfumature di fiamma e rubino. Mojka, la cavallina di Nastassia brucava pigramente, ancora sudata per la corsa. Lei dunque c’era! Era venuta! Cuore, un attimo ancora, intimò Gregorij Alexandrevič, avvicinandosi al capanno. La mano del giovane aprì lentamente la porta, che cigolò con discrezione, quasi a dimostrare che anch’essa conosceva la segretezza di quell’incontro. Nastassia Nicolaevna sedeva su un ceppo di ciliegio. La veste bianca brillava nella semioscurità come un esotico fiore misterioso, e i piedini ondeggiavano come due uccellini nervosi. Nastassia sorrise al giovane e con un gesto irresistibile, scostò dalla bianchissima fronte una ciocca dei capelli ricci. Gli occhi celesti brillarono di una luce seducente. Dio, com’era bella! Pensò Gregorij Alexandrevič, avvicinandosi, e ammirandone, come se fosse la prima volta, il delicato ovale. il disegno sensuale della bocca, la quieta pienezza delle spalle candide. E quei piedini inquieti, quelle caviglie da angioletto d’alabastro! O cuore mio!

– Volete dunque la mia risposta? – disse Nastassia abbassando gli occhi.

Cuore, resisti, pensò Gregorij Alexandrevič, nell’udire quella voce, quella voce che sapeva leggere i più delicati versi di Puškin come domare gli scarti dei cavalli e le bizze della servitù.

– Ebbene la mia risposta… – disse Nastassia. E tacque a lungo.

Cuore, resisti! Quanta grazia e pudore, pensò Gregorij, in questa donna che non vuole forse ferirmi con un rifiuto, o forse ha un ultimo momento di naturale timidezza nel pronunciare le parole che la porteranno lontano dal luogo ove è nata, dal luogo che ha illuminato con la sua incomparabile bellezza.

– La mia risposta è sì – disse Nastassia tutto d’un fiato -Gregorij Alexandrevič, verrò con voi a Pietroburgo e sarò vostra moglie.

– Nastassia! Nastassia! – sospirò Gregorij Alexandrević e non aggiunse altro. Stramazzò tra l’edera crepitante e il soffice muschio, fece appena in tempo a vedere i piedini di Nastassia che si avvicinavano allarmati, poi più nulla. Il cuore appassionato di Gregorij Alexandrevič non aveva resistito.

 

Stefano BENNI, «Nastassia», in Il bar sotto il mare, Universale Economica Feltrinelli, Milano, 2016, pp. 75-77.

Poesia sabbatica: “L’Occidente”

Tag

,

 

L’OCCIDENTE

 

noi, che abbiamo stracciato ogni cielo

e non abbiamo più un cielo

dove appuntare una sola speranza

 

noi, che abbiamo aperto sportelli

nelle foreste d’amazzonia

e sepolto nel cemento perenne

i coralli rossi del pacifico,

che abbiamo spezzato in due

totem chiese e cattedrali

per innalzare i minareti di fumo

dei muezzin di tutte le americhe

 

noi, che urtiamo uomini per strada

e non sappiamo più leggere

il tuo e il mio dolore più grande,

che viviamo a colori,

che risorgiamo quando è vacanza

e torniamo a morire appena è finita,

che mangiamo a colazione pranzo e cena

e digeriamo a fatica,

che accogliamo gente

in case da mostrare alla gente

 

noi, forse moriremo tutti

o forse siamo già tutti morti.  

 

(1987)

Francesco Palmieri 

da “Poesie giovanili e sparse” raccolta inedita

*

QUI la lettura A viva voce dell’autore.

