Miriam Bruni legge “La tentazione” di Nina Cassian

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Più vivo di così non sarai mai, te lo prometto.
Per la prima volta vedrai i pori schiudersi
come musi di pesce e potrai ascoltare
il mormorio del sangue nelle gallerie
e sentire la luce scivolarti sulle cornee
come lo strascico di un abito; per la prima volta
avvertirai la gravità pungerti
come una spina nel calcagno
e per l’imperativo delle ali avrai male alle scapole.
Ti prometto di renderti talmente vivo che
la polvere ti assorderà cadendo sopra i mobili,
che le sopracciglia diventeranno due ferite fresche
e ti parrà che i tuoi ricordi inizino
con la creazione del mondo.

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Due Passi e Due Mondi: L’Italia e San Marino di fronte alla sfida famiglia-lavoro

di Yuleisy Cruz Lezcano

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A volte bastano due passi, letteralmente, per entrare in un mondo diverso. Due passi che separano l’Italia da San Marino, due Paesi che parlano la stessa lingua, condividono la cultura e spesso anche i problemi, ma che offrono risposte molto diverse alle famiglie, soprattutto quando si parla di conciliazione tra lavoro e vita familiare.
Per moltissimi genitori italiani, l’estate si trasforma in un vero e proprio incubo organizzativo. Quando le scuole chiudono a giugno, comincia la lunga stagione in cui le famiglie devono trovare soluzioni, spesso improvvisate e costose, per gestire i figli durante l’orario di lavoro. Ad agosto, il problema raggiunge il culmine: trovare una babysitter disponibile è difficile, e se si riesce, i costi sono altissimi, tanto da mangiarsi una bella fetta dello stipendio. Il sostegno dei nonni, su cui molte famiglie si basavano, oggi non è più scontato: tra chi è ancora al lavoro, chi ha problemi di salute o chi vive lontano, il cosiddetto
“welfare familiare” sta venendo meno. E lo Stato? Resta spesso spettatore. I centri estivi pubblici si fermano a fine luglio o al massimo ai primi di agosto, lasciando scoperti proprio i mesi più critici. Le ferie lavorative sono limitate, e non coprono certo tutta la chiusura scolastica.

Basta varcare il confine per scoprire un’organizzazione più attenta e concreta. A San Marino, i centri estivi restano attivi anche ad agosto e settembre, offrendo alle famiglie diverse opzioni tra strutture pubbliche e iniziative private, come agriturismi, associazioni sportive o cooperative sociali. Questo permette ai genitori di continuare a lavorare senza dover affrontare il panico organizzativo o la spesa esorbitante per una baby sitter. Non si tratta solo di organizzazione pratica, ma anche di una visione più ampia: a San Marino, le istituzioni sembrano aver capito davvero quanto sia difficile, soprattutto per le madri, conciliare lavoro e famiglia. Il supporto è visibile e presente, e permette una maggiore serenità quotidiana.
In Italia, invece, la discussione sulla conciliazione resta spesso a livello teorico. I dati continuano a segnalare le difficoltà delle mamme lavoratrici, che troppo spesso si trovano costrette a scegliere: il lavoro o i figli? Una carriera o la gestione quotidiana della famiglia? Il sistema non offre supporti concreti: mancano sufficienti posti nei nidi pubblici, i costi dei privati sono proibitivi, e i congedi parentali sono spesso troppo brevi o mal retribuiti. Chi sogna di crescere professionalmente lamenta l’assenza di un aiuto istituzionale, sia sul piano economico che emotivo. L’Italia è ancora molto lontana dal garantire pari opportunità reali per le madri. Così, molte donne si vedono costrette a ridurre l’orario lavorativo, a chiedere permessi, a rinunciare a promozioni o addirittura a lasciare il lavoro.
La differenza tra l’Italia e San Marino non è questione di miracoli, ma di priorità. Investire in servizi per l’infanzia, in sostegni concreti per le famiglie, in una rete di assistenza che non si fermi a metà estate, significa costruire un Paese più giusto e produttivo, dove le madri possano lavorare senza sentirsi in colpa, e i padri possano condividere davvero le responsabilità familiari, dove crescere un figlio non sia una corsa a ostacoli, ma una scelta sostenibile.
Nel dibattito ormai cronico sulla conciliazione tra lavoro e famiglia, l’Italia continua a rispondere con soluzioni tampone e bonus una tantum, che pur facendo notizia, non risolvono il problema strutturale. Perché non è solo una questione economica, ma soprattutto organizzativa e culturale. I genitori, in particolare le madri, si trovano incastrati in un sistema che non regge più il peso della realtà.
Negli ultimi anni sono stati introdotti diversi bonus, per asili nido, baby sitter, rette scolastiche, ma si tratta di misure frammentate, spesso vincolate a requisiti complessi e con una burocrazia scoraggiante. In molti casi coprono solo una parte delle spese reali, lasciando le famiglie in difficoltà nel far fronte a un’intera estate di cura senza supporti continuativi. Un bonus non risolve, per esempio, la mancanza di un centro estivo a portata di mano, o l’impossibilità di trovare una babysitter disponibile ad agosto. E soprattutto non interviene su un problema ben più profondo: l’insufficienza del sistema di congedi.
Il congedo parentale, così come è strutturato oggi in Italia, ha maglie troppo strette. Non solo dura poco, ma viene spesso “mangiato” da un sistema di conteggio penalizzante: i giorni festivi o non lavorativi vengono inclusi nel calcolo se si trovano all’interno di periodi di ferie o altri giorni di assenza, riducendo di fatto il tempo disponibile per prendersi cura dei figli.
Inoltre, il congedo è retribuito solo in parte e spesso in modo simbolico: una madre che guadagna uno stipendio medio-basso difficilmente può permettersi di assentarsi a lungo, pena il rischio concreto di non arrivare a fine mese. E quando il congedo finisce, in molti casi non esistono alternative praticabili.
Un altro nodo critico riguarda le aspettative non retribuite. In teoria, sarebbero una possibilità per chi ha esaurito ferie e congedi, ma in pratica molte aziende si rifiutano di concederle. E possono farlo, perché non sono obbligate. Di fronte a una richiesta, il datore di lavoro può semplicemente rispondere di no. Risultato? I genitori sono costretti a scelte estreme: licenziarsi, lasciare i figli a persone non fidate, o cercare soluzioni precarie e rischiose. Chi paga il prezzo più alto sono, ancora una volta, le madri.
Anche se non ufficialmente single, molte madri si ritrovano a gestire da sole la quasi totalità del carico familiare. Che il partner lavori troppo, sia assente o non coinvolto, poco cambia: l’intera organizzazione familiare — compiti, malattie, vacanze scolastiche, attività extrascolastiche — ricade su di loro. E il sistema non le riconosce né le sostiene in modo adeguato. Non si tratta solo di una fatica quotidiana, ma di una vera e propria esclusione sociale e lavorativa: donne che si vedono costrette a dire no a un incarico, a un trasferimento, a una formazione, perché non hanno alternative nella cura dei figli. Il rischio? Uscire dal mercato del lavoro o restare inchiodate a posizioni sottoqualificate, solo perché compatibili con gli orari scolastici. La realtà è chiara: il sistema italiano non regge più. Servono riforme strutturali, non più
piccoli correttivi, servono congedi più lunghi, meglio retribuiti e più flessibili. Serve un vero diritto all’aspettativa (non) retribuita per motivi familiari, servono politiche che riconoscano il lavoro di cura, che redistribuiscano il carico genitoriale e che non penalizzino chi sceglie di avere figli.

Antonia De Gattis, “Primo amore”, Amazon Publishing, 2025.

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Mentre scrivo è la fine dell’estate,
piove e non piove più.
Le strade hanno le stesse nitide pozzanghere
che da bambina saltavo,
ignorando la profondità del baratro.
Sfiorata da un pugnale d’odio
che la storia mi ha portato,
mi avvicino ad un ramo splendido
ed è come aprirsi nel silenzio.
Si impara il dolore dal dolore.
Forse si volterà pagina
e nulla di più sarà cambiato.
C’è almeno una cosa che devi sapere,
desidero, ancora una volta,
l’innocenza del primo amore.
Nient’altro mi importa.

*

Vorrei essere la punta della tua lingua
che bagna il labbro seccato dall’arsura.
Vorrei essere una ciglia del tuo occhio,
l’impronta digitale sulla mano,
la vena lungo il collo,
una ruga che si allarga,
la luce improvvisa da una crepa,
il tuo respiro che si affanna.

