“Sussurri d’Altrove – Ritratti” di Emilio Capaccio
Credo che il solo fatto di esistere
implichi una responsabilità verso il futuro,
verso ciò che esisterà dopo di noi.
G. B.

Gioconda Belli è una delle voci più riconoscibili e influenti della letteratura latinoamericana contemporanea.
Nata a Managua nel 1948, la sua formazione personale e artistica si intreccia profondamente con la storia politica e sociale del Nicaragua, attraversando le tensioni rivoluzionarie del Novecento e le trasformazioni culturali che hanno ridefinito il ruolo della donna nella società.
La sua scrittura nasce in un contesto segnato da conflitti ideologici, ma si sviluppa progressivamente come una riflessione più ampia sull’identità, sul corpo femminile, sulla libertà individuale e sulla relazione tra individuo e collettività.
In questo senso, la sua opera non può essere letta soltanto come produzione poetica o narrativa, ma come un discorso continuo che unisce esperienza personale e visione del mondo.
Fin dagli esordi, Gioconda Belli si distingue per una poesia che rompe con le convenzioni tradizionali della lirica ispanoamericana.
Il suo linguaggio è immediato, corporeo, spesso fortemente sensoriale. Lontana da una poesia puramente contemplativa o formalista, la sua scrittura tende a incorporare il corpo come spazio di conoscenza e di esperienza. Il corpo femminile, in particolare, diventa un territorio simbolico in cui si condensano desiderio, memoria, dolore e trasformazione.
Non si tratta mai di una rappresentazione passiva, ma di una presenza attiva, dinamica, che parla, desidera e si modifica continuamente. Questa centralità del corpo si lega a una più ampia riflessione sulla condizione femminile, che attraversa tutta la sua opera e che la colloca tra le voci più significative del femminismo letterario latinoamericano.
Un elemento fondamentale della sua poetica è la fusione tra dimensione erotica e dimensione naturale.
In molte sue composizioni, il corpo umano si dissolve nei paesaggi, negli elementi primari, nell’acqua, nella terra, nel vento.
L’erotismo non è mai ridotto a semplice descrizione del desiderio, ma diventa una forma di conoscenza del mondo. L’incontro amoroso è spesso rappresentato come un processo di metamorfosi, in cui i confini tra soggetti si dissolvono e danno origine a una realtà nuova, fluida, in costante trasformazione.
Questa visione implica una concezione dell’amore non possessiva, ma generativa, capace di produrre identità in continua evoluzione.
Accanto alla dimensione erotica, un’altra componente essenziale della sua opera è quella politica e civile.
L’esperienza della rivoluzione nicaraguense segna profondamente la sua produzione iniziale, introducendo temi legati alla lotta, alla giustizia sociale e alla costruzione di una società più equa. Tuttavia, anche nei testi più esplicitamente politici, Gioconda Belli non rinuncia mai alla dimensione lirica e simbolica.
La sua scrittura evita il tono propagandistico e preferisce una voce che unisce partecipazione emotiva e riflessione esistenziale. L’impegno politico non è separato dalla dimensione personale, ma si intreccia con essa, generando una poetica in cui il “noi” collettivo nasce dall’esperienza individuale.
Con il tempo, la sua opera si orienta sempre più verso una riflessione sulla memoria e sul tempo.
La memoria, nella sua poesia, non è semplice archivio del passato, ma materia viva che si trasforma continuamente. Ricordare significa rivivere, ma anche riscrivere ciò che è stato, attribuendogli nuovi significati.
In questo processo, il corpo torna a essere centrale, poiché è attraverso di esso che il passato si manifesta nel presente. Le immagini del tempo nella sua poesia sono spesso circolari, caratterizzate da ritorni, ripetizioni e trasformazioni. Il tempo non è lineare, ma fluido, simile a un movimento naturale che non conosce confini rigidi.
Un altro elemento caratteristico della sua scrittura è la forte presenza di immagini legate all’acqua.
L’acqua, nei suoi molteplici aspetti, diventa simbolo di vita, di trasformazione e di continuità. È elemento che accoglie e dissolve, che unisce e separa, che conserva e cancella. Attraverso questa simbologia, Gioconda Belli costruisce una visione del mondo in cui tutto è in costante movimento e nulla rimane immobile. Anche l’identità, sia individuale che collettiva, viene concepita come qualcosa di fluido, mai definitivamente fissato.
