Marcello Buttazzo, “Aspettando l’aurora”, I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno, 2025.

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Non c’è stilla
di malessere
sulle membra,
c’è l’inalterata sorpresa
e questo sole
che ribrilla.
Il giallo batte
sulle tempie di limone,
è ocra,
s’incendia al tramonto
e scende sulle persone.
Il sole
è un bimbo
che all’orizzonte
gioca
e sfida le nubi.
Il cilestrino
e l’azzurrino
come il rosa
e l’aurora al mare.
E come sole
m’appari tu
che mi mischi le carte
e tieni lontana la tribolazione,
sfianchi la rimembranza
e accendi la notte.
La notte
delle stelle girovaghe.
La notte
che ritorna
e agogna
i lucori
del primo mattino.

*

Vertigine,
scuotimento dei sensi.
Ninfa
afa di luglio
musica leggera.
Murmure
del salentino mare,
canto delle sirene,
fruscio d’un benedetto vento
di tramontana.
E lampo di tuono
che d’improvviso squarcia la canicola,
brusio
delle centomila tempeste.
Soffio di vento
fra le fronde dell’arancio,
stagione stremata
ma desta di passione.
Questo
e tutto il resto
tu sei,
il passero che vola sei,
sei l’unica scuola
che frequenterei
per imparare l’abc
dell’amare.
Ogni giorno
ti vengo a cercare
per quietare
la paura di vivere
e per farmi spiegare
i motivi reconditi
di questa insostenibile precarietà
dell’essere.

*

Sentire
tutto l’amaro in gola,
ragione di mestizia
che m’avvince
a questa vita
sfinita, che evolve
ma non muta. Assisa
la vita
sui troni bucati
dell’incertezza,
la timidezza la fragilità
d’incedere a passo lento.
La vita,
fuscello al vento.
La vita è cedevole,
non è un sicomoro
di fronda dura,
la vita non è sicura.
La vita è modesta,
la rammemorazione
d’una infinita partita di pallone
giocata da fanciulli
su un campo di catrame,
cadute ferite, ginocchi sbucciati.
La vita è rincorsa,
è l’eterna corsa
che poi finisce
e l’incanto resta
solo negli occhi
di chi più ci amò.

*

La vita che resta
non voglio sprecarla
in giochi mondani
in discussioni sterili
in menate di mani.
La vita che rimane
non voglio impiccarla
ad idee oltranzistiche,
a fredde visioni.
Voglio godere
dell’attimo errante,
il germoglio del mandorlo
voglio.
La terra
voglio
e le sue zolle,
la misericordia
voglio
e la pietas
che mai soccombe.
Il tuo cuore
voglio
per masticarlo
e farne molliche di pane.
Voglio
quel che già ho,
voglio
quel che non so.
Voglio
un bacio
scoccato in pieno volto,
rivoglio
il tuo quaderno rosso
pieno di poesie.
E una preghiera
voglio
di taciturne parole
per non sentirmi
più solo.

*

Al magniloquente
preferisco l’essenza.
Il maestoso
non m’attrae,
meglio,
sì, molto meglio
un piccolo pensiero
redatto con inchiostro d’anima
per coloro che ogni giorno
mi sono accanto.
I massimi sistemi
mi deprimono,
prediligo il dialogo continuo
lineare elementare semplice,
l’umana condivisione.
Stamattina
ho visto nel giardino
i miei due gatti
che bisticciavano.
Alfonso, il nero,
ha assalito e morsicato
Johnny, l’albino.
Non voglio la guerra,
inseguo la pacificazione,
fosse pure quella felina.
La bulimia
dei buoni sentimenti
da ostentare
non mi interessa,
meglio una vita dimessa
a coltivare il silenzio e l’infinito,
a rincorrere
i sogni infranti spezzati
per tentare di rianimarli
con dosi di carezze
e di preghiere sommesse.

Marcello Buttazzo

NOTA BIOBIGLIOGRAFICA

Marcello Buttazzo è nato a Lecce nel 1965 e vive a Lequile, nel cuore della Valle Della Cupa salentina. Ha studiato Biologia con indirizzo popolazionistico all’Università “La Sapienza” di Roma. Ha pubblicato numerose opere, la maggior parte di poesia. Scrive periodicamente in prosa su Spagine (del Fondo Verri), nella rubrica Contemporanea, occupandosi di attualità. Collabora con il blog letterario Zona di disagio diretto da Nicola Vacca. Tra le pubblicazioni in versi ricordiamo: “E l’alba?” (Manni Editori), “Origami di parole” (Pensa Editore), “Verranno rondini fanciulle” (I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno), “Ti seguii per le rotte” (I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno). Ad aprile 2025, è uscito per Collettiva Edizioni Indipendenti il libello dal titolo “Sommesse preghiere” (Collezione I Distillati). A settembre 2025, per i Quaderni del Bardo edizioni di Stefano Donno è uscita la nuova raccolta di poesie dal titolo “Aspettando l’aurora”.

Poesia sabbatica:”Lettera a mia figlia”

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Lettera a mia figlia

 

se un giorno io morissi,

figlia mia, ti prego

piangi pure ma fa’ che sia breve

 

non dare a questa vita

(inganno di un eterno che non dura)

l’euforia oscena di chi nel palmo

nasconde il poker d’assi che ci umilia,

non darle da godere

la tua estorta pena

e se proprio non riesce

tu fa’ che sia breve,

trattala come faccio io

scrivendo l’impostura

sopra tutti i muri,

coi denti del mercante

che assaggia le monete

e non chiama oro

lo sfavillio del rame,

accordi d’amore canta

quando incontrerai l’amore

e fai volare alianti

quando ti sentirai vento,

ma non cerchiare zeri

al valore della vita

che è solamente l’uno,

il numero di ciascuno                                 

 

intanto ora vivo

continuo questa guerra

che finirà perduta,

ma ti prego in quell’istante

ascolta nel silenzio

le antiche cornamuse

che degli uomini raccontano

il coraggio e la battaglia

 

e poi dammi pure un bacio

ma fa’ che sia breve.

 

Francesco Palmieri

(dalla raccolta edita “Fra improbabile cielo e terra certa” – Terra d’ulivi edizioni)

Venerdì dispari

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Libro

Certe poesie che ho scritto
andrebbero messe in un bel libro
anziché stare qui a consumarsi
lo dico sul serio, lo penso davvero.

Starebbero nel loro luogo adatto
farebbero la loro figura
impaginate a dovere, presentate, recensite
da una voce autorevole con parole oscure
ma sagge, che vanno a pescare chissà dove.

Certe poesie passerebbero l’esame
andrebbero diritte a un cuore
qualcuno chiuderebbe la pagina
e per un po’ guarderebbe lontano
qualcuno si accontenterebbe dei primi versi.

Qualcun altro dei coraggiosi lettori
andrebbe a cercare le cose
che alcuni poeti lasciano fuori
chiedendosi perché proprio così
e non invece
e la ragione di quel vuoto e come mai,
e che roba è mai questa.

Altri mi ignorerebbero
e non posso dargli torto.

Devo confessare ora che ho un autore di riferimento
un poeta che ha scritto un libro a mano
poesie poverissime
ottima calligrafia ottocentesca, qualche rara cancellatura
scrittura semplice, poche rifiniture.

Lo ha rilegato a sue spese
con il titolo stampigliato sul dorso
la copertina di marocchino rosso.
Deve essere stato in libreria una vita
possiede perfino alcune pagine strappate
chissà da chi e per quale ragione.

Ha il suo scaffale confuso con gli altri
che sono tutti stampati a dovere.

Francesco Tontoli

Il fallimento rieducativo delle carceri

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)


In Italia il tema della rieducazione penale continua a intersecarsi con una realtà che, spesso, ne smentisce l’ambizione. La Costituzione, all’articolo 27, sancisce che “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”, ma la distanza tra il principio costituzionale e le pratiche concrete è ancora vasta. Il carcere, nella sua configurazione attuale, raramente riesce a essere un luogo di cambiamento profondo. Più spesso, è un contenitore statico, dove l’isolamento sostituisce l’elaborazione, dove la punizione prende il posto della responsabilità, e dove il ritorno in società sopraggiunge senza che sia avvenuto alcun vero percorso trasformativo.
Lo si vede con chiarezza quando si osservano i dati sulla recidiva. Un aspetto spesso trascurato nel dibattito pubblico, eppure decisivo per valutare l’efficacia del sistema penale. Le persone che scontano la pena senza accedere a percorsi di recupero e reinserimento hanno una probabilità significativamente più alta di commettere nuovi reati. Al contrario, progetti strutturati che prevedono accompagnamento psicologico, formazione, lavoro e supporto sociale riescono a ridurre drasticamente la probabilità di recidiva. E non si tratta di ipotesi astratte, ma di esperienze concrete che dimostrano l’efficacia di un approccio più umano, ma anche più razionale, alla giustizia.
Tra questi esempi vi è il progetto SOFT (Sex Offender Treatment), attivo in otto istituti penitenziari italiani, che si occupa di persone condannate per reati sessuali. È un ambito tra i più delicati, dove il rischio di recidiva, secondo la letteratura internazionale, si aggira tra il 17 e il 20% se non viene
avviato alcun trattamento. Il progetto SOFT interviene proprio su questo punto, proponendo percorsi di responsabilizzazione e cambiamento attraverso trattamenti psicologici mirati. L’obiettivo non è quello di “perdonare”, ma di prevenire: riconoscere il reato, comprenderne le cause, e fornire strumenti per spezzare le dinamiche che lo hanno reso possibile. Tuttavia, la sola applicazione all’interno del carcere non basta: perché il trattamento sia efficace, serve continuità, serve monitoraggio dopo la scarcerazione, serve che il reinserimento nella società non sia un ritorno nel vuoto.
La fragilità del sistema emerge anche da altri studi. In Veneto, una ricerca ha analizzato il percorso di 24 uomini condannati per violenza domestica. Il dato più preoccupante emerso è che la maggior parte di questi soggetti non aveva avuto accesso ad alcun tipo di intervento rieducativo, né prima né dopo la condanna. Né terapia, né gruppi di confronto, né percorsi di consapevolezza. Nulla. La pena si è consumata interamente sul piano della reclusione fisica, senza che vi fosse una reale occasione di lavorare sulle dinamiche affettive, identitarie e relazionali che avevano condotto alla violenza. In questi casi, il carcere non rappresenta altro che una parentesi, una sospensione che però non modifica nulla. E quando la pena finisce, tutto ricomincia da dove era stato interrotto.
È proprio questa ripetizione che ci interroga. Perché se una persona torna a delinquere, significa che non è cambiata. E se non è cambiata, dobbiamo chiederci che cosa non ha funzionato. La detenzione, da sola, non è sufficiente a modificare comportamenti complessi. Al contrario, può peggiorarli. L’isolamento, la perdita di contatti familiari, la stigmatizzazione sociale, la mancanza di opportunità educative e lavorative sono fattori che rendono il ritorno alla legalità ancora più difficile. Eppure, la nostra società continua a investire nel carcere come strumento principale di sicurezza. È una contraddizione evidente, resa ancora più grave dal fatto che il costo della detenzione è altissimo, sia in termini economici che umani, e raramente ripaga in termini di prevenzione del crimine.