*

Ma io mi faccio piccola piccola,
una ciglia, un granello, una briciola nella tasca,
un atomo, una particella elementare
da portare via.
Per te svanisco
in questo momento di nostalgia.

*

Non c’è più tempo per gli indugi,
sii paziente con me, tenero.
C’è splendore nei tuoi occhi,
desiderio sulle mie labbra.
Io ti porto la mia paura di scampata,
lo spavento, la fiducia dimenticata.
Tu mi porti la bellezza degli inizi,
una carezza a lungo desiderata.

*

Oggi come molti anni fa
i tuoi occhi conservano immutato
l’ardore dei sogni di ragazzo.
Ed eccoli tutti lì,
senza rimpianti,
i sogni che volevi.
La passione è vita
sottratta al tempo che passa
e che ti scava il viso.
Sono qui e ti guardo
come si guarda una pioggia
fine che rinfresca.
E siamo entrambi nella mancanza,
perché più di tutto si comprende
il mondo che non si è fatto.

*

Tutto ciò che ci siamo detti
nel breve momento dell’incontro
è veramente tutto in uno sguardo,
speso nella dimenticanza di questi anni.
Veramente tutto, che a guardarti ora
negli occhi, i tuoi occhi scuri e lucidi,
viene un pensiero di malinconia.
Si alza un refolo di vento
dietro alle nostre spalle
ed è l’unico dire che occorre
alle bocche degli amanti per trovarsi
nell’impronta perfetta di un bacio.
E tutto ciò che in questa sera
mi parla dolcemente di te
ha un odore di gelsomini,
che mi sfiora gli occhi
mentre socchiudo le palpebre.

*

Le prime foglie secche d’autunno,
prima ancora che sia l’autunno,
volteggiano nell’aria che sa di muschio.
Sconosciuti l’uno all’altra
sappiamo solo della nostra esistenza,
consegnandoci intatti ad una chimera.
Ciò che si deve dire o non dire
è solo un desiderio
che assomiglia al poco,
tenuto al riparo
nella pace eterea
delle cose distanti.
Non voglio niente che non sia
la passione di un bacio,
lacerante e penetrante,
e vedere gli uccelli ritornare
ad uno ad uno
come a primavera.
E tutto quello che mi resta
di una sera di settembre
è la tua bellezza greca.
E tutto quello che mi tormenta,
nascosta e mal celata,
è un’assenza che spaventa.

*

Testi di Antonia De Gattis, tratti da Primo amore (Amazon Publishing, 2025).

 

 

NOTE BIOGRAFICHE

Antonia De Gattis, nata a Lecco il 4 settembre 1978, ha sempre vissuto in provincia di Cosenza. Autrice di poesia e narrativa, ha pubblicato le raccolte di poesie, Eternità (Città del Sole Edizioni, 2023) e Primo amore (Amazon Publishing, 2025), il romanzo Il commissario Ferramonti. Un giorno nero alla hijumara (Castelvecchi, 2024), il saggio Il cambiamento che saremo. Parole di crescita, forza e speranza (Amazon Publishing, 2024).

Poesia sabbatica: “Dopo la fine, cinico”

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Dopo la fine, cinico

 

cosa vuoi che facciano

le parole che tu dici,

altri di te più intonati

hanno soffiato nelle trombe

e il muro non è caduto

 

svaniti angeli ed arcangeli

ora agonie di sabbia

predoni e scorrerie

bancarelle di mercati sempre aperti

danzatrici dal ventre levigato

con l’ombretto ed il mascara

la lussuria in mezzo ai seni

 *     

io allo stremo

tempero una piuma

fingo contatti extraterrestri

mi travesto con il saio

per la predica e la messa

 *

ma cosa vuoi che facciano

le parole che tu dici,

altro uditorio forse

o forse un’altra vita

 

che questa non può più.

 

Francesco Palmieri
*
(dalla raccolta edita “Fra improbabile cielo e terra certa“, Terra d’ulivi edizioni)

Venerdì dispari

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Va via e poi mi torna
questa strana voglia di vivere
come dovessi tener fermo
e poi rilasciare
ciò che circola liberamente.
Un flusso, un sangue
da fermare con le mani.
puntare i piedi, starmi ad ascoltare.

A volte mi basta solo il rumore
dell’acqua che ride e che corre
a volte ristagna, crolla un ponte
rovinano le pietre
e io non saprei come e dove condurla
non ha una casa
se non quella grande che verrà
né ricorda la sorgente.

Si fa acqua per strada, si gonfia
si asciuga per mesi, per anni
poi ritorna in un altro punto
in un’altra polla.

Cosa le devo, non saprei
se non la sete
la forma più antica di scrittura.

Francesco Tontoli

Miriam Bruni legge Angelo Maria Ripellino

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77.

Tu pensi che, quando cresce il tuo male,
si spengano i fuochi, le barche non prendano il mare,
si proibisca ai cani di latrare,
i figli si incantino come sculture di sale.

Oh no, lascia perdere. Osserva
la ghiandaia azzurra che ruba
il tuo ultimo cucchiaino d’argento.
Ferma lo sguardo sgomento
sull’estranea bellezza di questa caraffa in cui luccica
tutto il ghiaccio del mondo.

Angelo Maria Ripellino

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Treno per Danzica. Un racconto di Yuleisy Cruz Lezcano 

Jas Longden

Avevano sbagliato treno. Uno di quegli errori piccoli e apparentemente irrilevanti, quelli che si riducono a una scocciatura e una corsa a piedi tra un binario e l’altro. Ma non fu così, quella volta. Erano partiti da Danzica quella mattina, madre e figlio. Lei, sulla cinquantina, con la vitalità di una ventenne e un’energia quasi incongrua per l’orario; lui, poco più che ventenne, disincantato e curioso, con una mente che saltava dai podcast di filosofia alla politica globale senza soluzione di continuità. Una sosta a Varsavia era prevista, ma l’intercity che avevano preso non li stava portando lì. Un errore di piattaforma, di orario, di lettura affrettata. Fatto sta che si ritrovarono a scendere a Tczew, una stazione di campagna persa nel
vuoto del nord polacco, in mezzo a un gruppo di studenti cinesi e a campi dorati che ondeggiavano sotto il sole del primo pomeriggio.
La fermata era quasi surreale: una panchina, un orologio rotto, e silenzio. Nessun annuncio. Nessuna spiegazione. Poi, un treno arrivò. Sembrava vecchio. I vagoni grigi, le porte
cigolanti, ma era diretto a Danzica, secondo il tabellone arrugginito, doveva essere quello giusto. Salirono.
All’inizio, nulla di strano. Il consueto sobbalzo, il rumore monotono delle ruote sui binari. Ma a poco a poco, qualcosa cambiò. Non saprebbero dire esattamente quando. Forse era la luce più fioca, giallastra o l’odore ferroso, misto a fumo e carta inchiostrata. Forse erano i passeggeri. Uomini e donne con giacche pesanti, sguardi tesi, voci basse. Parlavano in polacco, ma bastava l’espressione dei loro volti per capire che non era una conversazione normale. C’erano tensione e aspettativa nell’aria. E rabbia. Una rabbia antica, contenuta, viva. Qualcuno distribuiva volantini ciclostilati, le mani macchiate di nero, la carta sottile come pelle di cipolla. I due italiani ne ricevettero uno. Non capivano il testo, ma una parola spiccava su tutte, impressa in rosso: Solidarność. Fu allora che la madre capì.
— Siamo finiti in uno dei treni del movimento. Sussurrò al figlio. Questo è un treno diretto ai cantieri di Danzica. Ma non nel nostro tempo.
Era l’agosto del 1980. Era l’estate della rivolta. I due si ritrovarono immersi in un viaggio dentro la storia. I volti nel vagone parlavano da soli: operai, insegnanti, donne con fazzoletti in testa e borse colme di pane e volantini. Gente comune che andava a lottare per qualcosa di straordinario: il diritto di parlare, di dissentire, di non vivere più piegati. Era il cuore pulsante della Polonia che batteva in direzione opposta al potere. Le voci si alzavano. Raccontavano storie vere, dure. Della fame, delle code interminabili per la carne, dei generi razionati, dei figli che sognavano l’Occidente e finivano nei corridoi bui delle fabbriche. Parlavano di censura, di paura, di perquisizioni notturne, ma parlavano anche di coraggio. Di un nome, soprattutto: Lech Wałęsa. Lo evocavano con una riverenza che ricordava i santi, ma senza idolatria. Wałęsa era un elettricista dei cantieri navali di Danzica. Un uomo qualunque, padre di famiglia, ma con un carisma nato dalla verità. Non era un teorico, nemmeno un oratore particolarmente abile, ma parlava come loro. E questo bastava.
Aveva guidato gli scioperi, scalato i cancelli del cantiere per annunciare che la lotta era cominciata. Aveva parlato di dignità, non di rivoluzione. Eppure, ogni sua parola era un atto rivoluzionario, perché rompeva il silenzio che da decenni copriva la vita dei lavoratori polacchi. Wałęsa non prometteva utopie. prometteva solo onestà.
Il figlio, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, cominciava a capire. Guardava quei volti e capiva che la storia non era solo nei libri. Non era solo una narrazione. Era carne, sudore, polmoni che gridano contro il muro.
Un uomo nel vagone, con gli occhi chiari e profondi, disse qualcosa in inglese: — We go to shipyard. Lenin’s shipyard. To show them we are not afraid anymore. Poi guardò fuori dal finestrino. Le prime gru cominciavano a profilarsi contro il cielo. Danzica era vicina.

