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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: Deborah Mega

“Anfore dal cielo” di AA.VV., Àncora Editrice, 2023. Recensione di Silvio Aman

09 lunedì Set 2024

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Anfore dal cielo, Silvio Aman

 

AA.VV., Anfore dal cielo (prefazione di Mons. Giovanni Giudici, postfazione di Giovanni Rossella) Milano, Àncora Editrice, 2023, pp. 110, € 12.

 

Anfore dal cielo (titolo estratto da Save the seed, di Anna Vercesi) forma un grazioso volumetto in cui le brevi raccolte delle Autrici si succedono attraverso le poesie-snodo in funzione di dedica, col risultato di collegarle tutte nello stesso sentimento di amorosa partecipazione alla natura (come creazione in senso biblico) in cui “vi è pure il richiamo all’esperienza cristiana” come nota giustamente Mons. Giovanni Giudici nella sua prefazione. Di fatto, i riferimenti delle Autrici alle virtù teologali di fede, speranza e carità costellano le loro esperienze di donne e madri, e lo fanno in modo corale nei “differenti stili” come indica il postfatore Luciano Rossella. L’anfora, sotto il profilo simbolico è un contenitore totale che riguarda l’aspetto contemplativo della natura e di partecipazione alla realtà, del resto ben espressi a vario titolo dalle quattro Autrici, le quali alternano la misura epigrammatica a tenore mistico all’estensione argomentante, a volte sfiorando le durezze dell’invettiva, come in Lorenza Auguadra, per la quale “Pregare/ è la mistica di un verso”.

 

La parola trova il cuore

da buio a luna piena

la croce lascia un corpo

di luce dalla tenebra.

(Promessa, p. 17)

 

Un tondo

a rassicurare la notte

cielo resuscitato

misura di pienezza

per occhi rinnovati.

(Luna piena, p. 26)

 

La presenza della luna, oltre che della croce, ci riporta ai dipinti di Caspar David Friedrich, come simbolo della luce e di Cristo.

Le poesie di Adriana Rinaldi sono una laude del creato inteso come creazione del Padre fonte di amore, senza incertezza, mentre la scienza, laddove si estranea dalla fede procede nella continua rettifica delle sue ricerche su basi deterministiche.

Sono nata nell’Amore

nel legame serrato

che conduce dalla terra

al cielo

sono nata in divenire, perfettibile

[…]

sono nata Creatura

fatta di carne e di spirito

[…]

sono nata figlia

di un Padre che nutre le stelle

[…]

(Eccomi, p. 36)

 

Il dittico Il figlio alla Madre, la Madre al figlio vuol essere anch’esso una laude della reciprocità (mentre la teoria psicanalitica testimonia l’irreciprocità strutturale dei rapporti) in cui non per nulla troviamo significanti come “riflesso” “specchio” “impronta” “sguardo” nonché l’uso del maiuscolo…

 

Sei il riflesso

del mio esistere.

Sovrano volto,

specchio del mio mondo.

(ivi, p. 39)

 

Le braccia vanno allargate

gli occhi aperti

le bocche devono contemplare

le meraviglie assolute

della Gratuita Esistenza!

(Affidarsi, p. 41)

 

L’Amore è il culmine della gioia

quando all’orizzonte vedi

il corpo dei tuoi pensieri

e il sorriso del sole.

(Amarsi, p. 42)

 

Poesia dell’apertura, della fede e dell’incessante fervore (“Vivo ogni istante/ come dono di eternità”. Eternità, p. 50) anzi dell’ebrezza…

 

la vita geme e sospira –

si ubriaca d’Amore

vive e giace.

Riaffiora il Canto

s’ode in lontananza

il lamento.

(S’ode in lontananza, p. 44)

 

che oltre a Whitman parrebbe ricordarci Baudelaire:

 

Il faut être toujour ivre.

Tout est là:

c’est l’unique question.

Pour ne pas sentir

l’horrible fardeau du Temps

qui brise vos épaules

et vous penche vers la terre,

il faut vous enivrer sans trêve.

Mais de quoi?

De vin, de poésie, d’amour ou de vertu

à votre guise.

Mais enivrez-vous.

 

Anche Teresa Scroccarello parla di eternità e mistero, ma le sue poesie sono maggiormente legate alla sfiducia nelle parole…

 

Impermeabile Eternità

fissa costante, durevole non modificabile.

Tutto assembla Oltre –

neanche più le parole bastano

ma un silenzio duro e forte

mi trascina a Te, Eternità

(Oltre, p. 61)

 

Il suo Dio è oscuro (una sorta di pascaliano Deus absconditus) e raggiungibile solo per via negativa, non come una meta predefinita…

 

Dio,

silenzio che chiami

ad una quiete piena

d’inquietudine –

della Tua presenza

sono inquieta

non so mai cosa vuoi

non sono le mie emozioni

e il tuo volere è così oscuro

[…]

(Questo è il dono del silenzio, p. 62)

 

L’uso dell’ossimoro di “quiete piena/ d’inquietudine” lascia da parte ogni festosa eccitazione: “Qual è la Volontà/ di un Dio pieno di silenzio”. Il suo silenzio fa ammutolire. Qui, benché la Trinità, secondo il dogma, non possa scindere le tre persone, Teresa pare nutrire maggior vicinanza con Gesù, l’uomo che ha vissuto, come si evince dal brano Al volto Santo di Manoppello A.D. 2006 (pp. 63-64) dove, con la personificazione del silenzio, troviamo: “Io non so pregare, il silenzio prega in me”.

In Preghiera (p. 66) parremmo riascoltare la voce di Giobbe:

 

Triste, svuotato d’animo come di pietra

è il mio cuore, ai piedi di questo Altare,

invoco il Tuo richiamo.

Aiuto, cerco Te per trovare me, Signore.

Neppure le parole osano, mi tradiscono

[…]

A che serve un fuoco che brucia

se non accende l’altro?

Un fuoco solitario?

A che serve condivisione, riconoscimento

[…]

Ho una solitudine, riempimi di Te – Oh Signore!

 

La fede nel Dio silenzioso (le parole tradiscono) qui pare intrecciarsi con l’aspetto esistenziale, cioè con la mancanza di amore. Come per le mistiche, le quali parlano dello Sposo divino, è nella solitudine che il Signore può far avvertire la propria presenza, sia tramite le sacre figure intermediarie (ma verso l’oltre, ad esempio tramite l’icona descritta da Florenskij) sia direttamente come nei ratti di Maddalena de’ Pazzi, sia nella nebbia, come qui, sia infine nell’oscurità, come in San Giovanni della Croce, con diverse gradazioni…

 

Nella nebbia appare il dolce Volto

Tu ragione del mio essere

eppure nella mia casa il quotidiano freme

nulla di più importante

mi stringe a queste mura.

(Nazareno, p. 67)

 

Anna Vercesi, le cui poesie sono ora parenetiche ora volte alla laude come in Rosa pulchrissima, alias Regina Cieli, auspica “l’incontro con l’altro” specie se derelitto, seguendo con ciò le parole di Gesù…

 

Cosa saremmo senza l’incontro con l’altro?

L’altro

Cane scalzo nell’ombra

L’altro

[…]

Apri il cuore che ce l’hai

Ritrovati, che il Signore della sera

Fa sbocciare ancora i fiori tardivi

Nell’enigma universale dell’amore

Che ama senza disarmanti aspettative.

