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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: LETTERATURA

Parole di donna 1 : SYLVIA PLATH

30 lunedì Gen 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Parole di donna

≈ 2 commenti

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Deborah Mega, I am vertical, Sylvia Plath

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I am vertical

But I would rather be horizontal.

I am not a tree with my root in the soil

sucking up minerals and motherly love

so that each March I may gleam into leaf,

nor am I the beauty of a garden bed

attracting my share of Ahs and spectacularly painted,

unknowing I must soon unpetal.

Compared with me, a tree is immortal

and a flower-head not tall, but more startling,

and I want the one’s longevity and the other’s daring.

 

Tonight, in the infinitesimal light of the stars,

the trees and flowers have been strewing their cool odors.

i walk among them, but none of them are noticing.

sometimes I think that when I am sleeping

I must most perfectly resemble them–

thoughts gone dim.

It is more natural to me, lying down.

then the sky and I are in open conversation,

and I shall be useful when I lie down finally:

then the trees may touch me for once,

and the flowers have time for me.

 

Sylvia Plath

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POESIA SABBATICA

28 sabato Gen 2017

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Enrico Testa, Pasqua di neve

1

L’anniversario

“Che in questa mattina di febbraio, gelida e serena, di accecanti chiarori e di pulviscolo in volo, venga sorpreso e annichilito, per le strade di Genova, dal tuo ricordo, che scende come un rasoio ad accarezzarmi la schiena; e che tutta la distanza che ci separa non si possa ora neppure scorgere e misurare tanta è la caligine densa che sta tra noi due; e che io mi accorga che vado perdendo, giorno dopo giorno, anche l’eco della tua voce, remota e astrale… Tutto questo mi dà il senso e la consapevolezza di non poter mai più tornare a casa.”

Enrico Testa (da Pasqua di neve, Einaudi, Torino 2008)

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Fuga di morte

27 venerdì Gen 2017

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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shoah

“Shoah” fotografia di Loredana Semantica

Paul Celan, Fuga di morte

Nero latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo al meriggio, al mattino, lo beviamo la notte
beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti

Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive
che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete
lo scrive e va sulla soglia e brillano stelle e richiama i suoi mastini
e richiama i suoi ebrei uscite scavate una tomba nella terra
e comanda i suoi ebrei suonate che ora si balla

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino, al meriggio ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive
che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti

Egli urla forza voialtri dateci dentro scavate e voialtri cantate e suonate
egli estrae il ferro dalla cinghia lo agita i suoi occhi sono azzurri
vangate più a fondo voialtri e voialtri suonate che ancora si balli

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al meriggio e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca coi serpenti
egli urla suonate la morte suonate più dolce la morte è un maestro tedesco
egli urla violini suonate più tetri e poi salirete come fumo nell’aria
e poi avrete una tomba nelle nubi lì non si sta stretti

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al meriggio la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e al mattino beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
egli ti centra col piombo ti centra con mira perfetta
nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
egli aizza i suoi mastini su di noi ci dona una tomba nell’aria
egli gioca coi serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco

i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith

Paul Celan, Todesfuge

Schwarze Milch der Frühe wir trinken sie abends
wir trinken sie mittags und morgens wir trinken sie nachts
wir trinken und trinken
wir schaufeln ein Grab in den Lüften da liegt man nicht eng
Ein Mann wohnt im Haus der spielt mit den Schlangen der schreibt
der schreibt wenn es dunkelt nach Deutschland dein goldenes Haar
Margarete
er schreibt es und tritt vor das Haus und es blitzen die Sterne
er pfeift seine Rüden herbei
er pfeift seine Juden hervor läßt schaufeln ein Grab in der Erde
er befiehlt uns spielt auf nun zum Tanz

Schwarze Milch der Frühe wir trinken dich nachts
wir trinken dich morgens und mittags wir trinken dich abends
wir trinken und trinken
Ein Mann wohnt im Haus der spielt mit den Schlangen der schreibt
der schreibt wenn es dunkelt nach Deutschland dein goldenes Haar
Margarete
Dein aschenes Haar Sulamith wir schaufeln ein Grab in den Lüften
da liegt man nicht eng

Er ruft stecht tiefer ins Erdreich ihr einen ihr andern singet und spielt
er greift nach dem Eisen im Gurt er schwingts seine Augen sind blau
stecht tiefer die Spaten ihr einen ihr andern spielt weiter zum Tanz auf

Schwarze Milch der Frühe wir trinken dich nachts
wir trinken dich mittags und morgens wir trinken dich abends
wir trinken und trinken
ein Mann wohnt im Haus dein goldenes Haar Margarete
dein aschenes Haar Sulamith er spielt mit den Schlangen

Er ruft spielt süßer den Tod der Tod ist ein Meister aus Deutschland
er ruft streicht dunkler die Geigen dann steigt ihr als Rauch in die Luft
dann habt ihr ein Grab in den Wolken da liegt man nicht eng

Schwarze Milch der Frühe wir trinken dich nachts
wir trinken dich mittags der Tod ist ein Meister aus Deutschland
wir trinken dich abends und morgens wir trinken und trinken
der Tod ist ein Meister aus Deutschland sein Auge ist blau
er trifft dich mit bleierner Kugel er trifft dich genau
ein Mann wohnt im Haus dein goldenes Haar Margarete
er hetzt seine Rüden auf uns er schenkt uns ein Grab in der Luft
er spielt mit den Schlangen und träumet der Tod ist ein Meister
aus Deutschland
dein goldenes Haar Margarete
dein aschenes Haar Sulamith

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Forma alchemica 3: Fernando Pessoa

25 mercoledì Gen 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Fernando Pessoa, Poesie

IMG_3519 bn.jpg

fotografia di Loredana Semantica

Se qualcuno un giorno bussa alla tua porta,
dicendo che è un mio emissario,
non credergli, anche se sono io;
ché il mio orgoglio vanitoso non ammette
neanche che si bussi
alla porta irreale del cielo.
Ma se, ovviamente, senza che tu senta
bussare, vai ad aprire la porta
e trovi qualcuno come in attesa
di bussare, medita un poco. Quello è
il mio emissario e me e ciò che
di disperato il mio orgoglio ammette.
Apri a chi non bussa alla tua porta.

(Fernando Pessoa)

Questa terza poesia della rubrica Forma alchemica l’ho scelta a caso. Ho aperto un file word della mia raccolta di poesie preferite ed è apparsa questa. La scelta casuale mi è piaciuta molto.

In verità nella mia raccolta non c’è poesia che non mi piaccia, si tratta di mie selezioni, per cui non possono essermi che gradite, ciò che muta invece è la voglia di dire qualcosa su una specifica poesia. Questa tuttavia si è rivelata la scelta giusta per questo particolare momento che direi di significativo lavorio mentale e complessità.

