Tu puoi fare a pezzi una poesia per vederne la sua consistenza…
Ma ti ritrovi nel mistero dell’essere commosso dalle parole.
D. T.

Dylan Thomas nasce il 27 ottobre 1914 a Swansea, nel Galles, in un ambiente familiare in cui la parola e la letteratura hanno un ruolo centrale: il padre, insegnante di inglese, coltiva una profonda passione per la poesia e trasmette al figlio un precoce interesse per il linguaggio. Fin da giovane Thomas dimostra una sensibilità fuori dal comune verso il suono delle parole, più ancora che verso il loro significato immediato. Questa attenzione musicale al linguaggio diventerà uno dei tratti più distintivi della sua produzione. Non segue un percorso accademico tradizionale: lascia presto la scuola e lavora come giornalista, ma continua a scrivere poesie con disciplina quasi ossessiva, costruendo versi densi e ricchi di immagini.
La sua affermazione avviene negli anni Trenta, un periodo segnato da tensioni politiche e da una profonda crisi culturale in Europa. Tuttavia, Thomas rimane in gran parte estraneo alle poetiche impegnate o esplicitamente politiche che caratterizzano molti dei suoi contemporanei. La sua poesia non si propone di descrivere direttamente la realtà sociale, ma di esplorare dimensioni più profonde e universali dell’esperienza umana: la nascita, la morte, il tempo, la memoria, il desiderio. Questo distacco da una funzione civile della poesia non significa isolamento, ma piuttosto una scelta consapevole di privilegiare un linguaggio simbolico e visionario.
Le prime raccolte mostrano già una straordinaria maturità espressiva. I testi sono costruiti attraverso un intreccio fitto di metafore, spesso ardite, che trasformano elementi naturali e corporei in simboli di processi vitali e cosmici. Il corpo umano, la natura e il ciclo della vita sono continuamente messi in relazione, come se ogni individuo fosse parte di un organismo più grande e misterioso. La poesia di Thomas è infatti profondamente organica: ogni immagine sembra nascere da un’altra, in un processo di continua trasformazione.
Uno degli aspetti più affascinanti della sua scrittura è la tensione tra ordine e caos. Da un lato, i suoi versi appaiono estremamente controllati, costruiti con grande attenzione alla struttura sonora e ritmica; dall’altro, il contenuto sembra spesso fluido, sfuggente, attraversato da immagini che si susseguono senza una logica immediatamente evidente. Questo contrasto crea un effetto ipnotico, in cui il lettore è coinvolto più a livello sensoriale che razionale. La poesia non si offre come un messaggio da decifrare, ma come un’esperienza da attraversare.
Il tema del tempo è centrale nella sua opera. Thomas non lo concepisce come una linea retta, ma come un ciclo continuo in cui nascita e morte sono inseparabili. In molte poesie, la vita è già intrisa della sua fine, e la morte appare come una trasformazione piuttosto che come una cessazione. Questo modo di pensare si traduce in immagini di straordinaria intensità, in cui elementi opposti convivono: luce e oscurità, crescita e dissoluzione, innocenza e corruzione. La poesia diventa così uno spazio in cui gli opposti si riconciliano, anche se solo momentaneamente.
Un altro elemento fondamentale è il rapporto con l’infanzia. Thomas non la rappresenta come un’età semplicemente felice o nostalgica, ma come un tempo carico di energia primordiale e di percezioni amplificate. L’infanzia è il momento in cui il mondo appare ancora misterioso e carico di significati nascosti. Tuttavia, questa dimensione è sempre vista alla luce della sua perdita: la memoria dell’infanzia è attraversata da una consapevolezza dolorosa del tempo che passa. In questo senso, la sua poesia può essere letta anche come un tentativo di recuperare, attraverso il linguaggio, quella intensità originaria dell’esperienza.
