SPENDERSI
I
ci sono state altre vite mie
immaginate sempre in grandi assenze
e quando le riguardo tutte in fila
le volte che mi soffermo a leggerle
vi trovo manifesti di intenzioni e confidenze
non devo essermi laureato varie volte in una
ma diventato cercatore d’oro o ferroviere
ho anche scalpellato marmo nelle cave
ho seppellito dei corpi e delle asce
e poi sono stato giardiniere del re
specializzato naturalmente in rose
in tutti questi e in altri talenti e gesti
in tutte le altre pose a pensatore
a uomo d’azione che si spende in cause
vinte o soprattutto perse non importa
in tutte quelle cose c’eri
mi correvi dentro
come proprio il significato stesso
dei significati.
.
II
la lingua eri che si apre un varco tra i denti
e percorre la fessura della bocca non ancora schiusa
così da definire l’interna percezione
di come siamo ottusi nel crederci morti
di come siamo muti nel parlare attraverso i sogni
fino a quando articoliamo con dolore le parole
la mano eri quella di un altro io in un altro dove
che non si fa e non si disfa ma tratteggia
disegna strade case interni alberi
e possibilità di essere lì trasognati
essere in quella donna che passeggia sola
nel finanziere che esce indaffarato e indugia
eri nel vedere la foglia impertinente
appiccicata all’abito autunnale
in quel bambino che fatica a tenere il passo
quel passo dell’adulto che non lo rassicura
III
eri tu come un me virato ad altro senso
che percorre un’ ulteriore strada inaccessibile
e in un amore eri
(in un amore in fondo si è)
perfino nel suo odore
in un amore pensato come mai nato
insomma eri in tutte le somme e le divisioni
che si fanno alle ascisse degli incroci
in una città vagamente ortogonale
coi semafori sempre gialli alle ordinate
dove traccheggiano sui marciapiedi
musicisti spacciatori e tirapiedi
IV
avendo avuto una vita che non vissi
nemmeno in un passato straremoto
semplicemente in quel passato trafugato
mi divenne essa stessa un accidente
e neppure un futuro benpensato avevo in mente
(un tempo incosato curvo su sè stesso non lo possedevo)
avevo dunque un presente complesso
talmente ingarbugliato e imperfetto
talmente condizionato e tale che
tutti gli altri tempi erano ridotti a un minimo
di pura e incausata sussistenza
ero stato figlio di un non ricordo qual maestro
e genitore disattento di altre domande evase
che si erano sparse per l’universo mondo
creando altri universi per corrispondenza
e solo poco diversamente orientati
diretti verso altri mondi controversi
e chiamavamo tutta questa cosa amore
come chi voglia risolvere una definizione
nel puro giocoforza di cosarla
ma seppure fossi stato dotato di malizia
non sarei riuscito a richiamarla in altro modo
mentre altri pur non chiamandola
la sentivano arrivare e ne venivano ghermiti
alcuni nel sonno altri nel loro gioco di sempre
la vita di giorno in giorno su ogni giorno avvitata
come sopra a un sovraesposto pudore
V
eccomi al dolore
si direbbe quindi quello di vivere
ma non è vero
fa male quello di essere
ed è un dolore ben più articolato
con diversi sostantivi
aggettivato e supposto come animato
un dolore luminoso fuggito dal plesso solare
con quei raggi disposti a filo spinato
costruito intorno a un edificio senza risposte
senza forma e con le finestre murate
e nel dolore tu eri
perfino lì dentro
e non eri tu il dolore
ma appunto di nuovo
il suo strano significato.
Francesco Tontoli
L’identità come possibilità, l’amore come significato dell’esistere
“Spendersi”, intenso poemetto di Francesco Tontoli, si presenta come un’intensa esplorazione dell’identità, del tempo e dell’amore, condotta attraverso un’abilissima scrittura a cui l’autore ci ha abituati e che intreccia immagini concrete e riflessioni esistenziali. Nei cinque movimenti che lo compongono, la voce poetica ripercorre le vite che avrebbe potuto vivere, le esistenze rimaste allo stato di possibilità, gli amori immaginati o mai nati, fino a confrontarsi con il dolore più radicale: non tanto quello di vivere, quanto quello di essere. Già il titolo costituisce la prima chiave interpretativa dell’opera. “Spendersi” suggerisce l’idea di un’esistenza consumata nell’azione, nella ricerca di un senso che comporta la progressiva dispersione dell’io nelle esperienze e nelle relazioni possibili che avrebbero potuto avere luogo. Nel primo movimento il poeta si immagina in una successione di identità differenti: cercatore d’oro, ferroviere, scalpellino, giardiniere del re, fantasie autobiografiche e figure attraverso le quali l’io esplora la vastità delle proprie possibilità. Ogni mestiere rappresenta una diversa forma di esperienza, un modo alternativo di abitare il mondo e di conferirgli significato. Particolarmente suggestiva è l’immagine di chi ha «seppellito dei corpi e delle asce», che evoca la memoria di qualcuno che non c’è più ma che continua ad abitare il cuore e delle asce, intese forse come simbolo di lotta e di resistenza. A conferire unitarietà a queste vite immaginate appare una presenza, una persona amata, che conferisce coerenza alle esperienze vissute, «in tutte quelle cose c’eri / mi correvi dentro / come proprio il significato stesso / dei significati». L’amore diviene una forma di conoscenza, non necessariamente una risposta, ma la possibilità di attribuire un senso alle molteplici direzioni della vita. Nel secondo movimento, si sviluppa una poesia della percezione, la presenza dell’altro si manifesta nella lingua, nella mano, negli oggetti e negli incontri quotidiani. Il mondo viene osservato