(Scalzi, p 82)

 

L’incontro non c’è se non come sogno, mentre pochi metterebbero in dubbio il reale bellum omnium contra omnes, frase ripetuta da Linneo, se anche nei giardini, dove in superficie tutto ci appare armonioso e in pace, domina la cruenta necessità della natura, con i batteri atti a demolire l’humus, gli insetti killer, i bruchi devastatori e via così… Ma appunto per questo sorge l’anelito all’“euneirofrenia” e all’“incontro” come sogno del bello e della pace.

Trovo interessante, il complemento di specificazione “della sera” riferito al Signore nel tempo della kènosis del Cristianesimo. Anna Vercesi chiude così la poesia Shalom, padre, shalom: “Non ho più voce e canto/ Siamo storni nel vento/ Aquiloni, di bianchi e tenui colori” (P.84). Gli storni volgono certi alla meta, mentre nel discorso possono irrompere incertezze, equivoci, atti mancati… A “bianchi e tenui colori” immagino si possa associare un senso di pace in contrasto con “miserie” “chiodi” “lividi e spini” e che col “Signore della sera” potrebbe richiamare il sonetto di Foscolo: “Forse perché della fatal quïete/ tu sei l’immago a me sì cara vieni”.

Ancora ne Shalom, padre, shalom, leggiamo:

 

Voglio una vita senz’ordigni

Senz’ordini di sparizioni

Senza brigate di eliminazioni

 

Certo, se non si mettessero di mezzo i contrasti economici, fomiti di guerre e distruzioni, e fossero davvero assolvibili gli imperativi francescani.

 

Silvio Aman

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“Ora che sale il giorno” di Salvatore Quasimodo

01 domenica Set 2024

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Ed è subito sera, Ora che sale il giorno, Salvatore Quasimodo

Con il testo di oggi riprende l’ordinaria programmazione di LIMINA MUNDI.

 

Finita è la notte e la luna
si scioglie lenta nel sereno,
tramonta nei canali.

È così vivo settembre in questa terra
di pianura, i prati sono verdi
come nelle valli del sud a primavera.
Ho lasciato i compagni,
ho nascosto il cuore dentro le vecchie mura,
per restare solo a ricordarti.

Come sei più lontana della luna,
ora che sale il giorno
e sulle pietre batte il piede dei cavalli!

 

SALVATORE QUASIMODO, Ed è subito sera, Poesie, 1942

 

L’incipit di Ora che sale il giorno descrive il tramonto della luna, in particolare l’attimo prima dell’alba quando la notte sembra sciogliersi nella luce che avanza.
Nella seconda strofa il poeta descrive le verdi pianure della Lombardia, vive come le vallate del Sud in primavera. Settembre diventa canto di nostalgia e solitudine. Il poeta manifesta i suoi sentimenti di esule che vive lontano dalla propria terra e dagli affetti più cari. Il paesaggio si fa simbolo del suo stato d’animo; egli ha abbandonato i compagni per rifugiarsi nella propria solitudine in cui poter rievocare, senza alcuna interferenza, l’immagine della donna amata, più lontana e irraggiungibile della luna stessa, descritta all’inizio della lirica, condannata a svanire, come un sogno, quando sorge l’alba sulle pianure erbose. Lo scalpiccio duro degli zoccoli dei cavalli sulle pietre del selciato segna il rumore sgradevole del risveglio che costringe ad abbandonare l’incanto del sogno. Lo scarto tra sogno e realtà emerge in tutta la sua drammaticità: persino la nostalgia sembra appartenere alla dimensione onirica, che si scontra con l’esistenza fatta di impegni, doveri e concretezza.

 

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“La poesia è un lunghissimo addio.” I “Dialoghi con Amin” di Giovanni Ibello

24 lunedì Giu 2024

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Note critiche e note di lettura

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Deborah Mega, Dialoghi con Amin, Giovanni Ibello

 

“Dialoghi con Amin”, uscito nel 2022 per i tipi di Crocetti con prefazione di Milo De Angelis, fin dai primi versi, si presenta come un poemetto oracolare e profetico. Per esorcizzare il timore che la poesia renda “soli”, Ibello intitola “Dialoghi” la sua opera come a voler sancire la necessità del colloquio fra due o più persone. Il titolo rimanda alla tradizione filosofica classica dei dialoghi di Platone, in Ione, in particolare, citato da De Angelis, si afferma che il processo poetico non è dovuto alla conoscenza ma all’ispirazione divina, rappresenterebbe, infatti, una forma di pazzia ispirata dalla divinità. Questo è forse il senso dell’addio, di cui parla Ibello, “addio” nel senso di abbandono della vita cosciente, essendo la poesia al tempo stesso dono e condanna, da cui non si guarisce. L’opera è ripartita in quattro sezioni: Yucatan, Teorema dei roghi, Be aware of God, Luce cariata dall’avvenire. Nell’epigrafe iniziale che introduce la prima sezione sono riportati i versi di una delle prime poesie del poeta arabo contemporaneo Adonis, in cui l’universo è ricomposto in noi in modo indissolubile al punto da non riuscire a individuare l’origine di tutto, chi dei due abbia generato l’altro. Amin probabilmente è l’alter ego dell’autore, voce intima che restò nel noncanto, la vita sognata che non ha mai conosciuto l’amore.  Frequenti sono le metafore, sparse per tutto il testo, cimitero della sete, santuario delle nebbie, coltre di spilli, che evocano immagini e riferimenti intertestuali di ampliamento del testo in cui si cerca al tempo stesso di perseguire una sorta di economia espressiva che stimoli la meditazione e lasci spazio al silenzio, vero grande protagonista dell’opera. Segue un altro esergo di grande efficacia, questa volta tratto da Cristina Campo: “Di ogni parola inutile ci sarà chiesto conto”, che invita a celebrare il silenzio inteso come atto meditativo e consapevole. Se vuoi arrivare alla lacerazione / non dire una parola  / che sia una, scrive il poeta, la parola taciuta permette l’implosione, la lacerazione che auspica. L’introspezione risuona dal profondo e si apre alla percezione sensoriale della realtà che ci circonda, superandone la frammentazione e interiorizzandola. La dimensione dialogica tra il sé e il proprio doppio appare a tratti irreale e delirante, la poesia si fa lamento, imprecazione, bestemmia fino a giungere al disincanto e alla constatazione amara Amin, noi siamo soli. Nessun verso sconta la primavera, scrive l’autore. “La morte si sconta vivendo”, scriveva Ungaretti, il sollievo della morte si paga con le sofferenze della vita. Qui la liberazione desiderabile è la primavera, il prezzo da pagare è il verso, peccato che nessun verso riesca a scontare la primavera. Ibello, però, sa bene che occorre fare del corpo la misura del tremendo perché il verso sia fecondo. La seconda sezione si conclude con un’altra citazione, questa volta di Alessandro Ceni, tratta da Mattoni per l’altare del fuoco, in cui afferma l’inevitabilità della caduta oltre al fatto che sia eterna e definitiva. Anche il rapporto con Dio è difficile e controverso. A volte è invocato, Dio, gheriglio di stella / insegnaci a svanire / poco a poco / insegnaci il dialogo amoroso / tra i picchi delle braci / e l’arpionata notte, a volte deriso, mentre ancora / tiri a sorte la vena / dio anatema, / ti sfiori trasognato le palpebre…, delle cose lontane, dio demente / che scalcia / nel grembo della cancellazione, del fiore nero, dei deserti. Del resto il cifrario di dio è una giostra di tagliola e vento. Frequente è l’utilizzo del tono aforistico-oracolare e di termini mistici che concorrono a creare un approccio immaginifico e numinoso, ai bordi dell’onirismo: occhi crociati, rito, santuario, vergine, crisma, diluvio, alleanze, urlo angelicato, osanna, ali, divinazione, scisma, santi, urlo luciferino, salmodiare, battesimo, sacerdozio, preghiera, luce. Nella terza parte dei Dialoghi Dio è ritrovato nel talento di Maradona, simbolo di genialità e sregolatezza. Seguono alcuni versi di Insana de La clausura, “Vedo nel vuoto dove piove chiara salute e mi svuoto del superfluo”. Svuotarsi del superfluo purchè si scriva, che significa ammettere la colpa, dice Ibello. Infine giungeremo al sonno eterno, assisteremo alla retrospettiva lenta dell’infanzia e alla campionatura degli amori che avremo vissuto. Lo sguardo del poeta indugia frequentemente sugli elementi della natura, il sole è una biglia di benzodiazepine, è infartuato, perfino la gioia nasce incendio e muore sole, la luna è nuova, esiliata, pietraluna, mezzaluna che ricorda la Mesopotamia, talvolta citata insieme alle ziqqurat. Ibello menziona le stagioni ed evoca atmosfere sospese e misteriose ricorrendo all’utilizzo dell’analogia e della sinestesia. In diversi passaggi il poemetto non è esente da elementi simbolisti talvolta di taglio crepuscolare. Il poeta, depositario di illuminazioni improvvise e di rivelazioni, diviene suo malgrado il veggente, custode di arcane verità e, dunque, come tale, il solo in grado di raccontare la sua lacerazione che supera la dimensione intimistica per diventare dolore universale.

