Maduro, l’immagine e il potere: quando la politica diventa spettacolo

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)


La fotografia diffusa dall’AGI dell’arresto di Nicolás Maduro ha acceso un dibattito che va ben oltre la politica internazionale e la crisi venezuelana. L’immagine mostra il presidente venezuelano circondato da uomini armati, visibilmente sotto il controllo della DEA, un documento visivo potente e immediato. Ma mentre il mondo osserva, una domanda inquietante si insinua: è reale, o è una creazione digitale? Il sospetto che la foto possa essere una fake news generata con l’intelligenza artificiale ha messo in discussione tutto ciò che fino a ieri consideravamo “verità visiva”.
In un’epoca in cui le immagini circolano con la velocità della luce e possono essere manipolate in pochi minuti, persino un’agenzia di stampa storica come l’AGI può trovarsi di fronte a sfide senza precedenti. Il controllo delle fonti, la verifica dei contenuti, la responsabilità giornalistica diventano terreno fragile. Se non possiamo più distinguere il reale dall’artificiale, la politica stessa, l’informazione, l’opinione pubblica si trasformano in uno scenario sospeso tra realtà e illusione. La foto di Maduro diventa allora non solo un documento, ma uno specchio della nostra incredulità collettiva.
Il problema non riguarda solo l’immagine in sé, ma la percezione che ne deriva. La cattura di un leader politico, così presentata, è già di per sé spettacolo: forza simbolica, messaggio politico, arma di legittimazione internazionale. Se l’immagine fosse artificiale, il rischio è moltiplicato: non solo la politica diventa teatro, ma anche la nostra fiducia nelle notizie, nelle istituzioni e nei fatti storici si sgretola. Tutto diventa un gioco di simulazioni, una sceneggiatura in cui il confine tra reale e virtuale si dissolve. Filosoficamente, questa crisi richiama le riflessioni di Baudrillard sul simulacro e la simulazione: quando il segno sostituisce la realtà, l’immagine non rappresenta più un evento, ma crea un mondo proprio, indipendente dai fatti. Il rischio è che la politica internazionale si trasformi in uno spettacolo costruito, in cui le decisioni e gli arresti diventano narrative digitali da consumare piuttosto che eventi concreti da analizzare.
Sociologicamente, la diffusione di immagini potenzialmente ingannevoli mina il tessuto della fiducia sociale. La democrazia stessa si fonda sulla capacità dei cittadini di distinguere tra informazione e propaganda, tra prova e spettacolo. Se la percezione del reale diventa incerta, il consenso e il dissenso si costruiscono su illusioni. Ci troviamo davanti a un paradosso: più gli strumenti tecnologici ci promettono trasparenza e immediatezza, più rischiamo di perdere il senso del verificabile. Il sospetto di fake news sull’arresto di Maduro non è quindi solo un episodio venezuelano: è un campanello d’allarme globale. Ci costringe a interrogare la natura della realtà che consumiamo ogni giorno, i limiti della tecnologia e la fragilità del nostro giudizio. Se una fotografia, un tempo simbolo di prova, può essere messa in dubbio, cosa rimane della nostra capacità di credere, di agire, di reagire?
Il mondo sembra dirigersi verso una nuova era in cui la verità non è più ciò che accade, ma ciò che appare credibile. E mentre lo spettacolo digitale prende il posto dei fatti, ci troviamo sospesi tra incredulità e fascinazione, tra libertà di pensiero e manipolazione. La foto di Maduro diventa così un simbolo inquietante: l’illusione di controllo, il potere della rappresentazione, e la fragile linea che separa ciò che è reale da ciò che ci viene mostrato come tale.
Anche ammesso che la fotografia di Nicolás Maduro circondato dagli agenti della DEA fosse manipolata o creata artificialmente, ciò non cambia la sostanza politica dell’azione americana: il messaggio è chiaro, deliberato e coerente con la mentalità del presidente Donald Trump. Fonti ufficiali, tra cui comunicati del Dipartimento di Stato e dichiarazioni del presidente stesso sulla sua piattaforma Truth Social, confermano che l’operazione contro il leader venezuelano è stata pianificata come un colpo simbolico e strategico, un atto di pressione sull’America Latina e di consolidamento del consenso interno.
L’uso dell’immagine come arma politica non è un’innovazione digitale isolata. L’amministrazione Trump ha più volte dimostrato come la rappresentazione mediatica diventi parte integrante della strategia di potere. Non è solo ciò che viene fatto, ma come viene mostrato a cittadini, media e opinione internazionale. La fotografia, reale o artificiale, serve a tradurre la politica in narrazione visibile, a trasformare l’azione militare in simbolo di efficacia e forza. L’obiettivo è duplice: intimidire gli avversari e rassicurare il pubblico domestico, mostrando che gli Stati Uniti agiscono senza chiedere permesso, secondo una logica di pura deterrenza e dominio.
Analisti internazionali riportano come Trump abbia sempre privilegiato il linguaggio diretto della potenza rispetto a quello complesso della diplomazia multilaterale. In un briefing ufficiale del Consiglio per la Sicurezza Nazionale del 2025, si sottolineava come il presidente consideri il rispetto formale delle organizzazioni internazionali, dall’ONU alla Corte Penale Internazionale, subordinato alla convenienza immediata degli interessi statunitensi. Non è sorprendente quindi che la comunicazione dell’operazione verso il Venezuela sia stata accompagnata da immagini capaci di impressionare e modellare la percezione pubblica, indipendentemente dalla loro autenticità.
Il sociologo e teorico della comunicazione Marshall McLuhan osservava che “il medium è il messaggio”: nel caso di Trump, il medium dell’immagine digitale, della fotografia e dei social media diventa parte stessa dell’azione politica. Anche se la foto fosse una simulazione artificiale, essa rispecchia perfettamente la filosofia di governo trumpiana, in cui ciò che conta è la percezione di forza, la dimostrazione di controllo, la capacità di stabilire gerarchie globali e di proiettare il potere. L’immagine, vera o falsa, diventa quindi strumento di geopolitica e non semplice documento giornalistico.
In questo senso, la vicenda conferma un tratto costante della mentalità americana sotto Trump: la politica internazionale come negoziazione di interessi concreti e come esercizio di pressione diretta, più che come rispetto di regole universali. La spettacolarizzazione dell’arresto di Maduro, reale o costruita, è coerente con un approccio in cui la visibilità della forza e la gestione dell’opinione pubblica sono strumenti essenziali del potere.
Il nodo della questione non è quindi se la foto sia vera o meno, ma quale modello di politica e di realtà essa riflette. In un mondo in cui l’immagine diventa politica, la sostanza resta la mentalità del leader, la logica che guida le decisioni e i limiti morali o legali che si decide di ignorare. Trump ha sempre agito secondo la convinzione che l’interesse americano e la percezione di forza prevalgano su norme multilaterali, diritto internazionale o opinione pubblica esterna. La fotografia, reale o artificiale, non fa che rendere visibile questa filosofia di dominio e di spettacolarizzazione globale.

