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Il rapporto tra pudore e poesia è complesso come lo è per tutte le produzioni artistiche ma necessita di una attenzione particolare alle tematiche e al linguaggio principalmente per quanto attiene al rapporto tra poeta e i suoi versi e tra poeta e lettore.
Per questo iniziare con una poesia di Antonia Pozzi (scritta nel 1933) può essere interessante perché ne inquadra sufficientemente la relazione facendone vedere gli specifici risvolti storici ed evolutivi.
Antonia nasce in una famiglia alto borghese di Milano, si dedica alla poesia e durante gli studi classici si innamora del suo professore di latino e greco.
Un amore osteggiato per pudore dai genitori.
Una impossibilità che le fà decidere di porre fine alla sua vita.

Se qualcuna delle mie povere parole
ti piace
e tu me lo dici
sia pur con gli occhi
io mi spalanco
in un riso beato
ma tremo
come una mamma piccola giovane
che perfino arrossisce
se un passante le dice
che il suo bambino è bello.

Nella poesia la similitudine con una giovane mamma nasconde profondi sentimenti d’amore e grazia sia per le parole che per il bambino, i quali divengono entrambi l’altro da sé presentato con tanto pudore da arrossire perfino se un passante benevolmente li apprezza.
Poeta e madre e passante e, per, estensione concettuale, poeta e lettore e pudore.
Relazioni intime, corporee, affettive e sociali che attengono tutte alla sfera di un pudore per il quale se non è cambiata la definizione sono cambiati nettamente i limiti e la percezione collettiva.
Sembra infatti, ad una visione generale e spesso però anche generica, che del pudore sia stato dimenticato il limite tra l’intimo e il condivisibile a favore della immagine, dell’apparire e dell’esserci con una corporeità e una affettività adattabile, pronta al cambiamento, talora mercificatile e, per dirla con Bauman, fluida.
Il continuo e rapido cambiamento dei paradigmi della società globalizzata, il frenetico progresso tecnologico con nuove modalità comunicative e il sempre più debole rispetto della privacy nonché la crisi delle dimensioni locali, della tradizione e di molti ideali generano insicurezza esistenziale e frequente rifugio in una immagine di sé magmatica, adattabile, narcisa e in una comunicazione rapida e sincopata senza un tempo-spazio dialogico e quindi senza un limite tra uso e abuso.
Uno spazio che più adeguatamente Manuel Castells ha definito “spazio dei flussi” dove la presenza individuale virtuale può fluire ovunque e contemporaneamente essere oggettivata nei social network oltre la sua dimensione reale.
Si può allora concordare, con Herbert Marcuse, sulla ipotesi che la dimensione sociale virtuale e mediatica sta assimilando tutta la nostra vita e creando un nuovo mostro, un “uomo unidimensionale”, senza un chiaro limite tra essere reale ed essere virtuale, con la conseguente paura o eccesso nell’ esprimere pensieri e opinioni non legittimate e quindi senza alcuna consapevolezza e limite del pudore.
L’arte e il linguaggio nascono dalla interazione con l’ambiente e com-prendono e inventano significati veicolati attraverso i linguaggi della scrittura, così come della musica o della pittura.
Una interazione che ha i tratti distintivi dell’esperienza dell’ascolto o, per dirla con R.M. Rilke, che è quel: “Lasciar compiere ogni impressione e ogni germe di un sentimento dentro di sé, nel buio, nell’indicibile, nell’inconscio irraggiungibile alla propria ragione, e attendere con profonda umiltà e pazienza l’ora del parto di una nuova chiarezza….”
Dall’ascolto al creare e al comprendere quindi in un attraversamento dell’io dall’ambiente all’inconscio.
Un rapporto inconscio-poesia ampiamente indagato dalla psicoanalisi che vede l’arte come la attualizzazione di una sublimazione di pulsioni libidiche arcaiche perverse e incestuose rimosse ( Freud ) o come riparazione e ulteriore creazione di oggetti d’amore danneggiati ( Klein ).
Attività dell’inconscio nell’atto creativo che può quindi diventare sia oggetto di lettura psicoanalitica sia trasmissione, non consapevole, di particelle dell’io al lettore.
Il poeta e l’artista, infatti, ci ricorda Lacan, precedono sempre l’analista e arrivano a cogliere prima di lui delle verità che concernono l’essere umano e il suo rapporto con il linguaggio e, più nello specifico, precisa che “..i poeti, che non sanno quel che dicono, è ben noto, dicono però sempre le cose prima degli altri…”
(JACQUES LACAN, Il Seminario. Libro I. Gli scritti tecnici di Freud).

d’altro canto il poeta stesso lo dice :

UNGARETTI – COMMIATO 2.10.1916

“Poesia
è il mondo l’umanità
la propria vita
fioriti dalla parola
la limpida meraviglia
di un delirante fermento
Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso”

È quindi il poeta a porsi pubblicamente in una relazione asimmetrica alla quale il lettore partecipa solo privatamente.
Il poeta si mette in gioco dopo aver giocato con sé stesso in una partita impari con l’inconscio, col far nascere e crescere la parola, con la ricerca del perfettibile, con il parto di una poesia, con il dolore del finito, la liberazione esausta, l’attesa di un sorriso.
Non si tratta solo del labor limae, si tratta più intensamente di ricerca di sè in sè stesso e nel mondo, negli altri da sè lungo percorsi personali dove il confine tra l’intimo e il condivisibile è mobile, cangiante, talora persecutorio.
La creatività, infatti, ha bisogno di nuove sapienze e nuove consapevolezze e per questo il bordo del limite è il suo spazio tra il trans-gradire, il comporsi e il comporre.
Un incontro con la coscienza della propria nudità, non quella fisica, ma quella culturale, relazionale, esistenziale che può condurre in uno spazio del dire e del dirsi che incontra sia la vergogna che il pudore, sia per l’eccesso della spudoratezza che per la riservatezza del ritegno.
Pudore che può anche essere resistenza alla spinta spasmodica di rendere pubblica la propria immagine o ponte tra socialità ed esigenza di ripiegamento in una zona di rispetto dove l’interiorità sta’ al di là
della dimensione esteriore.
In questo senso la rinnovata consapevolezza del pudore può diventare uno strumento di indagine della poesia sulla esistenza dell’uomo nella società contemporanea.
Una ricerca che possa riuscire a dirci sia “ciò che non siamo” (Montale – Non chiederci la parola) che, forse, ciò che saremo o rischiamo di essere in futuro.
Consapevolezza e ricerca attraverso quell’αἰδώς greco che oltre a pudore e intimo ritegno indica anche responsabile e dignitoso rispetto dovuto alle proprie e altrui dimensioni sociali ed esistenziali come sembrano suggerirci i versi di Valerio Magrelli che propongono, a mio modo di vedere, la possibilità di superare il pudore del sé corporeo e del suo sé-immagine con una serena consapevolezza e, ovviamente, con ammirevole creatività.

Io abito il mio cervello
Come un tranquillo possidente le sue terre
Per tutto il giorno il mio lavoro
È nel farle fruttare,
Il mio frutto nel farle lavorare.
E prima di dormire
Mi affaccio a guardarle
Con il pudore dell’uomo
Per la sua immagine.
Il mio cervello abita in me
Come un tranquillo possidente le sue terre.

da Ora serrata retinae, Feltrinelli, 1980

Cipriano Gentilino