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by Elif Sanem Karacoc

by Elif Sanem Karacoc

Succede a volte che seguendo le informazioni diffuse dai mass media, tv, giornali, internet, sentiamo pronunciare una parola tanto ripetutamente che finiamo per assuefarci al suo suono e a svuotarla del suo vero e profondo significato. Diventa improvvisamente un topos, un luogo comune che tutti, per strada, nei salotti, nelle conversazioni fra amici, usiamo senza soffermarci più di tanto sul valore e il peso che può avere. Credo che tutto questo possa essere applicato al termine femminicidio, che sentiamo pronunciare ogniqualvolta accade che venga uccisa una donna per mano dell’uomo che le è affettivamente e sentimentalmente più vicino. Femminicidio è espressione dal significato terribile che definisce l’uccisione di un essere umano in quanto appartenente al genere femminile, quello che la filosofa De Beauvoire, chiamò provocatoriamente Secondo sesso. La donna è l’Altro, afferma nel suo famoso saggio la scrittrice, è quello che l’uomo, nel suo considerarsi Soggetto, colloca nella posizione di Oggetto. Su questa situazione di non riconoscimento si è fondato e si perpetua il concetto di subordinazione del genere femminile. A distanza di tanto tempo la riflessione della filosofa francese rimane attuale ed è ancora legittimo porsi la questione della gerarchia dei sessi e domandarsi se sia finalmente possibile accogliere in maniera definitiva nel contesto intellettuale e sociale l’idea di “genere” inteso come categoria che raggruppa la specie umana. Perché malgrado la conquista sul piano formale e ideologico dell’uguaglianza resta il problema dell’impostazione dei rapporti fra i sessi, problema perpetuato nel corso dei secoli ed ereditato dalla concezione biblica di Eva nata da un osso in soprannumero di Adamo, e cioè di un “essere occasionale”, come lo definisce San Tommaso. Nel n.28 del Bollettino Archivio Pace Diritti Umani del 2004 è riportato testualmente: “Parlare di violenza di genere in relazione alla diffusa violenza su donne significa mettere in luce la dimensione “sessuata” del fenomeno in quanto […] manifestazione di un rapporto tra uomini e donne, storicamente diseguali, che ha condotto gli uomini a prevaricare e discriminare le donne”. A questa sorta di “scellerata categoria” vanno ascritti crimini di varie specie: stupri, stalking, percosse, omicidi, vessazioni, abusi sessuali, maltrattamenti fisici e psicologici, prostituzione coatta; e possiamo anche aggiungere escissione ed infibulazione, pratiche ancora in uso in alcune popolazioni. In paesi come India e Cina il femminicidio si è concretizzato addirittura con gli aborti selettivi, impedendo alle donne di partorire figlie femmine. E’ una violenza che intacca i diritti umani, un impressionante segno patologico della civiltà contemporanea che si manifesta tanto nei paesi industrializzati  che nelle zone in via di sviluppo e che investe tutte le classi sociali e culturali e tutti i ceti economici. E nonostante il problema sia stato ed è affrontato attraverso interventi di varia natura, la società e la cultura si trovano ancora davanti ad un lungo cammino i cui esiti sono ancora molto deboli. Tuttavia bisogna perseverare a parlarne e a scriverne, per continuare ad incidere sulla società e sulle istituzioni, perché la violenza maschile sulle donne non è solo una questione privata ma anche sociale e politica, un fenomeno pericoloso in quanto espressione estrema di potere e di prevaricazione. A tutta la società civile è dunque demandato il compito di intervenire per non rischiare di abbassare la soglia di attenzione verso una piaga che sta diventando sempre più virulenta. Nella politica, nell’economia, nella cultura, nella scuola, metta ciascuno anche un piccolo mattoncino perché possa crescere e radicarsi l’idea di un Genere Umano svincolato dalle differenze. Cosa possono fare i poeti, retoricamente definiti esseri avulsi dalla realtà? Siamo consapevoli che un libro di poesia non fermerà  lo scempio che si compie sulle donne, né basteranno gli spettacoli, i documentari, le inchieste. Pure, tutto questo qualcosa fa: aiuta a capire. E capire significa prendere coscienza che quei fatti di cronaca che ci turbano fuggevolmente, fra una notizia e l’altra, sono vicini a noi più