“Sortilegio” di Czesław Miłosz

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Per la giornata della Memoria

ph. Loredana Semantica

Sortilegio

Bello e invincibile è l’intelletto umano.
Né inferriata, né filo spinato, né libri al macero,
Né verdetto di bando possono niente contro di lui.
Egli stabilisce nella lingua le idee generali
E ci guida la mano, scriviamo quindi con la maiuscola
Verità e Giustizia, e con la minuscola menzogna e offesa.
Egli sopra ciò che è innalza ciò che dovrebbe essere.
Nemico della disperazione, amico della speranza.
Non conosce Ebreo né Greco, schiavo né signore,
Affidandoci in gestione il comune patrimonio del mondo
Dall’immondo strepito di parole slabbrate
Salva frasi austere e chiare.
Egli ci dice che tutto è sempre nuovo sotto il sole.
Apre la mano rappresa di ciò che è già stato.
Bella e giovane assai è Filo-Sofìa
E la poesia sua alleata al servizio del Bene.
Appena ieri la natura ha festeggiato la loro nascita.
Ai monti ne hanno dato notizia l’unicorno e l’eco.
Famosa sarà la loro amicizia, il tempo loro senza confini.
I loro nemici si sono condannati alla distruzione.

Berkeley, 1968

Czesław Miłosz

Francesca Innocenzi, “Corpo di figlia”, Puntoacapo Editrice, 2025

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Adesso fermati, vento
perché solo il flusso segreto del sangue
culli questo mio
corpo di figlia.
Ancora
in un sonno d’oppio meridiano
le ombre stringono in lacci i polsi
per impedirci di andare

*

Chissà se mi svelasti, madre
la vita randagia del corpo che sa e tace
se non dice dolore
– il subbuglio di un ventricolo gonfiato
uno strillo di nervo troppo teso.
Quando approda al verdecavo dell’erba
lui respira
ritrova
il suo varco, il passo ritmato di placenta
per non disimparare a morire

*

Fisso il ritratto di com’eri in quella foto al mare.
L’azzurro del costume intero
sullo sfondo rosagrigio
i capelli al vento
un alone torvo
nello sguardo, non tuo.
Dietro, nascosta, un’ombra
mi racconta dell’altra te che eri
l’ossidiana di luce
che se non mi fossi stata madre
avrei trovato camminando con te
sulla spiaggia, o cullandoti tra i muri
della nostra casa conchiglia
dove risuonano ori e statue
drappeggi ed echi
che non ti hanno vista invecchiare

*

La madre le prepara ogni mattina
i vestiti da indossare.
Per scucirseli di dosso la figlia
li cesella in strappi
dagli orli alla cintura.
Si leveranno incendi
a dilaniare ogni reticolo di stoffa
scaglie di antichi forni
lapilli, tizzoni di cometa.
Finché un giorno, allo specchio
se li troverà impunturati
orpelli di cera da bimba invecchiata
su inestirpabile pelle

*

Della casa dei primi anni
un ricordo di vetri rotti nelle stanze
sentore di ghiaccio triturato
non per la cura di un male
ma inciampo liquefatto
fino alla porta del salotto chiusa a chiave.
E la figura in chiaroscuro del padre
che dice alle spalle non guardare
alla bimba che corre nei vuoti contorni
cade e lo chiama
e ai piedi della scala demarca il suo passaggio
lungo la linea di un perimetro invisibile

*

L’agorafobia percuote il ritmo del respiro
come quando un flusso di luce si frantuma
in singhiozzi di fotoni a intermittenza.
La figlia corre al chiuso
discioglie nei muri i segnali di nebbia.
Il padre, racconta
a diciotto anni si aggrappava ai pali
per non seguire in quota gli aquiloni
biancoruvido lascito di sangue

Morfologia elementare

Nel libro di grammatica
guardi il verbo transitare
farsi largo, cadere
intercettare il vuoto.
Così, altrove, il sole
è diviso a grani dal mare
e uomini viaggiano (o sono portati)
su zattere lunari
tra l’uno e l’altro deserto.
Il peso del passivo sa di braccia e di sponda.
Esige un varco, un pontile, un passaggio

 

Francesca Innocenzi, “Corpo di figlia”, Puntoacapo Editrice, 2025

 

 

Poesia sabbatica: “amico che lontano…”

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amico che lontano…

 

amico che lontano

 

tu nel respiro degli ulivi

io qui a milano

nella polvere sottile che mi uccide

(e non dire a precipizio:

il respiro degli ulivi? quali ulivi?

si vive tutti l’asfissia

che poesia non depura)

 

dammi un attimo di tregua,

fammi stare nel delirio

di un sogno di matita,

che io guardi dal patibolo

lo smeraldo delle foglie

impazzite di scirocco,

il discendere di sere

profumate di limone

 

non domando troppo tempo,

un salto appena

lo scatto di una posa

un colpo di grancassa

e rapido lo stoppo

 

poi sarà il silenzio lungo

ed io senza più speranza

 

e tu nemmeno .

 

 Francesco Palmieri 

(dalla raccolta edita “Fra improbabile cielo e terra certa” – Terra d’ulivi edizioni)

Venerdì dispari

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Amen

Di come e quanto ti ho cercato
con la lingua degli affetti
e tu mi hai trovato che biascicavo
in un dialetto torbido e gutturale.

Ripasso con un dito il tuo corpo
come quando si disegna una forma nell’aria
per ricordarla.

Una mappa per dire che in questo punto
ho sostato
e in quest’altro vi ho costruito la mia tana
e in quest’altro ancora ho assistito
al fenomeno della neve che si scioglie.

E in un altro punto infame ho patito
le temperature al calor bianco della luce
che proveniva dai tuoi occhi.

Tu non ci crederai
ma il chiodo che conficco
nel tuo tenero legno
trapassa prima la mia carne
celebra un sacrificio
una messa di sudore
un mangiate e bevete.

E io ogni volta
cerco il tuo Amen.

