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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: INTERAZIONI

Monica Messa, “Una pistola al Luna Park”, RPlibri, 2024.

16 lunedì Mar 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Monica Messa, Una pistola al Luna Park

 

Il gatto marmorizzato

dietro l’angolo sonnecchia.

Un cielo plumbago azzurro

ha inondato il lato sud.

“Occhipinti aglio e menta

al tavolo ventidue!”.

Muta la zultanite

sull’anello di Samir.

Tiri fuori

un piccolo seme dalla tasca.

Bustrofedico procedi. Sogni

idromele e mescalina.

*

(Mia madre dorme.

Anche quando ero bambina dormiva.

Dormivamo insieme

e facevamo sogni uguali,

una mamma e una figlia foglia d’oro,

abbracciate come in un’odegitria.

 

Mia madre dorme.

Guardavamo i Film della Fiera

in flanella e bigodini,

c’era Amedeo Nazzari

e un bambino che moriva.

– Mamma, non voglio guardarli più –

 

Mia madre dorme.

Ripetevo le tabelline ogni pomeriggio,

le sue mani insaponate,

voli di bucato dalla finestra,

la calligrafia degli uccelli ricamava le parole.

 

Mia madre dorme.

In estate non riuscivo a prendere sonno.

Odore di smog e Adriatico nella stanza.

Leggevamo di nascosto

fino all’ultimo aereo postale.

 

Mia madre dorme.

La notte ora cresce concava

sulle sue ginocchia girasoli).

*

Inchiodata a una bilancia

o a passo silenzioso e svelto

fra scaffali e lattine

 

(dove il cielo non tiene il broncio a lungo)

 

con l’orizzonte portatile nella borsa,

violacciocche nella scollatura,

e un destino di cartapecora in tasca,

mangiava pane e fumo.

*

Sono spezzata.

 

Spezzata in un punto

a metà della schiena

ho un nido abbandonato

con uova schiuse

e piume insanguinate.

 

Sono spezzata.

Spezzata in un punto.

*

Vorrei soffermarmi sul delta

che sfocia nella tua fronte ampia.

Campeggiare sul tuo sorriso vago,

scivolare fra le pieghe dell’orecchio

e stendere una palpebra

come tovaglia da picnic.

 

Vorrei raccogliere i papaveri fra le ciglia,

accovacciarmi sul tuo mento glabro.

Percorrere il letto delle lacrime

sino ai calanchi del piccolo naso.

Filo a filo, tenermi ai tuoi capelli fini

e dondolare, come se fosse estate

e io avessi ancora i tuoi undici anni.

*

Bice ha gli occhi grigi.

È minuta e le piace cantare.

Fiorin fiorello

l’amore è bello vicino a te.

 

Bice e Anita ogni tanto strusciano in piazza.

Bice indossa camice con volant.

I soldati le guardano,

ma Anita è Anita.

Anita ha il fuoco dentro agli occhi.

Bice ha capelli nuovi

castani, lucentissimi.

 

Bice legge,

porta gattini a casa,

frigge le alici,

arrotola trippa e serve vino.

 

Bice ha 20 anni e nessun fidanzato.

È bella Bice,

ma c’ha la risacca dentro

e la risacca abbaglia

chi non la sa guardare.

 

Bice scrive

e quando scrive è come un ricamo

fitto fitto di parole

scrive diari, poesie, preghiere,

piange per un pino caduto.

 

A fine agosto, Monopoli è una brace.

L’afa si addensa

filtra dai muri nei palazzi.

La sera, ghiaccio e anguria nelle ceste,

si va al mare. Ma Bice è a casa.

Chissà a cosa pensa,

se si massaggia le caviglie bianche

se gratta la nuca di Nerone

se legge a bassa voce oppure prega.

Un colpo al portone, secco, uno solo.

Un cacioricotta galeotto

e un breve messaggio.

Bice non lo dice,

ma la sua risacca si fa mare.

*

Ho la felicità inceppata

come una pistola al Luna Park

– dieci colpi, cento lire –

era il prezzo della libertà.

 

Il crepuscolo è caduto

irrimediabilmente su tutte le cose

e in questa nuova estate

si rintanano le lucciole.

 

Monica Messa, “Una pistola al Luna Park”, RPlibri, 2024.

 

 

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“Nel domestico giardino” di Raffaella Bettiol, Arcipelago Itaca, 2025

12 giovedì Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in Novità editoriali, POESIA

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Arcipelago Itaca, Raffaella Bettiol

L’ippocastano

Insiste il ricordo
di quell’ippocastano
giochi infantili tra i rami
scorsa di vite smarrite
cadono castagne matte
la madre attende un figlio
la guerra non è finita
incessante il sorvolo
di areoplani
il padre sotto la sua ombra scrive
imperturbabile all’irrompere del vento
vento di bora che spezza i rami
l’albero non ha voce per gridare
ed è incerto il mattino
ma profuma la magnolia
nella sua veste bianca
un po’ consola.

22-9-2024

La fiaba del giardino

Non chiedermi nulla della vita
non so risponderti,
ogni domanda s’annulla
nel fitto di gelsi e palme.
Storditi dalla calura
lentamente camminiamo
un verde silenzio di sguardi
ci avvince
in pacata voluttà.
Lieve il vento sull’umida pelle.

28-8-2017


Vivo d’anime il giardino

Rastrema il gelo
preme la fame d’un raggio
la quadratura d’un giorno di sole
polvere e fumi salgono dalle case,
non cede la morsa del freddo
nel nebbioso richiamo d’un’eco
geme il giardino di sgomento
per non morire cela germogli
dentro la dura scorza della terra,
affioreranno forse ma non ora
gravida di nubi la stagione
misura la forza d’ogni vita,
le anime impaurite cercano rifugi
da quel viatico e fanno ressa
gemono tra venature d’alberi
le radici protese al futuro.

20-1-2021

Il verde e le viole

Invadono il verde le viole
molle la fanghiglia le circonda
a passi rapidi sali il sentiero
qualcuno forse una donna già attende
non posso raggiungerti
inutile chiamare
fitti i rami s’addensano
in un incauto incesto
e tutto si confonde in un turbinio
di foglie
d’algoritmi smossi da cerchi d’acqua
nel frangere copioso della pioggia
sul breve intervallo d’una vita.

2-6-2024

Primule gialle

…corrono veloci i ragazzi
le sciarpe e i capelli al vento
vanno liberi incontro
al mattino luminoso
nessuno può fermarli
squillano gaie
le primule gialle
al breve istante di sole.

20-4-2010

Nel vuoto d’una stanza

S’imminia un fiore
nel vuoto d’una stanza
non lo recide il pensiero
e s’effonde un profumo antico
di legni forse di quercia
tra gelide lenzuola
richiamo di quel tempo
il più fugace e presente
non c’è un braciere
la notte fraseggi indistinti
di rami e fruscii lontani
calde le mani d’una madre
sulla fronte
e sale il gelsomino
sull’impervio muro
d’un bianco stupore la nostalgia
che non s’arresta
tra grigie pareti.

10-6-2024

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Alessandra Raffin, “Introvert”, Eretica, 2024.

09 lunedì Mar 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Alessandra Raffin, Introvert

 

1.

Ho paura di tutto

A giorni alterni

E come una favola di buio

Attraverso i campi

Le notti hanno una schiuma

Io

Costruisco la mia pace

Le pozze di fango mi prendono

Non ho il tempo di cadere

Io

Costruisco la mia fame

Le foglie del grano mi tagliano

Non ho il tempo di Io

Non ho il tempo

Se domani non saprò più niente

Di ciò che non avevo mai saputo

 

4.

A volte

Non so chi io sia

Quella che conosco

Mi pare

Solo strana

Come una deviazione

Una strada mal diretta

Vago

Tra cortili spaiati

In cerca d’acqua

E tracce

Che forse ho dimenticato

Ciò che conosco

Mi conosco?

Come una piccola noce

Che quando cade

Fa rumore

 

14.

Forse

Sarei dovuta tornare a casa

Con quel libro

Forse

Con l’altro libro

Un altro

Uno in più

O forse

Avrei dovuto dare voce

Alla mia voce

E ascoltare il suono

Che vibra

Segreti di potenza

La falda che aspettava

Di travolgere il silenzio

Lo spazio per la voce

Tra le guance

Nella bocca

È piccolo

I denti la mordono

La gola la risucchia

La tira indietro

Se pensavo che il tremore fosse paura

No

Era l’inizio di un sisma

Tutto ciò che vibra è vivo

Tutto ciò che vibra può risuonare

Tutto ciò che vibra può rompere la materia

Come si può parlare?

Ora lascerei andare questa onda

Irresponsabile io

Indispensabile lei

 

18.

Guardo la luna piena

Scie bianche

Mi dissolvono

Le mie cosce tronche

Si disossano

Ed io

Sto dormiente alla finestra

E la luna

Si allontana dalla notte

Va a lottare

Contro corna di rinoceronte

Resto ferma

Nel mistero che mi appare

E sogno di una lepre

Che salta indisturbata

Tra fossati umidi

Calpestando quadrifogli

 

21.

In attesa dell’invito

Ad un rituale di eleganza

Ho bollito dell’acqua

Per ore

Come se sapessi

Di aprire

Interiora di farfalla

E dentro vedere

La mia faccia

L’angolo della mia bocca

Un’unghia

La mia risposta

E tra il profumo

Del cardamomo

Ecco apparire

L’incompiutezza

E così incerta cammino

Mangiando un passo

Dentro un passo

Mai più sicura

Tra le vertigini

Delle ore calde

 

Alessandra Raffin, “Introvert”, Eretica, 2024.

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Libero Valerio Ludovici, “Occulto”, Chiocciola Edizioni, 2025.

23 lunedì Feb 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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"Occulto", Libero Valerio Ludovici

 

IL SENTIERO

*

Come se un fiore

fosse acido

come se fosse un gambero

che si spoglia

all’indietro

lasciando che

il tempo

il nostro tempo

si accasci in un solo gesto

Come Golia scende verso il centro cadendo

noi siamo ancora qui

A cercarci e a cercare un passaggio

qualcuno

che ci porti via dalla triste

esecuzione

Madama vento

colei che tutto smuove se ne è andata,

e ha lasciato un petalo bianco sul prato

Ha perso così dicono la sua forza

e ha lasciato cosi

altri dicono

la vita

al passo della malattia

*

PARETI

*

Incendio

dicono doloso

di una regione del cuore

gigantesca

e promiscua

sola

come un esercito

di sereni sobillatori

di masse uniche

e unici

contemplatori

dei cardini

di cui ognuno

ha saputo

vivere e rotolare

Come una giostra impazzita che sa di doversi fermare

Noi siamo qui

eredi

del nostro unico e violento cielo

e sapremo essere quello che siamo

e vogliamo.