Pessoa infatti è un autore complesso  e multiforme che ha manifestato la sua vena creativa letteraria imputandola a vari eteronimi che rappresentano ben più di uno pseudonimo, essendo ciascuno dei nomi scelti una figura avente una propria storia e biografia autonome da Pessoa stesso che le ha create. Lo scrivere di Pessoa come fosse un altro, realizza la spersonalizzazione psichica dell’autore, della quale egli è perfettamente consapevole, avendola tuttavia resa innocua nella sua vita reale canalizzandola nell’ invenzione di figure creative. Egli ha scritto dissimulato dietro oltre cento pseudonimi, di questi però quelli dotati di un’autonoma storia e personalità sono: Alberto Caeiro, Alvaro de Campo, Ricardo Reis e Bernardo Soares. Quest’ultimo è autore del “Libro dell’inquietudine”, una delle maggiori opere della letteratura portoghese del XX secolo. Alberto Caeiro tuttavia è il principale degli eteronimi, sia perché lo stesso Pessoa lo considerava un maestro, ma soprattutto perché è  per suo tramite Pessoa ha vissuto il giorno trionfale, nel quale in una sorta di trance scrisse oltre trenta poesia in preda all’esaltazione creativa, il giorno liberatorio quindi della sua articolata personalità.

Un esempio della complessità di Pessoa è la famosa strofa sul dolore e l’ambiguità del poeta nella quale Pessoa sviluppa il suo pensiero in periodare circonvoluto e sorprendente.

Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
Che arriva a fingere che è dolore
Il dolore che davvero sente

La poesia che propongo oggi come esempio di forma alchemica presenta a mio avviso una costruzione similmente complessa. Se potessi rappresentarla con un’immagine sarebbe una spirale, se dovessi immaginarla con un’azione penserei al movimento che compie la navetta contenente la spoletta del telaio meccanico. Questa navetta viene lanciata velocissimamente verso un alloggiamento al capo opposto dal quale viene respinta indietro stendendo il filo che si intreccia alla trama e crea il tessuto. Allo stesso modo Pessoa, lancia l’ordito di  affermazioni, negazioni, contraddizioni che si susseguono come lanciati, verso dopo verso, a tessere nell’insieme il tessuto.

Al bussare di un emissario che si dica inviato dall’io poetante il tu interlocutore non deve aprire la porta, fosse anche il poeta stesso. E’ un fatto di orgoglio evidente per cui certo il poeta mai verrà alla “porta del cielo” (la porta topica del componimento) a bussare presentando scuse o elemosinando perdono o richiesta di amore o chiarimento, lavoro, bisogno, compagnia, desiderio.

Cosa mai si può chiedere bussando a una porta? Di tutto si può chiedere, ma principalmente che essa si apra.

Ecco che allora è possibile l’incontro delle volontà in contrasto, non un aprire per un bussare, ma un aprire per caso, per una felice intuizione senza che lui, l’emissario o il poeta, abbiamo mai fatto il gesto di bussare, non l’abbiano mai compiuto interamente per lo meno, mentre è accettabile per la vanità dell’io poetante che l’abitante della casa, senza che mai abbia sentito il tocco alla porta, perché appunto mai compiuto il gesto di bussare, apra per caso, per intuito, per volontà indipendente, per desiderio di correre dall’amico, dall’amante o congiunto o comunque da quell’essere assente e desiderato. Solo in quel caso, in quel felice attimo di incontro, in quell’ incantesimo di una figura alla porta col pugno sollevato nel gesto sospeso di bussare alla porta e dell’altro essere al di qua dell’uscio che in gesto improvviso spalanca la porta, solo allora l’emissario poetico si materializza ed ammette la sua voglia di bussare, ammette questo slancio verso la persona che sta oltre la porta.

Apri a chi non bussa alla tua porta. In quest’ultimo verso io leggo ancora una richiesta di attivare l’attenzione, similmente all’esortazione di prestare attenzione agli altri ben presente nella stella di Rostand commentata nella forma alchemica 1, ma in questo caso è un’attenzione più individualista, più centrata al singolo, più innamorata d’ego che cerca riconoscimenti nel cedimento dell’altro, meno connotata quindi di un’aura caritatevole. Non è un’attenzione configurata come forma più alta di generosità, volendo ricordare il pensiero di Simone Weil sull’attenzione, è più un’ invocazione, una manifestazione di bisogno, un’ esaltazione del sentire e dell’attaccamento all’altro, più una denuncia della propria debolezza, incapace di ammettere l’errore, il pentimento, di chiedere scusa o di dichiarare un sentimento. Ancora più a fondo è la confessione spudorata e sofferta (fingendo che sia dolore il dolore che davvero sente) che si cede al proprio orgoglio e non si ha la forza di muoversi fino a giungere o parlare all’altro in disarmata umiltà, ma che, al massimo possibile sforzo, si ammette il compromesso, l’incontro al centro del ponte che congiunge le sponde.

Un gesto di uomini non propriamente giganti, ma più piccoli, e se anche non propriamente nani, semplicemente di una statura ordinaria, fatta di centimetri che non si comprimono in una scatola, ma si espandono nella parola che scava nella più profonda, nuda, autentica e fragile umanità.

Questa è proprio l’umanità contorta disincantata e antieroica che può essere espressa bene da chi ha mille volti e capacità straordinaria di immedesimazione “trasformista”, come  Fernando Pessoa, prestigiatore del suo ambiguo, complesso, fantasmatico mondo.

Loredana Semantica

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Parole di donna_Intro

23 lunedì Gen 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Parole di donna

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Rita Levi Montalcini, scrittura femminile, Sylvia Plath

projection-lauren-by-cbanck

Projection Lauren, by cbanck

Parole di donna é l’altra rubrica che vorrei curare per LIMINA MUNDI. Negli ultimi tempi é aumentata incredibilmente l’attenzione nei confronti della scrittura femminile, simbolo di un’identità sessuale differente e di un differente immaginario. La scrittura femminile, forse più di quella maschile, appare costruita sulla ricerca della verità, é frutto di una riflessione, di un ripiegamento su se stesse. Rappresenta inoltre per la donna l’identificazione e la conferma di sé come individuo e come genere. In secoli di storia della letteratura infatti, la donna è sempre stata raccontata dall’uomo come se la sua voce potesse farsi intendere solo attraverso la parola maschile: da sempre oggetto dell’ispirazione raramente è stata soggetto del processo creativo. Continua a leggere →

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POESIA SABBATICA: A quelli che verranno

21 sabato Gen 2017

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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A quelli che verranno, Fabio Pusterla

Allora voi, che volgerete
lo sguardo verso di noi dalle vette
dei vostri tempi splendidi come chi scruta una valle
che non ricorda neppure di avere percorsa;
non ci vedrete, dietro lo schermo di nebbie.
Ma eravamo qui, a custodire la voce.
Non ogni giorno e non in ogni ora
del giorno; qualche volta, soltanto,
quando sembrava possibile
raccogliere un po’ di forza.
Ci chiudevamo la porta
dietro le spalle, abbandonando
le nostre case sontuose
e riprendevamo il cammino, senza meta.
Fabio Pusterla (da “Pietra di sangue” Marcos y Marcos, Milano 1999)
1