 

Venerdì dispari

Tag

Quello che fa l’autunno
è un bel lavoro di rifinitura
raccogliere e smaltire
ripulire dagli errori di fabbrica
far sentire le ruote dentate
di un tempo ineluttabile
che dà l’illusione del ripetersi
passare l’ultimo smalto opaco sulle foglie
addolcendo la secchezza dei vasi di linfa
che si intravedono in filigrana.
Un lavoro infame per prepararti a crepare
arrivando perfino a convincerti
che quei colori che ti sembrano accesi
non sono i colori di morte e di putrefazione
ma l’acquerello che si scioglie nel tuo cuore.
Grande e compassionevole è la natura
che riduce il tuo dolore di esserci
chiedendoti scusa con il gioco del cielo.

Francesco Tontoli

“Fermagenesi” di Isabella Bignozzi

Anterem edizioni, 2025

 (opera vincitrice della sezione prosa artistica del Premio Lorenzo Montano 2025)

“L’altro sguardo” di Isabella Bignozzi

Nota di lettura di Maria Allo

Leggere Fermagenesi significa attraversare la soglia di una dimensione intima e raffinata, dove le parole di Isabella Bignozzi si fondono in un tessuto pulsante, intriso di luce e significato. Nell’opera prendono forma fermenti cromatici e mistici che generano un dialogo profondo tra il mondo dei colori e quello della spiritualità. L’autrice invita il lettore a esplorare le emozioni più autentiche, aprendo uno spiraglio su un angolo sacro e prezioso della propria anima. È un’esperienza che nutre lo spirito, stimola la riflessione e instaura una connessione autentica tra lettore e scrittore. La scrittura assume qui il ruolo di strumento d’introspezione, un viaggio nei recessi del proprio sé che porta ad osservare e affrontare coraggiosamente i lati più oscuri dell’esistenza. In questo percorso, si abbandonano posture desideranti e fertili di immaginazione – quella che, seguendo le parole di Simone Weil, tende a chiudere ogni via alla grazia – per raggiungere una parola meno razionale ma profondamente viscerale e visionaria.  L’aspetto peculiare dell’opera si manifesta nella straordinaria abilità di adottare il “coraggio dello sguardo” come plasma puro ,una forza che permea ogni frammento, conferendo all’intero lavoro di Isabella Bignozzi una profondità davvero unica e trasformativa: “ Fermagenesi che non demorde, riparte da dentro, dall’intimo profondo, quello esilissimo che dice l’occhio capovolto nell’involucro, e come una guida montana sa la via suprema verso il basso, pulsazione di suono che chiama il centro, nel rosso cuore battente dei bassi che ripetono i passi, alzando il nome al varco aureo della presenza” (p.29). Per richiamare l’autenticità, è necessario utilizzare una lingua di straordinaria purezza, seguendo il percorso delineato da Isabella: un viaggio impregnato di letture e scritture lontane, quasi sospese nel tempo, simili a una preghiera silenziosa e profonda che si orienta verso ciò che è essenziale. Scriveva la Cvetaeva: “io non penso io ascolto. Poi cerco un’incarnazione esatta della parola”. Questo processo si realizza attraverso una sintesi precisa e calibrata, quasi alchemica, capace di trasformare il linguaggio in una fiamma sacra. Secondo Cristina Campo, solo con un cuore libero si può osare oltrepassare i confini dell’impossibile. Isabella, in Fermagenesi descrive questa idea con poetica intensità: “Rossi erano i cuori battenti, un attimo prima del mondo. Era una polifonia lo spazio che dirigeva il sogno, una fusione di reale, scenario sinfonico che puntinava dettagli di semicroma, tutti i capi reclinati sulla partitura, come i calici irradiati da un’aurora di animale disciolto, muto nel bene, dorato di vita senza bordo, sempre su una riva di amore selvatico, che avvampava senza pensiero e senza margine” (p.35). Creazione e Caduta offre una visione originale sull’origine del mondo, presentandola attraverso una prospettiva unica e suggestiva. Isabella indaga il concetto di un movimento immobile, quell’istante eterno che rappresenta l’inizio di ogni principio e che si ripete senza sosta. È in quel momento di immobilità dello sguardo che si accoglie il talismano: uno strumento che permette di percepire i millenni come forme circolari e leggere, privi di angoli, simili a un miraggio avvolgente. Eppure, questa quasi nullità che ci definisce sembra divertirsi a interpretare la tragedia, proprio in quel luogo dove il tempo non trova tregua. ll concetto di una genesi senza fine “interminato soffio che sopravvivi nella durata, una staffetta di fiati “sembra evocare un continuo processo di nascita e rinnovamento, una vita che si rigenera senza sosta. Al contrario, l’idea di una morte illusoria sottolinea l’aspetto transitorio della fine, vista non come un termine definitivo, ma piuttosto come parte di un ciclo eterno, spesso ingannevole nella percezione della sua apparente conclusività “e mai perduto è stato l’amore”. Fermagenesi incarna un impegno di amore e compassione per il mondo, intrecciando una filosofia della pazienza in cui fede e speranza trovano nuova vita dalle proprie ceneri. Un messaggio pieno di luce che l’autrice, con grande generosità, ci offre, ancor più significativo in un periodo dominato da un susseguirsi di devastazioni e un senso di vuoto.