Deborah Mega

*

 

Parte prima. Yucatan

 

Cercava la risacca nelle pinete

fiutava l’ombra di un ago sul fondale,

la panacea di un abbandono.

Conta fino a zero, le dissi

salta nell’arco cinerino.

È tutto calmo

qui è davvero tutto calmo,

il sole è una biglia di benzodiazepina.

C’è ancora un intreccio

di gelsomini carbonizzati sulla pietra.

L’estate,

una valanga di aceto sopra i fiori.

Ma in questo valzer di occhi crociati

non dire una parola,

non parlare.

Troveremo un altro modo per fare alta la vita.

 

La mia estasi rimane

lettera morta sul greto.

Brindo al disamore

al cuore profanato nell’acquaio

agli insetti fulminati nell’insegna.

Ci lega la parola feroce,

una giostra di penombre.

L’incanto di una teleferica,

l’esatto perimetro di un grido.

Tu che muori

in quell’assillo di aranceti

che ritorna.

Era l’affanno antico,

l’anemone del giorno

divelto sopra i silos.

 

 

I fiori di tarassaco sulle rotaie

annunciano il disfacimento.

Questo è il cifrario di dio:

una giostra di tagliola e vento.

 

 

sonno pulviscolare

 

Sei smarrito nel cimitero della sete. Amin, sei solo come la sfinge. Devi scornarti con l’assoluto, con il rinoceronte nero. Troveremo il dio delle cose lontane, troveremo una foresta di spine nel buio oltremare. Notte di canicola e di antenne. Sei smarrito nel santuario delle nebbie. In un rammendo di secondi luce ti pieghi sulle ginocchia, me- scoli il sangue e l’acquavite. Dicevi: “Verrà la fine, verrà… la chiromante delle ustioni”.

 

 

Verrà la vergine dei falò

verrà la vergine dai seni ulcerati,

un altrove di baci

al kerosene

un altrove di spine e diademi.

Ma noi

dimenticati relitti

ci amiamo nel buio degli hangar

e ripetiamo giaculatorie

dinanzi a un dio demente

che scalcia

nel grembo della cancellazione.

 

Parte seconda. Teorema dei roghi

 

Di quello che sognavi veramente

non resta che un silenzio siderale

una lenta recessione delle stelle

in pozzanghere e filamenti d’oro.

E il riverbero delle sirene accese

sui muri crepati delle case.

Così dormi, non vedi e manchi

il teatro spaziale delle ombre.

Il desiderio è l’ultimo discanto.

Ma quanti gatti si amano di notte

mentre l’acqua scanala nelle fogne.

 

 

Parte terza. Be aware of God

25 novembre

 

3.

 

Nasce incendio e muore sole

questa gioia che torna a intiepidire il vento.

Torneremo a dire grazie per il buio,

per l’alba dei rasoi.

Per ogni fuoriclasse spento

che accarezza la palla con la suola,

che infila l’incrocio dei pali, e non esulta.

Come una prostituta annoiata da dio

anche tu volevi fare alta la vita.

Cercavi il tuono nelle serrande,

dribblavi fiori, altalene,

elefanti di vetro. Dicevi:

“Sono felice perché non sono qui”.

 

Parte quarta. Luce cariata dall’avvenire

 

Quando tutto sarà finito

sarà il sonno a irrigidire gli occhi

ma prima della fine

c’è una retrospettiva lenta dell’infanzia,

una campionatura degli amori.

Poi il respiro si risolve

in un orgasmo neuronale,

è come un’implosione di pianeti nella mente

una turbativa siderale

del corpo che ritorna seme.

 

 

Giovanni Ibello, testi tratti da “Dialoghi con Amin”, Crocetti Editore, 2022

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“Il marziano innamorato” di Stefano Benni

17 lunedì Giu 2024

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Racconti

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Il marziano innamorato, racconto umoristico, Stefano Benni

 

“Il marziano innamorato” è un racconto umoristico di Stefano Benni, tratto da Il bar sotto il mare del 1987. L’opera comprende 24 storie; 23 di loro sono raccontate dai clienti, l’ultima dall’Ospite. All’inizio del libro c’è un disegno che rappresenta le sagome di tutti i personaggi indicati con i numeri, legenda che ci aiuta a orientarci meglio nella storia, segue una fotografia dei personaggi. Ogni racconto presenta la stessa struttura: prima Benni menziona il nome del narratore, seguito dal titolo della storia e poi da una citazione letteraria che  riassume la morale contenuta nelle storie che seguono. Nel bar sottomarino Benni descrive ventitrè personaggi che si incontrano e raccontano storie di diverso genere: storie felici e tristi, gialli, horror, parodie di opere celebri. L’ospite è invitato a rimanere per ascoltare i narratori, in caso contrario non potrà mai uscire dal bar e tornare a casa. I narratori non hanno un nome, Benni gli dà un nome tratto dalle loro caratteristiche tipiche: il primo uomo col cappello, la bionda, il venditore di tappeti, il marinaio, il ragazzo col ciuffo, la sirena, ecc. La storia del marziano innamorato è raccontata dal nano, che, mentre pesca nel fiume di Sompazzo, incontra il marziano Kraputnyk Armadillynk, venuto sulla Terra dal pianeta Becoda per portare un regalo alla sua fidanzata. Il marziano cerca di comprendere le persone  che incontra e le loro azioni e, soprattutto, ciò che le donne terrestri desiderano di più. Con grande delusione scopre che le donne sono entusiaste di quazz e trond, probabilmente diamanti, di cui Becoda è ricco. Il marziano scopre che un’altra cosa che tutti vogliono sono i fatti. Qui l’autore allude alla politica attuale ma anche all’eccessiva produzione di rifiuti, vera tragedia dei tempi moderni. Il racconto presenta diversi momenti esilaranti ma che fanno riflettere sulle incoerenze e sulle contraddizioni che viviamo ogni giorno sulla nostra pelle.