Parlare di rieducazione non significa sminuire la gravità dei reati, né ignorare il diritto delle vittime a ottenere giustizia. Significa, invece, prendere sul serio il concetto stesso di responsabilità. Chi ha commesso un reato deve assumersene le conseguenze, ma deve anche avere la possibilità – reale, concreta – di trasformare la propria identità. Questo è il compito della pena secondo la Costituzione.
Non un atto di vendetta, ma un processo di ricostruzione. E un processo richiede tempo, metodo, risorse, e una visione che sappia andare oltre la logica dell’emergenza o del populismo penale. Servono programmi personalizzati, capaci di intercettare le specificità del reato e della persona che lo ha commesso. Servono équipe multidisciplinari formate da psicologi, educatori, mediatori, operatori sociali. Serve il coinvolgimento della comunità, perché il reinserimento non avviene nel vuoto, ma in un tessuto sociale che deve essere preparato ad accogliere il cambiamento.
E serve soprattutto il coraggio politico e culturale di credere che anche chi ha sbagliato può cambiare. Non sempre, certo. Ma molto più spesso di quanto oggi il nostro sistema riesca a permettere. Finché continueremo a pensare alla pena come a una sospensione temporanea della libertà, senza un progetto di ricostruzione, continueremo a vedere persone uscire dal carcere peggiori di come vi sono entrate. Continueremo a contare i casi di recidiva come inevitabili. E continueremo a tradire, ogni giorno, il senso profondo della giustizia come possibilità.

Buona festa dell’Immacolata

Oggi, 8 dicembre, è festa. Si festeggia Maria, madre di Gesù, nella sua esclusiva dote di purezza che la rende, sin dal concepimento, libera dal peccato originale, cioè dalla colpa che affligge invece tutti gli altri uomini e donne sin dalla nascita. E’ una festa religiosa, tra le poche rimaste dopo la soppressione di altre festività religiose avvenuta con la L. 54 del 1977. Sono rimaste nel calendario civile come feste religiose, oltre alla Festa dell’Immacolata, anche Natale, Pasqua e l’Epifania, quest’ultima ripristinata nel 1987. Soppresse il Corpus Domini, l’Ascensione, la festa dei Santi Pietro e Paolo e la festa di San Giuseppe. La festa del padre putativo di Gesù collocata il 19 marzo di ogni anno è stata convertita nella festa laica del papà, senza che sia considerata giorno di assenza dalle attività lavorative. La permanenza della festa dell’Immacolata Concezione nel calendario delle festività religiose-civili evidenzia l’importanza che la Chiesta cattolica riconnette alla figura della Madre del Salvatore, al suo concepimento immacolato, il che ne permette, più tardi, al termine dell’esistenza terrena di Maria, sempre secondo la tradizione cattolica, l’assunzione in cielo in corpo e spirito.

L’immacolata concezione di Maria è un dogma cattolico, una verità alla quale bisogna credere, senza che possa essere messa in discussione. L’intangibilità della figura di Maria nel suo corredo di purezza ha in sè un’aura di fascino, mistero e devozione che ha ispirato il mondo artistico nei secoli. Molti pittori si sono cimentati nel rappresentare la Madonna come Immacolata, tra questi spicca Bartolomé Esteban Murillo, un pittore spagnolo vissuto tra il 1618 e il 1682. Nell’arco cronologico in cui fu attivo egli ha rappresentato circa due dozzine di volte il mistero dell’Immacolata Concezione e più in generale si dedicò in gran parte a temi religiosi per i quali fu molto apprezzato, ma anche molto imitato dai contemporanei e successori nell’arte.

Auguriamo a tutti Buona festa dell’Immacolata con una galleria di dipinti a tema di Bartolomé Esteban Murillo.

Poesia sabbatica: “Divenire”, “Chi siamo”

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DIVENIRE

 

il tempo

uccide i tronchi

uccide le gemme

divora il ferro

 

il tempo

ci sorprende

anche quando è notte

e vorremmo dormire,

anche quando

non si fa che invocare

la pietà delle stelle

 

il tempo ti annusa

t’insegue

ti riduce a brandelli

poi ti lascia per strada.

 

***

CHI SIAMO

 

chi siamo,

noi ragionatori d’universi lontani,

chi siamo,

noi evocatori di memorie divine

che niente hanno in comune

col guscio di carne e d’ossa

che ci veste,

noi con le ali potenti di cielo

che forse un giorno abbiamo avuto

se ora a volte urlano

cicatrici sulla schiena,

 

certo è difficile comprendere

quale sia la parte sulla scena

e se una parte poi vi sia

ma forse sarà vero

che esiliati siamo

da un mondo che è perduto

e lì certo

eravamo eterni e felici.

 

(1998)

 

 Francesco Palmieri 

(dalla raccolta inedita “Poesie  giovanili”)

Venerdì dispari

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Voltarsi,
davanti non c’è niente
fare in modo che ieri
non sia come oggi.

I panni sono sempre stesi ai balconi
la domenica è grigia e piovosa
le famiglie numerose non hanno spazio in casa

e vedo capi di ogni misura sulle funivie
andare e venire dalle stazioni delle finestre
bambini che aspettano al capolinea un cappotto
donne che sognano di indossare una magica maglia
sento cigolare la ruota ondeggiare la carrucola.

Voltarsi,
davanti non c’è niente
le corde son tese
gravate dagli anni

nessuno guarda dritto la propria strada
il cielo non disegna un perdono
ciò che tutti vorrebbero è perduto.

Sono mesi che non alzo la testa
per vedere le stelle.

Francesco Tontoli

Prisma lirico 53: Bartolo Cattafi, Edward Hopper, Caspar David Friedrich

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Edward Hopper

“Niente” di Bartolo Cattafi

È questo che porti arrotolato
con cura, piegato
in quattro, alla rinfusa
sgualcito spiegazzato
ficcato ovunque
negli angoli più oscuri.
Niente da dichiarare
niente
devi dire niente.
Il doganiere non ti capirebbe.
La memoria è sempre contrabbando.

Caspar David Friedrich

Poesia di Bartolo Cattafi “Niente” dalla raccolta “L’osso e l’anima“, 1963

Opere:

