
“La casa che scrive” è un giallo psicologico, opera prima di narrativa di Loredana Semantica. Attualmente è pubblicato in formato eBook su Amazon KDP a questo link. A breve avverrà la pubblicazione anche in formato cartaceo. Il libro è arricchito da circa 40 disegni e altrettante brevi poesie della stessa autrice.
Si riporta di seguito il capitolo “Il sogno”, tratto da “La casa che scrive”
Giorgio quella sera si addormentò profondamente pensando alla gita in montagna con Arianna.
La sua vita era in un momento particolarmente promettente. Nuovo lavoro, nuovi incontri, la speranza di stare sempre meglio nei suoi panni, nell’ambiente, ma soprattutto la prospettiva di costruire qualcosa che fosse più del provvisorio, del giorno per giorno. Una stabilità sentimentale che gli avrebbe permesso di poggiare le basi per crescere, evolversi, guardare al futuro con fiducia.
Giorgio non era per nulla un essere inquieto, come tutti, era alla ricerca della felicità. E per felicità intendeva, stare bene con qualcuno, farsi una propria famiglia, avere dei figli, proseguire nel suo lavoro. Fare lo psicologo gli piaceva, l’aveva scelto come sviluppo coerente dei propri studi di scuola superiore e universitari. I suoi ideali erano davvero semplici, ma così difficili da realizzare. Trovare un’anima gemella che avesse i suoi stessi desideri non era per nulla facile. Aveva incontrato ragazze che mettevano al primo posto la propria libertà, altre che opponevano la carriera, altre ancora entrambe le cose e nessuna di queste aveva in animo di avere figli. La libertà di fare ciò che desideravano prendeva strade diverse dalle aspettative sociali del passato. Madri, mogli non erano modelli da imitare. Formare una famiglia, affrontare la maternità non erano obiettivi a cui votarsi. Qualcuno avrebbe giudicato le sue idee alquanto retrive, altri le avrebbero giudicate distorte dal risentimento per le delusioni subite. Alle considerazioni di tipo sociologico si sovrapponevano le obiezioni che faceva a sé stesso sui suoi stessi pensieri. Lo sviluppo cognitivo gli frullava in testa alle due di notte. A quell’ora improvvisamente s’era risvegliato, come se qualcuno l’avesse scosso. Aveva sbarrato gli occhi nel buio, in allerta con l’orecchio attento. Nessun rumore, solo silenzio. La sua mente s’era messa a vagare. Adesso perfettamente sveglio rimuginava senza potersi riaddormentare.
All’improvviso, in una sorta di inspiegabile lampo di memoria disconnesso dalle riflessioni del momento, gli tornò in mente il sogno che aveva appena fatto. Era un’immagine simile ai disegni lineari che elaborava Tullio nelle riunioni a Villa Elicriso, ma animata e raccapricciante. Il soggetto era cruento. Una testa mozzata con i capelli irti verso l’alto, tipica dei disegni di Tullio, e uno sfarfallio intorno. Il sogno era giunto assieme a delle frasi simili a versi, pronunciate da una voce indefinibile, che si riferivano alla scena. Una combinazione che riproduceva molto da vicino i binomi creativi proposti nelle riunioni del progetto Krugen.
Giorgio, accese la luce del comodino, prese un taccuino per appunti e riportò le parole del sogno.
Ognuno alla sua battaglia
un’epica colorata
di teste mozze e sfarfallii

Riportò anche l’immagine, il più fedelmente possibile, per quanto fosse in grado il suo modesto talento da disegnatore.
Lo fece in fretta, consapevole che il ricordo del sogno, la mattina successiva, si sarebbe dileguato, e anche perché, se non l’avesse fatto, avrebbe continuato a girare attorno a tutte le possibili interpretazioni della visione e delle parole.
Spense la luce e tentò di riprendere sonno. Girandosi e rigirandosi di nuovo nel letto. Non aveva più la testa, pensò, con sarcasmo evidente, per considerazioni esistenziali o critiche sull’evoluzione sociale.
