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Non c’è due senza tre ed è per questo, forse, che dopo Studi lirici solo parole d’amore uscita per i tipi La Vita Felice e Fra improbabile cielo e terra certa edita da Terra d’ulivi Edizioni insieme a Il male nascosto, mi ritrovo a recensire Biografie, l’ultima silloge poetica di Francesco Palmieri sempre per i tipi dello stesso editore.

La raccolta contiene una sessantina di testi; la cifra stilistica è quella consueta.

Palmieri si configura una volta di più uno scrittore lirico-esistenziale; la sua poesia una lirica del desiderio. Il percorso del poeta è un viaggio senza via d’uscita, privo di “memoria della destinazione”, nella sua poesia domina il dolore, come condizione inevitabile e necessaria dell’uomo. Il poeta ricorda con nostalgia i bei momenti vissuti ed epicizzati nella descrizione nostalgica dell’alternarsi delle stagioni, invoca il cielo, sottopone al vaglio della ragione desideri e sentimenti. I temi dominanti vengono confermati: il disincanto, la vita, la morte, il dolore, la perdita, la gioia che ormai è divenuta fossile, morta in una pietra, il tempo, l’inarrestabile esaurirsi della condizione umana, soprattutto la certezza che non ci sia salvezza se persino dio fa piangere dio.

Perfino i nostri cari sono ricordati con rimpianto e con amarezza, se ne ricorda la crudeltà per il loro essersene andati in silenzio. Il momento spesso rappresentato è la sera, che coincide con la sera della vita, la stagione più ricorrente quella invernale o le atmosfere autunnali brumose, notturne e sepolcrali da Canti di Ossian, in cui il poeta si chiede in quale momento sia scesa la nebbia, sia giunto il tramonto fino al nero d’abisso in cui ognuno è nessuno.

La presenza del divino la si ritrova nel cuore dell’uomo, nella carne che sbaglia, non è sufficiente a consolare l’uomo. Quello che viene a mancare, ancora una volta, è il soccorso della fede mentre a soccorrere l’uomo è la poesia, unico segno tangibile del passaggio dell’uomo. Si scrive per sopravvivere, per evitare che la vita sia solo morte e letargo, perché scrivere è necessario come il respiro.

Il poeta attinge sempre al suo vissuto, fatto di esperienze, ricordi nostalgici, certezze, rimpianti. “Brama da lontano” perché l’avvicinamento comporta, da parte dell’oggetto del desiderio, l’acquisizione di peso e la perdita di penne e piume. Emerge ancora una volta l’idealizzazione della donna, la donna-angelo di stilnovistica memoria, mentre forse non si trattava di una creatura di stelle ma di una creatura terrena venuta dall’acqua / come i pesci e gli uccelli o di una Salomè che il poeta vestiva d’azzurro mentre lei desiderava avere solo una testa sul piatto.  

Per la poesia dei trovatori Alberto Varvaro aveva parlato di spazio lirico chiuso come condizione caratterizzante dell’ispirazione: anche qui, allo stesso modo il poeta soffre, si lamenta, invoca la fine delle sue pene d’amore ed esistenziali ma allo stesso tempo é legato al suo destino di sofferenza perchè in fondo lo percepisce positivo. Forse è il modo che gli resta per continuare a sentirsi vivo. Il poeta, pur viaggiando fra le pareti domestiche, fra il tavolo e la sedia / dal corridoio al letto, nonostante le persiane chiuse, sente e percepisce tutto il rumore e il dolore del mondo. La vita ci vorrebbe leoni aguzzi mentre noi non siamo corazzati, non siamo provvisti di scaglie, crine, penne e piume ma di pelle che si spacca / carne che si perde e più avanti carne esposta / di tremito e d’offesa. E in tutto questo siamo repliche, cloni, proviamo la pena di chi è polvere / e polvere tornerà.

Anche l’amore si è tramutato in pianto, perché nonostante si sia vivi, si è già condannati a morte, e mentre lo si pensa, affiora il tu di montaliana memoria, tu pensami a novembre / come si pensa ai morti / che un giorno sono andati / e mai più sono tornati.

Tra i vari testi c’è anche una toccante lettera alla propria figlia, a cui il poeta chiede di essere ricordato con leggerezza, depurando il ricordo da errori, colpe e dolori, affinchè non sia un peso da ricordare, che possa aggiungersi alla fatica del vivere.

Emerge di tanto in tanto qualche reminiscenza mutuata dalla tradizione cristiana, che è possibile cogliere in termini come passione, calice, tenebra/salvezza, trenta denari, barabba, croce, spine, chiodi, eden, mela morsicata, angeli guardiani, arcangeli, osanna, rosa purpurea, luce, liberaci dal male, amen, acquasantiere.