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Tre Aporie

20 venerdì Gen 2017

Posted by maria allo in Poesie

≈ 2 commenti

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Maria Allo, POESIA

n.1 ἀπορία

Inchiodato al cielo lo scirocco geme, vortica alla marina , invade i cortili, recide l’aria, corre nei vicoli socchiuso tra le auto ferme e non c’è fragore di vetri infranti nel silenzio del pomeriggio invernale colmo di respiro là dove nasce e si spegne .Ma il vento nel silenzio penetra gli alberi, ondula sulle abrasioni dei muri ,tra gli intonaci rossi delle case mentre il fragore del treno stride verso il nulla anche se la terra a poco a poco fa vibrare i teneri trifogli. E intanto la pioggia infuria e assale un coro di voci antiche tra gli sterpi nella dura luce del restare acuminato e del nostro umano passare nel ritmo della risacca. Ora le sillabe crollano sull’acqua dei tombini crepitando sopra le verdi cime i cardi, i nidi e i rami spogli. Eppure sui monti di roccia dura fiorisce il mondo.

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Forma alchemica 2: “Il gesto” di Bartolo Cattafi

18 mercoledì Gen 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Bartolo Cattafi

Non è vero che non successe nulla
quando tirasti fuori la mano dalla tasca
e a braccio teso tagliasti l’aria
da sinistra a destra
dall’alto verso il basso
successe che a braccio teso tagliasti l’aria
e ciò ebbe il suo peso
l’aria non è più come prima
è tagliata.

Questa di Bartolo Cattafi è una poesia incantevole, una specie di summa di cosa riesca a vedere un poeta, di come riesce a percepire in modo singolare ciò che gli altri vedono e percepiscono ordinariamente. Condensare tanta suggestione in una poesia così breve è un capolavoro di equilibri strutturali e ripetizioni verbali, innanzitutto date dal verso: e a braccio teso tagliasti l’aria, a cui fa eco in sesto verso:  successe che a braccio teso tagliasti l’aria, ma lo stesso verbo successe è già stato usato nel primo verso, questa combinazione incrociata di elementi verbali crea opportunamente uno stato di attesa della rivelazione di ciò che è successo, per concludersi negli ultimi versi in una chiusa d’evidenza che sembra d’ironia, ma più probabilmente non lo è: l’aria non è più come prima/è tagliata. In questa frase si respira come un’aura di “sicilianità”, dove tutto il detto è nel non detto, poichè il detto, che è l’evidenza, sottintende tutto ciò che deve essere compreso perché è nelle cose, anche se taciuto. L’incipit della poesia è configurato come il seguito di un dialogo con un tu che in precedenza, prima che fosse scritta la poesia, ha affermato: “non è successo niente”, la replica contenuta nella poesia è l’incipit della poesia stessa: Non è vero che non successe niente. C’è un gesto che taglia l’aria. Da un lato l’interlocutore che lo valuta irrilevante o vorrebbe far credere che sia tale, in contraddizione il poeta che invece gli dà grande importanza, e non è l’importanza comunemente intesa, immaginabile in relazione al fatto e alle circostanze, ma una immaginifica che fa l’aria a fette, come se le fette d’aria si potessero vedere. La mano a cui è attaccato il braccio e compie il gesto viene tirata fuori dalla tasca, sembra quasi che tutta la potenza del gesto sia conservata, raccolta, perché possa essere sprigionata al momento dell’azione. Il braccio è teso, quindi deciso, sicuro, ieratico e il movimento da sinistra a destra, dall’alto verso il basso è intuitivamente una croce tracciata nel vuoto.
Poeta è colui che in un gesto benedicente vede aprirsi un senso, un senso che non è l’ovvietà religiosa. Tutti gli altri pensano che il sacerdote benedica il bambino appena battezzato, il defunto al funerale, benedica l’aria, i presenti, gli sposi, l’oggetto, le palme.
Per Bartolo Cattafi il senso è tagliare l’aria. Tuttavia, come sappiano tutti, l’aria non si vede, figuriamoci se si vede il taglio dell’aria, ma un poeta vede l’aria, vede il taglio. Sa cioè che anche l’aria ha una consistenza, la consistenza data dal peso del gesto. Trattandosi di movimento nell’aria poi, non può che sottolineare come: ciò ebbe il suo peso, l’aria infatti ha un peso, come gli esperimenti della fisica ci hanno insegnato, un palloncino vuoto e uno riempito d’aria pesano diversamente, ma sappiamo anche che il peso dell’aria è infinitesimo.
Non è dato sapere chi abbia tracciato il gesto nell’aria, il che permette di ipotizzare come possibili una serie di altri significati, tutti appartenenti alla gestualità sostitutiva della parola.
Oltre che un gesto da ministro benedicente, come ho ipotizzato sopra, tracciare una croce nell’aria può avere il significato del mettere ad una questione una croce sopra, cioè non rivangare più il passato e superare il contrasto, accantonare la lite. Nel dialogo si traccia una croce per aria per riferirsi alla morte, come a dire che c’è il rischio di morire oppure che qualcuno è morto, che non ce l’ha fatta, o che morirà. Lo si usa ancora per significare che è finita, che di quella cosa o persona non se ne vuole più sapere. In quest’ultimo caso diventa una sorta di pesante giuramento di condanna e definitività, come a dire: per me non esiste più fino alla morte o come se fosse morto.
Lo stesso taglio ha un senso, la cesura dell’aria è qualcosa che separa, un distanziare due bordi che si ritraggono o rimango inerti, ma definiti, non più omogenei e fusi, ma distinti e contigui.
Questa concentrazione dello sguardo nel vuoto alla ricerca dell’aria tagliata è il particolare sguardo poetico chi riesce a fissare intensamente le fughe, a seguirne la traccia, osserva il cirro che prende forme fantastiche, il fuoco che danza, un neo sulla pelle e trova in ogni immagine una visione, la concretizzazione di un universo che incanta, che scatena i pensieri, la creatività. E’ questo lo sguardo del poeta che si posa sul mondo.

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Incipit 1: La metamorfosi

16 lunedì Gen 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Franz Kafka, La metamorfosi, realismo magico

metamorphosis-franz_kafka-shaw

Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto. Sdraiato nel letto sulla schiena dura come una corazza, bastava che alzasse un po’ la testa per vedersi il ventre convesso, bruniccio, spartito da solchi arcuati; in cima al ventre la coperta, sul punto di scivolare per terra, si reggeva a malapena. Davanti agli occhi gli si agitavano le gambe, molto più numerose di prima, ma di una sottigliezza desolante.
«Che cosa mi è capitato?» pensò. Non stava sognando. La sua camera, una normale camera d’abitazione, anche se un po’ piccola, gli appariva in luce quieta, fra le quattro ben note pareti. Sopra al tavolo, sul quale era sparpagliato un campionario di telerie svolto da un pacco (Samsa faceva il commesso viaggiatore), stava appesa un’illustrazione che aveva ritagliata qualche giorno prima da un giornale, montandola poi in una graziosa cornice dorata. Rappresentava una signora con un cappello e un boa di pelliccia, che, seduta ben ritta, sollevava verso gli astanti un grosso manicotto, nascondendovi dentro l’intero avambraccio.