di quanto crediamo, significa smuovere le acque ancora stagnanti di una cultura arroccata su concetti resistenti a morire. E significa anche aiutare le donne vittime di violenza a rendersi consapevoli che dall’oscurità del tunnel in cui sono cadute si può fuggire superando la paura e la vergogna, ribellandosi, accusando, denunciando. Noi, donne e uomini, abbiamo il dovere e il diritto di prendere posizione, ciascuno con le proprie competenze. I poeti hanno la parola e di questa si servono per fare sentire la voce del loro dissenso. Ascoltiamoli. L’antologia Cuore di preda,  nata per volontà di Gianmario Lucini, poeta, critico e editore, intellettuale impegnato civilmente a denunciare e combattere l’ingiustizia e il decadimento morale, scomparso purtroppo prematuramente, raccoglie i testi di ottantasei poetesse che declinano il tema del femminicidio e della violenza di genere dando voce al silenzio che accompagna il dolore delle vittime. Scorrendo i testi di questa raccolta percepiamo i nuclei tematici più forti e più pervasivi dell’argomento violenza, legati da un filo rosso che attraversa vicende dolorose e traumatizzanti mutuate da fatti reali di cui quasi giornalmente veniamo a conoscenza. E non è fuori luogo o esagerato parlare al riguardo di una forma di “olocausto”, in ragione del fatto che si tratta di una violenza dettata dalla volontà di esercitare un potere che annulli, cancelli, estingua il genere femminile, non come esistenza fisica, ma come esistenza sociale e psicologica, come volontà di esprimere se stesso, come autoaffermazione di entità non omologabile. Cuore di preda è il genere femminile, ancora raccolto “in un mondo di buio, nucleo di resistenza sacro, eredità lasciata dalla madre”, come lo definisce la poesia di Anna Elisa De Gregorio, una delle poetesse inserite nell’antologia. Perché è già dalle madri che si va configurando l’esistenza delle figlie, madri che subiscono percosse e tacciono per vergogna e dichiarano, per obbligo verso se stesse, di amare ancora il loro uomo anche se confessano, come leggiamo nei versi di Marinella Polidori,  “il dovere coniugale fu la vera sofferenza, accettata con devota ripugnanza”. Di donne destinate a subire parla la poesia di Nunzia Binetti: “Io merce in tuo possesso, io cosa per editto maledetta, finto monile, silenzio indotto, resa, mai altro che utero o marsupio, che zagara sfiorita nel giardino…” E di una detenzione volontaria, determinata dall’impossibilità del corpo a ricercare un senso nuovo dopo il deturpamento, dopo l’oscurità di un abisso di cui ci si sente complici, parla il testo di Maria Teresa Ciammaruconi: L’uomo che ha vessato ha perso vigore, è ormai incapace di prendere e di dare, sarebbe facile fuggire, ma la violenza ha generato assuefazione, la paura ha svilito ogni desiderio di libertà, il danno è irreversibile. La donna confessa: “La tua rinuncia è la mia prigione senza sbarre, violenza non codificata per detenzione a vita. Incapace di cattura il predatore muore e condanna la preda alla solitudine della sicurezza.” E’ proprio dalle madri e dalla famiglia che inizia il percorso verso l’annientamento di sé; con il silenzio, con le giustificazioni, lasciando al più forte il potere di tenere sotto scacco la parte debole del nucleo affettivo si permette che si radicalizzi una condotta immorale e corrotta. “Come un ragno le teneva otto zampe sul suo corpo di bambina (…) Chiuse gli occhi che luce non vedesse la vergogna della tenera carne…” Così scrive Narda Fattori. Della crudeltà esercitata sulle donne bambine nei paesi arabi leggiamo nella poesia di Paola Turroni: “Quasi quindici anni e la stanchezza di essere già stata donna (…) bambina una volta…mia nonna mi ha preso di nascosto…mi portava dall’altra parte del villaggio. Mi ha tagliato con un vetro di bottiglia dice che ora sono aggiustata…” Aggiustata con la violenza per essere consegnata al marito, per diventare “vecchia senza pietà e rabbia, il tempo di fare un bambino se hai spazio per un feto”. “Lo so tu vuoi farmi affondare e temi la mia forza mi spingi giù per la china con i tuoi pregiudizi non ascolti non vedi non sopporti i miei NO”, sono i versi di Anna Zoli che sintetizzano ogni realtà di violenza, la verità ultima della questione: l’affermazione del potere maschile.

Anna Maria Bonfiglio