Maria Allo

Ph. Daniele Ferroni

Isabella Bignozzi (Bologna, 1971) in poesia ha pubblicato: Le stelle sopra Rabbah (Transeuropa 2021, prefazione di Elio Grasso) e Memorie fluviali (MC edizioni, collana Gli insetti, a cura di Pasquale di Palmo). In prosa i romanzi Il segreto di Ippocrate (2020), e Cantami o diva degli eroi le ombre (2023), entrambi editi da La Lepre Edizioni, I bimbi nuotano forte (Arcippelago Itaca, 2024). È nell’antologia Splendere ai margini. Narrazioni emergenti (Oligo 2023) a cura di Andrea Temporelli; è con l’artista Daniele Ferroni nella plaquette Come tintinni ceste d’incenso (settembre 2023), uscita per Lumacagolosa, in collaborazione con le Edizioni Pulcinoelefante. Con alcune poesie è in Riflessi. Rassegna critica alla poesia contemporanea, a cura di Patrizia Baglione, Edizioni Progetto Cultura 2023. Nella rivista «La foce e la sorgente», a cura di Marco Ercolani e Lucetta Frisa, è presente con alcune liriche (n. 6, seconda serie, dicembre 2021), e con una prosa artistica (n. 7, seconda serie, gennaio-giugno 2022). È presente con suoi testi, saggi e interventi critici in numerose riviste letterarie cartacee, tra cui «Filigrane» (Ronzani Editore), «L’anello critico» (CartaCanta Editore), «Avamposto», «Metaphorica» (Efesto Edizioni); alcuni suoi saggi sono on line in «Poesia del nostro tempo», «Larosainpiu», «Nazione Indiana», «Morel – voci dall’isola», «Pangea». Cura lo spazio web «L’Astero rosso – luogo di attenzione e poesia».

Contro ogni guerra

Non possiamo opporci con la forza, ma possiamo farlo con forza. Dire cioè fermamente d’essere contro ogni guerra. Noi – come afferma la nostra Costituzione all’art. 11 – ripudiamo la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

La scelta riguarda ogni conflitto, nessuna controversia può trovare soluzione attraverso la violenza, perché, come ci insegna la storia, la violenza genera odio e l’odio altra violenza, in una spirale perversa che annienta l’umanità, sparge morte, causa dolore, distruzione, sgomento, produce eventi raccapriccianti, dove si manifestano i peggiori comportamenti di cui l’ uomo è capace.

Per questi aspetti non è diversa da altre guerre quella che si combatte a Gaza, giungono immagini e notizie strazianti. Soprattutto quando a pagare il prezzo più alto sono gli esseri più deboli: donne e bambini. Probabilmente riconoscete l’immagine sottostante, fotogramma di un video , diffuso dal quotidiano La Repubblica, diventato simbolo della guerra in corso tra Israele e Palestina, che ben rappresenta il dramma dei bambini in fuga, sbandati, orfani, affamati.

