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Ti ho chiesto io, Creatore,

di modellarmi uomo dalla mia creta?

Ti ho sollecitato io

a liberarmi dall’oscurità?

John Milton, Il Paradiso Perduto

(X, 743-5)

In occasione del bicentenario dalla pubblicazione nel 1818 di Frankenstein, vi proponiamo un approfondimento dedicato a questo celebre romanzo. Non c’è altra opera della tradizione gotica che sia penetrata così profondamente nell’immaginario collettivo. Scritto dalla britannica Mary Shelley intorno al 1816, all’età di 19 anni, fu pubblicato nel 1818, con la prefazione del poeta Percy Bysshe Shelley, marito dell’autrice, e successivamente modificato da suo padre, il filosofo William Godwin, per una seconda edizione che uscì in Francia nel 1823. Nel 1831, venne pubblicata una terza edizione, fortemente rivista dall’autrice e dotata di prefazione. Si tratta di un romanzo epistolare che sembra rifarsi allo stile dei romanzi di Richardson e di Goethe. La storia, infatti, è narrata attraverso le lettere che il capitano Robert Walton scrive alla sorella per raccontarle di una sua missione al polo Nord. Durante questa missione, Walton incontra lo scienziato Victor Frankenstein. Victor proviene da un’agiata famiglia svizzera che l’ha indirizzato verso gli studi scientifici. Mentre frequenta l’università di Ingolstadt, la madre muore di scarlattina, dopo essere stata contagiata dalla nipote Elizabeth. Il giovane, ossessionato dall’utopia di dare la vita alla materia inanimata, studia con accanimento e, crede di aver scoperto il segreto della vita. Victor trascorre così dei mesi cercando di creare un essere vivente assemblato con parti del corpo provenienti da cadaveri, che egli studia di notte, scoperchiando le tombe dei cimiteri. Una notte, finalmente, la creatura prende vita ma, quando vede il mostro muoversi, Frankenstein fugge terrorizzato. Il “mostro” si impossessa del diario del suo creatore e fugge anche lui. Victor, colpito da una febbre violenta e dilaniato dai rimorsi, cerca ospitalità presso l’amico Henry Clerval. Dopo un periodo di cure, decide di tornare a Ginevra ma, poco prima della partenza, riceve dal padre la notizia che suo fratello William è stato ucciso. Tornato a casa, mentre perlustra i luoghi dove si è consumato l’omicidio, Victor crede di intravedere il mostro e capisce che è l’autore del delitto, anche se la responsabilità è nel frattempo ricaduta sulla giovane governante della famiglia, che viene processata e condannata a morte. Pur sapendo che la ragazza è innocente, Victor non può scagionarla. Presso un ghiacciaio, Victor incontra il mostro, che ammette di aver ucciso William e che gli racconta la sua triste storia, fatta di incomprensione, paura e violenza da parte degli uomini per il suo repellente aspetto esteriore. Il “mostro”, desiderando essere felice come tutti gli altri uomini, convince Victor a creare un’altra creatura donna, simile a lui, che possa fargli compagnia. Victor Frankenstein raggiunge le isole Orcadi, con il progetto di creare il nuovo essere; poi, angosciato dalle possibili conseguenze di mettere al mondo un altro mostro, distrugge l’opera, ancora incompiuta. La creatura che lo aveva seguito di nascosto, gli giura allora vendetta, promettendogli di consumarla durante la sua prima notte di nozze. Victor si rifugia in Irlanda, ma il mostro lo segue e uccide l’amico Henry, facendo ricadere la colpa sul protagonista, che viene incarcerato. Una volta scagionato, Victor torna in patria col padre e sposa Elizabeth, ma la giovane viene uccisa dal mostro la notte stessa della cerimonia, come preannunciato; anche il padre di Frankenstein muore per il dolore. Victor segue le tracce del mostro fino al Polo Nord, dove incontra il capitano Walton. Frankenstein muore di lì a poco; Walton scopre la creatura china sul corpo del suo creatore, intento a compiangerne la morte.  