Francesco Tontoli

Blue Monday: cinque modi per sopravvivere al giorno più triste dell’anno

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

Arriva puntuale ogni gennaio, come le bollette e i buoni propositi già falliti: il Blue Monday, il presunto giorno più triste dell’anno. Non è una festività, nemmeno una ricorrenza storica. È, più semplicemente, un’idea nata nel 2005 per una campagna pubblicitaria di un’agenzia di viaggi, ma talmente ben riuscita da aver convinto mezzo pianeta che la tristezza possa essere messa in agenda, possibilmente di lunedì. Il terzo lunedì di gennaio, per essere precisi.
Perché se devi deprimerti, fallo con metodo!
Eppure, se c’è qualcosa che l’umorismo ci insegna – e la psicologia lo conferma – è che ridere non è solo una distrazione, ma un modo sofisticato per affrontare l’assurdità dell’esistenza. Siamo, dopotutto, un ammasso casuale di polvere cosmica che ha sviluppato coscienza, linguaggio e la straordinaria capacità di prendersi molto sul serio. Il Blue Monday, in questo senso, è un capolavoro involontario: ci ricorda quanto siamo vulnerabili alle narrazioni, soprattutto quando sono confezionate bene. E allora, per onorare la giornata, ecco cinque passaggi ironicamente utili per superarla.
Il primo passo è accettare l’insignificanza cosmica. Nell’universo stanno collidendo buchi neri, nascono stelle e si disintegrano galassie, e tu ti senti giù perché è lunedì e piove. Ridimensionare aiuta. Non annulla il malumore, ma lo mette nella giusta scala: infinitesimale. Se al cosmo non importa nulla del tuo umore, forse puoi permetterti di non farne una tragedia greca.
Il secondo passaggio consiste nell’usare le parole, ma senza paura. Le parole non sono cattive, lo è il loro uso. “Sono stanco”, “sono annoiato”, “non ho voglia di lavorare”: dirlo non peggiora la situazione, anzi la rende condivisibile. Pensiamo attraverso il linguaggio e, se dobbiamo raccontare una caduta sulla buccia di mandarino, possiamo farlo come una tragedia o come una scena comica. Il fatto resta lo stesso, ma l’effetto cambia.
Terzo passaggio: concedersi il diritto di ridere del peggio. Anche delle giornate storte, delle scadenze, del conto in banca che piange. La storia ci insegna che perfino nei contesti più estremi – sì, anche quelli che non si nominano alla leggera – la risata è esistita come gesto di resistenza.
Il quarto passo è diffidare delle formule magiche. Se qualcuno ti dice che oggi devi essere triste, chiediti il perché. Il Blue Monday è il trionfo della tristezza programmata: ti dicono che stai male per venderti qualcosa che ti farà stare meglio. Un viaggio, un oggetto, un’illusione. Sentirsi bene, oggi, è un piccolo atto di ribellione.
Il quinto e ultimo passaggio è il più semplice e il più sovversivo: ridere insieme a qualcuno. L’umorismo “affiliativo”, direbbero gli psicologi, quello che serve a creare legami, a rassicurare, a ricordarci che non siamo soli nella nostra lieve, quotidiana, umanissima fatica di esistere. Una battuta, un meme, un caffè condiviso. Non salverà il mondo, ma renderà il lunedì un po’ meno blu.
Alla fine, il Blue Monday è una grande barzelletta raccontata molto seriamente. Sta a noi decidere se riderne o prenderla sul serio. E considerando che tra cent’anni nessuno ricorderà questo lunedì, forse vale la pena fare ciò che ci riesce meglio come esseri umani: ridere del fatto di esserci, anche quando il calendario dice che non dovremmo.


“Il pedone” di Ray Bradbury

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Il pedone (The Pedestrian, 1951) è un racconto di fantascienza dello scrittore Ray Bradbury, pubblicato su “The Reporter”. Data l’attenzione rivolta dallo scrittore ai sentimenti e alle relazioni dell’uomo, il genere rientra nel filone della “fantascienza sociologica”. Il suo capolavoro è Fahrenheit 451, romanzo del 1953, che delinea un mondo distopico in cui la televisione costituisce l’unico strumento di svago e di informazione mentre i libri sono vietati e vengono distrutti in grandi roghi pubblici. I mass media, in effetti, riducono l’interesse per la lettura e in molti casi mirano a distrarre dalle questioni importanti controllando il pensiero e indirizzando l’attenzione collettiva in una certa direzione, a sostegno di una certa ideologia. In questo racconto coinvolgente e premonitore, Bradbury descrive la condizione di un pedone in una ipotetica città del 2053: Leonard Mead esce tutte le sere per il piacere di camminare per le strade della città e per prendere aria; allo stesso tempo i suoi concittadini sono nelle loro case davanti alla televisione. Ad un certo punto Leonard viene fermato da un’auto della polizia perché essere fuori casa e camminare sono considerati comportamenti sospetti. Alcune circostanze delle città contemporanee presentano già le caratteristiche descritte dallo scrittore, non occorre guardare al futuro. In una società che non ammette scelte individuali e libertà di pensiero perfino decidere di uscire per fare una passeggiata può apparire un comportamento anomalo dunque da curare. 

*

Entrare in quel silenzio che era la città alle otto di un’opaca sera di novembre, sentire sotto le suole quei riquadri di cemento raggrinzito, calpestare l’erba cresciuta fra gli interstizi e aprirsi un varco, con le mani in tasca, in mezzo ai silenzi: era questo che il signor Leonard Mead amava fare sopra ogni altra cosa. Si fermava al primo crocicchio e scrutava i lunari corridoi dei marciapiedi nelle quattro direzioni, come se sceglierne una piuttosto che un’altra facesse qualche differenza. Poi, presa la decisione e stabilito l’itinerario, tornava ad avviarsi, spingendo davanti a sé, come fumo di sigaro, volute d’aria gelida. A volte continuava a camminare per ore e ore, per miglia e miglia, e tornava a casa dopo mezzanotte. E lungo tutta la strada, lungo case e villini dalle finestre buie, era come camminare in un cimitero: con fiochi barlumi di lucciole che baluginavano di quando in quando dietro un vetro; con improvvisi fantasmi grigi che sembravano talvolta manifestarsi sui muri interni delle stanze, là dove una tenda non era stata tirata contro la notte; o con sussurri e mormorii che talvolta giungevano fino a lui, là dove una finestra, in uno dei tanti funerei edifici, era rimasta aperta. Il signor Leonard Mead si fermava, piegava il capo, ascoltava, guardava, e si rimetteva in cammino. Il suo passo, sulle lastre di cemento incrinate e sconnesse, era perfettamente silenzioso; perché, saggiamente, già da molto tempo s’era deciso a portare scarpe con la suola di gomma, per le sue passeggiate notturne: altrimenti i cani avrebbero abbaiato parallelamente a tutto il suo viaggio, e luci si sarebbero accese di colpo, facce sarebbero apparse alle finestre, finché tutta la strada si sarebbe ridestata al passaggio di una figura solitaria, lui, in una sera di novembre. Quella sera Leonard Mead si avviò verso la parte occidentale della città, verso il mare invisibile. C’era nell’aria il presagio cristallino del gelo; pungeva la pelle e, dentro, incendiava i polmoni come un albero di Natale; a ogni respiro, si sentiva la luce fredda accendersi e spegnersi, tutti i rami carichi d’invisibile neve. Rallegrato dai tonfi lievi delle scarpe sulle foglie d’autunno, Leonard Mead prese a fischiettare tra i denti un motivo sommesso, liscio, curvandosi ogni tanto a raccogliere una foglia, esaminando, ripresa la marcia, la sua trama scheletrica alla luce degli infrequenti lampioni, fiutandone l’odore rugginoso.

— Vi saluto, — sussurrava davanti a ogni casa, a destra e a sinistra. — Che c’è di bello stasera sul Quarto Canale, sul Settimo Canale, sul Nono Canale? Dove galoppano i cow boys? È forse la cavalleria degli Stati Uniti che viene alla riscossa, quella nube di polvere sull’altra collina?

La via era silenziosa e lunga e deserta, la sua ombra era l’unica cosa che si muovesse, come l’ombra di un falco sulla pianura. Se chiudeva gli occhi tenendosi perfettamente immobile, impietrito, riusciva a immaginarsi al centro di un’immensa distesa piatta, un arido deserto senza vento e senza una casa nel raggio di mille miglia, con l’unica compagnia di tortuosi fiumi disseccati: le strade.