Edward Hopper “Domenica mattina presto“, 1930

Caspar David Friedrich “Watzmann“, 1924-1925

Il prezzo della poltrona: stress che scivola dall’alto

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

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Quando una donna arriva ai livelli apicali dentro un’organizzazione, quello che spesso non si vede è il prezzo psicologico che paga per mantenere la posizione, per dimostrare che è competente tanto quanto un uomo, per non perdere credibilità. Studi come quelli condotti in Svezia su dirigenti donne nei servizi pubblici mettono in luce che le condizioni psicologiche di lavoro sono spesso difficili: richieste contrastanti da più stakeholder, scarsità di risorse, lunghe ore, difficoltà a trovare tempo per sé, per la famiglia, per il riposo. Queste pressioni costanti generano stati di stress protratto che non solo intaccano la salute delle dirigenti, ma finiscono per condizionare il loro umore, il modo di relazionarsi con i collaboratori e anche il modo di esercitare il potere.
Alcuni comportamenti diventano meccanismi difensivi: la donna dirigente che è stata giudicata, sottovalutata o ha dovuto lottare per ogni riconoscimento può sviluppare una forma di durezza, non solo con se stessa, ma verso chi viene dopo, come se ogni errore fosse una minaccia alla propria autorità. I sussurri, la competizione, la paura di sbagliare spingono spesso verso atteggiamenti autoritari, verso il controllo stretto, verso la discrezionalità, verso il poco dialogo. Quando la pressione è alta, poca empatia, poco riconoscimento per le difficoltà altrui: la madre che deve uscire per un evento scolastico, la collega che ha bisogno di flessibilità per un problema di salute, vengono viste non come questioni umane ma come complicazioni da gestire o ostacoli alla produttività. C’è anche evidenza che lo stile di leadership “workaholic” del capo, che esige disponibilità permanente, risultati immediati, assume una pressione che si scarica verso il basso. Uno studio che ha esaminato la relazione tra il workaholism del leader e il distress psicologico dei subordinati ha mostrato che più il dirigente spinge oltre il limite, meno c’è spazio per la giustizia procedurale e relazionale: questo aumenta il rischio che i subordinati sviluppino ansia, esaurimento, insicurezza costante.
Quando una dirigente sottoposta a grandi richieste familiari, organizzative e sociali non trova supporto reale, non solo rischia il burnout personale ma anche di far crescere un clima di tensione e di paura. Le colleghe cominciano a sentirsi timorose nel proporre idee, esitanti nel chiedere aiuti, riluttanti a mostrare fragilità per timore di essere giudicate incompetenti o pigre. Il comportamento di chi sta in alto diventa modello: se la durezza è premiata, se chi sbaglia viene rimproverata o isolata, se il solo mostrarsi stanca o in difficoltà è visto come mancanza, allora la competizione diventa arma, e spesso questa competizione è spietata quando riguarda donne, perché si percepiscono come rivali dirette.
La “Queen Bee Syndrome” (fenomeno della “ape regina”) è una definizione che ricorre talvolta per descrivere donne in posizione di potere che, invece di aiutare o collaborare con altre donne, mantengono un atteggiamento critico, mantengono le distanze, riducono il supporto proporzionale alle energie delle altre, tendono a identificarle come rischi per il proprio status, non come alleate. È una dinamica che ha basi psicologiche profonde: bisogno di autoconservazione, paura di essere viste come deboli, senso di non essere abbastanza riconosciute se mostri troppo supporto, timore che ogni cedimento possa essere interpretato come incapacità. Naturalmente non è una regola universale che le donne al vertice diventino dure o autoritarie, ma c’è sufficiente evidenza per vedere che il potere, la solitudine del comando, le aspettative sociali e il carico invisibile (di dover dimostrare continuamente, di non poter sembrare “debole”, di bilanciare vita privata, famiglia, ruoli tradizionali) possono trasformare il carattere e i comportamenti professionali.
Quello che si osserva in casi concreti, anche se è stato poco studiato, è il passaggio da stress interno a durezza esterna: la dirigente che reputa inefficiente una collega madre come se non avesse impegni, la capo che mostra impazienza, che non tollera ritardi o richieste “extra-lavorative”, che non spiega le proprie decisioni, che comunica con freddezza, addirittura con sgarbo. In contesti dove il beneficio della presenza femminile è riconosciuto (più coesione, migliore soddisfazione dei lavoratori, minore stress quando lo stile è inclusivo), queste azioni opposte, l’autorità imposta, la competizione interna, il mancato riconoscimento, la mancanza di empatia, provocano esattamente l’effetto contrario: aumentano il turnover, la sfiducia, la paura, il senso di isolamento tra colleghe.
Bisogna dire che chi detiene il potere ha la capacità veramente reale di scegliere come esercitarlo: può decidere di essere rigida o comprensiva, di ascoltare o reprimere, di costruire o distruggere. C’è una scelta, e quella scelta si vede nel clima che si crea sotto di lei, perché ogni gesto, ogni richiesta, ogni sguardo pesa e può essere interpretato come sostegno o come controllo, come apertura o come barriera. Il problema è che troppi ambienti premiano la durezza, misurano il rispetto dal timore, valutano la leadership non dalla capacità di far crescere altri ma da quanti errori vengono segnalati, da quanto ordine si impone, da quanto silenzio disciplinato si ottiene.
Alla fine, la poltrona di potere può diventare una corazza che isola. E non è solo la dirigente a pagarne il prezzo, ma l’intero gruppo sotto di lei, in particolare le colleghe donne, quelle che già portano con sé il doppio carico dei ruoli, che già sono abituate a mediare, a curare, a dare supporto. E nel silenzio che accetta la durezza come normale, nel lavoro che non si riconosce, nella motivazione che si smorza, si crea una cultura che logora. Perché la produttività e la competizione fine a se stesse non costruiscono squadre forti; costruiscono persone tese, isolate, stanche, pronte a fuggire o a perdere fiducia. Per cambiare davvero, serve consapevolezza: riconoscere che essere donna dirigente non significa dover duplicare modelli di comando maschili, che la forza non risiede nell’altezza della voce ma nella capacità di generare spazio sicuro, che l’empatia non è debolezza ma leadership che mantiene la salute. È tempo che la responsabilità verta anche su come si guida, non solo su quello che si produce.

Oana Pughineanu-Oricci, “Bilanciamento del bianco”, Fallone Editore, 2024.

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kendall

“concentrati sulla respirazione”
mi dice l’amico in cerca di armature per passeggiare nel quartiere.

il mio respiro è un carnevale
un sacco di lattine cadute davanti al cassonetto
“no, non devi ascoltarla
ma entrarci”
allora dico
la mia respirazione è lunga quanto le gambe di kendall jenner

 

your time is the next

mangiamo
piantiamo fiori
scattiamo foto con i boccioli
ungiamo gli occhi appena screpolati dei gattini
mangiamo
prepariamo torte e pezzi di carne per la risurrezione di Gesù

mangiamo
lo zingaro e sua moglie passano in carrozza per raccogliere rottami metallici
guardano le case a due piani come noi guardiamo i boccioli

mangiamo
sta diventando sempre più chiaro che
stiamo morendo insieme
fissati come pezzi di canditi in una colomba.
non esiste altro tipo di morte
e dopo che l’abbiamo capito
non ci trasmettiamo più malattie
solo le cifre del chilometraggio
mentre aspettiamo il nostro turno
e pochi in casa hanno ancora energia
per mettere le foto su instagram

 

cambogia

prendiamo un minibus cambogiano per arrivare al monastero sopra cluj
attraversiamo un quartiere fatto solo di fortezze.
assomiglia a firenze.
ha un sole teletrasportato
parcellizzato solo sulle pareti
fotografate per cartoline.
per mancanza di fondi
nelle stanze degli ex carnefici diventate monolocali
è rimasto il sole est-europeo
con un bilanciamento del bianco introvabile.
quando incendia le colline intorno
la guida deve urlare ai turisti dentro il microbus
cambogiano
che hanno la fortuna di assistere a questo raro fenomeno naturale

che colora il cielo di azzurro
e le lettere che volano nell’aria diventano chiare
“balocco. torte in festa”

 

turchese

vicino a punta della dogana
c’è un negozio che vende famiglie di elefanti in vetro di murano
sono brutte come tutte le famiglie di elefanti a venezia
con occhi di polpo e con le zanne a metà
ma hanno un colore turchese che può spaccare il buio
e penso che forse, viste da lontano,
messe sotto la tv
piacerebbero a mamma
che colleziona da sempre elefanti e campanelle
con incisi i nomi delle più belle città
ma lei non può più salire nella sua camera da letto
sta giù con la nonna dove la tv è messa su un tavolo
e non c’è posto per gli elefantini turchesi
che mi sembrano ancora adatti per essere “l’ultima cosa da vedere”

 

baby don’t hurt me no more

in romania abbiamo un dio piccolo
esattamente come un nano da giardino.
l’80% dei suoi poteri si consuma per:
– aiutare le persone a mettere maiolica e piastrelle in bagno
– aiutare figli con gli esami di diploma o per entrare in facoltà
– portare la pioggia
– far smettere di piovere
– benedire macchine audi e mercedes
il 20% dei poteri rimane per gli incontri dal vivo con i contadini.
sulla via verso il bar puoi parlare con lui come con qualsiasi altra persona
è molto “di casa”
l’unica cosa che ti promette è che se baci milioni di icone arrivi
in paradiso
che è un tavolo enorme con cibo e bevande illimitati,
con menestrelli zingari e orario continuato

 

l’ora

mamma è morta tra le 22:32 e le 22:33.
aveva 66 anni e 6 mesi.
è sopravvissuta 4 mesi in più delle previsioni più ottimistiche
tra gli ultimi due respiri sono passati almeno 7 secondi
non mi ricordo se la tenevo per mano o no
ma so che qualche ora prima
le ho sussurrato nell’orecchio “non avere paura mamma.sarà bello”
non avrei potuto dire una cosa più stupida

 

Testi di Oana Pughineanu-Oricci, tratti da “Bilanciamento del bianco”, Fallone Editore, 2024.

Poesia sabbatica: “Salmo d’amore”

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SALMO D’AMORE

 

se mi dicessero,

vuoi che il mondo intero

parli di te e che il tuo nome

sia il nome pronunciato da tutti,

per rinnegare te…

 

se mi dicessero,

eccoti la terra,

sarà tua se la vorrai,

fino alla montagna più inaccessibile

fino all’abisso più profondo,

saranno tuoi i fiumi,

gli oceani vasti,

le vene d’oro e i diamanti preziosi,

e i fiori, le foglie e ogni frutto sulla terra,

per rinnegare te…

 

se mi offrissero

le nuvole del cielo

e il cielo stesso

e il sole rovente e perenne

e le stelle e i pianeti del cosmo

e l’universo intero

da oriente a occidente

da meridione a settentrione,

per rinnegare te…

  

se mi dicessero,

vuoi il segreto immortale

che non fa morire,

vuoi l’eternità degli angeli felici,

la verità che non tradisce mai,

per rinnegare te…

  

io direi non voglio

 

perché avendo te

 

sarebbe mio tutto il resto.

**

Francesco Palmieri 

(dalla raccolta inedita “Poesie giovanili”)

Venerdì dispari

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Anniversario

Oggi compiresti gli anni
e tutto il mucchio di quelli passati
che avresti aggiunto a questo presente
sono qui dentro il mese e dentro il giorno
che racchiude la tua ora di morte

sono dentro al dato incrollabile del così sia
e in quello della gravità delle leggi
dentro la clessidra ostruita
dal granello riluttante a scendere

e nella trascurabile increspatura della roccia
che ha deviato il corso del tempo
facendo disallineare i pianeti
rendendo le possibilità di vita meno certe.

Ancora conto i passaggi che ti hanno spezzato
i frammenti di te che ho conservato
le tue carte d’identità scadute
il passaporto per l’ultimo trasbordo
il fiore che è ancora nella tua scatola

poche cose sopravvissute a questi tre decenni abbondanti,
e altre briciole che evito accuratamente di mettere in fila.