Parallelamente alla poesia, la sua produzione narrativa amplia ulteriormente queste tematiche, offrendo una riflessione più articolata sulla condizione femminile e sulla storia.
Nei suoi romanzi, spesso ambientati in contesti storici complessi, le protagoniste femminili emergono come figure di resistenza, capaci di mettere in discussione i modelli sociali e culturali dominanti.
La donna, nella narrativa di Gioconda Belli, non è mai figura marginale, ma soggetto attivo della storia, in grado di trasformare il proprio destino attraverso scelte consapevoli e percorsi di emancipazione.
Un aspetto centrale della sua visione artistica è la tensione tra opposti: corpo e spirito, desiderio e riflessione, individuo e collettività, dolore e gioia.
Questi poli non si escludono, ma convivono in una relazione dinamica che costituisce il nucleo della sua poetica. La scrittura diventa così uno spazio di mediazione in cui le contraddizioni non vengono eliminate, ma esplorate e rese produttive. In questa prospettiva, l’esperienza umana appare come un processo continuo di trasformazione, in cui ogni identità è sempre provvisoria e aperta al cambiamento.
La lingua utilizzata da Gioconda Belli contribuisce in modo decisivo a questa visione. Il suo stile è caratterizzato da una sintassi fluida, spesso priva di eccessive rigidità formali, e da un uso intensivo di immagini sensoriali.
La parola poetica tende a farsi corpo essa stessa, assumendo una dimensione quasi tattile. Il lettore è coinvolto in un’esperienza immersiva, in cui il significato non è soltanto intellettuale, ma anche emotivo e fisico.
Questa qualità della sua scrittura è uno degli elementi che rendono la sua poesia immediatamente riconoscibile e accessibile, pur nella complessità dei suoi contenuti.
Nel panorama della letteratura latinoamericana, Gioconda Belli occupa una posizione particolare proprio per la sua capacità di unire dimensioni diverse senza ridurle a sintesi semplificate.
La sua opera rappresenta un dialogo costante tra esperienza individuale e storia collettiva, tra corpo e mondo, tra memoria e presente.
In questo dialogo si costruisce una visione poetica che non cerca risposte definitive, ma apre continuamente nuove domande. La sua scrittura invita a considerare la vita come un processo in divenire, in cui ogni forma di identità è sempre incompleta e in trasformazione.
In conclusione, l’opera di Gioconda Belli si configura come un percorso coerente e in continua evoluzione, in cui poesia e narrativa si sostengono reciprocamente. La sua importanza non risiede soltanto nei temi affrontati, ma nel modo in cui questi temi vengono trasformati in linguaggio poetico.
Attraverso una scrittura intensa, sensoriale e profondamente umana, Gioconda Belli costruisce una visione del mondo in cui l’esperienza individuale diventa strumento di comprensione universale.
La sua voce si distingue per la capacità di rendere visibile la complessità dell’esistenza, senza semplificarla, ma accogliendone tutte le contraddizioni.
Cenni critici-biografici e traduzioni di Emilio Capaccio
Definizione
Potremmo avere una discussione sull’amore.
Ti direi che amo il modo curioso
in cui il tuo corpo e il mio corpo si conoscono,
esploratori che rinnovano
il più antico atto della conoscenza.
Direi che amo la tua pelle e che la mia pelle ama te,
che amo la torre nascosta
che all’improvviso si erge sfidante
e trema dentro di me
cercando la donna che s’annida
nel più profondo del mio essere femmina.
Direi anche che amo i tuoi occhi
che sono limpidi e che pure mi penetrano
con un alito di tenerezza o di domande.
Direi che amo la tua voce
soprattutto quando reciti poesie,
ma anche quando assumi un’aria seria,
così preoccupato di comprendere
questo mondo così vasto ed estraneo.
Direi che amo incontrarti
e sentire dentro di me
una farfalla prigioniera
che sbatte le ali nello stomaco
e una gran voglia di ridere
per la pura gioia che tu esista e sia qui,
di sapere che ti piacciono le nuvole
e l’aria fredda delle foreste di Matagalpa.
