Torna adesso nell’odore di luglio l’ultima parola,
la scommessa distratta della canicola serale.
C’è da inventare una notte, tra il sonno rallentato
dai fumi del barbecue di sotto e
i gerani al balcone che sfregano le foglie contro l’aria.
Le mie braccia perdute
restano a frugare il ricordo,
una misura incerta del rumore
che sale dai giorni lasciati indietro.
E le poesie, ciò che ne rimane,
trafitte nell’odore del grano tagliato,
ancora cercano un varco
tra un silenzio e l’altro.
Ora i bambini scendono in strada;
un pallone sbiadito, lo spareggio perso
al minuto urlato dalla cena che si fredda.
Tempo sbagliato, incollato agli occhi.
Così un’altra estate,
senza treni sudati nelle stazioni di recupero,
così senza odore si passa la frontiera.
*
Lampedusa
Amaro il cielo sotto lo sputo del silenzio
che a braccetto porta il tempo a girare su un bacio.
L’acqua è passata sulla razza
che umana si dice
nonostante le coperte argentate
a coprire lembi di pelle che per ore
hanno galleggiato orfane
nella bocca di Nettuno.
Ora neanche più le telecamere verranno a fare
un timido inchino,
un rapido mestiere,
tanto per dire che la guerra è brutta
che ci interessa il labbro storto dalla paura
che ci impegna la disperazione.
Qua l’acqua in fondo non passa, sta più là,
al limite della geografia, dell’assetto morale.
Sta di là a bagnare l’occhio straniero, l’urlo muto,
il sospetto tacito.
*
Bruciano i fiori
Bruciano i fiori sul letto vuoto,
e non c’è luogo che li contenga:
lo stelo è una fame in salita,
una lingua che non conosce mondo
se non quello che consuma
fino all’osso del giorno.
Bisogna fare attenzione:
i fiori sanno incendiare il sangue
nell’ultima ora trattenuta,
e i petali si staccano come nomi
annegati nella cenere
di ciò che non torna.
Bruciano i fiori con me,
che cerco un vaso d’acqua
capace di negare al fuoco
la sua preghiera rovente,
capace di fermare
il suo continuo dire.
L’assenza,
questa soglia che stringe,
è un assedio antico,
cresciuto dentro mani
che hanno conosciuto battaglia
prima ancora di chiamarsi carezza.
*
Calma piatta
È la vela che si piega,
qualcosa senza radici
che si arrampica sull’aria.
Qua cambia il momento
quello che dietro resta, che pone il corpo
sul lato errato.
Siamo grandi, cresciuti,
ed è solo scempio di voci
o silenzio composto,
la scaletta del giorno e della notte.
Nessuno chiederà un riscatto
per i filacci di stoffa
scesi dai vestiti,
ora paga il bianco sulla testa.
*
Consiglio di classe
Pare o forse è questa giornata
un caldo ristagno di faccende e
commissioni sparse sul tavolo.
La scuola, ancora aperta per gli
ultimi voti da decidere,
sembra oramai un misto tra una
roulette di Stato e un indovinello indulgente.
Così è gettato l’amo all’estate, ai pantaloni
che sopiti mostrano specchi di corpi bianchi.
Un computer si spegne, le porte sbattono e alcuni
cartelloni sudano sui muri ruvidi.
Anche oggi questo anno è finito.
Ita missa est.
Ilaria Cesarini, “I fiori bruciano”, peQuod, 2026
L’AUTRICE
Ilaria Cesarini è una docente di scuola primaria nata a Grosseto nel 1983. Si è laureata all’Università di Siena e successivamente ha conseguito la specializzazione nelle attività di sostegno presso l’Università di Firenze. Nel 2011 ha pubblicato la raccolta poetica “Il peso delle nuvole” (La Bancarella Editrice), con la quale è stata finalista al premio “Terre di Liguria”. Ha poi pubblicato la silloge “La vita anteriore” (2013); una poesia tratta da questa raccolta, “In città”, è stata pubblicata sulla rivista diretta da Elio Pecora. Oltre all’attività di insegnamento, si occupa di promozione della lettura e della scrittura attraverso laboratori didattici. Collabora in modo stabile come redattrice e correttrice di bozze presso l’agenzia editoriale Smart Content.
L’intervista a Yuleisy Cruz Lezcano si inserisce nel contesto della presentazione del suo libro “Di un’altra voce sarà la paura”, evento che ha inaugurato la rassegna “Il Maggio dei Libri” a Piombino. L’incontro si è svolto il 2 maggio scorso presso la Biblioteca del Comune, in un clima di partecipazione attenta e coinvolta, alla presenza dell’assessore alla cultura, a testimonianza dell’importanza istituzionale e civile dell’iniziativa. In questo spazio dedicato alla riflessione e al dialogo, la voce dell’autrice si è intrecciata con quella dei relatori e del pubblico, dando vita a un confronto profondo sui temi della scrittura, dell’identità e dell’impegno sociale. È proprio a partire da questo momento di condivisione che prende forma l’intervista condotta dalla professoressa Loretta Mazzinghi: un dialogo che approfondisce non solo il percorso letterario dell’autrice, ma anche le radici più intime della sua poesia e il suo costante impegno sui temi dei diritti umani e della violenza di genere.
Intervista della Prof.ssa Loretta Mazzinghi a Yuleisy Cruz Lezcano
Come è nata in lei questa passione per la scrittura e la poesia? La mia passione per la scrittura e per la poesia non è nata all’improvviso, ma come una necessità interiore, quasi un richiamo inevitabile. Fin da giovane ho sentito che la parola aveva un peso diverso: non era soltanto uno strumento per comunicare, ma uno spazio in cui potermi rifugiare e, allo stesso tempo, comprendere ciò che mi circondava. Crescendo, questo impulso si è nutrito delle mie letture. L’incontro con José Lezama Lima è stato decisivo: mi ha insegnato che la poesia non è semplice espressione, ma una forma di conoscenza, una ricerca dell’origine e del mistero. Allo stesso modo, nella scrittura di Alejandra Pizarnik ho riconosciuto una dimensione più intima e fragile, dove la parola diventa uno specchio dell’anima, anche nei suoi lati più oscuri. Un’altra influenza importante è arrivata dal realismo magico di Gabriel García Márquez e Julio Cortázar, che mi hanno mostrato come la realtà possa essere attraversata da una dimensione simbolica e visionaria. Questo ha cambiato il mio modo di guardare il mondo. Ma, più profondamente, la scrittura è nata come risposta a un’esigenza personale, cioè quella di dare forma alle emozioni, alle domande, alle fratture interiori. Anche l’esperienza dello sradicamento ha avuto un ruolo importante, essere lontana dalla mia terra ha reso la parola ancora più necessaria, come un ponte tra ciò che ero e ciò che sono diventata. Per questo dico sempre che la poesia non è stata una scelta, ma una scoperta graduale. È nata nel silenzio, nella lettura, nella ricerca di senso. Scrivere è diventato il mio modo di esistere, di resistere e di restare in dialogo con il mondo e con me stessa.
Questo suo modo poetico di guardare il mondo e di trasmettere emozioni nasce in lei direttamente in immagini? O c’è anche un lavoro raffinato sulla parola, e le scelte di lessico sono dovute anche ad una profonda cultura letteraria e filosofica? Il mio modo poetico di guardare il mondo nasce spesso da immagini, ma non si tratta mai di un processo puramente immediato o istintivo. L’immagine arriva come un’apparizione, come direbbe la tradizione simbolista, è qualcosa che si impone alla coscienza ma che, allo stesso tempo, chiede di essere decifrato. Penso che il simbolo non comunica mai in modo diretto, ma “nasconde mostrando”, e proprio in questa tensione tra visibile e invisibile si apre lo spazio della poesia. L’immagine, quindi, non è mai un punto di arrivo, ma una soglia. È il luogo in cui inizia un lavoro più profondo sulla parola. Qui sento forte la lezione dell’Espressionismo, che, come ha mostrato la critica di inizio Novecento, non si limita a rappresentare la realtà, ma la deforma per restituirne la verità interiore. È ciò che accade, ad esempio, nella poesia di Georg Trakl, dove il paesaggio non è mai descrizione, ma proiezione dell’abisso emotivo. Allo stesso tempo, il mio lavoro è profondamente attraversato dalla densità del Simbolismo, che, come ha ricordato anche la tradizione critica francese e russa, trasforma ogni parola in un campo di risonanze. Penso a Stéphane Mallarmé, per il quale il linguaggio non nomina semplicemente le cose, ma le evoca, le sospende, le rende quasi metafisiche. In questa prospettiva la parola non è mai neutra: è un organismo vivo, carico di stratificazioni. Per questo ogni scelta lessicale è per me un gesto consapevole. La parola viene ascoltata, pesata, interrogata. La filosofia ha avuto un ruolo decisivo in questo processo, in particolare la lezione di María Zambrano, quando scrive che il pensiero nasce da una “ragione poetica”, cioè da una forma di conoscenza che non separa intuizione e riflessione. Allo stesso modo Hannah Arendt ci ricorda che pensare significa sostare nel mondo senza fuggirlo, accettando la complessità delle domande più che la fretta delle risposte. È proprio da qui che nasce quella che sento come una necessità di “tornare a camminare”. Camminare, in senso filosofico e poetico, significa rifiutare la risposta immediata, accettare la lentezza del pensiero, come nella tradizione greca della permanenza interrogativa. È un movimento che richiama anche Walter Benjamin quando parla del pensiero come “arresto” e insieme come attraversamento: fermarsi per vedere meglio, ma senza perdere il movimento della ricerca. Le immagini, dunque, sono fondamentali, ma non sono mai isolate. Sono attraversate da una lunga sedimentazione culturale, dalla filosofia alla letteratura, dalla tradizione simbolista alle avanguardie espressioniste, fino alla riflessione sul linguaggio come spazio di conoscenza. Senza questo lavoro, l’immagine resterebbe muta; senza l’immagine, la parola sarebbe vuota. La poesia nasce proprio nell’incontro tra queste due dimensioni: tra ciò che appare improvvisamente alla visione e ciò che, lentamente, la lingua riesce a trasformare in pensiero. È un equilibrio fragile, ma necessario: tra intuizione e costruzione, tra emozione e coscienza, tra il vedere e il nominare.
