“Sussurri d’Altrove – Ritratti” di Emilio Capaccio

Di tanto dolore il mondo non fa più male,
Il cammino è effimero,
Apre ferite e poi punge nelle ferite.
O. L.
Orietta Lozano, nata a Cali nel 1956, è considerata una delle voci più intense e originali della poesia contemporanea colombiana.
La sua produzione, che inizia negli anni Ottanta e si sviluppa fino ai nostri giorni, esplora con profonda intensità emotiva e sensibilità estetica i territori del desiderio, della memoria e dell’introspezione.
Cresciuta in una città culturalmente vivace ma lontana dai principali centri letterari del Paese, Lozano sviluppa sin dalla giovinezza una sensibilità poetica acuta, capace di coniugare il vissuto quotidiano con immagini simboliche e visionarie. Il contesto caleno, con la sua energia artistica, offre terreno fertile per la costruzione di un immaginario poetico che unisce radici locali e attenzione alle esperienze letterarie internazionali.
La sua voce si afferma presto attraverso la pubblicazione di raccolte che segnano un approccio originale e profondamente personale alla poesia.
Il suo debutto avviene con la raccolta Fuego secreto, pubblicata nel 1980, in cui la poetessa mette in scena un dialogo intenso con il desiderio, la corporeità e l’esistenza. Nel 1983, pubblica Memoria de los espejos (1983), in cui il riflesso di sé diventa occasione per sperimentazioni simboliche e introspezione lirica.
Negli anni successivi, opere come El vampiro esperado, del 1987, vincitrice del “Premio nazionale di poesia Eduardo Cote Lamus”, consolidano la sua capacità di fondere esperienza emotiva, forza evocativa e complessità riflessiva, confermandola come una delle figure più importanti della poesia colombiana contemporanea.
Durante gli anni Novanta, Lozano approfondisce anche la dimensione critica della sua attività, con saggi e studi dedicati a figure poetiche internazionali come Alejandra Pizarnik, dimostrando una sensibilità che va oltre i confini nazionali e una costante attenzione al dialogo tra tradizione e innovazione.
In questo periodo sperimenta anche la prosa con il romanzo Luminar, del 1994, provando la sua capacità di spaziare tra diversi generi pur mantenendo un approccio poetico alla narrazione.
Nel corso degli anni pubblica altre raccolte di rilievo, tra cui Antología amorosa (1996), El solar de la esfera (2002), Agua ebria (2005), Peldaños de agua (2010), Resplandor del abismo (2011) e Albacea de la luz (2015).
La poesia della Lozano si caratterizza per una straordinaria fusione tra corporeità e simbolismo: il corpo umano, spesso centrale nelle sue immagini, diventa luogo di esperienza, di desiderio e di conoscenza esistenziale.
Temi ricorrenti come sangue, notte, abisso e eros, conferiscono alle sue opere un tono intensamente lirico ma anche riflessivo, dove l’atto poetico diventa strumento di comprensione del mondo e di esplorazione della psiche.
La sua scrittura si situa in dialogo con la tradizione poetica internazionale, pur restando profondamente radicata nella realtà e nell’immaginario colombiano, e ha permesso alla Lozano di ottenere riconoscimenti sia in patria sia all’estero. La sua opera è stata tradotta in diverse lingue, tra cui inglese, francese e portoghese, ed è stata inclusa in numerose antologie internazionali.
Ha partecipato a festival e seminari internazionali, tra cui la “XIII Biennale Internationale des Poètes di Parigi” e iniziative promosse dalla “Fondation Royaumont”. Parallelamente alla sua attività letteraria, la Lozano ha contribuito in maniera significativa alla promozione culturale nella sua città natale, assumendo ruoli istituzionali come quello di direttrice della “Biblioteca Municipal del Centenario” di Cali.
La sua opera continua a esercitare un’influenza significativa sulla scena letteraria nazionale e internazionale, offrendo un esempio di come la poesia possa essere strumento di conoscenza, sperimentazione e introspezione: un punto di riferimento imprescindibile per chi vuole comprendere la complessità e la vitalità della poesia latinoamericana contemporanea, in cui sentimento, riflessione e immaginazione si intrecciano in maniera straordinaria.
Cenni critici-biografici e traduzioni di Emilio Capaccio
Invocazione al sole
Il sole comincia come un satiro dallo sguardo ardente
a cingere il fiore, la pietra, l’acqua,
e l’occhio cieco, la peste, il corpo malato
rinascono al suo sguardo.
Voglio morire di solitudine, innamorata del sole,
del sole degli ubriachi che fu loro dolce
quando il vino esaurì il loro fegato e non trovarono
il placido cammino del sonno.