— Che programma c’è a quest’ora? — chiese alle case, guardando l’orologio. — Le otto e mezzo. È l’ora di mezza dozzina di delitti assortiti? O dei quiz? O di un varietà musicale? O di una scenetta comica?
Era un mormorio di risate quello che usciva da una delle casette bianche di luna? Esitò un istante, ma poi riprese il cammino quando vide che nulla accadeva. Inciampò in un tratto di marciapiedi particolarmente sconnesso. Il cemento spariva, invaso dai fiori e dall’erba. In dieci anni di passeggiate, di giorno e di notte, per migliaia di chilometri, non gli era mai capitato di incontrare un altro essere umano che camminasse come lui per la città; nemmeno uno. Giunse a un incrocio a quadrifoglio, imponente e silenzioso, dove due grandi arterie tagliavano la città. Durante il giorno un vortice assordante di veicoli lo trasformava in un immenso insetto frenetico, velato dai vapori degli scarichi, continuamente dissanguato, dilatato, e poi di nuovo congestionato, soffocato, dall’incessante fluire e defluire del traffico. Ma ora queste grandi strade erano anch’esse corsi d’acqua inariditi, null’altro che asfalto e pietra e chiaro di luna. Imboccò una via laterale per tornare verso casa. Era ormai a un isolato dalla sua porta quando un’automobile solitaria girò di colpo l’angolo e lo centrò con un violento cono di luce. Al primo momento egli rimase immobile; poi, non diversamente da una falena accecata dal bagliore, si sentì attratto verso la fonte.

Una voce metallica suonò nel silenzio:
— Si fermi. Resti dov’è! Non si muova!
Si fermò.
— Mani in alto!
— Ma… — disse.
— Mani in alto! O spariamo!
La polizia, naturalmente. Ma era un caso rarissimo, quasi incredibile: in una città di 3 milioni di abitanti, era rimasta, se ricordava bene, un’unica auto della polizia. Già da un anno ormai, dal 2052, l’anno delle elezioni, le auto in dotazione della polizia erano state ridotte da tre a una sola. La delinquenza era quasi completamente scomparsa; non c’era più bisogno della polizia, quest’ultima auto solitaria che errava senza posa per le vie deserte era più che sufficiente.

— Nome e cognome, — disse l’auto della polizia in un ronzio metallico.
Non gli riuscì di vedere gli uomini dentro la macchina, accecato com’era dalla luce bianca.
— Leonard Mead, – rispose.
— Parli più forte!
— Leonard Mead!
— Impiego o occupazione?
— Diciamo, scrittore.
— Senza occupazione, — disse l’auto della polizia, come parlando tra sé. Il fascio di luce lo teneva inchiodato come un esemplare da museo, un insetto col corpo trapassato da uno spillo.
— Non avete torto, — disse Leonard Mead. Da anni aveva smesso di scrivere: Libri e riviste non si vendevano più. Tutto – pensò, tornando alle sue meditazioni d’ogni sera, – tutto ormai si svolgeva di sera, dentro quei sepolcri di case appena illuminati dal tenue riflesso dello schermo televisivo, in cui gli uomini, simili a defunti, sedevano davanti alle luci grigie o multicolori che sfioravano i loro volti ma senza mai toccarli dentro.

— Senza occupazione, — disse la voce di fonografo, sibilando.
— Perché è uscito di casa?
— Per camminare, — disse Leonard Mead.
— Camminare!
— Solo camminare, — disse con naturalezza, ma mentre un gelo gli saliva lungo la schiena.
— Camminare, solo camminare, camminare?
— Sissignore.
— Camminare dove? A che scopo?
— Camminare per prendere aria. Camminare per vedere.
— Il suo indirizzo, prego?
— Saint James Street, numero 11.
— E lei ha dell’aria, in casa sua, signor Mead? Ha un condizionatore d’aria?
— Sì.
— E ha uno schermo televisivo in casa? Uno schermo da guardare?
— No.
— No? — Vi fu un silenzio crepitante che era di per sé un’accusa.

— Lei è sposato, signor Mead?
— No.
— Celibe, — disse la voce della polizia dietro il raggio accecante.
La luna era alta e chiara fra le stelle e le case grigie e silenziose.
— Nessuno mi ha voluto, — disse Leonard Mead con un sorriso.
— Non parli se non è interrogato.
Leonard Mead rimase in attesa nella notte fredda.
— E uscito da solo, per camminare, signor Mead?
— Sì.
— Ma non ci ha detto per quale scopo.
— Ve l’ho detto: per prendere aria, per vedere, e per il piacere di camminare.
— Lo fa spesso?
— L’ho fatto per anni, tutte le sere.

L’auto della polizia era acquattata al centro della strada con la sua gola radiofonica che ronzava fiocamente.
— Bene, signor Mead, — disse.
— Non c’è altro? — chiese educatamente Mead.
— No, — disse la voce. — È tutto —. Vi fu uno scatto metallico e come un lungo sospiro.
Lo sportello posteriore della macchina della polizia si aprì lentamente. — Salga.
— Un momento, io non ho fatto niente!
— Salga.
— Io protesto. Non avete il diritto di…
— Signor Mead.
Leonard Mead avanzò rassegnato, vacillando appena, ma con le spalle improvvisamente curve. Mentre passava davanti al parabrezza guardò nell’interno dell’auto. Come si aspettava, non c’era nessuno seduto sul sedile anteriore; non c’era nessuno nella macchina.
— Salga.

Posò una mano sullo sportello e scrutò nel sedile posteriore, che era una piccola cella, una piccola prigione nera, con le sbarre. Odorava di acciaio. Odorava di pungente antisettico. Odorava di gelida pulizia, di duro metallo. Non c’era nulla di soffice là dentro.
— Se lei fosse sposato, e sua moglie potesse testimoniare, — disse la voce di ferro. — Ma così come stanno le cose…
— Dove mi portate?

La macchina esitò, o piuttosto emise un leggero, brevissimo ronzio, e uno scatto, come se un braccio meccanico, nel suo interno, chissà dove, facesse scorrere una serie di schede sotto un occhio elettrico. — Al Centro di Ricerca Psichiatrica sulle Tendenze Regressive.
Leonard Mead salì. Lo sportello si richiuse con un tonfo morbido. L’auto scivolò via tra i viali notturni, preceduta dai suoi fari fiochi.
Un istante dopo passarono davanti a una certa casa, in una certa via, l’unica casa in una città di case buie, che avesse tutte le sue luci accese, ogni finestra viva e rutilante, ogni rettangolo caldo e chiaro nel buio di novembre.
— Quella è casa mia, — disse Leonard Mead.
Nessuno gli rispose.
L’auto continuò la corsa lungo i fiumi inariditi, lasciandosi dietro strade deserte e deserti marciapiedi, dove non un suono, non un movimento turbavano più la fredda notte d’autunno.

Ray Bradbury, Il pedone, in Il secondo libro della fantascienza, a cura di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, Einaudi, 1961.