Il mostro di Frankenstein ribatte che tutto è stato causato dall’odio immotivato degli uomini per il suo aspetto, spiega che egli desidera solo la morte. Disceso dalla nave, decide di uccidersi dandosi fuoco in modo che nessuno possa capire dai suoi resti come creare un altro essere come lui. La genesi del romanzo risale all’estate del 1816; Mary Godwin, il suo fidanzato Percy Bysshe Shelley, John William Polidori e Claire Clairmont, sorellastra di Mary, si erano ritrovati nella residenza di Lord Byron a Ginevra. A causa del tempo piovoso, la comitiva trascorse la maggior parte del tempo in casa, divertendosi a raccontare a vicenda storie di fantasmi. Fu in questa circostanza che nacque l’idea: un contest in cui ognuno doveva inventare la sua storia horror. Tutti cominciarono a scrivere, ma Mary non ebbe subito l’ispirazione. Si dice che quella notte Mary Godwin ebbe un sogno, che trascrisse il giorno dopo in un racconto breve da cui successivamente prese forma il romanzo. Le lunghe conversazioni degli uomini vertevano sul galvanismo e sulla possibilità di assemblare una creatura e infondere in essa la vita. Tali pensieri stimolarono l’immaginazione di Mary e portarono all’ideazione del grande mito gotico. Mary iniziò il racconto decisa a ricreare quel terrore che lei stessa aveva provato nell’incubo. L’effetto è gotico, ma il linguaggio è quello del realismo, evidente soprattutto nella descrizione così particolareggiata della creatura. Il mostro è espressione della paura, al tempo diffusa, per lo sviluppo tecnologico, esempio del sublime, del diverso, che, in quanto tale, causa terrore. Il mostro di Frankenstein è ancora oggi uno dei più riusciti esseri mostruosi di tutti i tempi, capace di attirare su di sé la simpatia del pubblico, rappresentando alla perfezione l’ingiusta paura dell’uomo verso tutto ciò che è a lui sconosciuto. All’uscita anonima, nel 1818, le critiche furono sfavorevoli. Per anni l’opera di Mary Shelley fu condizionata da forti pregiudizi anti-femministi. Furono in tanti a credere che il romanzo fosse stato ispirato dai due uomini della vita di Mary e dall’ambiente culturalmente privilegiato che la scrittrice ebbe la fortuna di frequentare. Dalla stessa scrittrice invece apprendiamo che la sua creatività fu mortificata piuttosto che alimentata dal rapporto con il padre e con il marito: trascurò infatti il proprio lavoro letterario per dedicarsi alla cura delle opere di Percy. Walter Scott scrisse che l’autore era dotato di buona capacità d’espressione. L’unico indizio che portava all’autore era la dedica a William Godwin, che i critici attribuirono a Percy Bysshe Shelley, il suo più famoso discepolo. Il romanzo diventò immediatamente un best seller e i critici restarono spiazzati quando, nella seconda edizione, l’autore si rivelò un’autrice, per giunta molto giovane.  Certamente Mary si ispirò al coniuge come modello per l’ambizioso scienziato, con cui aveva in comune la passione per la scienza.  Il nome Victor, del resto, era il nome che Percy aveva scelto per se stesso. In un suo componimento, Shelley esalta la bellezza della morte e il suo potere tetro; il dottor Frankenstein dichiara che per esaminare le cause della vita bisogna far ricorso alla morte, osservare il naturale decadimento del corpo umano recandosi presso tombe e crematori. Il “Dottor Frankenstein” è realmente esistito nella figura quasi leggendaria del medico e alchimista Konrad Dippel. Costui aveva dedicato la sua esistenza alla ricerca dell’elisir di lunga vita; raccoglieva ossa e corpi nei cimiteri proprio come il protagonista del romanzo, e nel suo laboratorio cercava di “dar vita” ad un essere mostruoso. Morì nel 1734 in circostanze poco chiare, forse per avere ingerito del veleno.

