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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi Mensili: aprile 2018

IbridaMenti (n° 1 di Roberto R. Corsi)

30 lunedì Apr 2018

Posted by Loredana Semantica in IbridaMenti, LETTERATURA

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Roberto R. Corsi

Ciò che rende speciale il Web è la possibilità di spostarsi da un luogo all’altro con un semplice clic del mouse sfruttando i collegamenti ipertestuali. In questo modo, senza aver ben chiari i meccanismi che regolano le connessioni né tantomeno i percorsi battuti, càpita a volte navigando per il web, di imbattersi in post meritevoli di lettura e attenzione. Tali risorse offrono spunti di riflessione, da fissare per evitare che si smarriscano nei meandri virtuali della rete, da custodire con cura come quando si trova qualcosa di prezioso su cui ci si propone di tornare dopo, con calma, diventano riserve da ammassare contro l’inverno dello spirito, parafrasando la Yourcenar. Queste ci sembrano ottime motivazioni per dare vita a IbridaMenti, un’altra rubrica di Limina che si propone di diffondere e conservare, tramite la condivisione, i post più interessanti di soggettività critiche, collettive, lungimiranti.

“Narciso e Pennadoro”: (aspettando di) risolvere il conflitto psicologico del poeta

articolo tratto da qui

Conduco una vita ritirata per una serie di motivi, il primo dei quali è che non ho un briciolo di autostima sin da ragazzo. Il secondo è che, per il classico schema della profezia che si autoavvera, avere poca o punta autostima sin dalla giovane età mi ha portato a non combattere per affermarmi, dunque… a non affermarmi. Perciò adesso ho ancora meno autostima o energie per le residue sfide. Una frase attribuita a Pessoa lo esprime al meglio: Porto addosso i segni delle battaglie che non ho combattuto.
Per fortuna ho delle reti di protezione (la famiglia; un diamante cucito dentro l’avambraccio per le emergenze… ah no, quello era Redford in un film), ma temo che le maglie di questa rete si stiano deteriorando.
Il terzo motivo è che non mi piace come sto vivendo e quindi, in attesa di poter eventualmente cambiare, non amo propormi all’esterno, parlare di me, rispondere a domande sempre piuttosto ficcanti, talora studiatamente destabilizzanti. Dovrei imparare dalle mie ex l’arte di cambiare discorso, che pratico ancora male.
Il quarto è che non sono stato neppure troppo fortunato, collezionando, quasi tutte le volte che mi sono affacciato timidamente al mondo, una serie di giudizi ed epiteti piuttosto che fiducia nelle mie capacità: apicalmente, «pagliaccio», «omuncolo», «impostore», «impotente ingannatore», incapace di amare ma solo di porre in essere una «pallida imitazione» di amore. Non tutti, peraltro, avevano torto. Mi sarebbe servita una keynesiana iniezione propulsiva trivalente di affetto, amore e sesso sconsiderato, soprattutto in età liceale.
Ma il fato così non volle.


Detto questo, non voglio ammorbarvi oltre con le mie disgrazie. Questo cappello introduttivo rientrerà in gioco più tardi. Ora mi serve soltanto per spiegare che il mio atteggiamento ritirato ed elusivo si riflette anche sulla mia vita di (presunto) scrittore.
C’è stato un periodo, diciamo dal 2007 al 2011, in cui credevo nella “gavetta”, inanellando scritture e presentazioni gratuite che, come sagacemente è stato fatto notare, ti portano solo ad avere più richieste per ulteriori collaborazioni gratuite. Forse la remunerazione per quel periodo è stata l’endorfina di “sentirsi vivo, al centro di qualcosa” (autocit.): attestati di stima, invii librari, qualche applauso, qualche presenza nei lanci di stampa. La mia ragazza di allora, nerovestita, geek appetitosa, si sedeva in prima fila e, alla fine, si lasciava presentare con un sorriso ironico come “la moglie del critico”, poi tornavamo a casa e facevamo l’amore. Ma ora (lei non c’è — è “quella dell’incapace di amare” — e) questa sensazione egocentrica è effimera come un gas, non basta più.

Contemporaneamente, infatti, la considerazione verso la mia scrittura non è decollata. Ho rimarginato gli errori di “gioventù”, errori forse segnanti. Ma non ho riscontri editoriali seri. E la gente non mi legge. A volte, manco gratis. Semplicemente, la mia scrittura non è richiesta. A meno che non diventi ancillare, recensendo/mettendosi al servizio di un autore magari ben radicato in rete: e allora il contatore s’impenna coi tag, con i pingback, con i commenti e con i like (che sono sempre e comunque a lei/lui: tu scrivi un saggio su John Doe e il commento standard di chi conosce lui è «Grande John»; raramente «bravo questo studioso del Grande John». Fateci caso: nessun reale engagement, nessuna volontà di andare oltre l’amico e conoscere nuove voci).

Il punto è che ho preso atto e me ne sono tirato fuori, credo di essere coerente. Pubblico ormai quasi solo in rete, realizzo ebook gratuiti per i miei 24 lettori (uno meno di Manzoni, per reverenza).
Ma non cesso di provare amarezza.
E qualche volta mostro una enorme ingenuità, spedendo i miei inediti solo alle grandi case editrici, che non rispondono e probabilmente manco li leggono (una dice di sì, le altre boh). Sì: quelle case editrici lì, quella con lo struzzo, quell’altra col gufetto e così via.

Sogni proibiti (che rimarranno tali)

Questa mossa ad alcuni potrà sembrare perfino arrogante.
Chi si crede di essere questo?
C’è una grande-grande Poeta, ahimè scomparsa un paio di estati fa, che ha scritto una dozzina di libri di poesie di alto livello, ottimamente prefati e pure pregevolmente confezionati.
Bene: con la usuale, fiorentina schiettezza, trattando sul suo sito dei propri libri di ricerca, scriveva: «Premi e riconoscimenti a parte, dirò subito che queste sono le uniche pubblicazioni in volume che non ho pagato». Ergo, per pubblicare tutti quelli di poesia ha pagato.
(Pagato? Fate pagare pure le altissime poete, i vanti cittadini?)
Altre e altri viventi, validi come lei, si arrabattano per una vita con libri, premi e serate, però agli animaletti citati sopra non ci arrivano.
E io, che scrivo con qualità decimale rispetto a costoro, perché dovrei saltare subito all’ultima casella? Chi sono per ribellarmi allo status quo? — penseranno.
Chi sono? Un ingenuo che agisce in base a una considerazione assai capillare delle varie offerte editoriali e, soprattutto, paraeditoriali. Ma pur sempre un ingenuo.