Rimane la mollica della tua nascita
e dell’improvvisa e perfetta certezza
di non essere l’unico pulcino della nidiata
di quando da piccolo mi svegliava
il rumore battente dei tuoi colpi di tosse.

Francesco Tontoli

Bellezza nel mirino: Progetto Alberi trasfigurati

Qui il “Progetto ragnatele”, primo post d’introduzione alla Mostra fotografica on line “Bellezza nel mirino”, ideata e realizzata da Miriam Bruni.

Quanto è lento
il buio
della notte?
E se il sole
è il polmone
del cielo,
ne è il mare,
ne è il mare il respiro.

Quante sono per noi
le possibili rotte?

Vedo gli alberi sempre
nell’atto di abbracciare.
Mi muovo circolare
e rivivo ogni stagione
non potendo utilizzare
quella prima, quella dopo.

Sono come te, Natura,
mi rivedo in ogni foto
di paesaggi o di animali:
nelle luci, negli sguardi
di chi vola sopra l’acqua
o del sole che tramonta
e riscalda ogni colore.

di Miriam Bruni, tratta dalla raccolta “Così”

Eri un seme minuto
sepolto nella terra
germogli nel suo ventre
per vivere rigoglioso.

Le tue radici avide
bevono nutrimento
come guerriero antico
domini il mondo.

Rami fasciati d’azzurro
braccia protese al cielo
accese di luce cambiano abito
ad ogni stagione.

Generoso figlio della terra
porgi ombra al viandante
rifugio ai nidi
alleanza all’uomo.

Custode di antichi segreti
tu resti ancorato
io vado cadùca
come le foglie d’autunno.

di Deborah Mega

Ormai il bisogno si spoglia
di ricchezze tralasciate e donate
ecco l’inno all’essenziale della vita
un corpo elastico governato
da muscoli e neuroni
cibo per nutrire
anche gli abiti rispondono
all’esigenza semplice di coprire
senza impedire il movimento
esclusi lacci inutili tacchi sottili.
Attorno il mondo sembra sbandato
ma gli alberi sono solidi
le radici piantate al suolo
dicono siamo vivi e noi con loro
ci aspettano ci benedicono
finché esistono non c’è da temere
le foglie vibrano di speranza
indicano la strada del vaccino.

di Loredana Semantica dalla raccolta “Barracuda”, Terra d’ulivi edizioni, 2024

Lavoro e rischio, la legge non basta: l’anima chiede attenzione

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)


Roma, 13 novembre 2025 – Il lavoro in Italia continua a mietere vittime, spesso in silenzio. Antonio Tomassetti, 58 anni, piccolo imprenditore edile di Rieti, è morto martedì 11 novembre al Policlinico Gemelli, dopo il cedimento di una copertura durante un sopralluogo a Roma. Lo stesso giorno, Daniele Giordano, 61 anni, operaio manutentore della Sirti, ha perso la vita in un incidente stradale con il furgone aziendale ad Alessandria. Poche ore prima, Giuseppe Patisso, 47 anni, titolare di una paninoteca in Puglia, si è spento improvvisamente nel suo locale. Tre storie diverse, un filo comune: il lavoro che uccide, spesso quando meno ce lo si aspetta. I numeri sono tragicamente eloquenti. Solo a novembre 2025 si registrano 34 morti sul lavoro (30 in sede, 4 in itinere), con una media giornaliera di 2,8 vittime. L’anno corrente conta 992 morti (791 in sede, 201 in itinere), con punte più alte in Lombardia (119), Veneto (107) e Campania (98). La sicurezza resta una priorità in tutta Italia, ma le statistiche mostrano quanto la legge da sola non basti.
La Legge 81/2008 e le sue successive integrazioni hanno creato un quadro normativo completo: formazione obbligatoria, valutazione dei rischi, dispositivi di protezione e figure dedicate alla sicurezza. Eppure, nella realtà quotidiana, essere “formati sulla carta” non è sufficiente. Molti lavoratori, per fretta, abitudine o distrazione, non percepiscono il pericolo fino a quando non è troppo tardi. Un corso di sicurezza non può sostituire lo sguardo vigile sul cantiere, la capacità di leggere i segnali del rischio, di intervenire prima che accada la tragedia. È qui che entrano in gioco arte ed emozione. Non basta compilare moduli o seguire protocolli: per cambiare davvero i valori di chi lavora, occorre colpire l’animo, stimolare la sensibilità. La tragedia, il dolore, la memoria delle vite spezzate possono diventare strumenti di coscienza, capaci di far percepire la fragilità del corpo e l’importanza della sicurezza. Solo toccando le emozioni, solo rendendo il rischio visibile nel cuore, è possibile formare lavoratori che non si limitino a eseguire procedure, ma sappiano agire con attenzione e responsabilità.
Le famiglie rimaste senza i propri cari, come Monica Michielin per il figlio Mattia Battistetti, 23 anni, morto in cantiere a Montebelluna, sono il monito più concreto: la vita non è sostituibile. Ogni numero, ogni statistica, nasconde volti e storie. Ogni incidente è una ferita sociale che ci ricorda che la sicurezza non è un obbligo da rispettare solo per legge, ma un valore da interiorizzare. Di fronte alla fretta, alla distrazione e alla superficialità, la formazione tecnica deve incontrare la sensibilità dell’anima, solo così sarà possibile fare un passo verso un mondo del lavoro più sicuro, dove la vita ha peso reale e dove ogni gesto, ogni attenzione, può salvare un’esistenza.
La legge 81 del 2008 rappresenta una pietra miliare nella tutela della sicurezza sul lavoro in Italia, raccogliendo norme su formazione, valutazione dei rischi e responsabilità dei datori di lavoro. Tuttavia, l’esperienza quotidiana e i dati tragici lo confermano: avere la legge non basta. Nel 2025, quasi mille morti sul lavoro in Italia testimoniano quanto la norma, da sola, non possa salvare vite. Molti lavoratori seguono corsi e partecipano a formazione, ma la vera difficoltà sta nel trasformare la conoscenza teorica in percezione concreta del pericolo. Sapere cosa fare su carta non significa vedere il rischio davanti a sé, sentire il tremito di un ponte instabile o percepire l’ombra di un carico che può cedere da un momento all’altro. Qui entra in gioco la cultura, intesa come esperienza emotiva e artistica. L’arte ha il potere di far vibrare le corde dell’animo, di trasformare il rischio astratto in esperienza sentita, visibile e memorabile. Storie di chi ha perso la vita, installazioni visive, performance teatrali nei cantieri, fotografie che raccontano la fragilità del corpo umano al lavoro: tutto questo può agire come leva profonda nella coscienza del lavoratore, creando una percezione del rischio più autentica e duratura. Quando il pericolo smette di essere un numero su un foglio e diventa un volto, una storia, un gesto sospeso nel tempo, la normativa trova terreno fertile per essere rispettata.
Le imprese che limitano la sicurezza alla consegna dei moduli e all’uso dei dispositivi rischiano di ignorare il cuore del problema. Turni lunghi, stanchezza, abitudine e pressioni produttive fanno sì che il rischio venga spesso sottovalutato, anche da lavoratori esperti. In questo contesto, la cultura diventa strumento di prevenzione attiva: chi percepisce emotivamente il pericolo è più pronto a intervenire, a fermarsi, a rispettare procedure che altrimenti sembrerebbero astratte.
Esperienze immersive, come simulazioni in realtà virtuale o workshop artistici nei cantieri, hanno dimostrato come sia possibile aumentare la consapevolezza del rischio con modalità sensoriali ed emotive. Le emozioni attivano una memoria più profonda dei dati tecnici, e il rispetto della legge non rimane un obbligo burocratico, ma diventa un gesto consapevole, radicato in valori interiorizzati. In altre parole, arte e cultura preparano il terreno su cui la normativa può attecchire, trasformando la conoscenza in responsabilità.
La sicurezza sul lavoro, dunque, non è solo un insieme di regole o dispositivi, ma un terreno di esperienza condivisa tra legge, percezione e valori culturali. Solo se il lavoratore sente, vede e comprende il rischio, e se la società valorizza queste esperienze, la normativa può davvero salvare vite. In questo senso, le tragedie recenti, come quelle di Antonio, Daniele e Giuseppe, diventano moniti viventi, spingendo a considerare la prevenzione non solo come un obbligo legale, ma come un atto culturale ed etico che attraversa la vita quotidiana dei cantieri e dei luoghi di lavoro.

“Il taccuino dell’ospite” di Michele Zacchia, RPlibri, 2024. Una lettura di Rita Bompadre.

