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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi Mensili: giugno 2022

Una vita in scrittura: Antonio Fiori

08 mercoledì Giu 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

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Tag

Antonio Fiori, Una vita in scrittura

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto ad Antonio Fiori che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Antonio.

Antonio Fiori, vita e scrittura

La mia vita in scrittura, lo posso oggi affermare con certezza, nasce da traumi profondi che m’hanno sconvolto nei primi anni novanta. L’ultimo di essi, particolarmente subdolo e indecifrabile, era rintanato nell’inconscio dai primi mesi del novantatrè (lo capirò solo alcuni anni dopo): si trattò di una vera e propria mutazione genetica di ruolo lavorativo, intervenuta quando, pur tenuto ad applicare le stesse leggi, passai dalla funzione di controllore a quella di controllato, ovvero da funzionario ministeriale a responsabile fiscale di una società finanziaria. L’organismo reagì chiedendo disperatamente un aiuto, che però non sapevo come dargli. Seguirono due anni durissimi, finché un giorno, passando davanti a un’edicola, scoprii il farmaco di cui avevo bisogno: vidi infatti (o è il caso di dire – mi apparve?) il mensile Poesia, di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza. Avevo insomma scoperto che per guarire dovevo incontrare la poesia. Grazie al nuovo nutrimento, iniziai ad elaborare il trauma e verso la fine degli anni novanta mi ritrovai a scrivere anche i miei
primi versi. Devo però subito dire che senza l’incontro del 1996 con Angelo Mundula, poeta e critico eccelso, la poesia sarebbe rimasta solo una lettura terapeutica e non avrebbe avuto il coraggio di assumere forma scritta. Quella scrittura divenne invece, pian piano, la mia ‘dose’ quotidiana (intitolai proprio ‘La quotidiana dose’, una delle prime raccolte, edita da Lietocolle nel 2006).
Come accennavo, devo molto ai consigli e all’amicizia di Angelo Mundula, ma devo anche riconoscenza ai primi blog letterari in cui fui ospite o redattore: Via delle belle donne (fondato da Antonella Pizzo), Oboe sommerso (di Roberto Ceccarini), La poesia e lo spirito (fondato da Fabrizio Centofanti), luoghi di confronto culturale e occasioni per sperimentare le prime forme di recensione. In quel periodo, un riconoscimento importante arrivò nel 2004, con il Premio Montale Europa per la silloge inedita.
L’esperienza più significativa della mia scrittura è però abbastanza recente: nel 2019, a estate ormai iniziata, venne rimandato a settembre un appuntamento importante e mi ritrovai inaspettatamente ‘libero’ per un paio di mesi. Decisi allora di cimentarmi in un lavoro borgesiano, ovvero quello di ideare e antologizzare dodici poeti uniti solo da un sogno. Nacquero allora cinque donne e sette uomini, vissuti in epoche e nazioni diverse, che non potevano certo immaginare di aver fatto tutti il medesimo misterioso sogno (qualcuno appariva al sognatore e si rivolgeva a lui in una lingua non solo incomprensibile ma addirittura inesistente). Scrissi così i loro profili biografici e le relative poesie. È stata un’esperienza metaletteraria davvero unica, emozionante e irripetibile, chiusa da una postfazione che si è poi rivelata fondamentale. Il libro, col titolo ‘I Poeti del sogno Piccola antologia’, è uscito nel 2020 per l’editore Inschibboleth, nella collana ‘Margini’ diretta da Filippo La Porta, ed ha avuto un discreto successo di critica e di pubblico (recensito da Mario Baudino su La Stampa, Massimo Onofri su Avvenire, Silvia Rosa su Il manifesto, Giorgio Linguaglossa su Il Mangiaparole, Riccardo Deiana su L’Indice dei libri del mese) nell’ottobre del 2020 il libro è stato votato nella ‘Classifica di qualità’ dell’Indiscreto e nel2022 è stato uno dei dodici libri di letteratura italiana contemporanea scelti per l’annuale seminario di approfondimento della cattedra di Letteratura italiana dell’Università di Liegi, diretta da Prof. Luciano Curreri.
Per me la poesia è in realtà diventata sempre più l’occasione per incontrare persone vere, poeti – innanzitutto – ma anche lettori e scrittori tutt’altro che immaginari. Sono stato per dodici anni giurato del Premio Internazionale Città di Sassari ed ora, finalmente libero dal lavoro, collaboro con le riviste on line Atelier poesia e Avamposto poesia, oltre che col quadrimestrale Menabò (Terra d’ulivi editore), luoghi stimolanti, dove ho fatto grandi amicizie e conosciuto tante voci nuove della nostra poesia.