Potremmo discutere se sia una cosa seria
quello che ti sto dicendo.
Se sia una lieve bruciatura, di primo,
secondo o terzo grado.
Se sia o no necessario dare un nome alle cose.
Io affermo solo una semplice frase
Ti amo
Definición
Podríamos tener una discusión sobre el amor.
Yo te diría que amo la curiosa manera
en que tu cuerpo y mi cuerpo se conocen,
exploradores que renuevan
el más antiguo acto del conocimiento.
Diría que amo tu piel y que mi piel te ama,
que amo la escondida torre
que de repente se alza desafiante
y tiembla dentro de mí
buscando la mujer que anida
en lo más profundo de mi interior de hembra.
Diría también que amo tus ojos
que son limpios y que también me penetran
con vaho de ternura o de preguntas.
Diría que amo tu voz
sobre todo cuando decís poemas,
pero también cuando sonás serio,
tan preocupado por entender
este mundo tan ancho y tan ajeno.
Diría que amo encontrarte
y sentir dentro de mí
una mariposa presa
aleteándome en el estómago
y muchas ganas de reírme
de la pura alegría de que existía y estás,
de saber que te gustan las nubes
y el aire frío de los bosques de Matagalpa.
Podríamos discutir si es serio
esto que te digo.
Si es una quemadura leve, de segundo,
tercer o primer grado.
Si hay o no que ponerle nombre a las cosas.
Yo sólo una simple frase afirmo
Te amo
( El ojo de la mujer, 1991 )
Maggio
Non appassiscono i baci
come i 𝑚𝑎𝑙𝑖𝑛𝑐ℎ𝑒𝑠 [1]
né mi crescono baccelli sulle braccia;
fiorisco sempre
con questa pioggia interiore,
come i verdi patii di maggio
e rido perché amo il vento e le nubi
e il passaggio degli uccelli canterini,
anche se impigliata nei ricordi,
coperta d’edera come i vecchi muri,
continuo a credere nei sussurri trattenuti,
nella forza dei cavalli selvaggi,
nel messaggio alato dei gabbiani.
Credo nelle radici innumerevoli del mio canto
[1] I malinches sono arbusti dai fiori rossi, simili ad orchidee che fioriscono in maggio, originari del Sudamerica.
Mayo
No se marchitan los besos
como los malinches,
ni me crecen vainas en los brazos;
siempre florezco
con esta lluvia interna,
como los patios verdes de mayo
y río porque amo el viento y las nubes
y el paso del los pájaros cantores,
aunque ande enredada en recuerdos,
cubierta de hiedra como las viejas paredes,
sigo creyendo en los susurros guardados,
la fuerza de los caballos salvajes,
el alado mensaje de las gaviotas.
Creo en las raíces innumerables de mi canto.
( El ojo de la mujer, 1991 )
Abbandonati
Tocchiamo la notte con le mani
sgocciolandone l’oscurità tra le dita,
maneggiandola come il vello di una pecora nera.
Ci siamo abbandonati al disamore,
alla svogliatezza di vivere collettando ore nel vuoto,
nei giorni che si lasciano passare e tornano a ripetersi
intrascendenti
senza orme, né sole, né raggianti esplosioni di chiarore.
Ci siamo abbandonati dolorosamente alla solitudine
sentendo il bisogno dell’amore sotto le unghia,
il vuoto di un’obliteratrice nel petto,
il ricordo e il rumore come in una conchiglia
che ha vissuto troppo tempo in un acquario di città
e si porta solo l’eco del mare nel labirinto del suo guscio.
Come tornare a riprendere il tempo?
Interporgli il corpo forte del desiderio e dell’angoscia,
farlo retrocedere intimidito
per nostra infrangibile decisione?
Chissà se potremmo riprendere il momento
che perdemmo.
Nessuno può predire il passato
quando forse non siamo più gli stessi,
quando forse abbiamo dimenticato
il nome della strada
dove
qualche volta
potremmo
incontrarci.
Abandonados
Tocamos la noche con las manos
Escurriéndonos la oscuridad entre los dedos,
Sobándola como la piel de una oveja negra.
Nos hemos abandonado al desamor,
Al desgano de vivir colectando horas en el vacío,
En los días que se dejan pasar y se vuelven a repetir,
Intrascendentes,
Sin huellas, ni sol, ni explosiones radiantes de claridad.