Il treno rallentò. I cancelli dei cantieri apparvero in lontananza, come un sogno fatto di ferro. Davanti, migliaia di persone. Striscioni, canti, bandiere improvvisate. La madre prese la mano del figlio. I due scesero dal vagone insieme agli altri. Non sapevano come fossero finiti lì. Non sapevano se stavano sognando, o se il tempo, per una volta, aveva deciso di cedere al bisogno urgente della memoria. Davanti ai cancelli, tra la folla, qualcuno alzò un megafono. Le parole erano in polacco, ma il messaggio era universale. “Unità. Lavoro. Verità. Libertà.” Ogni parola era seguita da un’ovazione. Non c’era rabbia distruttiva, ma una determinazione feroce e composta. Un popolo che diceva basta.
La madre si girò verso il figlio. — Questo non è solo un viaggio nel passato. È una lezione. Su cosa significa davvero libertà.
— E su quanto costa — rispose lui. Il sole stava calando. Il cielo sopra Danzica si tingeva d’oro e carbone. La madre e il figlio, ancora con i volantini in tasca, ripresero la via del ritorno. Non sapevano come. Forse il treno sarebbe tornato a prenderli. Forse la magia del tempo si sarebbe spezzata nel momento esatto in cui avrebbero lasciato il cantiere. Ma portavano con sé qualcosa che non li avrebbe più abbandonati: l’eco di un popolo che aveva trovato la voce.
Solidarność non era solo un nome. Era un movimento che aveva sfidato l’Impero con le mani vuote e il cuore pieno. Era il primo mattone caduto di un muro che sembrava eterno. E loro, per un giorno, ne erano stati testimoni. Il ritorno fu silenzioso. La madre e il figlio avevano lasciato Danzica come si lascia un sogno troppo intenso per essere raccontato. Non c’erano stati effetti speciali, né dissolvenze temporali. Nessun annuncio. Solo un altro treno, un altro sedile di legno, e l’impressione netta che qualcosa si fosse spezzato dentro. O forse, aperto.
Fu durante quel viaggio di ritorno, mentre i campi della Pomerania scorrevano lentamente fuori dal finestrino, che cominciarono a parlare davvero.
— I polacchi… hanno un senso della nazione fortissimo. — disse lei, guardando i villaggi scivolare via, ordinati e austeri.

— Sì. E ora capisco da dove viene. Da tutta quella sofferenza, da quella resistenza collettiva.
— Certo. Ma attento a idealizzarli troppo — aggiunse lei, voltandosi con lo sguardo di chi ne ha viste tante. — Intendiamoci, anche loro hanno avuto il loro momento di imperialismo.
Il ragazzo la guardò, curioso.
Cioè?
— Quando i polacchi hanno avuto il coltello dalla parte del manico, non sono stati teneri. Né con i russi, né con gli ucraini. Pensa alla Confederazione polacco-lituana. Uno dei più vasti stati d’Europa, prima che tutto crollasse. E dentro quei confini, i popoli non vivevano sempre in armonia. Il figlio annuì lentamente. Aveva letto qualcosa, ma mai in modo così concreto.
Le storie dei grandi popoli oppressi sono spesso raccontate in bianco e nero, ma la realtà, lo stava capendo, è fatta di sfumature molto più dure da accettare.
Hanno avuto un loro “momento imperiale”. — riprese lei — I polacchi sono stati per secoli una potenza. Hanno combattuto i russi per il controllo dell’Ucraina. Spesso li hanno oppressi a loro volta. L’Ucraina occidentale, Leopoli, era polacca. E la memoria di quelle occupazioni ha lasciato ferite profonde, che non si rimarginano facilmente.
Fu in quel momento che lui collegò tutto. Le guerre, i confini che cambiavano. La Seconda guerra mondiale. Il patto Molotov-Ribbentrop. La spartizione della Polonia, prima dai nazisti, poi dai sovietici. La storia era un nastro che si avvolgeva su se stesso, senza mai trovare pace.
— Quindi… — disse, cercando un punto fermo — non c’è mai un innocente, nella storia?
— C’è chi resiste e chi opprime. Ma spesso, chi resiste oggi ha oppresso ieri. È questa la tragica ironia. La nazione diventa rifugio, identità, ma può anche diventare gabbia o arma.
Il treno rallentò. In lontananza si intravedeva Varsavia. La città moderna, piena di vetro e cemento, stava lì come una promessa nuova, ma anche come una città che aveva dovuto seppellire se stessa più volte. I palazzi del centro erano repliche moderne di antichi edifici barocchi spazzati via nel ’44. Ricostruiti con amore, ma anche con disperazione. Guarda questa città — disse la madre. — Ha visto l’inferno più di una volta. I nazisti l’hanno rasa al suolo, i sovietici hanno lasciato le cicatrici. Ma è ancora qui. E ogni volta, i polacchi si sono rialzati. Come popolo, come idea. Poi aggiunse: — Ma proprio per questo, quel senso della nazione diventa totalizzante. A volte esclusivo. Come se solo il dolore polacco contasse. Lo stesso rischio lo viviamo anche noi. Il vittimismo nazionale che diventa identità.
— Sì. Solo che in Polonia, quel senso identitario è quasi sacro. Ha a che fare con la fede, con la lingua, con la sopravvivenza. È una cosa difficile da capire per chi viene da un paese come il nostro, dove la nazione è un’idea, non una religione. Il figlio restò in silenzio. Pensava a tutte le manifestazioni viste nei giorni precedenti: le croci, le bandiere rosso-bianco, le preghiere nei cantieri. Pensava anche a Lech Wałęsa, che non era solo un sindacalista ma un cattolico fervente, capace di unire chiesa e popolo sotto un’unica voce.
Il treno entrò in stazione. Le porte si aprirono con un sibilo. Erano tornati nel presente. Nessun manifesto di Solidarność, nessun corteo, nessun megafono. Solo pendolari, valigie, pubblicità di nuove start-up. Quella sera, nella stanza d’albergo, la madre stese sul letto il volantino che aveva portato via dal treno. Lo aveva conservato con cura, come una reliquia.
Lo guardarono insieme. Il foglio era ingiallito, ma il nome Solidarność brillava ancora in
rosso. Sotto, uno slogan che avevano sentito solo sussurrare sul treno: “Nie ma wolności bez Solidarności” — “Non c’è libertà senza solidarietà”.
Il figlio lo lesse ad alta voce. Poi disse: — Chissà se oggi esiste ancora quella solidarietà. La madre lo guardò. — Forse no. Forse si è trasformata. Ma la memoria di quella parola può ancora salvarci. Se ricordiamo da dove veniamo, possiamo scegliere dove andare. Anche quando sbagliamo treno.

Settembre

immagine generata da AI

Oggi è il 1° settembre e, come promesso, si conclude la pausa estiva e riprendono le attività di Limina mundi.

Auguriamo un buon rientro dalle ferie, un nuovo anno di scuola, di studio, di poesia e arte. Settembre, il mese appena iniziato, è quando finisce l’estate, svapora il caldo torrido, incombe l’inversione dei tempi, gli uccelli si preparano a migrare, il cielo s’annuvola e la natura respira nell’aria fresca di pioggia.