Autointervista di Antonio Fiori su vita e scrittura

Che rapporti ci sono (o ci dovrebbero essere) tra la vita dell’autore e la sua poesia?

La poesia è – e se non è deve essere – parte integrante della vita di chi scrive. La vita insomma deve entrare nella scrittura e la scrittura nella vita. Angelo Mundula, a questo proposito, parlava anzi di necessaria coerenza tra vita e poesia – una fatica titanica, a ben pensarci, la coerenza valoriale di vita e poesia, raggiunta solo da pochi eroici poeti.

Per ogni poeta esiste una e una sola forma di poesia a lui confacente?

La storia della letteratura ci insegna che pagina poetica e pagina narrativa evolvono, quasi sempre, verso un consolidamento, una ‘cifra’ in cui alla fine l’autore si riconosce e, sopratutto, in cui lo riconosce il lettore. Nello stesso poeta possono però convivere – e forse è auspicabile convivano – temi e forme diversi di poesia, seppure a latere di questa ‘cifra’: la poesia civile e quella religiosa, l’epigramma e la prosa poetica, i temi filosofici e la storia familiare, la forma di preghiera e l’invettiva. Sempre che abbiano un senso, una loro verità – anche parziale e momentanea – che le renda capaci di superare il momento contingente di quando furono scritte. Personalmente mi muovo volentieri su una certa varietà di temi (religiosi, filosofici o addirittura esplicitamente scientifici) e di toni (lavorando per esempio sull’ironia); devo però dire che l’uso del verso libero e una certa
epigrammaticità sono ormai una costanza.

A proposito di poesie che devono reggere il tempo, possiamo avere due esempi autoriali, personali?

Dovendo scegliere una poesia degli esordi, che mi sia cara ma abbia anche dignitosamente retto nel tempo, scelgo Apocalisse (da ‘Almeno ogni tanto’, 1998, poi ripubblicata ne ‘La quotidiana dose’, Lietocolle, 2006):

Quando s’adempirà la profezia
e scopriremo l’alba ultima del mondo,
non cesserà quel giorno di profumar la rosa
e non diversamente assumerà la posa
sul ramo della quercia, il corvo.

Dovendo invece scegliere tra le ultime poesie, propongo questa, senza titolo e ancora inedita:

Un desiderio stanco di sentenza
non umana, che dica su ogni vita
ciò ch’è stata e il suo destino eterno
– prego l’assolva, per l’innocenza
del bambino che un giorno siamo stati
e si sia salvi tutti nell’infanzia lontana.

E per concludere, con l’amore in poesia come ce la caviamo?

Propongo Rivederti, da ‘Nel verso ancora da scrivere’, Manni, 2018:

È sempre un’emozione rivederti
perché in te si confondono le amate
– sei unica e plurale, per questo
sei la prima donna singolare.
E meno posso averti, meno speranze
raccolgo ogni mattina, più vederti
è vampa che incendia questo sangue
– luce che illumina le stanze.

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Lucy

07 martedì Giu 2022

Posted by Loredana Semantica in I nostri racconti, LETTERATURA

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colonia, Gambarie, Loredana Semantica, Lucy, Racconti