Ingenuità, la mia, che forse è indice di una irrisolta, impossibile, smania di notorietà.
Ma se ho smania di notorietà, perché mi tiro indietro?
Questo è il punto.
C’è un conflitto, e se ne è mirabilmente accorto un amico storico, che ogni tanto — bontà sua — mi usa, sul piano esistenziale, come “ragazza brutta con cui la ragazza bella va a passeggio”… Ma che non manca di ammannirmi benevolmente il suo punto di vista, che in questo caso mi ha aperto la mente. Gli ho chiesto, con apparente leggerezza, come scendere a patti col proprio fallimento come scrittore. Ecco un fermo immagine della nostra chat, con alcune sue parole:

Bersaglio centrato. L’amico opera una dicotomia, ponendo da un lato «narcisismo e ritorno economico», obiettivi che richiedono di essere un «animale da industria culturale» dall’altro una «fuga dal palcoscenico» verso la «intimità del pensiero». In chat seguono esempi macroscopici del suddetto animale industriale, alcuni microesemplari più tristi del quale si possono trovare anche nel piccolo acquario della poesia.
Spicca poi, nell’ultima nuvoletta in basso, il tentativo di risolvere la contraddizione: alla sua radice c’è un bisogno insoddisfatto di accoglimento e di rassicurazione.

Questo tentativo ricostruttivo mi piace e, come ognun vede, coincide apparentemente con la mia storia, con le macerie della mia autostima.
Abbiamo davanti a noi un bivio molto chiaro.
Per inseguire — senza alcuna garanzia di risultato — il successo e il culto della personalità dobbiamo percorrere per forza il sentiero della iper-promozione, del personal branding, della logica di commercio.
Se invece c’interessa un discorso più intimo o, soprattutto, non abbiamo voglia o convinzione nel fare girare la ruota, dobbiamo scegliere una via più introspettiva e lontana dal meccanismo editoriale (che è sempre, non va scordato, un meccanismo imprenditoriale, con le sue ragioni ed esigenze correlate).
Qualunque contraddizione comportamentale, come i miei ingenui invii o il mio malessere, andrebbe indagata nei termini psicanalitici del bisogno primordiale insoddisfatto.

Ciò dovrebbe chiudere il cerchio. Il lettore devoto dovrebbe tornare all’inizio dell’articolo e alla mia simpatica adolescenza stercoraria; io invece dovrei cercare, se non è tardi, di realizzarmi a livello personale e lavorativo. Extrapoetico, insomma. Per avere la forza di mantenere vivo e fluente il mio dilettantismo di scrittura (inteso in senso atecnico-qualitativo, perché in senso tecnico-giuridico quasi ogni poeta è un dilettante) senza sbroccare. Del resto devo ritenermi un privilegiato, perché ho la fortuna di vivere in un’epoca storica in cui è molto semplice, immediato, portare la propria scrittura a conoscenza degli altri mediante internet.


Guido Morselli | img Wikimedia Commons, pubblico domino IT

Ho usato il condizionale: dovrebbe. Perché, man mano che buttavo giù queste righe, sono diventato consapevole che questo mio comportamento letterario schizoide è determinato anche da fattori di distorsione che non si esauriscono nel mio vissuto.
Quello che il mio amico non considera è che, per addivenire a un sano percorso di scrittura che sia avulso dall’industria culturale, con ciò senza uscirne pazzi o in forma non corporale (penso al povero Guido Morselli e alla sua sorte paradigmatica, vitalizio >> insuccesso >> suicidio >> pubblicazione post-mortem), occorre non solo fare i conti con se stessi, ma anche con alcuni “fattori di conflitto” che rendono difficile risolversi nel distacco.

  1. Uno ha una radice sociologica-culturale, ed è il cosiddetto publishing divide: cito ancora Ben Lerner, che, nel suo Odiare la poesia, rileva come la prima domanda che normalmente deve affrontare chi si afferma poeta è «Sei poeta pubblicato?». Ove si sottintende, normalmente, pubblicato in volume cartaceo (quindi molte volte il publishing divide è un digital divideal contrario!).
    La domanda, se posta dal di fuori, avrebbe anche un senso: vorrebbe dire, «Esiste un editore che ha avallato il tuo lavoro?». Il problema è che, con qualche eccezione, i libri di poesia sono in stragrande maggioranza pubblicati col contributo (nominale o in forma di acquisto copie) dell’Autore. E questo ha portato storicamente all’instaurarsi di un business dell’editoria a pagamento: prassi forse non illecita ma che, ex se, non ha a che fare con un giudizio di qualità (o comunque, anche se un editore a pagamento si sforza di fare selezione, all’Autore non sarà mai chiaro del tutto per quale motivo è stato pubblicato).
    Di fronte a questa prassi, molti autori hanno preferito l’autopubblicazione o, semplicemente, il ricorso diffuso a internet. Purtroppo, però, il pregiudizio persiste, declassa questi ultimi e determina in molti di loro, di riflesso, la tentazione di mettere mano al portafogli per essere assunti di diritto alla mistica rosa dei “Poeti PICNIC”® (Pubblicati In Cartaceo, Non Importa Come).
    Bisognerebbe invece fare controinformazione ancora più intensa per smontare questo punto e la sua valenza diffusa. Purtroppo i player della poesia, come si direbbe oggi (non solo autori ed editori ma anche media, portali internet, premi e concorsi letterari con grandi poeti in giuria) non espungono dalla loro considerazione i libri editi con contributo e dunque perpetuano divide e relativo meccanismo di conflitto mentale. La sensazione è di un congegno complesso che si autoalimenta: per usare il gergo satirico di un blog geniale ma fermo: I pagautori di oggi aspirano a diventare gli editeuro di domani.
    Discorso lungo e complesso. Quello che mi interessa evidenziare qui è però unicamente che non risolverò pacificamente il mio distacco finché ci sarà qualcuno che mi nega la qualifica di Poeta oppure mi declassa semplicemente perché non addivengo al meccanismo industriale. La riduzione del conflitto al mio vissuto non tiene conto di questo fattore, che è un fattore essenziale di riconoscimento.
  2. Sul secondo fattore, che forse esaspero, mi soffermo meno. Anche perché è ineludibile. Comporta il fatto che ogni dilettantismo autoimposto (perché è ciò di cui stiamo parlando) è fallace, perché l’essere umano tende a quello che nella storia e sociologia dello sport è chiamato Agonismo programmatico a carattere illimitato.
    Voglio scrivere con sempre maggiore qualità? A questo proponimento dovrà seguire un tempo sempre maggiore dedicato alla scrittura, a scapito del tempo dedicato alla mia fonte di mantenimento, fino a esaurire virtualmente quest’ultimo e dunque dover trarre sostentamento da tempo e attività di scrittura.
    Questo è il processo storico che, nello sport, ha portato dal dilettantismo decoubertiniano al professionismo.
    A meno che non si accetti di contemplare il proprio ristagno, reprimere giocoforza questo istinto, in una società che non remunera praticamente più lo scrittore se non a livelli altissimi, è un atteggiamento razionale ma che ha conseguenze cognitivo-comportamentali pesanti e imprevedibili.