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POESIA SABBATICA : Non chiederci la parola

14 sabato Gen 2017

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Eugenio Montale, Ossi di seppia

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Eugenio Montale, da Ossi di seppia

1

 

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Canto presente 10: Mariangela Ruggiu

13 venerdì Gen 2017

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA, Poesie

≈ 5 commenti

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Canto presente, Mariangela Riggiu, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Mariangela Ruggiu

ogni giorno vieni Amore
vestito da uomo

e ti guardo con occhi di meraviglia

mi sorprende sempre
che tu abbia occhi e mi guardi
che tu abbia dita e disegni
contorni alle mie trasparenze

vieni ogni giorno
mi nasci come un bambino
e mi chiami madre

eppure sei padre di me
sei ponte tra le acque che sono
e fuoco nel buio
e musica dei respiri
ala di questi voli
sei tutti i nomi
sei tutte le mani
e ti guardo con occhi di meraviglia
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Forma alchemica – intro

11 mercoledì Gen 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA

≈ 1 Commento

Su questo blog col 2017 inauguro una nuova rubrica poetica che prende il posto del “Tema del silenzio”. La rubrica si chiamerà “Forma alchemica”. Essa non ha una formula nuova, intendo infatti commentare poesie (di autori del passato  sicuramente, altri non so…) similmente a come ho fatto con le poesie proposte nella rubrica “Il tema del silenzio” ormai conclusa, o, per avere un esempio migliore, similmente a come ho commentato la poesia di Rostand qui. La poesia di Rostand anzi è stata la prima della rubrica ed ha preceduto questa introduzione, per semplice desiderio di non perdere la coincidenza dell’Epifania e gusto, che talvolta mi prende, di scombinare l’ordine scontato delle cose.

Il criterio di scelta delle poesie è libero. La scelta è senza limiti, in linea con il titolo del blog, senza un tema preferenziale, né un autore preferito.

Mi guiderà un’unica stella la ricerca della bellezza, avrò un solo limite la mia sensibilità. Chiamo limite la sensibilità perché se da un lato è lo strumento che userò per interpretare il senso del testo, dall’altro è presumibile che essa sia condizionata dalle mie esperienze e percezioni, e magari mi farà considerare incantevoli poesie che non sempre accenderanno l’altrui entusiasmo. Per giustificare la mia scelta compirò, come ho fatto col tema del silenzio, le mie spirali di pensiero, e, per questa via, qualcuno potrebbe con-venire col mio argomentare e trovare nuove angolazioni di visuale nelle poesie di grandi e grandissimi in commento.

Proprio la grandezza dei poeti che mi accingo a commentare è la mia maggiore preoccupazione, perché se da un lato so per certo che non ci resteranno male qualunque cosa io possa dire: non ho nessun io da lusingare, non potranno certo offendersi; chi sono io per poter avere la pretesa, l’ambizione, l’arroganza di tentare di penetrare il mistero di bellezza, forma e senso che è una poesia scritta da un maestro, da un Poeta?

Eppure leggere la poesia, significa proprio questo: essere disposti ad aprirsi al senso che essa produce, accogliere e restituire, smuovere e commuovere, condividere.

Per questa rubrica ho scelto  titolo “Forma alchemica”. Da un lato perché la poesia è eminentemente forma, disposizione sul campo bianco delle parole in precisa, accurata architettura, dall’altro perché accade che, quando questa forma sia particolarmente ben riuscita, quando, per di più, si sposa ad un sublime contenuto, si realizza un’alchimia: la composizione perfetta.  Essa ha del magico, alla lettura provoca una sorta di vago e leggero stupore segreto, estatico, una provocazione mentale, uno spiazzamento, commozione, a volte, quando una poesia tocca un nervo personale particolarmente scoperto. Tutte reazioni che sono un segno non facilmente traducibile a parole, ma chiaramente percepibile dal lettore, che il testo che si ha davanti è poesia e non la lista della spesa, è poesia e non un saggio, un articolo di giornale, una canzone.

Niente brividi, mi raccomando, i brividi lasciamoli alle candele che ondeggiano negli stadi dei concerti, prego si apra la porta alla poesia, vanno in scena: grazia, raffinatezza e stupore.

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Incipit_Intro

09 lunedì Gen 2017

Posted by Deborah Mega in Incipit, LETTERATURA

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Deborah Mega, Francesco Severini, Incipit, Vagabolario

vagabolario-capolettera-i-2015

Francesco Severini, Vagabolario – Capolettera “I” (2015)
Tempera e gouache su carta

“Incipit” è il titolo di una nuova rubrica che intendo curare quest’anno su LIMINA MUNDI. Si tratta di una voce latina che viene dal verbo incipĕre, “incominciare” e che allude alla formula d’esordio di un’opera, alle parole iniziali di un testo letterario e per estensione di uno spettacolo o di un programma televisivo. Per incipit si intende l’intera parte iniziale di un testo che può avere lunghezza diversa e rappresenta la fase d’avvio di un testo. Permette di intuire lo sviluppo futuro nel senso che fin dalle prime dieci o venti righe è possibile presagire il percorso che sarà sviluppato successivamente. A questo proposito la retorica classica parlava di exordium, che aveva il compito di ben disporre l’ascoltatore o il lettore innescando il processo comunicativo e avviando quella complicità che auspicava Baudelaire tra scrittore e lettore di un romanzo. La diegesi cioè l’organizzazione della materia narrativa, attraverso analogie, simmetrie, contrapposizioni, si mette in moto solo se l’autore nel suo esordio ha catturato l’attenzione del lettore. Non si dice forse che chi ben comincia è a metà dell’opera?

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Forma alchemica 1: La stella di Edmond Rostand

06 venerdì Gen 2017

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Forma alchemica, Il colore e le forme, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Edmond Rostand, La stella, Re Magi

Perdettero la stella un giorno.
Come si fa a perdere la stella?
Per averla troppo a lungo fissata.
I due re bianchi, ch’erano due sapienti di Caldea,
tracciarono al suolo dei cerchi, col bastone.

Si misero a calcolare, si grattarono il mento.
Ma la stella era svanita come svanisce un’idea,
e quegli uomini, la cui anima
aveva sete di essere guidata,
piansero innalzando le tende di cotone.

Ma il povero re nero, disprezzato dagli altri, si disse:
“Pensiamo alla sete che non è la nostra.
Bisogna dar da bere, lo stesso, agli animali”.

E mentre sosteneva il suo secchio per l’ansa,
nello specchio di cielo
in cui bevevano i cammelli
egli vide la stella d’oro che danzava in silenzio.