L’opinione pubblica europea, impressionata dalle immagini e dai racconti provenienti dalle zone di guerra, organizza in questi giorni iniziative di pressione perché cessi il massacro della popolazione palestinese. Proprio ieri in varie piazze d’Italia si sono riuniti manifestanti contro la guerra a Gaza. Da giorni si muove in mare la Global Sumud Flotilla, costituita da gruppi di imbarcazioni che, partendo da vari porti europei, intendono di raggiungere Gaza per fornire sostegno e aiuti umanitari. E’ del 12 settembre scorso l’approvazione della risoluzione dell’ONU per una soluzione pacifica della questione palestinese con riconoscimento di due Stati.

Limina mundi è un blog letterario, eminentemente apolitico, ma non indifferente a ciò che accade nel mondo. Ecco perché dobbiamo in quest’occasione, ancora una volta, ribadire la nostra contrarietà ad ogni forma di violenza, alla guerra, alle ragioni imposte con le armi. Siamo uomini, abbiamo la parola, e con la parola si cercano soluzioni, la composizione dei contrapposti interessi. Col confronto si evita il conflitto.

Con la parola si esprime anche il dissenso. Per ribadirlo contro la guerra, anche collettivamente, l’invito di questo litblog, aperto a chiunque voglia partecipare, è a proporre alla casella e mail liminamundi@gmail.com brani, testi, spezzoni, versi, racconti ed altre analoghe espressioni per la pubblicazione su Limina mundi. Contro ogni guerra.

“Il giardino incantato” di Italo Calvino

Tag

, ,

Immagine generata con Adobe Express

 

Il racconto è uno dei più belli e significativi di Calvino ed è tratto da “Ultimo viene il corvo”, raccolta del 1949. La prima edizione, pubblicata il 30 luglio 1949, comprende trenta racconti scritti tra l’estate del 1945 e la primavera del 1949, di cui ventitré pubblicati su riviste e sette inediti. Nel 1958, diciannove dei trenta racconti della prima edizione confluiscono nel volume I Racconti (Einaudi, collana Supercoralli). Continua a leggere

Poesia sabbatica: “20”

Tag

,

 

-20-

 

trovassi le parole

per disfare cielo e terra

e dire a questo buio

che sia fatta luce

e luce sia

 

separare il chiaro dallo scuro

il greve dal leggero

i vivi dal morire

e mai morti i vivi

i morti tutti altrove

distanti ad anni luce

da non saperne nulla

 

trovassi le parole

per fermare il tempo

fissare nella carne

l’estate che fa belli

il liscio della pelle

di pesche morse a maggio

il fermo della quercia

piantato nelle gambe

 

e scordare mesi ed anni

che uno dopo uno

si fanno tempo in meno

e sempre hanno in fondo

la pena di chi è polvere

e polvere tornerà

 

trovassi parole forti

da dire ogni mattina

quando nello specchio

non posso più mentire,

quando nello specchio

vedo me morire.

*
*
Francesco Palmieri
*
(dalla raccolta edita “Biografie” –  edizioni Terra d’ulivi)

Venerdì dispari

Tag

,

Per dare luce al pane

devi tagliare lo stelo della tua ombra

la spiga è coricata

dorme sul campo di mine

minato è anche il cuore

contaminati gli alberi lungo i canali

la casa che raccoglie l’acqua da irrigare.

Campi su campi sono rimasti violati

e il nostro desiderio di panificare.

Eterna e lontana è Odessa

come sono eterni i granai della Libia.