Tu che sei lì

sappi che il vuoto

è già

e ha già

trovato

tutto ciò che cerchi

Dai la mano

il fuoco brucia in un battito di sensi

e di timidi e introversi sorrisi

*

RELIGIONE

*

Io vivo per l’essenza che calpesta aquiloni,

e per la foga di chi si impossessa di te.

Sono il cerchio e la sfera che giace

sul fondo e sulla punta del prisma.

In un alieno e incapace vento solare.

È l’oceano che muove esterne convinzioni

feroci dittatori

sulla pelle del mondo.

*

ORA

*

Ed io calmo e assorto,

benedico i miei anni

sapendo che non ho

di meglio da fare.

Una canzone viaggia

sul cielo

infrange divieti,

respira pareti di sesso e sangue

una musica si innalza al cielo

è il vento del sonno e del ricordare tutto.

Come se un incubo fosse

il paradiso,

come se l’eccitante

sovrasto del rumore

fermasse la manipolazione,

fermasse l’eccidio,

giustificasse in tempo

la fine.

*

EVEREST

*

Artefizio, sconcerto, alimenti vuoti e sandali usati

siamo sempre sulla stessa strada,

con eccessi di birra e comprensione,

con fughe da paure scritte e testimoniate,

con improperi verso dio

e chi per lui e per noi difende il sogno.

Resta un cammino vuoto un paesaggio armeno

e qualche piccola birra sparsa sulla strada,

per capire che saremo ancora qui per un po’,

a tempo determinato

in vita all’infinito nel sogno.

*

Libero Valerio Ludovici, “Occulto”, Chiocciola Edizioni, 2025.

 

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“Otto tipi di insetti” di Stefano Solaro, Arcipelago Itaca Edizioni, 2025

19 giovedì Feb 2026

Posted by Loredana Semantica in Novità editoriali, POESIA

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Arcipelago Itaca, Stefano Solaro

Ho fatto come avevo promesso
del mio meglio ma non in assoluto.
Ricordo piccolezze, noi sui mezzi, la merenda
tu che sbagli serratura
quando torni la sera a casa.
Forse chi parla intende questo
quando dice prima le cose importanti
come il tuo dare e prendere tutto
sollevare le macerie
ritirare quello che opprime
in questa grande stanza.
Per questo e altro ti sono grato
per come a volte mi lanci
contro la vita
solo per svegliarmi.

Cosa esattamente mi vorresti dire.
Come esattamente dovrei reagire.
Cederti il mio spazio, versartelo
nel bicchiere con il calmante
di un risveglio insieme
sanato appena
da queste garze nere.
In circostanze meno affrettate sarei morto
per te. Ora invece
schiaccio tutto con le dita
e tutto, tutto quanto
mi costa fatica.

È da tre mesi che dormo con gente
riempio bicchieri a ignoti
strappo le pellicine
seccate sulle mani per l’inverno;
già chiusi i cartoni, pieni di jeans
che non mi pare di aver mai messo.
Da qualche giorno ho un tetto in prestito.
Il quartiere è nuovo ma lo conosco
dopo lavoro passeggio in tondo
e ad ogni angolo riscommetto
“da qui in poi cambia tutto”.
Anche oggi ho perso
ma ho trovato per strada cinque euro

Otto tipi di insetti
hanno fatto casa sotto al mio letto
mentre davo ripetizioni fuori al freddo
-la sede era inagibile ratti ovunque-
ho deciso avrei saltato pugilato
niente serie né proteine
neanche una canzone per dormire;
domani in pausa pranzo mi diranno
ti trovo bene accidenti è servita
la malattia sei un po’ dimagrito
ma sembri carico. Sembri pronto.

Ci sono i polipi, le distorsioni, i piccoli
infortuni nel mezzo dell’età.
C’è un bus, poi la bici, un’auto, ancora il bus
tua madre con la cataratta, i video
dei nipotini. È ancora presto…
Stavamo tutti insieme almeno otto anni fa
a guardare attori e attrici
vivere per noi
la spaccatura era lontana
questo salto negli adulti senza trionfo né coraggio.

Ho sognato che non ci lamentavamo più
che avevamo smesso di agitarci
per il beep di uno schermo
per blackout infiniti
e risvegli di soprassalto.
Ho sognato che era finito l’esodo
nei corpi, finita la fame del venerdì
che tanto poi eravamo stanchi;
erano cambiati i nostri grazie
non più al master non più a Tinder
né al migliore tra di noi.
Ho sognato che allagavamo l’appartamento.

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“Due punto uno” di Francesco Lorusso, Arcipelago Itaca, 2025

15 giovedì Gen 2026

Posted by Loredana Semantica in Novità editoriali, POESIA

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Arcipelago Itaca, Francesco Lorusso, POESIA

Il tacco in disparte di una pietra cittadina
trattiene l’erba sorpresa con il suo peso
nel pieno delle stagioni,
una bolla di silenzio avvertita lontana
dal trambusto attorno saponoso.
Solo un graffito fermo leviga il respiro dei corpi
attraverso le sue macchie forti
agganciate di improvviso al fianco del prospetto,
è breve il giro di ogni imbiancatura
quella linea nuova di un costume
che non ti muta la natura.

Fra noi nessuna frazione si interpone
lungo la linea dei corpi e dei vuoti
dove si sfibra assieme a un lontano filo
la parola col numero spezzato e perduto
mentre nell’aria totalmente puro passa il lamento
quel velo di vapore imperterrito
che perdura ancora nel cielo.

Con la cinta in vita ci ripercorrono intorno
il valore lezioso nel loro nome venuto contro
fibbia preziosa e chiusa sui nostri pudici interessi.
Ora una donazione dal cielo ci scuote la terra
sporca la cena sui quadroni della tovaglia
e le lastre linde aperte e ampie delle finestre
dove il mormorio basso e piano delle auto
sta subendo l’affanno del giorno immutato
l’annuncio indistinto che ne squarcia le gole.

L’attimo vicino si mostra carnefice
ci conduce per un dedalo piastrellato
carico di abbagli troppo speziati
dove gli oggetti si fanno impassibili.
L’ingrediente dei nostri giorni
ha smarrito anche il gusto della lingua
e si muove nel silenzio cieco e rigido
che addenta il corpo a corpo continuo
con la fiamma feroce della lontananza.

E arriva fino alla fine della sera
il cerchio freddo dei tuoi occhi
assenti come se fossero fossili
o monili umidi dispersi nel fango
la pietra affiora il piede precario
e il petalo poggia gocce sull’assenza.

Pelle bruciata dal primo inverno
una nitida tinta scarlatta ti intacca
e perdura il senso di un suono duro
pari al peso della stagione perduta,
senti la pallida fiamma ferma nei segni
mentre entra trasversale fra le finestre
quasi una macchia che si piazza in luce.

Più nessuno avrà il suo nome
seguace del solco delle acque
di queste terre tornate inferme
perse assieme al velo nero,
al sangue sacro del santo secolare,
o alla volta inarcuata della preghiera
che disubbidisce a ogni nostro bene.

Al giorno basta un pistillo di luce nuova
e la stanza scura si infiora ancora
pure dopo una porta richiusa dietro l’urto
lasciando una irrigua vena dentro la parete
nell’urlo dello spavento che ci riporta
al risuono assente della tua carne.

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Corpi Narrati Voci Incise – Poesia, arte e musica per una cultura del rispetto

04 martedì Nov 2025

Posted by Loredana Semantica in Comunicati stampa, INTERAZIONI, Segnalazioni ed eventi

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Sabato 8 novembre 2025, alle ore 17:00, presso i Portici Comunali “Paolo Di Pietro” di Priverno (LT), si terrà l’evento “Corpi narrati Voci incise”, un incontro ad ingresso libero e gratuito che unisce poesia, arte e musica per riflettere insieme sul tema della violenza di genere e sulla costruzione di relazioni sane e consapevoli. Nel corso della serata verrà presentato il libro di poesie “Di un’altra voce sarà la paura” di Yuleisy Cruz Lezcano, un’opera intensa che affronta il dolore e la rinascita attraverso la parola poetica. La relatrice dell’incontro sarà la pittrice e poetessa Ombretta Del Monte, che guiderà il dialogo sul potere dell’arte come strumento di elaborazione emotiva e di cambiamento personale e collettivo.

Durante la presentazione l’autrice del libro Dottoressa Yuleisy Cruz Lezcano parlerà anche di come riconoscere e gestire emozioni complesse come rabbia, colpa e vergogna, del valore delle relazioni equilibrate, della cultura del consenso e dell’importanza di una comunicazione positiva come base del rispetto reciproco. Ad arricchire l’atmosfera, interventi musicali a cura di Miriam, Clementina e Mario Di Giulio, che accompagneranno la serata con brani ispirati al tema dell’incontro.In occasione dell’evento sarà inaugurata la mostra pittorica di Giuseppe Zanda, le cui opere interpretano visivamente i temi della vulnerabilità, della forza e della rinascita femminile. La mostra sarà visitabile dall’8 al 16 novembre 2025 presso i Portici Comunali.“Corpi narrati Voci Incise” è un’iniziativa promossa con il patrocinio del Comune di Priverno e della Pro Loco Priverno APS, che confermano il proprio impegno nella promozione di una cultura del rispetto e della sensibilizzazione attraverso l’arte in tutte le sue forme.

L’evento rappresenta un invito aperto alla cittadinanza a partecipare, ascoltare e condividere un momento di crescita, empatia e consapevolezza.

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Giancarlo Baroni, “Il mio piccolo bestiario in versi”, puntoacapo Editrice, 2025.

20 lunedì Ott 2025

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

≈ 1 Commento

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Giancarlo Baroni, Il mio piccolo bestiario in versi

 

Prefazione di Mino Petazzini, postfazione di Alfredo Rienzi.

Illustrazione in copertina di Vania Bellosi

 

PRIMA PARTE: ANIMALI IN VERSI

Da bambino preferivo le figurine degli animali a quelle dei calciatori; la passione continua. Qualche anno fa ho immaginato che la mia pagina facebook fosse una piccola Arca di Noè dove, ogni settimana, entrava un animale descritto nei versi di poeti italiani contemporanei; da lì ha origine questo mio piccolo bestiario in versi.

La poesia di Saba A mia moglie inizia così: «Tu sei come una giovane, / una bianca  pollastra»; i primi due versi de La capra recitano: «Ho parlato a una capra. / Era sola sul prato, era legata»; la poesia La gatta dice: «La tua gattina è diventata magra. / Altro male non è il suo che d’amore». Testi che mantengono una freschezza che il tempo non altera. Alla fine degli anni Quaranta, Saba scrive una raccolta intitolata Uccelli, titolo anche della seguente lirica dove manifesta tutto il suo amore per le creature alate: «L’alata / genia che adoro – ce n’è nel mondo tanta! – / varia d’usi e costumi, ebbra di vita, / si sveglia e canta». Segue nel 1951 Quasi un racconto, che contiene Dieci poesie per un canarino; scelgo la prima dalla giocosa ironia.