Edmond Rostand

Oggi è il giorno dell’Epifania e per commemorarlo degnamente propongo questa bella poesia di Edmond Rostand che ha per protagonisti i Re Magi e per titolo L’Etoile, cioè La stella. Rostand è noto per essere l’autore di Cyrano de Bergerac, un’opera teatrale molto apprezzata dal pubblico parigino che alla prima, nel 1897, lo applaudì in una standing ovation di 20 minuti.  La scrittura di Rostand appartiene alla corrente del Romanticismo che ha dominato la letteratura francese del XIX secolo, contrapponendo alla razionalità e culto della bellezza classica che avevano caratterizzato l’Illuminismo del XVIII secolo, il sentimento, la fantasia, la  spiritualità, come aspetti che recuperano la dimensione più umana dell’essere.
Tutti elementi presenti nella poesia di Rostand, nella quale egli immagina che i Re Magi in viaggio, guidati dalla stella cometa verso il luogo ove è nato il Re dei Giudei, a un certo momento perdano la guida celeste. I Magi allora si disperano e fanno calcoli, studiano, si impegnano a fondo per cercare la stella smarrita, rintracciarla nel luogo dov’è nascosta.
Essi ne sentono un profondo bisogno, essendo alla ricerca del Salvatore, essendo la stella l’unica loro guida, avendo applicato per tanto tempo il loro occhio, cuore, mente alla contemplazione del cielo ed ora dell’astro che rappresenta l’ avveramento della profezia di una nascita regale.
Il Vangelo di Matteo (2, 1-12) parla dei Magi e della stella, e, sebbene alcuni lo considerino leggendario, il racconto appartiene quindi alla tradizione cristiana dei Vangeli. Sono stati tramandati, tra l’altro, i nomi dei Magi: Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. Tre come i doni che essi recano: oro, incenso e mirra
Ai doni è stato dato un preciso significato simbolico: l’oro chè metallo destinato ai re, l’incenso che è il riconoscimento di natura divina e la mirra usata nel culto dei morti, perché il Messia è tutte e tre le cose insieme: re, dio e uomo, quindi mortale. Egli è Dio che si è fatto uomo.
Epifania è la festa cristiana che ricorda il momento in cui i Magi giungono alla grotta dove è nato Gesù, gli porgono i doni e lo omaggiano come si conviene a un Re. Epifania ha la sua etimologia dal greco ἐπιφάνεια, epifàneia, che significa manifestazione, proprio perché la venuta e l’adorazione dei Re Magi rendono manifesta la natura divina del bambino appena nato e il suo destino soprannaturale.
Tornando alla poesia del Rostand, l’autore immagina che mentre due dei Magi, sapienti di Caldea, siano tutti presi a scrutare la volta celeste alla ricerca della stella, il terzo, il povero re nero disprezzato da tutti “le pauvre Roi noir, méprisé des deux autres”, riflette: “Pensiamo alla sete che non è la nostra. / Bisogna dar da bere, lo stesso, agli animali.”
E’ un pensiero di attenzione semplice verso l’alterità non di altri uomini, bensì animali cioè i cammelli, la cavalcatura dei Re Magi. Si percepisce nel testo poetico una sorta di diagonale discendente che passando dai Re sapienti intercetta l’uomo, oggetto di disprezzo e infine gli animali, una linea cioè che, di essere in essere, arriva alla base della catena, agli esseri meno importanti. I sapienti che si dedicano agli studi dimenticano i bisogni degli altri, essi sono metafora di tutti gli intellettuali, che ottenebrati dal tanto studio perdono il senso della vita, a questi si contrappone l’uomo che percepisce il bisogno elementare di altri esseri viventi. Accade allora un piccolo miracolo, che mentre il Re nero dà da bere agli animali, nel magico specchio acqueo del secchio sospeso vede brillare riflessa la stella cometa. E la ritrova lui quindi l’etoile, le pauvre Roi noir, l’ultimo dei Re, nel gesto semplice di dissetare gli ultimi della terra.
Il testo regala dunque un messaggio basilare: per non perdere mai la guida, l’orientamento e il senso della vita abbiate cura degli altri, dei più umili, attenzione ai loro bisogni e porgete il secchio con l’acqua, dando da bere agli assetati.
In ciò richiamando un altro passo del Vangelo di San Matteo cap. 25, quando Gesù, ormai grande, al versetto 35 dice “perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere”  e parla poi dei piccoli «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me».
La piccolezza è la chiave di lettura della poesia che dai Re adoratori del Re dei Re, si sposta agli Ultimi, ai più Piccoli. L’altruismo è chiave di lettura della poesia. Il messaggio d’amore cristiano è chiave di lettura della poesia. E per riferire tutto il senso che essa contiene in modo ancora più quotidiano, meno epico e connotato più da un etica di contrasto all’egoismo che da religiosità, l’imperativo che essa detta è di aver attenzione, di prendersi cura degli altri  a cominciare dai propri cari, al vicino, ai colleghi, ai dipendenti e così via fino ad includere tutta l’umanità della nostra cerchia relazionale.
Quanto ai Re Magi essi non hanno affascinato soltanto il Rostand di questa poesia, ma sono stati anche fonte di ispirazione di molti pittori che hanno voluto rappresentare il climax dell’adorazione, momento che manifesta all’umanità la natura divina del Salvatore appena nato.
Propongo qui a riprova tre splendidi esempi de “L’adorazione dei Magi” di tre grandi Maestri della pittura: Giotto, Gentile da Fabriano, Sandro Botticelli.

adorazione-dei-magi

Giotto (1303-1306)

gentile_da_fabriano_adorazione_dei_magi

Gentile da Fabriano (1423)

botticelli-sandro-galleria-degli-uffizi-florence-1500

Sandro Botticelli (1475)

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Canto presente 9: Giovanni Baldaccini

30 venerdì Dic 2016

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA, Poesie

≈ 3 commenti

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Canto presente, Giovanni Baldaccini, poesia attuale, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Giovanni Baldaccini

Verso ancora

Aspettami sotto casa
domani o ancora
e se il cielo è di pioggia
indossa
qualche nuvola sparsa
una finzione
d’aria
e le domande
tirale sottovento
altrimenti gli odori copriranno
tutto il gusto d’amaro.
Non assicuro niente
tu rimani
e l’ombrello appoggiato contro il muro
legaci fazzoletti
e vento
che lo gonfi di sera
come una spedizione di frontiera
un’altra sponda
forse
primasera.
Mandami qualche cosa da scordare
ciclamini
un biglietto forato
una conchiglia.
Io non lo so se vengo:
capirai.

[tratta da Oltre il varco di notte, ed. LaRecherche] Continua a leggere →

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Natale

25 domenica Dic 2016

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Maria Luisa Spaziani, Natale

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Natale è un flauto d’alba, un fervore di radici

che in nome tuo sprigionano acuti ultrasuono.

Anche le stelle ascoltano, gli azzurrognoli soli

in eterno ubriachi di pura solitudine.

Perché questo Tu sei, piccolo Dio che nasci

e muori e poi rinasci sul cielo delle foglie:

una voce che smuove e turba anche il cristallo,

il mare, il sasso, il nulla inconsapevole.