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Versi trasversali: Luigi Finucci

10 lunedì Giu 2024

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Luigi Finucci, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

LUIGI FINUCCI

 

Atomi, si muovono

nello spazio imitando

un perpetuo sodalizio.

 

Il caso vorrà, nell’istante

imprecisato, che si formi

un assioma complesso.

Vita. Senza bisogno alcuno

di definizione.

 

*

Europa, nei pressi di Giove

 

 C’è un’ Europa lontana

dai nostri fardelli, distante.

L’ acqua è protetta

la vita tenta di proteggersi.

È una mano.

 

Tende all’universo

invecchia senza farlo.

Grida la sua presenza.

Una solitudine rappresa

da forma liquida, un giorno

senza chiedere il permesso

alle leggi primordiali

diverrà solida.

*

Arba Minch, Etiopia

  

La vocazione ha il volto scuro,

l’ho vista all’età di dodici anni

scorrere sul vetro, due goccioline

divenire una. Arrivare fino in fondo

veloce, un po’ più grande.

L’ho ritrovata in una scuola etiope

asciugarsi sul mio dito medio.

Stessa molecola, due atomi di idrogeno

e uno di ossigeno.

Acqua, leggermente salata.

Le scapole erano evidenti, contorni

precisi e al tocco, quasi come solchi.

Le mosche non erano fastidiose

come le ricordavo.

 

Ho moltiplicato le emozioni

le ho divise per il numero di costole

ho sommato il numero di battiti

infine, sottratto i giorni perduti.

Il risultato è stato uno zero.

*

Della gentilezza ho scorto

quattro gradini sotto l’uscio

di una via nascosta. Si è chinata

così in basso da fondersi

con una ciotola colma d’acqua.

Solo un cane si è presentato

ad accogliere il gesto: la vita

è sembrata così lenta

da non ricordare

l’incessante noia

della notte e del giorno.

*

Nel caos della mia mente,

ho assistito a scene da manicomio.

 

Un giorno ho sputato la medicina

ed è stato lì che ho visto una porta piccola.

Aveva i capelli neri, sembrava ferita dalla vita:

cinque punti di sutura nei pressi del cuore.

Abbiamo provato a fuggire tutte le sere

con le mani, ci siamo illusi. Con la dolcezza

dei primi occhi.

 

Ora, c’è molta stanchezza. Le venature sono più evidenti

sembriamo vecchi. Una cosa è certa, abbiamo provato

a salire sui rami dell’amore.

Caduti, le ossa si sono frantumate con la realtà.

Eppure le mani hanno trovato il modo di sfiorarsi, le mani.

*

Quando muore un figlio,

non si è più soli. Un coltello

piantato nel fianco. Nessuno

che sappia il nome. Un giorno

il dolore diventerà troppo grande,

la caduta inevitabile.

 

Lì,

si cambia e si smette

di dare risposte.

Le lacrime vengono inghiottite,

entrano nel corpo:

il cammino è un uccello

a cui non è stato insegnato

a muovere le ali.

*

Non sono mai stato in grado

di essere padre. Ho fallito

ogni sera, lontano dai sogni

dalle increspature violate.

La colpa più grave è

che nessuno se ne accorge.

Solo mio figlio porta il peso

delle mancanze, e vive

un incubo che si ripete.

 

Un giorno sopraggiungerà la morte

il cuore scoppierà, perdendo

il dono più sacro.

Forse, uno specchio

a maledire un’abitudine

che ha relegato a prigione

le possibilità di tenerezza.

 

Luigi Finucci, testi tratti da La prima notte al mondo, Seri Editore, 2024.

 

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“RILKE – BRODSKJ – ORFEO” di Franco Romanò

03 lunedì Giu 2024

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA

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Franco Romanò

Premessa

Orfeo non era fra i miei miti più frequentati fino a che non ho letto un saggio di Brodskj, dedicato a una poesia di Rilke, un altro autore rispetto al quale mi ero sempre tenuto un po’ a distanza finché non l’ho incontrato in quella straordinaria avventura epistolare a tre – Settimo sogno –  su cui ho già scritto nel mio blog un saggio a cui rimando.1  La diffidenza rispetto a Rilke come a Orfeo riguardava più che altro la riproposizione dell’orfismo nel pieno della modernità. Era stato Apollinaire ad annunciare la nascita del cubismo orfico nel 1912. Dell’impresa facevano parte Delauny, il gruppo di pittori del Blaue Reiter, Duchamp e addirittura i futuristi italiani e Léger! Continua a leggere →

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“La chitarra magica” di Stefano Benni

27 lunedì Mag 2024

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Racconti

≈ 1 Commento

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fiaba moderna, La chitarra magica, Stefano Benni

 

“La chitarra magica” è una fiaba di Stefano Benni, tratta da Il bar sotto il mare del 1987. L’incipit non prevede il tradizionale C’era una volta, tipico delle fiabe, ma utilizza un generico C’era che introduce un’ambientazione diversa dal solito perché la storia si svolge in una città dei nostri giorni e trae ispirazione dal mondo della musica rock contemporanea. Il protagonista è un giovane musicista che desidera studiare al Conservatorio e diventare una grande rockstar. Un giorno, mentre Peter si sta esibendo in strada, incontra un vecchio con un mandolino che lo sottopone a tre prove, come in ogni fiaba che si rispetti. Peter, dato il suo buon cuore e la sua generosità, ottiene un premio che però gli si rivelerà fatale. I personaggi sono appena caratterizzati. Anche l’aiutante, Lucifumàndro, è un mago moderno. Nella fiaba manca il lieto fine, non è il giovane buono e di grandi speranze ad avere la meglio ma l’antagonista. La fiaba, infatti, con un sorprendente capovolgimento di ruoli e situazioni, ha un esito imprevedibile e drammatico, non solo non avviene la punizione del malvagio ma si conclude con effetti tragico-caricaturali.

 

IL RACCONTO DELLA RAGAZZA COL CIUFFO

 LA CHITARRA MAGICA

« Ogni ingiustizia ci offende quando non ci procuri direttamente alcun profitto. »

Luc de Vauvenargues

 