Si considera una cittadina italiana integrata nelle sue due radici? (la terra di origine e quella di adozione?) E dunque si può parlare anche di “meticciato” culturale nella sua produzione? Non vivo l’identità come qualcosa di stabile o definitivamente acquisito, ma come un processo in continua trasformazione. Non mi considero una “cittadina integrata” nel senso chiuso del termine, perché l’integrazione, per come la sento io, non è mai fusione perfetta né cancellazione delle origini. È piuttosto una convivenza dinamica tra più strati di appartenenza, tra più lingue che si osservano, si contaminano e a volte si interrogano a vicenda. La mia esperienza nasce proprio da questa frizione fertile tra Cuba e Italia, tra la lingua materna e la lingua adottata, tra la memoria affettiva e la realtà presente. Scrivere in italiano non ha significato abbandonare lo spagnolo, ma abitare una soglia. E lo spagnolo, a sua volta, continua a lavorare dentro la scrittura italiana come una sorta di eco interiore, come una vibrazione che non si spegne. In questo senso, sì, si può parlare di meticciato culturale nella mia produzione, ma non come somma armoniosa di due identità già definite. È piuttosto un campo di tensioni, di passaggi, di traduzioni mai definitive. Il translinguismo, per me, non è soltanto una pratica linguistica, ma una condizione esistenziale: ogni lingua modifica la percezione del mondo e, allo stesso tempo, è modificata dall’esperienza che la attraversa. Mi sento vicina al pensiero di Edmond Jabès quando afferma che lo scrittore è sempre uno straniero nella propria lingua. Questa idea è centrale per comprendere il mio rapporto con l’italiano: non è mai una lingua completamente “posseduta”, ma una lingua in cui mi sposto, in cui cerco, in cui a volte mi riconosco e altre volte mi perdo. Per Jabès, la scrittura nasce proprio da questa condizione di esilio permanente, da una mancanza che non si risolve ma si trasforma in domanda. E io sento che questa dimensione interrogativa è profondamente presente nel mio modo di scrivere. Essere tra due lingue significa anche accettare che nessuna delle due possa contenere interamente l’esperienza. La lingua non è mai un contenitore neutro ma è memoria, storia, corpo culturale. Per questo la mia scrittura si muove tra questi due poli senza cercare una sintesi definitiva. Non si tratta di scegliere una patria linguistica, ma di abitare lo spazio tra le lingue come luogo creativo. Se parlo di integrazione, allora, la intendo come una forma di ascolto reciproco tra mondi diversi, non come assimilazione. Il mio lavoro poetico nasce proprio da questa intersezione tra ciò che porto con me e ciò che mi accoglie, tra ciò che si conserva e ciò che si trasforma. In questo spazio intermedio, che non è mai del tutto stabile, si costruisce la mia voce.
Di un’altra voce sarà la paura: Perché ha sentito il bisogno di esprimere la violenza di genere e non solo in un’intera raccolta, con immagini così potenti e un linguaggio così oscuro e evocativo? Quale funzione pensa che abbia la sua poesia nell’affrontare questa complessa problematica? La scelta di dedicare un’intera raccolta poetica alla violenza di genere nasce, per me, da una necessità etica prima ancora che estetica. Non si tratta di un tema “affrontato”, ma di una realtà che attraversa i corpi, le storie e il linguaggio stesso, imponendo alla parola poetica una responsabilità precisa, quella di non distogliere lo sguardo. In Di un’altra voce sarà la paura ho sentito l’urgenza di dare forma a ciò che spesso resta indicibile o frammentato: la paura, il silenzio, la frattura dell’identità, ma anche le zone più sottili della resistenza. La poesia, in questo senso, non è mai decorazione del dolore, ma una forma di esposizione della ferita. Come ho cercato di dire anche in altre occasioni, la parola poetica diventa uno spazio in cui l’esperienza traumatica può essere nominata senza essere semplificata, mantenendo tutta la sua complessità umana e sociale. Il linguaggio che ho scelto, a tratti oscuro, materico, fortemente evocativo, nasce dalla consapevolezza che la violenza non è mai lineare né trasparente. Ha stratificazioni psicologiche, culturali, simboliche. Per questo la poesia non può limitarsi a descriverla, deve deformarla, farla emergere attraverso immagini che colpiscano non solo l’intelletto, ma anche la percezione emotiva. In questo senso mi sento vicina a una concezione della scrittura come “trasfigurazione del reale”, dove la metafora non attenua, ma intensifica la realtà. La funzione della mia poesia non è quella di spiegare la violenza, ma di creare uno spazio di ascolto. Un luogo in cui il lettore possa entrare in contatto con ciò che spesso resta invisibile o normalizzato. La poesia diventa così un atto di testimonianza e, allo stesso tempo, di resistenza: nomina ciò che il linguaggio sociale tende a rimuovere o a semplificare. Dare voce non significa parlare al posto di qualcun’altra, ma costruire un campo di risonanza in cui le esperienze possano essere riconosciute. In questo senso la scrittura ha anche una dimensione politica e trasformativa.
Quali sono le differenze e le similitudini, per quanto riguarda la disuguaglianza di genere, fra il nostro paese e Cuba? Soprattutto per quanto riguarda le cause e gli strumenti per combatterla? Quando si osserva la disuguaglianza di genere tra Italia e Cuba, è importante evitare letture semplicistiche o comparative in termini di “meglio” o “peggio”, perché in realtà si tratta di due sistemi diversi che producono forme differenti, ma ugualmente radicate, di disuguaglianza. La prima similitudine riguarda la radice culturale del problema. In entrambi i paesi la disuguaglianza di genere si innesta su una struttura patriarcale ancora attiva, anche se declinata in modi diversi. A Cuba questa struttura si intreccia con una cultura storicamente segnata dal machismo latinoamericano e da condizioni economiche più fragili, che amplificano la vulnerabilità delle donne. In Italia, invece, il patriarcato assume forme più sottili e istituzionalizzate, perchè si manifesta nelle disuguaglianze salariali, nella rappresentanza politica ancora limitata, e soprattutto nella persistenza della violenza domestica e dei femminicidi, che restano un fenomeno strutturale. Se guardiamo alle cause, in entrambi i contesti emerge un elemento comune: la difficoltà a trasformare le norme in cambiamento culturale reale. Le leggi possono avanzare, ma la mentalità sociale evolve più lentamente. A Cuba, per esempio, esistono riforme importanti sul piano dei diritti familiari e della diversità, ma la loro applicazione incontra limiti legati sia alle condizioni economiche sia a una gestione ancora centralizzata della sfera pubblica e della libertà civile. In Italia, al contrario, il sistema democratico garantisce una maggiore articolazione istituzionale, ma spesso si scontra con vuoti legislativi e con una cultura mediatica che tende ancora a riprodurre stereotipi di genere o a normalizzare la violenza. Per quanto riguarda gli strumenti di contrasto, le differenze sono più evidenti. In Italia esiste un apparato più strutturato di protezione: centri antiviolenza, strumenti giudiziari come il “Codice Rosso”, reti associative e una crescente attenzione giuridica ai diritti delle donne e delle persone LGBTIQ+. Tuttavia, la frammentazione degli interventi e la lentezza dei procedimenti giudiziari mostrano che l’efficacia non è ancora pienamente garantita. A Cuba, invece, il quadro è diverso: esiste una forte presenza dello Stato nelle politiche sociali e alcune riforme legislative significative, ma mancano ancora strumenti capillari e indipendenti di protezione, così come un riconoscimento giuridico pieno e sistematico della violenza di genere come fenomeno strutturale. Eppure, c’è anche un punto di contatto importante: in entrambi i paesi la battaglia contro la disuguaglianza di genere si gioca oggi sulla distanza tra legge e realtà. Non basta proclamare diritti o approvare riforme; è necessario che questi diritti diventino esperienza quotidiana, possibilità concreta di vita. In questo senso, la disuguaglianza di genere non è solo una questione normativa o giuridica, ma una questione di cultura, di linguaggio e di immaginario collettivo. E forse è proprio qui che il lavoro della poesia e della riflessione culturale può avere un ruolo: rendere visibile ciò che spesso resta normalizzato, e restituire complessità a ciò che viene semplificato.
In che cosa consiste il suo progetto di sensibilizzazione contro la violenza di genere e contro i minori e la sua esperienza dentro una casa rifugio a Bologna? Il mio progetto di sensibilizzazione contro la violenza di genere e contro la violenza sui minori nasce dall’esperienza concreta dentro una casa rifugio a indirizzo segreto a Bologna, dove l’accoglienza non è un concetto astratto ma una pratica quotidiana fatta di protezione, ascolto e ricostruzione. Dentro questo spazio si lavora con donne e bambini che hanno attraversato forme di violenza estrema: violenza domestica, abusi prolungati, tratta, controllo coercitivo. Non si tratta di “casi”, ma di biografie spezzate che arrivano con un carico di trauma che spesso non è ancora nominabile. In questo contesto ho compreso che la prima forma di sensibilizzazione non è verso l’esterno, ma dentro la relazione di cura: riconoscere la complessità di ciò che la persona porta, senza semplificarla né ridurla alla violenza subita. La casa rifugio, con il suo numero limitato di ospiti (massimo 14 persone compresi i bambini), è uno spazio che funziona come soglia tra il prima e il dopo. Qui la priorità non è “cercare la verità” in senso giudiziario o narrativo, ma garantire sicurezza e possibilità di ri-esistenza. La verità, se arriva, arriva dopo; prima c’è la sopravvivenza, la stabilizzazione emotiva, la ricostruzione di un minimo di fiducia. Il mio progetto di sensibilizzazione nasce proprio da questa consapevolezza: la violenza non è solo un evento, ma un sistema che attraversa corpo, linguaggio e istituzioni. Per questo lavoro su due livelli. Il primo è interno alla struttura: osservare e comprendere come il percorso di protezione internazionale, dalla presa in carico dei servizi sociali fino alla Questura e alla Commissione territoriale, non sia solo un iter burocratico, ma anche un percorso umano profondamente fragile. Figure come assistenti sociali, mediatori culturali e operatori legali non sono solo tecniche, ma presenze che possono fare la differenza tra il sentirsi oggetto o soggetto di un percorso di rinascita. In questo senso la sensibilizzazione passa anche attraverso la formazione e la consapevolezza di chi opera nei servizi. Il secondo livello è esterno, raccontare ciò che accade dentro questi luoghi senza violarne la segretezza, ma restituendone la complessi” tà. Significa far comprendere che dietro parole come “accoglienza” “protezione internazionale”, “seconda accoglienza”, ci sono donne e bambini che attraversano tempi lunghi, procedure articolate, attese anche di due anni, e che la violenza non finisce con la fuga, ma continua spesso sotto forma di paura, precarietà, trauma. Per quanto riguarda i minori, la sensibilizzazione assume una dimensione ancora più delicata. I bambini che entrano in casa rifugio portano spesso una memoria corporea della violenza, anche quando non hanno le parole per raccontarla. Il lavoro educativo e relazionale diventa quindi fondamentale, così come lo è ricostruire routine, sicurezza, possibilità di gioco e di linguaggio. Proteggere i minori significa anche proteggere il loro diritto a una narrazione diversa della propria storia. In questo percorso ho imparato che la violenza di genere e quella sui minori non possono essere separate, ma sono spesso intrecciate, perché colpiscono la stessa struttura relazionale e lo stesso spazio domestico, che da luogo di cura diventa luogo di rischio. La sensibilizzazione che porto avanti si fonda quindi su una doppia direzione: da un lato dare visibilità a ciò che normalmente resta invisibile, dall’altro evitare ogni semplificazione. Non si tratta di trasformare il dolore in slogan, ma di restituire complessità a ciò che la società tende a ridurre. Dentro la casa rifugio ho compreso che la protezione non è solo un atto istituzionale, ma un processo umano lungo, fatto di piccoli passaggi, che possono essere una firma consapevole, una traduzione che permette di capire, un incontro con l’assistente sociale, una decisione della Commissione, ma anche un gesto quotidiano di cura. È in questa trama concreta che il mio progetto di sensibilizzazione trova la sua radice.