 
MARIA LUISA SPAZIANI

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Abbiate cuore

22 giovedì Dic 2016

Posted by Loredana Semantica in Cronache della vita, CULTURA E SOCIETA', Ispirazioni e divagazioni, La società

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Natale

Ecco un altro Natale a ricordarci d’essere più buoni, ma quest’anno, non meno di altri, la nostra bontà è infetta, nessuno innocente di fronte alla guerra. Di fronte a foto di bambini insanguinati e strade che sono laghi di sangue. Occhieggiano orrori dai social network e noi qui al sicuro a chiederci se questo è un uomo, se questo è vero, cosa possiamo, poi restiamo impotenti a chiederci che significato abbia la parola bontà e, persino, scossi, che senso abbia la parola Natale. Siamo solo uomini. Lo sono anche di là dal mare, dalle montagne e dai confini. Uomini. Capaci di efferatezze come di slanci poetici. Questo attraversamento che è essere uomini sulla terra è un miscuglio di dannazione e paradiso. Lo è dalla notte dei tempi.  Lo è ancora adesso. Si spera di poter trascorrere l’esistenza quanto più in salute, bellezza e serenità possibile. Per i più sfortunati non sarà così, alcuni hanno l’inferno in questa terra, ma nel grande disegno ch’è l’esistenza al di qua e al di là della soglia percepibile sono convinta che ci sarà un riscatto per gli afflitti, un momento di catarsi e di rivoluzione, dove chi ha penato trova la sua pace, e chi ha commesso il male la pena. Ed anche questo è Natale.

Questo Natale perciò non è diverso dagli altri, non è meno triste di altri. Dipende dall’angolazione singolare. Chi è nella desolazione lo vedrà con occhi di dolore, chi è sereno, come una festa da trascorrere in famiglia e con gli amici. Nonostante la fame in qualche parte del mondo, con la guerra da qualche parte del mondo, con la miseria e col dolore, che Natale dopo Natale ci sono stati sempre. Non è un’assoluzione, ma una presa d’atto che il nero si accompagna al bianco ed è nelle zone grigie che dovrebbero lavorare bene con senso di responsabilità profondo, consapevoli d’avere le sorti dell’umanità nelle mani.

Ma questo non voleva essere un post pesante e nemmeno di luoghi comuni, anzi il post  voleva essere grazioso, celebrare questo momento che è festa religiosa e tradizionale nel contempo.

Ricca di usanze, come l’albero addobbato di tante luci, palline e pupazzetti, ora il mio di fiori dorati, ma nel ricordo della mia infanzia l’albero per eccellenza era quello del mio povero zio Filippo, buonanima, che aveva golosi pendenti di cioccolato rivestiti di carta stagnola colorata a forma di babbo natale o di monete. Troneggiava irraggiungibile sul pianoforte ed era un albero bellissimo, perché quei ninnoli mangerecci di decorazione erano l’ambizione di noi bambini e, sebbene lo zio Filippo avesse tanti figli, qualche volta una moneta è arrivata anche nelle mie mani e in quelle di mia sorella regalandoci un momento di estatica felicità natalizia.

Altra tradizione del Natale è il presepe che il mio libro delle elementari raccontava  essere nato in Italia, introdotto per la prima volta da San Francesco, che ebbe la bella idea di riprodurre lo scenario della nascita a Betlemme, con gli angeli e i pastori, Maria e Giuseppe, il bue e l’asinello, tante pecore e il bambinello nella mangiatoia, culla del Signore del cielo e della terra.

Ecco che da fame e guerra, che sono la pena del mondo, siamo passati al cuore del Natale, che è commemorazione sostanzialmente, del momento della nascita del Salvatore. Nacque Gesù in Betlemme ed era l’anno zero, zero perché segna il nuovo inizio dell’Umanità che poco dopo quella nascita conoscerà per la viva voce del figlio di Dio – pietra scartata dai costruttori, diventata testata d’angolo – il messaggio d’amore cristiano, qualcosa di profondamente rivoluzionario. Da allora i Cristiani  ricordano l’evento di questa nascita, premessa necessaria di tutti i successivi eventi: dalla passione di Gesù al seguito di una montagna di secoli e storia della cristianità. Tradizione è la messa del Natale per chi voglia porre l’accento più sacro alla festività.

Tradizione del Natale sono i dolci panettone e pandoro che ormai in tutte le possibili coperture e farciture abbondano sugli scaffali dei negozi e supermercati, la cena con la zuppa di pesce, con le impanate e scacciate, con gli arancini o gli arrosti, il gran pranzo di lasagne,  tacchini, prelibatezze e involtini. E così pensando alla pancia, che in allegria reclama la sua ora, concludo dicendo che anche noi da questo scorcio di luce che è il nostro minuscolo blog vogliamo fare i nostri più luminosi auguri.

Buon Natale a tutti, quindi, di cuore – il nostro certo, ma anche di averlo voi stessi – e di ogni bene.

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Nota critica su “Apologia del silenzio” di Loredana Semantica

21 mercoledì Dic 2016

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

≈ 2 commenti

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Apologia del silenzio, Deborah Mega, Loredana Semantica, POESIA

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Giacomo Balla, La Pazza, 1905, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma

                                             “Quando una poesia è scritta è terminata,

                                                      ma non finisce; comincia, cerca un’altra poesia

                                                          in se stessa, nell’autore, nel lettore, nel silenzio”.

                                                                                                                                                                                              Pedro Salinas Continua a leggere →

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LE INTERVISTE: Il cerchio e la botte e Sette domande

19 lunedì Dic 2016

Posted by LiminaMundi in Interviste, LETTERATURA

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Deborah Mega, Interviste, Loredana Semantica

Con questo post concludiamo l’esperienza delle due interviste tipo che abbiamo proposto ai poeti più o meno noti di nostra conoscenza.

Se ricordate un’intervista l’abbiamo chiamata “Il cerchio e la botte”, caratterizzata da un botta e risposta rapido, perché le risposte non potevano superare le tre righe, l’altra, nella quale non c’era limite alla lunghezza della risposte, aveva per titolo “Sette domande sulla poesia”.

Abbiamo lasciato facoltà agli autori interpellati di poter scegliere il canovaccio di risposte. A questo punto  ci sembra interessante “rivelare” che a monte le domande dell’intervista “Il cerchio e la botte” erano state predisposte da Deborah Mega e quelle di “Sette domande sulla poesia” da Loredana Semantica.

Chiudiamo questa bella esperienza con un post un po’ insolito nel quale ve le proponiamo entrambe, in una sorta di “chiasma sinallagmatico”: Loredana Semantica risponde alle domande dell’intervista “Il cerchio e la botte” e Deborah Mega a quelle di “Sette domande sulla poesia”.

Buona lettura!

Loredana Semantica risponde alle domande dell’intervista “Il cerchio e la botte”

  1. Che cos’è per te la poesia e che cosa è in grado di esprimere?

La poesia è materia modellabile, un magma che bolle, una scoria di combustione, esprime tutta la gamma dell’esprimibile. Ed è anche modo di essere nella vita, un modo di dire la vita stessa. Come diceva bene Emily Dickinson poesia significa abitare la casa della possibilità. La potenza fatta parola.