Durante la Seconda guerra mondiale, Thomas lavora anche per la radio, scrivendo testi che mostrano una diversa modalità espressiva. In queste opere emerge una maggiore attenzione alla narrazione e alla dimensione collettiva, pur mantenendo la sua tipica ricchezza linguistica. Il suo lavoro radiofonico contribuisce a rendere la sua voce più accessibile, senza però semplificare la complessità del suo stile.
La sua vita personale è segnata da eccessi e instabilità. Il rapporto con l’alcol, le difficoltà economiche e una certa irregolarità nei ritmi di lavoro contribuiscono a costruire un’immagine quasi leggendaria del poeta, ma non devono oscurare la disciplina e la serietà con cui affronta la scrittura. Dietro l’apparente spontaneità dei suoi versi si nasconde infatti un lungo lavoro di revisione e di costruzione formale.
Negli ultimi anni, Thomas raggiunge una grande popolarità, soprattutto grazie alle sue letture pubbliche, in cui la sua voce profonda e il suo modo teatrale di interpretare i testi affascinano il pubblico. La dimensione orale è fondamentale nella sua poesia: i versi sono pensati per essere ascoltati, e la loro musicalità si rivela pienamente solo attraverso la voce. Questo aspetto lo avvicina a una tradizione antica, in cui la poesia era prima di tutto suono e ritmo.
La sua morte, avvenuta nel 1953 a New York, interrompe una carriera che avrebbe potuto svilupparsi ulteriormente, ma contribuisce anche a fissare la sua figura in una dimensione quasi mitica. Nonostante la brevità della sua vita, l’opera di Thomas esercita un’influenza duratura, soprattutto per la sua capacità di rinnovare il linguaggio poetico senza aderire a movimenti specifici.
Dal punto di vista stilistico, la sua poesia si distingue per una densità lessicale straordinaria. Le parole sono scelte non solo per il loro significato, ma per il loro suono, la loro energia interna, la loro capacità di evocare immagini multiple. Questo uso del linguaggio crea una sorta di “sovraccarico” semantico, in cui ogni verso può essere interpretato in diversi modi. La difficoltà che ne deriva non è un limite, ma una caratteristica essenziale: il lettore è chiamato a partecipare attivamente alla costruzione del senso.
La metafora è lo strumento principale di questa costruzione. Tuttavia, non si tratta di metafore decorative o illustrative: esse funzionano come veri e propri meccanismi di pensiero, che mettono in relazione ambiti diversi dell’esperienza. Il corpo umano può diventare un paesaggio, la natura può assumere caratteristiche umane, e così via. Questo continuo slittamento tra piani diversi crea un effetto di straniamento, ma anche una percezione più profonda dell’unità del reale.
Un altro elemento importante è il ritmo. Thomas utilizza una varietà di schemi metrici, spesso combinando tradizione e innovazione. Il risultato è una musica complessa, in cui allitterazioni, assonanze e ripetizioni contribuiscono a creare un tessuto sonoro molto ricco. Il ritmo non è solo un elemento formale, ma parte integrante del significato: esso guida la lettura e influisce sulla percezione delle immagini.
L’analisi della sua opera non può prescindere dal considerare la dimensione simbolica. Molte delle sue immagini non hanno un significato univoco, ma funzionano come nodi di senso che si aprono a diverse interpretazioni. Questo rende la sua poesia particolarmente adatta a letture sempre nuove, in cui ogni ritorno al testo può rivelare aspetti prima non percepiti. La sua scrittura resiste a una spiegazione definitiva, e proprio in questa resistenza risiede gran parte del suo fascino.
In conclusione, la poesia di Dylan Thomas rappresenta un caso unico nel panorama del Novecento. Pur dialogando con le avanguardie e con la tradizione, essa mantiene una forte autonomia, costruendo un universo linguistico inconfondibile. La sua capacità di fondere musicalità, immaginazione e riflessione esistenziale fa sì che la sua opera continui a essere letta e studiata, non come un semplice documento storico, ma come un’esperienza viva e attuale.