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“Viaggio spesso, non torno sempre” (frase scritta su un muro di Roma): questa intestazione, in epigrafe al libro “Il taccuino dell’ospite” di Michele Zacchia (Rplibri, 2024 pp. 64 € 12.00) anticipa il contenuto e il significato del viaggio poetico dell’autore lungo le incrinature nascoste dei luoghi, la visione simbolica che restituisce agli occhi e all’anima il sentimento dello spazio, i meandri di un linguaggio metaforico, nella densità espressiva delle parole. Michele Zacchia percorre un itinerario di scoperta ancestrale e di ricerca personale nel percorso esistenziale, segnato dal rifugio dell’accoglienza e dall’immediatezza delle sensazioni, incrocia turbamenti inattesi, indica la dispersione del silenzio, combinando l’ispirazione misteriosa per ogni richiamo sconosciuto nell’incognita di ogni previsione emotiva. La poesia di Michele Zacchia alberga nel riflesso inafferrabile della memoria degli sguardi, nella destinazione bruciante delle attese, nelle stagioni imprevedibili in giro per le strade, coniuga il senso dell’accadere all’analisi esegetica del tempo, riconosce gli incastri delle ombre e la fatalità delle speranze, supera il muro di cinta dell’aridità individuale. Michele Zacchia ascolta l’oscillazione dei passi, lastricati dalla polvere del mondo, urta l’incedere dell’instabilità, giunge alla soglia della superficialità, attraversa il varco della decadenza, presta attenzione alla direzione variabile degli ostacoli. Il territorio privilegiato di osservazione del poeta aggira la cornice sfuggente dell’inquietudine, fronteggia l’enigmatica corrispondenza delle illusioni, circonda la voragine paludosa degli inganni. Michele Zacchia indica la postazione di un impreciso immaginario, intriso di volti, gesti, corpi, sorrisi e lacrime, dove la frammentazione e la desolazione dei contrasti interiori accolgono la superficie lucida e inesorabile dell’itinerario errante. Esplora la concavità nei segmenti della finitezza umana, contempla la transitorietà di ogni effimero passaggio dei desideri umani, scruta la distensione sospesa dell’istante, vivendone tutta la sua vulnerabilità. “Il taccuino dell’ospite” annota le incertezze motivate nella solitudine di contesti cristallizzati nell’estraneità del margine sensibile, ritrae gli appunti raccolti nel cuore vivo e incisivo dell’inchiostro che dipinge il disorientamento degli ambienti accoglienti e delle atmosfere inospitali, nell’abisso della sfumatura tra il buio del vuoto e la luce della grazia. Il libro rilegge gli spostamenti delle sensazioni, ospita l’origine della commiserazione nell’orizzonte di ogni interpretazione degli atteggiamenti terreni, oltrepassa la materia impalpabile e trascendente dell’entità sovrumana. Michele Zacchia concede al lettore di visitare ogni stazione del pensiero come sosta cosciente della fragilità degli eventi e delle estenuanti impressioni dell’impermanenza, si lascia inabissare nel sentiero dell’esperienza vissuta accanto alla persistente rivelazione della nostalgia e della dimenticanza. Registra l’ancorata tensione delle evocazioni verso l’intento ultraterreno, eleva l’identità dell’ospite a divinità viva e ragionevole intorno a noi, nel suo mutamento conoscitivo. Compone, in una scrittura poetica colta, intellettuale, ricca di superbe giunture stilistiche, l’armonia elegiaca che si declina spogliata dal tormento dei ricordi. Un libro che esalta una riflessione carica di esasperata consapevolezza, commemora la mitologia profetica di chi accoglie il dono della poesia.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

*

Sfere opache tramortite dal silenzio, in un andirivieni

di spazio e oltre misura riconoscenti

un contrordine deciso per destabilizzare

e la trama di questa lirica sonnecchia

in un cuculo beato tiepido

disperso.

 

Roma, luogo sconosciuto

 


 

Qui si beve vernaccia, dolce rugiada bianca.

Dell’edificio dirimpettaio non resta che una pietra,

una speranza.

 

Tra i buoi del campo che arano la terra salmastra,

un raggio fu luce. La luna mattiniera ancora in su,

ridimensiona la penombra e svanisce, scortata dal

bianco pallido del cotone.

 

Il saluto dei galli è musica incerta lungo la strada,

tutti ancora raccolti nella notte. Ecco il sole,

come ci si sente a esser mattina.

 

dalla finestra della mia stanza, Roma

 


 

Era già previsto che scoppiasse

questa guerra nel mio corpo, nel

momento in cui era tutto vederti

da lontano. Avrei preferito prevedere

l’imprevisto, nella vita tutta insieme

che passa in un bacio di nascosto.

 

Nel racconto non so dire di

aver amato, brucia il tempo dei

guasti funzionali, tecnici apparati

in disuso: tutto il mio corpo in questa

condizione, spaventa essere vivi,

la guerra non il corpo.

 

di ritorno da Torino

 


 

L’azzurro si pronuncia inefficace, fossilizza

il cuore diventa buio. Il possesso è nella

contrazione dell’occhio, si traduce per

ripararsi dal freddo.

 

Si estingue il passo nella strada ripetuta

fare ricorso al sonno per non riconoscere

più il colpo della luce, presto diventare il

suono che ricomincia il giorno.

 

agosto, in traghetto per Ischia

 


 

Di alberi e frutteti come il librare

delle ali, fruscio e scorta di malessere.

Intemperie orizzontali e coltre

di nubi accovate al mistero

e di fulgidi fasci di grano.

 

Così t’aspettavo,

contemplando quella linea apparente

tra cielo e terra

che era l’orizzonte.

 

in campagna da Gino

 


 

Nel giorno più isolato dell’estate, è l’ombra del

vulcano spento a sentire la mancanza delle rive. La mitologia

matura nelle brame dei tuoi desideri. Il celeste cielo celeste

è sfigurato nelle braccia.

 

L’immaginario della consolazione, sotto la sfera del disfare,

non si definisce il mare, sconfinato nelle bestie delle onde,

e il travalico del selvaggio rende obliquo tutto il dentro

del mio petto.

 

camera tua

 

 

Poesia sabbatica: “Tempo metropolitano”

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TEMPO METROPOLITANO I

 

non c’è più infinito

in questa sera

già tutta morta,

in questa stanza

dove non importa

se sei solo

o c’è una moltitudine

 

e l’eternità, lo sai,

è il braccio breve

di questo giorno

che mai è certo

che avrà anche un domani

 

e non c’è più dio

e nemmeno un’altra vita

da che ci hanno convinto

che è tutto qui il paradiso

solo a poterlo comprare

 

arriverà anche la notte

e una sirena griderà alle stelle

parole di nulla

 

e sarà quella la tua voce.

 

Francesco Palmieri

(1987)

Venerdì dispari

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Bianco notte

Le notti in bianco
che affresco sul soffitto
in un disegno trompe-l’oeil
dove mi perdo
sono nel cielo abbagliante
del disincanto.

Così i pensieri
mi si sciupano vagando
angeli che imbracciano
fucili a soffietto
panneggi che svolazzano
e affacci dove uomini e donne
mi guardano dall’alto
in beata comunione con il basso.

Alcuni cercano di dirmi
cose che non sento
nelle pose di dottori di sapienza.
Altri sorridono di me
che non dormo
e tengo in piedi
il loro mondo con il fiato.

E questo sonno barocco
disfatto nella veglia
mi tiene in vita sopra un precipizio
che pazientemente attende
un passo falso per accogliermi
oltre il muro del pianto.

Francesco Tontoli

Dal silenzio alla rinascita: il metodo integrato che restituisce voce alle sopravvissute