A un giovane comunista

Ho in casa – come vedi – un canarino.
Giallo screziato di verde. Sua madre
certo, o suo padre, nacque lucherino.

È un ibrido. E mi piace meglio in quanto
nostrano. Mi diverte la sua grazia,
mi diletta il suo canto.
Torno, in sua cara compagnia, bambino.
[…]

(Antologia del Canzoniere, Einaudi, 1966)

Gli animali da sempre appassionano i poeti e ispirano i loro versi. Penso a due indimenticabili e celebri poesie di Montale: Upupa, ilare uccello calunniato e L’anguilla. L’upupa venne pubblicata nel 1925 in Ossi di seppia. Il fotografo Ugo Mulas scattò nel 1970 un famoso ritratto, in bianco e nero, di Montale: inquadrati di profilo, il poeta e l’uccello (imbalsamato) “calunniato dai poeti” si guardano intensamente, come se
l’uno si specchiasse in qualche modo nell’altro, come se dividessero con amichevole complicità la scena. L’anguilla fu pubblicata su rivista nel 1948 e ne La Bufera e altro nel 1956; scrive Francesco Zambon nella Premessa del volume L’iride nel
fango (Pratiche editrice,1994): «La critica è pressoché unanime nel giudicare L’anguilla uno dei vertici assoluti della poesia di Montale e di tutta la poesia italiana del Novecento»:

L’anguilla

L’anguilla, la sirena
dei mari freddi che lascia il Baltico
per giungere ai nostri mari,
ai nostri estuari, ai fiumi
che risale in profondo, sotto la piena avversa,
[…]

Il cane, il gatto, il pesce rosso, il riccio, lo struzzo, la lince, la pecora, il maiale, la volpe, la mucca, il pollo, il leone, l’oca, il passero, la gallina, la capra, la medusa, la tigre, l’elefante, la tartaruga, il cammello, il bradipo, la chiocciola, il pellicano, il
serpente, il piccione, la locusta, il pappagallo, la scimmia, il camaleonte, il panda, l’orso, la foca, lo scarabeo, il delfino, il lemure, la giraffa, il gufo, il rospo, la balena, sono gli attori e i titoli delle quaranta poesie com rese nella raccolta di Gabriele Galloni Bestiario dei giorni di festa. La maggior parte dei testi è composta di tre versi endecasillabi, il primo fa rima con il terzo. Uscito postumo nel 2020, il libro è stato stampato dalle Edizioni Ensemble con una nota critica di Ilaria Palomba.

Il camaleonte

Somiglia sempre a quello che non è.
A volte è un albero, a volte un’altra bestia –
di notte capita che sembri me.

[…]

Per quanto mi riguarda, ho composto parecchi versi sugli animali, preferibilmente sui volatili. A questi ultimi ho dedicato un libro intitolato I merli del Giardino di san Paolo e altri uccelli. Questa poesia racconta invece di bestioni estinti:

Dinosauri

Il meteorite si presentò
senza concedere alla terra
il tempo per riflettere. La voragine
si spinse così lontana
da impedire alla vista di abbracciarla.
Si alzava un muro polveroso
che faceva supporre cominciasse

da capo la creazione.
Nei dintorni i rettili
morivano soffocati, dinosauri erbivori
scambiarono l’apocalisse
per l’incedere di una specie
colossale di Tirannosauro.

(Cambiamenti, Mobydick, 2001)

[…]

Fra le varie poesie ispirate a Erba dagli amati gatti, quella che prediligo è la seguente:

Il gatto archeologo

a Francesca
[…]

Forse anche il gatto dei Fori
ode con sue lunghe vibrisse
quel che raccontano le pietre
sotto i cieli di tante stelle fisse.

È notte: il gatto archeologo
parte per ricerche di storia romana
ormai nutrito dalle pie donne
nelle aiuole tra archi e colonne.

(Tutte le poesie, Oscar Moderni Mondadori, 2022)

Il critico e poeta Paolo Polvani ha dedicato ai gatti poesie disseminate in diverse raccolte. Questa, dove una gatta innamorata canta alla luna, credo sia inedita:

La gatta per tutta la notte ha cantato

Affacciata sul tetto come a un davanzale
la luna ascoltava. La gatta per tutta la notte
ha cantato. Un richiamo ardente, una lama
di fuoco. Nel vicolo scuro implorava.
Il pozzo del silenzio ne vibrava.
Gli alberi smuovevano le chiome in un sussulto lieve.
La gatta era una piccola dea del buio,
delle finestre chiuse, gorgheggiatrice dolorosa,
assoluta sposa, perfetta dispensatrice
di promesse, voce di tutti i gatti antenati in lei,
geometrie di occhi, vibrisse, la coda voluttuosa,
un calcio negli stinchi del pudore,
una messa cantata dell’amore.

 

SECONDA PARTE: ANIMALI FANTASTICI

Il Basilisco re dei serpenti

Nel libro ottavo della Storia naturale, dedicato agli animali terrestri, Gaio Plinio Secondo scrive (traduzione e note di Elena Giannarelli, Einaudi, 1983) a proposito del serpente basilisco: «non è più lungo di dodici dita e lo si riconosce per una macchia bianca sulla testa, a mo’ di diadema. Col suo sibilo mette in fuga tutti i serpenti, e non muove il suo corpo, come gli altri, attraverso una serie di volute, ma avanza stando alto e dritto sulla metà del corpo. Secca gli arbusti non solo toccandoli, ma col suo
soffio, brucia le erbe, spezza le pietre: tale potenza ha questo pericoloso animale. Una volta, così si credette, un esemplare fu ucciso da un uomo a cavallo con un’asta e dal veleno salito attraverso di essa non soltanto il cavaliere, ma anche il cavallo furono annientati». Se anziché con un drago San Giorgio, in groppa al suo destriero, si fosse scontrato con un basilisco trafiggendolo, non sarebbe uscito trionfante e vivo dallo scontro. Oltre al nefasto potere di inaridire e intossicare tutto quanto lo circonda, gli viene attribuito anche quello di uccidere con lo sguardo. Vengono immediatamente alla memoria le tre Gorgoni della mitologia greca che pietrificano chi le guarda. Una di loro è Medusa; Caravaggio nel 1598 (opera custodita alla Galleria degli Uffizi) la raffigura così: sguardo sconvolto e allucinato, bocca spalancata in un urlo di disperazione e di dolore, un groviglio impazzito di serpi attorcigliato attor-
no a testa e faccia, un fiotto di sangue che sgorga copioso dal collo dopo che Perseo glielo ha mozzato. Animale ibrido (testa, zampe e ali da gallo; coda di serpente), il basilisco nasce da un uovo di gallo covato da un serpente, da un drago o da un rospo. Vittore Carpaccio, nel dipinto San Trifone ammansisce il basilisco (Scuola di San Giorgio degli Schiavoni, a Venezia), lo dipinge però, nel 1507, come una be-
stia a quattro zampe di taglia media con la testa e le orecchie da asino, corpo leonino, ali di uccello e coda serpentesca. D’altra parte gli animali fantastici subiscono nell’immaginario individuale e collettivo cambiamenti evidenti, ad esempio le Sirene, come ho già detto, vengono pensate inizialmente come donne uccello e successivamente come donne pesce. San Trifone non è il solo capace di placare il basilisco, anche il vescovo San Siro, a Genova, lo rende innocuo. Affronta, armato del solo pastorale, un basilisco che si nasconde dentro un pozzo da dove ammorba l’aria e lo allontana verso il mare. Poco distante dalla chiesa dedicata al Santo, su una
lapide marmorea in latino è scritto: «Qui è il pozzo dal quale il Beatissimo Siro Arcivescovo di Genova fece uscire il terribile serpente di nome Basilisco». Anche se non possiede stazza e mole del drago, il basilisco, grazie al suo straordinario veleno nocivo e letale, è considerato il “basileus” (il re) dei serpenti. Scrivono Jorge Luis Borges e Margarita Guerrero nel Manuale di zoologia fantastica (Einaudi, 1962, traduzione di Franco Lucentini): «Ai suoi piedi cadono morti gli uccelli e imputridiscono i frutti; l’acqua dei ruscelli a cui s’abbevera rimane avvelenata per secoli. […] L’odore della donnola lo uccide. Nel Medioevo, si diceva che l’uccidesse il canto del gallo; e i
viaggiatori esperti si provvedevano di galli per attraversare contrade sconosciute. Altra arma era uno specchio: il basilisco è fulminato dalla sua propria immagine».

Giancarlo Baroni, “Il mio piccolo bestiario in versi”, puntoacapo Editrice, 2025.

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Antonia De Gattis, “Primo amore”, Amazon Publishing, 2025.

08 lunedì Set 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA, Segnalazioni ed eventi

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Antonia De Gattis, Primo amore

Mentre scrivo è la fine dell’estate,
piove e non piove più.
Le strade hanno le stesse nitide pozzanghere
che da bambina saltavo,
ignorando la profondità del baratro.
Sfiorata da un pugnale d’odio
che la storia mi ha portato,
mi avvicino ad un ramo splendido
ed è come aprirsi nel silenzio.
Si impara il dolore dal dolore.
Forse si volterà pagina
e nulla di più sarà cambiato.
C’è almeno una cosa che devi sapere,
desidero, ancora una volta,
l’innocenza del primo amore.
Nient’altro mi importa.

*

Vorrei essere la punta della tua lingua
che bagna il labbro seccato dall’arsura.
Vorrei essere una ciglia del tuo occhio,
l’impronta digitale sulla mano,
la vena lungo il collo,
una ruga che si allarga,
la luce improvvisa da una crepa,
il tuo respiro che si affanna.

*

Ma io mi faccio piccola piccola,
una ciglia, un granello, una briciola nella tasca,
un atomo, una particella elementare
da portare via.
Per te svanisco
in questo momento di nostalgia.

*

Non c’è più tempo per gli indugi,
sii paziente con me, tenero.
C’è splendore nei tuoi occhi,
desiderio sulle mie labbra.
Io ti porto la mia paura di scampata,
lo spavento, la fiducia dimenticata.
Tu mi porti la bellezza degli inizi,
una carezza a lungo desiderata.

*

Oggi come molti anni fa
i tuoi occhi conservano immutato
l’ardore dei sogni di ragazzo.
Ed eccoli tutti lì,
senza rimpianti,
i sogni che volevi.
La passione è vita
sottratta al tempo che passa
e che ti scava il viso.
Sono qui e ti guardo
come si guarda una pioggia
fine che rinfresca.
E siamo entrambi nella mancanza,
perché più di tutto si comprende
il mondo che non si è fatto.

