“Sussurri d’Altrove – Ritratti” di Emilio Capaccio
Cercai altro tempo nel mondo
e solo trovai altro spazio
E. M.

Eugenio Montejo nacque a Caracas, in Venezuela, il 19 ottobre 1938. La sua esistenza si intrecciò fin da subito con le parole, come se la poesia fosse il filo invisibile che guidava ogni suo passo.
La sua infanzia e giovinezza trascorsero tra strade e paesaggi la cui luce, cieli e silenzi, avrebbero permeato i suoi versi per tutta la vita.
Montejo scelse la poesia come compagna costante, uno specchio attraverso cui riflettere la memoria, l’assenza, la caducità delle cose e la bellezza nascosta nelle pieghe del quotidiano.
Valencia, nello stato di Carabobo, divenne la sua seconda pelle e il laboratorio delle sue riflessioni.
Qui, tra biblioteche, università e riviste letterarie, costruì una presenza culturale forte e coerente: si dedicò all’insegnamento, curò collane editoriali, fondò riviste come “Azar” e, con altri intellettuali, “Poesía”, creando spazi in cui la poesia non era solo scrittura, ma esperienza condivisa, luogo di incontro e di respiro collettivo.
Montejo non amava la parola vuota: ogni verso, ogni riga doveva portare con sé il peso e la luce di un significato profondo, la capacità di evocare il mondo e di attraversarlo, di illuminare l’interiorità di chi legge.
La sua produzione poetica è un viaggio tra memoria e cosmo, tra il quotidiano e l’universale. Dalle prime raccolte come Élegos (1967) alle opere più mature come Terredad (1978), Alfabeto del mundo (1986) e Fábula del escriba (2006), Montejo costruì un linguaggio che è insieme limpido e stratificato, capace di dialogare con la natura, il mito, la storia e la condizione umana. In ogni poesia si percepisce la tensione tra il silenzio e la parola, tra il mistero e la comprensione, tra la caducità delle cose e la loro eternità simbolica.
La sua scrittura è meditativa e intensa, capace di trasformare un gesto semplice, un paesaggio o un oggetto in un ponte verso il trascendente.
Montejo non si limitò alla poesia.
Nei saggi come La ventana oblicua (1974) e El taller blanco (1983) lasciò riflessioni rilevanti sul linguaggio, sulla creazione e sulla funzione del poeta, confermando la sua visione della scrittura come esperienza viva e necessaria.
La sua attenzione alla lingua, al ritmo, alla musicalità del verso, così come alla densità delle immagini, lo hanno reso capace di trasmettere, in modo straordinario, emozione e pensiero allo stesso tempo.
Il riconoscimento nazionale e internazionale arrivò come conseguenza naturale della sua opera: nel 1998 ricevette il “Premio Nazionale di Letteratura del Venezuela”, e nel 2004 il “Premio Internazionale di Poesia e Saggio Octavio Paz”, segnali della sua rilevanza oltre i confini del suo paese. La sua poesia raggiunse anche il cinema: un verso di Montejo fu citato da Sean Penn nel film “21 Grammi”, (“La terra girò per renderci più vicini / girò sul suo asso e su di noi / finché finalmente / ci ricongiunse in questo sogno”), portando la sua voce poetica a un pubblico globale e dimostrando che le sue parole possiedono una risonanza universale.
I temi principali della sua poesia — memoria, tempo, natura, silenzio, parola e oblio — rivelano un’attenzione costante alla fragilità e alla bellezza dell’esistenza. La sua lingua è rigorosa e insieme accogliente, potente e delicata, capace di evocare immagini profonde senza perdere la leggibilità e la musicalità del verso.
La sua opera rimane oggi una delle testimonianze più alte della poesia venezuelana e ispanoamericana, un invito a riflettere sul senso della vita, sull’importanza della parola e sull’incessante dialogo tra il mondo esterno e la nostra interiorità.