Nos hemos abandonado dolorosamente a la soledad,
Sintiendo la necesidad del amor por debajo de las uñas,
El hueco de un sacabocados en el pecho,
El recuerdo y el ruido como dentro de un caracol
Que ha vivido ya demasiado en una pecera de ciudad
Y apenas si lleva el eco del mar en su laberinto de concha.
Cómo volver a recapturar el tiempo?
Interponerle el cuerpo fuerte del deseo y la angustia,
Hacerlo retroceder acobardado
Por nuestra inquebrantable decisión?
Pero… quién sabe si podremos recapturar el momento
Que perdimos.
Nadie puede predecir el pasado
Cuando ya quizás no somos los mismos,
Cuando ya quizás hemos olvidado
El nombre de la calle
Donde
Alguna vez
Pudimos
Encontrarnos.
( El ojo de la mujer, 1991 )
Sfida alla vecchiaia
Quando arriverò a essere vecchia
— se ci arriverò —
e mi guarderò allo specchio
e conterò le rughe
come una delicata orografia
di pelle distesa.
Quando potrò contare i segni
che hanno lasciato le lacrime
e le preoccupazioni,
e già il mio corpo risponderà
lentamente ai miei desideri,
quando vedrò la mia vita
avvolta in vene azzurre,
in profonde occhiaie,
e scioglierò bianchi i miei capelli
per andare a dormire presto
— come si conviene —
quando verranno i miei nipoti
a sedersi sulle mie ginocchia
ammuffite dal passare di molti inverni,
saprò che il mio cuore starà
ancora – ribelle – ticchettando
e i dubbi e i larghi orizzonti
saluteranno ancora
le mie mattine.
Desafio a la vejez
Cuando yo llegue a vieja
Cuando yo llegue a vieja
-si es que llego-
y me mire al espejo
y me cuente las arrugas
como una delicada orografía
de distendida piel.
Cuando pueda contar las marcas
que han dejado las lágrimas
y las preocupaciones,
y ya mi cuerpo responda despacio
a mis deseos,
cuando vea mi vida envuelta
en venas azules,
en profundas ojeras,
y suelte blanca mi cabellera
para dormirme temprano
-como corresponde-
cuando vengan mis nietos
a sentarse sobre mis rodillas
enmohecidas por el paso de muchos inviernos,
sé que todavía mi corazón
estará – rebelde – tictaqueando
y las dudas y los anchos horizontes
también saludarán
mis mañanas.
( El ojo de la mujer, 1991 )
Sono viva come un frutto maturo
Sono viva
come un frutto maturo,
padrona ormai di inverni ed estati,
nonna degli uccelli.
tessitrice del vento navigante.
Il mio cuore non è ancora stato educato
e, bambina io, tremo nei tramonti,
mi abbagliano il verde, le marimbe
e il rumore della pioggia
che s’assorella al mio grembo umido,
quando tutto è più soave e luminoso.
Cresco e non imparo a crescere,
non mi disilludo,
né divento donna avvolta nei veli,
screditando tutto, lamentando la sua sorte.
No. Ogni giorno mi nascono
gli occhi dello stupore,
della terra che partorisce,
del canto dei popoli,
delle braccia dell’operaio che costruisce,
della donna venditrice col suo fascio di figli,
dei ragazzini allegri che marciano verso la scuola.
Sì.
È vero che a tratti sono triste
ed esco per le strade,
sciolta come i miei capelli,
e piango per le cose più dolci e tenere
e conservo ricordi
che sbocciano tra le mie ossa
e sono un’infinita spirale che si contorce
tra lune e soli,
avanzando nei giorni,
srotolando il tempo
con paura o disinvoltura,
sfoderando stelle
per salire più in alto, più su,
dando la caccia all’aria,
godendomi l’essere che mi sostiene,
nell’eterna marea di flussi e riflussi
che muove l’universo
e spinge i giri tondi della terra.
Sono la donna che pensa.
Un giorno
i miei occhi
accenderanno lucciole.
Estoy viva
Estoy viva
como fruta madura
dueña ya de inviernos y veranos,
abuela de los pájaros,
tejedora del viento navegante.