Cenni critici-biografici e traduzioni di Emilio Capaccio
Immagine della foresta
Quest’ora serale è calma e strana nella foresta,
intagli di verdi cupole gli alberi sul sentiero,
davanti a me infinite isole d’ombra silenziose,
appesantita dall’età l’estate s’addossa all’autunno.
Matura è tutta la terra. Non c’è movimento
per le lunghe baie azzurre ove quei promontori annuvolati
s’assonnano al bagliore del tramonto sbiadito;
tutte le cose riposano nel volere d’un fine trionfante.
I contorni fondendosi in una vaga immensità svaniscono,
più cupa si fa la verde oscurità, più fondo il crepuscolo:
udite! una voce e una risata—viventi e amanti
per questi viali fantastici vanno come ombre.
Forest picture
Calm and strange is this evening hour in the forest,
Carven domes of green are the trees by the pathway,
Infinite shadowy isles lie silent before me,
Summer is heavy with age, and leans upon Autumn.
All the land is ripe. There is no motion
Down the long bays of blue that those cloudy headlands
Sleep above in the glow of a fading sunset;
All things rest in the will of purpose triumphant.
Outlines melting into a vague immensity
Fade, the green gloom grows darker, and deeper the dusk:
Hark! a voice and laughter-the living and loving
Down these fantastic avenues pass like shadows.
( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
Clown sulla luna
Le mie lacrime come il calmo vorticare
di petali d’una magica rosa;
e il mio dolore, tutto, fluisce dalla frattura
di cieli e nevi non ricordati.
Penso che se sfiorassi la terra,
si sbriciolerebbe;
è così triste e bella,
così tremantemente simile a un sogno.
Clown in the moon
My tears are like the quiet drift
Of petals from some magic rose;
And all my grief flows from the rift
Of unremembered skies and snows.
I think, that if I touched the earth,
It would crumble;
It is so sad and beautiful,
So tremulously like a dream
( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
Sono venuto a prendere la tua voce
Sono venuto a prendere la tua voce,
le tue note costruite che vengono alla gola
con gesti asciutti, meccanici,
a prendere il raggio
benché così dritto e inflessibile;
e poi, quando aprirò la bocca,
vi entrerà la luce con linea decisa
e poi a prendere la notte
che s’inoltra nella sua grotta oscura su ali feroci.
O, bocca d’aquila
sono venuto a spennarti,
portarti via il tuo esotico piumaggio,
sebbene la tua rabbia non sia cosa lieve,
portarti dove sono,
dove il gelo non potrà calare,
né petali d’alcun fiore cadere.
I have come to catch your voice
I have come to catch your voice
Your constructed notes going out of the throat
With dry, mechanical gestures,
To catch the shaft
Although it is so straight and unbending;
Then, when I open my mouth,
The light will come in an unwavering line.
Then to catch night
Wading through her dark cave on ferocius wings.
Oh, eagle-mouthed,
I have come to pluck you,
And take away your exotic plumage,
Although your anger is not a slight thing,
Take you into my own place
Where the frost can never fall,
Nor the petals of any flower drop.
( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
Lasciatemi fuggire
Lasciatemi fuggire,
essere libero, (vento per il mio albero e acqua per il mio fiore),
vivere per me stesso,
e affogare in me gli dèi,
o schiacciare le loro teste di vipera sotto il mio piede.
Non c’è spazio, non c’è spazio, voi dite,
ma dentro non mi terrete,
benché la vostra gabbia sia forte.
La mia forza fiaccherà la vostra;
squarcerò la vostra nuvola oscura
per vedere da me il sole,
pallido e putrefatto, un’orribile escrescenza.
Let me escape
Let me escape,
Be free, (wind for my tree and water for my flower),
Live self for self,
And drown the gods in me,
Or crush their viper heads beneath my foot.