Considerare che la poesia non paga non è sufficiente a saziarci. Saliremo e scenderemo dall’onda dell’autopromozione; ogni tanto ci proclameremo distanti e insensibili al mercato, per poi postare su cento gruppi ogni straccio di recensione internautica, piovuta dal nulla, a qualche nostra poesia; i giorni successivi li passeremo sulle statistiche di accesso; ai loro scarni numeri torneremo al romitaggio, alle gioie del lavoro e della famiglia… fino alla recensione seguente.

L’auspicio, almeno per me stesso, è di risolvere tutti questi conflitti e di ritrovare serenità.

Biografia dell’autore

Roberto R. Corsi (1970) vive tra Firenze e la Versilia. Il suo ultimo libro è “Cinquantaseicozze” (Italic, 2015). Scrive per il portale Perìgeion e dispensa grafomania ed ebook di poesie su vari blog personali e sui social (di solito col nick @rrcorsi).

Il suo sito https://robertocorsi.wordpress.com/

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Prisma lirico 20: Pedro Salinas – Hendrik Chabot – Pieter Bruegel

25 mercoledì Apr 2018

Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

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Nell’ ambito della rubrica Prisma lirico, oggi propongo la poesia di Pedro Salinas e le  opere di Hendrik Chabot e Pieter Bruegel

Hendrik Chabot - Rain (1933)

Hendrik Chabot

I cieli sono uguali
Azzurri, grigi, neri,
si ripetono sopra
l’arancio o la pietra:
guardarli ci avvicina.
Annullano le stelle,
tanto sono lontane
le distanze del mondo.
Se noi vogliamo unirci,
non guardare mai avanti:
tutto pieno di abissi,
di date e di leghe.
Abbandonati e galleggia
sopra il mare o sull’erba,
immobile, il viso al cielo.
Ti sentirai calare
lenta, verso l’alto,
nella vita dell’aria.
E ci incontreremo
oltre le differenze
invincibili, sabbie,
rocce, anni, ormai soli,
nuotatori celesti,
naufraghi dei cieli.

P._brueghel_il_vecchio,_il_paese_della_cuccagna_03

Pieter Bruegel

Poesia di Pedro Salinas da “La voce a te dovuta”, Madrid, 1933

Opere:

Hendrik Chabot, “Rain”, 1933

Pieter Bruegel il Vecchio, “Il paese della cuccagna”, particolare, 1567

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LA SCQUOLA NON E’ ACCUA

22 domenica Apr 2018

Posted by frantoli in Cronache della vita, CULTURA E SOCIETA', SINE LIMINE

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Francesco Tontoli

(foto di Francesco Tontoli)

Sono 40 anni che sono nel mondo della scuola, e faccio parte del Personale Educativo, ho la Funzione Docente, e tutto il “pacchetto di privilegi” (sic!) e di pene di chi bazzica da quelle parti (mi perdonerà Michele Serra di questo linguaggio terra terra?). Per me è un periodo di magra qui su Facebook, non mi sento coinvolto quasi in nulla. Leggo post, faccio cose… (pochissime cose), utilizzo il Mezzo ormai senza l’entusiasmo di una volta nelle discussioni, che sbircio con sempre più sgomento. Sono smarrito, sopraffatto dagli eventi che si affollano e nutrono i profili social che ho di fronte quando siedo davanti a questo schermo. La nausea è forte, gli argomenti spesso durano il tempo di una giornata o due, su episodi che attraversano la cronaca o la politica con la velocità di un meteorite. L’indifferenza si sta impadronendo anche della mia curiosità di comprendere. Il fatalismo del “così è sempre stato” e dell’ “ormai non c’è più nulla da fare” è nell’ordine delle cose della mia giornata.
Eppure l’episodio di Lucca ai danni del prof di Italiano mi ha invogliato a reagire sia pure con i riflessi rallentati e con dubbi, se davvero ne valga la pena di aggiungere il mio mattoncino di opinioni da buttare nel mucchio informe del mondo virtuale.
La scuola italiana è di solito un universo di simulazioni male assortite della vita cosiddetta “vera”. Ci si sta per delle ragioni che i ragazzi fanno fatica a comprendere, e i docenti fanno altrettanta fatica a comunicare. Dall’una e dall’altra parte di questi due schieramenti simulati e strutturati qualche volta i ruoli saltano. E i motivi possono essere diversissimi. Ho in mente decine di colleghi docenti che ho conosciuto nel passato che hanno attraversato momenti terribili, prima di tutto con sé stessi, chiedendosi se erano ancora capaci di potere sostenere l’impatto della gestione di un gruppo di adolescenti attraversati da tempeste ormonali. Spesso il senso di inadeguatezza si impadronisce delle persone , il burn out è malattia diffusa non riconosciuta. Di gente sottoposta a mobbing massiccio è pieno il mondo del lavoro, ma nella scuola le conseguenze possono assumere effetti catastrofici.
La velocità di diffusione di video registrati denuda e scarnifica di significato qualsiasi tentativo di spiegazione o di “giustificazione”. In un video non si può far altro che vedere un povero cristo sgomento e rassegnato, sottoposto ad angherie e a soprusi. Non esiste la possibilità di astrarre dal contesto. L’immagine diventa il documento di una verità crudele e certificata. Un adulto con un ruolo specifico di guida deriso è il segno del fallimento dei modelli di trasmissione dei saperi. Anni fa si contestavano i metodi di questo passaggio di testimone tra generazioni. Stavolta a saltare è il banco tutto. Messo alla berlina è il singolo anello debole, che rappresenta un sistema ritenuto inutile. A scuola, sembrano dire questi ragazzi che filmano loro stessi, le proprie eroiche gesta, ci si va per far casino e poco altro.
Non credo per tutti sia così, ma stavolta c’è di mezzo la prova, non le chiacchiere pedagogiche o le lamentele di categoria. Stavolta il mezzo ha soppiantato qualsiasi analisi e decontestualizzazione mobilitando lo sdegno, che credo durerà qualche settimana in più del solito. Il mezzo sappiamo quale è, ce l’abbiamo tra le mani molte ore al giorno. La responsabilità è di tutti avendone fatto un feticcio da esibire nelle sue possibilità di mostrare spezzoni di vita squallida e di realtà sovradimensionata. Sappiamo da tempo che chiunque di noi forte o debole che sia può essere sottoposto a un crudele giudizio collettivo con sentenza immediata dei suoi presunti pregi e difetti messi all’asta. Non discuto i torti criminali di questi ragazzi che meritano tutto il mio biasimo e la mia condanna, ma la possibilità diabolica di ricatto che ha qualsiasi documento sul nostro mondo privato e sul nostro universo pubblico. L’espressione rassegnata del collega vittima dell’aggressione dice tutto (sembrava dicesse “Cosa ci faccio io ancora qui alla mia età?”) su un passato di tentativi di ribellione al lasciar fare, lasciar passare probabilmente da parte della Direzione. Insomma una pena indicibile.