*
*

Francesco Tontoli

Maria Allo legge Jolanda Insana

Da “L’erba in bocca” (Tutte le poesie, Garzanti)
JOLANDA INSANA
*

balbetto ai confini del reame ricco di grano vero
picchiata dalla fame mi fingocosmografie senza corpo
ma è balbettamento per scompenso
perchè poi non immagino nulla
in questo allucinamento per fame amara
che non fabbrica segni
e non riesco a morire con l’erba in bocca

*

ho contrabbandato sale
tra una sponda e l’altra dello Stretto
per un sacco di parole infistolite che sul mare del ritorno
presero un colpo di freddo e fecero male

*

nel continente assiderato dove il dolore è fresco
non si ristampa l’alimurgìa per i penuriosi
e così m’improvviso aromataria e sparigica
per trovare nella selva di foresti medicamenti
l’erbasena che non sana
pervolendo essere alloiata spirante miserie e stringiniente
per soffrimento di febbre asmatiche e malinconiche
contro gente di stomaco gagliardo e pichiacuore
e soprattutto non sdimenticando che esclusa non sono fuori
ma semplicemente sola preclusa e reclusa

*

faccio finta che è così
per lasciarmi isnervata prendere a tradimento
nel mare più salato e dolce dove voluta e mai posseduta
entro ma m’impiglio troppo a riva e dunque rientro
nelle valve conchiavate e più non mi sconchiglio

image AI generated

“Marcovaldo al supermarket” di Italo Calvino

Tag

, ,

Immagine elaborata con Adobe Express

La novella è una delle venti da cui è composta l’opera “Marcovaldo ovvero le stagioni in città” di Italo Calvino. Ciascuna è dedicata a una stagione: il ciclo delle quattro stagioni dunque si ripete per cinque volte e ha come protagonista lo stesso Marcovaldo. L’opera fu pubblicata nel 1963 a Torino dalle edizioni Einaudi, con illustrazioni di Sergio Tofano. Continua a leggere

Poesia sabbatica: “A nostra insaputa”

Tag

,

 

A nostra insaputa

 

sto parlando da solo

in questa clausura di terra,

a ricordare fra le pieghe

che un certo giorno

dovrò morire

*       

(per esaurimento d’anni

un guasto nella carne

il passare a caso

dove sarà fatale

e tutti a dire,

poverino, forse era destino)

*       

in un modo o in un altro

non c’è verso di passare la mano,

di negarsi al calice ed al fiele,

e si andrà fino al fondo,

 *      

avrei voluto essere là

quando divinità giganti

contrattavano tempo e luogo

per noi che ignari

dovevamo arrivare

 *

(bambini chiassosi in colonia d’estate)

 *

avrei voluto guardarle in faccia,

le divinità giganti,

mentre si giocavano a dadi

 *

l’anima, la carne,

lo strazio infinito

dei giorni contati.

     *   

Francesco Palmieri

(dalla raccolta edita “Fra improbabile cielo e terra certa”  Terra d’ulivi edizioni)

Venerdì dispari

Tag

,

È stato strappato un vocale al convegno

hanno detto che gli uomini potenti

vivranno fino a centocinquanta anni

scambiandosi gli organi

avendo molti cuori pelosi in cassaforte

preparandosi a innestare altri corpi nel corpo

Succede da tempo che moriamo con il fegato di altri

che qualcuno con notevole reddito

corra in Svizzera prima di ritornarci a morire

dentro una piccola astronave.

 

Il primo imperatore della Cina

col suo esercito di terracotta aveva previsto

che ognuno dei suoi soldati di fango

potesse combattere la guerra della vita

abbattere il muro dei silenzi sepolti

addestrare il tempo a sopportare

la propria presenza.

I nuovi piccolissimi imperatori giocano

con la loro paura abusando del nostro terrore.

Schierano truppe ai confini dello Stige

e riempiono il cielo di giocattoli

festeggiando i loro centocinquanta anni

di infanzia difficile di bullismo e crudeltà.

 

Francesco Tontoli