*

Tutto ciò che ci siamo detti
nel breve momento dell’incontro
è veramente tutto in uno sguardo,
speso nella dimenticanza di questi anni.
Veramente tutto, che a guardarti ora
negli occhi, i tuoi occhi scuri e lucidi,
viene un pensiero di malinconia.
Si alza un refolo di vento
dietro alle nostre spalle
ed è l’unico dire che occorre
alle bocche degli amanti per trovarsi
nell’impronta perfetta di un bacio.
E tutto ciò che in questa sera
mi parla dolcemente di te
ha un odore di gelsomini,
che mi sfiora gli occhi
mentre socchiudo le palpebre.

*

Le prime foglie secche d’autunno,
prima ancora che sia l’autunno,
volteggiano nell’aria che sa di muschio.
Sconosciuti l’uno all’altra
sappiamo solo della nostra esistenza,
consegnandoci intatti ad una chimera.
Ciò che si deve dire o non dire
è solo un desiderio
che assomiglia al poco,
tenuto al riparo
nella pace eterea
delle cose distanti.
Non voglio niente che non sia
la passione di un bacio,
lacerante e penetrante,
e vedere gli uccelli ritornare
ad uno ad uno
come a primavera.
E tutto quello che mi resta
di una sera di settembre
è la tua bellezza greca.
E tutto quello che mi tormenta,
nascosta e mal celata,
è un’assenza che spaventa.

*

Testi di Antonia De Gattis, tratti da Primo amore (Amazon Publishing, 2025).

 

 

NOTE BIOGRAFICHE

Antonia De Gattis, nata a Lecco il 4 settembre 1978, ha sempre vissuto in provincia di Cosenza. Autrice di poesia e narrativa, ha pubblicato le raccolte di poesie, Eternità (Città del Sole Edizioni, 2023) e Primo amore (Amazon Publishing, 2025), il romanzo Il commissario Ferramonti. Un giorno nero alla hijumara (Castelvecchi, 2024), il saggio Il cambiamento che saremo. Parole di crescita, forza e speranza (Amazon Publishing, 2024).

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Annalisa Gozzo Aligò “Girotondo dei pianeti”. Intervista di Patrizia Destro

11 mercoledì Giu 2025

Posted by Loredana Semantica in INTERAZIONI, Interviste, LETTERATURA, PROSA

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Annalisa Gozzo Aligò, intervista, Patrizia Destro

Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Sono cresciuta in una famiglia dove i libri erano considerati preziosi e divertenti. Nei libri mi sono sempre “persa” e forse per questa ragione ho sempre letto e scritto con molto piacere. È un modello comunicativo che ho sempre amato, forse perché mi dava visibilità senza essere pressante.
La scoperta della mia vena poetica è arrivata più tardi, a vent’anni circa, dopo un corso di arte-terapia. È stata una sorpresa: non mi ero mai soffermata su questa mia capacità, abbastanza naturale, di “mettere insieme rime”. Infatti l’utilizzo della poesia all’inizio era al servizio del mio lavoro di educatrice per comunicare con bimbi e genitori i contenuti di un progetto, o al limite un modo per creare messaggi d’auguri ad amici e parenti. Mi sembrava un mezzo più immediato ed emotivo con cui far arrivare il mio pensiero rispetto alla prosa.

Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzata maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Sono cresciuta a “pane e Rodari”, l’ho sempre amato per la semplicità e ironia che lo contraddistingue e la leggerezza con cui va a fondo di tematiche importanti in modo accessibile a tutti.
Poi è arrivato Italo Calvino, con i suoi racconti in bilico tra il reale, l’onirico e il filosofico, Asimov con le sue trasposizioni sociali, storiche e metaforiche fantascientifiche e non ultimo Munari, con la sua pedagogia puero-centrica che non poteva che essere piena d’arte (d’altronde lui era un’artista). È stato il primo a capire che l’adulto deve solo portare il bambino a fare esperienze, a ricercare e a dare allo stesso il gusto della scoperta, facendolo riflettere sulle scoperte fatte, meglio se in gruppo. Idea che io appoggio in pieno e che ho cercato di immettere nell’opera attraverso echi di quanto i bimbi mi hanno regalato negli anni… frasi, episodi.
Nella mia parte più “impulsiva” è Ungaretti che mi parla: amo la sua capacità di far “esplodere nella testa” il messaggio con una sola breve frase evocante un’immagine. Trovo le sue poesie fotografie d’impatto, quasi da giornalismo d’assalto tanto colpiscono in pancia con la loro vividità.

Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nata o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

La scrittura, per come la intendo ora, è nata recentemente e dopo un momento traumatico che mi ha costretto a casa. Infatti ho rischiato la vita a causa di una trombosi cerebellare.
Improvvisamente, durante la convalescenza, i pensieri poetici arrivavano fulminei a dover descrivere gli eventi e gli stati d’animo che più mi colpivano.Anche la richiesta di Mòrin (mia maestra di canto) di scrivere dei testi per sue canzoni è stata esaudita con poesie molto introspettive e legate al momento che stavo vivendo. I temi erano: meditazione e rifugio nel sogno” (per “Sogni Bianchi”) e “ripresa e resilienza” (per “Risvegli”).Forse per questo motivo prevale ciò che mi “rimbalza dentro”, gli eventi sono filtrati dal mio sentire. I luoghi della poetica sono “del ricordo”, spazi emotivi soprattutto di quando ero bambina, o “non luoghi” ma angoli universali che contengono valori comuni e storie condivise (soprattutto nelle poesie “Prigione velata” e “Io sorgo ancora”. I percorsi del quotidiano sono, quasi sempre e purtroppo, strade che mi portano da un luogo all’altro, spesso di corsa.

Ci parli della tua pubblicazione?

“Girotondo dei pianeti” è una poesia illustrata. Pur portando nozioni scientifiche corrette (a parte Plutone che per questioni affettive mi sono rifiutata di declassare), è un pretesto per evidenziare emozioni e comportamenti comuni a tutti noi; del resto i nomi degli astri rimandano a tipologie archetipiche e miti ben precisi. Sempre per Plutone ho fatto un’eccezione non richiamandolo, per motivi di gestione psicologica, al re dell’Ade: mi era molto più utile usare un richiamo all’emotività del bambino, alla sua richiesta di attenzione e al suo sentirsi piccolo rispetto ad un gruppo.
Ero consapevole inoltre che il toccare le “corde emotive” del bambino avrebbe creato un’impronta dove le informazioni sui pianeti si sarebbero fermate nella memoria.

Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Ciò che può essere ritenuto bello e che porta una persona ad uscire da sé, dal quotidiano, che la fa riflettere su ciò che è, che la porta ad un’identificazione con personaggi e a crearle domande e curiosità è sempre utile.
Soprattutto se si tratta di bambini ciò che li possa far uscire da pacchetti standardizzati che tentano di farli diventare piccoli, tristi, adulti consumatori non è utile, è necessario.
L’educazione al bello, alla poesia in materiale tangibile può farli sognare senza farli “divagare”.

Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

La narrazione è nata dalla richiesta di una filastrocca che aiutasse i bambini a memorizzare le caratteristiche degli elementi del nostro sistema solare. Ma i nomi dei pianeti, le loro caratteristiche per composizione e posizione fanno nascere suggestioni molto ricche.
Così mi sono ritrovata a dovermi documentare e più correggevo e “limavo” l’opera, più mi rendevo conto che stava nascendo una “personificazione” degli astri molto riconoscibile negli aspetti comuni a tutti noi; a posteriori questo era prevedibile dato l’aspetto archetipico insito in ogni nome scelto per i corpi celesti, ma è una consapevolezza a cui sono arrivata dopo. Questo aspetto è stato molto utile per entrare in contatto con il pensiero bambino, che tende a personificare gli oggetti o che ama rifugiarsi dentro questo meccanismo anche fino ai sette anni.
Alla fine l’ho trovato così gradevole nella sua semplicità che ho deciso di illustrarlo in autonomia e poi di auto-pubblicarlo.

Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

La prima bozza di poesia l’ho scritta di getto, dopo essermi documentata sulle caratteristiche rocciose, gassose o liquide di ogni singolo pianeta, poi è cominciato un lentissimo lavoro di revisione e illustrazione del testo nei ritagli di tempo.
Sono i rimandi poetici a fatti di cronaca che mi tengono sveglia la notte finché non mi alzo a scrivere una frase.

La copertina, il titolo e le illustrazioni. Chi, come, quando e perché?

Avevo chiesto a varie amiche e conoscenti illustratrici (o semplicemente con la passione per il disegno) di collaborare all’illustrazione del libro. Dopo un iniziale entusiasmo e la richiesta conseguente di un mio invio della poesia non ho più avuto riscontri.
Ho quindi deciso di illustrare da sola il mio libro, creando la grafica di pagine e copertina. Fotocopie, matite, acquarelli, pastelli a cera, pennarelli, gessi, tempere e forbici hanno fatto il resto.
Mio marito, a cui devo moltissimo per il sostegno e l’aiuto, ha curato l’impaginazione su un noto portale di vendita on line che si occupa anche di stampa e vendita di libri.

La tua opera è autopubblicata. Vuoi raccontarci qualcosa in merito?

    Ho inviato il libro a quasi cinquanta case editrici per bambini, alcune mi hanno cortesemente risposto: “Il suo libro non interessa al nostro catalogo”, alcune ancora più gentilmente aggiungevano: “ha spunti interessanti” e “le auguriamo fortuna con la sua pubblicazione”.
    Le più scorrette chiedono di far pagare la stampa di molte copie millantando un interesse che in realtà non hanno, per lo meno di investire sull’opera che poi abbandonano.
    A me non andava di pagare centinaia di copie che poi non avrei saputo che impatto avessero sul pubblico, così ho scelto di auto-pubblicarlo sul portale di cui parlo nella precedente risposta.

    A quale pubblico pensi possa essere rivolta la tua pubblicazione?

      Sicuramente ad un pubblico tra i 5 e i 7 anni, momento in cui hanno maggior concentrazione per apprezzare il linguaggio poetico ma ancora gusto per il gioco di “personificazione” dei personaggi.

      In che modo stai promuovendo il tuo libro?
      Sto imparando che il passaparola e il presentarmi personalmente nei luoghi delle presentazioni sta creando un’onda di propagazione forse più efficace dei social.
      Le mail vengono lette con sospetto e i mass media ti procurano qualche like spesso senza seguito. Diciamolo: non ho il “phisique du role” della tiktoker e quindi prediligo il “porta a porta” che mi sta creando soddisfazioni per accoglienza ed apprezzamento del libro.
      Le presentazioni mi hanno sempre aperto successive opportunità di altri eventi.

      Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legata e perché?
      Prediligo la poesia conclusiva, una sorta di morale di Esopo che evidenzia uno dei temi a me più cari: l’inclusività.
      “Nello spazio più profondo nove amici fan girotondo, tutti quanti intorno al sole, queste son le lor parole:
      -Tutti quanti qui danziamo, da tempo infinito un canto intoniamo. Un suono che a noi ricorda all’istante, che dal grande al piccolo tutto è importante -“

      Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?
      Devo dire che l’apprezzamento che ho visto nei piccoli lettori e l’affetto con cui si approcciano all’opera, oltre che alla stima dichiarata dai loro genitori, sono già delle aspettative altissime a cui non mi immaginavo di tendere.

      Una domanda che faresti a te stessa su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

      Aligò ti sei divertita a scrivere e illustrare questo libro?
      Mi sono divertita tantissimo, mi sono riscoperta bambina: la piccola Annalisa è la parte più creativa di me e quella che mi regala più soddisfazioni dal punto di vista ludico ed estetico.

      Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

      Sto iniziando ad abbozzare un altro libro illustrato per bambini dal titolo “I folletti riordinini”, storia che avevo inventato quando ero un’educatrice, per la comprensione del valore e del significato del riordino. Un gioco successivo, in cui i bambini “diventavano” folletti rendeva più piacevole lo stesso in classe. Stranamente il testo è in prosa (per ora).
      Un altro progetto che amerei molto portare a termine è la catalogazione e la pubblicazione di libri delle mie poesie divise per tema: pedagogico, sociale, affettivo.
      Chissà se riuscirò un giorno a farmelo pubblicare…

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      Antonella Sica, “Corpi estranei”, Arcipelago Itaca, 2025.

      09 lunedì Giu 2025

      Posted by Deborah Mega in POESIA, Segnalazioni ed eventi

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      Antonella Sica, Corpi estranei

       

      Prefazione di Camilla Ziglia
      In copertina: una fotografia di Pietro Mari dal titolo Geometrie variabili

       

      da Corpi estranei

      Madre di Luna pietra madre ragnatela
      di capelli sul guanciale madre pallido
      ansimare madre spenta nella parola
      madre impiccata al sorriso
      in bianco e nero madre
      che non ricordo madre
      impastata nel corpo
      madre

      che sei andata via
      come si spegne la luce
      nella stanza di un bambino.

      *

      Era una casa divisa in gabbie
      perimetri di fiato e dolore
      corpi estranei cuciti dal sangue.

      A tavola a ognuno il suo posto
      geometria instabile dei pasti,
      la luce piombava dall’alto
      un ritratto di famiglia elettrico.

      Corpi stretti nella notte alle coperte
      galleggianti nella trama dei respiri
      la sveglia scandiva l’assenza ai miei occhi
      spalancate finestre alla fuga.

      *

      Il corpo del fratello
      non faceva rumore
      occhi grandi sgranati laghi
      che ogni sasso poteva colpire

      giocando col fuoco, un giorno
      bruciò le mani
      immobile specchiava le fiamme sui palmi
      dietro gli occhi
      fatue.

      *

      da Ho una bambina sulla schiena

      Ho una bambina sulla schiena
      il suo corpo è nuda cantilena
      mi riempie i capelli di nodi
      per divorare il mio pianto

      la bambina di notte dondola
      cigola come un’altalena
      col suo alito di bosco sussurra
      cristalli di sale sul cuscino

      mentre sogno indossa le mie mani
      disegna una volpe che gioca coi cani
      fuscelli i fremiti del suo respiro
      un nido di parole che scopro al mattino.

      *

      da La condanna alla luce

      Eppure i momenti migliori sono quelli
      in cui annuso il mondo come un cane
      cammino e sono nelle gambe
      in attesa di una gioia conosciuta
      quella svolta che improvvisa s’apre al mare
      col ferro del porto che sale
      in rette e poligoni brillanti.

      Cammino con gli occhi sazi
      come chi non cerca niente
      solo l’occasione di un altro passo avanti.

      *

      da Dove nessuno chiama

      Dall’intrico di foglie la luce
      fa a brandelli il tuo volto
      s’insinua lama nelle pieghe della carne
      forse siamo distesi

      i capelli ondeggiano
      grano sterile sull’erba
      forse ci stringiamo
      una mano a distanza
      stiamo lì ad asciugare le parole
      sento il battito del cuore in un sasso
      che preme sulla schiena

      è più facile così, scomparire.

      Ci siamo addormentati
      senza sprofondare nella terra
      e al risveglio
      ci siamo sentiti inospitali.

      *

      Non è ancora l’alba. Non ancora.
      Il silenzio al di là delle tende
      è uno sciame d’api
      pronto a colpire. Alle spalle il frigorifero,
      col suo reticolo elettrico
      combatte per il freddo interno
      parla da solo come un ventre troppo pieno.
      Sotto una luce pendente
      scrivo con l’ombra
      della mano sul foglio. Briciole
      si attaccano al palmo che scorre
      quasi a chiedere un ultimo gesto d’attenzione
      colonizzando il bianco.

      Mi sono alzata per un sogno, forse.

      Testi di Antonella Sica, tratti da “Corpi estranei”, Arcipelago Itaca, 2025.

       

      NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

      Antonella Sica, genovese, è laureata in Lettere Moderne. È regista e manager culturale in ambito audiovisivo e cinematografico. Ha fondato e codiretto il “Genova Film Festival” dal 1998 al 2015. Ha diretto e realizzato cortometraggi di fiction e documentari selezionati e premiati in diversi Festival. Tra i suoi lavori: Ballata Trash, cortometraggio con il poeta Edoardo Sanguineti. Nel 2014 vince il premio per la miglior silloge del concorso indetto dalla casa editrice Prospero (opera pubblicata nel 2015 col titolo Fragile al mondo). Nel 2017 vince il Premio Internazionale di Poesia “Città di Milano” con la silloge La memoria nel corpo, pubblicata l’anno seguente da Rayuela Edizioni. Nel 2019 vince – ancora come miglior silloge – il XX Premio di Scrittura Femminile “Il Paese delle donne” con la raccolta L’ira notturna di Penelope, uscito nel 2022 per i tipi di Prospero Editore e con la prefazione di Donatella Bisutti.
      Ha partecipato a reading poetici in diverse città d’Italia. I suoi testi sono stati selezionati e premiati in diversi concorsi fra cui “Lorenzo Montano”, “Bologna in Lettere”, “Arcipelagoitaca” e “Guido Gozzano”. Recensioni alle raccolte e suoi inediti sono stati pubblicati su riviste online e blog fra cui “Inverso-Giornale di poesia”, “Poesia del nostro tempo”, “Almapoesia”, “Ex-Libris”, “Carte sensibili”, “La rosa in più”, “Menabò online”, “Poeti Oggi”e “Versante Ripido”, dove cura la rubrica di videopoesia Lanterna magica. È presente in alcune antologie fra cui Singolare, molteplice(puntoacapo2022) e Settimo repertorio di poesia italiana contemporanea (Arcipelago itaca 2023).
      Con Corpi Estranei ha vinto il Premio “InediTO-Colline di Torino” 2023.

       

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      Giulio Divo “Vuoto 23”, Di Leandro editore. Intervista di Patrizia Destro

      16 mercoledì Apr 2025

      Posted by Loredana Semantica in INTERAZIONI, Interviste, LETTERATURA, PROSA

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      Tag

      Giulio Divo, intervista, Patrizia Destro

      Patrizia Destro intervista Giulio Divo sulla sua opera: Vuoto 23, Di Leandro editore.

      Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

      Avevo circa cinque anni e, appena terminata la lettura di una riduzione dell’Iliade per bambini (“Storie della storia del mondo”, di Laura Orvieto), rimasi talmente colpito e intristito dalla morte di Achille che scoppiai a piangere e promisi a me stesso di riscrivere un’Iliade riveduta e corretta, con un finale diverso. Attribuisco a quell’episodio la mia prima dichiarazione consapevole circa la volontà di scrivere. Poi ho fatto tutta la trafila ordinaria, almeno per la mia generazione: poesie adolescenziali, racconti brevi in gruppi carbonari di scrittura creativa… Insomma, tutto quello che poteva fare uno studente medio tra gli anni ’80 e il 2000, perso tra delusioni amorose, noia e disturbi d’ansia.

      Continua a leggere →

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      Alessandro Pagani, “I Punkinari”, Neptunarus Editore, 2024.

      14 lunedì Apr 2025

      Posted by Deborah Mega in INTERAZIONI

      ≈ 1 Commento

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      Alessandro Pagani, I Punkinari

      Il calcio è la cosa più importante
      delle cose meno importanti
      *
      Arrigo Sacchi
      *

      I Punkinari, fumetto umoristico di Alessandro Pagani con i disegni di Massimiliano Zatini e la prefazione di Stefano Manca, dà il via alla nuova collana Chicche di riso della casa editrice di Firenze Nepturanus.Tra le sue pagine scoprirete l’ironia di due uomini con la cresta costretti a sedere in panchina in tutte le loro partite, mai un minuto giocato e la speranza di entrare sul terreno verde che non svanisce mai. Eppure la “panca” insegna che si può comunque vivere nell’attesa di qualcosa pur godendosi il passare delle stagioni, sempre con una risata pronta all’uso. Gag, battute, giochi di parole che si possono sentire in un bar, dal panettiere, in ufficio, dentro la casa di una famiglia che non perde mai l’umorismo. Ecco cosa si può trovare all’interno di queste pagine, da leggere con pigrizia e senza stancarsi troppo, in pieno stile Punkinari: due ragazzi sui generis, amici sul campo e nella vita, che non aspettano altro che la loro occasione per brillare. E se non ci fanno giocare?

      Giochiamo lo stesso.