Poesia sabbatica: “-1- Mr. Hyde”

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1

 Mr. Hyde

 

non sto nell’ombra

io sono l’ombra

 

sto alla periferia del buio

nei vicoli stretti del mondo

qui

dove destino e dei

mi hanno recluso

 

non mi mostro

non mi vedi

 

sono la rabbia

dentro ai vestiti,

lo sguardo feroce

quando vengo ferito,

la lussuria più nuda

di una bestia in amore,

un cane, un leone,

la furia del morso

che uccide per fame

 

ho unghie e canini

peli duri e pugnali

 

non urtarmi per strada

non mi ridere in faccia

non graffiarmi la pelle

non sopporto catene

 

io cammino da solo

sono un lupo di roccia

puoi vedermi di notte

nero dritto sui tetti

puoi sentirmi di giorno

nel sottosuolo che bolle

io sono l’ombra,

sono il buio, la notte,

la parte nera del cuore

che senza luce né legge

sta gettato nel mondo.

 

 Francesco Palmieri 

(dalla raccolta inedita “Mr. Hyde o del profondo abisso”)

Venerdì dispari

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una cosa so
questa pagina vive nel presente
e si lascia consumare in una sola giornata

i ricordi invadono la mia mente
molto più dei progetti futuri
avverto consapevolmente che la cosa mi intristisce
accelera il consumo delle mie energie vitali
ridotte sempre più a riserva impoverita
faccio fatica a tenere ancora acceso l’olio santo
della volontà e della gratitudine

osservo questo mondo che brucia
metaforicamente ed esattamente nella sua crudeltà.
e nello splendore delle sue miserabili fiamme
provocate o evocate
trasmesse a reti unifuocate
di primo mattino nelle case calde o gelide
dei nostri emisferi
mi rassereno solo a fatica
allo spirito del fatalista

sono tragicamente rassegnato a misurare
la silenziosa durata del lume di una candela
destinata a spegnersi miracolosamente da sola
con il divino e troppo umano
aiuto salvifico
del più flebile dei soffi.

Francesco Tontoli

“Due punto uno” di Francesco Lorusso, Arcipelago Itaca, 2025

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Il tacco in disparte di una pietra cittadina
trattiene l’erba sorpresa con il suo peso
nel pieno delle stagioni,
una bolla di silenzio avvertita lontana
dal trambusto attorno saponoso.
Solo un graffito fermo leviga il respiro dei corpi
attraverso le sue macchie forti
agganciate di improvviso al fianco del prospetto,
è breve il giro di ogni imbiancatura
quella linea nuova di un costume
che non ti muta la natura.

Fra noi nessuna frazione si interpone
lungo la linea dei corpi e dei vuoti
dove si sfibra assieme a un lontano filo
la parola col numero spezzato e perduto
mentre nell’aria totalmente puro passa il lamento
quel velo di vapore imperterrito
che perdura ancora nel cielo.

Con la cinta in vita ci ripercorrono intorno
il valore lezioso nel loro nome venuto contro
fibbia preziosa e chiusa sui nostri pudici interessi.
Ora una donazione dal cielo ci scuote la terra
sporca la cena sui quadroni della tovaglia
e le lastre linde aperte e ampie delle finestre
dove il mormorio basso e piano delle auto
sta subendo l’affanno del giorno immutato
l’annuncio indistinto che ne squarcia le gole.

L’attimo vicino si mostra carnefice
ci conduce per un dedalo piastrellato
carico di abbagli troppo speziati
dove gli oggetti si fanno impassibili.
L’ingrediente dei nostri giorni
ha smarrito anche il gusto della lingua
e si muove nel silenzio cieco e rigido
che addenta il corpo a corpo continuo
con la fiamma feroce della lontananza.

E arriva fino alla fine della sera
il cerchio freddo dei tuoi occhi
assenti come se fossero fossili
o monili umidi dispersi nel fango
la pietra affiora il piede precario
e il petalo poggia gocce sull’assenza.

Pelle bruciata dal primo inverno
una nitida tinta scarlatta ti intacca
e perdura il senso di un suono duro
pari al peso della stagione perduta,
senti la pallida fiamma ferma nei segni
mentre entra trasversale fra le finestre
quasi una macchia che si piazza in luce.

Più nessuno avrà il suo nome
seguace del solco delle acque
di queste terre tornate inferme
perse assieme al velo nero,
al sangue sacro del santo secolare,
o alla volta inarcuata della preghiera
che disubbidisce a ogni nostro bene.

Al giorno basta un pistillo di luce nuova
e la stanza scura si infiora ancora
pure dopo una porta richiusa dietro l’urto
lasciando una irrigua vena dentro la parete
nell’urlo dello spavento che ci riporta
al risuono assente della tua carne.

Il lato oscuro della cura: dati, omissioni e ritardi nel riconoscere il medical child abuse