Il suo impegno civile si estende anche alla denuncia degli omicidi bianchi dovuti alla mancanza di sicurezza sul luogo di lavoro. Che cosa l’ha spinta a immergersi anche in questo aspetto? Non si tratta di due percorsi separati, ma di due volti della stessa fragilità: la violenza che colpisce i corpi quando vengono resi invisibili, esposti, sacrificabili. L’attenzione alle morti sul lavoro nasce per me dalla stessa radice che attraversa il lavoro nella casa rifugio: l’idea che la vita umana venga spesso collocata in una zona di esposizione, dove la protezione non è garantita o non è sufficiente. Nel caso delle donne vittime di violenza domestica o di tratta, il corpo è uno spazio su cui si esercita il potere in modo diretto; nel caso delle morti sul lavoro, il corpo diventa invece uno strumento dentro un sistema produttivo che, quando non rispetta le norme di sicurezza, lo espone a rischi evitabili. In entrambi i casi c’è una stessa dinamica di fondo: la normalizzazione del rischio. Da un lato il rischio della violenza privata, che si consuma nel silenzio delle relazioni; dall’altro il rischio professionale, che si consuma nella quotidianità del lavoro. E in entrambi i casi, troppo spesso, la società tende a considerare queste morti come “incidenti”, quasi inevitabili, invece che come il risultato di scelte, omissioni o responsabilità strutturali. Quello che mi ha spinta ad approfondire anche questo aspetto è stata proprio la consapevolezza maturata nel lavoro sociale: quando si ascoltano storie di vulnerabilità estrema, si comprende che la sicurezza non è mai un dato acquisito, ma un diritto che va continuamente costruito e difeso. La casa rifugio insegna che senza protezione reale non esiste libertà; allo stesso modo, nei luoghi di lavoro, senza sicurezza non esiste dignità. Per concludere: In Italia abbiamo profondamente amato la Cuba rivoluzionaria di Fidel e Che Guevara, e la lotta di David contro il Golia americano. Che cosa rimane oggi di quel sogno di uguaglianza e giustizia sociale? E quale è oggi la situazione del suo paese di origine? Parlare di quel “sogno” significa sempre muoversi tra memoria storica e realtà presente, e le due dimensioni oggi non coincidono più in modo lineare. Dell’idea originaria di giustizia sociale che ha attraversato la rivoluzione cubana restano certamente alcuni pilastri importanti: un sistema di istruzione e sanità pubblica universale, una forte centralità dello Stato nella tutela dei diritti sociali di base e una cultura dell’uguaglianza che ha segnato profondamente l’immaginario collettivo del Paese. Sono elementi che, anche nelle difficoltà attuali, continuano a rappresentare una conquista storica reale per la popolazione. Tuttavia, ciò che oggi emerge con sempre maggiore evidenza è la distanza tra quel progetto ideale e le condizioni concrete di vita. Cuba attraversa una crisi economica e sociale molto complessa, segnata da scarsità di beni essenziali, difficoltà energetiche, inflazione, emigrazione crescente e una pressione quotidiana sulla sopravvivenza materiale delle famiglie. A questo si aggiunge la tensione tra riforme legislative importanti, come quelle in ambito familiare e dei diritti civili, e una realtà amministrativa e infrastrutturale che fatica a renderle pienamente operative. È una società in cui convivono, in modo quasi paradossale, avanzamenti normativi significativi e una fragilità economica che incide profondamente sulla libertà reale delle persone. Questo crea una forma di disuguaglianza meno visibile rispetto a quella classica, ma altrettanto incisiva: la disuguaglianza delle possibilità concrete. Il “Golia” di cui spesso si è parlato nel confronto geopolitico con gli Stati Uniti non è più l’unico riferimento interpretativo. Oggi le difficoltà di Cuba non si leggono solo attraverso la lente del blocco o delle tensioni internazionali, ma anche attraverso fattori interni strutturali: la capacità di aggiornare il sistema produttivo, la gestione delle risorse, l’apertura economica controllata, e soprattutto la possibilità di garantire spazi più ampi di partecipazione e autonomia sociale. Il risultato è un Paese che continua a vivere dentro una forte contraddizione: da un lato un capitale simbolico di uguaglianza e dignità sociale che ha segnato la sua storia; dall’altro una quotidianità segnata da limiti materiali che incidono profondamente sulla vita delle persone.
Epistole sarde, è un ordito di versi che avvolge il lettore come una trama di vento antico, intrecciando parole affilate e sussurrate. Ofelia Prodan e Daniel D. Marin, un ponte vivo tra Romania e Italia, tessono un dialogo poetico che non si limita alla superficie: è il respiro di terre lontane, il battito remoto della memoria che si ostina a pulsare anche quando il cuore vorrebbe dimenticare. Ogni poesia è una lettera inviata dalla distanza, un messaggio che sfida il silenzio del tempo per ricordarci che i sentimenti, a volte, si trasformano in ombre che nemmeno la luce più forte può dissolvere. Ci troviamo di fronte a un’opera che si svela come un mosaico incantato, una fiaba in versi che danza su più prospettive, intrecciando poesia e narrazione con la delicatezza di mani esperte, un gioco raffinato che alterna voci e si specchia in titoli eloquenti, custoditi come chiavi per accedere a una cornice metaletteraria elaborata e immersiva. Questa raccolta, con il suo piglio apparentemente fiabesco, non si abbandona alla leggerezza scontata del fantastico, ma percorre sentieri più complessi e profondi. C’è ironia surreale, c’è la vibrazione di una tradizione letteraria che l’autore decostruisce e ricompone, dando vita a un tessuto di poesia vivace e stratificata. Il testo si fa spazio di esplorazione, una terra sconosciuta dove temi universali si intrecciano in forme inaspettate. Il viaggio, archetipico motore narrativo delle fiabe, diventa orizzonte che si espande: ora pellegrinaggio dell’anima, ora naufragio esistenziale in una Sardegna misteriosa, sospesa tra mito e realtà. Qui emerge l’eco di eroi solitari come un Robinson Crusoe contemporaneo o di meravigliose esploratrici senza tempo, forse una moderna Alice smarrita in un Wonderland reinventato. Laura D’Angelo lo coglie perfettamente nella sua prefazione: l’autore non propone un semplice racconto, ma crea un microcosmo lirico dove il lettore non è spettatore passivo bensì viandante curioso, chiamato a attraversare quelle terre inesplorate con stupore e inquietudine. L’opera vive nel dualismo: fiaba e poesia si incontrano e si trasformano reciprocamente; realtà e immaginazione si fondono in un gioco di specchi e rimandi. Il linguaggio dell’autore si muove con grazia tra levità e intensità: figure sfumate, immagini evocative e riferimenti intrecciati danno vita a una narrazione che seduce senza mai svelarsi completamente. C’è un’incantata dissonanza che avvolge ogni verso, come il fruscio di foglie che danza ai margini del silenzio. È questo equilibrio sottile tra eleganza e inquietudine a renderlo unico: un’opera che non si limita a essere letta, ma richiama a essere vissuta, scoperta, attraversata. Ogni componimento è un varco, ogni pagina è un paesaggio che invita a perdersi per ritrovarsi. Epistole sarde brilla come un frammento di luce rubato alla fucina di Efesto, dove le parole di Daniel D. Marin e Ofelia Prodan forgiano lame sottili, nitide come verità taglienti. La traduzione sapiente di Irina Turcanu e Paola Sini non si limita al ruolo di traghettatrice, ma si fa Orfeo, attraversando con maestria il patrimonio linguistico e guidando con delicatezza ombre, sfumature e preziose iridescenze nascoste. Chi si avvicina a questa raccolta entra in una foresta semantica intrisa di simboli: ogni foglia, un vocabolo scintillante; ogni verso, una liana che avvolge e trascina gli occhi in territori sconosciuti. Non si cammina su sentieri definiti, ma su arabeschi del pensiero, in un labirinto di parole dove non c’è Minotauro, solo il riflesso della propria idea vacillante. Il significato non si lascia afferrare con facilità: è un fantasma da inseguire, da sentire sulla pelle come il soffio fugace di un profumo che svanisce prima di ancorarsi ai sensi. Qui la poesia è un’alchimia che fonde la brutalità primordiale con l’eleganza di un cesello d’argento. Marin e Prodan scrivono sinfonie spezzate, frammenti scheggiati che ammaliano con la loro ruvida bellezza. Non c’è terra ferma sotto i loro piedi: ciò che resta è una danza sull’orlo dell’abisso, dove il nulla fiorisce e spalanca possibilità sconosciute alla mente. Leggere Epistole sarde è come ricevere chiavi segrete in mano, ciascuna capace di aprire un cofanetto ermetico. A uno sguardo distratto, potrebbe sembrare opaco, irreversibile nel suo silenzio eterno. Ma basta un gesto più attento—come una carezza sul bordo di un vaso greco—per dischiudere universi pulsanti, dove paradossi e visioni si rincorrono, simili a correnti elettriche imprigionate sotto lastre di ghiaccio. Prodan e Marin esplorano attraverso la poesia le contraddizioni e i drammi che attraversano il nostro tempo, scegliendo un registro drammatico sapientemente intrecciato a frammenti di realtà. Da queste tessiture emergono, con vivida intensità, l’isolamento e la solitudine profonda che caratterizzano l’uomo contemporaneo, sempre più smarrito nella difficoltà di autodeterminarsi in una realtà sfuggente, indefinibile, mutevole come un flusso continuo che inghiotte identità e aspirazioni. I loro sguardi penetrano un mondo in disfacimento, un mondo che, pur nella sua deriva, sa ancora suscitare un sorriso intriso di nostalgia o una commozione silente. È un mondo che si lascia amare e interrogare, ma che gli autori osservano con l’urgenza di spezzare barriere: quelle tra il reale e il fittizio, tra l’individuale emarginazione identitaria e la disumanizzazione collettiva. In definitiva, non è una poesia che consola o accarezza con delicatezza. È una poesia che scolpisce nella carne viva: graffia la sensibilità e la cura al contempo. Il dono maggiore di questa raccolta sta nel suo invito pungente a sfidare i confini della comprensione. Non accontentarti delle superfici lisce, non arretrare davanti al caos. Attraverso il disordine rivelatore, nella vertigine potresti scoprire non una caduta ma l’inizio del tuo volo più alto.