No space, no space, you say,
But you’ll not keep me in
Although your cage is strong.
My strength shall sap your own;
I’ll cut through your dark cloud
To see the sun myself,
Pale and decayed, an ugly growth.
( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
Tempo sufficiente a marcire
Tempo sufficiente a marcire;
lancia in alto
la tua palla dorata di sangue;
respira contro l’aria,
soffiando avanti e indietro la fiamma di luce,
senza attrarre il bacio del tuo risucchio.
La polvere fine della tua bocca
troverà amore controcorrente,
e sfonderà l’oscurità;
è acre nelle strade;
una strega di carta sulla scopa solforata
vola dai bassifondi.
Chi è immobile s’indurisce,
il movimento fruttifica;
la mela del viandante è nera come il peccato;
le acque della sua mente si ritirano.
Allora lascia nuotare la tua testa,
perché hai un mare in cui giacere.
Time enough to rot
Time enough to rot;
Toss overhead
Your golden ball of blood;
Breathe against air,
Puffing the light’s flame to and fro,
Not drawing in your suction’s kiss.
Your mouth’s fine dust
Will find such love against the grain,
And break through dark;
It’s acrid in the streets;
A paper witch upon her sulphured broom
Flies from the gutter.
The still go hard,
The moving fructify;
The walker’s apple’s black as sin;
The waters of his mind draw in.
Then swim your head,
For you’ve a sea to lie.
( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
Concepite queste immagini nell’aria
Concepite queste immagini nell’aria,
avvolgetele nella fiamma, sono mie;
poggiatele sul granito,
lasciate che due pietre smorte siano grigie,
o formate di sabbia
filtrino via attraverso il pensiero,
nell’acqua o nel metallo,
scorrendo e fondendosi sotto la calce.
Intagliatele nella roccia,
così per non essere sfregiate,
s’induriscono e riprendono forma
come segni che non ho portato
a uno stato più lieve
con punta d’amore o dal rosso calore della mia mano.
Conceive these images in air
Conceive these images in air,
Wrap them in flame, they’re mine;
Set against granite,
Let the two dull stones be grey,
Or, formed of sand,
Trickle away through thought,
In water or in metal,
Flowing and melting under lime.
Cut them in rock,
So, not to be defaced,
They harden and take shape again
As signs I’ve not brought down
To any lighter state
By love-tip or my hand’s red heat.
( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
C’è tanto al mondo
C’è tanto al mondo che non muore,
e molto che vive per soccombere,
che sorge e poi cade, germoglia ma appassisce;
il sole della stagione, pur conoscendo il suo tramonto
fino all’istante dell’arrivo del buio,
la morte scruta e vede con grande apprensione
una costola di cancro sul cielo fluido.
Ma noi, rinchiusi nelle dimore della mente,
rimuginiamo su ogni pianta da serra
che vomita attorno le sue foglie senza linfa,
e guardiamo incessantemente la mano del tempo
consumare il mondo,
chiusi nel manicomio chiediamo aria fresca da respirare.
C’è tanto che soccombe;
il tempo non può guarire né resuscitare;
eppure, folli di sangue giovane o segnati dall’età,
siamo sempre riluttanti a separarci da ciò che resta,
sentendo il vento sulla testa che non ci rinfresca,
e sulle labbra la bocca arida della pioggia.
There’s plenty in the world
There’s plenty in the world that doth not die,
And much that lives to perish,
That rises and then falls, buds but to wither;
The season’s sun, though he should know his setting
Up to the second of the dark coming,
Death sights and sees with great misgiving
A rib of cancer on the fluid sky.
But we, shut in the houses of the brain,
Brood on each hothouse plant
Spewing its sapless leaves around,
And watch the hand of time unceasingly
Ticking the world away,
Shut in the madhouse call for cool air to breathe.