(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

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In Italia la patologia delle cure rappresenta una delle forme di maltrattamento infantile più difficili da riconoscere e, proprio per questo, una delle più sottovalutate. Non si tratta di un’anomalia clinica né di un tema marginale, ma di un fenomeno reale, complesso e storicamente poco studiato, che attraversa silenziosamente il sistema sanitario e sociale. La letteratura accademica internazionale e le principali linee guida cliniche concordano nel collocarla a pieno titolo tra le forme di maltrattamento, pur riconoscendone la rarità relativa rispetto ad altre tipologie più note come la violenza fisica o la trascuratezza grave.
Con il termine patologia delle cure si indicano situazioni in cui i bisogni di salute, sviluppo e protezione del bambino vengono compromessi non tanto dall’assenza di cure, quanto da cure inappropriate, distorte o eccessive. In questa categoria rientrano l’incuria, la discuria e l’ipercuria. Quest’ultima, nelle sue forme più estreme, comprende il cosiddetto medical child abuse, noto anche come sindrome di Munchausen per procura, in cui il caregiver provoca, simula o amplifica sintomi nel bambino, esponendolo a esami, trattamenti e ospedalizzazioni non necessarie.
Dal punto di vista numerico, i dati disponibili in Italia sono frammentari e derivano soprattutto da studi ospedalieri e casistiche cliniche locali. Le ricerche condotte in grandi ospedali pediatrici indicano che i casi riconducibili a medical child abuse rappresentano meno dell’1% dei maltrattamenti intercettati, una percentuale apparentemente bassa ma coerente con le stime internazionali, che parlano di un’incidenza annua compresa tra 0,5 e 2 casi ogni 100.000 minori. Questi numeri, tuttavia, non fotografano il sommerso. Le stesse fonti sottolineano che la patologia delle cure è ampiamente sottodiagnosticata e che l’assenza di sistemi di sorveglianza epidemiologica strutturati impedisce una stima reale della sua diffusione.
La sottovalutazione del fenomeno dipende da diversi fattori. Innanzitutto, la difficoltà diagnostica: i quadri clinici spesso imitano patologie genuine, croniche o rare, rendendo complesso distinguere tra malattia reale ed abuso. In secondo luogo, il contesto relazionale in cui avviene il maltrattamento: il caregiver appare frequentemente attento, collaborante, iper-presente, generando nei professionisti sanitari un bias di fiducia che può ritardare o bloccare il sospetto. A questo si aggiunge la mancanza di formazione specifica nei percorsi universitari e di aggiornamento continuo, soprattutto per il personale sanitario non specializzato in ambito di tutela minorile.
In ambito sanitario se ne parla poco anche per ragioni culturali e organizzative. La medicina è strutturalmente orientata a curare la malattia, non a interrogarsi sulla relazione di cura come possibile fonte di danno. Inoltre, l’assenza di criteri diagnostici operativi chiari e condivisi, unita al timore di errore o di contenzioso legale, rende molti professionisti esitanti nel segnalare situazioni sospette. Il risultato è una forma di collusione involontaria del sistema, che finisce per perpetuare l’esposizione del bambino a procedure invasive e a un danno evolutivo cumulativo.
Riconoscere il sommerso significa spostare lo sguardo dal singolo sintomo alla traiettoria complessiva del bambino. La letteratura indica come segnali di allarme la discrepanza tra i sintomi riferiti e i riscontri clinici, la frequenza anomala di accessi sanitari, il peggioramento dei quadri clinici in presenza del caregiver e il miglioramento in sua assenza, così come l’uso reiterato di strutture sanitarie diverse senza una reale continuità di cura. Fondamentale è anche la lettura evolutiva: bambini sottoposti a medicalizzazione eccessiva mostrano spesso ritardi nello sviluppo, difficoltà di autonomia, ansia e costruzione di un’identità centrata sul ruolo di paziente.
Aiutare questi bambini significa intervenire precocemente, prima che il danno diventi strutturale, e contemporaneamente riconoscere la fragilità delle famiglie coinvolte. La patologia delle cure non nasce nel vuoto, ma si inserisce spesso in contesti di vulnerabilità psicologica, isolamento sociale e bisogni di riconoscimento non elaborati. Per questo le linee guida internazionali raccomandano un approccio multidisciplinare, che integri competenze pediatriche, psicologiche, sociali e giuridiche, e una documentazione clinica accurata e condivisa.
In conclusione, la patologia delle cure in Italia non è un fenomeno marginale né irrilevante, ma una zona d’ombra del maltrattamento infantile. È rara nei numeri ufficiali, ma probabilmente molto più presente nella pratica clinica quotidiana di quanto emerga dalle statistiche. Renderla visibile significa investire in formazione, ricerca, integrazione dei servizi e, soprattutto, in una cultura della tutela dell’infanzia che sappia interrogare anche la cura quando diventa, paradossalmente, fonte di danno.

Paolo Andrea Pasquetti, “Canti del ritorno”, AttraVerso, 2023.

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Attraversiamo da soli
questi mondi in contrasto.
La gente passa e canta staccata
dietro di noi, senza
ricordarci. Ogni volta che
spezzo un ritmo mi
ritrovo a ricordare:
forse perché vorrei solamente
unire senza dover
guardare per forza dentro
i bulbi, analizzare d’istante
i sogni che tocco con mano
e mi causano allergie
estrinseche. Cerco di
dare corpo alle cose che
mi si avviluppano intorno
per poi cadere: non
posso afferrare, non
declinare o coniugare in
forme, non ora. Avviene
sempre una distrazione
che mi cinguetta sopra e
fa dubitare in ogni
punto distratto e distaccato,
quasi fosse un colore
lontano che mi ritorna.
Rimangono solo le cose solite
che possono accompagnarmi
fino a ricollegare, ancora,
quello che c’è.

*

Io ci sono dove tu non
credi di poter esserci.
Si rompono gli organismi,
mentre scorriamo e ci
blocchiamo, con i fili staccati:
devo abbandonarti, e
proseguire tra luci
differenti. Di primavera si
scindono le ore tra un
sorso e l’altro, col
vento che ti avvolge
volteggiandoti i petali
attorno e tu non senti, e
rimani confuso. Il giorno
dopo rotolavamo sporchi a
terra. Come forse un
calpestare rami invisibili
sotto le suole e girarsi a
guardare, spaventati. Ho
visto un’apertura nel
cielo ed era strana:
non l’avevo mai sperimentata.
Tu hai una risonanza nella
voce che mi consola e
contrista, come chi cammina
lungo il mare. E se tremai, porterò
nel trapasso il tremito
con le mie ossa. Ma ho paura
nel mio bruciore, e non
scordo quel rosso che mi
chiude gl’occhi:
tornerò a parlare, magari,
cercando il sole a
capofitto sul mondo, tremando
dentro i solchi delle
mie dita.

*

Saltando dentro una sera
azzurra tra un solco
arancio ed un altro, che mi
sa di sangue, pensando
una morte. Rincorrono gli
altri le cose sulle luci d’una strada,
e ti trema rimbombando
lieve il cuore, che hai
ancora paura. La cosa
s’arrossa e svanisce,
e sai che passerà in
una vita incastrata
tra una sfumatura e l’altra.
Così me ne voglio
andare, finché c’è tempo.
E intanto il cielo è
passato e rimane solo
una spoglia di rosso, e
ti riporta gli occhi.
Una luce sillogica
illumina queste pietre:
ma è falsa e si confonde.

*

Non si può più
tornare indietro.
Ho capito alcune cose,
ne ho mancate altre,
mentre chi mi sta
accanto slitta e mi
accompagna nel viaggio.
Ci sono momenti in cui
non sentirsi vuoti,
ci sono cori che sfilano:
cortei che richiamano mondi
chiedendo solo altra umanità
con precisione e cura,
per riempire davvero i momenti.
Sono un fraintendimento che
cammina, misunderstanding
che non sa tradursi dalla paura
di vedersi di persona: per
questo scorro, e non trovo
ambiti in cui rimanere.
Io cammino nel fuoco dei
miei pensieri, tentando il
tirar fuori le parole da dentro
un senso scoprendo
d’esser elettrificato dall’interno:
su di me non rimangono
impronte. Scoprire allora
di dover tornare al
vento e sul bianco
non ancora inciso,
per trovare memoria di
me, senza chiedere
al tempo: ma guardando
attraverso i reticolati
verdi di sapore reale,
per i quali non ho
ancora parole, ancora.

*

Ho incominciato a diradare,
a darmi una meridiana di
sguardi per gli altri,
ad annidarmi dentro
gli angoli scuri delle cose.
Siamo fatti anche di distanze
e tu sei un cortocircuito nel mondo,
stufo delle proprie abitudini quotidiane.
Scavo più a fondo e trovo
le mie discordie intontite
sul suolo nascosto delle volte interne,
attraversate da un filo che sa
dipanarsi nell’ombra in una guida.

L’eternità che cade nel mondo
senza chiedere o respirare. Cade per
il mondo, scandendo i ritmi.
Cambiare la propria carne:
parola nata per durare incisa
sul dorso che sfuma
e rincorre le foglie sui venti.
La rosa cade sui destini
del mondo, senza procreare altro:
almeno non così,
non in questo modo distorto.
Cambiare la propria lingua interna:
questo mi hai chiesto dentro le
iridi scavate dal tempo,
eppure il mondo ancora ci
distanzia, la giustezza nelle
cose è sbiadita.
L’ombra è una gita che
scava e allega ogni cosa
al suo tratto distinto che sfuma.
Ma tu tienimi i polsi e avvolgi
il mio corpo che vibra,
ancora suona la forma e
il tempo per durare.