  1. Quando e in che modo ti sei avvicinata alla poesia?

Mi sono avvicinata alla poesia circa quindici anni fa. Nessuna chiamata prima di quel momento, salvo qualche episodio. Il veicolo maieutico è stato il web, lo strumento in particolare il blog nel quale ci si esprime appunto in parola. Lì ho scoperto che, volendo, potevo dire l’universo, tentare di dirlo quanto meno.

  1. Chi sono stati i tuoi maestri o meglio i tuoi punti di riferimento?

Ho una vergognosa refrattarietà ai maestri, ma in cuor mio ne ho tanti, tutti coloro che ho letti in web e fuori dal web ed hanno lasciato il segno, tutti coloro che hanno forgiato il mio modo di scrivere, frutto di studio, pazienza, esperienza, tentativi, fallimenti.

  1. Ricordi il tuo primo verso?

Ricordo la mia prima poesia, scritta sull’ ultima pagina di un libro di diritto, raccontava di una notte insonne, senso di ringraziamento, rivelazione. Il libro è stato distrutto.

  1. A chi si rivolge la tua poesia?

A me stessa, a tutti i tu potenziali, a tutti i possibili pronomi personali.

  1. E’ stata dichiarata la morte della poesia e la sua marginalità nell’età della tecnica. In libreria i libri dei poeti contemporanei sono poco presenti e spesso relegati in un angolo, solo i classici godono ancora di un certo prestigio. Di contro c’è un fiorire di readings, di concorsi letterari e di premi. Tu cosa pensi di tutto questo?

Penso che readings, concorsi e premi siano frutto di una certa mania di protagonismo che ormai affligge il singolo, gratificato di avere una platea plaudente, quasi questa gloria momentanea lo rendesse meno nullità. A substrato un contesto sociale predominato dall’idea dell’apparire per essere. La poesia comunque vive. Se così è, anche di queste cose.

C’è chi tenta un coinvolgimento nei fatti sociali del suo tempo, chi invece ritrova la verità della poesia e della vita nella sua Arcadia più o meno felice. Tu dove trovi ispirazione? E come nascono le tue poesie?

E’ una pulsione che segue l’entropia, tanto necessaria quanto sgradita, del fare e pensare della quotidianità, a cui consegue il momento della calma, silenzio, riposo. Scrivere diventa allora un fare anch’esso, un poein interiore, quasi che la mente fosse un mare agitato e trovasse la trasparenza o l’oscurità del suo fondo quando si placa il vento, si appiana la superficie, il pensiero allora sprofonda e riemerge dall’altro lato.

  1. Secondo te i giovani di oggi amano ancora la poesia?

Sì, anche se percepiscono solo confusamente cos’è.

  1. Che importanza è attribuita oggi alla poesia dal nostro sistema d’istruzione?

Ha sempre avuto una certa importanza, ancora oggi i classici si studiano a scuola, a scuola si studiano le principali figure retoriche, le poesie della grande letteratura italiana. Si potrebbe fare di più perché i giovani l’amino, anziché sentirla come oggetto di studio obbligato, fare in modo che essi stessi siano i poeti, mettano le ali, liberarne le potenzialità. Anche se non diventeranno poeti capiranno meglio di che si tratta.

  1. Ci sono degli orientamenti prevalenti nella poesia italiana ed europea?

Gli orientamenti prevalenti in poesia sono anche a livello europeo quelli che da sempre caratterizzano la poesia: pensiero, amore, bellezza, verità, straniamento e morte, disagio e critica sociale. Fermo il fatto che apprezzo la poesia di qualità di qualunque bandiera, subisco il fascino di quella in lingua inglese per maggiore confidenza con la lingua

  1. La poesia è in grado di influenzare il linguaggio?

E’ uno scambio reciproco, la poesia registra l’evoluzione del linguaggio e nel contempo introduce rivoluzione.

  1. Può avere un ruolo politico?

Certo che sì. Il poeta ha un ruolo di osservatore della società e critico, criticare non è mai fine a se stesso, ma mira a indurre dei cambiamenti. Ogni azione che nel sociale vuole produrre un cambiamento è politica.

  1. E’ cambiato il “mestiere” del poeta nel tempo?

Carmina non dant panem, non è mai stato un mestiere, tranne nell’epoca e per l’incontro con mecenati. Certo è cambiato il ruolo, ormai sono gli economisti, i filosofi, giornalisti e politici a poter dire autorevolmente la loro, i poeti  sempre di meno, mi sembra che restino relegati al ruolo di “emarginati del villaggio” anche se i poeti per nobilitare se stessi in modo apparentemente critico, preferiscono il termine “casta”. 

  1. Alfonso Berardinelli ha sostenuto che oggi chi scrive versi non dovrebbe considerare valido nessun testo se non regge il confronto con un articolo di giornale o con una canzone. Intendeva probabilmente dire che i poeti contemporanei non sono capaci di comunicare con il lettore. Tu cosa ne pensi?

Penso che stiamo parlando di aria, terra, fuoco e acqua, tutti elementi naturali, tutti riducibili a elementi chimici, analogamente poesia, articoli di giornale e canzoni appartengono al grande mondo della comunicazione, tutti avvalendosi dell’elemento parola. Ma il fuoco brucia e l’acqua ghiaccia. Dunque la composizione ha la sua importanza. La canzone poi esige la musica, che è un’altra cosa.

  1. Attualmente in che stato di salute versa la cultura italiana ed in particolare la poesia?

La cultura mi sembra in declino, salvo a non considerare cultura anche quella tecnologica. Di poesia mi pare invece che ce ne sia molta e in buona salute, sempre di nicchia quella di maggiore qualità e poi decisamente autoreferenziale, di conventi e conventicole, ricche di intelligenze tuttavia e talenti. Spesso a distanza percepisco queste cerchie competitive. 

  1. Il nome di un autore poco noto che meriterebbe di essere rivalutato.

Simone Cattaneo, Fernanda Romagnoli, Emilio Villa, Antonio Porta, Giovanni Giudici, Amelia Rosselli, Bartolo Cattafi, Angelo Maria Ripellino, Antonia Pozzi, Goliarda Sapienza, Maria Marchesi… Nessuna pretesa di completezza, potrei continuare. Volutamente i poeti sono morti.

  1. C’è ancora bisogno della poesia oggi e perché?

Sì, è un bisogno di molti. Perché è un momento di cambiamenti epocali, profonda crisi sociale e quando non basta la parola… allora c’è la poesia.

***

Deborah Mega risponde alle domande dell’intervista “Sette domande sulla poesia”

  1. Al celebre verso refrain della poesia “La verità, vi prego, sull’amore” di Wystan Hugh Auden l’amata poetessa statunitense Emily Dickinson risponde “l’amore è tutto: è tutto ciò che sappiamo dell’amore”, citazioni in forma di dialogo per dire che raramente un poeta ha trascurato di interpretare questo sentimento nelle sue composizioni. Nelle tue poesie l’amore è presente? E se dovessi dire che peso esso ha avuto nella tua scrittura? E nella tua vita?

