Tag

, ,

Poco più di un mese fa, il 2/2/2022, a Roma è scomparsa l’attrice italiana Monica Vitti, all’anagrafe Maria Luisa Ceciarelli. Premiata con 5 David, 12 Globi d’oro, 3 Nastri d’argento. Sebbene poco nota ai più giovani perché ritiratasi a vita privata da circa vent’anni, è una figura rappresentativa del cinema italiano nel mondo, non meno di Sofia Loren, Claudia Cardinale, Gina Lollobrigida, Mariangela Melato.  

Attrice di cinema e mattatrice della commedia italiana, versatile e talentuosa, capace di essere considerata al pari di attori quali Alberto Sordi, Marcello, Mastroianni, Nino Manfredi, cioè di figure maschili  che hanno dominato la scena cinematografica degli anni 60-80.

Maria Luisa Ceciarelli divenne Monica Vitti nel 1953, ispirandosi al cognome della madre, Vittigli, scegliendo un nome che aveva letto poco prima in una rivista, seduta a un bar vicino a casa. In un nome può esserci un destino? Sarebbe stata ugualmente famosa mantenendo il nome anagrafico?

Di certo più del nome determinante nella sua carriera fu l’incontro col regista Antonioni che la proiettò nell’universo cinematografico di successo. Senza quell’incontro e, forse, anche senza quel nome Monica Vitti sarebbe rimasta una qualunque Maria Luisa Ceciarelli. Personaggio talentuoso in cerca d’autore. O forse all’inverso il cinema di Antonioni non avrebbe brillato ugualmente senza la musa ispiratrice di Monica Vitti.

In un’ intervista nel 1963 condotta da Oriana Fallaci  la stessa Monica racconta il momento topico della rinominazione:

“Il mio vero nome è Maria Luisa Ceciarelli. Fino all’Accademia fui la Ceciarelli. Poi Tofano mi propose di diventare attrice giovane nella sua compagnia, di fare Brecht, Molière, e mi disse: “Guarda il nome che hai non è mica tanto da attrice, lo devi cambiare”. Allora io sedetti al tavolino di un bar e mi misi a studiare il nome.”

“Ora sono talmente Monica Vitti che mio padre e mia madre mi chiamano Monica anziché Maria Luisa ed io, quando devo firmare Ceciarelli, mi sento a disagio: quasi firmassi col nome di un’altra.”

Con un gioco di parole Vitti d’arte, vitti d’amore  è stato intitolato un film documentario promosso e trasmesso dalla Rai in anteprima presentato al Festival del cinema di Roma del 2021 per il novantesimo compleanno dell’attrice. Nata a Roma il 3 novembre del 1931, Monica ha vissuto a Messina e a Napoli. Proprio qui durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, comprese che la recitazione era la sua strada, inscenando rappresentazioni per distrarre gli altri bambini nascosti nei rifugi.

Tornata a Roma studiò recitazione e intraprese la carriera d’attrice. Con i maestri Silvio D’amico, che la indirizza a ruoli drammatici shakespeariani, e Sergio Tofano, che coltiva il suo lato istrionico, compie la sua formazione.

Monica da piccola era soprannominata dai familiari “Setti vistini”, cioè sette sottane (reminiscenza del periodo vissuto in Sicilia), per l’abitudine a indossare più indumenti uno sull’altro a causa della sua freddolosità.

Non era soltanto freddolosa Monica, non si allontanava volentieri dall’Italia e, quando lo faceva, non vedeva l’ora di tornare, soffriva le limitazioni imposte dalla popolarità che le impedivano una vita normale da persona sconosciuta, non amava i viaggi in aereo, il che ha sicuramente limitato la sua mobilità, ma non le ha impedito di lavorare con registri di livello internazionale, affermandosi come attrice, misteriosa, stralunata, ironica, spaesata, ironica, brillante, caratterizzata da bellezza, freschezza, grandi occhi e grande bocca, splendide gambe e da una voce roca, pastosa, particolare e indimenticabile, anticonvenzionale. Monica Vitti era diva e, al tempo stesso antidiva, non esaltandosi per il ritorno del successo, contrapponendosi per queste sue caratteristiche ai canoni estetici predominanti delle star.