C’era un giovane musicista di nome Peter che suonava la chitarra agli angoli delle strade. Racimolava così i soldi per proseguire gli studi al Conservatorio: voleva diventare una grande rock star. Ma i soldi non bastavano, perché faceva molto freddo e in strada c’erano pochi passanti. Un giorno, mentre Peter stava suonando “Crossroads”, gli si avvicinò un vecchio con un mandolino.
-Potresti cedermi il tuo posto? È sopra un tombino e ci fa più caldo.
-Certo- disse Peter che era di animo buono.
-Potresti per favore prestarmi la tua sciarpa? Ho tanto freddo.
-Certo- disse Peter che era di animo buono.
-Potresti darmi un po’ di soldi? Oggi non c’è gente, ho raggranellato pochi spiccioli e ho fame.
-Certo- disse Peter che eccetera. Aveva solo dieci monete nel cappello e le diede tutte al vecchio. Allora avvenne un miracolo: il vecchio si trasformò in un omone truccato con rimmel e rossetto, una lunga criniera arancione, una palandrana di lamé e zeppe alte dieci centimetri.
L’omone disse: – Io sono Lucifumàndro, il mago degli effetti speciali. Dato che sei stato buono con me ti regalerò una chitarra fatata. Suona da sola qualsiasi pezzo, basta che tu glielo ordini. Ma ricordati: essa può essere usata solo dai puri di cuore. Guai al malvagio che suonerà! Succederebbero cose orribili!
Ciò detto si udì nell’aria un tremendo accordo di mi settima e il mago sparì. A terra restò una chitarra elettrica a forma di freccia, con la cassa di madreperla e le corde d’oro zecchino. Peter la imbracciò e disse:
-Suonami “Ehi Joe”.
La chitarra si mise a eseguire il pezzo come neanche Jimi Hendrix, e Peter non dovette far altro che fingere di suonarla. Si fermò moltissima gente e cominciarono a piovere soldini nel cappello di Peter.
Quando Peter smise di suonare, gli si avvicinò un uomo con un cappotto di caimano. Disse che era un manager discografico e avrebbe fatto di Peter una rock star. Infatti tre mesi dopo Peter era primo in tutte le classifiche americane italiane francesi e malgasce. La sua chitarra a freccia era diventata un simbolo per milioni di giovani e la sua tecnica era invidiata da tutti i chitarristi.
Una notte, dopo uno spettacolo trionfale, Peter credendo di essere solo sul palco, disse alla chitarra di suonargli qualcosa per rilassarsi. La chitarra gli suonò una ninnananna. Ma nascosto tra le quinte del teatro c’era il malvagio Black Martin, un chitarrista invidioso del suo successo. Egli scoprì così che la chitarra era magica.
Scivolò alle spalle di Peter e gli infilò giù per il collo uno spinotto a tremila volt, uccidendolo. Poi rubò la chitarra e la dipinse di rosso.
La sera dopo, gli artisti erano riuniti in concerto per ricordare Peter prematuramente scomparso. Suonarono Prince, Ponce e Parmentier, Sting, Stingsteen e Stronhaim. Poi salì sul palco il malvagio Black Martin.
Sottovoce ordinò alla chitarra:
-Suonami “Satisfaction”. Sapete cosa accadde?
La chitarra suonò meglio di tutti i Rolling Stones insieme. Così il malvagio Black Martin diventò una rock star e in breve nessuno ricordò più il buon Peter.
Era una chitarra magica con un difetto di fabbricazione.

Stefano BENNI, « La chitarra magica », in Il bar sotto il mare, Universale Economica Feltrinelli, Milano, 2016, pp. 153-155.

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Rita Pacilio, “Come fosse luce”, Macabor, 2023

20 lunedì Mag 2024

Posted by Deborah Mega in POESIA, Segnalazioni ed eventi

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poesia contemporanea, Rita Pacilio

In copertina: Rita Pacilio, fotografia di Lucia Pinto

 

da Luna stelle… e altri pezzi di cielo, 2003

 

Si dice che solo il dolore

conosce ciò che non dura

eppure sull’orlo del pozzo

alita la memoria del viaggio

e lentamente mi sorprendi

tra i libri, là dentro mi annusi

da cacciatore insonne

per abitare tempo e anima.

Torniamo spesso nelle cose passate

come si fa con i sogni taciuti

un planare basso sulla terra

per amare le immagini rimaste.

 

Chi è stato innamorato

sigilla

grandi tempeste e silenzi sapienti

passa piegato, sopporta, si inginocchia.

Chi è stato innamorato dà un senso a ogni cosa

sa tornare, sa rimanere.

*

Vengono e vanno di bocca in bocca

i baci sulla lapide, colpi di unghie

risvegliano inquietudini lente

il sonno e la verità di chi non canta più.

Allora bisogna aprire le braccia

spiegarsi a vela sull’onda dopo la morte.

Un uccello in fuga, sì, una capriola nell’aria

essere testimone assoluto di oblio

e nuvole lattose. Conquistare il coraggio

la forza di vivere oltre l’epigrafe.

 

da Ciliegio forestiero, 2006

 

Vedessi come affonda il coltello feroce,

nella carne trasfigurata. Penetra

dietro la pupilla ferisce i desideri

in ombra.

Vedessi come taglia lentamente

la bocca che ribolle gocce sapide e sangue.

 

Cosa hai udito nella conchiglia,

l’onda che ritorna, il suo odore?

Forse la profonda voce del dio del vento

con la lancia in mano?

*

Non domandarti le foglie che ho riempito i rami

o il succo di ciliegia sulla bocca.

Non importa il tempo

delle radici in terra feconda

non sarà lì che torneremo amanti.

Ha avuto un senso il tronco

e l’intaglio delle parole.

 

Fino a terra

confessione segreta dell’ultimo atto

nell’incavo delle spalle si è posato

lo sfioramento d’ala

due anime le nostre tra succose ciliegie forestiere.

 

da Tra sbarre di tulipani, 2008

 

Lei sta morendo

nel verde del suo sguardo

quanto di pioggia in mare.

 

Pioggia di fine estate

fuori dal seno pieno.

Tremolante tra le begonie

sul balcone.

 

Lei sta morendo

nei fili d’erba

quanto dita e fiori di cespugli.

 

Di lei resteranno le cose cancellate.

 

da Gli imperfetti sono gente bizzarra, 2012

 

Sputa i suoi drammi

coi colpi di tosse

per gioco, per amore

scorie sottili nelle mani esibite

 

è latente lo scontento sulle spalle

 

gli imperfetti sono gente bizzarra

lasciati nell’arena, non so dire esattamente,

come un silenzio, un ghigno.

Ho pensato che Dio ama l’insicurezza

e le sfumature dei dirupi.

 

Io mi trovo qui dove non si torna indietro.

*

La prigione di mio fratello

ha le finestre sorde

esala l’anima ancora sbalordita

dalla paura del lampo

suoni di saluti nella campana

a morte

e sul collo il respiro che non vuole finire.

 

L’ecatombe ogni notte si maschera

impaziente il mormorio nei reparti

è illecito l’omaggio agli dei

si arriva sempre presto sottovento

menzogne e sacrilegi nascosti.

 

La prigione di mio fratello

è oracolo timido

probabile occhio spia

una pietra desolata

nella recinzione gli uccelli dormono

di là

nessuna barca esiste più.

 

da Quel grido raggrumato, 2014

 

Lei è la maschia forza che risorge

dalla morte, sotto il porticato c’è

la festa alle viscere rancide

e la consolazione dalla tenebra.

È faticoso buttare i languori

quel primo seme raggrumato

largo, tornito, ricolmo nella gonna

colpita.

Quella sera erano una folla profanata

un tetto che soccombe molle, senza luce

tumefatto di collera.

 

Quella che hai amato

io l’ho uccisa

l’ho scucita lungo la schiena

le ho tirato via la carne

succhiato il sangue

l’ho stesa sul lenzuolo:

è lei stessa quel Cristo feroce.

 

da L’amore casomai, 2018

 

E ti rispondo dal fulmine nelle nuvole

dalla misura della mano cento metri più su

spingendo il parapetto nelle fughe a tre voci

è qui che gli aquiloni si riavvolgono

di fronte alla lampada sconsolata.

Ricordo l’odore dell’anima emorragica

quando lei e le altre mutarono in frammenti

inghiottite nel bruno solitario.

Ti accoppiasti alla tazza mentre inciampavo

nel rombo verde dell’anello

questo potrebbe essere tutto, invece le forme

delle lodi ebbero colori pallidi e furono dolci

i brandelli del luneggiare.

Così ci addormentiamo nella direzione della terra

a orecchie fredde a scaldare le mani.