Il fiume è limpido ora,
con un guizzo che sa di casa
tra i suoi corsi accavallati
al tuo tronco chino che sfronda:
non un riflesso, ma la vera
radice che affonda e sostiene,
ricorda la vena fluida che scorre.
Cade questo mondo con l’autunno
che sfoglia le vie distese sul solco
e avanza e scopre un perdono,
tutto il resto in realtà danza
tra chiaríe azzurre nel bosco
che guardi tentando un sentiero,
ancora esterne ai tuoi passi
ma che disvelano:
una foglia rinsecchita al suolo
può vibrare ancora tra
i tuoi piedi stanchi, toccando
le orme che raccogli in silenzio tra
i morti diffusi sui muschi
e i loro canti smussati.
La luce del tramonto ti sfiorerà
anche nella nebbia che imbruma,
nell’ombra che torna ma delinea
i tuoi contorni ancora stabili,
nonostante il viaggio che
sbiadisce e ha corroso le
membrane contorte sugl’occhi.
Schiarisce comunque alla fine,
e potrai vederti, guardare il
suo degrado mutare stagione e
riconoscerne il tuo per rinascerci
a fianco intrecciato.

Anche se il gelso profumato
ora è morto saprai ripiantarlo
e prenderne cura: le dita
scaldate dalla terra incrinata
e il soffio tra i grumi che rassoda.
Scendendo con la tua nota
più bassa ritornerai, per poi
durare insieme, schiudendoti
alla morte che un giorno abbandona,
ma intanto fiorisce accanto
tra le tue mani.

Paolo Andrea Pasquetti, “Canti del ritorno”, AttraVerso, 2023.

Poesia sabbatica: “28”

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28

*

quanto di ciò che era vita

ho perso senza più ritorno

(gli occhi pieni di meraviglia

quando al risveglio

il sole illuminava tutte le stanze

e l’inizio di giornata era pane e latte

e l’amico che bussava alla porta

per un altro gioco da incominciare)

*

quanto ho perso nell’accumulo degli anni

dove il tempo aggiunge sempre meno

e sempre più ti toglie

(cos’è rimasto dell’attesa d’amore

quando il rosso delle labbra

era fragole da mordere, i baci vento nei polmoni

ed ogni abbraccio un giuramento sacro per l’eterno

poi il vivere ce l’ha insegnato

che la frutta marcisce

che il vento può farsi tempesta e squasso

che l’abbraccio è un nodo lento che si disfa)

*

quanto è venuto del mondo gridato nelle piazze

credendoci davvero che sarebbe stato un mondo migliore

e invece ad ogni risveglio

si aggiorna il computo dei morti ammazzati

per gli scoppi, i colpi di fucile, il pane che manca

(e c’è sempre la fila di chi bussa per qualcosa da fare,

chi si fotografa al mare

e chi ha solo una finestra per viaggiare,

chi mette le mani nella cassaforte e chi nella spazzatura,

chi sa che morirà nel letto e chi sul ciglio di una strada)

*

infine rimane certo

che ogni uomo è prima un ragazzo che sogna

e poi un vecchio che ogni giorno lentamente muore.

*

*

settembre 2025

*

Francesco Palmieri

(dalla raccolta in via di scrittura “Hai spezzato il ramo”)

Venerdì dispari

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BESTIARIO

Volevo dire qualcosa
ai cani bagnati e a quelli bastonati
alle gatte morte
alle rane dalla bocca larga
alle api laboriose
ai coccodrilli (in) sul punto di piangere
alle acque chete
ai pappagalli rompicoglioni
ai piccioni stanziali
ai topastri di fogna
agli squali navigati
ai pesci lessi
e a quelli in barile
alle mosche nocchiere
alle oche di Lorenz
al cavallo di Caligola
prima di accedere al Senatuspopulusque
al cane di Pavlov
al colore del cavallo bianco di Napoleone
all’asino di Buridano
e all’orangotango
e all’aquila reale in stemma imperiale
all’occhio di falco
al lupo mannaro
alle cicale che costringono le formiche a lamentarsi
ai pulcini e ai loro genitori
alle galline in cova di uova al cubo
agli OGM
ai t’amo piobove
al porcocane che dolore!
agli albatri in forma impoetica
ai pipistrelli impigliati nei capelli
ai gabbiani Jonathan e Pasquale
alle bestie immonde del sottosuolo
alle sirene bicaudate
al bestiario medievale parcheggiato davanti alle cattedrali
in posa per i fotografi.

Volevo dirgli qualcosa
volevo ringraziarli
per il sacrificio non ricambiato
per la pazienza
per la decenza rassegnata
con la quale porgono la testa
alla scure.

( 2012 )

Francesco Tontoli

Buon Anno Nuovo

Con una lettura di Miriam Bruni e le fotografie di Loredana Semantica.

La lettura di Miriam Bruni è di una poesia di Karin Boye

ph. Loredana Semantica

Poesia di Karin Boye

Certo che fa male, quando i boccioli si rompono.
Perché dovrebbe altrimenti esitare la primavera?
Perché tutta la nostra bruciante nostalgia
dovrebbe rimanere avvinta nel gelido pallore amaro?
Involucro fu il bocciolo, tutto l’inverno.
Cosa di nuovo ora consuma e spinge?
Certo che fa male, quando i boccioli si rompono,
male a ciò che cresce
male a ciò che racchiude.

Certo che è difficile quando le gocce cadono.
Tremano d’inquietudine pesanti, stanno sospese
si aggrappano al piccolo ramo, si gonfiano, scivolano
il peso le trascina e provano ad aggrapparsi.
Difficile essere incerti, timorosi e divisi,
difficile sentire il profondo che trae, che chiama
e lì restare ancora e tremare soltanto
difficile voler stare
e volere cadere.

Allora, quando più niente aiuta
si rompono esultando i boccioli dell’albero,
allora, quando il timore non più trattiene,
cadono scintillando le gocce dal piccolo ramo,
dimenticano la vecchia paura del nuovo
dimenticano l’apprensione del viaggio –
conoscono in un attimo la più grande serenità
riposano in quella fiducia
che crea il mondo.

(Traduzione di Valeria Maricheschi)

“Bambino che guardi il moto del cielo” di Francesco Tontoli

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Bambino che guardi il moto del cielo
così che il moto della terra vi si specchi
che osservi le faglie profonde nelle nuvole
gli abissi, i canyon e tutti i minuti frattali.

Tu che pensi
che con le sole parole
e con le palpebre
puoi spostare i cirri e cumulonembi
puoi far ruotare a piacere gli arcobaleni
creando e ricreando
il tuo bestiario celeste.

Tu che hai appena scoperto
una città in un golfo
e un fiume, una catena di monti
e un sole nascosto.

Bambino che addensi
e disperdi il temporale
che raduni in un angolo del cielo
gli angeli trombettieri
e che mandi in guerra a morire
i tuoi poveri diavoli.