Maria Allo
Ofelia Prodan, attualmente una delle poetesse romene più apprezzate, esordisce con L’elefante nel mio letto (2007; Premio per il Debutto dell’Associazione degli Scrittori di Bucarest, 2008) a cui hanno fatto seguito altre numerose accolte poetiche, tra cui due edite in Italia, Elegie allucinogene (2019; Premio speciale del presidente della giuria nell’ambito del Premio Bologna in Lettere 2021) e Periodicamente ricicliamo cliché (2023; Premio speciale Virginia Woolf per la poesia edita,nell’ambito del Premio Nabokov 2023; Finalistaal Premio Lorenzo Montano 2024).
Daniel D. Marin, poeta e traduttore, è autore di cinque raccolte poetiche edite in Romania e Italia, tra cui L’ho preso in disparte e gli ho detto (2009;Premio Marin Mincu, Bucarest, 2010) e I corpi che non ci calzano mai a pennello (2022; Finalista con menzione d’onore al Premio Sygla, città di Chiaramonte Gulfi , 2024). Curatore della prima antologia retrospettiva della Generazione 2000 della letteratura romena (2010), e di BorderLine Dieci autrici per un’antologia della poesia di oggi(edizione italo-romena, 2021).
Il libro “Tutti i giorni un incantesimo” di Sabatina Napolitano sarà a breve pubblicato con Italic Pequod
Dalla postfazione di Doris Emilia Bragagnini:
“L’incantesimo di cui parla il titolo non è dunque un’illusione o un artificio ma un atto di fondazione, la capacità della parola di abitare il tempo, di dare ordine ai sentimenti e di trasformare la connessione interna tra due anime in una voce universale, nitida e profondamente autentica. Quando il libro si apre alle ferite del mondo – alle terre che bruciano, ai diritti negati, al “meccanismo orwelliano” del presente – lo fa trattandoli come urgenze reali, non come temi letterari. La poesia diventa così terreno concreto su cui poggiare i piedi per guardare il presente: inizia nel segreto di un abbraccio e finisce per abbracciare l’umanità intera. Ci ricorda che il nostro destino collettivo non è scritto altrove ma si colloca nella capacità di visione e che la poesia è un atto di resistenza. L’incantesimo quotidiano allora non è un’illusione ma l’impegno costante di chi sceglie di vedere, sentire e restare umano“.
da “Scritte da lui per me”
Scavo dentro le tue rovine come chi ha il piacere di fare del bene, tuffatore di Paestum, tengo la tua anima su tre colonne. Come tutti gli studenti all’università e gli artisti della street art. Ti faccio tuffare a New Castle, lungo il molo fino al Nobbys Lighthouse. Una nuotata insieme ai Bagni Oceanici di Merewether, mentre mi baci unica mia ammaliante sirena, stregato fino al midollo, Tuo anche da dove sono nato e fino a dove morirò con te. E dalla cultura più antica di me, baciare la tua lingua salata bagnata di oceano, E ancora la tua pelle bagnata del vino della valle dell’Hunter nei tuoi capelli il sapore dello Shiraz, ai piedi il Semillon.Un tuffo nel mio amore per te, oceano scavato nella roccia, che costruisce la riva a poco a poco. come quanto tu sei vinta da me, annegata nel desiderio dell’amore isola d’affetto e bene protagonista di ogni mio traguardo d’oro. bagnata nelle correnti del Merewether, Tocco i tuoi fianchi bagnati come una antica medaglia sepolta nel tuo cuore per me. Bacio le tue labbra come una nuova medaglia, d’oro forgiato dalle mie costole per i nostri ricordi, per i riti comuni che ci fanno come gli altri e siamo tutti gli altri nella piscina dell’esistenza celebrando la vita coi corpi stretti di sapore aborigeno.
Nudo nuoto in te ogni notte. Sono chiunque ti guarda nel salto prima di tuffarmi. Nuda sei come fuoco acceso Perla e luna della mia memoria. Ma il tuffo migliore lo faccio da sdraiato quando nella vasca da bagno ti abbraccio e sei gentile e abbandonata. Stanca e tenera. Ti do la mia penna, tu che sei la nostra regina. Stai a casa mia, fin quando puoi, ti condurrò alle stanze del mio fuoco dove scorre il sangue delle nazioni, tu che sei bianca e nera, bianca, altissima, dalle mani gentili, nera, trasognata, lontana, vicina e rotonda. Inviolata e inviolabile, come una madre e una sorella da questa mia casa sospesa nel tempo canto la tua anima, la unisco all’anima del mondo, ricamo i miei desideri con te.
La tecnica prima di tuffarmi, la lucidità iconica di quello che sei per me, nella mia mente tesa. Tuffato ogni giorno nel desiderio di conoscerti voglio la coppa nascosta in te, Cariddi. Pericolosa e fragile, vortice in cui mi tuffo. Il vortice tra i tuoi seni che mi fa sentire un re e un bambino, quando riposo dopo una notte agitata. La coppa che prendo nei tuoi vortici, il trionfo di quando vinco in te le paure, Quando la vita ti lascia sola su un trampolino, che non sai se è un trampolino di morte. La coppa densa della tua solitudine, i modi in cui abbandoni la gioia. Quella coppa sul nostro comodino, mi ricorda il segno di ciò che sono, tuffato in quello che passa oltre, nella vita che non sai. Nei bui che non riesci ancora a raccontare. Nelle tensioni irrisolte. In ciò di cui hai paura, mi getto nel gorgo, e prendo la mia coppa. La coppa raccolta dei tuoi dolori quando mi piange il cuore a vederti stanca, quando mi sei vicina, sento i tramonti di ogni parte della terra, guardo nei tuoi occhi luminosi e so che guardi ai miei, che proteggi i miei. Che proteggi i miei ricordi e desideri nelle tue mani di donna abbandonato nelle tue profondità.
Metti il destino dell’umanità nelle mani di un piccolo uomo come me, sarò il tuo giovane eroe. Sei impastata delle mie cellule, perché tuoi occhi sono le nostre terre, perché il mondo è questo sogno veduto con te. Questo è il mondo: il sogno visto con te. E se del mondo non mi importa senza di te, io per te ho ricordi incandescenti, e il presente è scintillante nella carta impregnata del tuo sudore e sangue tu che spezzi ogni mio dolore e fai grande ogni desiderio. Presa la coppa dei tuoi dolori, nell’acqua della vita tumultuosa che bolle e freme non ti abbandonerò più. Non ti lascerò trascinare dalle correnti. Dagli altri che potrebbero farti male. Dagli altri che non sono me.
Loredana Semantica legge una poesia da “Decisi per la gioia” di Antonella Pizzo, raccolta poetica già finalista al premio Lorenzo Montano, edizione 2024, appena pubblicata nella collana Nuova Limina di Anterem Edizioni. La quarta di copertina è di Stefano Guglielmin
“figlio né avanti né indietro ma sempre nel mezzo”
diventerà il prezzo della tua ambizione.
*
L’occhio indurisce la specie
eccede il corpo la direzione
si tende verso il colore della carne.
Se tutto il meccanismo produce l’atto
allora il sincronismo ha pause nello stile
e si divide il tempo nei due sipari
dissimulando l’unità aristotelica.
L’epilogo dipana la mistificazione.
*
Degli occhiali seri ma moderni
dissi all’ottico
ma non avevo in mente quelli che comprai
mi davano l’aspetto di un medico
quelli della pubblicità dei dentifrici
con il camice candido
gli occhiali non mi servono tanto per vedere
quanto per accompagnare
i miei discorsi in pubblico
con il gesto teatrale di toglierli
e rimetterli
con il movimento coordinato
del braccio e della testa
lei vuole fare il professore
di filosofia
e non apre bocca
disse l’assistente di storia moderna
la Grande paura e gli Annales
mi rimanevano taciuti
nell’inciampo della memoria.
*
da Dentro alle mura
La causa del sintomo
risale all’adolescenza
quando il desiderio era negato
nell’immagine allo specchio
che riflettevo.
Non bastavano i libri
che avidamente leggevo
a colmare il niente e la nostalgia.
Tu eri in quarta ginnasio
e mi aspettavi
poggiata alla porta del bagno.
Non ti seppi parlare
poiché parlare era inutile.
*
da Falansterio onirico
Giusto un incubo ho pensato
mi teneva il braccio, forte
e tendeva in alto la lama
che non fendeva
tentavo di colpirlo con un vocabolario
ma la mano non si muoveva
tra i denti ringhiavo il nome inascoltato
in fondo alla stanza la forma di un corpo
avvolta in un lenzuolo.
Si muovono rapide le gambe
invitano alla finta e al dribbling
sul campo di terra dei ragazzi
ma subito le ginocchia cedono
e le viti fermano una piastra d’acciaio
ad impedire che fuoriesca la rotula.