 

da La venatura della viola, 2019

 

Qualcosa di troppo accresce

l’orgoglio e la colpa di essere nati qui

in questo garbuglio di allarmi profondi

dove porti in rovina e chiusi come porte

rendono l’acqua inutile e il tramonto povero

se esistesse l’origine di una parola

dovremmo baciare la sabbia e le conchiglie

farlo in segreto, silenziosamente

tracciare una virgola dopo l’apparenza

allargarci sul gambo come fa la viola.

 

da Quasi madre, 2022

 

Lasciata nel riflesso come un filo

legato a una vertigine

sfrangiata da piccole pieghe

lei

si adorna di sogni avvampati.

Mia madre riflette cicli di giorni

e notti rimestando dialoghi

platonici, i silenzi del destino.

Se la verità non avesse segreti

avrebbe la tua limpida voce,

giardini fioriti, la porta aperta.

La senti? Ha detto qualcosa?

La divinazione è nel lampo,

nel morso di un ultimo bacio.

 

Potessi ricordare una carezza

quel poco amore che era tutto

per raggiungerti.

Potessi smettere di sentire l’odio

che agiti nella testa vecchia,

mi chiami tre volte, mai con il mio nome.

 

Testi tratti da Rita Pacilio, “Come fosse luce”, Macabor, 2023. Poesie e antologia critica con un saggio introduttivo di Mara Venuto.

 

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“L’affittacamere” di Roald Dahl

13 lunedì Mag 2024

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Racconti

≈ 2 commenti

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L'affittacamere, racconto giallo, Roald Dahl

Immagine generata dall’Intelligenza artificiale

 

L’affittacamere (The Landlady) è un racconto breve di Roald Dahl, uno dei grandi maestri della short story, autore di opere di narrativa e di libri per ragazzi di grande successo internazionale. È tratto dalla raccolta “Kiss Kiss” e pubblicato nel 1960 da Alfred A.Knopf. La maggior parte delle storie erano già state pubblicate in precedenza in vari giornali e quindi raccolte nel libro. Il racconto, enigmatico e ricco di particolari significativi e colpi di scena, è ispirato da una situazione apparentemente normale poi attraversato da una vena di humour macabro. Parlando dei racconti di Dahl, Corrado Augias ha osservato che «sono perfette macchine narrative: la situazione di partenza sembra comune, addirittura banale, ma nel corso della vicenda subentra un piccolo incidente che rovescia in modo sinistro o grottesco i fatti… Dahl ha l’abilità di far diventare la cattiveria una qualità rivelatrice della natura umana.» Come accade nel genere giallo, il racconto inizia con la descrizione dell’ambientazione per assumere successivamente le caratteristiche dell’horror. La vicenda si svolge in un bed & breakfast in cui non ci sono altri ospiti all’infuori di Billy Weaver. L’esito è imprevedibile e inaspettato come spesso avviene in Dahl, il finale è lasciato volutamente in sospeso, ma lascia presagire quale sia la fine del giovane protagonista.

 

Billy Weaver era arrivato da Londra col lentissimo treno del pomeriggio, dopo aver cambiato a Swindon, e quando era sceso lì a Bath erano ormai già quasi le nove di sera, di una sera limpida, con un cielo stellato sopra le case di fronte alla stazione. Il freddo però era pressoché mortale e soffiava un vento che gli tagliava le guance come una lama di ghiaccio. «Mi scusi», disse. «Sa se c’è un albergo abbastanza modesto non lontano da qui?» «Provi al Bell and Dragon», rispose il facchino, indicando in fondo alla strada. «Avranno forse una camera. Sempre dritto, a un quarto di miglio, sull’altro lato della strada.» Billy ringraziò, raccolse la valigia e s’accinse a percorrere il quarto di miglio fino al Bell and Dragon. Non era mai stato a Bath prima; non vi conosceva nessuno, ma Mr Greenslade, della Direzione Centrale lì a Londra, gli aveva detto che era una magnifica città. «Si trovi un alloggio», aveva detto, «quindi si presenti al direttore della filiale. Questo non appena si sarà sistemato.» Billy aveva diciassette anni. Indossava un cappotto blu marina nuovo, al quale s’accompagnavano un cappello di feltro marrone, nuovo, e un completo altrettanto marrone e nuovo, e questo lo faceva sentire in gran forma. S’avviò a passo svelto. In quegli ultimi tempi cercava di essere svelto in tutto. La sveltezza, aveva deciso, era la caratteristica comune a tutti gli uomini di successo. I pezzi grossi della Direzione Centrale erano sempre assolutamente, fantasticamente svelti. Erano straordinari. In quella strada abbastanza ampia non c’erano negozi, solo una fila di case alte sui due lati, tutte identiche. Avevano, tutte, portico con colonne e quattro o cinque gradini che conducevano alla porta d’ingresso. Era chiaro che un tempo dovevano essere state dimore piuttosto pretenziose; ora invece, persino con quel buio, si vedeva la vernice scrostata degli infissi delle porte e delle finestre, e le crepe e le macchie dell’abbandono sulle belle facciate bianche. D’un tratto, a una finestra al pianterreno illuminata in pieno dal lampione, a neppure sei passi di distanza, Billy scorse un cartello appoggiato al vetro dall’interno, a uno dei pannelli superiori. Diceva: BED AND BREAKFAST. Continua a leggere →

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“Per lei” di Giorgio Caproni

12 domenica Mag 2024

Posted by Deborah Mega in ARTI, POESIA, Segnalazioni ed eventi

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Giorgio Caproni, Il seme del piangere

“Per lei”, disegno digitale di Loredana Semantica

Il poeta Giorgio Caproni vuole donare dei versi alla madre Anna Picchi, che siano chiari, spontanei, eleganti, anche se privi di ricercatezze, verdi, elementari e soprattutto destinati a durare nel tempo.

Per lei voglio rime chiare,
usuali: in -are.
Rime magari vietate,
ma aperte: ventilate.
Rime coi suoni fini
(di mare) dei suoi orecchini.
O che abbiano, coralline,
le tinte delle sue collanine.

Rime che a distanza
(Annina era così schietta)
conservino l’eleganza
povera, ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi, elementari.

Giorgio Caproni, “Il seme del piangere”, Garzanti, 1957.

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Videopoesia “Benvenuti nel primo mondo”

06 lunedì Mag 2024

Posted by Deborah Mega in Prosa poetica, Video

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Benvenuti nel primo mondo, Gabriele Peritore, Luigi Filippo Peritore, Rough Max Pieri

 

Benvenuti nel primo mondo

Videopoesia

Testo: Gabriele Peritore

Musica: Rough Max Pieri

Video: Luigi Filippo Peritore (che attualmente frequenta la terza elementare) e Gabriele Peritore

Durata: 9 minuti

Testo: Un’analisi critica sul primo mondo, il mondo occidentale che siamo abituati a conoscere, strutturata sui toni del provocatorio, dell’assurdo, dell’ironia amara. Un racconto per immagini, scandite dalla voce, sul rapporto tra l’essenza umana e la realtà moderna in una metropoli, con tutti i suoi aspetti contraddittori, esposti in prima persona, vissuti sulla pelle. Con la potente sensazione di impossibilità nel cambiare le cose che non vanno, ma, al contempo, con la necessità impellente di invertire la rotta imposta. L’invito accorato e disperato a trovare una terza via.

Musica: Un vertiginoso giro di blues che sa perfettamente inserirsi tra le righe ed esaltare il testo, realizzato dal grande musicista Rough Max Pieri.