Eugenio Montejo morì a Valencia il 5 giugno 2008, lasciando dietro di sé un’eredità che continua a vivere nei suoi versi. In definitiva, la sua poesia non è solo scrittura, ma presenza: un invito a percorrere con lui i sentieri della memoria e del cuore, a sentire l’eco delle cose, a riconoscere la bellezza nascosta nel mondo e nella lingua, in un dialogo che non finisce mai.
La sua voce rimane, silenziosa e potente, testimone di un uomo che ha saputo trasformare la parola in esperienza e la poesia in vita.
Cenni critici-biografici e traduzioni di Emilio Capaccio
Nessun amore sta in un corpo solamente
Nessun amore sta in un corpo solamente,
anche se le sue vene coprono la grandezza del mondo;
fuori resta sempre un desiderio,
un altro singhiozza ma manca.
Lo sa il mare nel suo lamento solitario
e la terra che cerca i resti della sua statua;
non basta un solo corpo a dar riparo alle sue notti,
restano stelle fuori dal sangue.
Nessun amore sta in un corpo solamente,
anche se l’anima si scosta e cede spazio
e il tempo ci riconsegna l’ora che trattiene.
Due mani non ci bastano per raggiungere l’ombra;
due occhi vedono solo poche nuvole
ma non sanno dove vanno, da dove vengono,
quale paese musicale le unisca e le disperda.
Nessun amore, neppure il più schivo, il più fugace,
nasce in un corpo che è solo;
nessuno sta nella dimensione della sua morte.
Ningún amor cabe en un cuerpo solamente
Ningún amor cabe en un cuerpo solamente,
aunque abarquen sus venas el tamaño del mundo;
siempre un deseo se queda fuera,
otro solloza pero falta.
Lo sabe el mar en su lamento solitario
y la tierra que busca los restos de su estatua;
no basta un solo cuerpo para albergar sus noches,
quedan estrellas fuera de la sangre.
Ningún amor cabe en un cuerpo solamente,
aunque el alma se aparte y ceda espacio
y el tiempo nos entregue la hora que retiene.
Dos manos no nos bastan para alcanzar la sombra;
dos ojos ven apenas pocas nubes
pero no saben dónde van, de dónde vienen,
qué país musical las une y las dispersa.
Ningún amor, ni el más huidizo, el más fugaz,
nace en un cuerpo que está solo;
ninguno cabe en el tamaño de su muerte.
( Terredad, 1978 )
Uccelli
Sento gli uccelli fuori,
altri, non quelli di ieri che abbiamo perduto,
i nuovi richiami innocenti.
E non so se sono uccelli,
se qualcuno che non sono più continua a sentirli
a metà della vita sotto il sole della terra.
Forse è il desiderio di trattenere la loro voce selvaggia
nel mezzo della stagione
prima che si allontanino dagli alberi.
Qualcuno che sono stato o sono, non so,
sente o ricorda,
se c’è qualcosa di reale dentro di me sono loro,
più di me stesso, più del sole fuori,
se è musicale la forza che fa girare il mondo,
non c’è mai stato altro che uccelli,
il canto degli uccelli
che ci prende e ci porta.
Pájaros
Oigo los pájaros afuera,
otros, no los de ayer que ya perdimos,
los nuevos silbos inocentes.
Y no sé si son pájaros,
si alguien que ya no soy los sigue oyendo
a media vida bajo el sol de la tierra.
Quizás es el deseo de retener su voz salvaje
en la mitad de la estación
antes que de los árboles se alejen.
Alguien que he sido o soy, no sé,
oye o recuerda,
si hay algo real dentro de mí son ellos,
más que yo mismo, más que el sol afuera,
si es musical la fuerza que hace girar el mundo,
no ha habido nunca sino pájaros,
el canto de los pájaros
que nos trae y nos lleva.
( Terredad, 1978 )
Lettera profonda
Ciò che ho scritto nel ventre di mia madre
davanti alla luce scompare.