Del sole dei suicidi, nero corvo,
che in perfetta armonia danza cieco.
Del sole di coloro che nascono, carne nuova,
nuova voce che si dibatte possente.
Sostienimi, incantami.
Sono esausta, vivi in me ché il canto
è stato triste in questi ultimi tempi.
Vivi in me, ora che il sogno è un terribile mostro
che non danza, che non canta, ride soltanto in silenzio,
e mi scaglia via dalla magia in una grotta dell’inferno,
e tutti i miei amici arrivano, mi guardano e se ne vanno,
mi lasciano sola in questo spazio strano
dove i gatti si nascondono con le loro code nere,
e il serpente canta la sua agonia di strisciare eternamente,
e la mascella del tempo muta la curva in un cammino rettilineo,
e frantuma il marmo e l’argilla come un coltello
grondante di gioia.
Incantami, rimani in me, non addormentarti,
lascia risuonare la tua lira, ché ancora non ho sonno.
Invocación al sol
El sol comienza como un sátiro con mirada ardiente
a ceñir la flor, la piedra, el agua,
y el ojo ciego, la peste, el cuerpo enfermo
renace a su mirada.
Yo quiero morir soledad, de sol enamorado,
del sol de los borrachos que les fue dulce
cuando el vino agotó sus hígados y no encontraron
el camino plácido del sueño.
Del sol de los suicidas, cuervo negro,
que en perfecta armonía danza ciego.
Del sol de los que nacen, carne nueva,
nueva voz que se revuelca poderosa.
Sostenme, encántame.
Estoy exhausta, vive en mí que la canción
ha sido triste en estos tiempos últimos.
Vive en mí, ahora que el sueño es un terrible monstruo
que no danza, que no canta, sólo ríe silencioso,
y me arroja de lado de la magia a una gruta del infierno,
y todos mis amigos vienen, me miran y se van,
me dejan sola en este extraño espacio
donde los gatos se esconden con sus negras colas,
y la serpiente canta su agonía de arrastrarse eternamente,
y la quijada del tiempo cambia la curva por el camino recto,
y destroza el mármol y la arcilla como un cuchillo
manando gozo.
Encántame, perdúrame, no te duermas,
deja tu lira sonar, que aún no tengo sueño.
( Memoria de los Espejos, 1983 )
Questa notte
Come dolgono i venti questa notte
quando lontano i tamburi della guerra
si accarezzano tristemente e pezzi di cielo
si staccano putridi, sfiniti.
Questa notte nella stanza dal profumo di pesca
gli amanti sussurrano come soldati feriti
e ricordano il primo bacio come una dolce pallottola.
Sui divani consunti, i nonni dal riso languido
aspettano soltanto la fredda carezza della morte
e si intrattengono, tessendo le loro ore di ricordi.
La notte avanza come un gran dio che incanta
Nella paura
al di là dei boschi e delle trappole oscure,
al di là del selvaggio amore della femmina umiliata.
In questa notte dallo sguardo di lupo
come duole il silenzio.
Esta noche
Como duelen los vientos esta noche
cuando lejos los tambores de la guerra
se acarician tristemente y pedazos de cielo
se desprenden podridos, fatigados.
Esta noche en la habitación con aroma de durazno
los amantes susurran como soldados heridos
y recuerdan su primer beso como una suave bala.
En los vejados divanes, los abuelos de risa lánguida
sólo esperan la fría caricia de la muerte
y se entretienen, tejiendo, sus horas de recuerdos.
La noche avanza como un gran dios que hechiza en el
miedo
más allá de los bosques y las sombrías trampas,
más allá del salvaje amor de la hembra humillada.
En esta noche de mirada de lobo
cómo duele el silencio.
Predestinata alla tristezza
Non sono più io amore mio,
e non so chi sono, se ancora rimango,
se sono qui e ciò che tocco è qui.
Le parole mi cadono come un’acqua fresca,
la tristezza s’irrora nella mia musica insanguinata.
Un animale ferito s’annida nel mio cuore
e i miei versi preferiti li ho detti alla notte
che attende il caldo bacio dell’amante
e il suono perituro della pietra.
Non sono più io amore,
e non so se sono qui, se le mie membra si serrano
o si aprono,
se la morte è un brutto sogno che si dilata nelle mie vene,
ricordando come una voce antica,
la mia non permanenza, né il fugace sentire, il mio malessere antico
caduto dal dubbio.
Predestinada a la tristeza
Ya no soy yo amado,
y no sé quién soy, si todavía permanezco,
si estoy aquí y lo que toco está.
Las palabras me caen como agua fresca,
la tristeza se riega en mi música ensangrentada.
En mi corazón se anida un animal herido
y mis versos preferidos los dije a la noche
que aguarda el beso caliente del amante
y el rumor perecedero de la piedra.