There’s plenty that doth die;
Time cannot heal nor resurrect;
And yet, mad with young blood or stained with age,
We still are loth to part with what remains,
Feeling the wind about our heads that does not cool,
And on our lips the dry mouth of the rain.
( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
La gioventù chiama l’età
Anche tu hai visto il sole come un uccello di fuoco,
calpestare nuvole nel cielo dorato;
l’invidia dell’uomo hai conosciuto e il suo debole desiderio,
hai amato e perduto.
Tu, che sei vecchio, come me hai amato e perduto
tutto ciò che è bello ma nato per morire;
hai tracciato i tuoi segni nel gelo che corre in fretta.
E hai camminato di notte sulle colline,
hai scoperto la testa sotto il cielo vivo,
quando a mezzogiorno sei entrato nella luce,
conoscendo la mia stessa gioia.
Pur essendoci anni tra noi, non contano;
attraverso gli anni stanchi la gioventù chiama l’età:
«Cosa hai trovato», grida, «cosa hai cercato?»
«Quello che hai trovato», risponde l’età tra le lacrime,
«Quello che hai cercato».
Youth calls to age
You too have seen the sun a bird of fire
Stepping on clouds across the golden sky,
Have known man’s envy and his weak desire,
Have loved and lost.
You, who are old, have loved and lost as I
All that is beautiful but born to die,
Have traced your patterns in the hastening frost.
And you have walked upon the hills at night,
And bared your head beneath the living sky,
When it was noon have walked into the light,
Knowing such joy as I.
Though there are years between us, they are naught;
Youth calls to age across the tired years:
‘What have you found’, he cries, ‘what have you sought?’
‘What you have found’, age answers through his tears,
‘What you have sought’.
( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
Sei tu il sovrano di questo regno di carne
Sei tu il sovrano di questo regno di carne,
e questo colle d’ossa e di capelli
si muove al Maometto della tua mano.
Ma tutta questa terra emana un fetore carnale,
il vento puzza di poveri morti ammutoliti
che gli anfratti accolgono ed occultano.
Tu domini il cuore che tonfa e morde il fianco;
il cuore obbedisce al dito della morte,
il cervello agisce secondo i morti legali.
Perché dovrei pensare alla morte se tu sei a governare?
Tu sei il sovrano della mia carne che tradisco,
ospitando la morte nel tuo regno,
prestando attenzione alla voce assetata.
Condannami a un eterno confronto
con gli occhi morti dei bambini
e i loro fiumi di sangue tramutati in ghiaccio.
You are the ruler of this realm of flesh
You are the ruler of this realm of flesh,
And this hill of bone and hair
Moves to the Mahomet of your hand.
But all this land gives off a charnel stench,
The wind smacks of the poor
Dumb dead the crannies house and hide.
You rule the thudding heart that bites the side;
The heart steps to death’s finger,
The brain acts to the legal dead.
Why should I think on death when you are ruler?
You are my flesh’s ruler whom I treason,
Housing death in your kingdom,
Paying heed to the thirsty voice.
Condemn me to an everlasting facing
Of the dead eyes of children
And their rivers of blood turned to ice.
( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
Il sole arde il mattino
Il sole arde il mattino, nel cervello una selva;
sul fiume la luna si spinge ed evoca i morti;
qui, nel mio deserto, a vagare è il sangue;
e sulla fronte fa un segno il sudore,
e piangente il cuore è inchiodato sul fianco.
Qui è un universo allevato nelle ossa,
qui è un salvatore a cantare come un uccello,
qui la notte dà rifugio e qui brillano le stelle,
qui dice la prima parola un bimbo mansueto
nella stalla sottopelle.
Sotto le costole navigano il sole e la luna;
una croce sul petto del bambino è tatuata,
e sul cranio è cucita una spina scarlatta;
una madre in travaglio due volte paga il dolore,
una per il figlio, una per quello della Vergine.