Ha il suo fascino settembre, come l’autunno che inugura, quando impera la malinconia, ma anche la dolcezza dei i frutti buoni che hanno dentro il sole dell’estate, è un periodo pervaso dalla calma serenità della consapevolezza che tutto scorre e il tempo matura. Settembre prende i suoi impegni solenni, dice che giungerà un’altra stagione rigida di freddo e neve e poi immancabile un’altra primavera di fiori e virgulti.

Lo salutiamo come merita, con una splendida poesia di Maria Luisa Spaziani.

S’imbroncia il tempo. Settembre fa il suo ingresso

come un pagliaccio triste fra i tamburi.

La rabbia tramontana morde e strappa

i pergolati delle uve.

Ma il fieno ci consola coi profumi

che nemmeno Chanel riesce ad imitare.

Sogno, violenza, voluttà segreta

ebbrezza, gioventù, bere, baciare.

“Maestrale” di Eugenio Montale

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foto di Deborah Mega, Padula Bianca, 29.6.25

 

Quest’anno ricorrono cento anni dalla pubblicazione, da parte di Piero Gobetti, nel giugno del 1925, di Ossi di seppia, prima raccolta di poesie di Eugenio Montale, opera memorabile che rappresenta un’importante testimonianza letteraria e umana della poesia italiana del Novecento. “Maestrale” è tratta dalla quarta sezione, Meriggi e ombre, fa parte di un trittico intitolato L’agave su lo scoglio, testo dedicato ai principali venti di terra e di mare fortemente presenti in Liguria e nella poesia di Montale. Maestrale  è presentato dopo Scirocco e Tramontana e rappresenta la calma ritrovata dopo la burrasca, come accade in natura quando il vento cessa di soffiare da nord-ovest e consente all’agave di rifiorire. Il protagonista assoluto è il mare, elemento naturale amatissimo dal poeta, la cui osservazione, alla fine di una tempesta e di fronte all’alzarsi in volo di uno stormo, gli suscita profonde riflessioni sul senso della vita e sulla condizione umana: l’immensa distesa azzurra rappresenta la vita ideale cui l’autore aspira, pur con la consapevolezza che il suo desiderio è irrealizzabile. L’incessante stato di alternanza del mare fra calma e tempesta riflette proprio la condizione umana, costretta a tentare di superare le avversità che la vita inevitabilmente comporta. Lo sguardo del poeta fa riemergere brandelli di verità, lati dell’esistere talvolta soffocati o dimenticati insieme al suo consueto invito a non fermarsi alle apparenze, a ciò che si vede, ma di guardare al futuro, andando oltre perché tutte le immagini portano scritto: “più in là”!

 

MAESTRALE

 

S’è rifatta la calma

nell’aria: tra gli scogli parlotta la maretta.

Sulla costa quietata, nei broli, qualche palma

a pena svetta.

 

Una carezza disfiora

la linea del mare e la scompiglia

un attimo, soffio lieve che vi s’infrange e ancora

il cammino ripiglia.

 

Lameggia nella chiaria

la vasta distesa, s’increspa, indi si spiana beata

e specchia nel suo cuore vasto codesta povera mia

vita turbata.

 

O mio tronco che additi,

in questa ebrietudine tarda,

ogni rinato aspetto coi germogli fioriti

sulle tue mani, guarda:

 

sotto l’azzurro fitto

del cielo qualche uccello di mare se ne va;

né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:

“più in là”!

*

(Eugenio Montale, Ossi di Seppia)

 

***

 

Con questa poesia significativa la Redazione di LIMINA MUNDI vi saluta e vi augura

BUONE VACANZE!

Arrivederci al 1° settembre!

 

Poesia sabbatica: “19”

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-19-

 

siamo vivi

 

se mi arriva da fuori

la luce di un giugno

che prepara all’estate,

se la ragazza in amore

corre incontro al ragazzo

poi si baciano e volano

nel loro cielo al mattino

(poca strada già fatta

pochi inciampi in memoria

tanti anni a venire

tutta intera la vita)

 

siamo vivi qui

fra questo rosso di rosa

e il celeste che spiove

 

e non penso all’eterno

che nulla aggiunge ai miei giorni

ché si muore comunque

dentro o fuori una chiesa,

 

siamo vivi qui ed ora

ed è qui

ed è ora

che sarei stato in salvo

se solo avesse bussato

la mano immensa di un dio.

 

 

 Francesco Palmieri 

(dalla raccolta edita “Biografie” Terra d’ulivi edizioni)

Venerdì dispari

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Questa non è più una pagina bianca.

Richiamo i pensieri e il foglio elettronico
mi restituisce una nuda luce sul volto
non ci sono particelle sospese che vagano
sul bianco non una virgola che attenda
non un punto un riferimento una pausa.

Ho letto che Rembrandt nell’ultima parte della sua vita
aveva fuso colori e forme come in un delirio
una figura che si specchia nell’acqua appena mossa.

I suoi committenti non capivano che quel nuovo modo
di vedere si avvicinava a qualcosa che ha a che fare col sogno
con ciò che è incerto che turba ed è sublime
pescando in quell’acqua materia fresca e forme tremolanti.

Ma forse come accadde anche a Monet
per via di quel suo velo sugli occhi
era solo un punto oscuro sulla pupilla
una retina fragile una retrovista

un déjà vu che vede la luce
e legge a fatica le lingue sconosciute
con cui parlano le cose.

Francesco Tontoli

“Perché scrivo, se non scrivo meglio?” Fernando Pessoa

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Tratto da “Il libro dell’inquietudine” di Fernando Pessoa

“Perché scrivo, se non scrivo meglio? Ma cosa ne sarebbe di me se non scrivessi ciò che riesco a scrivere per quanto nello scrivere io sia inferiore a me stesso? Sono un plebeo dell’aspirazione perché cerco di realizzare; non oso il silenzio, come chi teme una stanza buia. Sono come coloro che apprezzano più la medaglia che la fatica, e assaporano la gloria attraverso la pelliccia di ermellino.
Per me scrivere è disprezzarmi; ma non posso smettere di scrivere. Scrivere è come una droga che odio e che prendo, il vizio che disprezzo e in cui vivo. Ci sono veleni necessari, e ce ne sono di sottilissimi composti di ingredienti dell’anima; erbe colte nei canti delle rovine dei sogni, papaveri neri trovati vicino alle tombe, lunghe foglie di alberi osceni che agitano i loro rami sulle rive sentite dei fiumi infernali dell’anima.
Si, scrivere significa perdermi, ma tutti si perdono, perché tutto è perdita. Però io mi perdo senza allegria, non come il fiume nella foce alla quale nacque ignaro, ma come la pozzanghera creata sulla spiaggia dall’alta marea, e la cui acqua, inghiottita dalla sabbia, non tornerà più al mare.”

Prisma lirico 50: Angelo Maria Ripellino, John Singer Sargent, Paul Klee,Vincent Van Gogh

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John Singer Sargent

Angelo Maria Ripellino nel “Prisma lirico” di oggi John Singer Sargent, Paul Klee,Vincent Van Gogh

77.

Tu pensi che, quando cresce il tuo male,
si spengano i fuochi, le barche non prendano il mare,
si proibisca ai cani di latrare,
i figli si incantino come sculture di sale.

Oh no, lascia perdere. Osserva
la ghiandaia azzurra che ruba
il tuo ultimo cucchiaino d’argento.
Ferma lo sguardo sgomento
sull’estranea bellezza di questa caraffa in cui luccica
tutto il ghiaccio del mondo.