Dorotea conobbe Lucy nel 1969 alla colonia estiva montana di Gambarie in Aspromonte. Gemma, la mamma di Gisella e Dorotea preparò i bagagli delle figlie in vista della partenza per la Calabria. Gemma aveva cucito per loro freschi completi da viaggio. Comodi bermuda azzurro cielo e camicette a fiori pastello primavera. Il bagaglio era tutto in una sacca di tessuto, secondo le istruzioni. Sulla sacca erano applicate tessere di tessuto bianche, ciascuna con una lettera ricamata sopra in filo rosso, accostate a comporre i rispettivi nomi. Su ogni capo di intimo, asciugamani e magliette erano cucite simili tessere che componevano il numero di matricola assegnato. I numeri erano assegnati nella raccomandata con la quale l’E.N.P.A.S. comunicava ch’era stata accolta la domanda per l’ammissione alla colonia estiva e servivano ad associare l’indumento alla persona titolare di quel numero per non disperdere i capi al momento in cui venivano lavati insieme a quelli degli altri compagni. La partenza avveniva da Piazza Adda in pullman gran turismo. Un cinguettare festante di bambini riempiva l’aria dalla prima mattina. Nel momento in cui i pullman si avviavano, tutti a salutare con la mano, a mandare baci. Qualcuno si commuoveva.
Cominciava la vacanza vera. Già il viaggio era un divertimento. Canti, senso di avventura e libertà, giochi e risate. A Dorotea piaceva affacciarsi al finestrino e sentire l’aria schiaffeggiarle il viso, spettinarle il capelli. Il fiato mozzato dalla forza del vento.
Arrivavano a Gambarie all’imbrunire. Spesso completamente afone per aver speso tutta la voce possibile. L’edificio che le accoglieva era grande, su  tre piani, aveva muri esterni giallo chiaro, elementi in rilievo col color crema e grandi finestre. Un aspetto architettonico indeciso tra un castello e un albergo. Il corpo dove si apriva l’ingresso, con le sue scale semicircolari e gli infissi in legno e vetro, sporgeva sul grandissimo cortile ricoperto di pietrisco.
A destra e a sinistra, come ali, i restanti corpi dell’edificio. Tutto intorno alla costruzione e al cortile alberi. Ai piani superiori le camerate dove i ragazzi sistemavano le proprie cose: un comodino ciascuno, un armadio in comune a gruppi di due o tre. Maschi a sinistra femmine a destra nelle due ali dell’edificio. Rigorosamente separati. Poi c’erano il grande salone mensa, lunghi corridoi, seminterrati con le docce, infermeria, cappella e cucine. In un edificio più piccolo aggregato c’era la lavanderia. Tutti i ragazzi della colonia venivano forniti di una sorta di divisa: una gonnellina di tessuto tipo jeans leggero per le bimbe, pantaloncini per i ragazzi, per entrambi camicia azzurra, un maglione di lana blu, un cappellino modello marinaretto blu. All’interno del cappello, foderato di garza, occorreva scrivere il nome per evitare di perderlo o confonderlo con quello di altri.
All’inizio dei venti giorni di vacanza i bambini venivano controllati nel caso avessero i pidocchi. Era il momento in cui Dorotea aveva la sensazione d’essere un vitello da ingrassare. Uno per uno, dopo l’attesa in fila ordinata, entravano in infermeria, lì erano pesati e misurati in altezza. Un altro controllo veniva fatto a metà della vacanza e l’ultimo prima di tornare a casa.
Gambarie era immersa nei boschi di faggio, larice, abete bianco e di tutta la vegetazione montana dell’Aspromonte, il centro abitato di poche case disposte attorno alla piazza, dove c’erano pochi negozi, tra i quali uno di souvenir dove acquistare le cartoline da mandare ai genitori e parenti.