L’amore è il motore dell’azione, come diceva Dante Alighieri move il sole e le altre stelle. Qualsiasi attività umana dovrebbe essere mossa e provocata dall’amore, purtroppo questo non vale per tutto e per tutti, troppi sono mossi dall’interesse, dall’egoismo, dal guadagno e dalla ricerca del proprio utile. Nelle mie poesie spesso è presente l’amore, inteso anche come generosità, come dono di sè agli altri attraverso la scrittura e la parola. Perfino la mia prima poesia è stata dettata dal sentimento di amore fraterno e dalla sua perdita, è da lì che tutto ha avuto inizio. Continua ad avere peso e importanza nella mia vita: anche la mia professione, che è quella di insegnante, nasce dall’amore, offro ai miei alunni le mie conoscenze, la mia comprensione, il mio ascolto. Se non è amore questo…

  1. Tra le poesie di Emily Dickinson è famosa quella del dialogo tra due morti, l’uno per la bellezza, l’altro per la verità. Anche verità e bellezza sono temi importanti della poesia. Pensi che siano irrinunciabili? Che ancora oggi bellezza e verità siano temi presenti al poeta? E in che misura?

Bellezza e verità appartengono all’esperienza di vita dell’uomo, sono irrinunciabili e strettamente legate. Dostoevskij nel romanzo L’idiota ha addirittura sostenuto che la bellezza salverà il mondo e, per relazione inversa, anche l’uomo deve costruire e perseguire la bellezza se vuole salvarsi. Mi piace pensare che ciascuno di noi sia chiamato a scoprire il proprio destino di bellezza e verità se vuole trovare se stesso e salvarsi dall’ omologazione, dall’insoddisfazione e dalla solitudine. Il poeta scrive denunciando la sua verità, leggendo il mondo a modo suo, cogliendone le contraddizioni e perseguendo un proprio ideale di bellezza.

  1. L’attività della scrittura si lega all’esperienza e alla memoria. Si potrebbe scrivere poesia senza memoria? In quale misura attingi ai ricordi nella tua poesia?

La scrittura per quanto mi riguarda è molto legata al ricordo e alla memoria. Porta alla luce le cose non dette, non rivelate ad altri, non comprese talvolta neanche a se stessi, producendo effetti formativi, conoscitivi e, per qualcuno, perfino terapeutici. Buona parte delle mie poesie nasce da un ricordo magari sedimentato che ad un certo punto riemerge con prepotenza. Si può scrivere poesia anche senza alcun riferimento alla memoria ma ad un’esperienza specifica secondo me, volenti o nolenti, si fa sempre riferimento.

  1. Alcuni dicono che il silenzio, necessario momento di riflessione e di ispirazione, sia indispensabile perché nasca una poesia. Ma il silenzio è anche la poesia, ciò che si è taciuto, che s’interpone tra una parola e l’altra, tra un verso e l’altro. Condividi quest’ importanza attribuita al silenzio in relazione alla poesia? Le tue poesie nascono nel e dal silenzio oppure no?

Il silenzio è necessario e indispensabile per svolgere una qualsiasi buona azione dunque anche per scrivere una buona poesia. Permette di entrare in una dimensione individuale, di ritagliarsi un proprio spazio e rappresenta la condizione indispensabile per mettersi in ascolto di sè. Ciò non toglie che si possa avere un’intuizione, un’ispirazione poetica anche in un momento di caos totale, a quel punto importa solo che la mente sia libera da incombenze, impegni quotidiani e sovrastrutture.

  1. Tra i requisiti necessari della poesia c’è il mistero. Un alone che la circonda, un fascino speciale creato con le parole, che il lettore percepisce come una sorta di sfida al suo intelletto, comunicazione di un segreto, di un interrogativo vitale. Condividi questa idea o pensi che non vi sia relazione tra mistero e poesia?

La relazione tra poesia e mistero esiste anche se la poesia dovrebbe rivelare più che travisare lo stato delle cose. Nel mio caso però tendo a rivelare completamente il mio pensiero, per un’esigenza di chiarezza e di trasparenza, forse frutto della deformazione professionale, anche se mi piacerebbe riuscire in un tipo di scrittura più ermetica ed evanescente, in un trobar clus che, in alcune occasioni, ammiro in altri.

  1. Sono famosi i versi di Pessoa “Il poeta è un fingitore. /Finge così completamente /che arriva a fingere sia dolore/ il dolore che davvero sente.” Con questi versi si intercettano il tema del dolore in poesia e l’ambiguità. Sono elementi presenti nella tua poesia? E in che misura?

Chi di noi non ha mai sofferto? Credo proprio nessuno. Il tema del dolore è presente nella poesia, nella mia e in quella di tutti gli altri. Esiste anche la finzione letteraria ma si tratta di una finzione in cui ci si immedesima talmente tanto che alla fine diventa reale. Mi ritrovo dunque con la citazione di Pessoa. Per descrivere un’emozione l’immedesimazione diventa necessaria e, di conseguenza, la sua descrizione  o gli effetti che produce sul poeta, diventano realistici.

  1. Sempre Pessoa dice “La morte è la curva della strada,/morire è solo non essere visto.” C’è chi pensa che in poesia non si debba parlare di morte e chi invece si confronta con essa. Parli mai di morte nelle tue poesie? Scrivi per sopravvivere alla morte o per esorcizzarla?

E’ capitato di parlare di morte nelle mie poesie. E’ un pensiero latente con cui ogni tanto ci si confronta con un senso di rispetto e di sacralità. Non credo di temere la morte, mi auguro solo che giunga quando avrò compiuto tutto ciò che mi prefiggo di fare. Mi piacerebbe che qualcosa di me sopravvivesse, fosse anche un diario, un libretto di pensieri, un quaderno di appunti, sarebbero il segno tangibile che nella mia vita ho ritagliato del tempo e l’ho dedicato ad un’attività che amo perseguire, la scrittura appunto.

Deborah Mega

 

 

 

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CADENZE

18 domenica Dic 2016

Posted by alefanti in Poesie, SINE LIMINE

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Affianco i tuoi anni con i ricordi e non siamo più così distanti.
C’erano giorni imbanditi, mi nutrivano le emozioni
erano sottili nel tempo, riuscivo ad inghiottirle
nonostante i passaggi resi stretti dai rinforzi delle mura.
Era pieno di nemici là fuori.
C’è voluto tanto ad individuare lo specchio
a riconoscermi dietro l’armatura.
Tu che c’entri? Non posso sapere se è noia
a far fare la mosca al tuo sguardo.
Il mio ha un sapore di madre
ma lei, la ragazza affamata di ieri
torna con la sua notte infinita a porgere la mano.
A chiedere un pezzo d’amore da masticare piano.
Non si dimentica la fame.

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