L’AUTORE
Pasquale Lucio Losavio è nato e vive a Massafra. È laureato in Filosofia. Ha pubblicato il volumetto Nihil per le edizioni di Kalliope, Della visione e dell’ombra per Lupo Editore, Il vuoto bianco e Nell’imperfezione sincera dei tuoi occhi (Premio Pound 2015) per LietoColle Libri, La marmorea apparenza residua per Fallone Editore nel 2018.
Con i contributi di Mattia Tarantino e Sonia Caporossi.
di Mattia Tarantino
V
Tutto il mondo è la sagoma di un corpo. La pelle, l’unica geografia possibile. Come tutte le geografie è un sapere di guerra. I popoli che camminano tra le dita, quelli appesi tra l’uno e l’altro labbro, oppure certe bestie, un’imboscata attorno all’ombelico.
VI
Messico, mosche, lievito madre. I punti cardinali, le coordinate per un’altra Porta. Bussano, mordono, ci interrogano. Non sappiamo rispondere e lasciamo ci sbranino.
di Arianna Vartolo
Ieri ho sentito più volte ripetuta la parola Padre. Ho pensato per un attimo a quello che per ipotesi – non remota quanto la conferma – dovrebbe essere il mio. Ieri ho sentito più volte ripetuta la parola padre. Ho provato per un attimo a pesarne la figura – farne giuntura essenziale a dispetto della forma fessa che ne spaccava i contorni in quei giorni che mai è stato presenza. Ieri ho sentito più volte ripetuta la parola padre. Ho provato per un attimo a scriverla non maiuscola non corsiva – senza segni distintivi che ne dicessero una qualche vaga rilevanza. Ieri ho provato (anche solo, tolto tutto) per un attimo a pensare a mio padre: non me ne sono ricordata il volto.
Nel bere la gola si muove veloce quasi a dire qualcosa ad alta voce e invece – invece – non parla. Ha sete e ingoia acqua spiriti, cose segrete di varia matrice rimaste sospese a farla lavorare. Il moto ondulatorio produce pressione appena sotto il punto d’adesione tra faringe e laringe. È il processo respiratorio a rischiare la compromissione: prestare dunque attenzione a che nulla vi sia a stringere il canale. A soffocare un corpo con un altro estraneo che spinge
Non tralasciare il potere dei giorni dispari; quello degli attimi fuori fuoco – fuori tempo. Trova i contorni di questo mio dedalico costato e lascia entrare luce e sangue sempre nuovi; alle tue dita ho dedicato il nume di ciò che c’è e non si vede
La debolezza che spezza le unghie nel togliere la buccia ai mandarini somiglia a certi mattini d’inverno: è gennaio con il sole che basso passa sotto lo sterno; segue passo passo un respiro mancato, quel battito infermo che nulla trova tra sistole e diastole. Si direbbe forza quella che manca – priva di ossa o scorza a protezione; del frutto che lascia è l’ultima forma di assoluzione
Che cosa c’è dietro questo curare il lievito madre per settimane: farlo maturare a temperatura ambiente – forse ottimale, o lasciarlo respirare in barattoli di vetro? Cosa dietro l’asse del tavolo in legno messa in orizzontale a sostenere quel peso in più che non le appartiene? Ti chiedi dove sia quella forza che fa tornare indietro dopo tanto andare; che tiene il conto di quanto carico sia ancora da portare.
di Sonia Caporossi
“…la ferita, per definizione, erutta siero, plasma, batteri piogeni e linfociti: è il pus (ancora in latino: “marciume”) la sua sostanza d’elezione. Invece, “L’atto di un dolore” viene qui riferito come“moto costante di penetrazione / che porta con sé solo mancanza; uno / scandire che non può misurare grazia”. Il dolore che a questo punto si descrive non butta fuori liquame putrescente, bensì lo introietta nel mancare piorroico della fistolazione. È la conclamazione estetica/estatica della malattia, fatta di spine dorsali doloranti, di piaghe da decubito, di colpi di tosse notturni, di enfisematiche espettorazioni. È la malattia materna archetipica, che sottintende il tema straziante della cura, col suo portato drammatico di angoscia e irrisolvibile attesa della morte: l’altrui e, per simpatetica compartecipazione filiale, la propria, prefigurata e interiorizzata ante tempore. E, ancora, si dipana qui di nuovo il tema del fluire incontinente di liquidi umorali secreti dal corpo che si stampano in maniera sindonica sulle lenzuola e sul cuscino “umido / di sudore; umido di umore” dello straniante decubito da cui nessuno si alzerà più sano, né la madre, né il padre, né la figlia.”
Avevano detto, ma mentivano, infine si mentivano in continuazione. Un insieme di eiezioni, una cloaca di cattivi odori. Una famiglia di patologie, un edema di egoismo, di prepotenza. Un letamaio dove far vivere un bocciolo. Cresce improvviso, purissimo, sopra la melma fumante. La vittoria, la dimostrazione della specie, il salto. Nessuno è speciale, occorre la diversità. Forse neppure quella. Un sipario calato, la saggezza della morte, il dirsi che poi alla fine non è cambiato niente, non poter dire niente. Alcune cose accadono, perché è il caso che le fa accadere, poi dopo si deve fare ordine. Si parla di destino, si mente ancora, oppure si dice e basta. Tanto nessuno può verificare.
Non c’era più niente che potevamo fare, il nostro sogno era partito, lontano da noi quanto noi da lui. La terra era un fumetto, disegnato come un fumetto, dentro c’erano anche Dylan Dog e Pippo, un po’ di veleno, un cancello enorme, forse un portacenere. Non era per niente sicuro che avremmo ancora avuto il coraggio di scavare qui dentro, come dentro il ventre della madre, che non aveva più un ventre, era un profondo stratificarsi di coloranti per ogni sezione, strati fusi di plastiche che si erano abbattuti sulla terra come meteoriti, ma noi eravamo ancora qui ad interrogarci sulla sua fertilità. La madre ha generato un alieno, un essere in grado di cibarsi di solo dolore, un immenso moloch che ci osserva mentre lo sterro riprende.
Si era sposato cento vacche da latte, di ognuna conosceva il nome, le mungeva, le puliva, parlava con loro, credeva nel grande risultato. Non le vendeva mai, le lasciava morire di vecchiaia, le seppelliva nei campi. I vicini dicevano che era impazzito, che non aveva senso. Generazioni di allevatori biasimavano la bestemmia di fare della carne terra e non profitto. Le ossa ora riaffiorano in disegni inaspettati, le stalle vuote sono magazzini di pensieri passati in sottili granaglie. Negli anni ha smesso di piovere, prima qualche inverno, poi è venuta la siccità. Le belle giornate confondono dopo il lavoro, la concimaia inutilizzata non trova mestieri e fa muro alla strada.
Non moriva per quanto fosse stremata, la vedeva la morte davanti a lei, eppure non andava, era la persistenza della vita. Sembrava possibile credere che morire fosse per una bestia il termine cieco dell’esistenza. Trascinata fuori dalla stalla, massacrata di bastonate, era l’ultima vacca di un commercio di uomini. Alla f ine anche il cane aveva preso a morderla: “Muori, perché non muori e ci guardi ancora?” e lei dopo un po’ si lasciò cadere e fu finita. Così la mattina si popolava di bambini che battevano con bastoni di canna quel corpo vuoto, sopra un mucchio di letame freddo, sembravano partecipi a una iniziazione primitiva. Battevano la spessa pelle della carcassa che dal gonfiore emanava miasmi pestilenziali. Tutto era perfetto, cristallino, si poteva capire ogni cosa, la testimonianza della fine di una vita, o forse la vita stessa che si voltava a osservare l’eiezione della sua morte?
da Contrade
La domenica in paese
Tutte le volte che la domenica vieni a prendermi la domenica in cui si andava a messa tutte le volte, anche quelle che non ricordo E poi il ridere forte che risuona dalle altre case perché la felicità è quella cosa lì si mette sul balcone con la biancheria e la bandiera e si tengono le finestre aperte a far prendere aria Tutte le volte che qualcuno mi dice è domenica e insieme ci si siede per un boccone girando attorno al tavolo tra i sorrisi con la bocca piena di qualcosa che dell’unica cosa che sazia la vita Tutte queste domeniche con la gente a spasso che guarda, forse ci riconosce, parla del tempo e sa già dove porta ogni strada, ma non andrà mai da nessuna parte
I morti
Chiamare i morti, adesso che sei rimasto solo e stare soli è una paura più grande. Come se i morti portassero delle risposte, nella notte, nel buio, e ti chiedessero cos’è ancora la vita, e tu guardassi il buio ad occhi aperti, cercando la luce per il mattino, e trovassi invece il sonno, e sognassi la vita.
Vestigia a me prossime e terrene
Nella stanza in fondo alle campagne, caduto alle tre del mattino in una profonda vertigine, [nel trascinarmi in indagini interrotte, questioni irrisolte, [irrisolvibili incrinature, applico forze a sollecitazioni esterne in un cambiamento [dovuto a interazioni che mi compongono. Finalmente sobrio alle ragioni incerte, sterile alla superficie ora inspiegabile delle mie domande, ho lo sguardo distolto dall’intercalare di opinioni [in conflitto, senza più porre attenzione al sovrapporsi di singolarità, ritrovandomi in vestigia a me prossime e terrene.
Giancarlo Busso vive e lavora in provincia di Torino. Negli ultimi anni alcuni suoi testi sono apparsi su Nazione Indiana e Slowforward.net e sono stati selezionati con menzioni di merito al Premio Lorenzo Montano e al Premio Internazionale Europa in Versi. Campagne è la sua Opera Prima.
La plaquette è pubblicata nelle collana “fotopoesie” di Puntoacapo, le fotografie sono di Gian Maria Garuti
Ruggine
fra l’ombra dei corvi
e il ringhio del sole
splende di ruggine
l’erba della terra.
come un dio
sbranato dal vento
al peso della luce
s’arrende il fiore.
Radice
resta poco, resta l’osso
che s’inarca e sbanda
nel vento che ci divora.
resta il bianco, il nero,
fragili radici fra i denti
della terra, l’aria che trema
tra gli insetti e la luna…
Attesa
il bianco mi acceca
quando il sole spinge
la lingua sui muri.
all’ombra degli alberi
riposa la luce,
il corpo nero delle pietre.
attendono i fiori dei campi
il saluto delle stelle.
nasconde un pugnale il cielo
sul petto aperto di settembre.