Anche in piena estate il clima era fresco, la sera occorreva una coperta leggera. La mattina suonava la sveglia alle 7,30. Nei bagni i lavandini erano bianchi ampi e circolari, vasche rotonde di ceramica con un cilindro centrale dal quale sporgevano i rubinetti. Da questi usciva un’acqua fredda da far rabbrividire. L’acqua calda c’era e non c’era, nel senso che prima che arrivasse ai rubinetti percorrendo i tubi, i più avevano già finito la toilette. I gabinetti alla turca erano quanto di più scomodo per i bisogni e inquietante per lo spirito, con quel buco grosso al centro che s’affossava nel nero profondo e finiva chissà dove. La giornata iniziava con tutte le squadre, così come si erano formate all’arrivo, distinte per sesso, schierate in ordine nel cortile per l’alzabandiera e l’inno. Una cosa piuttosto militare, ma che aveva un suo fascino. Composto e suggestivo Dopo, sciolte le righe, sempre sul posto un po’ di ginnastica del buongiorno.
La colazione di pane, burro, marmellata, caffelatte. I pranzi alla mensa erano niente male. A Dorotea piacevano in particolare le sogliole fritte in pastella e il pollo al forno. La cena era meno appetibile, spesso c’era pastina in brodo vegetale, per secondo un bel pezzo di svizzero o qualche fetta di prosciutto, verdure cotte e pane.
Dorotea dunque conobbe Lucy alla colonia estiva, non ricordava il momento preciso dell’incontro, ma nel corso della vacanza si accorse che la preferiva a tutte le altre compagne, non solo per giocare, ma perché sentiva ch’erano della stessa pasta, avevano gli stessi gusti, gradivano gli stessi cibi, gli stessi giochi.
Lucy aveva una sorella più grande Elena. Elena aveva gli stessi colori di pelle, capelli e occhi della sorella minore, un naso affilato, i capelli nella parte più alta aderenti alla testa, ondulati in punta, erano divisi da una riga centrale e sulla fronte tagliati a frangia. Elena era più grande, più alta, aveva già le forme di una donna e, ovviamente, altri interessi, i ragazzi innanzitutto e molti ragazzi s’interessavano a lei.
Lucy aveva anche un fratello Piergiorgio più grande di Lucy e più piccolo di Elena.
Piergiorgio era il ragazzo più corteggiato della colonia. Bruno di pelle e di capelli, un sorriso accattivante, denti bianchissimi, un bel fisico atletico, inoltre gentile, sorridente, disponibile anche con Dorotea.
Dorotea avrebbe potuto interessarsi a Piergiorgio ma per qualche ragione vederlo così desiderato e sentirlo, rispetto a sé, più grande, le faceva pensare che fosse del tutto fuori dalla sua portata. Anzi ancora più profondamente, Dorotea tendeva a stare lontano dai ragazzi. Li trovava strani, diversi. Lucy invece no. Lucy era bellissima. Una pelle ambrata perfetta, liscia compatta senza un difetto, gli occhi grandi verdi, due smeraldi nel viso. I capelli erano una danza di onde bionde. Del colore del sole, delle spighe dorate, accendevano il volto, splendevano di giorno, illuminavano la notte.
La vacanza in colonia scorreva in modo alquanto monotono, la mattina dopo la ginnastica e la colazione, passeggiata tra i boschi nei dintorni, tutti in fila per due ben accosti al bordo strada, alcune giovani maestre erano incaricate della sorveglianza e vigilavano ciascuna sul proprio gruppo composto da venti persone circa. Si cantava per ingannare il tempo durante il cammino, spesso i canti della resistenza oppure “Lo sciatore” o “La macchina del capo”, le preferite dai ragazzi. Sosta in qualche punto spianato e circoscritto per permettere il gioco. Ritorno agli alloggi. Dopo il pranzo e il riposino, altra passeggiata più breve, oppure visita a Gambarie o giochi nel cortile. Occasionalmente i Capigruppo organizzavano una giornata di giochi a squadre, tornei di ruba bandiera, partite di pallone per i maschi, la visione di un film nella sala di proiezione, gare canore nelle quali Lucy mostrava le sue doti perché era intonata e aveva una bella voce. Un giorno le chiesero di cantare il suo cavallo di battaglia, un successo del momento: “Un mondo d’amore” di Gianni Morandi.