No se ha educado aún mi corazón
y, niña, tiemblo en los atardeceres,
me deslumbran el verde, las marimbas
y el ruido de la lluvia
hermanándose con mi húmedo vientre,
cuando todo es más suave y luminoso.
Crezco y no aprendo a crecer,
no me desilusiono,
ni me vuelvo mujer envuelta en velos,
descreída de todo, lamentando su suerte.
No. Con cada día, se me nacen los ojos del asombro,
de la tierra parida,
el canto de los pueblos,
los brazos del obrero construyendo,
la mujer vendedora con su ramo de hijos,
los chavalos alegres marchando hacia el colegio.
Si.
Es verdad que a ratos estoy triste
y salgo a los caminos,
suelta como mi pelo,
y lloro por las cosas más dulces y más tiernas
y atesoro recuerdos
brotando entre mis huesos
y soy una infinita espiral que se retuerce
entre lunas y soles,
avanzando en los días,
desenrollando el tiempo
con miedo o desparpajo,
desenvainando estrellas
para subir más alto, más arriba,
dándole caza al aire,
gozándome en el ser que me sustenta,
en la eterna marea de flujos y reflujos
que mueve el universo
y que impulsa los giros redondos de la tierra.
Soy la mujer que piensa.
Algún día
mis ojos
encenderán luciérnagas.
( El ojo de la mujer, 1991 )
Non si sceglie
Non si sceglie il paese in cui si nasce;
ma si ama il paese in cui si è nati.
Non si sceglie il tempo in cui venire al mondo;
ma si lascia un segno nel proprio tempo.
Nessuno può sottrarsi alla propria responsabilità.
Nessuno può chiudere gli occhi,
tacere, tagliarsi le mani.
Tutti abbiamo un dovere d’amore da compiere,
una storia che nasce,
una meta da raggiungere.
Non abbiamo scelto il momento per venire al mondo:
ora possiamo creare il mondo
in cui nascerà e crescerà
il seme che portiamo con noi.
Uno no escoge
Uno no escoge el país donde nace;
pero ama el país donde ha nacido.
Uno no escoge el tiempo para venir al mundo;
pero debe dejar huella de su tiempo.
Nadie puede evadir su responsabilidad.
Nadie puede taparse los ojos, los oidos,
enmudecer y cortarse las manos.
Todos tenemos un deber de amor que cumplir,.
una historia que nacer
una meta que alcanzar.
No escogimos el momento para venir al mundo:
Ahora podemos hacer el mundo
en que nacerá y crecerá
la semilla que trajimos con nosotros.
( El ojo de la mujer, 1991 )
Eros è l’acqua
Tra le tue gambe
il mare mi mostra strani scogli
rocce erette, coralli superbi
contro la mia grotta di conchiglie madreperlacee
il tuo mollusco di sale insegue la corrente
l’acqua tagliente mi inventa pinne
mare della notte con lune sommerse
la tua ondata brusca di polpo in furore
accelera le mie branchie, i battiti di spugna
i minuscoli cavalli fluttuanti tra i gemiti
intricati in lunghi pistilli di medusa.
Amore tra delfini
con balzi ti lanci sul mio fianco lieve
ti accolgo senza rumore, ti guardo tra le bolle
cingo la tua risata con la mia bocca di schiuma
leggerezza dell’acqua, ossigeno della tua vegetazione di clorofilla
la corona di luna apre spazio all’oceano.
Dall’oceano gli occhi argentati
scorre un lungo sguardo finale
e ci solleviamo dal corpo acquatico
siamo carne di nuovo
una donna e un uomo
tra le rocce.
Eros es el agua
Entre tus piernas
el mar me muestra extraños arrecifes
rocas erguidas corales altaneros
contra mi gruta de caracolas concha nácar
tu molusco de sal persigue la corriente
el agua corta me inventa aletas
mar de la noche con lunas sumergidas
tu oleaje brusco de pulpo enardecido
acelera mis branquias los latidos de esponja
los caballos minúsculos flotando entre gemidos
enredados en largos pistilos de medusa.
Amor entre delfines
dando saltos te lanzas sobre mi flanco leve
te recibo sin ruido te miro entre burbujas
tu risa cerco con mi boca espuma
ligereza del agua oxigeno de tu vegetación de clorofila
la corona de luna abre espacio al océano.