Claudio Pagelli nasce a Como nel 1975. È autore di nu merose raccolte poetiche, fra cui L’incerta specie (LietoColle 2005), Le visioni del trifoglio (Manni 2007), Ho mangiato il fiore dei pazzi (Dialogo 2008), Buchi Bianchi (Clepsydra 2010), Papez (L’Arcolaio 2011), La vocazione della balena (ivi 2015), La bussola degli scarabei (Ladolfi 2017), L’impronta degli asterischi (Ibiskos Ulivieri 2019), Campo 87 (puntoacapo 2021) e Il taccuino dei lupi (ivi 2024). Ha conseguito riconoscimenti in vari premi letterari italiani (fra questi “Città di Capannori”, “Antica Badia di San Savino”, “Città di Induno Olona”, “San Domenichino”, “Lago Gerundo”) e sue poesie sono state tradotte in inglese, spagnolo e in dialetto milanese. Dal 2004 è presidente dell’Associazione Artistico Culturale Helianto, impegnata nella promozione di eventi culturali.
Giulia Catricalà, “Reboot del sentire”, Fallone Editore, 2025.
L’AUTRICE
Giulia Catricalà è nata a Roma nel 1990. Ha studiato Lettere Moderne alla Sapienza e ha conseguito un Master in Giornalismo alla Luiss. I suoi versi sono stati pubblicati su riviste di rilevo e tradotti in altre lingue. Cura una rubrica per Il Tempo e collabora con giornali e magazine. Ha esordito nel 2023 con La rosa sbagliata (Fallone, prefazione di Mario Fresa).
L’Edipo di poi è un Peter Pan pandemico che lancia sassolini alla finestra riscaldata: la solita zuffa e i cocci sono miei mentre chi rompe vaga questo limbo a chi lo do?
Cavalpesante
Ah, se soltanto in prima elementare assieme alla maestra e ai compagni di classe non mi fossi recato al cinema, quel giorno sciagurato per assistere alla visione de La storia infinita. Non ci furono a graziarmi orecchioni o scarlattina acquazzoni, terremoti, autobus scioperanti e magari, in alternativa, ci avessero portati all’acquario a spalancare bocche vis-à-vis coi pescecani. Nossignore, dovevo finire nella storia senza fine poco è valso che il papà mi spiegasse la distinzione tra finzione e realtà, che in seguito, per decenni lo psicanalista raffinasse questa teoria. Potessi almeno oggi consultarmi con un’altra vittima nata tra il ’77 e il ’79 la cui dunque adolescenza è stata in egual misura devastata dalla scena lancinante cruenta dove il cavallo bianco del guerriero è inghiottito centimetro dopo centimetro nelle paludi della tristezza. Il collo di neve pura poi il marmoreo muso intero risucchiato nella melma irreversibilmente.
Quegli occhietti così struggenti di bestiolina indifesa (E.T., a confronto, una rugosa barzelletta) e che avrebbero meritato un Oscar alla carriera alla pari di un Jack Nicholson o di una Meryl Streep. Occhietti come spicchi di specchi di paura che hanno preso a proliferare in ogni mia molecola. E no, non avevo colto, quella volta al cinema che la storia fosse infinita all’infinito. A 6 anni non lo realizzi mica nella scossa funesta improvvisa che la storia, per l’appunto, si chiama i n f i n i t a perché dall’istante in cui ti sarai alzato dalla poltrona non ci sarà là fuori intorno per il tuo destriero pallido un limite all’abisso né al talento di sprofondarci.
Barbarie da bar
«Posso chiederti un caffè ristretto però non bollente?» «Ti chiedo un cappuccino con latte d’avena zero» «Ti chiederei un bicchiere d’acqua, ma dal rubinetto, se te lo posso chiedere». Ebbene sì, è questa l’ultima moda. L’infelice ritornello già in testa alla classifica. Più irritante del ridondante e inestirpabile Piuttosto che il Cioè, a confronto, oggi sembra un simpatico vezzo. E si insinua, Ti posso chiedere, in ogni strato sociale lo masticano i giovani, lo sputacchiano gli anziani: una nuova (e si catastrofizzerebbe definitiva) pandemia. Conformismo vegetativo. Intorpidimento delle intelligenze. Dovremmo invece prendere a esempio l’eleganza schietta l’essenziale sobrietà dei serial killer i quali, nell’atto di uccidere, mica stanno là a perdersi in tante melliflue ipocrisie. Penso proprio che arriverei ad ammazzare a mani nude l’assassino che mi chiedesse se può chiedermi di farmi fuori.
ATMostruosità
Doors open on the right sputacchia la racchia voce sforacchia le masse lasse
dalle casse scartavetranti pedestre pedagogia della spastica maestrina dalla sera alla mattina Please hold on to the handrails poi Cenacolo Vinciano poi Change here for metro line 2 poi Toglietevi lo zaino Please beware of pickpockets ma la sola unica cosa di cui ci hanno depredati per giorni e mesi e anni vagolando tra i vagoni è un dannato, inopinabile brandello di silenzio.
Alba euforica
Addosso lo spasso del rosso ossa smosse dalla fossa il collasso del bossolo crasso bossanova del masso rimosso.
Autosuggestioni per una digestione migliore
Su una panchina con gli occhi chiusi un giorno che la paura di rincasare per pranzo sbaraglia masticare con lentezza meditativa i cannelloni acquistati nel reparto Piatti Pronti dell’Esselunga. Ripetersi, ancora fumanti, che ad averli appena fatti per te è una moglie, una mamma in sintesi Sandra Milo. L’allettante e allattante conduttrice di Piccoli fans o in quel film di Pietrangeli in cui balla l’Hully Gully con un cuore inossidabile dipinto sulle labbra. Le stesse che ora ti soffiano sul sugo di carne.
Anti auguri
Non lo desti il beneplacito per quella placenta frignante la tutt’oggi fumante patata che non hai rimbalzato ad un altro e hai voglia a soffiarci e risoffiarci sopra… però sono candeline: a che numero stanno ammontando? Ma tante tante tante. Pari almeno alle carie del caval donato. Mentre di anno in anno la torta si è fatta torto il desiderio sfiatato più fosco e più comico.
Monocromo
In questi giorni di convalescenza e di convulsioni dell’animo costretto, kappaò sul divano, a ingerire solo tè verde a tu per tu coi sorci verdi, che sono più di tre o quattro la borsa dell’acqua calda verde salvia sulla pancia non faccio che rimbozzolarmi nella coperta di lana che Marta ha comprato in beneficenza dalle parrocchiane operose la quale è anch’essa verde, verde come la speranza. La speranza che si dice è sempre l’ultima a morire. Ma lei spera comunque che un cane si presenti ai suoi funerali.
Non trovo cane per i miei denti
Quantomeno ho smesso di avercela con te in merito alla questione che non mi desideri che non cerchi, oramai, un’intimità fra di noi. La bile, attualmente, latra e ringhia all’infuori a giochetti e inconcludenze di fantasmi-più-che-amanti agli orgasmi asmatici su schermi luminosi.
Non di rado c’è a chi va di praticare solo sesso chi avrebbe preferito tutto sommato fare l’amore. Io che sto, tra i due estremi, scolorendo la differenza sconto la mia pena di pene nella sabbia. Rabbia nei tuoi confronti che oggi è un grilletto parlante.
Mi ciucciano cannnucce
Tettucci sdrucciolevoli beccucci più che boccucce cucciolate di corrucci incappucciate lucciole cartucce, luccichii di lucci uccisi in grucce. Sbucciante, sbertucciante fa spallucce uccel di bosco.
La grazia di scomparire
Faticoso nonché imbarazzante tutti i santi giorni reinventarsi il proprio crimine fingere di ricordare che diavolo si sia mai fatto di così riprovevole di talmente efferato per meritarsi di esserci.
Filippo Parodi nasce a Genova nel 1978. Si laurea in Filosofia Estetica a Milano, dove tuttoravive, con una tesi sul verosimile e “il meraviglioso” nella poesia. Nel 2013 pubblica per Gorilla Sapiens La testa aspra e nel 2017, per Fondazione Mario Luzi Editore, La panchina senza angeli. Per Polimnia Digital Editions escono Per te soltanto, bambino – Frammenti di emisferi e Tapping-ninne nanne (2018), Flaming Child (2020), I Am a Dream That Is Dreaming of Me (2024), Non ho incontrato un pettine (2026).
Insiste il ricordo di quell’ippocastano giochi infantili tra i rami scorsa di vite smarrite cadono castagne matte la madre attende un figlio la guerra non è finita incessante il sorvolo di areoplani il padre sotto la sua ombra scrive imperturbabile all’irrompere del vento vento di bora che spezza i rami l’albero non ha voce per gridare ed è incerto il mattino ma profuma la magnolia nella sua veste bianca un po’ consola.
22-9-2024
La fiaba del giardino
Non chiedermi nulla della vita non so risponderti, ogni domanda s’annulla nel fitto di gelsi e palme. Storditi dalla calura lentamente camminiamo un verde silenzio di sguardi ci avvince in pacata voluttà. Lieve il vento sull’umida pelle.
28-8-2017
Vivo d’anime il giardino
Rastrema il gelo preme la fame d’un raggio la quadratura d’un giorno di sole polvere e fumi salgono dalle case, non cede la morsa del freddo nel nebbioso richiamo d’un’eco geme il giardino di sgomento per non morire cela germogli dentro la dura scorza della terra, affioreranno forse ma non ora gravida di nubi la stagione misura la forza d’ogni vita, le anime impaurite cercano rifugi da quel viatico e fanno ressa gemono tra venature d’alberi le radici protese al futuro.
20-1-2021
Il verde e le viole
Invadono il verde le viole molle la fanghiglia le circonda a passi rapidi sali il sentiero qualcuno forse una donna già attende non posso raggiungerti inutile chiamare fitti i rami s’addensano in un incauto incesto e tutto si confonde in un turbinio di foglie d’algoritmi smossi da cerchi d’acqua nel frangere copioso della pioggia sul breve intervallo d’una vita.
2-6-2024
Primule gialle
…corrono veloci i ragazzi le sciarpe e i capelli al vento vanno liberi incontro al mattino luminoso nessuno può fermarli squillano gaie le primule gialle al breve istante di sole.
