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Nella silloge di poesie Tra speranza e angoscia di Giovanni Tavčar, troviamo le seguenti parole che ci dovrebbero fare riflettere e dalle quali vogliamo prendere l’avvio nell’esaminare questa opera: «Dovremmo essere più spesso / come i bambini /…/ che vivono / dell’attimo fuggente, / della temporanea contentezza, / dell’inconscia felicità» (Come i bambini). Ecco, i bambini non si angustiano del passato né stanno in tensione verso il futuro. Vivono il momento presente, il qui e ora. Non conoscono né angoscia, né speranza. Il loro animo è quieto. È una condizione, quella dell’infanzia, che richiama l’eternità dove non c’è un principio né una fine e si vive solo l’attimo appunto del qui e ora, in una assoluta felicità. Nei versi suddetti traspare dunque l’ardente anelito di Giovanni Tavčar, all’eterno, e, con questo, anche all’infinito, anelito che ricorre spesso in lui pure in altre opere. Sotto questo anelito si cela in fondo il desiderio di trascendere la realtà contingente che, con i dolori, i ricordi, la nostalgia, lo opprimono e lo tengono quasi imprigionato. E allora sente viva l’aspirazione alla libertà. E spera. «…/ Sarebbe ora / che anche per me spuntasse / qualche raggio di sole…» (Sarebbe ora), e confida: «Vivo sempre nella speranza / che il tempo / abbia ancora in serbo carezze / di tenerezza per me /…» (Nube azzurra). La sua vita è un’altalena tra la terra e il cielo. Una spasmodica tensione per liberarsi dai condizionamenti e poter ritrovare così la sua essenza. È una lotta tra l’essenza e l’esistenza. La vita interiore allora assume un ruolo fondamentale. Il pensiero, gli interrogativi che pullulano, una inquietudine, sana e salutare, investono il suo animo alla ricerca del superamento tra speranza e angoscia, per raggiungere la quiete, quella felicità inconscia dei bambini che tanto lo attira. E in questo suo sforzo un aiuto glielo offrono i libri. «…/ Nei libri / io cerco e talvolta / incontro / un altro me stesso» (Nei libri). I libri lo aiutano nella ricerca della sua essenza. E qual è la sua essenza? Totalmente diversa dall’esistenza. Tanto amara, triste, dolente quest’ultima, quanto lieta, gioiosa, vibrante di felicità, incantata di bellezza, invece la sua essenza. Infatti: «…Io amo la vita…» (Sfoltire), «…andare alla scoperta / della più ampia libertà /… vivere tra incantati stupori / e rigogliose contemplazioni /… lasciarmi trasportare dall’inesauribile ricerca / della bellezza» (Aspirazione); «Amo i colori, la musica, / la luce, / i cosmici respiri / che alimentano la mia sete / d’infinito. /…» (Sto aspettando). Il motivo di questo disagio, di questo mal di vivere, Giovanni Tavčar lo ravvisa, come egli afferma: «… / Nelle nostre fradicie / e marce radici» (Inutile giornata). Un malessere, dunque, antico. Che si acuisce a contatto con gente superficiale, vuota, frivola, e presuntuosa, pronta al giudizio e alla condanna, dalla quale però col tempo ha imparato a stare lontano. Invece preferisce quelle persone, magari rustiche, campagnole, in cui avverte «…/ La rasserenante immagine / dell’uomo» (Immagine rasserenante); infatti lì, tra di loro «Al centro c’era l’uomo» (ivi). E di fronte a persone così raggiunge un senso di felicità: «…/ Camminando / su questo lembo di terra / benedico la beatitudine / che mi riempie i sensi e il cuore» (Beatitudine). È la genuinità, l’autenticità, il senso di umanità che apprezza e ammira, non certo la felicità degli ignoranti che «Meno sanno / e più sorridono…» (Ignoranti) perché «…non riescono / a immaginare / il futuro, / ma neppure a leggere il passato» (ivi). Non è questa felicità che il nostro poeta cerca ma quella dei bambini, che è diversa. È la semplicità, l’innocenza, la purezza. L’autenticità.Questa frattura in sé, questo scontro tra essenza ed esistenza, nonostante tutti i suoi sforzi, anche se, sotto alcuni aspetti, ha imparato a difendersi e ad essere se stesso, però non li ha superati e costituiscono per lui uno scoglio. Prova ne è questa opera e il titolo, molto significativo “Tra speranza e angoscia”. Tuttora persiste anche se in certo qual modo signoreggiata.Però questa insistenza nel disagio non ci deve indurre a pensare che il poeta sia una persona debole. Niente affatto. È forte e tenace. «Se facessimo conto / di tutte le cose che non tornano, / allora dovremmo dichiararci / battuti, vinti, sconfitti. // Ma la nostra coscienza / ci dice / che dobbiamo insistere, / proseguire / nel nostro cammino /…» (Compito). La tenacia, la combattività più volte la manifesta, ad esempio quando consiglia di scegliere il difficile, l’arduo, la salita e non la discesa. «…/ Salire vuol dire invece / fare fatica, / ma nel contempo avere / speranza /…» (Bivio); ecco riaffiora il tema della speranza «… di incontrarti con il / silenzio. // Speranza / di incontrarti con te stesso» (ivi). E con questa l’anelito alla scoperta della propria essenza. Essenza che riconduce al senso della vita, al mistero che l’avvolge, e ancora alla sacralità della persona. Infatti andare in cerca della propria essenza significa riscoprire la propria vocazione, il compito che ciascuno ha nella vita, un ruolo che è un mistero anche a se stessi; significa anche scoprire la propria unicità che fa di ogni essere umano qualcosa di sacro. La sacralità risalta soprattutto nel momento estremo della vita: «…/ Non confondetemi / nell’istante fatidico / del passaggio, / quando l’umano / si trasforma in divino /…» (Non confondetemi). È lì che rifulge la bellezza «… vibrazione, …bagliore… emozione… Vertigine… Folgorazione… Emozione / che dilata la realtà / fino ai lontani / confini dell’universo» (Bellezza). «…/ Sto aspettando con impazienza / che un angelo / mi sfiori leggermente / con la sua grazia dolce / e riposante» (Sto aspettando). In queste parole Giovanni Tavčar avverte, forse chissà a livello inconscio, e sembra preludere al rinnovamento finale quando Colui che è l’Alfa e l’Omega farà nuove tutte le cose.

Maria Elena Mignosi Picone

 

Giovanni Tavčar, Tra speranza e angoscia, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 84, isbn 978-88-31497-85-5, mianoposta@gmail.com.