È in corso di pubblicazione su Amazon KDP il mio primo romanzo. Tra pochi giorni sarà online la versione e book e subito dopo – o forse in contemporanea – quella cartacea.
Ho mantenuto l’impegno preso mesi fa, ho portato a termine “l’impresa”.
Dire che mi sono divertita a scriverlo sarebbe un falso. In realtà è stata un’esperienza coinvolgente, sfidante, ma soprattutto tanto impegnativa.
Scrivere un romanzo è sempre stato un mio desiderio, ma ritenevo lo sforzo necessario oltre le mie forze e possibilità di controllo della “materia”. Non sono, di mio, una produttrice compulsiva di scrittura, come vedo di alcuni, che macinano parole come farina, con scorte di grano infinite e un certo compiacimento di sé. Scrivere mi richiede sforzo, tempo, specie in prosa. La poesia la sento più mia, sorge alle labbra quasi nascente. Limarla, rielaborarla, a volte la migliora, ma non sempre. Spesso la forma originaria è quasi perfetta, qualunque ritocco la rovina.
Con un romanzo non è così, ma ne ero pienamente consapevole. Scrivere un romanzo è impostare una storia coerente, un edificio scrittorio che deve reggere, interessare, avere un senso complessivo e uno per ogni passo che lo compone. L’obiettivo era scriverlo, inglobando al contempo in esso i miei scritti in prosa poetica, alcuni dei quali veri e propri involuti flussi di coscienza. L’inserimento doveva avvenire con naturalezza, come se fossero stati pensati per stare dall’origine lì, dove poi sarebbero finiti.
Com’è che si dice? La scrittura è come il maiale. Non si butta via nulla. Ci ho infilato dentro anche quaranta miei disegni che mi piacevano e non avevo cuore di lasciare senza vita, desideravo l’occasione di condividerli, esporli alla visione, insieme ad alcune poesie brevi che gli avevano dato motivo di esistere. Parte di questi disegni, unitamente ad alcuni testi che ora sono nel romanzo, avevano avuto un certo apprezzamento all’edizione 2023 del premio Lorenzo Montano. Erano finiti come finalisti, scusate il bisticcio di parole. Non mi dispiaceva dargli nuova vita.
Insomma questo romanzo è più di una storia, è una vera e propria composizione. Ho cominciato a lavorare a fine maggio scorso, cioè non appena ho cessato il mio impiego nella Pubblica Amministrazione. Per renderlo coerente ho dovuto usare un calendario, reale ovviamente, e ho scelto l’anno in corso. Ho dovuto pensare una piantina di un edificio a due piani, e, siccome mi piace progettare e mi piace l’IA, l’ho descritta e immessa in IA. Ne è venuta fuori una pianta non corrispondente del tutto alla descrizione e, in certi punti, non funzionale. Ad esempio non erano accessibili le scale. Però non vi fate ingannare, non è che con ciò intendo dire che l’IA non è in grado, solo che più chiedi cose specialistiche, più ti inducono a chiedere la versione pro o specializzata. In sostanza la piantina della costruzione l’avevo ben chiara in mente, ho tralasciato l’IA e sono passata avanti. L’altra cosa importante era la struttura in capitoli. La faccenda interessante dei capitoli è che alcuni sono nati prima, altri dopo. Non so se avvenga anche per gli altri scrittori così. In sostanza il romanzo si è andato formando come un puzzle di scritti, dove mancavano tessere, dove c’erano veri e propri buchi, che dovevano trovare il riempimento. E ciò accadeva perché nello sviluppo certe scene o dialoghi li avevo già in mente o mi andava di parlarne, certi altri li accantonavo, perché non era chiaro neanche a me come muovere le cose. Più spesso mi mancava l’ispirazione.
L’intuizione originaria è stata collocare l’ambientazione in una clinica per malati di mente. A chi altri potevo mettere in bocca i “miei deliri” complessi e inquietanti? Scritti che sono un vero e proprio scavare nei meandri mentali, essi mentre chiedono comprensione, si avvoltolano su sé stessi come spirali, chiudendosi a ogni lettura “normale”, invocando piuttosto una compartecipazione emozionale. Per il lettore rappresentano una sfida e un mistero. Sono certa che i più, leggendoli, si sarebbero arresi. Il lettore comune non ha alcuna attrattiva per lo scrivere sperimentale. Ho dato perciò una chiave di lettura più umana, avendoli messi in bocca a personaggi con una loro storia e pena e fornendo spiegazioni che ne aprano il senso, specie di quelli più oscuri.
La seconda intuizione è stata l’ambientazione medica e investigativa. Ho di entrambi un minimo di esperienza riflessa. Cioè non proprio mia personale, ma di persone a me vicine o di soggetti che ho osservato per anni muoversi sulla scena. Credo infatti che, senza un minimo di confidenza con lo scenario dentro il quale si cala la storia, lo sviluppo appare poco credibile. Le due cose si sono combinate nella decisione di fare del mio primo romanzo un giallo psicologico.
Ho sperimentato, ed è stato bellissimo, che davvero la storia, per certi versi, si scrive da sé, come dicono scrittori ben più noti. Ora lo dico anch’io per esperienza, essa si scrive un po’ per come noi scrittori siamo dentro, nei nostri “slittamenti” semantici, (ad esempio io non ho potuto fare a meno di immettere aspetti sentimentali), un po’ per come vengono fuori i personaggi, nel loro essere, da un lato pedine generate da noi autori e in movimento nella scacchiera della nostra fantasia, dall’altro esseri dotati quasi di vita propria, che rifuggono per aspetto descritto, per nome scelto, per ruolo dentro la storia di essere forzati dove proprio non vogliono stare o a fare cose che proprio non vogliono fare.
Ad esempio individuare chi fosse il criminale nella storia di questo giallo è avvenuto proprio così. Più di un candidato a questo ruolo tra i personaggi, si smarcava, rifiutandolo, quasi con orrore. “No, No, io non potrei mai farlo!” diceva. E scappava. Fuggivano tutti come conigli. Fino a quando la “vittima” per commettere il delitto non è emersa da sé, come figura perfetta, dai meandri della mia immaginazione. Un personaggio che si rivela essere un reietto persino da sé stesso, bisognevole di cure a rischio di gesti insani. Uno di quelli che si fa male da solo, essendo un male anche per gli altri. Credo che un po’ tutti coloro che commettono crimini siano così. Scelgono e scelgono male. Infilandosi sempre più a fondo nel loro personaggio, senza riuscire a salvarlo. Solo che non sono in un romanzo, sono infilati nella vita.
Creare i personaggi è divertente in effetti. Forse l’aspetto più divertente dello scrivere un romanzo. Diventano tua compagnia per mesi e ti affezioni a loro, come se fossero degli amici, pensando che anche chi legge possa provare un pizzico dei tuoi stessi sentimenti.
Quando il romanzo sarà online condividerò uno stralcio tratto da un capitolo. Penso che la scrittura abbia ritmi e lessico che possono essere percepiti anche solo da un brano. Quindi condividerne una parte è condividere questa esperienza, in modo da poter valutare se risulta congeniale alla lettura.
Posso solo anticiparvi che l’ebook non supererà il costo di 5 euro. Il cartaceo non so ancora. Magari in un’altra occasione parlerò dell’esperienza con KDP.