Video: Per quanto riguarda il filmato, si tratta di un vero e proprio video sperimentale, perché l’intenzione principale era coinvolgere dei bambini ma non volevo fare un video sui bambini, così ho pensato di realizzare il video di un bambino. Ho prestato il braccio adulto alla mente pensante di un bambino di sei anni. Mi sono fatto operatore di camera per veicolare la visione e la visuale, di mio figlio Luigi F., del suo modo di percepire e vivere la metropoli senza filtri e giudizi morali. In linea con la poesia, la protagonista è rimasta la città, vista, però, dall’altezza e con gli occhi di un bambino. Mi sono fatto guidare sui particolari che lo colpivano di più e poi ho cercato di dare un senso logico in sede di montaggio.

Gabriele Peritore

 

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA 

Farmacista, blogger, scrittore e poeta, Gabriele Peritore è nato ad Agrigento. Dopo anni importanti passati a Palermo, Foligno e Montefiascone, attualmente vive a Roma e collabora con la testata giornalistica online Magazzini Inesistenti, di cui è stato Caporedattore centrale dal 2016 al 2019.

È uno dei poeti protagonisti del documentario “Poeti” del regista Toni D’Angelo in concorso alla 66ima edizione del Festival del Cinema di Venezia 2009.

Nel 2010 una poesia tratta dalla silloge “A respiro trafitto” diretta dal video artista Quinto Ficari ha partecipato allo ZebraPoetry FilmFestival di Berlino, il più importante festival di videopoesia in Europa.

Ha curato, inoltre, la pubblicazione delle opere inedite di Luigi Filippo Peritore “Il fascino di un’isola e delle sue contraddizioni”, vincitore del premio “Libro dell’anno 2008, opera antologica” (Ca. Gi. Editore) e la monografia del pittore Giorgio Pirrotta (2009).

Nel 2010, insieme ai poeti amici Cony Ray e Marco Orlandi, ha dato vita al progetto “La Poesia È Reale” in collaborazione con il circuito delle biblioteche di Roma e a sostegno di Emergency.

Presente alla Sala del Refettorio della Biblioteca della Camera dei Deputati in qualità di poeta per un progetto a favore dell’Aquila: L’orizzonte perduto e il dolore trattenuto.

Partecipa a Festival e Rassegne Letterarie, tra cui Più libri più liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria – Roma, 2012; Caffeina Festival, Viterbo, 2012 e 2013.

Presente in diverse antologie, ha pubblicato:

“L’isola confine” (romanzo, 2014, Edizione Libreria Croce)

“Vino e Venere” (romanzo, 2012, Edizioni Libreria Croce).

“Luigi Filippo Peritore, intellettuale agrigentino” (saggio monografico, 2008, Ca. Gi.

Editore).

“Io sono la vera vite”, simbologia e fitoterapia delle piante dei Vangeli (saggio, 2007,

Edizioni Libreria Croce).

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“Les fleurs maladives de Baudelaire”

29 lunedì Apr 2024

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA

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Charles Baudelaire, I Fiori del Male

 

Per comprendere Baudelaire (1821-1867) occorre rendersi conto del posto che occupa nella storia della poesia non soltanto francese. Autore decadente dalla genialità sregolata, poeta maledetto, critico, traduttore, è considerato uno dei padri del Simbolismo e del Decadentismo. Continua a leggere →

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Bella Ciao

25 giovedì Apr 2024

Posted by Deborah Mega in Segnalazioni ed eventi

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Bella Ciao

 

«Una mattina mi son svegliato
o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao
una mattina mi son svegliato
e ho trovato l’invasor.

O partigiano, portami via
o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao
o partigiano portami via
che mi sento di morir.

E se io muoio da partigiano
o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao
e se io muoio da partigiano
tu mi devi seppellir.

E seppellire lassù in montagna
o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao
e seppellire lassù in montagna
sotto l’ombra di un bel fior.

E le genti che passeranno
o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao
e le genti che passeranno
mi diranno “Che bel fior!”

E questo è il fiore del partigiano
o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao
e questo è il fiore del partigiano
morto per la libertà.»

 

 

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Giulio Giadrossi, “Dati sensibili”, Terra d’ulivi Edizioni, 2024.

22 lunedì Apr 2024

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Dati sensibili, Giulio Giadrossi

 

*

Hanno già cantato tutto

i fiori non colti

i motel dai materassi pruriginosi

i capoversi sghembi

le rime slabbrate

i laghi negli occhi

i mari svuotati

le amarene sul gelato

ma noi rimaniamo ancorati

nei batuffoli ineffabili della parola

 

*

C’è un processo di indagine del reale

non indifferente

nei tuoi passi a tentoni

nel soffiare le bolle di sapone

nel separare la buccia dalla polpa

nella teoria dei tuoi respiri

in cui l’apnea e il rilascio

sono i capoversi

di un soppesare il mondo

ogni giorno

con rinnovata meraviglia

farsi misura di tutte le cose

anche quelle più misteriose

del fuorigioco non fischiato

dello spandimento sul soffitto

dell’equilibrio di un soffritto

della serie di Fibonacci

nei broccoli in frigo

 

*

Combattiamo guerre di posizione

su letti a una piazza

su piastrelle

scelte da madri

in case non nostre

su fazzoletti di cielo

che vediamo oltre il vetro

in tramonti albicocca

in base agli straordinari

 

*

Mia nonna è un soggetto rivoluzionario

le seppie al sugo

il rosso della casa

le lettere di protesta

all’amministratore condominiale

la marcia che non entra

le ferite di una guerra

combattuta nel silenzio

nel residuo di un tempo

che si affolla

sul ricamo

di giorni

che dell’eterno

hanno solo il peso

sollevato nei ritagli

di un pomeriggio

osservato

da un terrazzino

di begonie in fiore

 

*

Non sono troppo convinto

dei baci non dati

dei parcheggi in salita

delle diete a zona

dei paradisi fiscali

delle chiamate senza risposta

trovo un senso soltanto

nelle briciole di parole

nei bachi da seta

che intessono indefessi

trame di possibile

 

*

Ciò che mi manca

è una nuvola di ciambelle

un invito a cena

una scatola in cui dormire

una barba di zucchero filato

una sciarpa di glicini

un gatto che dispensa consigli

un leone che divora gli sbagli

 

*

La mia colf ha un viso costellato di rughe

una cartografia di pianti e notti insonni

per 8 euro all’ora senza contratto

sa stirare ed ascoltare

l’esile incanto di coincidenze aggiustate

come lavatrice che singhiozza il bucato

il più ostinato rimpianto è come lo sporco

si scioglie a fatica col tempo

 

Poesie tratte da: Giulio Giadrossi – Dati sensibili Terra d’ulivi editore, 2024

 

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Giulio Giadrossi (1988) ha pubblicato la silloge poetica Di stanza a Trieste (Ensemble editore, 2020). Alcuni suoi scritti sono apparsi su Charta Sporca, sul Multiperso di Carlo Sperduti e la rubrica Passaggi di Argo.