The sun burns the morning
The sun burns the morning, a bush in the brain;
Moon walks the river and raises the dead;
Here in my wilderness wanders the blood;
And the sweat on the brow makes a sign,
And the wailing heart’s nailed to the side.
Here is a universe bred in the bone,
Here is a saviour who sings like a bird,
Here the night shelters and here the stars shine,
Here a mild baby speaks his first word
In the stable under the skin.
Under the ribs sail the moon and the sun;
A cross is tatooed on the breast of the child,
And sewn on his skull a scarlet thorn;
A mother in labour pays twice her pain,
Once for the Virgin’s child, once for her own.
( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
Qui giacciono le bestie
Qui giacciono le bestie dell’uomo e qui banchetto io,
disse il morto,
e silenziosamente mungo il petto del diavolo.
Qui sgorgano i veleni silenziosi del suo sangue,
qui s’attacca la carne da sfasciare dal suo fianco.
L’inferno è nella polvere.
Qui giace la bestia dell’uomo e qui gli angeli suoi,
disse il morto,
e silenziosamente mungo i fiori sotterrati.
Qui gocciola un miele silenzioso nel mio sudario,
qui scivola il fantasma che del letto mio scialbo ha fatto
la casa del cielo.
Here lie the beasts
Here lie the beasts of man and here I feast,
The dead man said,
And silently I milk the devil’s breast.
Here spring the silent venoms of his blood,
Here clings the meat to sever from his side.
Hell’s in the dust.
Here lies the beast of man and here his angels,
The dead man said,
And silently I milk the buried flowers.
Here drips a silent honey in my shroud,
Here slips the ghost who made of my pale bed
The heaven’s house.
( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
Quando il tuo moto furioso
Quando il tuo moto furioso si sarà placato,
e il tuo clamore si sarà quietato,
e quando la luminosa ruota della tua voce si fermerà,
il tuo passo resterà sospeso, sul punto di cadere.
Così vibrerà la tua voce
e la sua lama inciderà la superficie,
così l’oscura trama dei tuoi capelli
fluirà inquieta alle tue spalle.
Questo fiore ponderoso
che s’inclina da un lato,
ha gravato stranamente su di te
finché non hai potuto più sostenerlo
e ti sei piegata sotto di esso,
mentre le sue conchiglie violacee si spezzavano e si dischiudevano.
Quando te ne sarai andata
il profumo del grande fiore rimarrà,
disegnando il suo dolce sentiero più chiaro di prima.
premi, premi, e stringi con fermezza;
non lo lascerai andare;
incatena la voce potente
e afferra l’inesorabile canto,
o scaglialo, pietra dopo pietra,
nel cielo.
When your furious motion
When your furious motion is steadied,
And your clamour stopped,
And when the bright wheel of your turning voice is stilled.
Your step will remain about to fall.
So will your voice vibrate
And its edge cut the surface,
So, then, will the dark cloth of your hair
Flow uneasily behind you.
This ponderous flower
Which leans one way,
Weighed strangely down upon you
Until you could bear it no longer
And bent under it,
While its violet shells broke and parted.
When you are gone
The scent of the great flower will stay,
Burning its sweet path clearer than before.
Press, press, and clasp steadily;
You shall not let go;
Chain the strong voice
And grip the inexorable song,
Or throw it, stone by stone,
Into the sky.
( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
I loro volti risplendevano sotto uno splendore
I loro volti risplendevano sotto uno splendore
di luce mista di luna e lampioni
che trasformava i baci vuoti in significato,
l’isola d’un amore da quattro soldi
in un paese prezioso,
le tombe che li confinavano a pozzi di calore,
(e scheletri avevano linfa). Per un minuto
i loro volti risplendevano; la pioggia di mezzanotte
pendendo appuntita nel vento,
prima che la luna si spostasse e la linfa finisse,
lei, col suo vestito banale, dicendo parole banali,
e lui rispondendo,
senza sapere che lo splendore era apparso e svanito.