Francesco Tontoli

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Preghiera

22 domenica Apr 2018

Posted by alefanti in SINE LIMINE

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Ho per te oggi le lacrime della paura
per te che hai avuto i giorni della gioia e quelli del dolore
ti sei immerso nella mia domanda – sempre la stessa con parole diverse –
hai camminato al mio fianco, ti sei mostrato nel buio                                                              hai illuminato la mia luce, mai sei mancato alla mia povertà
E oggi ho per te il mio corpo spaventato, perché il cuore ti sa e non teme
Niente da te mi separerà
Passerai ancora sulla mia strada e ancora e ancora
Riconoscerti sarà sempre il premio
L’otre nuovo è pronto, le tue mani l’hanno plasmato
Dentro la paura, dentro il suo vento che solleva la polvere del mondo
mi vieni incontro e mi baci la fronte

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Forma alchemica 22: Clemente Rebora

19 giovedì Apr 2018

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA

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Clemente Rebora

Dall’immagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa –
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono –
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno:
ma deve venire;
verrà, se resisto,
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto:
verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.

Questa lirica di Clemente Rebora non poteva mancare nelle mie “Forme alchemiche”. Non poteva mancare perché ai miei albori da lettrice indefessa di poesia, incontrai questo testo e me ne innamorai, ritenendolo per lungo tempo un modello di perfezione poetica. Io ne percepii il valore al primo incontro, scoprii solo dopo che è considerato unanimemente il capolavoro di Clemente Rebora. La valutazione convergente mia e dei critici ha contribuito al raggiungimento della personale convenzione che solo i grandi scrivono capolavori e solo talvolta, gli altri loro componimenti sono sempre di qualità, ma non raggiungono certi vertici di perfezione che suscitano meraviglia “fra quattro mura/stupefatte di spazio” per citare proprio il testo in commento, che, con felice aggettivazione e originale allocuzione, circoscrive il sommovimento emozionale nell’ambito ristretto delle mura, dunque in uno spazio riservato e personale.
In fondo Forma alchemica esiste proprio per proporre testi poetici che “grondano” incantevole armonia di senso e suono. Se ne conclude che questa poesia sta di diritto in questo luogo a regalare ristoro ai cercatori di bella poesia e a rendere omaggio a Clemente Rebora.
Nella poesia “Dall’immagine tesa” è presente fortemente l’elemento dell’attesa. Un’attesa che nel proseguo assume toni parossistici “di quanto fa morire”, ma che già nel “tesa” del primo verso denuncia la tensione, l’anelito verso il “il suo bisbiglio” spasmodicamente desiderato.
E’ proprio delle anime in cerca di assoluto l’anelito a di sentire la voce di Dio, che poi per taluno si manifesta nella vocazione sacerdotale, per altri in una chiamata spirituale alla pratica laica dei valori cristiani. Per tutti consiste in un’attesa di realizzazione della promessa celeste di una resurrezione in anima e corpo per coloro che abbiano avuto fede dopo la morte nel ricongiungimento a Dio
Sentire la voce di Dio è bisogno manifestato anche da figure note di santi riportate nei anche loro scritti o in scritti che raccontano la loro vita. Solo per citarne alcuni San Francesco, Sant’Agostino, San Giovanni della Croce, quest’ultimo ispiratore di Giuni Russo ne “La sua figura”. Qui di seguito nel video che vale la pena di ascoltare.

Sul grande schermo l’anelito a sentire la voce di Dio è approdato ad esempio con la garbata parodia di conversazioni tra Dio e parroco del piccolo paese della Bassa Padana presenti dell’opera di Guareschi, nella quale un geniale Fernandel-Don Camillo dialoga con il Crocifisso parlante.

Indimenticabile lo struggente film Marcellino pane e vino, dove un bambino delizioso dalla guance paffute e profondi occhi neri, orfano di genitori, adottato dai frati di un Convento, parla con Cristo e gli offre pane e vino per poi in finale ricongiungersi a lui ed alla madre nel passaggio a miglior vita. Metaforicamente il film offre la chiave di lettura di un possibile dialogo con Dio solo attraverso l’abbandono, la fiducia, la semplicità proprie dell’animo di un bambino.