Fa’ che questo gioco silenzioso e crudele
che rende luminosi per poco i tuoi occhi
abbia la durata di un tuo battito di ciglia

e che sulla dura terra
e sul vasto mare
possano continuare a transitare
le ombre veloci degli dei e degli eroi
che abitano ciò che sogni.

Francesco Tontoli

Buone feste

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Limina mundi per il periodo delle festività natalizie, Capodanno, Epifania sospende le attività ordinarie di pubblicazione. Questa sospensione è una consuetudine consolidata. Corrisponde al bisogno di una pausa di raccoglimento e riflessione, consona alle feste religiose, di accoglimento in gioia di un Nuovo Anno, di riserva di tempo da dedicare alla famiglia e agli affetti.

Con l’occasione porgiamo a tutti i lettori che hanno dato senso e ragione di esistenza a questo spazio i migliori Auguri di Buon Natale, Felice Anno Nuovo e Buona Epifania.

Venerdì dispari

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Sulla via del latte e della luna
l’inverno è da passare in una tenda
non vedo comete disposte a guidarmi
e tutto è ricoperto di spuma e pioggia.

Cielo mio fammi prigioniero
fa’ passare l’occhio oltre la nebbia
le mani falle affondare nel mistero

cosa cercare non so cercarlo
cosa capire non capirò domani se schiarisce
annunciami però di essere uomo
quantomeno.

Francesco Tontoli

Prisma lirico 54: Rainer Maria Rilke – Edward Hopper

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Edward Hopper

La notte prende in segreto dai tuoi capelli dimenticati riflessi tra le pieghe della tenda. Guarda, desidero soltanto le tue mani tra le mie e quiete e silenzio e in me profonda pace.
Così la mia anima s’accresce e spezza in mille schegge la monotonia dei giorni; e si fa immensa:
sul suo molo al chiarore dell’alba muoiono le prime onde dell’eternità.

Edward Hopper

Poesia di Rainer Maria Rilke, 1896

Opere:

Edward Hopper “Room in New York”, 1940

Edward Hopper “Sun an empty room”, 1964

Abusi domestici: il silenzio che segna per tutta la vita

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

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Negli ultimi anni, i reati a danno di minorenni in Italia hanno raggiunto livelli allarmanti. Nel 2023 sono stati registrati 6.952 reati contro minori, in media circa 19 al giorno, con un aumento rispetto al 2022. Nel 2024, per la prima volta, il numero ha superato quota 7.000 casi denunciati. All’interno di questi numeri, i maltrattamenti in famiglia, ossia quelli che avvengono “tra le mura domestiche”, rappresentano la forma più comune: nel 2023 i casi registrati erano 2.843.
In termini generali, un’indagine condotta su minorenni in carico ai servizi sociali nel 2023 mostra che i casi di maltrattamento sono cresciuti in 5 anni, passando da circa 19,3% (nel 2018) a 30,4%. Garante Infanzia. Questi dati confermano che, come spesso riportato da enti internazionali come l’Organizzazione Mondiale della Sanita (OMS), la violenza sui minori deve essere considerata anche un problema di salute pubblica, per l’impatto che produce sul benessere fisico, mentale e sociale delle vittime. Le vittime sono in larga parte bambine e ragazze: nel 2023 le femmine rappresentavano il 61% dei minori vittime di reato, proporzione che è aumentata nel 2024 al 63%.
Nei reati a sfondo sessuale, la sproporzione di genere è ancora più evidente: nel 2024, per esempio, l’88% delle vittime di violenza sessuale erano bambine o ragazze; per la violenza sessuale aggravata la percentuale è dell’86%, e per gli atti sessuali con minorenni l’85%. Anche le forme di violenza “non sessuale” come maltrattamenti fisici o psicologici, negligenza, abuso di cure o farmaci, violenza assistita, rappresentano una porzione significativa delle violenze in ambito domestico. La distribuzione per genere delle vittime evidenzia un dato tragico e costante: bambine e ragazze rappresentano la maggioranza. Ma la violenza sui minori non si limita all’abuso sessuale o al maltrattamento fisico. Una recente indagine nazionale, presentata nel 2025, mostra che la forma più frequente di maltrattamento è la trascuratezza (neglect), che riguarda il 37% dei bambini in carico ai servizi sociali; subito dopo viene la violenza assistita (34%), seguita da violenza psicologica (12%) e maltrattamento fisico (11%). Va poi considerata quella che viene definita “patologia delle cure”, cioè un uso distorto delle cure o dei farmaci, e, in minor misura, l’abuso sessuale.
Negli anni recenti, i numeri escono dunque dal binomio “violenza fisica o sessuale” per abbracciare una gamma molto più ampia di sofferenze invisibili: incuria, abbandono, violenza psicologica, esposizione a conflitti familiari, tutte condizioni che, secondo le definizioni dell’Consiglio d’Europa (1978) e dell’World Health Organization (OMS, 1999) che configurano maltrattamento e abuso, cioè quegli “atti e carenze che turbano gravemente il bambino… attentano alla sua integrità corporea, al suo sviluppo fisico, affettivo, intellettivo e morale” o rappresentano “abuso fisico o emozionale, trascuratezza o negligenza (…) che comportino un pregiudizio reale o potenziale per la salute del bambino o per la sua dignità…” (come il contesto di fiducia e potere che c’è all’interno della famiglia). Questo spiega perché così tanti casi restino sommersi: non sempre c’è un’evidenza fisica, non sempre è chiaro che dietro un “atteggiamento disfunzionale” ci sia un abuso sistematico. Spesso i segnali sono sottili, continui, fatti di silenzi, paura, dissociazione. E quando a soccombere sono bambini o adolescenti, le conseguenze possono essere devastanti, sia nell’immediato sia nel lungo termine.
In termini psicologici, i traumi subiti in un contesto domestico, dove il bambino dovrebbe sentirsi più protetto, possono manifestarsi come ansia cronica, disturbi dell’umore, difficoltà di fiducia verso gli altri, alterazioni del senso di sé e dell’autostima. Possono emergere problemi comportamentali, difficoltà di relazione, isolamento, difficoltà scolastiche. Nei casi più gravi, depressione, disturbi post-traumatici, autolesionismo, difficoltà a costruire relazioni sane in età adulta.
Sul piano sociale, l’abuso su minori in famiglia mina il tessuto di fiducia su cui si fonda la convivenza, ostacola la crescita di nuove generazioni stabili sotto ogni aspetto, sia esso psicologico, educativo o civile. Questo rende ancora più fragile la rete di protezione sociale. I numeri lo mostrano con chiarezza: un aumento del 58 % in 5 anni dei minori vittime di maltrattamenti tra quelli in carico ai servizi sociali, che nel 2023 sono diventati 113.892 su 374.310, circa il 30,4% del totale. Garante Infanzia+1 Ecco perché parlare di questi fenomeni non come di “casi isolati” ma come di una vera e propria emergenza sociale e di salute pubblica, come già indicato da organismi internazionali, non è un eccesso retorico, ma un’esigenza concreta. Ogni abuso taciuto, ogni segreto mantenuto, rappresenta la negazione di un diritto fondamentale: crescere sereni, protetti, senza paura.