Dal punto di vista stilistico, data la volontà di rendere condivisibile e comprensibile la poesia, si giunge nuovamente alla contaminazione prosastica ma questo, a mio avviso, non è un limite, tutt’altro. Potrebbe essere letta come una mutazione espansiva dell’istanza lirica. La poesia lirica, del resto, deve essere comprensibile, destinata a qualcuno, la versificazione chiara ed evidente, perché deve cercare e quasi evocare il lettore. Un trobar leu dunque che si contrapponga al trobar clus, che racconti l’esperienza propria, del mondo, degli altri esseri umani, perché divenga comunicazione tangibile ed evidente. Riemerge di tanto in tanto l’eterno conflitto tra la percezione dei limiti della condizione umana e l’anelito d’infinito. Avvertire la vastità del tutto contribuisce a farci sentire ancora più fragili e soli mentre torna a riaffiorare l’intimo affanno. Nel conflitto tra società e individuo, nella dialettica irrisolta, permane il momento lirico, l’io del poeta esprime se stesso senza mai risultare retorico o rappresentativo.

 

Deborah Mega

*

 

C’è un dolore che non sei tu

e nemmeno l’acqua che scroscia sulle ringhiere

neanche il cielo smorto che tornerà sereno

neppure il nero degli ombrelli aperti

il bavero rialzato delle giacche

quest’aria che non è vento

ma furia nelle strade di gambe e di motori

 

c’è un dolore che sta dentro allo specchio,

una mattina a caso, un giorno in mezzo a tanti,

lo vedi sulla faccia, negli occhi più pesanti,

nel lungo di un pensiero che non si aspetta nulla.

 

*

 

E alla fine

può già bastare il poco

 

(ma quanto viaggio è stato,

quanto camminare e spingere,

quanti fuochi accesi

e le fiamme a incenerirsi,

quante preghiere e rose

il chiedere credendoci

che qualcuno avrebbe dato

e poi pure il bussare ancora

che qualcuno avrebbe aperto,

quanti imbocchi in strade

col fondo senz’ uscita

per capirla infine

che qui non c’è un’uscita)

 

ora ci prova l’angelo

a visitarmi ancora

ma è solo un passaggio d’aria

lo sbuffo di corrente

da una finestra all’altra

 

resta mollica ed acqua

appena un respiro lento

di chi non ha più un posto

dove vorrebbe andare.

*

 

Me ne sto nella sera

ed è solo un dettaglio

che sia sera di brume

di viali sperduti

in una foto d’ottobre

 

(e mi chiedo

quand’è scesa la nebbia,

quando è stato il momento

che si è fatto tramonto,

come accade che a un tratto

si comincia a morire)

 

potrei ora chiamare

angeli e mare,

la lingua aliena di veggenti e sciamani,

potrei dire d’impennate di vento

in un’aria che sale

a suonare le stelle

(e quanta musica eterna

nell’oltre d’ogni confine).

 

ma me ne sto nella sera

a parlare a qualcosa

che non so se sia dio

o quel nero d’abisso

dove ognuno è nessuno.

 

*

 

(a una mia amica per un lutto che il tempo non ha medicato)

 

Tu non la sai

la crudeltà dei morti

 

quel loro andarsene zitti

e noi senza più parole

senza più appuntamenti da dare

nessun giorno dopo

 

noi

che possiamo solo chiamarli

che sappiamo i nomi ad uno ad uno

che guardiamo fotografie

 

e niente

nessuno risponde

non una parola

una voce

un rumore

 

noi

i vivi

a sopportare la morte.

*

 

Non è volo

l’apertura d’ali

di un uccello impagliato

 

è la secca memoria

di un cielo che è stato.

 

*

 

Si stava alla finestra

tra il giallo delle rose

e il sole acceso in cielo

il canto di cicale

e il sonno di pinete,

 

era il turgido del seno

il tempo che fa febbre tutta la carne

e nelle gambe il fiato

di chi sa solo andare avanti

 

(la morte non era prevista

nemmeno si pensava

che i ragazzi invecchiano

che anche gli anni passano

e all’improvviso è l’ora

che più non sei immortale)

 

si sta alla finestra

fra una stagione e l’altra

a volte piove forte

o troppo caldo è il sole

 

e quando guardi fuori

al folto dei cespugli

alla superba rosa

che sta sui tacchi a spillo

 

lo sai che sotto al cielo

è lì tutto il miracolo.

 

 

Francesco Palmieri, testi tratti da Biografie, Terra d’ulivi Edizioni, 2019