Paul Klee

Poesia: di Angelo Maria Ripellino da “Notizie dal diluvio”, 1969

Opere:

Barche di pescatori, John Singer Sargent, 1878

Paesaggio con uccelli gialli, Paul Klee, 1923

Caraffa e piatto con agrumi, Vincent Van Gogh, 1887

Vincent Van Gogh

“Educare non è clonare: contro l’omologazione, per una scuola che ascolta e accoglie” di Yuleisy Cruz Lezcano

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In una società sempre più rapida nel definire etichette e nel proporre modelli ideali di comportamento, la scuola rischia di diventare uno dei primi luoghi in cui l’individuo impara a rinunciare a sé stesso per essere accettato. Invece di essere un laboratorio di libertà, di scoperta e di crescita, l’istituzione scolastica diventa spesso una fabbrica di copie, dove l’originalità è vista come deviazione e la differenza come minaccia. Nel momento in cui chiediamo agli studenti di uniformarsi a un modello – esplicito o implicito – di “bravo alunno”, stiamo contribuendo a soffocare la loro autenticità. Ogni etichetta sociale, ogni giudizio sbrigativo, ogni standard comportamentale che imponiamo rischia di costruire muri interiori, isolando chi non si riconosce in quel modello. Così, chi non corrisponde viene escluso, ridicolizzato o ignorato, e in questo processo si attivano meccanismi che possono sfociare nell’isolamento sociale e nella soppressione del sé.
La richiesta di omologazione non è solo una questione scolastica: è un fenomeno culturale. Ma è proprio nella scuola, nel cuore dell’esperienza formativa, che questa dinamica può essere decostruita. O può, al contrario, essere perpetuata e irrigidita. Quando insegniamo ai ragazzi a “diventare come noi”, li allontaniamo da ciò che potrebbero essere. Invece di accompagnarli verso la loro miglior versione, li indirizziamo verso una brutta copia del nostro passato. Il mancato riconoscimento della soggettività porta con sé un profondo senso di svalutazione. Laddove non c’è spazio per essere sé stessi, nasce un vuoto: quello del non sentirsi visti, del non essere ascoltati. Questo vuoto può trasformarsi in disagio, in rabbia repressa, in frustrazione. E a lungo termine, questa esperienza può sfociare in manifestazioni più gravi: bullismo, violenza, misoginia, appartenenza a comunità di odio come quella degli incel. Questi non sono mostri, ma spesso ex studenti svalutati, feriti, esclusi, cresciuti in ambienti dove il pensiero critico è stato scoraggiato e il bisogno di appartenenza tradito. In questo contesto, l’arte e la letteratura possono diventare strumenti potenti a disposizione degli insegnanti. Entrambe offrono uno spazio in cui l’identità non solo può esprimersi, ma anche trasformarsi e trovare senso. Leggere insieme, guardare un’opera, scrivere, disegnare, interpretare: sono pratiche che mettono in comunicazione mondi interiori, stimolano l’empatia, favoriscono il riconoscimento dell’altro come parte di sé. Attraverso le storie, i personaggi e i simboli, gli studenti possono esplorare le proprie fragilità senza vergogna, trovare affinità inaspettate con i compagni, dare voce a emozioni che altrimenti resterebbero inespresse. L’arte e la letteratura creano ponti dove prima c’erano solitudini, aprono spazi di dialogo autentico, rendono visibile l’invisibile. Aiutano a sviluppare autoconsapevolezza, senso critico e rispetto per la complessità delle identità.
In questo modo, il laboratorio scolastico può tornare ad essere ciò che dovrebbe essere: un terreno fertile per la crescita dell’umano, dove anche la vulnerabilità ha valore, e dove la diversità non è un ostacolo da correggere, ma una risorsa da accogliere. È necessario creare uno spazio scolastico in cui ogni studente possa esprimersi senza giudizio, esplorare la propria interiorità, sperimentare il potere della condivisione e della narrazione, per rafforzare l’autostima e scoprire che anche il proprio silenzio ha un suono importante da offrire. La scuola potrebbe proporre uno spazio che inviti al rallentamento e alla sicurezza emotiva. Bisognerebbe creare un clima di fiducia. Per esempio si potrebbe proporre il patto del cerchio, fatto di ascolto, riservatezza, assenza di giudizio e rispetto dei tempi di ciascuno. Una scuola che ascolta le emozioni è una scuola che oltre a offrire contenuti offre possibilità di crescita personale. Possono essere utili le letture di brani letterari, poesie o visione di opere d’arte, che possono aprire nuovi spazi a riflessioni su emozioni difficili da nominare (vergogna, paura, fragilità, inadeguatezza). Si potrebbe lavorare su quelle emozioni, che se accolte, possono diventare risorse. La condivisione può avvenire con parole, gesti, disegni, musica. Tutto è comunicazione. Non ho dubbi sul fatto che educare è aprire possibilità. Per esempio ogni studente può scrivere – in forma anonima o firmata – un pensiero, un dubbio, una paura e inserirlo in una scatola. A ogni incontro si possono leggere alcuni, per discuterli in gruppo. Credo che questo possa permettere anche ai più timidi di portare la loro voce senza esporsi. Per evitare l’esclusione bisogna creare un ambiente in cui gli studenti più silenziosi trovino uno spazio per essere ascoltati senza pressioni. Un ambiente che aiuti a fare accrescere l’autostima, in cui ogni voce, anche quella più flebile, venga accolta come valore. La scuola dovrebbe creare società, gruppo, dove lo stare insieme diventa una risorsa. L’impegno più difficile ma necessario è costruire una cultura dell’empatia, dell’accoglienza della diversità, della fragilità come forza. La scuola non può lavarsi le mani dicendo alle famiglie: “non siamo un parcheggio. Noi insegnanti non siamo la famiglia di questi ragazzi. Li conosciamo quasi più di voi, genitori” “Noi siamo una istituzione improntata per trasmettere conoscenze”. No! Non è così. La famiglia dei nostri ragazzi è la famiglia
di provenienza, la scuola, la società. Siamo tutti famiglia delle nuove generazioni!
Ogni volta che un alunno si conforma troppo a ciò che ci aspettiamo da lui, qualcosa si chiude: una porta, un futuro possibile, una strada che non sarà mai percorsa. Ma ogni volta che eccede le nostre attese, che rompe il guscio delle nostre proiezioni, allora qualcosa si apre: una possibilità, un nuovo inizio, un’autenticità che prende forma. L’allievo non deve assomigliarci, né ricalcare un modello ideale: quanto più si distanzia da noi, tanto più possiamo essere certi di averlo aiutato a trovare sé stesso. Anche semplici giochi teatrali o piccole messe in scena tratte dalle storie dei partecipanti o dalla letteratura, in cui i ruoli si invertono, per interpretare le emozioni altrui, possono venire in aiuto, non solo per comprendere ma per sviluppare empatia. Chi fatica a parlare può esprimersi con il corpo, con una musica, con un colore, così troverà il suo mondo espressivo. Si dovrebbe puntare su una scuola che libera, non che replica. Serve una scuola coraggiosa, che smetta di misurare i ragazzi sulla base della conformità e inizi a valorizzare la divergenza. Una scuola che educa non alla performance, ma alla presenza. Non alla competizione, ma alla cooperazione. Non all’obbedienza cieca, ma alla riflessione critica.
La scuola, poi, deve favorire l’emersione del pensiero critico, creativo, autentico, fuori dai canoni standard. Solo così potremo davvero educare: non formando copie, ma accendendo presenze vive, uniche, irripetibili. Solo così potremo contribuire a costruire una società in cui ciascuno possa sentirsi parte, senza dover rinunciare a ciò che è.

 

Yuleisy Cruz Lezcano

Poesia sabbatica: “4” e “6”

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-4-

 

da domani scriverò aforismi

se mi riuscirà

 

qualche parola

una frase sperduta

un botto fatuo

o solo uno scossone

 

giusto il tempo di un risveglio

e poi di nuovo il sonno

in questo viaggio di corriera

che già da troppo dura

se non ha più memoria

della destinazione.


-6-

 

me ne sto nella sera

ed è solo un dettaglio

che sia sera di brume

di viali ingialliti

in una foto d’ottobre

 

(e mi chiedo

quand’è scesa la nebbia

quando è stato il momento

che si è fatto tramonto,

come accade che a un tratto

si comincia a morire)

 

potrei ora chiamare

angeli e mare

la lingua aliena di veggenti e sciamani,

potrei dire d’impennate di vento

di un’aria che sale

a suonare le stelle

(e quanta musica eterna

nell’oltre d’ogni confine)

 

ma me ne sto nella sera

a parlare a qualcosa

che non so se sia dio

o quel nero d’abisso

dove ognuno è nessuno.

 

Francesco Palmieri

(dalla raccolta edita “Biografie”  edizioni Terra d’ulivi)

Venerdì dispari

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L’estate mi rimpicciolisce
il mare è grande e agita
le ali bianche delle onde.
Più in alto dell’orizzonte, le vele
e oggetti che rincorrono le attese.
Le pale di un elicottero tagliano i tempi
il dito di un bambino ne segna i percorsi
la spiaggia raccoglie i semi viaggiatori
che atterrano, ringraziano e muoiono.
Stringo lo sguardo sulle cose
le mani si allargano sulla sabbia
i venditori di tovaglie non mi sostano accanto
urlano rivolti a un ignoto altrove.
Non andrò così lontano
dove si posano gli occhi
resterò sul mio confine,
parlerò con gli insetti scavatori.