Altra influenza nell’opera di Mary Shelley è quella della Ballata del vecchio marinaio di Samuel Taylor Coleridge, che Mary e la sorellastra Claire avevano avuto la fortuna di sentir recitare dal vivo nella casa paterna. Da Humphry Davy, famoso chimico sperimentatore che frequentava la casa dei suoi cognati, invece, Mary acquisisce il concetto tipico del professor Waldman,  insegnante di Victor Frankenstein, ovvero che la scienza ha fatto molto per l’umanità, ma può fare ancora di più. Frankenstein dichiara di voler esplorare nuove vie fino ad arrivare ai misteri più profondi della creazione. Secondo alcune interpretazioni, la scrittrice cerca di avvertire il mondo dal pericolo del manipolare forze più grandi dell’uomo. William Godwin in Political Justice aspirava a un nuovo ordine sociale basato sulla benevolenza universale. La Creatura, completamente estraniata dalla società, si considera come un demone malefico e chiede giustizia proprio in senso godwiniano, dice infatti a Victor Frankenstein che lo ha messo al mondo, abbandonandolo poi per l’orrore che gli suscitava, “Fa il tuo dovere verso di me”. Frankenstein rifiuta e il Mostro si vendicherà uccidendo i suoi amici e la sua famiglia, poi conducendo alla morte lo scienziato stesso; infine si suiciderà però per il rimorso. In Frankenstein c’è l’idea che il male fatto o il bene omesso ritornino come punizione sul responsabile. Il Mostro nasce buono, ma è reso malvagio dal disprezzo degli uomini verso di lui. Frankenstein è diverso dal tradizionale gotico in cui gli elementi naturali rimangono intatti. Vi sono alcuni punti però che possono accostare Frankenstein al gotico, come l’ansia causata dalla mancanza di una via d’uscita e il fatto che entrambi i protagonisti vogliano perseguitarsi fino alla morte di uno di loro. Nel 1803 Giovanni Aldini, nipote dello sperimentatore anatomico Luigi Galvani, aveva pubblicato a Londra An account of the late improvements in Galvanism, che includeva il resoconto di alcuni interessanti esperimenti. Tramite l’uso di archi elettrici si era riusciti a infondere il movimento in un cadavere tanto da dare l’impressione di rianimazione. Aldini aveva aggiunto che, in determinate condizioni, forse si sarebbe potuta ripristinare anche la vita stessa. Dalla pubblicazione del libro, il nome di Frankenstein è entrato nell’immaginario collettivo in ambito   letterario, cinematografico e televisivo. Il cinema infatti ha attinto a piene mani al personaggio di Mary Shelley, tanto da produrre una lunghissima serie di riproposizioni sul grande schermo con riscontri molto diversificati di critica e pubblico. La versione più celebre è quella degli anni ’30 di Boris Karloff ma la prima versione della storia, della durata di soli 12 minuti, fu firmata da Thomas Edison nel 1910, agli albori del cinema. La pellicola fu smarrita e poi rinvenuta nel 1980 da un collezionista. Tantissime versioni del mostro di Frankenstein lo rendono incapace di parlare. Quando invece il libro fu pubblicato presentava lunghi e filosofici monologhi. Il sottotitolo del romanzo, Il Prometeo moderno, allude all’aspirazione degli scienziati di poter fare qualsiasi cosa, percorrendo il confine tra scienza e fantascienza fino a spingersi ai limiti del progresso tecnologico e della ricerca scientifica e pone dilemmi etici di grande spessore. Due sono i riferimenti della Shelley: il Prometeo della mitologia greca che ruba il fuoco dall’Olimpo per salvare l’umanità e il Prometeo delle Metamorfosi di Ovidio, che plasma gli esseri umani dalla creta. Racconta la sfida dell’uomo che si crede onnipotente tanto da andare contro le leggi di natura fino alla creazione della vita. L’uomo e la sua tracotanza è contrapposto all’essere che ambisce solo a vivere una vita normale. Nella sua smodata ambizione, che travolge anche i valori etici, Victor può essere accostato al Faust di Johann Wolfgang Goethe, che, in cambio della conoscenza, stringe un patto col diavolo, a cui promette l’anima. Un altro parallelo, sottolineato dalla stessa autrice, è quello con Satana, così come compare nel Paradise Lost del poeta inglese John Milton, citato nell’ epigrafe introduttiva: l’angelo ribelle Lucifero, è un evidente richiamo al mostro che si è rivoltato contro il suo creatore. Oltre al tema della hybris (tracotanza), il libro è attraversato dalla tematica del “doppio”, rivelata dall’errore comune di chiamare il mostro con il nome del suo creatore. Frankenstein e la sua abominevole creatura sono figure complementari e intrecciate, facce della stessa personalità tanto da vedere indissolubilmente legati i loro destini.

Deborah Mega