C’è un grande prato verde
dove nascono speranze
che si chiamano ragazzi
Quello è il grande prato dell’amore

Uno : non tradirli mai,
han fede in te.
Due : non li deludere,
credono in te.

Tre : non farli piangere,
vivono in te.
Quattro : non li abbandonare,
ti mancheranno.

Quando avrai le mani stanche tutto lascerai,
per le cose belle
ti ringrazieranno,
soffriranno per li errori tuoi.

Grande interpretazione. Gli ascoltatori disposti tutt’intorno in cerchio applaudivano.
L’amicizia tra Lucy e Dorotea intanto cresceva, non con episodi particolari, ma nel quotidiano farsi compagna delle giornate di vacanza, per semplice vicinanza. Dorotea tuttavia si era resa conto che l’affiatamento con Lucy rendeva quest’ultima la sua migliore amica. Quando le era vicina si rallegrava, aveva voglia di scherzare, si animava. Sentiva che insieme avrebbero potuto essere una forza, un’alleanza. Nessuno avrebbe potuto spezzare il cerchio magico che le univa. Forte, luminoso, capace di allontanare amichette dispettose, noia, malumori e pericoli. Come i serpenti che abitavano il bosco e potevano saltare su da qualche mucchio di foglie o pietra, come le bacche che non bisognava mangiare perché facevano venire il mal di pancia. Come le macchine che passavano vicine o il burrone oltre il ciglio della strada. Una specie di talismano contro i tanti pericoli dei monti.
Dorotea e Lucy giocando inventavano storie fantastiche dove l’immaginazione galoppava tra fate, cavalieri, draghi da sconfiggere, oppure di ordinaria quotidianità di genitori, figli scuola, cucina. Terra, foglie, pietruzze e fili d’erba erano d’aiuto per preparare le pietanze da impiattare. Con i grani che crescevano sulla pagina superiore della foglia di un arbusto montano fabbricavano bracciali e collane. Queste escrescenze vegetali avevano le dimensioni di un chicco di farro e la particolarità di diventare col tempo legnosi, un canale naturale nel senso della lunghezza li rendeva sostanzialmente cavi, si prestavano perciò ad essere inanellati in collane. Le ragazzine li chiamavano “coralli” e c’era tra loro un fitto scambio di questi “preziosi”.
Verso la fine della vacanza ci fu un colpo di scena. Arrivarono i genitori di Lucy. Erano venuti a trovare i figli, ma visto che mancavano due giorni alla fine della vacanza, avevano deciso di portarli via con loro. Dorotea si dispiacque molto di non poter fare il viaggio di ritorno con Lucy, ma avendo scoperto che proveniva dalla stessa sua città le chiese il numero di telefono e le scrisse il suo su un biglietto, con la promessa reciproca di sentirsi.
La cosa più singolare per tutti però fu vedere piangere Elena, davvero scossa da questa frettolosa partenza. Per intercessione delle vigilanti si ottenne che Elena al di fuori delle regole della colonia si recasse pochi minuti nel dormitorio dei maschi per salutare Marco. Dorotea non conosceva gli intrecci relazionali tra i ragazzi più grandi e non capì il perché di tanta commozione. Cioè non le sembrava possibile che qualcuno potesse affezionarsi così tanto a una persona da giungere alle lacrime.
Pochi giorni dopo il ritorno a casa dalla vacanza Dorotea decise di telefonare a Lucy. Dapprima al numero che Lucy le aveva dato non rispondevano affatto. Lucy pensò ci fosse un errore e volle controllare sull’elenco telefonico, senza esito. Doveva essere un numero segreto. Poi finalmente ad un successivo tentativo qualcuno rispose, era Piergiorgio, ma le disse che Lucy non c’era, un’altra volta rispose Elena, tuttavia Lucy non la richiamava, sebbene Dorotea lasciasse detto di farlo. Provò a chiamare un’altra volta, un’altra ancora, fino a quando sentì con le sue orecchie dall’altro capo del telefono proprio la voce di Lucy dire alla sorella di riferirle che era uscita.
Dorotea capì, o meglio non capì, fu la sorella maggiore Gisella a spiegarle che Lucy non la voleva più per amica. Dorotea continuò a non capire, ma imparò il rifiuto. Continuò a non capire per anni e anni. Si era convinta che Lucy fosse di una famiglia altolocata, che non poteva coltivare amicizie ordinarie. Una specie di contessina o principessa, la figlia di un agente segreto o di un altissimo funzionario.
Ogni tanto, mentre diventava una giovane donna amabile e graziosa e poi madre e poi adulta, mentre invecchiava, ripensava alla vicenda. Continuò a non capire, e nonostante il tempo passasse, non trovò risposte o soluzioni. Non incontrò più Lucy. Come se non vivessero nella stessa città. Gli interrogativi stagnarono nella mente senza risposte. Si chiedeva quale fosse la macchia, la mancanza o l’errore che aveva commesso, cercava un possibile perché, ma si rendeva conto che tutti poi convergevano in una sola domanda, come una spina: in quale universo si fosse disperso, in quale anfratto si fosse nascosto il suo “mondo d’amore”.

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Roberto Crinò, “Verrà ottobre”, Eretica Edizioni, 2021.

06 lunedì Giu 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Roberto Crinò, Verrà ottobre

 

“Verrà Ottobre” è una silloge composta prevalentemente, ma non esclusivamente, da liriche scritte durante i tempi della “distanza pandemica”, che pressoché ovunque si è stati chiamati a vivere e che si continua ad esperire da più di un anno a questa parte, con repentine quanto fugaci variazioni sul tema della quarantena o della chiusura (chiusura per carità e non lockdown!) La silloge raccoglie poesie che sono state scritte dall’autore dall’ottobre del 2019, l’ultimo scorcio quindi di vita ante quam, fino a giungere ai tempi attuali per proiettarsi verso un ipotetico post quam individuato nell’autunno prossimo, e più precisamente nel mese di ottobre 2021. Senza possedere una chiara consapevolezza della reale durata di questa condizione di distanziamento collettivo forzato, che va oltre dei semplici termini di legge, poiché ha e avrà delle ricadute psicologiche e culturali, per chissà quanto tempo ancora, l’autore ha scelto questo titolo nella speranza di un dopo, non troppo lontano, in cui sarà possibile riprendere una vita “normale”, con tutto ciò che, forse o di certo utopisticamente, questo termine in positivo veicola e insieme, come opposto, ad esorcizzare tutto ciò che esso significa in senso negativo, laddove “normale” fa rima con “ordinario”, “abituale”, “convenzionale”. L’autore auspica, sotto certi aspetti, l’inizio di una vita nuova. In tal senso la congiuntura pandemica non deve colmare di sé tutto l’orizzonte esistenziale e insieme compositivo. Non è solo la diffusione di un virus patogeno a diventare occasione di ripensamento, ma questa assume un ruolo paradigmatico, poiché la vita è piena di “occasioni palingenetiche”, le quali per loro stessa natura passano dalle “strettoie” del dubbio, della paura o del timore. E così il mese di ottobre, l’autunno diventano il tempo di una seconda opportunità, una “seconda primavera”, una seconda fioritura, stagione di rinascita consapevole e matura, come appunto sono i frutti autunnali. In fondo anche i colori autunnali hanno una loro precipua e inconfondibile bellezza, tenue, lieve e pacificata.

 

Soffro di umanità

 

Ti ho osservata,

quasi tutta la sera,

gli occhi rivolti verso il basso,

non del tutto aperti

– che peccato, che spettacolo

negato al mondo –

come diretti su te stessa,

le tue profondità,

schermata da un velo

di assenza, di altrove.

Il tuo sorriso

alla mia frase

“soffro di umanità!”

è stato un lampo,

un richiamo,

un immediato riconoscersi

e non è vero,

non andavi

solo in avanti,

ma anche indietro,

ondeggiavi,

come in balìa

di spumosa risacca

in una vita di

coste,

approdi,

partenze,

mancanze.

 

 

Verrà ottobre

 

Verrà ottobre

e sarà fragranza

di tempi lenti

e buoni venti,

la cicala ancora canterà,

mentre gli ulivi,

carichi di antichità,

riveleranno

consapevoli verità.

 

Verrà ottobre

e avrà del canto

eburneo manto,

foglie rosse vino

di pace e sincerità

riposeranno,

gravida vitalità,

e la luce lieve

notti afose disperderà.

 

Verrà ottobre

e saprà di quiete,

matura onesta requie,

dopo rancorose

canicole e immobilità

d’onuste stagioni

d’accecante aridità,

ritorneranno

raccolti di nuova intimità.

 

 

Invero volare

 

La strada all’improvviso

mi condusse di notte

nel bosco, luogo inviso,

delle storie interrotte.

 

Una pioggia

di foglie stanche,

manto del sentiero,

rotta soffice di passi

e monumenti di sassi,

ammassi di possibili

trionfi finiti in tonfi.

 

Intonsi giorni

lasciati disadorni

in castelli ghiacciati,

aspettano parole

dimenticate da suole

use alla marcia,

prone al marcio

di spiriti avvelenati.

 

Non è sostanza

l’umbratile parvenza

di fatui fuochi,

di suoni rochi,

l’emozionale paccottiglia

dell’ansia insana figlia.

 

Allontanarsi

dall’inganno

che non è,

non è stato,

 

non sarà,

rivelarsi

in nuovo

dipanarsi,

amarsi,

davvero amare

e così finalmente

invero volare.

 

 

L’essenziale

 

La vita scorre

su lastricati d’azioni

compiute a malincuore

e poi restano porzioni

di rimorso e sordo livore.

 

Sbadiglia solo

quando hai sonno,

che tutto il resto è gioia

scambiata per viziata noia,

capricci di puerile affanno.

 

Di venti in venti

diventi ciò

che t’inventi.

 

Di canti in canti

decanti ciò

che t’incanta.

 

E non rimane che

una sagoma algente,

cristallizzato profilo

di ardore rovente,

di legame potente,

nel cuore trova asilo.

 

 

 Anime guerriere

  

Così è quando spiove,

il cielo s’apre,

le nuvole cedono

il passo ai raggi

d’un sole tenue,

re rosso nel suo trono

blu, siderale sede,

firmata una tregua

tra il buio e la luce,

risplendono d’acqua

atomi di mondo nuovo

e l’eco della tempesta

si placa nella risacca

di anime guerriere.

 

 

Rampa di (s)lancio

 

Oggi nascevi

a vita nuova,

che male non fu

quel dolore

che ti partorì

e vigore ti diede

quel baratro

che ti ghermì.

È lancio alle stelle,

rotte d’asperi astri,

ciò che sembrava caduta.

È ascesa dall’altra parte

del mondo sorgente,

del vagito potente,

inconsapevole sé

nascente,

presente,

nuova-mente.

 

 

Giorni senza ritorni

 

Nostalgia di giorni

appesi su fili di

biancheria al sole,

caldo tepore di

brezze e leggerezze

d’istanti distanti,

nel tempo remoto

d’erose risa rosate,

di vini veri avìti,

effluvi d’ore a venire,

non ancora avute,

come succo spremute.

Resta una sete d’attimi

a colmare arsure di

giorni senza ritorni.

 

 

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Francesca Innocenzi, “Canto del vuoto cavo”, Transeuropa, 2021.

03 venerdì Giu 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Canto del vuoto cavo, Francesca Innocenzi

 

Canto del vuoto cavo è una plaquette di 60 componimenti brevi, che adottano la metrica dello haiku e delle sue varianti; precisamente, 40 haiku doppi (6 versi) e 20 tanka (5 versi). Ma la metrica è un mero contenitore rispetto a svariate tematiche attinenti realtà umane; gli elementi naturali, tradizionalmente in rilievo nello haiku, restano sullo sfondo. L’unico tratto coerente con il genere è l’assenza della prima persona: si evita di dire io e noi e di utilizzare verbi alla prima persona singolare e plurale. Il titolo, incentrato intorno al concetto di vuoto, intende portare l’attenzione sulla bivalenza insita nello stesso: vuoto come lacuna e mancanza, ma anche spazio fertile di nuove possibilità. I vari componimenti possono essere letti come un itinerario in versi, che temporalmente si avvia al compimento dei quarant’anni: si susseguono immagini e ricordi di un vissuto recente o remoto, come pure riflessioni suscitate dalla pandemia e punti di vista sulla società in genere: nel dittico del dio estremo si propone la tematica dello sfruttamento nel mondo capitalista, mentre le tre elegie dell’uomo comune vertono sulle variegate forme della “banalità del male”. Il mito occupa un posto di rilievo per la sua valenza universale, in grado di svelare l’umano di qualsiasi luogo e tempo. Nel trittico per Medea, in particolare, lo sguardo dell’altro si rivela essere una condanna, marchio del pregiudizio che colpisce inesorabilmente chi è «donna, straniera,/ pazza incantatrice». Dal punto di vista lessicale, si rileva una tendenza alla sperimentazione, con l’utilizzo di vocaboli in diverse lingue: il tedesco, l’inglese, il francese, il latino, il greco antico; una trasversalità dei codici linguistici che insegue l’utopia di una lingua poetica, che comprenda tutte le lingue, per una comprensione profonda tra gli esseri umani.

 

[tre elegie dell’uomo comune]

I.

inoculando

banalità del male

l’uomo comune

si dà un senso

il covid non c’è, però

i negri lo hanno

 

*

 

II.

i mantenuti

dallo Stato negli hotel

con cellulari

costosi – gabbie

di sproloqui su mondi

che non si sanno

 

*

 

III.

gli zingari, i rom

pensa che sono ladri

e delinquenti

pensa che sono

cromosomi erranti

alla deriva

 

*

 

quando la pioggia

si frantuma sui coppi

e cade in basso

l’eclissi di te

si inacqua e dona luce

alla grondaia

 

*

 

[dittico della puella]

 

I.

un grande buco

vuoto l’adolescenza.

come perversi

cenni di vita

gli attacchi di panico,

unica nota

 

*

 

II.

il greco antico

fu un amore saggio

e corrisposto.

un miracolo

di aoristi a sanare

solitudini

 

da Cerimonia del commiato, Transeuropa 2021

 

Francesca Innocenzi è nata a Jesi (Ancona). È laureata in lettere classiche e dottore di ricerca in poesia e cultura greca e latina di età tardoantica. Attualmente insegna nella scuola secondaria di secondo grado. Ha pubblicato la raccolta di prose liriche Il viaggio dello scorpione (2005); la raccolta di racconti Un applauso per l’attore (2007); le sillogi poetiche Giocosamente il nulla (2007), Cerimonia del commiato (2012), Non chiedere parola (2019), Canto del vuoto cavo (2021); il saggio Il daimon in Giamblico e la demonologia greco-romana (2011); il romanzo Sole di stagione (2018). Ha diretto collane di poesia e curato alcune pubblicazioni antologiche, tra cui Versi dal silenzio. La poesia dei Rom (2007); L’identità sommersa. Antologia di poeti Rom (2010); Il rifugio dell’aria. Poeti delle Marche (2010). È redattrice del trimestrale di poesia «Il Mangiaparole» e collabora con vari siti letterari. Ha ideato e dirige il Premio letterario Paesaggio interiore.

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2 giugno 1946 – 2 giugno 2022

02 giovedì Giu 2022

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Pubblicato da Loredana Semantica | Filed under ARTI, Il colore e le forme, RICORRENZE

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Una vita in scrittura: Anna Maria Bonfiglio

01 mercoledì Giu 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

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Anna Maria Bonfiglio, Una vita in scrittura

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto Anna Maria Bonfiglio che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Anna Maria.

La scrittura è sangue che mi scorre nelle vene. Scrivere e leggere, leggere e scrivere sono stati i miei comandamenti ab ovo, e tuttavia più leggo e più scrivo, da cinquant’anni, più mi accorgo di essere una piccola cosa insignificante nella vastità di un mondo abitato da ben altre personalità. Ho iniziato dal basso, da carta e penna, per passare poi a carta e Olivetti Lettera 24 e infine a carta e pc. Il primo racconto che inviai ad una rivista era scritto a mano e naturalmente venne ignorato. Ero naive, sprovveduta e ingenua, ma continuavo a scrivere: poesie, pensieri, sfoghi, racconti, fino a quando nel 1978 vide la luce il mio primo libretto di poesie giovanili, ingenue, certo, ma molto vissute. Se c’è qualcosa che si ricorda più del primo amore è sicuramente il primo libro. Di questa emozione non posso e non voglio dimenticarmi mai. Poi vennero altri libri, e non solo di poesia, e pure una collaborazione giornalistica con novelle. Enumerare le pubblicazioni, i premi e i vari riconoscimenti non serve a nessuno, sono state solo tappe del mio percorso e presa di coscienza dell’importanza e della responsabilità che avevo, e ancora mi sento, nei confronti di una disciplina che si rivolge al pubblico dei lettori. E perciò considerai che avevo, e ho, il dovere di approfondire il mio studio con letture sempre più propedeutiche ad un possibile miglioramento.
Fra la fine degli anni settanta e gli inizi degli ottanta cominciai ad interessarmi alle attività culturali che avevano luogo a Palermo, dove vivevo e vivo, che era in quegli anni una città ricca di fermenti, dove fiorivano le associazioni e gli artisti, poeti, scrittori, pittori, musicisti, che si riunivano per leggere, ascoltare, esporre, suonare. All’interno di queste associazioni con il tempo ho ricoperto vari ruoli: nei consigli direttivi, nella stesura dei programmi culturali, nella conduzione di incontri e recital, nelle performances personali, nell’istruire a Palermo uno dei primi laboratori, se non il primo, di scrittura creativa. La scrittura, e la poesia in particolare, sono state per me la libertà e la possibilità di dialogare con interlocutori ignoti. Attraverso la poesia ho cercato il senso del mio vivere, ho provato ad arrestare il flusso migratorio delle emozioni vissute, ho tentato di vincere il vandalismo e le piraterie di cui l’essere umano è spesso vittima. Ma nel momento in cui ho deciso di renderla pubblica, la mia poesia mi è appartenuta solo in parte, perché il silenzio di cui si era nutrita si era fatto voce che chiedeva di essere ascoltata e dunque atto sociale e, se vogliamo, anche dono di sé. Andando avanti si spogliava del tono malinconico e solipsistico, dismetteva il suo abito in qualche modo autoreferenziale per cercare di avvicinarsi all’astrazione del simbolo universale in cui ciascuno potesse ritrovarsi, perché “il canto del poeta non appartiene a nessuno ma ciascuno può farlo suo”.

Anna Maria Bonfiglio

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