Tornando al testo ed alla sua composizione credo mai nessuno ebbe la felice idea di scrivere di un campanello che “impercettibile spande/ un polline di suono”, espressione nella quale si fondono i sensi visivo, tattile e l’odorato. Nessun campanello e fiore hanno ispirato l’associazione fino al sopraggiungere dell’invenzione di Rebora, sensibile a tanto concerto sinestetico. L’imminenza di questo arrivo è l’aspetto dinamico di questa attesa, l’assoluto che muove verso lo spirito che, di suo, con ansia, lo attende. L’attesa è l’aspetto statico della ricerca di un io profondo che invoca l’assoluto, consapevole che non è dato di percepirlo se non in quanto quello intenda rivelarsi.
Rebora sa che deve vegliare perché l’arrivo sarà improvviso, l’incontro non programmabile, che l’attesa può essere questione di un’intera vita e protrarsi nel tempo fino alla fine del proprio tempo. Chiaro qui il richiamo alla parabola evangelica delle dieci vergini. Cinque di esse previdentemente, uscendo per andare incontro allo sposo, si munirono dell’olio per le lampade, le altre cinque, rimaste senza olio, andarono a procurarsene. Quando arrivò lo sposo,  queste ultime non erano pronte e rimasero fuori dalla sua casa. La parabola rammenta di vegliare perché non si conosce il giorno e l’ora dell’appuntamento con l’oltre.
In questo senso l’attesa del divino si confonde con l’attesa dell’ exitus,  ch’è annullamento dell’essere per la rinascita a nuova esistenza.
E’ da rimarcare l’uso per ben tre volte nel testo poetico dell’espressione “non aspetto nessuno” . La frase vuole essere forse una dichiarazione che non è una persona che si attende, oppure che Colui che che si attende forse non dovrebbe nemmeno essere atteso, essendo in ogni cosa che è, o ancora che non si attende Lui, bensì una qualunque manifestazione del suo pensiero, presenza, volere, quell’impercettibile bisbiglio che può dare senso all’intera esistenza. E’ da rimarcare il refrain perché ad una prima lettura non si avverte, esso s’inserisce così armonicamente nella composizione che nemmeno si percepisce la ripetizione.
Desidero chiudere il commento a questo testo citando quattro versi che intercettando le aspirazioni di tutti gli uomini che perciò potremmo ben dire universali: verrà a farmi certo/ del suo e mio tesoro,/ verrà come ristoro/ delle mie e sue pene,
E’ anelito condiviso trovare quel tesoro che renda felici, che sia ristoro alle pene. Dolore e senso di pena o mancanza o insufficienza sono manifestazioni diverse inevitabilmente connesse all’essenza umana. Nessuno può mai prescindere dallo sperimentare nel suo percorso vitale tali avversità. Ecco perché trovare quanto dà ristoro e pienezza allo spirito è ricerca che accomuna. Certo cambiano le modalità, alcuni seguono percorsi autolesionisti, altri nascondono la testa sotto la sabbia, ma i più tentano la risposta che oltrepassi la fisicità per credere in un oltre, nell’assoluto, nella divinità. Coltivano la speranza di un’esistenza metafisica che sia premio ed approdo.
Questo il percorso di Rebora, che, avviato ad insegnamenti laici, alla strada della letteratura e dell’insegnamento, si rivolgerà ad un certo punto della sua esistenza alla vocazione sacerdotale, la dedizione alla poesia intrecciandosi con la sua vita d’operosità religiosa. La poesia “Dell’immagine tesa” è tratta dalla raccolta di Clemente Rebora “Canti anonimi”, pubblicata nel 1922.

 Loredana Semantica

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io DALÍ

16 lunedì Apr 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti d'arte, ARTI, Mostre e segnalazioni

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Salvador Dalí

Un grande viaggio nella mente di uno dei più geniali artisti del XX secolo.

Dal 1 marzo al 10 giugno 2018 al PAN, Palazzo delle Arti di Napoli

“Non c’è nessuno al mondo che non riconosca che ho una grandissima importanza. […]  Io ho intrattenuto il pubblico per quarant’anni, senza interruzione, in una società mostruosamente cinica e ingenuamente incosciente che gioca il gioco della serietà per nascondere meglio la sua follia. […] rimarrò un genio integrale del mio tempo. E la pittura, la scrittura e tutto il resto sono arti infinitesimali del mio enorme talento.”

Salvador Dalí è uno degli artisti più noti e complessi del XX secolo, un creatore nel senso più ampio del termine, una figura poliedrica, che  ha saputo diversificare la propria attività: è stato infatti pittore, scrittore, illustratore, disegnatore, scultore, pensatore, designer, scenografo, costumista, creatore di gioielli, cineasta e sceneggiatore. Consapevole dell’importanza della cultura di massa, è un artista che si cimenta in tutti gli ambiti della creazione, compresi i più innovativi quali le installazioni e le performance. Costruisce il suo personaggio e lo fa in maniera sistematica e programmatica, con il desiderio di influenzare la società. Il mito di Dalí continua a crescere senza sosta. Dalle immagini più iconiche, come i celebri orologi molli, fino al suo rapporto con la cultura di massa o il suo repertorio artistico, tutto affascina il pubblico. Lo spettatore odierno è stregato e attratto dal genio poliedrico.

La mostra “Io Dalí” al PAN|Palazzo delle Arti di Napoli, dal 1 marzo al 10 giugno 2018 passa in rassegna, attraverso dipinti, disegni, video, fotografie e riviste, il modo in cui il pittore è stato capace di creare il proprio personaggio rendendo opera d’arte ogni suo gesto, indaga e rivela l’immaginario di Salvador Dalí, portando i visitatori nella Vita segreta dell’uomo e dell’artista. La mostra, fortemente voluta dal Comune di Napoli – Assessorato alla Cultura e al Turismo, con la Fundació Gala-Salvador Dalí e co-organizzata con C.O.R. Creare Organizzare Realizzare, è curata da Laura Bartolomé e Lucia Moni per la Fundació Gala-Salvador Dalí e da Francesca Villanti, direttore scientifico di C.O.R. Creare Organizzare Realizzare, con la consulenza scientifica di Montse Aguer, direttrice dei Musei Dalí e di Rosa Maria Maurell.