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

Nella realtà quotidiana, spesso attraversata da forme sottili e manifeste di violenza di genere, il lavoro di chi accompagna le donne dopo un trauma diventa un atto profondamente politico e umano. La violenza non è mai un episodio isolato: modifica la percezione di sé, incrina la fiducia nel corpo, disarticola la continuità della vita. Le ricerche sociologiche degli ultimi anni, come quelle della studiosa statunitense Paige L. Sweet sulle dinamiche del gaslighting, mostrano come molte sopravvissute assorbano sensi di colpa e dubbi che in realtà appartengono all’abuso subito. Per questo motivo i percorsi di cura devono essere pensati non solo per riparare, ma per restituire significato.
Gli studi sul trauma, compresi quelli dell’Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione, spiegano che molte reazioni osservate nelle vittime — immobilità, confusione, assenza emotiva — sono risposte biologiche di difesa, attivate automaticamente dal sistema nervoso per garantire la sopravvivenza. Gli operatori dei centri antiviolenza, consapevoli di queste dinamiche, sanno che offrire rifugio fisico non basta: occorre un intervento capace di leggere le reazioni neurofisiologiche e accompagnare la donna nella ri-regolazione del proprio corpo e delle proprie emozioni. Tra gli strumenti clinici basati su evidenze scientifiche, la desensibilizzazione e rielaborazione del trauma attraverso stimolazioni bilaterali e la terapia psicologica centrata sulla ristrutturazione dei pensieri traumatici si sono rivelate efficaci nel ridurre ricordi intrusivi, paure persistenti e convinzioni autodistruttive. Studi internazionali condotti su donne che hanno subito abusi in età infantile hanno confermato risultati significativi su disturbi post-traumatici e difficoltà emotive.
Ma la guarigione non si gioca soltanto nella stanza dello psicoterapeuta. Il primo passo è quasi sempre la relazione: un ambiente in cui la donna possa parlare o tacere senza sentirsi interrogata, giudicata o spinta a raccontare ciò che non è ancora pronta a condividere. La presenza dell’operatore, fatta di voce calma, ascolto attento e gesti misurati, diventa un primo approdo sicuro. Molte sopravvissute raccontano che il momento in cui qualcuno le ha credute è stato più importante di qualsiasi trattamento successivo, perché ha trasformato una ferita muta in una storia legittimata.
A partire da questa base, il corpo può essere nuovamente coinvolto. La respirazione lenta e diaframmatica è spesso il primo strumento che permette alla donna di tornare a percepire il proprio ritmo interno: espirazioni più lunghe delle inspirazioni producono un effetto calmante, riducono l’attivazione fisiologica del trauma e favoriscono un senso di stabilità. Accanto alla respirazione si inseriscono le tecniche di radicamento, utilissime quando compaiono flashback o sensazioni di distacco dalla realtà. Sentire il contatto dei piedi a terra, accarezzare un oggetto dalla consistenza familiare, nominare gli elementi visibili nella stanza: sono piccoli gesti che riportano il presente al centro dell’esperienza e spezzano l’ondata di ricordi.
Quando il corpo inizia a ritrovare sicurezza, diventa possibile introdurre pratiche di consapevolezza adattate al trauma. Non si tratta di meditazioni profonde, che potrebbero riattivare stati di allarme, ma di brevi momenti a occhi aperti in cui la donna impara a osservare il respiro, il peso del corpo sulla sedia, i suoni attorno a sé. È una consapevolezza gentile, che non forza l’introspezione ma educa alla presenza.
In questo percorso, anche la scrittura diventa un atto terapeutico. Nei centri antiviolenza molte operatrici propongono diari delle piccole conquiste quotidiane, lettere non destinate alla spedizione o testi liberi senza struttura. Una tecnica particolarmente significativa è il caviardage: partendo da una pagina stampata, si anneriscono parole superflue per far emergere una breve frase o un verso nascosto. È un processo creativo che permette di sottrarre il caos e conservare solo ciò che merita di rimanere, una sorta di poesia involontaria che diventa specchio della trasformazione interiore. La scrittura permette di riconoscere emozioni difficili senza esserne travolte.
In parallelo, il corpo trova un linguaggio nuovo attraverso movimenti lenti e controllati. Rotazioni delle spalle, allungamenti del collo, lievi colpetti su braccia e torace sono esercizi che aiutano a percepire il corpo come un luogo abitabile e non come teatro della violenza. In molti centri, questi esercizi vengono integrati con il teatro sociale e lo psicodramma. In questi contesti, la donna non è spettatrice del proprio trauma ma soggetto attivo della propria storia. Camminare nello spazio scenico, scegliere un gesto che rappresenti la rinascita, immaginare una nuova postura: sono azioni che molti progetti internazionali hanno dimostrato capaci di restituire agency e presenza.
Quando la donna si sente sostenuta e stabilizzata, può intraprendere percorsi clinici specialistici in cui il trattamento del trauma diventa più profondo: la rielaborazione dei ricordi attraverso stimolazioni bilaterali e la terapia psicologica centrata sui pensieri disfunzionali. Questi metodi permettono di diminuire l’intensità emotiva legata ai ricordi traumatici e di trasformare convinzioni interiorizzate come «È colpa mia» o «Non merito cura». Gli operatori non clinici svolgono il ruolo di ponte, preparano il terreno, orientano la donna verso professionisti qualificati quando necessario, garantendo continuità e protezione.
Gli studi sociologici di ricercatrici come Elisa Bellotti e Susanne Boethius hanno mostrato che la rete sociale intorno a una sopravvissuta può funzionare come una risorsa o come un ostacolo. Reti coerenti, supportive e non giudicanti favoriscono l’uscita dalla violenza; al contrario, legami ambivalenti possono riprodurre condizionamenti e colpevolizzazioni. Per gli operatori è fondamentale riconoscere queste dinamiche per prevenire la rivittimizzazione secondaria, quella forma di violenza simbolica che si manifesta quando la donna non viene creduta o viene interrogata in modo pressante.
Accanto agli aspetti psicologici e sociali, alcune ricerche italiane hanno evidenziato persino tracce biologiche del trauma attraverso modificazioni epigenetiche legate allo stress cronico. Comprendere la profondità di questi processi non significa medicalizzare l’esperienza, ma riconoscere che il trauma attraversa la persona in ogni sua dimensione, rendendo necessari percorsi multidisciplinari.
Questo metodo integrato non è un insieme di tecniche giustapposte: è un modo armonico di accompagnare una donna nel suo ritorno alla vita. La respirazione prepara il terreno emotivo; il grounding ancora il presente; la scrittura costruisce significato; il teatro restituisce il corpo; la terapia psicologica rielabora il passato; la relazione tiene insieme tutto. È un processo che richiede sensibilità, formazione e la capacità di rispettare i tempi della donna, senza fretta, senza pressioni.
La rinascita non procede in linea retta. È un cammino di andate e ritorni, di silenzi e nuove parole, di piccoli gesti che un giorno, quasi all’improvviso, diventano trasformazione.

Un bagliore riluce nell’universo di Kafka

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“Si viaggia per meandri bui, per vie tortuose

 che non conducono mai dove ti aspetteresti”

Primo Levi

Ogni epoca ha coltivato le sue paure, come semi destinati a germogliare nel terreno instabile delle civiltà che la attraversano. Dall’assedio di guerre e carestie agli incubi medievali di pestilenze e dannazione eterna, fino all’agghiacciante vuoto dell’era moderna, l’umanità si è sempre trovata a danzare sull’orlo dell’angoscia. E se oggi il tormento non fosse più legato alla sopravvivenza fisica, ma piuttosto all’inutile rincorsa di un senso?

Kafka, cronista impietoso del disagio esistenziale, ci trascina nei margini oscuri delle nostre paure: mutarci in creature disumane, perderci nelle maglie di un arresto senza causa, o svuotare di significato ogni gerarchia sociale che ci circonda. A cento anni dalla morte di Franz Kafka, la voce visionaria che ha trasformato l’angoscia in poesia e l’assurdo in un implacabile specchio dell’esistenza umana continua a inquietare e affascinare. Spesso definito il “cronista dell’assurdo” o il “poeta del moderno incubo”, Kafka rimane un enigma letterario di rara intensità. I suoi testi, solcati da un’alchimia di potere e umiliazione, vibrano ancora oggi come un grido oscuro che risale dai recessi più profondi dell’anima. L’intreccio complesso tra potere e condizione umana ha affascinato studiosi e critici per generazioni, dando vita a un fervido dibattito che continua a crescere. Tra le voci più brillanti spicca Elias Canetti, capace di esplorare con acume le profondità delle dinamiche di sottomissione e umiliazione, rivelando le oscure trame che legano l’individuo al dominio. Attraverso una lettura che intreccia riflessione filosofica e osservazione psicologica, Canetti mette in luce l’intreccio di forza e fragilità che permea i personaggi kafkiani, piegati sotto il peso di autorità opprimenti e gerarchie inscalfibili. Questa analisi puntuale non solo offre un’interpretazione profonda dell’opera di Kafka, ma rispecchia altresì i meccanismi universali che definiscono le dinamiche del potere nella società moderna, poteri invisibili e inaccessibili. Nel racconto La Metamorfosi, la famiglia si configura come l’ambiente centrale in cui si manifesta questo dominio oppressivo, dando vita a un autentico trionfo del disamore. La metamorfosi del protagonista Gregor in insetto rappresenta sia una conseguenza, chiaramente metaforica, di quel profondo senso di inferiorità provato come figlio, sia una via di fuga, per quanto paradossale possa sembrare, dall’autorità esercitata su di lui. Da questa prospettiva, emergono con particolare rilievo i momenti del romanzo in cui il coleottero Gregor tenta, almeno in modo simbolico, di resistere al potere coercitivo esercitato dalla famiglia. Un esempio significativo si trova nel brano Un amore di carta, dove Gregor cerca di proteggere il ritratto fotografico di una diva, appeso alla parete della sua stanza, dall’azione metodica della sorella e della madre. “E ora cosa prendiamo?” disse Grete guardandosi intorno; e il suo sguardo incontrò quello di Gregorio sulla parete. Se conservò il sangue freddo, fu per la mamma. Tremando tutta, e cercando di coprire con la testa la vista del muro, disse alla donna: “Vieni, forse è meglio che torniamo un momento in sala”. Gregorio capì che Grete voleva mettere al sicuro la mamma per poi cacciarlo dal muro. Ci si provasse! Lui non si sarebbe mosso dal suo quadro: piuttosto le sarebbe saltato in faccia”. Un aspetto rilevante di questo processo è che, all’interno della famiglia, nessuno conversa più con Gregor, e ciò è avvenuto precisamente da quando ha perso la capacità di esprimersi verbalmente. Come spesso accade, anche nei contesti più articolati dell’ordine sociale, le dinamiche di esclusione si manifestano attraverso il silenzio e l’indifferenza, trasformati in comportamenti sistematici e pratiche percepite come normali. Elias Canetti, nei suoi studi e nei suoi scritti su Kafka, evidenzia come la metamorfosi non rappresenti soltanto un processo simbolico o psicologico, ma sia profondamente connessa al corpo che ne è coinvolto. Nel testo L’altro processo. Le lettere di Kafka a Felice* (1968), Canetti mette in luce come, nella Metamorfosi di Kafka, l’umiliazione, il dolore e l’isolamento del protagonista trovino espressione diretta nel suo corpo. Fin dall’inizio della narrazione, il corpo diventa il fulcro concreto e opprimente della trasformazione. Di conseguenza, il figlio si ritrova inevitabilmente sottomesso a un processo di mortificazione, mentre l’intera famiglia appare attivamente coinvolta nel sostenerlo. L’umiliazione, inizialmente inflitta con una certa esitazione, si intensifica man mano che le circostanze la favoriscono. Gradualmente, tutti i membri della famiglia, quasi senza difese e contro la loro volontà, finiscono per parteciparvi. Il gesto iniziale viene ripetuto ancora e ancora: è infatti attraverso l’agire della sua famiglia che Gregor Samsa, il figlio, subisce pienamente e in modo irreversibile la trasformazione in insetto. All’interno del contesto sociale in cui vive, tale metamorfosi lo condanna ulteriormente a diventare un parassita.