      Progetto grafico e impaginazione:
      Laura Venturi
      In copertina:
      Massimiliano Zatini, I Punkinari, 2024
      Testi:
      Alessandro Pagani
      Illlustrazioni:
      Massimiliano Zatini
      Matteo Cialdella

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      Bellezza nel mirino: Progetto Ragna-tele

      11 martedì Mar 2025

      Posted by Loredana Semantica in ARTI, Fotografia, Il colore e le forme, POESIA, Segnalazioni ed eventi

      ≈ 1 Commento

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      Bellezza nel mirino, Miriam Bruni

      Bellezza nel mirino è il titolo di una Mostra fotografica realizzata da Miriam Bruni lo scorso agosto 2024 a Tolè, frazione del Comune di Vergato in Emilia. Per Limina mundi Miriam ha pensato di riproporre on line le sue opere fotografiche più significative

      Nel presentare il suo progetto l’autrice si racconta:
      “La fotografia è una delle mie passioni: un interesse intrinseco, sorgivo, quasi un habitus. Quando mi dirigo da qualche parte, è pressoché impossibile per me non scattare foto, non catturare “armonie” visive fatte di forme, linee, colori, in piccoli dettagli o in scene di vita quotidiana colte nei momenti di luce migliore, sotto i raggi del sole al mattino o all’imbrunire e fissate nei miei foto-quadri, pensati per stupire, interrogare, o anche solo rasserenare.
      Credo nel potere e nel valore della gentilezza, dell’autenticità, e della condivisione costruttiva. Perseguo la Bellezza con determinazione quotidiana, perciò amo raccogliermi frequentemente passeggiando e fotografando la Natura.
      Durante queste medit-azioni estetico-spirituali produco scatti per progetti espositivi locali sia personali che collettivi.
      Di recente ho frequentato un Corso per Fotografi Fine Art on line che mi ha portato a riflettere sulle mie “intenzioni artistiche” e a sviluppare l’idea di Progetti specifici tematici, ciascuno costituito da un numero limitato e ragionato di foto, che vengono poi stampati su tela o legno per le Mostre in presenza, ma anche proposti on line, come in questo caso con Limina mundi. Al Progetto Ragna-tele ne seguiranno altri: “Alberi trasfigurati”, “Riflessi ed ombre”, “La mia Bologna”…”

      PROGETTO RAGNA-TELE

      di Miriam Bruni

      Il ragno per me ha una forte valenza simbolica.
      Inizialmente collegato alla figura del “poeta”…Recentemente l’ho visto bene anche in “rappresentanza” del mio “io”……e di quella di Dio….

      Tra visibilità e invisibilità

      Tra operosità e silenzio

      Il ragno lavora,
      e vive, cattura,
      se ti chini lo scorgi
      alla giusta angolatura.
      Ci passi anche tu
      sulla via delle fagiane
      e levi una preghiera
      alle nuvole lontane.
      Ti aggrappi alle spighe
      come fossero ringhiere:
      hanno forza dorata
      pur sottili e leggere.

      Ode al ragno

      Hai filato nel buio senza ansie né plausi.
      Ora è nel tuo scrigno aperto
      che si posa e s’incunea la rugiada del mattino.

      Perle mirabili per fattura e splendore
      che ricordano ai terrestri
      a chi devono la vita: acqua e sole.

                                                               Galleria fotografica
      
      connessioni precarie
      fiore o baco
      geometrie et finesse
      metafisico
      parasole inefficace
      resilienza
      sottobosco
      un lavoro ammirevole
      ventaglio artigianale



      Miriam Bruni, ispanista, nata e cresciuta a Bologna, si dedica a fotografia e poesia.
      Ha pubblicato i seguenti volumi di poesia:

      • Cristalli, 2011
      • Coniugata con la vita. Al torchio e in visione, 2014
      • Credere nell’attesa, 2017
      • Così, 2018
      • Falesìa, 2019
      • Concentrati sul cromosoma celeste,2022
      • Guardarlo ancora. Paesaggi e miraggi della passione amorosa,2022
      • Cuanto cuesta vivir, 2022.

      Scrivendo mette a fuoco le esperienze vissute, cerca il bene, l’oltre delle cose, l’essenza profonda e risonante. Quanto alla forma tende alla massima concentrazione, alla sintesi, a quella che chiama cristallizzazione…Ogni poesia è figlia di scelte formali consapevoli.
      Ha diretto il Centro Culturale di Livergnano assieme all’ambientalista e scrittore Loris Arbati; attualmente collabora alla redazione della Rivista d’Arte web Millecolline, fondata e diretta da Roberto Cerè.

      È presente in numerosi blog e riviste specializzate con testi poetici, interviste, traduzioni dallo spagnolo e rubriche. Sue poesie e foto sono state pubblicate su Agende, Annuari, Calendari artistici, opere antologiche.
      Di recente ha esposto alcuni suoi foto-quadri a La Corte di Felsina, assieme ad opere di altre 25 artiste, durante la grande manifestazione Art City, da poco conclusasi a Bologna.

      Miriam sta inoltre lavorando a un libro-catalogo dal titolo “Armonie visive”, dove ha radunato le foto delle sue prime mostre personali, quelle i cui scatti sono stati realizzati nel suo quartiere di residenza, Borgo-Reno.

      Ha un canale YouTube, un profilo Facebook e uno Instagram, oltre ad un sito-blog in cui vorrebbe raccogliere e conservare i propri e altrui “materiali” preziosi:

      https://miriambruni.blogspot.com/

      Contatti:
      miribruni79@gmail.com
      fotoquadri.mirystyle@gmail.com

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      Io, Senatrice a vita

      27 lunedì Gen 2025

      Posted by Deborah Mega in La società, Segnalazioni ed eventi

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      Liliana Segre

       

      Sono stata chiamata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il 19 gennaio 2018. Una mattina è squillato il mio telefono e la voce gentile del Presidente mi annunciava che aveva preso la decisione di nominare me Senatrice a vita. Mi sono sentita onorata e l’ho ringraziato per questo altissimo riconoscimento che mi ha colta di sorpresa. Davvero, non me lo aspettavo.
      Non ho mai fatto politica attiva, mi sento fondamentalmente una nonna. Sono una donna con tanti impegni e molti interessi: la politica era un luogo a cui guardavo con curiosità, con rispetto, ma come cittadina – anche critica – nulla di più. Ecco perché il Presidente mi ha colta di sorpresa. Ma, un momento dopo, ho immediatamente sentito su di me, come è avvenuto spesso nella mia vita, fin da ragazza, la grande responsabilità del compito che mi veniva affidato. Ebbene, il mio pensiero è stato subito quello di onorare questa consegna del Presidente della Repubblica, facendo il mio dovere. Credo che il Presidente Mattarella abbia voluto fare memoria, attraverso la mia persona, dei tanti esseri umani che non ci sono più per la colpa di essere nati. E, con essi, ha voluto rammentare alle coscienze, a mo’ di ammonimento, questo anno, il 2018, in cui ricorre l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali.
      Nel ruolo di Senatrice sento fortissimo l’impegno a tentare di portare dentro le stanze della politica quelle voci lontane, e che si allontanano sempre di più dalle nostre vite, fino a rischiare di essere perdute nell’oblio. Le voci di quelle migliaia di italiani della minoranza ebraica che, come me, subirono la violenza e il rifiuto: come cittadini, come esseri umani. Espulsi dalle scuole, dalle professioni, dal cuore degli amici e dalla vita del proprio Paese. Le leggi razziali perpetrarono questo scempio. Fu la persecuzione, la sottrazione di diritti – e, soprattutto, il silenzio nel quale tutto questo avvenne – a preparare la strada alla Shoah. È nell’indifferenza generale che i dittatori compiono i saccheggi più gravi alla dignità dell’uomo.
      Il mio impegno, in ogni decisione che prenderò, in ogni proposta di legge che definirò, sarà quello di dare voce a quanti non sono tornati da quello sterminio premeditato: essi non hanno tomba e sono finiti nel vento. Il mio impegno è, ancora, quello che prendo ogni volta con i ragazzi che incontro. Contrastare il razzismo. Tramandare la Memoria. Costruire un mondo di fratellanza e di pace, in piena sintonia con la nostra Costituzione. Non mi dimenticherò dei ragazzi. Non voglio, infatti, trascurare l’impegno che ho preso con loro: testimoniare, raccontare, coltivare la speranza attraverso le loro giovani menti. Le scuole restano il mio luogo del cuore perché è lì che ci sono i miei nipoti ideali. Continuerò, finché avrò le forze, a raccontare loro l’assurdità della Shoah, la pericolosità della predicazione dell’odio. Ma senza rancore. Nel mio impegno nelle scuole e in politica io non porterò mai il rancore e l’odio.
      Sono una persona che non dimentica, ma libera dallo spirito di vendetta: la mia libertà
      sta nel sentirmi una donna di pace. È questo spirito che mi accompagnerà durante il mandato che mi è stato affidato nel Parlamento del mio Paese.
      Un cammino che ho iniziato nel mio primo discorso in Senato con queste parole…

      Signor Presidente del Consiglio, colleghi Senatori, prendendo la parola per la prima volta in quest’aula, non posso fare a meno di rivolgere innanzitutto un ringraziamento al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il quale ha deciso di ricordare l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali razziste del 1938, facendo una scelta sorprendente e nominando quale Senatrice a vita una vecchia signora. Una persona tra le pochissime ancora viventi in Italia, che porta sul braccio il numero di Auschwitz e ha il compito, non solo di ricordare, ma anche di dare in qualche modo la parola a coloro che ottant’anni or sono non la ebbero.
      A quelle migliaia di italiani, quarantamila circa, appartenenti alla piccola minoranza ebraica, che subirono l’umiliazione di essere espulsi dalle scuole, dalle professioni e dalla società, quella persecuzione che preparò la Shoah italiana del 1943-45 e che purtroppo fu un crimine anche italiano, del fascismo italiano.
      Soprattutto si dovrebbe dare realmente la parola a quei tanti che, a differenza di me, non sono tornati dai campi di sterminio, uccisi per la sola colpa di esser nati. Loro, che non hanno tomba, che sono cenere nel vento.
      Salvarli dall’oblio non significa soltanto onorare un debito storico verso quei nostri concittadini di allora, ma anche aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano. A non anestetizzare le coscienze, a essere più vigili, più avvertiti della responsabilità che ciascuno di noi ha verso gli altri. In quei campi di sterminio altre minoranze oltre agli ebrei vennero annientate. Tra queste voglio ricordare oggi gli appartenenti alle popolazioni rom e sinti che inizialmente suscitarono la nostra invidia di prigioniere perché nelle loro baracche le famiglie erano lasciate unite. Ma presto all’invidia seguì l’orrore perché una notte furono portati tutti al gas e il giorno dopo in quelle baracche
      vuote regnava un silenzio spettrale. Per questo mi rifiuto di pensare che oggi la nostra civiltà democratica possa essere sporcata da progetti di leggi speciali contro i popoli nomadi. Se dovesse accadere mi opporrò con tutte le energie che mi restano.
      Mi accingo a svolgere il mandato di Senatrice ben conscia della mia totale inesperienza politica e confidando molto nella pazienza che tutti loro vorranno usare nei confronti di un’anziana nonna, come sono io.
      Tenterò di dare un modesto contributo alla attività parlamentare, traendo ispirazione da ciò che ho imparato. Ho conosciuto la condizione di clandestina e di richiedente asilo, ho conosciuto il carcere, ho conosciuto il lavoro operaio, essendo stata manodopera schiava minorile in una fabbrica satellite del campo di sterminio.
      Non avendo mai avuto appartenenze di partito, svolgerò la mia attività di Senatrice senza legami di schieramento politico e rispondendo solo alla mia coscienza.
      Una sola obbedienza mi guiderà: la fedeltà ai vitali principi e ai programmi avanzatissimi, ancora in larga parte inattuati, dettati dalla Costituzione Repubblicana.
      Con questo spirito ritengo che la scelta più coerente con le motivazioni della mia nomina a Senatrice a vita sia quella di optare oggi per un voto di astensione sulla fiducia al governo. Valuterò volta per volta le proposte e le scelte del governo senza alcun pregiudizio e mi schiererò pensando all’interesse del popolo italiano e tenendo fede ai valori che mi hanno guidato tutta la vita.