Coniugando ultime ricerche scientifiche e immaginazione, Dalí rappresenta temi centrali ed eterni nella storia dell’arte. Nel suo trattato di pittura 50 segreti magici per dipingere, si sofferma sul carattere quasi divino dell’artista. La sua iconografia ha segnato l’immaginario collettivo del XX secolo e rappresenta il concetto di opera d’arte totale, frutto della fusione di opera e personaggio, di vita pubblica e privata. La sua opera è intrisa di tecnica, immaginazione portentosa, profonda conoscenza dell’arte e del mestiere, innovazione costante, enigma, bellezza. L’artista pianifica coscientemente le proprie apparizioni pubbliche per ottenere grande risonanza mediatica e allo stesso tempo dedicare la vita all’Arte lavorando fino a quattordici ore al giorno. La sua autobiografia Vita segreta di Salvador Dalí costituisce un mirabile esempio di creazione letteraria in cui si alternano i ricordi veri e quelli falsi.  Fin dall’infanzia Dalí aspira a essere un genio. Quell’infanzia segnata, già prima della sua nascita, dal peso opprimente di dover sostituire il primo Salvador Dalí, morto nove mesi e dieci giorni prima che lui nascesse. Salvador sentirà per tutta la vita il bisogno di distinguersi dal fratello superandolo. La continua competizione con la figura del fratello scomparso di cui i genitori non smisero mai di parlare come “genio”, lo portarono a sviluppare un ego smisurato per non soccombere.  È un Dalí ancora adolescente quello che fra il 1919 e il 1920 scrive nei suoi diari di gioventù: “sarò un genio e il mondo intero mi ammirerà. Magari sarò disprezzato e incompreso, ma sarò un genio, un grande genio, ne sono sicuro”. Nel 1961 alla Biennale di Venezia, interrogato da un giornalista su cosa fosse il Surrealismo, pronunciò la famosa frase “il Surrealismo sono io”, tanto che Breton coniò per lui il sarcastico soprannome Avida Dollars, significativo anagramma del suo nome.  Dalí fece della sua stessa vita un capolavoro.  Il suo aspetto, i suoi comportamenti bizzarri, il carattere eccessivo lo elevano da semplice artefice di straordinari dipinti a personaggio mitico. Salvador Dalí, scenografo del teatro del quotidiano porta in scena l’inaudito, mettendo a frutto la sua vocazione per l’esibizionismo, il suo gusto della provocazione alimenta l’attenzione di un pubblico affamato di eccentricità.

Riproduzione degli abiti disegnati da Salvador Dalì per il ballo in maschera ospitato da Charles de Beistegui a Venezia nel 1951.

È il primo a intuire l’enorme rilievo dei media, la straordinaria opportunità che gli possono offrire di sviluppare un numero quasi infinito delle figure del suo immaginario, gli promettono quello status di celebrità iconica che era per lui così importante.

Tra il 1937 e il 1942, ormai consacrato come uno dei più grandi esponenti del surrealismo, Dalí intraprende una collaborazione con il tedesco Eric Schaal, uno dei più acclamati fotografi del momento. L’unica ambizione di Dalí è stupire, sorprendere, spingersi oltre ogni limite, essere riconosciuto, adorato, acclamato, consapevole che quello che offre allo spettatore è solo uno dei tanti Io.

Il destinatario dell’opera daliniana è la mente dello spettatore. La sua ricerca si concretizzerà nella sua ultima grande opera, il Teatro-Museo Dalí, un teatro della memoria, un grande oggetto surrealista che celebra la sua persona e la sua opera. Se visitiamo il museo con la dovuta attenzione, vi scorgeremo un omaggio dell’artista alla storia dell’arte e alla pittura, il creatore stesso non è che un’altra delle sue opere, necessaria per comprenderne tutto l’universo e l’immaginario.

Deborah Mega

 

 

 

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Tempi

15 domenica Apr 2018

Posted by alefanti in SINE LIMINE

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In questo tempo che mi è stato dato
(in questo tempo che forse non esiste)
il mondo si ricrea e non è nato
Tra le mie braccia che sono come rami
(lente si snodano e fanno spazio ai nidi
senza stanchezza che possa dire no)
tutto è già detto eppure aspetta un suono
che nuovo ci riveli lo stupore
distenda quindi una tovaglia ingombra
dei doni per un pranzo in mezzo al verde
In questo tempo che mi è stato dato
riposa l’esistente e non si agita
non c’è un cammino da portare a termine
non c’è ricchezza che vada conquistata
eterni ci consuma riso e pianto
e ricomincia il vento dentro il fiato
ogni mattina quando apriamo gli occhi
(durante il sogno è l’ora del mistero)

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uNa PoESia A cAsO: Jack Kerouac

12 giovedì Apr 2018

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, uNa PoESia A cAsO

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Jack Kerouac

47° Coro

I bambini nati urlando
in questa città
sono miserevoli esempi
di quel che accade
ovunque.

Essere pazzo
è l’ultimo dei miei crucci.

Ora il sole va giù
nella vecchia San Fran
le colline sono un velo
di nebbia pomeridiana
passano curvi e rinsecchiti
i Greci per la Burroughs
i cappelli di feltro grigio
costosamente perla
coprono teste ossute di dolore.

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PUNTI DI VISTA 8: Il Cristo morto

09 lunedì Apr 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti d'arte, ARTI, Punti di vista

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Andrea Mantegna, Deborah Mega, Il Cristo morto

In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere
monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica, recuperando alcune reminiscenze scolastiche, è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente.

Oggi analizziamo il Cristo morto di Andrea Mantegna.

Il dipinto, di dimensioni 68 x 81 cm, è stato realizzato tra il 1475 e il 1478 ed è custodito a Milano nella Pinacoteca di Brera.

Andrea Mantegna nasce nel 1431. Nel 1442 è a Padova nella bottega dello Squarcione. Diviene poi pittore di corte presso i Gonzaga a Mantova già nel 1460 dove, oltre ad occuparsi di scenografie per il teatro, tombe, arazzi, che fanno emergere una profonda conoscenza del mondo classico, affresca dal 1465 al 1474 la famosissima Camera degli Sposi, presso il Palazzo Ducale di  Mantova. Un “Cristo in scurto” (“scorcio”) è citato tra le opere rimaste nella bottega di Mantegna dopo la sua morte nel 1506. Poco dopo il dipinto veniva acquistato dal cardinale Sigismondo Gonzaga, nel 1507. Non è chiaro se il dipinto fosse un originale o una copia e se si tratti della stessa opera oggi esposta. Alcuni studiosi sono arrivati alla conclusione che con molta probabilità le versioni del Cristo morto fossero due. Successivamente viene elencato infatti tra i quadri di Pietro Aldobrandini provenienti dalle collezioni estensi mentre un secondo quadro è inventariato nel 1627  tra i quadri del duca Ferdinando Gonzaga. La tela compare anche tra i beni venduti nel 1628 a Carlo I d’Inghilterra, sarebbe poi passata al mercato antiquario ed alla raccolta del cardinale Mazzarino. Nel 1806 il segretario dell’Accademia di Brera, Giuseppe Bossi, scriveva ad Antonio Canova affinchè mediasse per l’acquisto del suo “desiderato Mantegna”, che arrivò in Pinacoteca nel 1824.