De océano los ojos plateados
fluye larga mirada final
y nos alzamos desde el cuerpo acuático
somos carne otra vez
una mujer y un hombre
entre las rocas.
( El ojo de la mujer, 1991 )
Incantesimi della memoria
Non so se un sole smisurato e beffardo
mi attraverserà da parte a parte
quando salteranno dal mio petto tutte le grida nascoste,
quando si spezzeranno le oscurità
della mia perfetta cattedrale segreta
con il suono continuo dell’organo medievale
che ulula la sua voce di parto,
il suo lamento di dolore e di tristezza.
Sono come nacqui — nuda —
bagnata di lacrime, i capelli colmi di nostalgia
e una stanchezza antica nelle ossa,
e mentre mi sciolgo nel fumo,
viene la sua mano e mi sostiene,
mi solleva e mi fa esplodere di giubilo,
mi scuote la voglia di vivere,
verde negli occhi di monte,
azzurro nei capelli spumosi di mare,
stella nelle unghie lucenti,
vento che soffia via l’angoscia e la disperde,
e mi fa nuotare nell’aria, correre nei ruscelli,
rompere gli orologi del tempo,
cancellare le tracce dei miei piccoli peccati
resi immensi dai disegni oscuri
del suo altro io, fratello iracondo di questo folletto di luce
che mi insegue nel sogno
in cui fuggo e lo inseguo a mia volta,
gioco di gatto e topo finché arriva la pioggia
e la risata, e torniamo amanti, felci, foglie intrappolate
nelle correnti di maggio, e tutto ricomincia
quando attraversiamo, lavati e nuovi,
la soglia del paradiso.
Conjuros de la memoria
No sé si un sol desmedido y burlón
me atravesará de punta a punta
cuando salten de mi pecho todos los gritos guardados
cuando se rompan las oscuridades
de mi perfecta catedral secreta
con el sostenido sonido del órgano medieval
ululando su voz de parto,
su alarido de queja y de tristeza.
Estoy como nací-desnuda-
mojada de lágrimas con el pelo chorreándome nostalgia
y un cansancio vetusto acomodado en mis huesos
y mientras me dejo ir en el humo,
viene su mano y me sostiene
y me levanta y me hace tronar de júbilo,
me zarandea las ganas de vivir,
me dice verde con ojos de monte
azul con el pelo espumoso de mar
estrella con las uñas brillantes
viento y sopla mi angustia y la desperdiga
y me hace nadar en el aire, retozar en los arroyos,
romper los relojes del tiempo,
borrar la huella de mis pequeños pecados
vueltos trascendentes por los oscuros designios
de su otro yo iracundo hermano de este duende iluminado
que me persigue en el sueño
en el que corro huyendo, siguiéndole yo a mi vez
juego de gato y ratón hasta que viene la lluvia
y la risa y volvemos a ser amantes helechos hojas atrapadas
en las correntadas de mayo y todo vuelve a empezar
cuando cruzamos lavados y nuevos
el umbral del paraíso.
( El ojo de la mujer, 1991 )
Come giara
Nei giorni buoni,
di pioggia,
nei giorni in cui ci siamo amati
totalmente,
in cui ci siamo aperti
l’uno all’altro
come grotte segrete;
in quei giorni, amore,
il mio corpo come una giara
ha raccolto tutta l’acqua tenera
che hai versato su di me
e ora,
in questi giorni aridi
in cui la tua assenza fa male
e screpola la pelle,
l’acqua esce dai miei occhi
piena del tuo ricordo
a rinfrescare l’aridità del mio corpo
così vuoto e così pieno di te.
Como tinaja
En los días buenos,
de lluvia,
los días en que nos quisimos
totalmente,
en que nos fuimos abriendo
el uno al otro
como cuevas secretas;
en esos días, amor
mi cuerpo como tinaja
recogió toda el agua tierna
que derramaste sobre mí
y ahora,
en estos días secos
en que tu ausencia duele
y agrieta la piel,
el agua sale de mis ojos
llena de tu recuerdo
a refrescar la aridez de mi cuerpo
tan vacío y tan lleno de vos.
( El ojo de la mujer, 1991 )