Il sogno della mia antica scrittura
tatuato in attesa del mondo
si è cancellato con il passare del tempo.
Colori, tatti, orme
sono caduti sotto tumuli di neve.
Solo mormorii fuori tempo
affiorano oggi dal fondo,
visioni eclissate, indecifrabili
che avvolge l’alone degli specchi.
Gli occhi cercano nell’aria
lo spazio dove l’anima fluttuava
e si perdono dietro il suo cammino.
Ciò che ho scritto nel ventre di mia madre
forse non era altro che un fiore
perché fa più male quando svanisce.
Un fiore vivo che non ha ricordo.
Letra profunda
Lo que escribí en el vientre de mi madre
ante la luz desaparece.
El sueño de mi letra antigua
tatuado en espera del mundo
se borró a la crecida del tiempo.
Colores, tactos, huellas
cayeron bajo túmulos de nieve.
Sólo murmullos a deshora
afloran hoy del fondo,
visiones en eclipse, indescifrables
que envuelve el vaho de los espejos.
Los ojos buscan en el aire
el espacio donde el alma flotaba
y se pierden detrás de su senda.
Lo que escribí en el vientre de mi madre
quizás no fue sino una flor
porque más hiere cuando desvanece.
Una flor viva que no tiene recuerdo.
Finché gira la terra
Lascia che ti ami finché gira la terra
e gli astri inclinino i loro crani azzurri
sulla rosa dei venti.
Fluttuando, a bordo di questo giorno
in cui per caso, per un istante,
ci siamo svegliati così vicini.
Avrei potuto vivere in un altro regno,
in un altro mondo,
a molte leghe dalle tue mani, dal tuo sorriso,
su un pianeta remoto, irraggiungibile.
Avrei potuto nascere secoli fa
quando in nulla esistevi
e nelle mie ansie d’orizzonte
presagirti nei sogni del futuro,
ma le mie ossa a quest’ora
sarebbero già alberi o pietre.
Non fu ieri né sarà domani, in un altro tempo,
in un altro spazio, né accadrà mai più,
benché l’eternità trucchi i suoi dadi
a favore della mia sorte.
Lascia che ti ami finché la terra
continui a gravitare al ritmo dei suoi astri
e in ogni minuto ci sorprenda
questo fragile miracolo d’essere vivi.
Non abbandonarmi fino a che essa non si fermi.
Mientras gire al tierra
Déjame que te ame mientras gire la tierra
y los astros inclinen sus cráneos azules
sobre la rosa de los vientos.
Flotando, a bordo de este día
en que al azar, por un instante,
despertamos tan cerca.
Pude vivir en otro reino, en otro mundo,
a muchas leguas de tus manos, de tu risa,
en un planeta remoto, inalcanzable.
Pude nacer hace ya siglos
cuando en nada existías
y en mis angustias de horizonte
adivinarte en sueños de futuro,
per mis huesos a esta hora
ya serían árboles o piedras.
No fue ayer ni mañana, en otro tiempo,
en otro espacio,
ni ocurrirá ya nunca,
aunque la eternidad cargue sus dados
a favor de mi suerte.
Déjame que te ame mientras la tierra siga
gravitando al compás de sus astros
y en cada minuto nos asombre
este frágil milagro de estar vivo.
No me abandones hasta que ella se detenga.
( Papiros amorosos, 2002 )
La casa
Nella donna, nel profondo del suo corpo
si costruisce la casa,
tra mormorii e silenzi.
Bisogna trasportare ombre di pietre,
impalcature leggere,
imitare gli uccelli.
Specialmente quando dorme
e nel sonno sorride
– livellare fino in fondo
senza svegliarla;
seguire il declino delle sue forme
i movimenti delle sue mani.
Sulle dune che coprono il suo sonno
in un paesaggio convulso,
bisogna innalzare alte pareti,
fondare contro la pioggia, contro il vento,
anni e anni.