       

      Liliana Segre, Intervento del 5 giugno 2018
      Liliana Segre è presidente della Commissione per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza istituita in Italia nel 2020.

      La stella con la scritta Jude (“ebreo”) che veniva cucita sulla divisa del lager.

      Un’immagine dell’installazione “Shalechet” (“foglie cadute”) che si trova nel Museo ebraico di Berlino, progettato dall’architetto polacco Daniel Libeskind, appartenente a una famiglia ebrea decimata dalla Shoah. I volti in metallo che coprono il pavimento stridono e producono un rumore insopportabile quando il visitatore ci cammina sopra.

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      Nel verso giusto. Sguardi di resistenza di poete siciliane, L’Arca di Noè, 2024

      16 giovedì Gen 2025

      Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, POESIA, Segnalazioni ed eventi

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      L'Arca di Noè, Nel verso giusto

      Col titolo “Nel verso giusto”, sottotitolo “Sguardi di resistenza di poete siciliane“, nel mese di ottobre scorso, è stata pubblicata dalla casa editrice “L’arca di Noè” una raccolta di poesie a tema civile. Emarginazione, discriminazione, invisibilità, migranti, guerra, donne tra violenza e resilienza sono i temi trattati nelle specifiche e omonime sezioni del libro. Il libro è nato da un’idea di Bia Cusmano di riunire la scrittura poetica femminile siciliana d’impegno sociale, in modo che fossero rappresentate il più possibile tutte le province dell’isola. Curatrici sono Stefania La Via e la stessa Bia Cusumano. In copertina “Ritratto pixellato” acrilico su tela di Giacomo Cuttone. La prefazione di Anna Maria Bonfiglio.

      Nel libro, inseriti nelle varie sezioni, testi poetici di ventisette autrici, elencate di seguito nell’ordine in cui si succedono nella stessa raccolta.

      Cinzia Accetta
      Margherita Biondo
      Jana Cardinale
      Giovanna Fileccia
      Patrizia Giurleo
      Maria La Bianca
      Giuseppina Lauricella
      Ornella Mallo
      Maricla’ Micale
      Adriana Montalbano
      Adele Musso
      Daniela Musumeci
      Loredana Semantica
      Rosa Maria Chiarello
      Marilina Giaquinta
      Stefania La Via
      Francesca Traina
      Liliana Arrigo
      Iolanda Cuscunà
      Giuseppina Mira
      Ester Monachino
      Margherrita Rimi
      Rossella Caleca
      Chiara Catanese
      Bia Cusumano
      Ester Guglielmino
      Deborah Prestileo

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      Mattia Tarantino, “Se giuri sull’arca”, Fallone Editore, 2024

      09 lunedì Dic 2024

      Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

      ≈ 1 Commento

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      Mattia Tarantino, Se giuri sull'arca

       

      I

      PRIMA VOCE: (canzonando)
      Se ce lo chiedete non ve lo diciamo.

      SECONDA VOCE: (sussurrando, sempre)
      Come qualcosa che passa, qualcosa che striscia. Uno scricchiolio.

      TERZA VOCE:
      Imparerai a parlare con le ombre.

      PRIMA VOCE: (ancora canzonando)
      Non ve lo diciamo.

      TERZA VOCE:
      Avevamo allacciato l’arca al loro regno. Al regno nero della trasparenza.
      Alla fine del mondo.

      PRIMA VOCE:
      Non è che non vogliamo.

      TERZA VOCE:
      Come per chi cerca il giro della serpe. Il segno arrotolato nel nulla.

      PRIMA VOCE:
      Non ce lo hanno detto. Lo abbiamo chiesto, croce sul cuore.

      SECONDA VOCE:
      Come bisbigliando in un orecchio gigante. L’entrata sul retro
      sigillata parlando.

      TERZA VOCE:
      Poi siamo salpati. Nessuno ci ha dato il permesso. Nessuno ci ha
      detto di no.

      II

      Per una cuccia nel vuoto, per un morso di pane, ma da dietro, bendati, che nessuno ci veda. Ci chiedono come ci chiamiamo, non sappiamo ripeterlo. Questo Regno sospeso in una ruota che abbaglia, questi corpi rovinati dai raggi, questi corpi che sbattono ai bordi, come i numeri scatenati negli insiemi, nei cerchi, l’intervallo luminoso tra un segno e qualcosa, qualcosa che affiora come un Regno sospeso, nella ruota che abbaglia c’è qualcuno in ginocchio, ci dice che viene, ci avvisa, è un allarme. Sirene, trambusto, uno scoppio, poi nulla, siamo calmi, lo saremo per sempre, giuriamo, ma giuriamo su cosa se le ombre sono inchiodate alle sagome, se c’è il volto di Nostra Madre che trema, che ha perso la faccia e non riesce a parlare, ci dice che bruciano, che bruciano i campi, hanno trovato un passaggio, che bruciano i numeri e c’è un altro sistema, adesso; cosa state scontando per una cuccia nel vuoto, per un morso di pane, per un’arca dorata che chiamiamo Aphinar?

      da Se giuri sull’arca

       

      I

      Parlano, ma come gli uccelli, un dialetto celeste. Il fuoco è acceso e il villaggio più vicino. C’è il pane caldo, l’anice da scaldare insieme al vino. Saranno ricordati in carovana, come in fila per presentarsi al Giudizio, ma nessuno li vede oppure non esistono occhi; jolly d’ombra che frugano nel fogliame, che strisciano, convulsioni nelle province dell’ombra. Nottenati, Cunicoli, come nomi di popoli smilzi, fantasie di popoli scalzi. Smàcchera zan ca tio perēse, ca sa pèrese rubina i scancia. Parlano, ma come uccelli dai becchi mostruosi, dai becchi d’anice, liquidi, smacche zatàn come grumi, come calcoli, un dialetto di reni celesti se tutta la lingua è un’orma, se qualcuno si allontana dal villaggio, viene, se fischia.

      XV

      Sciababàb, ci accucciamo di notte, chiudi gli occhi che nessuno ti vede; le unghie appese alla porta, così non entreranno, sale a terra, parliamo, ma parliamo nel buio. Sciababàb, come un nome spellato, un cerchio buio nell’ombra e gli uccelli, qui intorno,
      qui intorno è pieno di uccelli.

      da Sciababàb

       

      I

      Al primo lo incidono sulla schiena ma non ci crede. Lo stesso segno è sul dorso della moneta. L’altro ha baciato la pietra la prima notte dell’anno. Il capo del toro, calato dall’uscio, è stato fracassato e sepolto. Alla festa indosserà la maschera della bestia, quattro volte cornuta. All’ultimo taglieranno l’anulare.

      VIII

      Siate gli angeli e siate la procedura. Così ha parlato la bocca del sottomondo, come un’abrasione, un comando che si salva scomparendo e segna, tuttavia, incide e infetta consegnando, alle regole o alla storia, qualcosa ancora da salvare, ancora una violenza.

      X

      Il nome che tramandano è Mattath. Lo usano per i ladri, per i macellai. Gli dicono che sarà il motore, la sintassi. Ovunque sarà nominato sarà costretto a significare. Quando la sintesi sarà compiuta le bestie saranno scolate agli angoli dell’incisione. A quel punto la pelle sarà sciolta e il nome potrà essere tramandato.

      (Gli abitanti del villaggio sono riuniti dall’altro lato della voragine. Siedono in cerchio, suonano il tamburo. I robota siedono come loro, vestiti di bianco, alzano le mani, mostrano i palmi. Non c’è nessun segno)

       

      da L’Ermeneuta

       

      Testi di Mattia Tarantino, tratti da “Se giuri sull’arca”, Prefazione di Michelangelo Zizzi, Collana Il Drago Verde, Fallone Editore, 2024.

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      Filippo Parodi, “I Am a Dream That Is Dreaming of Me”, Polimnia Digital Editions, 2024

      25 lunedì Nov 2024

      Posted by Deborah Mega in Poesie, Segnalazioni ed eventi

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      Tag

      Filippo Parodi, I Am a Dream That Is Dreaming of Me

       

      Seaside lullabies

       

      Naps

      when I was a child

      in the sticky beach house

       

      tortuous turtle doves’ wrongs

      embedded in the pillow

      which always ate me all up.

       

      Ninne nanne balneari

      Sonnellini
      quando ero bambino
      nell’appiccicosa casa al mare

      torti di tortore tortuose
      accorpate nel cuscino
      che tutto mi divorava.

       

      Peak experience

      Through a darkness

      in constant blinding mutation

      happily overpopulated with tooth decay

      humanity

      in its entirety

      smiles at the little bunch of degassed intentions

      which my body is

      at the mind which is buzzling and sizzling and pulsating

      similar to one of those bug zappers which I saw

      in one of

      those restaurants

      in Bangkok.

       

      Esperienza di picco

      Attraverso un buio
      in costante accecante mutazione
      felicemente sovrappopolata di carie
      l’umanità
      al completo
      sorride a quel mucchietto di intenzioni sgasate
      che è il mio corpo
      alla mente che ronza e che sfrigola e che pulsa
      simile a una di quelle trappole elettriche per insetti che ho
      visto in uno di quei ristoranti
      a Bangkok

       

      Archie Shepp

      Your shoes as golden

      as your saxophone

      which is golden as the sweat that floods you

      which is golden like the notes

      which so heavenly

      you sneeze

      erupt

      ejaculate

      golden seeds falling around

      and if only they could impregnate

      that sissy girl

      whom is my heart

      which is somewhere but where?

       

      Archie Shepp

      Le tue scarpe dorate
      come il tuo sassofono
      che è dorato come il sudore che ti inonda
      che è dorato come le note
      che così celestialmente
      starnutisci
      erutti
      eiaculi
      semi dorati che precipitano intorno
      e magari arrivassero a ingravidare
      quella femminuccia
      che è il mio cuore
      che è da qualche parte e chissà dove.

       

      The sin is always greener on the other side

      I would like to be one of those corrupt

      who enter without even wishing to the favour of Jesus.

      One of those who make a string of mistakes

      but who own deep inside the candied disposition of a child.

      A selfless prostitute.

      A humble thief.

      The drunkard completely incapable of resentment.

      Instead it seems that I will have to keep my abstainer

      farting heart

      my personal record of crimes invisible to the whole world

      even to myself unprovable.