Ya no soy yo amado,
y no sé si estoy aquí, si mis miembros se cierran
o se abren,
si la muerte es un mal sueño dilatándose en mis venas,
recordando como una voz antigua,
mi no permanecer, ni fugaz sentir, mi antiguo malestar
caído de la duda.
( Memoria de los Espejos, 1983 )
Ascendendo verso l’oblio
Redensi la mia carne, la immolai nel sacro
infuso della poesia
e mi lavai nelle sue acque d’erbe profumate.
Mi liberai nell’odore mitico del linguaggio
che mi possedette nei sogni.
Tutto se ne andrà con me nell’ora inviolabile,
tutto se ne andrà con me, la polvere della luna,
le tue unghie che lacerano il mio fastidio,
l’inviolabile profumo del desiderio.
I cani affamati del linguaggio
hanno lasciato la loro preda abbandonata nel silenzio.
─ Mi duole il linguaggio che agonizza ostinatamente
tra le mie carni ─
Dimenticami
col tuo ricordo mi trascini giù,
mi trattieni
─ Ciò che è perduto non sarà più ritrovato ─
Lasciami nell’età dell’oblio.
Un giorno mi unii a questa carovana violenta
e la distrussi come una gabbia di gorilla
distrussi la nave in cui si arrestò la disperazione,
la incenerii come carne sacra e la sua polvere
mi diede la dimensione del tempo e della morte.
Lasciami nell’età del nulla.
Lasciami ascendere verso l’oblio.
Ascendiendo hacia el olvido
Redimí mi carne, la inmolé en el sagrado
bebedizo de la poesía
y me lavé en sus aguas de yerbas perfumadas.
Me liberté en el mítico olor del lenguaje
que me poseyó en los sueños.
Todo se irá conmigo en la hora inviolable,
todo se irá conmigo, el polvo de la luna,
tus uñas desgarrando mi fastidio,
el olor inviolable del deseo.
Los perros hambrientos del lenguaje
han dejado su presa abandonada en el silencio.
─ Me duele el lenguaje que agoniza tercamente
entre mis carnes ─
Olvídame
con tu recuerdo me desciendes,
me detienes.
─ Lo perdido nunca más será hallado ─
Déjame en la edad del olvido.
Un día me uní a esta violenta caravana
y la destrocé como a una jaula de gorilas,
destrocé la nave en que se detuvo el desespero,
la incineré como carne sagrada y su polvo
me dio la dimensión del tiempo y de la muerte.
Déjame en la edad de la nada.
Déjame ascender hacia el olvido.
( Memoria de los Espejos, 1983 )
Poesia agonizzante
Lasciami agonizzare nel centro della tua carne.
Sottile quasi eterea appaio
come in una seduta spiritica
per far trasparire il mio incubo.
Ho terminato il mio giro, tra vasi purpurei,
ossidando la mia gola, raccogliendo il volo degli uccelli,
esibendo millimetro per millimetro il mio corpo,
dispiegando i miei odori.
Il mio tempo, non misurato da orologi,
scorre umido, untuoso,
a terminare la curva pericolosa.
Nell’antico specchio della mia casa d’argilla
non vedrò più il mio volto tatuato dall’acqua.
Poema agonizante
Déjame agonizar en el centro de tu carne.
Delgada casi etérea aparezco
como en una sesión de espiritistas
para translucir mi pesadilla.
He terminado mi ronda, entre purpúreas vasijas
oxidando mi garganta, recogiendo el vuelo de los pájaros,
exhibiendo milímetro a milímetro mi cuerpo,
desplegando mis olores.
Mi tiempo no medido por relojes
corre húmedo, grasiento
a finalizar la curva peligrosa.
En el antiguo espejo de mi casa de arcilla
ya no veré mi rostro tatuado por el agua.
Giorno
Il sole si impiglia nelle mie ciglia,
e tu assisti al rito quotidiano dell’acqua e dello specchio,
turgido, vaporoso, con il volto scolpito di sogno
e di desiderio,
come se stessi andando a un congresso di dèi azzurrati,
o nel territorio di sperma del poeta.
Il giorno danza compiacente e la tua gola senza suono
come uno specchio magico, offrendo il sì nudo alla mia
domanda.
Tu cerchi instancabile il colore della mia tristezza,
l’acqua mattutina tra le mie dita,
il controllo della luce sul mio corpo,
le ore che si ergono come cavalli musicali.
Io palpo il mio desiderio distesa come un frutto secco
e mi addentro tra i frammenti che
il giorno lascia.
Il sentiero delle cicale scorre, circondato di canti crepuscolari.
