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Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto a Flavio Almerighi che l’ha interpretato come segue.

Grazie infinite all’Autore.

Una vita in scrittura di Flavio Almerighi

Saper scrivere all’atto pratico non serve a molto, me ne accorsi subito. Iniziai la prima elementare che già sapevo scrivere grazie a un vicino di casa e alle lezioni tv di Alberto Manzi, ma quando misi piede a scuola dovetti ripartire dalle aste. Il mio maestro, pur ligio ai programmi ministeriali, mi trasmise però un indelebile amore per i libri. Mezz’ora prima della fine delle lezioni ci faceva mettere via quaderni e libri, gli ultimi trenta minuti precedenti la campana erano dedicati alla lettura a puntate di un romanzo per ragazzi.  Sono passati più di cinquant’anni, ma ricordo ancora molto bene Capuana, Verga e soprattutto Molnar con I ragazzi della Via Pal. Quel romanzo prese talmente tanto ogni maschietto della mia classe, che ognuno di noi nei giochi dell’intervallo e del doposcuola impersonava un personaggio di Molnar. Io ero Weisz il capo della Società dello Stucco. Questo per dire che saper scrivere intende in primis saper leggere e saper ascoltare. Ho letto, ho letto, fintanto che adolescente sono arrivato alla poesia.

Dribblai, spesso con classe, le poesie che ci obbligavano a imparare a memoria, ma Il Sabato del Villaggio di Leopardi me la ricordo ancora. Ho letto Omero di mia sponte prima di diventare maggiorenne ed è nato allora l’amore vero per la poesia, anzi con la poesia: è stato un amore corrisposto da entrambi. Mi venne anche voglia di cominciare a scrivere, dapprima qualche timida pagina di diario, poi poesiole per intortare qualche ragazzotta che mi piaceva. Sono stati gli anni del teatro amatoriale, della radio, della musica, di tante altre cose, passioni per dimenticare il mio lavoro d’ufficio. Mano a mano che le mie vecchie passioni terminavano, ripresi a leggere poesia e a credere di scriverne, ma quella roba non era ancora poesia. Non so nemmeno se lo sia adesso ai tempi della net poetry. Qualcuno mi chiama “poeta”, ma non mi ci sono mai sentito. E fin qui ho letto tanto, scritto troppo, sporadicamente anche prosa: mezza dozzina di brevi racconti. Penso di dovere molto a Pasquale Panella, Amelia Rosselli, Dario Bellezza, ad Apollinaire così come a Michel Houellebeq: poeti scrittori che mi hanno attraversato la vita.

Chi scrive sa molto bene quanto sia difficile allontanarsene. Si diventa talmente ipersensibili che ogni cosa rimbomba dentro fino a diventare un’idea. Questo è il lato “bello” della scrittura, la creazione individuale. D’altra parte non c’è arte più individualista della scrittura. Il problema sono gli “altri che scrivono”, soprattutto quei mediocri che pretendono buone recensioni in cambio di buone recensioni: diventa una strada senza uscita. Se è vero che in Italia ci sono più persone che scrivono rispetto a quelle che leggono, diventa sempre più arduo riconoscere nel minestrone acquoso della scrittura, della poesia italiana contemporanea un qualche buon ingrediente. Sotto questo aspetto invidio chi cucina, un solo piatto, una sola pasta, contengono molte più calorie dell’intera produzione poetico letteraria. Che dire poi degli illustri letterati oramai diventati cacciatori di farfalle morte? Non meritano nemmeno l’epitaffio. A questo punto tanto vale continuare a scrivere anzitutto per proprio ristoro personale, senza pretese di chissà quale stupido riconoscimento. Per quanto mi riguarda sono sempre il buon vecchio Weisz della Società dello Stucco, lo stacco dai vetri di vecchie finestre e lo rimastico per non farlo seccare.

terra grigia marrone verde,

sono più pali della luce

che alberi

.

cielo a strisce bianche grigie blu

finché una luce resta accesa

e io stanco

Flavio Almerighi

https://almerighi.wordpress.com/