20-4-2010
Nel vuoto d’una stanza
S’imminia un fiore nel vuoto d’una stanza non lo recide il pensiero e s’effonde un profumo antico di legni forse di quercia tra gelide lenzuola richiamo di quel tempo il più fugace e presente non c’è un braciere la notte fraseggi indistinti di rami e fruscii lontani calde le mani d’una madre sulla fronte e sale il gelsomino sull’impervio muro d’un bianco stupore la nostalgia che non s’arresta tra grigie pareti.
Ho fatto come avevo promesso del mio meglio ma non in assoluto. Ricordo piccolezze, noi sui mezzi, la merenda tu che sbagli serratura quando torni la sera a casa. Forse chi parla intende questo quando dice prima le cose importanti come il tuo dare e prendere tutto sollevare le macerie ritirare quello che opprime in questa grande stanza. Per questo e altro ti sono grato per come a volte mi lanci contro la vita solo per svegliarmi.
Cosa esattamente mi vorresti dire. Come esattamente dovrei reagire. Cederti il mio spazio, versartelo nel bicchiere con il calmante di un risveglio insieme sanato appena da queste garze nere. In circostanze meno affrettate sarei morto per te. Ora invece schiaccio tutto con le dita e tutto, tutto quanto mi costa fatica.
È da tre mesi che dormo con gente riempio bicchieri a ignoti strappo le pellicine seccate sulle mani per l’inverno; già chiusi i cartoni, pieni di jeans che non mi pare di aver mai messo. Da qualche giorno ho un tetto in prestito. Il quartiere è nuovo ma lo conosco dopo lavoro passeggio in tondo e ad ogni angolo riscommetto “da qui in poi cambia tutto”. Anche oggi ho perso ma ho trovato per strada cinque euro
Otto tipi di insetti hanno fatto casa sotto al mio letto mentre davo ripetizioni fuori al freddo -la sede era inagibile ratti ovunque- ho deciso avrei saltato pugilato niente serie né proteine neanche una canzone per dormire; domani in pausa pranzo mi diranno ti trovo bene accidenti è servita la malattia sei un po’ dimagrito ma sembri carico. Sembri pronto.
Ci sono i polipi, le distorsioni, i piccoli infortuni nel mezzo dell’età. C’è un bus, poi la bici, un’auto, ancora il bus tua madre con la cataratta, i video dei nipotini. È ancora presto… Stavamo tutti insieme almeno otto anni fa a guardare attori e attrici vivere per noi la spaccatura era lontana questo salto negli adulti senza trionfo né coraggio.
Ho sognato che non ci lamentavamo più che avevamo smesso di agitarci per il beep di uno schermo per blackout infiniti e risvegli di soprassalto. Ho sognato che era finito l’esodo nei corpi, finita la fame del venerdì che tanto poi eravamo stanchi; erano cambiati i nostri grazie non più al master non più a Tinder né al migliore tra di noi. Ho sognato che allagavamo l’appartamento.
Il tacco in disparte di una pietra cittadina trattiene l’erba sorpresa con il suo peso nel pieno delle stagioni, una bolla di silenzio avvertita lontana dal trambusto attorno saponoso. Solo un graffito fermo leviga il respiro dei corpi attraverso le sue macchie forti agganciate di improvviso al fianco del prospetto, è breve il giro di ogni imbiancatura quella linea nuova di un costume che non ti muta la natura.
Fra noi nessuna frazione si interpone lungo la linea dei corpi e dei vuoti dove si sfibra assieme a un lontano filo la parola col numero spezzato e perduto mentre nell’aria totalmente puro passa il lamento quel velo di vapore imperterrito che perdura ancora nel cielo.
Con la cinta in vita ci ripercorrono intorno il valore lezioso nel loro nome venuto contro fibbia preziosa e chiusa sui nostri pudici interessi. Ora una donazione dal cielo ci scuote la terra sporca la cena sui quadroni della tovaglia e le lastre linde aperte e ampie delle finestre dove il mormorio basso e piano delle auto sta subendo l’affanno del giorno immutato l’annuncio indistinto che ne squarcia le gole.
L’attimo vicino si mostra carnefice ci conduce per un dedalo piastrellato carico di abbagli troppo speziati dove gli oggetti si fanno impassibili. L’ingrediente dei nostri giorni ha smarrito anche il gusto della lingua e si muove nel silenzio cieco e rigido che addenta il corpo a corpo continuo con la fiamma feroce della lontananza.
E arriva fino alla fine della sera il cerchio freddo dei tuoi occhi assenti come se fossero fossili o monili umidi dispersi nel fango la pietra affiora il piede precario e il petalo poggia gocce sull’assenza.
Pelle bruciata dal primo inverno una nitida tinta scarlatta ti intacca e perdura il senso di un suono duro pari al peso della stagione perduta, senti la pallida fiamma ferma nei segni mentre entra trasversale fra le finestre quasi una macchia che si piazza in luce.
Più nessuno avrà il suo nome seguace del solco delle acque di queste terre tornate inferme perse assieme al velo nero, al sangue sacro del santo secolare, o alla volta inarcuata della preghiera che disubbidisce a ogni nostro bene.
Al giorno basta un pistillo di luce nuova e la stanza scura si infiora ancora pure dopo una porta richiusa dietro l’urto lasciando una irrigua vena dentro la parete nell’urlo dello spavento che ci riporta al risuono assente della tua carne.
Sabato 8 novembre 2025, alle ore 17:00, presso i Portici Comunali “Paolo Di Pietro” di Priverno (LT), si terrà l’evento “Corpi narrati Voci incise”, un incontro ad ingresso libero e gratuito che unisce poesia, arte e musica per riflettere insieme sul tema della violenza di genere e sulla costruzione di relazioni sane e consapevoli. Nel corso della serata verrà presentato il libro di poesie “Di un’altra voce sarà la paura” di Yuleisy Cruz Lezcano, un’opera intensa che affronta il dolore e la rinascita attraverso la parola poetica. La relatrice dell’incontro sarà la pittrice e poetessa Ombretta Del Monte, che guiderà il dialogo sul potere dell’arte come strumento di elaborazione emotiva e di cambiamento personale e collettivo.
Durante la presentazione l’autrice del libro Dottoressa Yuleisy Cruz Lezcano parlerà anche di come riconoscere e gestire emozioni complesse come rabbia, colpa e vergogna, del valore delle relazioni equilibrate, della cultura del consenso e dell’importanza di una comunicazione positiva come base del rispetto reciproco. Ad arricchire l’atmosfera, interventi musicali a cura di Miriam, Clementina e Mario Di Giulio, che accompagneranno la serata con brani ispirati al tema dell’incontro.In occasione dell’evento sarà inaugurata la mostra pittorica di Giuseppe Zanda, le cui opere interpretano visivamente i temi della vulnerabilità, della forza e della rinascita femminile. La mostra sarà visitabile dall’8 al 16 novembre 2025 presso i Portici Comunali.“Corpi narrati Voci Incise” è un’iniziativa promossa con il patrocinio del Comune di Priverno e della Pro Loco Priverno APS, che confermano il proprio impegno nella promozione di una cultura del rispetto e della sensibilizzazione attraverso l’arte in tutte le sue forme.
L’evento rappresenta un invito aperto alla cittadinanza a partecipare, ascoltare e condividere un momento di crescita, empatia e consapevolezza.
Prefazione di Mino Petazzini, postfazione di Alfredo Rienzi.
Illustrazione in copertina di Vania Bellosi
PRIMA PARTE: ANIMALI IN VERSI
Da bambino preferivo le figurine degli animali a quelle dei calciatori; la passione continua. Qualche anno fa ho immaginato che la mia pagina facebook fosse una piccola Arca di Noè dove, ogni settimana, entrava un animale descritto nei versi di poeti italiani contemporanei; da lì ha origine questo mio piccolo bestiario in versi.
La poesia di Saba A mia moglie inizia così: «Tu sei come una giovane, / una bianca pollastra»; i primi due versi de La capra recitano: «Ho parlato a una capra. / Era sola sul prato, era legata»; la poesia La gatta dice: «La tua gattina è diventata magra. / Altro male non è il suo che d’amore». Testi che mantengono una freschezza che il tempo non altera. Alla fine degli anni Quaranta, Saba scrive una raccolta intitolata Uccelli, titolo anche della seguente lirica dove manifesta tutto il suo amore per le creature alate: «L’alata / genia che adoro – ce n’è nel mondo tanta! – / varia d’usi e costumi, ebbra di vita, / si sveglia e canta». Segue nel 1951 Quasi un racconto, che contiene Dieci poesie per un canarino; scelgo la prima dalla giocosa ironia.
A un giovane comunista
Ho in casa – come vedi – un canarino.
Giallo screziato di verde. Sua madre
certo, o suo padre, nacque lucherino.
È un ibrido. E mi piace meglio in quanto
nostrano. Mi diverte la sua grazia,
mi diletta il suo canto.
Torno, in sua cara compagnia, bambino.
[…]
(Antologia del Canzoniere, Einaudi, 1966)
Gli animali da sempre appassionano i poeti e ispirano i loro versi. Penso a due indimenticabili e celebri poesie di Montale: Upupa, ilare uccello calunniato e L’anguilla. L’upupa venne pubblicata nel 1925 in Ossi di seppia. Il fotografo Ugo Mulas scattò nel 1970 un famoso ritratto, in bianco e nero, di Montale: inquadrati di profilo, il poeta e l’uccello (imbalsamato) “calunniato dai poeti” si guardano intensamente, come se
l’uno si specchiasse in qualche modo nell’altro, come se dividessero con amichevole complicità la scena. L’anguilla fu pubblicata su rivista nel 1948 e ne La Bufera e altro nel 1956; scrive Francesco Zambon nella Premessa del volume L’iride nel fango (Pratiche editrice,1994): «La critica è pressoché unanime nel giudicare L’anguilla uno dei vertici assoluti della poesia di Montale e di tutta la poesia italiana del Novecento»:
L’anguilla
L’anguilla, la sirena
dei mari freddi che lascia il Baltico
per giungere ai nostri mari,
ai nostri estuari, ai fiumi
che risale in profondo, sotto la piena avversa,
[…]
Il cane, il gatto, il pesce rosso, il riccio, lo struzzo, la lince, la pecora, il maiale, la volpe, la mucca, il pollo, il leone, l’oca, il passero, la gallina, la capra, la medusa, la tigre, l’elefante, la tartaruga, il cammello, il bradipo, la chiocciola, il pellicano, il
serpente, il piccione, la locusta, il pappagallo, la scimmia, il camaleonte, il panda, l’orso, la foca, lo scarabeo, il delfino, il lemure, la giraffa, il gufo, il rospo, la balena, sono gli attori e i titoli delle quaranta poesie com rese nella raccolta di Gabriele Galloni Bestiario dei giorni di festa. La maggior parte dei testi è composta di tre versi endecasillabi, il primo fa rima con il terzo. Uscito postumo nel 2020, il libro è stato stampato dalle Edizioni Ensemble con una nota critica di Ilaria Palomba.