La sua stella sorse nell’arco temporale dal 1960 al 1964. In quegli anni, diretta dal registra Michelangelo Antonioni che ne divenne anche compagno nella vita, Monica Vitti recitò ne L’avventura, La notte, L’eclisse, Deserto rosso. Quattro film passati alla storia della cinematografia come tetralogia dell’incomunicabilità. Monica recita in ogni pellicola con ruolo di protagonista o coprotagonista, mettendo in luce il suo talento recitativo drammatico.

Preceduto da altri film nel filone della commedia italiana quali La cintura di castità e Ti ho sposato per allegria, di lì a poco segna una tappa importante della carriera di Monica Vitti il film “La ragazza con la pistola” del 1968 diretto da Mario Monicelli. La pellicola ottenne un grande successo di pubblico e consacra la Vitti grande attrice del cinema italiano, dotata di versatilità capace di sostenere con uguale disinvoltura sia ruoli drammatici che comici.

Nel film si racconta la storia di una ragazza siciliana Assunta Patanè, sedotta a abbandonata, caparbiamente determinata a vendicare il suo onore uccidendo l’uomo che l’ha disonorata, con questo scopo lo insegue in Inghilterra. La protagonista infine abbandona l’ intento, avendo compreso in un ambiente più emancipato che si può vivere con onore anche senza vendetta.

Nel video seguente Monica Vitti intervistata all’apice del successo, parla di femminismo, del rapporto con la madre rispondendo alle domande del giornalista Enzo Biagi

In linea con la dichiarata posizione femminista l’attrice preferiva interpretare nei suoi film personaggi femminili  problematici, nevrotici, fragili, rivestendo ruoli drammatici e comici al contempo, che suscitavano riso e commozione, in una recitazione naturalmente ambivalente, speculare.

Le sue donne manifestano il disagio conseguente alla ricerca di emancipazione in una società che le vorrebbe ancora imbrigliare in stereotipi di genere, portatrici pertanto di un disadattamento interiore  trasfigurato in chiave ironica e manifestato in una recitazione personale svagata, alienata, esuberante estremamente lontana da divismi, mitizzazioni e superficialità.

Sebbene le figure che interpreta siano spesso vittime della misoginia o del maschilismo, persino nel senso di subirne la violenza fisica, esse non appaiono mai sconfitte, mai domate e anche quando soccombono, lo fanno con la dignità di chi rivendica  fino all’ultimo la propria essenza e personalità, all’insegna dell’autoironia e senza chiedere o suscitare pena, al più tenerezza, senza indulgere nemmeno nel patetico e nell’ autocommiserazione, inducendo piuttosto al sorriso, nella velata irriverenza ad una società italiana consegnata prevalentemente a mani maschili. Per questa sua singolare capacità di interpretare le contraddizioni sociali del proprio tempo Monica Vitti conquistava sia gli uomini che le donne.

Ricercata da registi internazionali quali l’ungherese Miklós Jancsó che la diresse ne “La pacifista” del 1970, lo statunitense Michael Ritchie regista di “Un amore perfetto o quasi”, Jean Valère che la volle ne “La donna scarlatta”  del 1969 , Luis Buñuel  regista de “Il fantasma della libertà” del 1974, e André Cayatte  per il quale nel 1978 ha recitato in “Ragione di stato”. Ha recitato tra gli altri con Alberto Sordi in “Polvere di stelle” e “Io so che tu sai che io so”, con Marcello Mastroianni in “Dramma della gelosia”, Vittorio Gassman in “Camera d’albergo di Monicelli”. Col regista Massimo Russo ha recitato in “Flirt” del 1983 e “Francesca è mia” del 1986, questo rappresenta un caso di persecuzione da stalker ante litteram, culminato in omicidio.

In questo breve video la naturale verve comica dell’attrice si esprime, come lei stessa, amava dire, con la tipica serietà della grande tradizione comica italiana da Petrolini a Totò.

Monica è stata anche regista nel film Scandalo segreto del 1990, da lei stessa scritto e interpretato. 

Sentimentalmente, dopo la relazione con Michelangelo Antonioni e una storia col direttore della fotografia Carlo Di Palma, nel 1983 Monica Vitti si legò al regista Massimo Russo che ha sposato nel 2000. Il marito le è stato accanto fino alla scomparsa, tutelando la sua immagine da curiosità e paparazzi, permettendole la dignità di vita che richiede la cura di una malattia degenerativa.