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Versi trasversali: Riccardo Mazzamuto

15 lunedì Apr 2024

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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poesia contemporanea, Riccardo Mazzamuto

 

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

RICCARDO MAZZAMUTO

Continua a leggere →

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Nunzio Di Sarno, “Ellenika”, Eretica Edizioni, 2023

08 lunedì Apr 2024

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Ellenika, Nunzio Di Sarno

LA NAVE

La nave
Il capodoglio d’acciaio
Dal grasso ventre
Mi culla e mi protegge
Nel suo utero
E mi riporta in mare
Sale di sangue e sudore
Un palmo dall’infinito
Un piede dall’abisso
Luci e ombre
Danzano nell’onda

MURO

Il torto subito
Non è che l’istantanea
Di ciò che c’è dietro

Dove il vento si cheta e
La spuma non può più
Nascondere il fondo

In connessione –
La compassione
È coscienza di sé

PAXOS

La grossa pancia nuda di Athanasios
Sovrasta la seta e il lino delle famiglie
Ingiacchettate che scendono dagli yacht
I cristi incastrati tra i peli le benedicono
Insieme al muso duro che al bisogno
Si piega o si dilata ma non per noi
Che dobbiamo chiedere tre volte
Stremati col buio alle spalle di nuovo
Lo imploriamo e il santo esaudisce
La preghiera pura del viandante

Così ci accucciamo in tenda senz’acqua
Né un cesso per la notte se non il mare
Nella lingua di terra tra merce e tavoli
Mentre su altri binari e tappe condivise
Eleonora s’inebria di simboli e parole
E dorme serena lontana dai vicoli
Tea in fuga perenne prepara la strada
Al cuoco afghano e alla nuova identità
E Gaia smussa le rigidità nelle giravolte
Tra nord e sud e concima con le lacrime

ATTESA

Forse il viaggio
È proprio questo –
Sentirsi perduti

Camminare senza meta
Nella canicola che pesa

Sudati senz’acqua solo
Pane e miele del mattino
Tre carote nello zaino

Chiedere nel dubbio
Pur sapendo che
Ogni informazione
Non porterà a niente

Lo scrigno si schiuderà
D’improvviso lì dove
Si rischia la morte
E si ritrova la vita

Accogliendo l’ombra
Che ridà forma
Ai pensieri

Da soli
Solo da soli
La disperazione
Diventa totale
E cede il posto
All’infinita gioia

Tutto da sé
Tutto per sé
Tutto per tutto

FILI

Il dubbio sul da farsi non regge
Quando il richiamo intona il canto
Che mi scrolla di dosso le proiezioni
Pure se il colon mi torce la gola

I passi non pensano più
Comanda il suono

Che guida sull’asfalto
Sulle rotaie e sulle onde
Apre all’ignoto sfilacciato
Che s’intesse dolcemente
Andando

E il viso dorato di Georgia
È l’epifania non cercata
Svelata in una risata
Che sposa tre lingue
E stabilizza potenziando
Le future trasmissioni

E quanto sepolto rimanga
Il bagliore dagli anni
Non so dire
Se nel ricordo
Ritorna uguale l’onda
E scorre dentro e fuori
A mostrarmi cos’è l’eterno

Testi tratti da “Ellenika” di Nunzio Di Sarno, Eretica Edizioni, 2023

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“Divenire” di Valentina Marzulli, Eretica Edizioni, 2023. Una lettura di Rita Bompadre.

01 lunedì Apr 2024

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Note critiche e note di lettura

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Tag

Rita Bompadre, Valentina Marzulli

“Divenire” di Valentina Marzulli (Eretica Edizioni, 2023 pp. 60 € 15.00) cattura l’energia ispiratrice dello svolgimento del tempo intorno al passaggio esistenziale del mutamento. La poetessa intuisce nel divenire qualcosa che diviene, nel movimento interpretativo della realtà, che si manifesta e si dissolve nelle contraddizioni emotive, non disperde l’essenza originaria dell’evoluzione passionale ma la rinnova. Continua a leggere →

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“Esame di coscienza” di David Maria Turoldo

29 venerdì Mar 2024

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Tag

David Maria Turoldo, Il sesto angelo

 

Cosa è quel gridare di cani nella notte,

quell’ululare da cascinale a cascinale

quando una mano di nuvola

oscura la luna?

Cosa quel contorcimento di querce e d’eucaliptus,

quello scricchiolio di bosco

quando neppure un dito di vento

muove una foglia nella foresta?

E tuttavia tu devi premere le mani alle orecchie

per non udire il micidiale silenzio.

E’ mezzanotte, mezzanotte, uomini!

E poi l’una, e poi sono le due

e bisogna resistere almeno fino all’ora terza,

che un barbaglio di lume filtri tra ramo e ramo

o tagli la fronte al cupo grattacielo

immobile cadavere di cemento.

Questo non è tempo dei vivi,

questo è il tempo del tempo

eternità del tempo

tempo di pietre in lacrime,

del sudore di sangue dalle rocce,

del gemere implacabile del mare.

Tempo di Getzemani del mondo,

tempo dei crocefissi che grondano sangue

chiazze di sangue intorno ad ogni croce

mentre tutte le chiese dormono.

Tempo dei morti in cammino per tutte le strade

per i sentieri dei campi, per i deserti

ognuno a cercare una casa, un familiare, un amico,

ognuno a cercare la bandiera

in cui aveva creduto.

E non c’è più una casa, non un vessillo.

Sul monumento è ancora issata la svastica.

No, i morti non sono morti

e i vivi non sono vivi.

Non ci sono che uccisi e assassini.

Non un metro solo di terra

che non porti l’impronta di una vittima,

la sagoma nera di un caduto sotto la clava

o schiacciato come un cane sull’asfalto;

oppure che non ci sia sotto la polvere

una chiazza di sangue:

la montagne sono pietrificate

la polvere è cenere.

E che non si alzi il vento

che non si alzi il vento, uomini,

perché avrete nella gola la cenere

dei vostri uccisi.

Invece

al mattino potete fare molti gargarismi,

è igienico: e poi lavatevi,

e poi non pensate:

è l’unica scelta per non impazzire.

E non uscite dalle vostre tane,

tenete sprangata la porta

ben tappate ante e finestre.

Tiratevi anzi il bianco lenzuolo sul capo

e prendete sonniferi dal farmacista e dal prete;

ormai la partita è perduta.

Oppure restate nei nights

e suonate le trombe degli ultimi jazz

e tenetevi buone tutte le ‘geishe’.

O grandi capitani

uomini d’industria, voi

fabbricanti di atomiche,

uomini bianchi come cadaveri

siamo tutti ugualmente nazisti!

Resistete almeno fino ai primi raggi dell’aurora:

poi tutta la città comincerà a muoversi

poi nessuno si illuderà di essere solo

e di avere paura;

poi nessuno si guarderà dentro.

E qualche bambino, ignaro vi sorriderà.

 

David Maria Turoldo, “Il sesto angelo: poesie scelte (prima e dopo il1968)”, Oscar Mondadori Poesia, 1976.

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Marcello Buttazzo, “E se nel giallo ti vedrò”, I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno, 2023.

25 lunedì Mar 2024

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Tag

E se nel giallo ti vedrò, Marcello Buttazzo

 

 

Ruscellare

fra la pioggia che scende

per bagnarsi di gocciole benedette.

Gocce

diffuse sui volti

delle mai sopite passioni.

Non c’è acqua

che scenda, che batta

su questa terra scossa

che non sia

acqua fiume fonte

origine sorgente.

Il tempo che resta da vivere

non vuole conoscere

gli stagni melmosi dell’indifferenza.

Ma solo il sole

il sole che scalda

e scioglie la neghittosità

della gente superficiale.

 

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Versi trasversali: Raffaele Gatta

18 lunedì Mar 2024

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Tag

poesia contemporanea, Raffaele Gatta

 

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

RAFFAELE GATTA

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