Una seconda versione del Cristo morto è conosciuta in una collezione privata di New York appartenente a Glenn Head , ma la maggior parte degli studiosi la ritiene una modesta copia tardo-cinquecentesca, in cui però non sono rappresentati i “dolenti”, secondo alcuni, un’aggiunta successiva dell’autore. L’iconografia di riferimento è quella del compianto sul Cristo morto, che prevedeva la presenza dei dolenti riuniti attorno al corpo che veniva preparato per la sepoltura.  La presenza del vasetto degli unguenti in alto a destra dimostra che il Cristo è già stato cosparso di profumi. Mantegna strutturò la composizione in modo tale da produrre un forte impatto emotivo, con i piedi di Cristo ben visibili dallo spettatore; lo scorcio prospettico e l’utilizzo della tela rappresentano un’innovazione per l’epoca.  Eppure l’artista non segue alla perfezione le regole della prospettiva: i piedi sarebbero apparsi in primo piano rispetto al resto del corpo quindi vengono rappresentati più piccoli così come le gambe.  Le braccia invece sembrano eccessivamente lunghe e il torace molto largo rispetto al resto della figura. A sinistra, si trovano tre figure dolenti: la Vergine Maria che si asciuga le lacrime con un fazzoletto, san Giovanni che tiene le mani unite e, in ombra sullo sfondo Maria Maddalena. L’ambiente è poco rappresentato, a destra si vede un tratto di pavimento e un’apertura che introduce in una stanza buia.

Il forte contrasto di luce e ombra origina un profondo senso di pathos, così come le ferite ostentatamente presentate in primo piano, i fori nelle mani e nei piedi o le espressioni dei volti. Mantegna vuol dare vita ad una composizione quanto più realistica possibile, oltre alle ferite sulle mani e sui piedi di Cristo, è da notare la lacrima sul viso della Vergine Maria oppure il drappo che ricopre il corpo del Cristo. È arrotolato attorno alla sua vita in modo così stretto da mettere in risalto le forme del suo corpo. Infine va notato che la testa e il collo sembrano staccati dal resto del corpo. Alcuni studiosi ci hanno visto un significato “nascosto” che potrebbe simboleggiare la doppia natura di Cristo, quella divina e quella umana. In questo momento Cristo sarebbe contemporaneamente vivo e morto: vivo perché è figlio di Dio, morto perché la sua esistenza terrena si è conclusa.

Deborah Mega

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Canto presente 32: Iole Toini

05 giovedì Apr 2018

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA

≈ 2 commenti

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Iole Toini, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

IOLE TOINI

Giallo e pastore

Lo abbiamo incontrato dove il sentiero si apriva,
l’uomo delle pecore ci ha detto “è uguale”
potevamo passare davanti alla sua cascina
o prendere l’altro appena sotto,
“portano tutti e due dalla stessa parte”.

Poi  ci ha raggiunto più in alto.
Stavamo raccogliendo tarassaco per farne miele.
Ci ha salutato come ritrovasse vecchi amici;
ci ha chiesto cosa ne facevamo di quei fiori così
ovvi per il prato, speciali per noi che avevamo
quel dolore nel petto. “Il miele” ho risposto
“e come si fa poi questo miele…?”
era una cosa che proprio lui non sapeva, ha detto.

Intanto gli alberi ingrandivano il pensiero
che credeva alle parole dell’erba e delle pietre,
dicevano “senti?, lo senti quanto è
poco ciò che vedi?
”… e una folla di sangue si accalcava
verso l’altro posto.
Per quanto cuore cercassi, non ne avevo abbastanza
per tutto quel blu, per i prati, le foglie
e rami e rovi e girandole di bene
mi fischiavano nel petto come frecce.

Il sole cadeva dalla cima di cose altissime
e cadeva dalla croce del petto del pastore,
gialla come il tarassaco e lui era vero
bene che potevo vedere così
di terra e odore di pecora
che mi faceva gran male il cuore.

Scendendo a valle di nuovo ci siamo salutati ormai amici.
Piovigginava; aveva la gerla a spalle;
le pecore sono scappate come ragazzette,
“… fanno così …non sono abituate a vedere gente …”.
Gli ho chiesto se potevo scattare una foto,
lui ha alzato lo spalle e si è girato verso le pecore.
“Pensavo che la facevi a loro …”,  “a te”, ho risposto,
ha sorriso con la sua bocca sdentata e si è messo in posa.
Poi ha alzato il braccio in segno di saluto, è corso dalle sue pecore.

Ciao pastore, ciao.

 

*

 

8 dicembre

Mio padre cammina davanti a me.
Piove, l’acqua gli gocciola sulla giacca. Nell’atrio se la scrolla.
Poca gente. È l’Immacolata e i parenti sono a casa,
i piedi allungati al divano. Spenti, ciechi, morti. I corridoi
degli ospedali sono immensi. Hanno passi di colpe antiche.

“Che corridoi!”, fa mio padre con l’ingenuità che
riconosce potenza allo spazio. Una donna in vestaglia
ci spia dall’angolo della sua camera.

L’azzurro dei muri sfila come una diapositiva.

Mia madre ci viene incontro; sembra felice.
Mi abbraccia e mi bacia.
Due giorni che è qui e tutto il male si è sciolto
sotto i piedi, la paura sturata via dal midollo.

Reparto psichiatria.
Quattro letti in una stanza.
Niente cucchiaini dentro al bicchiere del te, niente
maniglie alle finestre, cinture nelle vestaglie.
Cotone che vola.

Nel letto di fianco dorme una ragazza.
Ha il viso macchiato di acne.
“Non vuole andare a casa…”, sussurra mia madre,
“È straniera…” , “…una rumena…”
Ed  è come dicesse una puttana.