Il camaleonte
Somiglia sempre a quello che non è.
A volte è un albero, a volte un’altra bestia –
di notte capita che sembri me.
[…]
Per quanto mi riguarda, ho composto parecchi versi sugli animali, preferibilmente sui volatili. A questi ultimi ho dedicato un libro intitolato I merli del Giardino di san Paolo e altri uccelli. Questa poesia racconta invece di bestioni estinti:
Dinosauri
Il meteorite si presentò
senza concedere alla terra
il tempo per riflettere. La voragine
si spinse così lontana
da impedire alla vista di abbracciarla.
Si alzava un muro polveroso
che faceva supporre cominciasse
da capo la creazione.
Nei dintorni i rettili
morivano soffocati, dinosauri erbivori
scambiarono l’apocalisse
per l’incedere di una specie
colossale di Tirannosauro.
(Cambiamenti, Mobydick, 2001)
[…]
Fra le varie poesie ispirate a Erba dagli amati gatti, quella che prediligo è la seguente:
Il gatto archeologo
a Francesca
[…]
Forse anche il gatto dei Fori
ode con sue lunghe vibrisse
quel che raccontano le pietre
sotto i cieli di tante stelle fisse.
È notte: il gatto archeologo
parte per ricerche di storia romana
ormai nutrito dalle pie donne
nelle aiuole tra archi e colonne.
(Tutte le poesie, Oscar Moderni Mondadori, 2022)
Il critico e poeta Paolo Polvani ha dedicato ai gatti poesie disseminate in diverse raccolte. Questa, dove una gatta innamorata canta alla luna, credo sia inedita:
La gatta per tutta la notte ha cantato
Affacciata sul tetto come a un davanzale
la luna ascoltava. La gatta per tutta la notte
ha cantato. Un richiamo ardente, una lama
di fuoco. Nel vicolo scuro implorava.
Il pozzo del silenzio ne vibrava.
Gli alberi smuovevano le chiome in un sussulto lieve.
La gatta era una piccola dea del buio,
delle finestre chiuse, gorgheggiatrice dolorosa,
assoluta sposa, perfetta dispensatrice
di promesse, voce di tutti i gatti antenati in lei,
geometrie di occhi, vibrisse, la coda voluttuosa,
un calcio negli stinchi del pudore,
una messa cantata dell’amore.
SECONDA PARTE: ANIMALI FANTASTICI
Il Basilisco re dei serpenti
Nel libro ottavo della Storia naturale, dedicato agli animali terrestri, Gaio Plinio Secondo scrive (traduzione e note di Elena Giannarelli, Einaudi, 1983) a proposito del serpente basilisco: «non è più lungo di dodici dita e lo si riconosce per una macchia bianca sulla testa, a mo’ di diadema. Col suo sibilo mette in fuga tutti i serpenti, e non muove il suo corpo, come gli altri, attraverso una serie di volute, ma avanza stando alto e dritto sulla metà del corpo. Secca gli arbusti non solo toccandoli, ma col suo
soffio, brucia le erbe, spezza le pietre: tale potenza ha questo pericoloso animale. Una volta, così si credette, un esemplare fu ucciso da un uomo a cavallo con un’asta e dal veleno salito attraverso di essa non soltanto il cavaliere, ma anche il cavallo furono annientati». Se anziché con un drago San Giorgio, in groppa al suo destriero, si fosse scontrato con un basilisco trafiggendolo, non sarebbe uscito trionfante e vivo dallo scontro. Oltre al nefasto potere di inaridire e intossicare tutto quanto lo circonda, gli viene attribuito anche quello di uccidere con lo sguardo. Vengono immediatamente alla memoria le tre Gorgoni della mitologia greca che pietrificano chi le guarda. Una di loro è Medusa; Caravaggio nel 1598 (opera custodita alla Galleria degli Uffizi) la raffigura così: sguardo sconvolto e allucinato, bocca spalancata in un urlo di disperazione e di dolore, un groviglio impazzito di serpi attorcigliato attor-
no a testa e faccia, un fiotto di sangue che sgorga copioso dal collo dopo che Perseo glielo ha mozzato. Animale ibrido (testa, zampe e ali da gallo; coda di serpente), il basilisco nasce da un uovo di gallo covato da un serpente, da un drago o da un rospo. Vittore Carpaccio, nel dipinto San Trifone ammansisce il basilisco (Scuola di San Giorgio degli Schiavoni, a Venezia), lo dipinge però, nel 1507, come una be-
stia a quattro zampe di taglia media con la testa e le orecchie da asino, corpo leonino, ali di uccello e coda serpentesca. D’altra parte gli animali fantastici subiscono nell’immaginario individuale e collettivo cambiamenti evidenti, ad esempio le Sirene, come ho già detto, vengono pensate inizialmente come donne uccello e successivamente come donne pesce. San Trifone non è il solo capace di placare il basilisco, anche il vescovo San Siro, a Genova, lo rende innocuo. Affronta, armato del solo pastorale, un basilisco che si nasconde dentro un pozzo da dove ammorba l’aria e lo allontana verso il mare. Poco distante dalla chiesa dedicata al Santo, su una
lapide marmorea in latino è scritto: «Qui è il pozzo dal quale il Beatissimo Siro Arcivescovo di Genova fece uscire il terribile serpente di nome Basilisco». Anche se non possiede stazza e mole del drago, il basilisco, grazie al suo straordinario veleno nocivo e letale, è considerato il “basileus” (il re) dei serpenti. Scrivono Jorge Luis Borges e Margarita Guerrero nel Manuale di zoologia fantastica (Einaudi, 1962, traduzione di Franco Lucentini): «Ai suoi piedi cadono morti gli uccelli e imputridiscono i frutti; l’acqua dei ruscelli a cui s’abbevera rimane avvelenata per secoli. […] L’odore della donnola lo uccide. Nel Medioevo, si diceva che l’uccidesse il canto del gallo; e i
viaggiatori esperti si provvedevano di galli per attraversare contrade sconosciute. Altra arma era uno specchio: il basilisco è fulminato dalla sua propria immagine».
Giancarlo Baroni, “Il mio piccolo bestiario in versi”, puntoacapo Editrice, 2025.
Mentre scrivo è la fine dell’estate,
piove e non piove più.
Le strade hanno le stesse nitide pozzanghere
che da bambina saltavo,
ignorando la profondità del baratro.
Sfiorata da un pugnale d’odio
che la storia mi ha portato,
mi avvicino ad un ramo splendido
ed è come aprirsi nel silenzio.
Si impara il dolore dal dolore.
Forse si volterà pagina
e nulla di più sarà cambiato.
C’è almeno una cosa che devi sapere,
desidero, ancora una volta,
l’innocenza del primo amore.
Nient’altro mi importa.
*
Vorrei essere la punta della tua lingua
che bagna il labbro seccato dall’arsura.
Vorrei essere una ciglia del tuo occhio,
l’impronta digitale sulla mano,
la vena lungo il collo,
una ruga che si allarga,
la luce improvvisa da una crepa,
il tuo respiro che si affanna.
*
Ma io mi faccio piccola piccola,
una ciglia, un granello, una briciola nella tasca,
un atomo, una particella elementare
da portare via.
Per te svanisco
in questo momento di nostalgia.
*
Non c’è più tempo per gli indugi,
sii paziente con me, tenero.
C’è splendore nei tuoi occhi,
desiderio sulle mie labbra.
Io ti porto la mia paura di scampata,
lo spavento, la fiducia dimenticata.
Tu mi porti la bellezza degli inizi,
una carezza a lungo desiderata.
*
Oggi come molti anni fa
i tuoi occhi conservano immutato
l’ardore dei sogni di ragazzo.
Ed eccoli tutti lì,
senza rimpianti,
i sogni che volevi.
La passione è vita
sottratta al tempo che passa
e che ti scava il viso.
Sono qui e ti guardo
come si guarda una pioggia
fine che rinfresca.
E siamo entrambi nella mancanza,
perché più di tutto si comprende
il mondo che non si è fatto.
*
Tutto ciò che ci siamo detti
nel breve momento dell’incontro
è veramente tutto in uno sguardo,
speso nella dimenticanza di questi anni.
Veramente tutto, che a guardarti ora
negli occhi, i tuoi occhi scuri e lucidi,
viene un pensiero di malinconia.
Si alza un refolo di vento
dietro alle nostre spalle
ed è l’unico dire che occorre
alle bocche degli amanti per trovarsi
nell’impronta perfetta di un bacio.
E tutto ciò che in questa sera
mi parla dolcemente di te
ha un odore di gelsomini,
che mi sfiora gli occhi
mentre socchiudo le palpebre.
*
Le prime foglie secche d’autunno,
prima ancora che sia l’autunno,
volteggiano nell’aria che sa di muschio.
Sconosciuti l’uno all’altra
sappiamo solo della nostra esistenza,
consegnandoci intatti ad una chimera.
Ciò che si deve dire o non dire
è solo un desiderio
che assomiglia al poco,
tenuto al riparo
nella pace eterea
delle cose distanti.
Non voglio niente che non sia
la passione di un bacio,
lacerante e penetrante,
e vedere gli uccelli ritornare
ad uno ad uno
come a primavera.
E tutto quello che mi resta
di una sera di settembre
è la tua bellezza greca.
E tutto quello che mi tormenta,
nascosta e mal celata,
è un’assenza che spaventa.
*
Testi di Antonia De Gattis, tratti da Primo amore (Amazon Publishing, 2025).
NOTE BIOGRAFICHE
Antonia De Gattis, nata a Lecco il 4 settembre 1978, ha sempre vissuto in provincia di Cosenza. Autrice di poesia e narrativa, ha pubblicato le raccolte di poesie, Eternità (Città del Sole Edizioni, 2023) e Primo amore (Amazon Publishing, 2025), il romanzo Ilcommissario Ferramonti.Un giorno nero alla hijumara (Castelvecchi, 2024), il saggio Il cambiamento che saremo. Parole di crescita, forza e speranza (Amazon Publishing, 2024).