Nel breve testo di Tommaso Landolfi [1]intitolato Il babbo di Kafka, contenuto nella raccolta La spada, sembra manifestarsi il meccanismo psicologico che probabilmente ha ispirato il racconto kafkiano, ossia il complesso e tormentato rapporto con la figura paterna. Tuttavia, in questo caso, il testo dell’autore boemo subisce un ribaltamento. Se nell’opera originale il mostro rappresentava una sorta di proiezione di Kafka, schiacciato dal peso del legame conflittuale con il padre, qui è invece il padre stesso a incarnare quella figura mostruosa. Il padre-mostro viene descritto con un’espressione disgustata, tipica dei momenti in cui si abbandonava a esasperanti rimproveri diretti verso il figlio. Nemmeno l’uccisione finale del terrificante ragno riuscirà a risolvere definitivamente la situazione: Kafka credeva di essersene liberato, ma era solo un’illusione; gli restavano ancora molti altri ragni da affrontare. L’orrore evocato dalla figura del mostro, inspiegabile nella narrazione kafkiana, in questa versione appare illuminato sotto una luce sinistra, amplificata da un ulteriore senso di raccapriccio e profonda inquietudine. Tra i romanzi di Kafka, Il Processo[2] è senz’altro quello che ha meglio contribuito a diffondere nel mondo l’immagine di un’esistenza impregnata di mistero e oppressione, definita comunemente come “kafkiana”. Sin dalle prime pagine, l’opera mette in contrasto due dimensioni dell’esperienza umana che risultano inconciliabili: da una parte, la vita quotidiana ordinaria, dove Joseph K. si presenta come un rispettabile funzionario di banca immerso in un contesto regolato da razionalità e norme giuridiche; dall’altra, l’enigmatico e inquietante universo del tribunale, governato da una logica punitiva arbitraria e implacabile. Il protagonista si ritrova intrappolato in una spirale di disperazione, costretto a cercare di difendere la propria innocenza con la logica, pur sapendo che non potrà mai provarla. L’accusa che lo schiaccia non riguarda un crimine commesso, bensì il fatto di non conoscere la legge e di non riconoscere l’autorità del tribunale che la incarna. È un’accusa tanto sfuggente quanto implacabile, che lo conduce inesorabilmente al tragico epilogo: la sua esecuzione. Nel capitolo IX “Nel duomo[3]

il sacerdote legato al tribunale racconta a K. una parabola di tono biblico, ormai divenuta celebre, che riporto di seguito: «Non illuderti, – disse il sacerdote. «In che cosa dovrei illudermi?» chiese K. -Ti illudi sul tribunale», disse il sacerdote, «negli Scritti che preludono alla Legge, di questa illusione si dice così: Davanti alla porta della Legge c’è un guardiano. Un uomo di campagna viene da questo guardiano e gli chiede di poter entrare nella legge. Il portiere però gli dice che ora non può permettergli di entrare. L’uomo riflette e poi chiede se allora potrà entrare più tardi. “Può darsi”, dice il guardiano, “ora però no”. Siccome la porta che dà accesso alla legge è aperta come sempre e il guardiano si sposta da un lato, l’uomo si curva per guardare, attraverso la porta, all’interno. Quando il guardiano se ne accorge, ride e dice: “Se ti attira tanto, cerca pure di entrare malgrado il mio divieto. Sta’ attento però: io sono potente… Alla fine la sua vista si indebolisce e non sa se davvero intorno a lui si sta facendo più buio o se sono solo i suoi occhi che lo ingannano. Nel buio però ora distingue un bagliore che riluce ininterrotto attraverso la porta della Legge. Non gli resta più molto da vivere. Prima della morte tutte le esperienze di tutto quel tempo gli si riassumono nella testa in una domanda, che ancora non ha fatto al guardiano. Gli fa un cenno, perché non può più sollevare il suo corpo che si sta irrigidendo. Il guardiano deve chinarsi profondamente fino a lui, perché la differenza di statura è molto cambiata a sfavore dell’uomo. “Cosa vuoi sapere ancora”, chiede il guardiano, “sei insaziabile”. “Tutti desiderano la legge”, dice l’uomo, “come mai allora in tanti anni nessuno tranne me ha chiesto di entrare?” Il guardiano si rende conto che l’uomo ormai è alla fine, e per raggiungere ancora il suo udito che sta svanendo gli grida: “Da qui non poteva essere ammesso nessun altro, perché questo ingresso era riservato solo a te. Ora vado e lo chiudo”».

Nel cuore di ogni uomo si nasconde una porta, una soglia che conduce alla verità, alla legge, a ciò che ognuno cerca e teme. La narrazione del sacerdote è un labirinto di simboli, un enigma avvolto nell’ombra, ma nel suo centro pulsa una riflessione antica e sempre attuale: l’illusione del controllo e il mistero dell’accesso al sapere. L’uomo, con la sua domanda impaziente, si pone davanti alla porta come un peregrino smarrito; la Legge, inespugnabile e sublime, resta lì, silenziosa e distante. E il guardiano? Lui è il custode ambiguo, al contempo ostacolo e guida, che lascia intravedere ma non attraversare. Non è forse questa la metafora della vita? Un incessante tentativo di afferrare qualcosa che sembra sempre sfuggire, nonostante sia lì, davanti a noi? E quel “bagliore ininterrotto” che illumina attraverso il buio? Ci provoca, ci infiamma l’anima: è speranza o scherno? È forse il senso stesso del cammino umano? Ogni passo verso la conoscenza intreccia desiderio e frustrazione, una battaglia tra i limiti che ci contengono e la volontà di superarli. Nel finale, amaro nel testo, si svela l’ultima beffa: quella porta era unica, esclusiva per quell’uomo, riservata a un momento irripetibile che mai fu colto. Come un segreto profondo che si schiude solo nel barlume dell’ultimo respiro. Il guardiano chiude la porta e va oltre, portando con sé una verità che forse non aveva mai avuto voce. Ogni lettore è come quell’uomo di campagna. Ci avviciniamo alle nostre porte personali con dubbi, paura e coraggio al tempo stesso. Ma se c’è un messaggio nascosto in questa parabola inquietante, forse è che non basta desiderare l’accesso: bisogna chiederlo davvero. O forse non chiederlo affatto e semplicemente osare attraversare. Tre elementi fondamentali delineano la complessità del testo: la Legge che emana un bagliore perpetuo oltre la soglia, quasi mistico nella sua intangibilità; l’uomo della campagna, che ingenuamente immagina la Legge come qualcosa di universale e sempre accessibile; e il guardiano, figura paradossale che incarna l’ambiguità—negando l’accesso con decisione, per poi rivelare che quella porta era unica e dedicata esclusivamente all’uomo stesso. Questa combinazione di contrasti e paradossi lascia spazio a una riflessione disorientante e penetrante: la Legge appare eterna e onnipresente, ma inaccessibile; il contadino rappresenta l’inesauribile desiderio di ottenere ciò che si percepisce come diritto naturale; il guardiano diventa simbolo enigmatico di un potere oscuro, crudele, e forse insensato. [4]Il significato ultimo rimane elusivo, sfuggendo a qualsiasi interpretazione definitiva. Kafka, con il suo genio provocatorio, sembra costruire una macchina narrativa che intrappola il lettore in cerchi di dubbi. Chi è il guardiano? È davvero una figura esterna o rappresenta piuttosto il nostro personale sabotatore, quella voce interiore che ci blocca davanti a opportunità uniche, ricordandoci brutalmente il peso dell’incertezza? La scena si trasforma così in uno specchio di esistenza in cui il fallimento di comprendere pienamente non è un errore, ma un’essenza stessa della condizione umana. La lettura de Il Processo, un libro intriso di malinconia e poesia, lascia un segno indelebile: si diventa più tristi, ma anche più consapevoli. Così è, sembra suggerire il racconto, questo è il destino umano; si può essere accusati e puniti per una colpa mai commessa, una colpa sconosciuta che il “tribunale” non rivelerà mai. Eppure, di questa colpa si può provare vergogna, portandola con sé fino alla morte, e forse persino oltre. Tradurre, tuttavia, è qualcosa di più che leggere: uscire da questa traduzione è stato come uscire da una malattia. Così scrive Primo Levi nella nota del traduttore.La tragedia che emerge dai grandi testi di Kafka[5] è il riflesso di un’umanità che si trova imprigionata tra le mura invisibili di un senso che si è sgretolato, lasciando solo frammenti sparsi di razionalità. Ma ciò che rende questa tragedia tanto universale e potente non è solo la scoperta dell’assurdo: è l’irriducibile ostinazione degli esseri umani nel cercare un significato anche dove non esiste. È come aggrapparsi a una corda sospesa su un abisso, pur sapendo che sotto non c’è alcuna rete a salvarci, né alcuna promessa di salvezza. Il senso dell’esistenza è una luce fioca all’orizzonte: intangibile, inafferrabile. Una verità che non può essere svelata, ma che ci condanna inevitabilmente a inseguirla senza tregua. [6]Gli eroi kafkiani si trasformano così in specchi deformanti della nostra stessa condizione: vogliono comprendere, vogliono un perché, ma ottengono solo silenzi o risposte enigmatiche che scavano ulteriormente nella loro angoscia. In questo persistente desiderio di dare ordine al caos si nasconde, paradossalmente, l’elemento più profondamente umano: l’incapacità di accettare il vuoto, la disperazione che si fa spinta vitale. Forse è proprio qui la provocazione più alta della tragedia kafkiana. Non sta solo nella resa all’assurdo, ma nella consapevolezza che è la nostra continua ricerca del senso a creare un conflitto inesauribile. Se smettessimo di interrogarci, se accettassimo il nulla senza opporci, finiremmo forse per liberarci? Oppure, al contrario, cadremmo in uno stato più tremendo, quello dell’apatia totale? Kafka non ci offre risposte definitive; lascia a ognuno di noi il compito di convivere con queste domande aperte. E in fondo, non è forse questo stesso enigma a essere il motore della nostra esistenza?

Maria Allo


[1] Giorgio Luti/ I diversi piani della poetica di Landolfi, (in Letteratura italiana del ‘900, Vol.VI Marzorati, Milano 1979) p.496

[2] Scrittori tradotti da Scrittori Vol.1, IL PROCESSO di Frank Kafka nella traduzione di Primo Levi

[3] Scrittori tradotti da Scrittori Vol.1, IL PROCESSO di Frank Kafka nella traduzione di Primo Levi, Cap. IX pp.233-234

[4] P. Citati, Kafka, Rizzoli, Milano 1987

[5] Franz Kafka , il suo tempo , la sua opera , Mondadori, Scrittori del Novecento

[6] G. Baioni, Kafka, Romanzo e parabola, Feltrinelli, Milano 1972.