       

      Il peccato del vicino è sempre più verde

      Vorrei essere uno di quei corrotti
      che senza neppure desiderarlo entrano nelle grazie di
      Gesù.
      Uno di quelli che commettono una sfilza di errori
      ma che in fondo possiedono un’indole candita di bambino.
      Una prostituta altruista.
      Un umile ladro.
      L’ubriacone completamente incapace di rancore.
      Invece pare che dovrò tenermi il mio scoreggiante cuore
      di astenuto
      il mio record personale di reati invisibili al mondo intero
      anche a me stesso indimostrabili.

       

      Michel(l)e ma belle 

      I love you

      when you cry

      and your whole mouth twists

       

      it shrinks

       

      by shortening

      it travels much farther

       

      where

      for a moment

      every wall falls apart

       

      inside the slaughterhouse

      of your countless ages.

       

      Michel(l)e ma belle

      Ti amo
      quando piangi
      e ti si distorce tutta la bocca

      si restringe

      accorciandosi
      arriva più lontano

      dove
      per un attimo
      crolla ogni parete

      all’interno del mattatoio
      delle tue innumerevoli età.

       

      Testi tratti da Filippo Parodi, “I Am a Dream That Is Dreaming of Me”, Polimnia Digital Editions, 2024

       

      NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

      Filippo Parodi nasce a Genova nel 1978. Nel 1986 si trasferisce a Milano, dove ancora vive. Si laurea in Filosofia Estetica nel 2003, con una tesi sul verosimile e “il meraviglioso” nella poesia. A partire dal 2007 pubblica i suoi primi testi su The End, Haute Food e sulla rivista internazionale di poesia e ricerche Zeta. Nel 2012 vince un concorso indetto dalla casa editrice Gorilla Sapiens e il suo racconto Il proprietario esce nell’antologia Urban Noise. Sempre per Gorilla Sapiens, alla fine del 2013, pubblica il primo libro La testa aspra. In seguito scrive racconti per Verde Rivista e Ultrafilosofia. Nel novembre 2014, insieme a Massimo Bacigalupo, Peter Carravetta e ad altri studiosi, viene invitato a partecipare al convegno Terribile la parola: i filosofi sono succubi del problema-parola, tenutosi al Palazzo Ducale di Genova, per celebrare i quarant’anni di pensiero e scritture del poeta-filosofo Raffaele Perrotta. Nel 2017 pubblica poesie su Il Foglio Clandestino e il suo secondo libro La panchina senza angeli per Fondazione Mario Luzi Editore. In ottobre, presso Villa Buzzati a Belluno, è chiamato a leggere alcuni estratti della raccolta appena pubblicata per l’Happening di chiusura della mostra di poesia visiva Voci visibili nel granaio – 42 Poeti Visivi per Dino Buzzati. Nel 2018 pubblica per Polimnia Digital Editions la silloge poetica Per te soltanto,bambino – Frammenti di emisferi e Tapping-ninne nanne. Da questa raccolta, l’anno successivo, vengono tradotte in inglese dalla redazione di Slow words – people and stories from this world e pubblicate due poesie. Da qui l’idea dell’autore di riscrivere l’intera opera in inglese con Flaming Child, sempre pubblicata per Polimnia Digital Editions nel 2020. A partire da dicembre l’opera entra nella Top 100 Bestsellers di Amazon, all’interno della categoria ebook gratuiti di poesia, raggiungendo il primo posto e rimanendo a tutt’oggi nelle primissime posizioni. Nell’agosto del 2021 alcune poesie tratte da Per te soltanto, bambino vengono commentate da Maurizio Cucchi su La Repubblica.

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      Rosaria Scialpi, “La faglia empirea”, Brè Edizioni, 2024.

      18 lunedì Nov 2024

      Posted by Deborah Mega in POESIA, Segnalazioni ed eventi

      ≈ Lascia un commento

      Tag

      La faglia empirea, Rosaria Scialpi

       

      La faglia empirea

      C’è uno squarcio nel cielo:
      impossibile ricucirlo.
      Non basta la strenua volontà del
      sognatore e nemmeno l’ago del cinico.

      Quella faglia nella volta empirea
      riduce lo sguardo a inerme
      scrutatore del reale.

      La corda è sospesa nel vuoto.
      Nessuna possibilità di salvezza.

       

      Il precipizio ha forma d’infinito

      La vertigine del vuoto
      non ferma il perpetuarsi della tortura
      della vita. Non la frena l’implacabile certezza
      della morte. Il precipizio ha forma d’infinito.
      Il pargolo in fasce è già l’uomo col bastone.

       

      Phainomai. Confessione 02

      Sono il mio fantasma.
      I contorni, sempre quelli.
      Sempre uguali a se stessi.
      Gli occhi vacui.

      Fauci dilatate inghiottono
      la figura nello specchio…

      Eccomi
      ricomposta
      in frantumi

       

      Sottrazione

      Distillare le parole.
      Frenare l’implacabile fiume
      di verbosità della roboante orchestra del mondo.

      Cernere ciò che appartiene
      ai corridoi sotterranei, bloccarne
      l’ingresso e apporre un chiavistello sul pericardio.

      Scendere nel sottosuolo e trangugiare
      la cinica maschera d’orrore quotidiano.

      Arginare per custodirsi.

       

      La testa di Orfeo

      Sono parole straniere, quelle che riposano nel mio ossario.
      Suoni antichi che riconosco, ma non sono più miei.
      Appartengono alla riva del rimpianto senza fine.
      Io non ci tornerò più.
      Hanno odore di ruggine e decomposizione.

      La testa sbrindellata di Orfeo riposa sul letto
      dell’Ebro. Galleggerà nel mare senza darsena.
      Per me non ci sarà Febo Apollo a proteggerla.
      Me l’hanno strappata via i Ciconi. Sparagmòs!
      La fedeltà all’apollineo si paga con la vita:
      nei campi di Dioniso i poeti soccombono.

       

      Nina all’altalena*

      Non fermare l’altalena!
      Non voglio scendere da questa giostra,
      interrompere la nenia.

      Non ostacolare il mio viaggio,
      appesa a un vecchio legno e due catene,
      i piedi verso il cielo, i capelli nelle nuvole.

      Non portarmi sulla terra,
      lascia
      che metta radici ribelli nell’aria,
      che s’irradi nelle vene clorofilla.

      Non provare ad afferrarmi.
      Che il vento mi trafigga la schiena.
      A te lascio la maschera di gelso.
      Io voglio essere Icaro: cera al sole.

      *Testo ispirato dall’ascolto di Ho visto Nina volare di Fabrizio De André.

       

      Rondini sul cielo di Puglia

      C’era uno stuolo di rondini, davanti a noi.
      Uno stormo impazzito, perduto come lo sono io.
      Un volo presago di notizie mortifere
      per l’anima che stenta a tenersi
      in equilibrio. Ombre taglienti dal sorriso di lama
      sul mio cammino. Solo questo!
      Nient’altro di me resta.

       

      Testi di Rosaria Scialpi, tratti da “La faglia empirea”, Brè Edizioni, 2024.

       

      NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

      Rosaria Scialpi è nata a Taranto nel 1996. Laureata in Lettere moderne con lode, ha scritto articoli per riviste scientifiche, collaborato con testate giornalistiche del territorio pugliese e ha curato la comunicazione di un festival letterario internazionale. Fra i suoi scritti: Lembi di verità (L’Erudita, 2022), la silloge d’esordio vincitrice del Premio Saffo poesia giovane e del Premio Troccoli Magna Graecia.  Recentemente è anche stata curatrice del saggio Sulle Sponde della Magna Grecia – Il Novecento di Spagnoletti, Carrieri, Grisi e gli altri (Passerino Editore, 2023), giunto alla sua seconda edizione. Alcuni suoi racconti appaiono in antologie. È autrice di un podcast incentrato sulle versioni meno note dei miti classici dal titolo Mitopedia: il mito come non te l’hanno raccontato, spin-off della pagina Instagram omonima dove fa divulgazione.

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      Doris Bellomusto, “A corpo libero. Esercizi di poesia” Le Pecore Nere editore, 2024.

      11 lunedì Nov 2024

      Posted by Deborah Mega in POESIA, Segnalazioni ed eventi

      ≈ Lascia un commento

      Tag

      A corpo libero. Esercizi di poesia, Doris Bellomusto

       

      Propositi

      Sviscerare il cuore.
      Seguire il vento.
      Accarezzare il profilo
      delle cose.
      Annusare nell’aria
      le stagioni.
      Aprire il cuore come si apre
      all’alba una finestra.
      Respirare il cielo.

       

      La perifrastica attiva

      Io del tramonto cerco
      gli avanzi,
      le sfumature.
      La luna
      mi basta dimezzata.
      La lussuria della luna piena
      non appartiene a me
      che al cerchio preferisco la spirale,
      che amo l’incompiuto,
      il “quasi”, il “non ancora”,
      la perifrastica attiva.

       

      Il resto

      Vivere per addizione
      è un vizio di forma,
      si vive di ciò che resta
      dopo tutto l’oblio.
      Si sottraggono gli istanti
      alla somma dei giorni.
      Resta il cielo
      respirato a cuore aperto.
      Resta lo sguardo puro
      di quando il mondo era
      sognato e non ancora
      sciupato da mani avide
      e pance ingorde.
      Il resto si dà per sottrazione.

       

      Come le rondini al cielo

      Mio figlio
      non è
      mio.
      Devo scriverlo
      per ricordarlo
      al mio cuore
      avido.
      Mio figlio
      mio
      non è,
      ma
      appartiene
      a me
      come le rondini al cielo
      e non al nido.

       

      L’incanto di sempre

      Inciampo sempre
      in fragili incanti.
      Invidio il fiore e
      la farfalla,
      la lucertola al sole.
      Forse,
      un giorno inciamperò
      nello specchio giusto e
      mi vedrò
      per quel che sono:
      fragile incanto anch’io
      minuscolo frammento
      di universo.

       

      Al vento di Maestrale

      Ho imparato
      a stare a mezz’aria
      se occorre,
      saltare la pozzanghera;
      morire nel gheriglio della noce;
      sfogliare i sogni degli amanti;
      disordinare l’amore degli sposi;
      disporre del mio tempo con amore;
      amare all’improvviso un viso nuovo;
      masticare lentamente i sogni;
      ogni giorno, lesta o lenta, camminare,
      azzardare con l’immaginazione,
      agire con tenerezza.

      Tremula
      al vento di Maestrale
      ho imparato a pregare
      ogni muta creatura
      terrestre.

       

      La controra

      Il retrogusto del caffè
      regala l’impressione del risveglio
      anche se la controra stanca l’anima
      anche se in tasca si nasconde
      qualche promessa scomoda
      anche se preferisco il sogno
      e gli occhi chiusi,
      le mani in tasca
      e gli spergiuri.

       

      Testi tratti da Doris Bellomusto, “A corpo libero. Esercizi di poesia” Le Pecore Nere editore, 2024.

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