Francesco Tontoli

Prisma lirico 49: Sergej Aleksandrovič Esenin Claude Monet, Caspar David Friedrich, Giovanni Boldini

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Claude Monet

Sergej Aleksandrovič Esenin nel “Prisma lirico” di oggi con Claude Monet, Caspar David Friedrich, Giovanni Boldini

Eccola, questa sciocca felicità
Con le sue finestre bianche spalancate sull’orto!
Sopra lo stagno, uguale a un cigno purpureo
Naviga silenzioso il tramonto.

Con le sue finestre bianche spalancate sull’orto!
Sopra lo stagno, uguale a un cigno purpureo
Naviga silenzioso il tramonto.

Salve, mia pozzanghera d’oro
E voi betulle capovolte nell’acqua!
Dal tetto una banda di cornacchie
Canta i Vespri alle stelle.

Laggiù oltre i giardini
Dove fiorisce la vitalba
Una soave ragazza vestita di bianco
Accenna delicate canzoni:

E il freddo notturno si distende sui campi
Come una sottana celeste.
O mia cara, mia sciocca felicità,
Tenere e fresche guance di una volta!

.

Caspar David Friedrich

Poesia: di Sergej Aleksandrovič Esenin (1895-1925)

opere:

“I quattro alberi”, Claude Monet, 1891

“Cigni nel canneto al tramonto”,Caspar David Friedrich, 1932

“Busto di giovane donna con nastro bianco tra i capelli”, Giovanni Boldini, 1912

Giovanni Boldini

“Le dita verdi” racconto breve di Loredana Semantica

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ph. Loredana Semantica

La casa di nonna Santina sembrava quella dei presepi. Una porta sulla strada, la strada costeggiava una piazza e la piazza era fiancheggiata da una salita tutta di basole in pietra lavica. Nella piazza erano piantumate sei robinie, dentro aiuole circondate da un cordolo di pietra. La piazza era dominata da un convento raggiungibile da due rampe di scale che, in fondo alla piazza, s’inerpicavano divergendo l’una dall’altra, verso l’edificio religioso. C’era pure un campanile nella chiesa del convento che suonava i rintocchi ad ogni ora.

La casa di nonna Santina era la casa del presepe nel paese del presepe. Tante casette in pietra e muratura e tante strade a scendere e salire e scale, tante scale, per colmare i dislivelli di un paese collinare. Sopra la porta della casa di nonna Santina aggettava un balconcino con balaustra in ferro, in cima ai montanti della balaustra due pigne grandi in terracotta tenute strette col fil di ferro. Sul balconcino si apriva una portafinestra in legno verniciato che dava luce all’unica stanza della casa posta al primo piano. Una stanza stretta e lunga, ma sufficiente per accogliere i mobili di una camera matrimoniale. La stanza prendeva luce anche da una finestra diametralmente opposta alla portafinestra. La finestra dava sul tetto coperto da tegole, ma la zona più vicina alla finestra era un terrazzino senza tegole. Un posto magnifico per le avventure di Agata, si doveva solo scavalcare la finestra e stare per prudenza lontano dalla parte spiovente, lì sopra c’era un regno incantato da esplorare.

Agata scoprì quel tetto in cima al mondo ch’era bambina, sempre lì molti anni dopo scoprì la sua vocazione per il giardinaggio. Crescevano tra le tegole delle piantine che attirarono la sua attenzione. Erano dei rametti che svirgolavano verso l’alto con le foglie come tante piccolissime dita agganciate ai rametti. I rametti si partivano da un centro comune e poi si diramavano e dalle diramazioni oltre a nuove foglie nella parte inferiore spuntavano radichette pronte ad aggrapparsi al terreno in qualunque direzione lo avessero trovato. Sulla terrazza di terreno ce n’era poco e le piantine scoperte da Agata facevano una gran fatica a resistere, eppure le sembrarono l’emblema della voglia di vivere. Agata pensò portarle a casa in città e dare loro nuovo respiro trapiantandole in un vaso di terracotta rettangolare. Le piantine si svilupparono con entusiasmo, ben presto ricoprirono tutto il vaso e i rametti pendevano anche fuori da esso in una cascata verde tenero di migliaia di ditine verdi.

Sebbene la casa di nonna Santina fosse per Agata la casa della sua infanzia per antonomasia, sebbene avesse preso le piantine quasi in omaggio alla sua infanzia e al divertimento delle avventure alla casa del paese, l’infanzia di Agata era finita, la casa di nonna Santina stava per essere venduta, Agata era pronta per andare a studiare legge fuori sede.

Infatti si assentò per qualche tempo da casa, lasciando le piantine a vivere la loro vita nel vaso in terracotta in città. Al suo rientro il vaso ospitava nuove succulente, chiese notizie alla madre della sua pianta e seppe che l’aveva eliminata. All’accorata domanda di Agata del perché l’avesse fatto la madre rispose “Era una pianta stupida”.

Così finì la storia delle dita verdi di Agata. Agata rimase appassionata di giardinaggio, curò, trapiantò, riprodusse tante altre piante nella sua vita, ma le dita verdi restarono nel suo cuore con una nostalgia infinita, come la rabbia della distruzione, come il dolore della perdita, come il senso di colpa dell’abbandono, come l’ottusità del potere. Con un misto di sentimenti piantati nel cuore inspiegabili a parole.  

Potere evocativo e simbolismo in “Scrigno”

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a cura di Maria Allo

Rosaria Di Donato, Scrigno, Amazon.it 2025

Prefazione di Lucianna Argentino, postfazione di Marzia Alunni. Editing, impaginazione e copertina di Valeria Girardi.

Autoritratto

sono nata in un angolo di cielo

dove il vento rincorre nuvole

e spazza via la tristezza

Rosaria di Donato

Nella sua nuova raccolta poetica “Scrigno”, Rosaria Di Donato esplora il tema della memoria, riavvicinandosi a luoghi e volti familiari fin dall’infanzia, senza cadere nella trappola di un rimpianto sterile per il passato, pur evocandolo. Riflettendo sul passato, l’autrice si lascia guidare dai ricordi, seguendo la sua inclinazione verso un’autobiografia intima che caratterizza l’intera raccolta. I titoli delle quattro sezioni – visioni, chiaroscuri, miniature e tracce – rappresentano le fasi di un viaggio di riscoperta del passato e di conoscenza di sé. Questi titoli mettono in risalto e rafforzano la metafora dello scrigno, conferendo all’opera una notevole coerenza. Il passato del tempo presente al passato del ricordo si accompagna, nei versi del testo l’ulivo secolare: “…uni-verso in espansione/nuovo anno aggiunge/un nodo un ramo /un altro cerchio al tronco/poderose radici/s’allungano d’intorno/come a sfidare il tempo//e degli uccelli in volo//le stagioni / quali storie racconta il secolare ulivo”. Il tempo della memoria si manifesta con il suo maestoso scorrere, ma la poetessa non ne è sopraffatta. Al contrario, trova la sua essenza nel recupero dei vari momenti di quel fluire interrotto. In questo modo, la scrittura accompagna ogni passo nel percorso verso una verità riconquistata. È una poesia che tendenzialmente rimane legata all’esperienza diretta e concretamente vissuta: “il quartiere misurato/con il tuo passo//padre/ora mi è più caro/ogni angolo vivo//nel suono-profumo/di gemme in boccio…” (da “lascito). La luce e i colori utilizzati nelle immagini del testo sembrano accentuarsi progressivamente man mano che lo sguardo dell’autrice abbraccia uno spazio sempre più vasto: “lo sguardo all’orizzonte/incontra dio/azzurra linea di colore/l’infinito…” (da “Silenzio tra cielo e mare”). Uno dei principi chiave della poetica di Rosaria Di Donato, come dimostra “Il fiore di melo”, celebra la forza evocativa che scaturisce da intuizioni soggettive e irrazionali, espressa attraverso uno stile agile e fluido. Tuttavia, a un livello più profondo, questa leggerezza suggerisce anche la capacità della scrittura di osservare la realtà. Come esprime l’autrice: “leggeri vorrei giorni / senza cupi pensieri / senza affanni / un filo di vento / fra le mani”, invitando a non farsi sopraffare dal peso del mondo. Da qui deriva l’alternanza tra il tema della violenza contro le donne, vittime dell’odio dei loro carnefici, e le poesie che commemorano l’assassinio di Samia Yusuf Omar e delle sorelle Mariposa, oppresse dalla loro opposizione al regime del dittatore Trujillo. In contrasto, si esplora anche il tema del luogo d’origine, depositario invece di un’esistenza genuina, colma di affetti profondi. I testi, accompagnati da fotografie, sembrano confermare la possibilità di riportare il passato nel presente, creando un dialogo profondo tra parole e immagini. In questo modo, riescono a sottrarre il passato al suo contesto originale, donandogli una dimensione di eterno presente. Una poesia può emergere come un modo per offrire serenità a un’anima inquieta. Niente è più adatto della poesia, che ci è stata trasmessa nel tempo, per narrare le esperienze degli uomini del passato. Essa comunica i loro sentimenti più profondi e la vita quotidiana, non attraverso descrizioni astratte, ma attraverso la rappresentazione di emozioni, coinvolgimento e una sorprendente attualità, come se fosse un autentico scrigno.