Un gesto a volte fissa un muro,
da qualche sussurro nasce una finestra,
smontiamo erranti alla porta
e leghiamo il cavallo.
In fondo al suo corpo la casa ci attende
e la tavola apparecchiata con parole limpide
per vivere, forse per morire,
non lo sappiamo più,
perché entrando non si esce mai.
La casa
En la mujer, en lo profundo de su cuerpo
se construye la casa,
entre murmullos y silencios.
Hay que acarrear sombras de piedras,
leves andamios,
imitar a las aves.
Especialmente cuando duerme
y en el sueño sonríe
– nivelar hasta el fondo
no despertarla;
seguir el declive de sus formas
los movimientos de sus manos.
Sobre las dunas que cubren su sueño
en convulso paisaje,
hay que elevar altas paredes,
fundar contra la lluvia, contra el viento,
años y años.
Un ademán a veces fija un muro,
de algún susurro nace una ventana,
desmontamos errantes a la puerta
y atamos el caballo.
Al fondo de su cuerpo la casa nos espera
y la mesa servida con las palabras limpias
para vivir, tal vez para morir,
ya no sabemos,
porque al entrar nunca se sale.
( Alfabeto del mundo, 1986 )
Addio al secolo XX
Attraverso via Marx, via Freud;
cammino lungo un margine di questo secolo,
lento, insonne, cavilloso,
spia ad honorem di qualche regno gotico,
raccogliendo vocali cadute, piccoli ciottoli
tatuati di un mormorio infinito.
La linea di Mondrian davanti ai miei occhi
continua a tagliare la notte in ombre rette
ora che non entra più solitudine
nelle pareti di vetro.
Attraverso via Mao, via Stalin;
guardo l’istante in cui muore un millennio
e un altro sporge il suo dominio terrestre.
Il mio secolo verticale e pieno di teorie…
Il mio secolo con le sue guerre, i suoi dopoguerra
e il suo tamburo di Hitler laggiù lontano,
tra sangue e abisso.
Proseguo tra le pietre dei vecchi sobborghi
per un bicchiere, per un po’ di jazz,
contemplando gli dèi che dormono dissolti
nella segatura dei bar,
mentre ne decifro i nomi al passaggio
e continuo il mio cammino.
Adiós al siglo XX
Cruzo la calle Marx, la calle Freud;
ando por una orilla de este siglo,
despacio, insomne, caviloso,
espía ad honorem de algún reino gótico,
recogiendo vocales caídas, pequeños guijarros
tatuados de rumor infinito.
La línea de Mondrian frente a mis ojos
va cortando la noche en sombras rectas
ahora que ya no cabe más soledad
en las paredes de vidrio.
Cruzo la calle Mao, la calle Stalin;
miro el instante donde muere un milenio
y otro despunta su terrestre dominio.
Mi siglo vertical y lleno de teorías…
Mi siglo con sus guerras, sus posguerras
y su tambor de Hitler allá lejos,
entre sangre y abismo.
Prosigo entre las piedras de los viejos suburbios
por un trago, por un poco de jazz,
contemplando los dioses que duermen disueltos
en el serrín de los bares,
mientras descifro sus nombres al paso
y sigo mi camino.
( Adiós al siglo XX, 1992 )
Scrittura
Un giorno scriverò con le pietre,
misurando ciascuna delle mie frasi
dal suo peso, volume, movimento.
Sono stanco di parole.
Niente più matita: impalcature, teodoliti,
la nudità solare del sentimento
che tatua nel profondo delle rocce
la sua musica segreta.
Disegnerò con linee di ciottoli
il mio nome, la storia della mia casa
e la memoria di quel fiume
che passa sempre e indugia
nelle mie vene come un saggio architetto.
Con pietra viva scriverò il mio canto
in archi, ponti, dolmen, colonne,
davanti alla solitudine dell’orizzonte,
come una mappa che si apra davanti agli occhi
dei viaggiatori che non tornano mai.