Di fronte, un’altra donna. Leggera. Bianca.
Si muove fra la stanza e il bagno.
La tristezza le scende dai capelli.
“E’ la terza volta che la ricoverano… “
“… a casa ha un uomo… ““… che la picchia… “
“… ma torna da lui ogni volta…” .

Guardo a terra come cercassi oro.
Mia madre sorride, si aggiusta le lenzuola.
Mio padre schiarisce la voce, le chiede delle sue cure.
Lei non è malata nella testa, dice, non è “tocca”, e ride
mentre si picchetta le tempie, ride come uno scoiattolo.

La guardo; penso che il suo male si è perso dietro il ventricolo destro,
dopo il ventricolo sinistro, più in là.

Dal corridoio arrivano grida.
“Fa sempre così….” , mia madre si agita nel letto,
“..io non l’ho mai visto…”
si guarda intorno, sembra parlare a qualcuno, da qualche parte, lontano
“… lo legano al letto… lo sedano …”
prende una caramella dal cassetto.
La succhia con gusto.
“Ma in fondo qui è meglio che in altri reparti…”.

 

*

 

La sposa turca (*)

 

Non vistosa, nera, leggera,
sorrideva, tirava di coca con lui
turco sposato per caso, Cahit,
una gabbia malata d’amore della sua gabbia
turco tedesco di Istanbul e Sibel
sua moglie per caso la notte ballava si faceva
scopare per andare lontano
dai suoi fino a che lui                       la vede
uccide l’uomo che lei vuole
entra in galera lei si taglia le vene il film si mangia lo schermo entra lo stomaco
quel fatto che niente ha direzione se non la disgregazione

la lotta: restare.

Sibel non è bella
Cahit è alcolizzato
tira di naso e scopa e sputa
si muove come una tigre
ti mangia via gli occhi
fa entrare il suo cuore

mi innamoro di Sibel
di quella dolcezza terrificante
che mette gli occhiali ma nuda
è la pura belva d’amore

e poi finisce.
è così.

(*) liberamente ispirato dall’omonimo film

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Versi trasversali: Adua Biagioli Spadi

02 lunedì Apr 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

≈ 1 Commento

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Adua Biagioli Spadi

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ADUA BIAGIOLI SPADI

***

Sempre la fragilità si dirige sommessa alla deriva

nello slaccio d’abbandono del sentire,

è la lacrima a cogliere la perfetta stanza

della noncuranza,

incauto nascondiglio della goccia

il passaggio della scesa,

là dove l’arrestarsi precede il dardo, la caduta

l’affidarsi estremo, disorientato abbraccio.

***

Ci vogliamo esatti

se siamo un connubio di ortiche

sfiorati negli angoli e punti

consapevoli del tedio

sulle mani nessuno ci coglie più.

Non siamo i fiori del gelsomino garbato

allungati per necessità ci rinnova l’acqua battesimale

eppure

siamo riflessi felici delle felci,

così fa il tempo con le nostre mancanze

offre ancora motivi per farci riconoscere.

***

Mi lascio sfogliare da un flusso smisurato,

sono le betulle fuori operanti e timide

a contare le strette di mano e i fallimenti,

sirene inabissate tormentano l’infinito

sei tu il rigo informe dell’acqua dove affollano i versi

quei lontani orizzonti di fluidi e materie,

lo sconfinarsi umano della possibilità.

***

Strilla il campo al canto dell’usignolo

quando lascia impronte sulle terre fresche

annotta a Est la danza delle barche

quando lo stormo dei susini saluta le nostre ciglia

bianche sono l’aria le tue mani e il giglio di Ophelia

svela il sogno seducente delle perle,

è troppo blu lo scarto fra le dighe al vento

quando ci si lascia così senza una parola buona,

la città è perduta forse

ma non per chi si ama per sempre.

***

Perdersi non più,

ti cercherò altrove

oltre il tempo di un sovvertito spazio

di improbabili equilibri.

Il divenire è evoluzione,

meta umana della genesi.

***

Gli occhiali si sono plasmati al naso

annegati  nell’impulso del gesto rarefatto

lentamente

non ce ne siamo accorte mai e ora siamo tornate fragili

siamo passate per la semioscurità delle stanze aperte ai mari grandi

ingoiati dai delfini, navi senza àncora.

Mi lascerai il mistero del mondo, di questo ne ho coscienza

un pulito labirinto nell’ultimo cerchio indistinto.

Quando sarò infine io quel buio, ti cercherò incisa nel sangue.

***

Gli incontri sono avventi afferrati in volo

sguardi-luce tenuti stretti in un carpe diem,

eppure a volte

sulle nostre verità si allungano i capelli delle ombre.

Non saprò più niente delle strade oltre i cancelli

degli scatti in bianco e in nero dei tuoi viaggi

degli occhi miopi,

il tempo ci disarma, ha la forza dell’unire e del dividere

porta via il pensiero e lascia quieti

memoria dimenticata, digiuni eppure senza fame.

Testi tratti da Il tratto dell’estensione, La Vita Felice.

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Pasqua ventosa

01 domenica Apr 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie

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Andrea Zanzotto

La Crocifissione bianca di Marc Chagall

Pasqua ventosa che sali ai crocifissi
con tutto il tuo pallore disperato,
dov’è il crudo preludio del sole?
E la rosa la vaga profezia?
Dagli orti di marmo
ecco l’agnello flagellato
a brucare scarsa primavera
e illumina i mali dei morti
pasqua ventosa che i mali fa più acuti

E se è vero che oppresso mi composero
a questo tempo vuoto
per l’esaltazione del domani,
ho tanto desiderato
questa ghirlanda di vento e di sale
queste pendici che lenirono
il mio corpo ferita di cristallo;
ho consumato purissimo pane

Discrete febbri screpolano la luce
di tutte le pendici della pasqua,
svenano il vino gelido dell’odio;
è mia questa inquieta
Gerusalemme di residue nevi,
il belletto s’accumula nelle
stanze nelle gabbie spalancate
dove grandi uccelli covarono
colori d’uova e di rosei regali,
e il cielo e il mondo è l’indegno sacrario
dei propri lievi silenzi.

Crocifissa ai raggi ultimi è l’ombra
le bocche non sono che sangue
i cuori non sono che neve
le mani sono immagini
inferme della sera
che miti vittime cela nel seno.

Andrea Zanzotto

 

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