Maria Allo

Testi tratti da “Scrigno”

Lascito  

il quartiere

misurato

con il tuo passo

padre

ora mi è più caro

ogni angolo vivo

nel suono-profumo

di gemme in boccio

il tempo intriso

d’attese lo sguardo

che dai muri sorride

nuovo stupore

nei giorni infonde

rinnovata primavera.      

***

samia yusuf omar 

sono io samia

nube dissolta nel vento

onda mai giunta alla riva

sono io samia

corrente gelida inarrestabile

che solca oceani di luce

sola come un punto nel cielo

intemerata sfida

il pregiudizio

svelata (corre)

va oltre la morte

corre ancora (vince)

sono io samia

nulla potè la censura   

contro di loro

la rivolta scardinò

il regime (trujillo morì)

volevano essere farfalle

le sorelle mirabal

la dissidenza

ha dato loro le ali

***

C’è

c’è un pianto che non ha fine

sulla terra voce di chi non ha voce

donne umiliate-percosse

massacrate dall’odio dei carnefici

c’è un pianto che non ha fine

sulla terra voce degli orfani

delle vittime di femminicidio

non c’è sole per loro al mattino

ma ombre-tristezza e il vuoto

di una vita non-vita

incubo della paura

c’è violenza che annienta

***

scrigno

le notti insonni

uno scrigno dischiudo

di lucciole e parole

sembrano piccole stelle

e suoni comparsi

all’improvviso dal buio

volano ballano

s’attorcigliano

come a voler comporre

una canzone in libertà

è la poesia

che uscita dallo scrigno

s’innamora dei sogni

culla le anime inquiete

Rosaria Di Donato (2021)

Fotografia: Rita Valenzuela

Rosaria Di Donato è nata a Roma, dove vive. Laureata in filosofia (quadriennale e specialistica), insegna in un liceo classico statale. Ha pubblicato sei raccolte di poesia: Immagini, Ed. Le Petit Moineau, Roma 1991; Sensazioni Cosmiche, Ed. Le Petit Moineau, Roma, 1993; Frequenze D’Arcobaleno, Ed. Pomezia-Notizie, Roma 1999; Lustrante D’ Acqua, Ed. Genesi, Torino 2008; Preghiera in Gennaio, Ed. Macabor, Francavilla Marittima (CS) 2021. ScrignoAmazon.it 2025. Ha partecipato sia come autrice che come organizzatrice alla Rassegna Realtà del Divino, a c. di N. A Rossi (Giubileo 2.000) a S. Nicola In Carcere – Roma. E’ presente nell’antologia Nuovi Salmi a c. di Giacomo Ribaudo e Giovanni Dino, Ed. I Quaderni di CNTN, Palermo 2012. Alcuni suoi testi sono inseriti in Voci dai Murazzi 2013, antologia poetica a c. di Sandro Gros Pietro, Ed Genesi, Torino 2013. Poesie dialettali compaiono nella Rivista i fiori del male 2013 n. 55, quaderno quadrimestrale di Poesia a c. di A. Coppola.  Ha partecipato con il gruppo Poeti per Don Tonino Bello alla realizzazione di Un sandalo per Rut Oratorio per l’oggiEd. Accademia di Terra D’Otranto – Collana Neobar, 2014. E’presente nell’antologia I poeti e la crisi a c. di Giovanni Dino, Fondazione Thule Cultura, Bagheria 2015. Ha pubblicato l’ebook Preghiera in Gennaio nella collana Neobar eBooks nel 2017. Ha partecipato all’eBook n. 217: Proust N.7 – Il profumo del tempo, di Aa. Vv. (LaRecherche.it – Un accordo di essenze). Nel 2019 ha partecipato all’antologia poetica Break Point Poetry – Città Poetica, c. di  Patrizia Chianese, nell’ambito dell’ Estate Romana. Ha partecipatoall’antologia Ho sete, l’Arte si fa Parola, a c. di Maria Pompea Carrabbae Ella ClafiriaGrimaldi, Ed. SarpiArte 2020; è presente nell’antologia del Concorso Nazionale di Poesia Città di Chiaramonte Gulfi – Premio Sygla XIV ed. 2022. Collabora a riviste di varia cultura e i suoi volumi si sono affermati sia in Italia che all’estero, con giudizi critici di Giorgio Barberi Squarotti, per esempio, e traduzioni in francese di Paul Courget e Claude Le Roy (riviste Annales e Noreal) e in inglese di Valeria Girardi (riviste on-line in vari Paesi). Partecipa al blog Neobar di Abele Longo e a vari siti letterari sul web. Vincitrice di alcuni premi di poesia, si interessa di arte, cinema, fotografia. Dal 2016 ha curato un laboratorio di scrittura creativa nel Liceo in cui insegna poi interrotto a causa del Covid-19. E’ presente nell’antologia Sorella Morte a c. di Giovanni Dino, Fondazione Thule Cultura, Bagheria 2023. Ha partecipato con il racconto Candore a Un magico e prezioso Natale – piccoli racconti per bambini di tutto il mondo, a c. di Sara Conci, Macabor 2023.

“Piedi grossi” di Luisa Mattia

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Il racconto è tratto da Racconti d’estate, una raccolta di dieci racconti d’amore e d’amicizia attraverso la descrizione di periodi significativi del Novecento, dai primi anni del secolo fino alla caduta delle Torri Gemelle. I protagonisti sono adolescenti che vivono la realtà del loro tempo. Unico filo conduttore: l’estate, che diventa il pretesto per parlare di sentimenti e di modi di manifestarli, che nel corso del tempo sono cambiati nella forma, ma hanno mantenuto la connotazione di scoperta di sé. L’autrice racconta dieci vacanze secondo una successione di periodi estivi che hanno preceduto o seguito momenti significativi del Novecento.

*

 

2001-Stoccolma, Svezia

Ingrid ha i piedi grossi e me ne sono accorta da un bel pezzo. É una cosa che non posso fare a meno di guardare, quando entra in piscina per gli allenamenti. Indossa il costume colorato con le paillettes, i capelli sono raccolti in uno chignon, le spalle sono dritte, le gambe in linea perfetta con le ginocchia, ma i piedi… quelli sono proprio fuori misura.

“Avessi io solamente quel difetto!” mi ha detto Kristina, una mia compagna di nuoto sincronizzato.

È stata l’unica volta che ho parlato dei piedi di Ingrid con qualcuno. Poi non l’ho fatto più perché tutti l’adorano e questa cosa non la sopporto. Vorrei essere come lei? No. Vorrei che mi adorassero come succede a lei? Sì. Siamo nella stessa squadra di nuoto sincronizzato da un bel pezzo e, col passare del tempo, siamo migliorate e adesso siamo parecchio brave nelle gare di gruppo. Nel sincronizzato singolo me la cavo bene, ma Ingrid è più brava di me. Cosi sembrano pensare le giurie. Poco tempo fa si è piazzata al primo posto nei Campionati regionali e io solo quarta.

“Meglio una medaglia di legno che niente” ha commentato mio padre. “La prossima volta ti piazzerai meglio. Allenati di più. Prendi esempio da Ingrid.”

Anche mio padre adora Ingrid, è evidente. Io la detesto e vorrei che sparisse dalla mia vita, dalla mia piscina, dalle mie gare. Invece resta. E vince. Vince su tutta la linea. Infatti, si è presa anche Sven.