Escritura
Alguna vez escribiré con piedras,
midiendo cada una de mis frases
por su peso, volumen, movimiento.
Estoy cansado de palabras.
No más lápiz: andamios, teodolitos,
la desnudez solar del sentimiento
tatuando en lo profundo de las rocas
su música secreta.
Dibujaré con líneas de guijarros
mi nombre, la historia de mi casa
y la memoria de aquel río
que va pasando siempre y se demora
entre mis venas como sabio arquitecto.
Con piedra viva escribiré mi canto
en arcos, puentes, dólmenes, columnas,
frente a la soledad del horizonte,
como un mapa que se abra ante los ojos
de los viajeros que no regresan nunca.
Finale senza fine
…E me ne andrò
J.R.J.
Quella che se ne andrà alla fine sarà la vita,
la stessa vita che ha condotto i nostri passi
senza tregua alla velocità del suo desiderio.
Si porterà via anche tutte le sue ore
e gli orologi che suonavano e il suono
e ciò che in essi è sempre restato nascosto
senza essere tempo né oltretempo…
Quando si deve partire – è la vita che se ne va,
lei e la sua musica veloce tra le mie vene
che mi percorre con canti remoti,
lei e la sua melodiosa geometria
che inventa gli scacchi di queste parole.
Di tutto ciò che guardo in questo istante
sarà la vita a partire per sempre o mai,
ovvero, quella che parte senza partire, quella che resta
e con essa il mio corpo notte e giorno,
seguendola nelle sue luci e nelle sue ombre…
Sì, forse nessuno s’allontana da questo mondo,
benché ciascuno s’estingua nel proprio momento.
– Ce ne andremo senza andar via,
nessuno resterà né se ne andrà,
proprio come abbiamo sempre vissuto
sulle sponde di questo sogno indecifrabile,
dove uno è e non è e nessuno sa nulla.
Final sin fin
…Y yo me iré
J.R.J.
La que se irá al final será la vida,
la misma vida que ha llevado nuestros pasos
sin tregua a la velocidad de su deseo.
Se llevará también todas sus horas
y los relojes que sonaban y el sonido
y lo que en ellos siempre estuvo oculto
sin ser tiempo ni trastiempo…
Cuando haya de partir – se irá la vida,
ella y su música veloz entre mis venas
que me recorre con remotos cánticos,
ella y su melodiosa geometría
que inventa el ajedrez de estas palabras.
De todo cuanto miro en este instante
será la vida la que parta para siempre o para nunca,
es decir, la que parta sin partir, la que se quede
y con ella mi cuerpo noche y día,
siguiéndolas en sus luces y sus sombras…
Si, tal vez nadie se aleje de este mundo,
aunque se extinga cada quien en su momento.
– Nos iremos sin irnos,
ninguno va a quedarse ni va a irse,
tal como siempre hemos vivido
a orillas de este sueño indescifrable,
donde uno está y no está y nadie sabe nada.
( Fábula del escriba, 2006 )
La poesia
La poesia attraversa la terra sola,
posa la sua voce sul dolore del mondo
e non chiede nulla
neppure parole.
Arriva da lontano e senza un’ora, non avvisa mai;
ha la chiave della porta.
Entrando si ferma sempre a guardarci.
Poi apre la sua mano e ci consegna
un fiore o un sassolino, qualcosa di segreto,
ma così intenso che il cuore palpita
troppo veloce. E ci svegliamo.
La poesía
La poesía cruza la tierra sola,
apoya su voz en el dolor del mundo
y nada pide
ni siquiera palabras.
Llega de lejos y sin hora, nunca avisa;
tiene la llave de la puerta.
Al entrar siempre se detiene a mirarnos.
Después abre su mano y nos entrega
una flor o un guijarro, algo secreto,
pero tan intenso que el corazón palpita
demasiado veloz. Y despertamos.
( Alfabeto del mundo, 1988 )