I suicidi sfilano ancora, ormai pronti a morire.
Their faces shone under some radiance
Their faces shone under some radiance
Of mingled moonlight and lamplight
That turned the empty kisses into meaning,
The island of such penny love
Into a costly country, the graves
That neighboured them to wells of warmth,
(And skeletons hap sap). One minute
Their faces shone; the midnight rain
Hung pointed in the wind,
Before the moon shifted and the sap ran out,
She, in her cheap frock, saying some cheap thing,
And he replying,
Not knowing radiance came and passed.
The suicides parade again, now ripe for dying.
( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
Qui in questa primavera
Qui in questa primavera, nel vuoto fluttuano stelle;
qui in quest’inverno ornamentale
scroscia nudo il tempo;
quest’estate sotterra un uccello di primavera.
Simboli sono scelti dal lento ruotare
degli anni sulle coste di quattro stagioni,
in autunno insegnano fuochi di tre stagioni
e note di quattro uccelli.
Dovrei riferire l’estate dagli alberi, i vermi
riferiscono, semmai, i temporali dell’inverno
o il funerale del sole;
dovrei apprendere la primavera dal cucù,
e la lumaca insegnarmi distruzione.
Un verme riferisce l’estate meglio dell’orologio,
vivente calendario di giorni è la lumaca;
cosa mi si riferisce se un insetto senza tempo
dice che il mondo si sgretola via?
Here in this spring
Here in this spring, stars float along the void;
Here in this ornamental winter
Down pelts the naked weather;
This summer buries a spring bird.
Symbols are selected from the years’
Slow rounding of four seasons’ coasts,
In autumn teach three seasons’ fires
And four birds’ notes.
I should tell summer from the trees, the worms
Tell, if at all, the winter’s storms
Or the funeral of the sun;
I should learn spring by the cuckooing,
And the slug should teach me destruction.
A worm tells summer better than the clock,
The slug’s a living calendar of days;
What shall it tell me if a timeless insect
Says the world wears away?
( Collected Poems 1934–1952 )
Quasi estate
Quasi estate, e il diavolo
ancora viene a trovare i suoi poveri parenti;
se non in persona, manda il suo male senza fine
per messaggeri, nel volo degli uccelli
che scrive nel cielo le notizie diaboliche,
le grida delle stagioni, piene delle sue allusioni.
Ora ha tutto il campo, gli dei sono partiti
e non possono contare i semi che ha seminato;
la legge permette
le sue baldorie selvagge, e le sue labbra
pronte all’orecchio attento
per sussurrare, quando vuole, la guerra dei sensi
o diffondere il pettegolezzo dei sensi.
Il diavolo benvenuto arriva come ospite,
aggranfia il meglio – lo splendore del corpo –
vìola, lascia perduto (l’amante!)
e conta sul pugno
tutto ciò che ha raccolto in meraviglia.
Il diavolo benvenuto viene invitato,
sospettoso, ma presto la diffidenza svanisce.
Essi gridano per essere presi, e il diavolo rompe
tutto ciò che non è già rotto,
lasciandolo tra bicchieri e mozziconi di sigarette.
Nearly summer
Nearly summer, and the devil
Still comes visiting his poor relations,
If not in person sends his unending evil
By messengers, the flight of birds
Spelling across the sky his devil’s news,
The seasons’ cries, full of his intimations.
He has the whole field now, the gods departed
Who cannot count the seeds he sows,
The law allows
His wild carouses, and his lips
Poised at the ready ear
To whisper, when he wants, the senses’ war
Or lay the senses’ rumour.
The welcome devil comes as guest,
Steals what is best-the body’s splendour –
Rapes, leaves for lost (the amorist!),
Counts on his fist
All he has reaped in wonder.
The welcome devil comes invited,
Suspicious but that soon passes.
They cry to be taken, and the devil breaks
All that is not already broken,
Leaves it among the cigarette ends and the glasses.
( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )