
Il tempo racchiude il profumo dell’estate, la montagna, sopra Varallo, sembra una grande onda verde ferma nel cielo. Lì, tra i sentieri che salgono verso il Mastellone, il mondo sa come diventare lento. Ogni pietra custodisce un passo, ogni albero una voce.
El Raffa era arrivato alla vita con una ferita precoce: a quattro anni aveva perduto la madre, affidato a tre zie, e una sola di quelle mani aveva saputo diventare per lui una casa. Poi, a undici anni, anche quella mano si era spenta. Il dolore gli era rimasto dentro come una radice invisibile, ma la vita, ostinata e luminosa, gli avrebbe insegnato a cercare il cielo proprio attraverso le piccole cose.
Cresciuto ai Prati di Cervarolo, dove la montagna si stringe intorno a poche case e sembra volerle proteggere dal rumore del mondo. Prati era allora, ed è ancora, un piccolo respiro appeso alla valle: pietre, prati, castagni, tetti raccolti intorno alla chiesetta, e sotto, il Mastellone che scorre come un nastro d’argento, portando lontano il riflesso delle montagne.
La strada oggi sale con le sue curve, ma prima era il sentiero a conoscere quei luoghi, un filo d’erba e di pietra che entrava nel bosco e ne usciva come un pensiero felice. El Raffa lo percorreva con l’anima nuda, semplice come la mano che scrive, e forse sentiva che la natura non chiede spiegazioni: basta guardarla.
Un fiore gli diventava una parola, una foglia una pagina, il vento una voce senza corpo. Le farfalle erano piccoli pensieri colorati che il prato affidava all’aria, e gli alberi, con le loro radici profonde, sembravano uomini antichi capaci di resistere a tutte le stagioni. Così il poeta si perdeva per ritrovarsi.
Il perdersi per non essere ritrovato diventava una libertà: entrare nel bosco, lasciare che il sentiero scomparisse dietro di sé, seguire il volo di una farfalla, il profumo del fieno, il canto dell’acqua. Si “imboscheggiava” tra le ombre e la luce, tra il verde dei prati e l’azzurro delle montagne, come se ogni passo potesse sciogliere un nodo del cuore.
E il lutto, che è qualcosa che non abbandona così facilmente, imparava lentamente a diventare lontano. Non si può cancellare il dolore, ma si può cercare molto la vita, le piccole cose, la natura, per fissare l’innocenza e mandarlo via. Forse la poesia nacque proprio lì, nel punto esatto in cui una ferita incontra un raggio di sole.
El Raffa aveva dita magre come il grano e pensieri azzurri come la notte montana. Scriveva con la semplicità della terra, con quella voce liscia e terrestre di chi guarda in alto senza dimenticare da dove viene. E quando il suo sguardo cercava la luna, non cercava soltanto la luna: cercava i suoi lineamenti, il volto segreto della notte, quella luce che riesce a farsi strada anche attraverso il buio.
Prati allora diventava una poesia senza libro. Il vento voltava le pagine nei prati, il Mastellone ne leggeva i versi, i castagni tenevano ferme le parole con le loro radici e la piccola chiesa sembrava una pausa bianca dentro il verde.
E lì tutto parla e anche allora parlava. Parlava la pietra, con la sua memoria, il fiume, con la sua corsa, il cielo, con il suo infinito. Parlava una farfalla, posandosi per un istante su un fiore, come una sillaba di colore sopra una pagina verde. E il poeta ascoltava. Forse era questa la sua felicità: avere imparato che la vita non sempre arriva come una grande luce. A volte è soltanto un filo d’erba che si muove al vento, una rondine che attraversa il pomeriggio, una goccia d’acqua che brilla sopra una foglia.
A Prati, il mondo è piccolo e infinito nello stesso momento. Le case sembrano pietre raccolte dalla montagna per costruirsi un cuore. I prati salgono verso il bosco come onde immobili. Il Mastellone cuce la valle con il suo filo d’argento, e sopra Cervarolo la luna, ogni sera, tornava a illuminare gli stessi tetti, gli stessi alberi, gli stessi sentieri. Forse anche per questo El Raffa rimase lì, perché certi luoghi non si abitano soltanto: ci abitano dentro. E Prati entrò nella sua poesia come entra la primavera nella terra: senza rumore, lentamente, fino a far fiorire ogni cosa.
Oggi, se il vento passa tra quelle case e scende verso il Mastellone, sembra ancora portare una voce. Una voce leggera, quasi nascosta tra le foglie. E forse è El Raffa.
Poesie di Yuleisy Cruz Lezcano
Alagna
Certi posti sono come la vita,
concedono le montagne
da diversi punti di vista:
ora vicine, ora lontane,
severe nel cielo,
dolci come un ricordo
che torna a fiorire.
E Alagna appare così,
adagiata nella Valsesia,
tra prati che respirano verde
e sentieri che salgono piano
verso il silenzio dei monti.
Le case raccontano il tempo
incastonato legno scuro, pietra,
balconi intagliati dal vento,
grandi travi che custodiscono
l’antica voce dei Walser.
Sono case che sembrano alberi
cresciuti dalla terra,
radici profonde nella neve,
rami rivolti alla luce.
E il paese si veste di fiori,
come se ogni finestra
avesse imparato a sorridere.
I muscoli attorno alla bocca
formano un sorriso,
mentre lucidi fiori
riflettono la luce dei germogli
e il sole si posa sui petali
come una carezza.
Tra i prati, la natura
non è mai soltanto sfondo,
è presenza, respiro, attesa.
Il profumo delle erbe aromatiche
si alza lieve dai sentieri,
la risata di un elfo
invita a fermarsi,
a respirare più lentamente,
a riconoscere la salvia,
il timo, la menta selvatica.
Lo sguardo sopra i tetti di legno
si ferma con gli uccellini
con loro viaggia e insegue
ombre tra gli alberi
che diventano oscure,
brevi apparizioni
nel verde profondo del bosco.
Più lontano,
tra rocce, pascoli e abeti,
la fauna segue sentieri invisibili:
il capriolo leggero,
la volpe che attraversa la sera,
lo stambecco sulle pietre,
l’aquila che disegna cerchi
nell’immenso azzurro.
Qui anche il tempo
sembra avere un’altra misura.
Le usanze passano di mano in mano,
come un pane ancora caldo,
come una storia raccontata
accanto al fuoco.
Prati di Cervarolo
Appeso a un dirupo
dorme un paese roccioso,
sotto un cielo che,
a forza di non vedere l’orizzonte,
si è dimenticato degli spazi aperti.
Sotto attende Varallo,
che si raccoglie tra le montagne,
stretta nelle sue pietre,
nelle sue stradine contorte,
nei vicoli di polvere e sasso
che salgono e scendono
come pensieri.
Qui i fiumi Sesia e Mastallone
si incontrano,
l’acqua arriva da valli diverse,
porta con sé il rumore delle montagne,
il ricordo dei boschi,
la neve sciolta sulle cime.
E poi è qui, a Varallo,
dove tutto si unisce e unisce
come fanno le vite degli uomini,
le generazioni, le parole.
Il poeta Tosi guarda
Varallo dall’alto.
Da Prati si può immaginare
il paese stendersi,
le case aggrappate alla roccia,
i tetti, i campanili, il verde che, lentamente, cambia colore
con il passare delle stagioni.
Guardate attraverso i suoi ricordi,
le sue poesie crescono
per le stradine contorte,
per i vicoli di polvere e sasso.
A Prati da anni
il tempo non passa,
e per non passare,
sono saltate le migrazioni.
Eppure il paese
è cambiato piano,
quasi senza farsi accorgere.
È nata una stradina
che osteggia a ogni curva il burrone,
ma sul terreno inclinato
crescono, come allora,
ostinati fiori.
Sul ciglio del burrone
trema la stagione secca.
Da lì si vedono tutti gli uccelli
salire altissimi nell’aria.
Girano in tondo le rondini,
sbattono le ali,
si lanciano in picchiata,
si lasciano cadere,
riprendono il volo, si inseguono,
instancabili, ostinate,
come se volessero
confondere le tracce.
E da lì che si può
toccare il sogno del poeta:
la sua bambina
piccola, con le mani fredde,
esce dalla scuola
e cerca il padre tra la gente.
Il poeta Tosi la aspetta,
non le dice grandi parole,
le prende semplicemente le mani
e le mette nelle sue tasche,
per scaldarle.
È un gesto piccolo,
quasi invisibile, che contiene
l’amore che è stato casa,
la tenerezza di un padre
che nel tempo che passa,
resta.