Día
El sol se enreda en mis pestañas,
y tú asistes al rito cotidiano del agua y del espejo,
henchido, vaporoso, con tu rostro esculpido de sueño
y de deseo,
como si fueras a un congreso de dioses azulados,
o al territorio de esperma del poeta.
El día danza complaciente y tu garganta sin sonido
como un espejo mágico, brindando el sí desnudo a mí
pregunta.
Tú buscas incansable el color de mi tristeza,
el agua matutina entre mis dedos,
el control de la luz sobre mi cuerpo,
las horas que se yerguen como caballos musicales.
Yo palpo mi deseo tirada como una fruta seca
y me interno entre los fragmentos que va
dejando el día.
La ruta de cigarras fluye circundada de atardecidos cantos.
Spogliata
Dove svegliarsi, in quale istante,
l’immediato duole, brucia,
esplode bruscamente tra le mie sopracciglia.
La ricerca si è perduta,
il tempo è caduto gocciolando dai tuoi occhi
ogni crimine è rimasto statico nelle mie tempie,
io sprofondo in ogni fiore come l’ape
e nessun frutto si profila.
Mi sono spogliata di ogni incontro,
sulla mia spalla si posa l’uccello del silenzio
e a volte, solo a volte, la risata del delirio
viene a perforare le ossa del mio tedio.
Despojada
Dónde despertar, en qué momento,
lo inmediato duele, quema,
explota bruscamente entre mis cejas.
La búsqueda se ha perdido,
el tiempo cayó goteando por tus ojos
todo crimen quedó estático en mis sienes,
yo me hundo en cada flor como la abeja
y ningún fruto se perfila.
Me he despojado de todo encuentro,
sobre mi hombro se posa el pájaro del silencio
y a veces, sólo a veces, la carcajada del delirio,
viene a perforar los huesos de mi hastío.
( Memoria de los Espejos, 1983 )
Poesia per inventare un Dio
Vai e vieni come un delizioso messaggero
inviato dagli dèi
e mi ascolti parlare e parlare
con quella deliziosa curvatura delle tue labbra,
pronto a correggere con armoniosa precisione.
Sfiori la delicata caviglia dell’amore
con l’agilità di un gatto.
Allunghi gli occhi verso i letti purpurei dei sogni
mentre accendi la tua sigaretta quotidiana
come una lucciola che illumina per catturare la notte.
Mi sembra che tu sia posseduto, ormai non parli più,
la tua lingua si è seccata e il tuo sorriso appare
come un piccolo dono avvolto in ali
di sottili farfalle.
Ubriaco più di Bacco fai scivolare i tuoi movimenti
attraverso la mia vita.
Lentamente, abbandonati, siamo una coppia di astri
che esplodono nella dimensione di un letto.
Poema para inventar un Dios
Vas y vienes como delicioso mensajero
enviado por los dioses
y me oyes hablar y hablar
con esa deliciosa curvatura de tus labios,
dispuesto a corregir con armonioso acierto.
Tu rozas el delicado tobillo del amor
con la agilidad de un gato.
Alargas tus ojos hacia los lechos purpúreos de sueños
mientras enciendes tu cotidiano cigarrillo
como una luciérnaga que ilumina para capturar la noche.
Me parece que estás poseído, ya no hablas,
tu lengua se ha secado y tu risa luce
como un pequeño regalo envuelto en alas
de delgadas mariposas.
Ebrio más que Baco deslizas tus movimientos
a través de mi cintura.
Lentamente, abandonados, somos un par de astros
que estallan en la dimensión de un lecho.
A questo triste animale che mi sopporta
A questo triste animale che mi sopporta
fa male il volo del mio spirito,
la sagacia della mia gola
che fugge dal cappio,
la salute scarna dei miei microbi,
il gioco funebre della mia carne.
La raccolta è fatta,
l’orecchio di Van Gogh, per una poesia
d’acqua e di dolore,
un raggio di sole per il mio ombelico.
Tutti mi diedero la parola
piena di forme sottili,
tutti mi diedero il digiuno pieno delle loro bocche,
ora le mie braccia stanche
raccolgono i fiori funerari
sparsi nella mia stanza.
A este triste animal que me soporta
A este triste animal que me soporta
le duele el vuelo de mi espíritu,
la sagacidad de mi garganta
que huye de la soga,
la escueta salud de mis microbios,
el juego lúgubre de mi carne.
La recolecta está hecha,
la oreja de Van Gogh, para un poema
de agua y de dolor,
un rayo de sol para mi ombligo.
Todos me dieron la palabra
plena de sutiles formas,
todos me dieron el ayuno pleno de sus bocas,
ahora, mis brazos fatigados
recogen las flores funerarias
esparcidas en mi alcoba.