attraverso dettagli minimi: una donna che passeggia da sola, un finanziere che esce indaffarato, una foglia attaccata a un abito autunnale, un bambino che fatica a tenere il passo dell’adulto. Sono immagini apparentemente marginali, in cui però si riconosce una possibilità di appartenenza. L’io non è più soltanto ciò che è stato o che sarebbe potuto essere; è anche ciò che riesce a percepire delle esistenze altrui. In questa prospettiva, la poesia suggerisce che comprendere sé stessi significhi uscire dai confini della propria individualità, riconoscendosi anche negli altri. La realtà diventa un luogo di continue identificazioni, in cui ogni incontro può aprire la strada verso un’esistenza alternativa. Il terzo movimento approfondisce il tema dell’altro: «eri tu come un me virato ad altro senso», l’altro viene percepito come una variazione dell’io, una possibilità di sé trasposta in una direzione differente. Il riferimento all’amore «pensato come mai nato» introduce l’idea di un amore mancato, immaginato o rimasto sospeso ma che comunque può esercitare la sua presenza concreta nella coscienza. «La città vagamente ortogonale», con i suoi «semafori sempre gialli alle ordinate», traduce questa condizione interiore in una geografia simbolica. Gli incroci, le coordinate e le strade rimandano alla necessità di orientarsi in uno spazio esistenziale che non offre indicazioni definitive. Perfino il giallo permanente dei semafori suggerisce una sospensione continua tra il procedere e il fermarsi, tra la decisione e l’incertezza. La città diventa così il correlativo di una coscienza che vive costantemente sulla soglia delle proprie possibilità. È nel quarto movimento che la riflessione raggiunge il suo maggiore grado di complessità. Il tempo perde la sua consueta linearità: il passato non è più soltanto ciò che è accaduto, ma anche ciò che sarebbe potuto essere e non è stato; il presente diventa il luogo confuso in cui le possibilità non realizzate continuano a esercitare la propria pressione; il futuro non costituisce un orizzonte di attese. Il verso «avendo avuto una vita che non vissi» esprime con particolare efficacia questa condizione. La vita mancata non viene collocata in un altrove puramente fantastico, ma si insinua nel presente e continua a condizionarlo. La sua assenza diventa paradossalmente una forma di presenza Le domande evase si disperdono per l’universo e generano altri universi, una proliferazione di possibilità, di destini alternativi che procedono lungo direzioni differenti. Il tentativo di racchiudere una realtà tanto complessa in una sola parola rivela il limite del linguaggio, ma anche la necessità di definire ed etichettare tutto, quando il poeta scrive: «e chiamavamo tutta questa cosa amore». Il quinto movimento si apre con la drammatica conclusione: «Eccomi al dolore». Ma il poeta corregge immediatamente la propria affermazione: non è proprio il dolore di vivere a ferire, bensì «quello di essere». La distinzione introduce una dimensione ontologica che va oltre la sofferenza legata a circostanze particolari. Il dolore nasce dalla stessa condizione dell’esistenza, dalla difficoltà di coincidere pienamente con sé stessi. Anche l’immagine del «dolore luminoso», con i raggi disposti «a filo spinato», esprime efficacemente questa ambivalenza. La luce, tradizionalmente associata alla conoscenza e alla rivelazione, diventa qui una forza che ferisce. Ciò che illumina non necessariamente libera; può, al contrario, rendere più evidente l’impossibilità di raggiungere una risposta definitiva. L’edificio senza forma, privo di risposte e con le finestre murate, rappresenta uno spazio interiore chiuso, nel quale la ricerca di senso sembra arrestarsi davanti a un limite invalicabile. Eppure, anche in questo luogo, la presenza evocata continua a esistere, non coincide con il dolore, ma con «il suo strano significato». L’altro non elimina la sofferenza, non risolve il mistero dell’essere, ma consola, rendendo possibile una relazione con ciò che altrimenti resterebbe incomprensibile. La scrittura procede attraverso versi liberi, privi di regolarità metrica tradizionale, affidandosi alle associazioni semantiche e ai rimandi lessicali. La punteggiatura ridotta e l’andamento spesso ipotattico conferiscono ai componimenti il carattere di un pensiero che si sviluppa mentre viene pronunciato, torna sui suoi passi, si corregge, si amplia. Il poemetto si distingue per la sua vocazione meditativa, la precisione concettuale e per la volontà di affrontare temi universali senza rinunciare a una voce personale, amara e visionaria. Il valore più profondo della raccolta risiede forse nella consapevolezza che una vita non è composta soltanto da ciò che è accaduto. È fatta anche di ciò che abbiamo immaginato, di ciò che non abbiamo saputo realizzare, delle persone che continuano ad abitare il nostro pensiero e delle possibilità che, pur non essendosi concretizzate, hanno contribuito a definirci. Significa accettare di essere molteplici, attraversati da esistenze possibili, significa riconoscere che il senso non coincide necessariamente con una risposta definitiva, ma può manifestarsi nel legame che unisce le esperienze, nel modo in cui l’altro ci attraversa e nella possibilità di trasformare anche il dolore in un’esperienza condivisa. È in questa tensione tra dispersione e significato, tra vita mancata e presenza, tra sofferenza e amore, che la silloge trova la propria unità e la propria ragione poetica.
Deborah Mega