
Se ora ti stacchi da quei due ritratti
in bianco e nero, dove somigliavi
a Simone Signoret giovane (l’occhio
sinistro più grande, l’altro socchiuso)
potremmo ancora riaverli, quei nomi
i giorni, il sole e tutte le altre cose
lasciate tra le pagine del libro
(la mia letteratura del liceo
uno dei tanti volumi che aveva).
Potrei aspettarti davanti al negozio
starcene in giro. La sera, lo vedi
ha ogni parola dolce in questo vento
leggero che ti spettina i capelli.
*
Anversa, il cielo sopra il campanile
di San Marcello, le nuvole in coro.
Venire qui per le cascate, il fiume
(un lungo giro in macchina, poi a piedi)
scoprire che le quattro mura in fondo
a una stradina hanno profili e scritte
indecifrabili, finestre aperte
e un varco tra le pietre per guardare
le stanze vuote. La vegetazione
si è avvolta, in alto, alle travi del tetto.
Il piatto bianco con l’acqua, a un balcone
è per lucertole e farfalle. Allunga
il raggio, va a infilarsi tra le crepe.
Non so se è vero tutto questo. Intanto
ti sei stancata, fa caldo. Cammini
da troppo tempo. Gli altri sono fermi
al pergolato di un bar. Ci aspettano
per prendere il caffè, per far passare
questo sole che acceca, l’ora muta.
*
Doveva essere una passeggiata lungo il sentiero, la solita che facevamo al ritorno, la sera, insieme a quanto c’era di vivente. Si doveva arrivare no all’abitato, tornare indietro per la sequenza dei campi, risalire a casa. Andare a prendere il pane in paese. Nessuno ad annunciare il nostro arrivo. Solo che gli alberi lungo la strada, le strane formazioni a cerchio sui rami, il ruscello con l’acqua distanziata dagli insetti, si erano arresi proprio in quel momento. Ci siamo trovati in un alveo di magra. Le cose a perdere gura, i piedi bruciati insieme alle stoppie. Ancora un altro disegno del mondo.
*
L’estate qui è nel suo punto più alto.
Chissà se il mese di agosto sia stato
mai così caldo, così luminoso.
Insisti (lo fai sempre) per andare
a piedi fino alle cascate, al fiume.
Ci sono sassi levigati, il fondo
è troppo freddo per attraversare.
Prendo misure per te. Stai parlando
con due ragazze sedute su un tronco
del più e del meno: sembra che all’arrivo
avessero vent’anni, adesso sono
più giovani, o non sono nate affatto.
Sembra che faccia così tutta l’acqua
che cade, crea le voci e le figure
poi le sommerge. Risaliamo in cima.
*
Diamo, come in quel passo dei vangeli
gnostici, forma alla creta. Soffiamo
quel tanto d’aria, di spirito, sopra
i piccoli animali modellati.
Uno ci sfugge di mano. Fa un tonfo
pesante nel cadere a terra. È come
se avesse già scavato nel terreno
il cerchio esatto di un bersaglio, il punto
dove cadrà la stella riarsa, spenta.
L’AUTORE
Francesco Terracciano (Napoli, 1967) collabora con riviste letterarie e partecipa a progetti editoriali, rassegne e seminari; è condirettore per Inverso – Giornale di poesia, membro di IP Independent Poetry, redattore per il trimestrale di cultura internazionale Menabò. Ha pubblicato: Mistica del quotidiano (Terra d’Ulivi, 2018), finalista nel 2018 al Premio Guida Editore; Limite del vero (La Vita Felice, 2019), selezionato al Premio Pagliarani del 2019 (entrambi con lo pseudonimo François Nédel Atèrre); MCM (Oèdipus, 2021); Eserciziario di formule brevi (Ensemble, 2022); Portul Nevatamat – Il porto illeso (Cosmopoli, 2024); Phoné (Terra d’Ulivi, 2024). I suoi scritti sono presenti in antologie e in periodici di settore (tra questi, Poeti e Poesia – Rivista internazionale diretta da Elio Pecora, Aerea – Revista Hispanoamericana de Poesía, Poezia, revistă de cultură poetică); diverse le traduzioni in altre lingue.