I suoi sfoghi di pancia contro il deludente genere femminile s’erano arenati, ma, in conclusione, nemmeno riusciva a dormire. L’aveva sperato, una volta fissato su carta il contenuto del sogno, ma non fu così. Pensava e ripensava alla testa mozzata, allo sfarfallio, cercava di capire chi rappresentasse la figura decollata, cosa significassero le farfalle. Certamente il concetto era cruento, richiamava ghigliottine ed esecuzioni. Guerre, lotte, rivoluzioni. Un’evocazione epica di katane e spadoni medievali.
Poi si affacciò alla mente un’ipotesi allarmante e funesta, che una decapitazione poteva significare che si preparava un assassinio, uno sgozzare qualcuno, un’azione diretta a far fuori, realmente o metaforicamente, un rivale oppure poteva trattarsi di un incidente imminente come un presagio.
Aveva letto, una volta, di un terribile incidente domestico nel quale un pesante vetro di una finestra s’era improvvisamente rotto in mille pezzi, uno dei quali, abbastanza grande e affilato, era caduto su un giovane che si trovava affacciato al davanzale. Gli tagliò la testa di netto, in modo che non ci fu più nulla da fare.
Perso dietro a queste rievocazioni dal sapore orrido, Giorgio non poteva più addormentarsi e, come tutte le migliori insonnie, il suo tribolare andò avanti per ore. Si concluse la mattina all’alba, quando il cinguettare degli uccelli giunse alle sue orecchie.
Dapprima solo due passeri mattinieri che dialogavano tra loro, scambiandosi le notizie del giorno, man mano si aggiunsero altri canti e gorgheggi di piccoli piumati. Solo allora Giorgio, riverso di sghimbescio sul letto a testimonianza dell’agitazione che l’aveva abitato, si girò su un fianco, e, senza rendersene conto, cullato dal rasserenante cinguettio, finalmente s’addormentò. Erano le sei del mattino.
È curioso come l’insonnia si quieti spesso quando inizia l’alba. La luce che vince il buio reca in sé un qualche messaggio atavico sul cessare del pericolo e dell’allerta, rassicura sul mancato attacco notturno e sulla continuità dell’esistenza. L’ansia recede, il corpo si rilassa e si abbandona. Il subconscio percepisce che dopo le tenebre il sole sta sorgendo. La luce è la conferma che la vita, dopo la perdita di coscienza onirica, ricomincia ogni giorno, come una promessa di rinascita.
Il risveglio, com’era prevedibile, avvenne più tardi del previsto. Erano già le otto quando aprì gli occhi. Ben un’ora oltre le sette, orario in cui si svegliava solitamente.
Appena fu minimamente presente a sé stesso, si accorse che aveva nuovamente sognato, un’immagine e delle frasi. Le aveva nitide nella mente, come se le vedesse stampate, ma non aveva tempo di annotare nulla.
Saltò giù dal letto, si tolse il pigiama e andò a lavarsi in fretta. Tutte le operazioni di routine della sua preparazione si svolsero di corsa. Non voleva fare tardi e nemmeno rinunciare alla gustosa colazione al bar Alserio.
A Villa Elicriso giunse con qualche minuto di ritardo. Si recò nel suo studio, dopo aver salutato Carlo che, affidabile come una roccia, presidiava l’accettazione. Prese un foglio per appunti e tracciò rapidamente sul foglio l’immagine e le parole che al risveglio si erano presentate vivide e impressionanti alla sua memoria. Dopo averle trasferite sul foglio, osservandole, si rese conto che trasmettevano un senso di chiusura soffocante, un sentore di delirio o delitto, di trama e oppressione.
E rimase così per qualche minuto, a riflettere su un possibile significato, senza trovare il bandolo della matassa, tanto più che il bozzolo rappresentato era proprio una matassa, ma lui non riusciva a sbrogliarla. Si rendeva conto ancora di più, dopo quest’altro sogno, che si prospettavano eventi negativi. Una disgrazia, un lutto, qualcosa di infausto aleggiava su Lavigo.
Come una furia ritraggo il mondo
la crisalide morirà nel bozzolo
i pugnali saranno faville
tesseranno una bava di seta.