Sven abita a due passi da casa mia e ci conosciamo da molto tempo. Io non l’ho mai preso in considerazione quando eravamo piccoli ma, adesso che stiamo per finire la scuola dell’obbligo e siamo cresciuti, lo guardo con altri occhi. Lui guarda Ingrid e lo trovo intollerabile. Quando finisce gli allenamenti, con la scusa di aspettarmi per tornare a casa insieme, si mette a sedere sulle gradinate e dice di voler seguire i nostri esercizi, ma in realtà guarda solo lei. Lo so perché ogni volta che riemergo dall’acqua, punto lo sguardo su di lui e vedo che non mi tiene proprio in considerazione. Detesto anche lui, da un po’. E avrei voglia di chiedergli che cos’ha di speciale Ingrid, ma tanto so bene che se ne uscirebbe con quelle frasette smozzicate che usa lui quando è in imbarazzo, magari balbetterebbe e cambierebbe discorso. Ieri ho provato il costume da gara nuovo. Mi sono messa davanti allo specchio e non mi sono piaciuta. Il costume non ha colpa perché è bellissimo, con i colori dell’arcobaleno, un velo che lo tiene aderente alle spalle e le paillettes che brillano. Sono io che proprio non vado bene perché mi sono vista le gambe e le ho trovate corte e tozze. Ho guardato le spalle e sono parecchio graciline. Il collo… è corto. Avevo i capelli sciolti e, siccome sono lunghi, mi facevano il collo ancora più corto. Mia madre è intervenuta e me li ha raccolti in uno chignon, ma io ho continuato a vedermi per quello che ero: una ragazzina senza niente di bello. A parte i piedi. Perché quelli li ho perfetti e in una <<gara di piedi» surclasserei Ingrid senza problemi. Mi sono tolta il costume e l’ho messo nella borsa, insieme ai sandali e all’accappatoio. Sven mi aspettava, per andare insieme in piscina. Quando ho aperto la porta, me lo sono ritrovata davanti che mi sorrideva e gli ho detto: «Che c’è da ridere?» e lui ha abbassato la testa e non abbiamo scambiato una sola parola fino alla piscina, dove ci siamo separati. Credo che abbia mormorato il suo solito «a più tardi», ma io non gli ho risposto perché alla sola idea di indossare il costume nuovo davanti alle altre mi sentivo male per la vergogna. Sono tutte più belle di me. Sono tutte più brave di me. Ingrid più di tutte. Nello spogliatoio eravamo eccitate perché è giorno di prova di ammissione, cioè facciamo gli esercizi di squadra e di singolo e il coach decide chi gareggerà e chi no. Io sono sempre in bilico tra l’ammissione e l’esclusione. Oggi non andrà bene, me lo sento. Ingrid è concentratissima come sempre, più di sempre. Difatti, non dice una parola e fa stretching in disparte, gli occhi persi a guardare lo specchio d’acqua della piscina, oltre la vetrata. Lei è fatta così: pensa solo agli esercizi e non si lascia distrarre da niente e da nessuno. Quando il coach ci chiama, lo raggiungiamo. Ingrid arriva per ultima e si tuffa dopo tutte noi. È il suo modo di farsi notare, penso. Lei evita di confondersi con noi, penso. L’esercizio a squadra è andato come doveva andare. Cioè bene, con qualche incertezza.

“Si risolveranno” ha detto il coach fiducioso, e ha ragione.

Gareggiare in gruppo rende tutte noi più capaci di concentrazione, più determinate. Nell’esercizio a squadre, io dimentico i miei difetti e mi focalizzo su quello che devo fare e riesco bene, così tanto che mi dimentico perfino di Ingrid. Solo che poi ci sono anche gli esercizi singoli. Il programma che mi ha dato il coach è difficile.

“È segno che ti ritiene in grado di riuscire al meglio” ha commentato mio padre.

Forse ha ragione e io mi sono impegnata moltissimo, ma il fatto che il coach abbia dato lo stesso livello di difficoltà anche al programma per Ingrid mi fa disperare, perché penso che sia un modo per favorirla. Perfino il coach l’adora e con questa serie di esercizi in acqua è sicuro che avrò incertezze e non sarò perfetta come lei. E siccome andrà come prevedo, sarà Ingrid a gareggiare per il nostro club. Sarà lei a indossare il costume arcobaleno con le paillettes e l’applaudiranno tutti, anche Sven. Sono scesa in acqua con questa convinzione e molta rabbia. Ho fatto la mia prova, secondo il programma previsto dal coach. Tutte le ragazze mi guardavano. Ho sentito gli occhi di Ingrid su di me per tutto il tempo e quando sono risalita dalla scaletta me la sono ritrovata davanti, pronta a tuffarsi. Io ho abbassato la testa e mi sono avvolta nell’accappatoio. Lei è scesa in acqua. Il coach non mi ha detto niente. La musica della prova di Ingrid è partita, mentre Sven si sedeva sulle gradinate in tempo per vederla danzare in acqua. Che tempismo! Mi è venuto da piangere e sono corsa nello spogliatoio. Sotto la doccia ho pianto e non so spiegare per che cosa. Per Sven? Per il mio collo corto? Per le mie gambe tozze? Per Ingrid? Il tempo di chiedermelo non ce l’ho avuto, perché tutte le ragazze sono piombate nello spogliatoio gridando ma, lì per lì, ho capito solo «New York». Ce la sogniamo da tempo la Grande Mela per poterci andare a disputare qualche gara, fare un tour negli Stati Uniti se diventiamo brave a fare un bello spettacolo di sport, però le facce erano tristi e qualcuna piangeva. In un attimo, come erano entrate sono uscite, indossando gli accappatoi. Ingrid gocciolava ancora, per il fatto che doveva essere uscita di corsa dalla piscina. lo le ho seguite e ci siamo ritrovate ad accalcarci davanti alla TV che sta nel gabbiotto del custode. Si vedevano le Torri Gemelle di New York bruciare. Ingrid era accanto a me, la faccia pallidissima e mi sono accorta che tremava, ma forse era per il fatto che era ancora bagnata.

“È la guerra?” ha chiesto Kristina.

“Spero di no” ha mormorato il coach.

“E’ un macello” ha commentato il custode.

Sven, che era li, muto come noi, a guardare le immagini della CNN, si è avvicinato e si è messo tra me e Ingrid. Più vicino a Ingrid che a me. Ho pensato che lo stava facendo per poter consolare Ingrid che tremava davvero come una foglia. Poi, Sven mi ha parlato.

“Hai paura?” mi ha detto sottovoce. “Ci sono io” ha aggiunto, mi si è avvicinato e mi ha stretto la mano. Ed è stato in quel momento che ho cominciato a tremare. Le emozioni si mescolavano: avevo paura per quello che vedevo in TV e che mi sembrava così irreale. E provavo una gioia incontenibile perché Sven mi teneva la mano ed era così reale! Il coach ci ha mandate a casa subito. Però, prima ci ha detto che la prova singola l’avrebbe fatta Ingrid. Mi sarebbe piaciuto sentirgli dire il mio nome? Sì. Mi è dispiaciuto che non abbia detto: «La prova singola la farai tu, Wilma»? No.

Improvvisamente, non me ne importava più niente della gara, della prova, dei premi. Niente.

“Wilma…” ha detto Sven, chiamandomi sottovoce.

E m’è sembrato che fosse la prima volta che lo sentivo dire il mio nome, perché me lo ha detto tendendomi la mano e facendomi un cenno lieve con la testa. Chiamava me, proprio me e mi è nato dentro un sentimento nuovo, come se cominciasse a esistere una Wilma che prima di quel momento non c’era. Mi sono venute delle lacrime di allegria, ma non ho pianto. Ho sussurrato un «sì» e sono uscita dalla piscina con Sven. Sulla via del ritorno, io e Sven abbiamo parlato delle Torri, di New York, della paura e delle gare. E di Ingrid.

“È bella Ingrid” ha detto Sven e ho sentito lo stomaco che si annodava per la gelosia.

“È bravissima” ha aggiunto e ho sentito che il nodo di gelosia si stringeva di più e mi mancava il fiato per parlare.

Ho ritirato la mia mano dalla sua e, per un po’, abbiamo camminato vicini, in silenzio. Sentivo il rumore dei nostri passi e il respiro leggero di Sven che, mentre ci avvicinavamo a casa, mi ha preso di nuovo la mano e io istintivamente gliel’ho stretta, attirandolo verso di me. Lui ha fatto una risatina, prima di dire: «Però… io penso che Ingrid…».

Però… che cosa stava per dire? Mi sentivo gelare.

“Però… ha i piedi grossi” ha concluso, ridacchiando.

“Lo amo” ho pensato abbracciandolo. Prima o poi, glielo dirò.

 

Luisa Mattia, da Racconti d’estate, Lapis, 2020