“Variazioni romanzesche sulle istanze di crisi dei mondi narrativi”. Studio di Paolo Landi.

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GIUSEPPE DONATEO, Il Maestro del Romanzo Vuoto, Erasmo, Livorno 2017, pp. 265, € 18,00; Pierrot e l’asino di Buridano, Europa, Roma 2021, pp. 238, € 15,90.

Questi due romanzi si basano su una riflessione diretta all’istanza del romanzo stesso, nonché relativa alla crisi della sua composizione; e tale riflessione è un pretesto per rappresentare diverse vicende intrecciate o sovrapposte e alternate fra loro, che riguardano da un lato la circostanza di base, e da un altro lato il romanzo nel romanzo – o il racconto nel racconto.
Da ciò deriva una linea narrativa screziata e provvista di un ritmo variegato, che a partire da questa complicazione di base incorpora nel suo tessuto sia una serie di considerazioni relative alla valenza psicologica ed esistenziale del romanzo – nonché della crisi nella quale quest’ultimo si può imbattere -, sia un insieme di rimandi a mondi narrativi sedimentati nell’immaginario – quali sono quelli dei poemi epici, della visitazione dei contesti storici, o dei fumetti. E in particolare, Il Maestro del Romanzo Vuoto si apre con le amare considerazioni sulla situazione di una crisi nel percorso della scrittura, e si conclude con il recupero di rinnovate energie, che viene raffigurato attraverso la chiamata a correo di una serie di personaggi ed autori che soccorrono l’alter ego dell’autore in questione con un girotondo di felliniana memoria, animato dal supplemento di una giubilazione senza riserve, che lascia emergere i contorni di una festa la quale si libera al di là di ogni legame con il passato della propria esistenza (a differenza di quanto accade in 8½ di F. Fellini); e in modo analogo, Pierrot e l’asino di Buridano inizia con la presa d’atto di una crisi scandita attraverso il monito espresso icasticamente dal numero della pagina che segna l’arresto, e si conclude con una presenza sommessa di una serie di apparizioni in parte reali e in parte immaginarie che hanno animato lo svolgimento precedente; e in entrambi i casi, attraverso la fase intermedia del silenzio, viene preparato lo spazio che rende possibile l’esercizio della scrittura e l’intrapresa creativa.
Per quanto riguarda la struttura di queste opere, si deve sottolineare che la seconda segna uno stadio più complesso, in quanto i contenuti romanzeschi che vengono immaginati hanno un protagonista – Michele -, che nella prima è assente; così, ne Il Maestro del Romanzo Vuoto il protagonista in qualche modo è comunque l’autore – o meglio, quell’alter ego dell’autore che non viene nominato, ma corrisponde solo al pronome egocentrico -, mentre in Pierrot e l’asino di Buridano abbiamo una tortuosa linea di congiunzione e una serie di rimandi che allacciano la più diretta proiezione dell’autore – corrispondente alla figura dell’io – con quella proiezione ulteriore e di tipo indiretto che è data dal personaggio di Michele; e inoltre, questa maggiore complessità dell’impianto di base in questo romanzo corrisponde alla convocazione di una serie di mondi narrativi che nell’altra opera non può essere riscontrata. Ma ancora, questa minore ricchezza di ingredienti narrativi, scenici e spettacolari ne Il Maestro del Romanzo Vuoto è legata a un andamento riflessivo il quale si inoltra nei tornanti di una regione più profonda e abissale, che lascia intravedere il registro di una solitudine affiorante, la quale in Pierrot e l’asino di Buridano almeno in larga parte sembra superata. E la punta emergente di tale solitudine in questo romanzo è data dal tratteggio del personaggio del signor N, che vive tutta la sua esistenza in una specie di limbo neutrale nel quale non si concede alcun contatto verso l’esterno, lasciandosi alle spalle soltanto la sua giovanile immersione nel mondo dell’astrazione matematica.
D’altra parte, all’interno di una tessitura d’insieme meno stratificata che in quest’ultimo romanzo, il primo inserisce una parte la quale costituisce un motivo più complicato di qualunque ordine della complessità che si trova nell’altra opera. A questo proposito, un personaggio che stabilisce rapporti con l’alter ego dell’autore si riferisce a uno scrittore – appunto il Maestro del Romanzo Vuoto – il quale costruisce un’opera parlando di uno scrittore in crisi, che a un certo punto riempie la sua mancanza di ispirazione – o appunto il suo vuoto più o meno assoluto – inventando la storia di N; e ancora, questo personaggio incarna il vuoto medesimo di una intera esistenza. Dobbiamo allora osservare i seguenti elementi: in primo luogo abbiamo l’autore e il suo alter ego che è dato dallo scrittore in crisi nel quale egli si riflette in modo diretto; in secondo luogo abbiamo questo Maestro, il quale a sua volta è uno scrittore che parla di uno scrittore in crisi – per cui l’autore in seconda istanza si riflette nella figura del Maestro, e in una terza istanza, ma in un modo più stringente perché si tratta di uno scrittore in crisi che replica la condizione del protagonista di base centrato direttamente su di lui, si riflette nel personaggio di questo scrittore -; e infine abbiamo il personaggio di N, che nel cuore annidato dentro la complicazione vertiginosa di questo gioco di scatole cinesi incarna la problematica della crisi e del vuoto nella sua intera esistenza. Ma possiamo dire che questo personaggio, se da un lato viene collocato al culmine dell’artificio concettuale dovuto a questa serie di inclusioni – o di istanze di riflessione – le quali si annodano in una spirale attraversata da una inquietudine e da un tormento che lasciano il segno, da un altro lato introduce nel modo più diretto e vibrante la dimensione esistenziale del romanzo; o ancora, a questo proposito, la distanza che viene apposta nei confronti di una modalità di scrittura di tipo diretto, rende possibile di raggiungere il nucleo più intimo e palpitante di quello che viene narrato – o di cogliere la fisionomia più autentica e disarmante fra quelle rappresentate dalle opere in questione. E si deve anche sottolineare che il pathos rivolto alla figura di questo personaggio così drammatico viene espresso nella tessitura scabra di una serie di notazioni lapidarie, che pervengono a un nitore implacabile della descrizione, il quale non potrà essere raggiunto in altri luoghi di questi due romanzi; e non è un caso che i contorni di questa figura con la loro forza concentrata alludano nel modo più estremo a quella dimensione della crisi e del vuoto, che funge da tema fondamentale di quanto viene narrato.
Sotto un profilo più generale, si deve tenere presente che questi due romanzi attraverso l’espediente di un racconto incentrato sulla problematica della crisi creativa, rappresentano una riflessione su quell’orizzonte di apertura dell’opera che è stato messo tema da svariate indagini filosofiche e semiotiche – e in particolare dalle indagini di U. Eco -; e in questo modo, possiamo dire che la problematica di tale apertura viene sondata non solo attraverso le modalità di una gestazione della scrittura in azione, ma anche sotto le specie delle sembianze che si dispiegano nel corso della formazione di un disegno narrativo; o ancora, potremmo dire che questi romanzi rendono palese come le procedure della interpretazione dei mondi narrativi messi in gioco dai romanzi nella loro fisionomia variegata e priva di una chiusura univoca, corrispondano alle esitazioni, alle incertezze profonde e allo spettro delle alternative che si profilano nel cuore della intrapresa creativa. Così in entrambi i romanzi si verifica questa situazione: da un lato abbiamo una sorta di apertura iniziale, che è comune ad ogni sviluppo narrativo ai suoi esordi, ma in questo caso viene marcata in modo peculiare dal fatto che introduce il problema della sua dimensione, attraverso un elemento di riflessione dovuto al motivo della crisi che incombe sull’autore; e da un altro lato abbiamo quella versione dell’apertura che è data dalla conclusione, nella quale il personaggio dello scrittore si accinge a proseguire il suo sviluppo narrativo. E se nel primo romanzo si tratta del passaggio oltre la fase preliminare di una serie di materiali da utilizzare per l’elaborazione della stesura effettiva, nel secondo – quasi nei termini di un seguito della circostanza precedente – abbiamo invece la prosecuzione di una stesura già inoltrata per una vasta porzione. E sia nel primo che nel secondo caso possiamo dire di avere la messa in scena dell’istanza di apertura di un mondo narrativo che si sta profilando, nonché la congiunzione circolare della conclusione del romanzo effettivo, con l’intrapresa di un romanzo incluso nel suo dominio in termini di finzione.
Stabilito questo, si deve tenere presente che la tematica legata al mondo narrativo del romanzo, in entrambi gli esemplari trova dei riflessi che sono dati dalla intrusione dei contenuti che abitano il mondo della finzione; al che, si deve stabilire quanto segue. In primo luogo, ne Il Maestro del Romanzo Vuoto abbiamo una dialettica ricorrente e a tratti ossessiva tra l’autore e le varianti dei personaggi che sono sul punto di entrare nella stesura del romanzo, e si animano del gioco ipotetico di una loro interlocuzione problematica con il padrone del loro essere, in modo che viene tracciata una loro esistenza fittizia e invasiva; e in secondo luogo, in Pierrot e l’asino di Buridano abbiamo l’arredamento di una serie di contesti storici e letterari nonché relativi alla storia dell’arte, i quali dilagano nel tessuto di base della vicenda, arricchendo l’impianto con la loro veste appassionata e sontuosa, che in larga parte attinge all’ambito immaginario. E d’altra parte, l’autore dimostra l’esercizio di un rigore ben definito, che governa la sua abbondante materia lasciando l’impronta di un’autentica padronanza, in grado di veicolare una notevole ricchezza di immagini tenute sotto controllo da una profonda istanza di riflessione.

Paolo Landi