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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: Loredana Semantica

Prisma lirico 49: Sergej Aleksandrovič Esenin Claude Monet, Caspar David Friedrich, Giovanni Boldini

19 giovedì Giu 2025

Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

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Caspar David Friedrich, Claude Monet, Giovanni Boldini, Sergej Aleksandrovič Esenin

Claude Monet

Sergej Aleksandrovič Esenin nel “Prisma lirico” di oggi con Claude Monet, Caspar David Friedrich, Giovanni Boldini

Eccola, questa sciocca felicità
Con le sue finestre bianche spalancate sull’orto!
Sopra lo stagno, uguale a un cigno purpureo
Naviga silenzioso il tramonto.

Con le sue finestre bianche spalancate sull’orto!
Sopra lo stagno, uguale a un cigno purpureo
Naviga silenzioso il tramonto.

Salve, mia pozzanghera d’oro
E voi betulle capovolte nell’acqua!
Dal tetto una banda di cornacchie
Canta i Vespri alle stelle.

Laggiù oltre i giardini
Dove fiorisce la vitalba
Una soave ragazza vestita di bianco
Accenna delicate canzoni:

E il freddo notturno si distende sui campi
Come una sottana celeste.
O mia cara, mia sciocca felicità,
Tenere e fresche guance di una volta!

.

Caspar David Friedrich

Poesia: di Sergej Aleksandrovič Esenin (1895-1925)

opere:

“I quattro alberi”, Claude Monet, 1891

“Cigni nel canneto al tramonto”,Caspar David Friedrich, 1932

“Busto di giovane donna con nastro bianco tra i capelli”, Giovanni Boldini, 1912

Giovanni Boldini

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“Le dita verdi” racconto breve di Loredana Semantica

18 mercoledì Giu 2025

Posted by Loredana Semantica in I nostri racconti, LETTERATURA, PROSA

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Le dita verdi, Loredana Semantica, racconto

ph. Loredana Semantica

La casa di nonna Santina sembrava quella dei presepi. Una porta sulla strada, la strada costeggiava una piazza e la piazza era fiancheggiata da una salita tutta di basole in pietra lavica. Nella piazza erano piantumate sei robinie, dentro aiuole circondate da un cordolo di pietra. La piazza era dominata da un convento raggiungibile da due rampe di scale che, in fondo alla piazza, s’inerpicavano divergendo l’una dall’altra, verso l’edificio religioso. C’era pure un campanile nella chiesa del convento che suonava i rintocchi ad ogni ora.

La casa di nonna Santina era la casa del presepe nel paese del presepe. Tante casette in pietra e muratura e tante strade a scendere e salire e scale, tante scale, per colmare i dislivelli di un paese collinare. Sopra la porta della casa di nonna Santina aggettava un balconcino con balaustra in ferro, in cima ai montanti della balaustra due pigne grandi in terracotta tenute strette col fil di ferro. Sul balconcino si apriva una portafinestra in legno verniciato che dava luce all’unica stanza della casa posta al primo piano. Una stanza stretta e lunga, ma sufficiente per accogliere i mobili di una camera matrimoniale. La stanza prendeva luce anche da una finestra diametralmente opposta alla portafinestra. La finestra dava sul tetto coperto da tegole, ma la zona più vicina alla finestra era un terrazzino senza tegole. Un posto magnifico per le avventure di Agata, si doveva solo scavalcare la finestra e stare per prudenza lontano dalla parte spiovente, lì sopra c’era un regno incantato da esplorare.

Agata scoprì quel tetto in cima al mondo ch’era bambina, sempre lì molti anni dopo scoprì la sua vocazione per il giardinaggio. Crescevano tra le tegole delle piantine che attirarono la sua attenzione. Erano dei rametti che svirgolavano verso l’alto con le foglie come tante piccolissime dita agganciate ai rametti. I rametti si partivano da un centro comune e poi si diramavano e dalle diramazioni oltre a nuove foglie nella parte inferiore spuntavano radichette pronte ad aggrapparsi al terreno in qualunque direzione lo avessero trovato. Sulla terrazza di terreno ce n’era poco e le piantine scoperte da Agata facevano una gran fatica a resistere, eppure le sembrarono l’emblema della voglia di vivere. Agata pensò portarle a casa in città e dare loro nuovo respiro trapiantandole in un vaso di terracotta rettangolare. Le piantine si svilupparono con entusiasmo, ben presto ricoprirono tutto il vaso e i rametti pendevano anche fuori da esso in una cascata verde tenero di migliaia di ditine verdi.

Sebbene la casa di nonna Santina fosse per Agata la casa della sua infanzia per antonomasia, sebbene avesse preso le piantine quasi in omaggio alla sua infanzia e al divertimento delle avventure alla casa del paese, l’infanzia di Agata era finita, la casa di nonna Santina stava per essere venduta, Agata era pronta per andare a studiare legge fuori sede.

Infatti si assentò per qualche tempo da casa, lasciando le piantine a vivere la loro vita nel vaso in terracotta in città. Al suo rientro il vaso ospitava nuove succulente, chiese notizie alla madre della sua pianta e seppe che l’aveva eliminata. All’accorata domanda di Agata del perché l’avesse fatto la madre rispose “Era una pianta stupida”.

Così finì la storia delle dita verdi di Agata. Agata rimase appassionata di giardinaggio, curò, trapiantò, riprodusse tante altre piante nella sua vita, ma le dita verdi restarono nel suo cuore con una nostalgia infinita, come la rabbia della distruzione, come il dolore della perdita, come il senso di colpa dell’abbandono, come l’ottusità del potere. Con un misto di sentimenti piantati nel cuore inspiegabili a parole.  

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Prisma lirico 48: Angelo Maria Ripellino, Loredana Semantica

12 giovedì Giu 2025

Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

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Angelo Maria Ripellino, Loredana Semantica

ph. Loredana Semantica

Angelo Maria Ripellino nel “Prisma lirico” di oggi con Loredana Semantica

Questo oleandro già pronto a sfiorire mi svela
che il mondo si sbriciola a guardarlo troppo.
Meglio ignorare l’indifferente natura, la gelida,
che puntarvi addosso lo sguardo come il malocchio.
Ogni cosa è imbrattata di ciglia di estranei,
e le nostre pupille curiose ne affrettano
la muffa, lo sfarinìo di farfalla, il dissesto,
il mesto giallore da Presto Giovanni
insomma l’ingresso nel Buio Pesto.
Lo sguardo denuda lo sfarzo mendace del creato,
straccia gli involucri bagattellieri, e l’immagine
non resiste alla nostra inquisizione oculare,
ma il giuoco è reciproco, tu pure sei fragile
e polvere, se ti osserva un oleandro.

ph. Loredana Semantica

Poesia: di Angelo Maria Ripellino da “Sinfonietta”, 1972

fotografia di Loredana Semantica

ph. Loredana Semantica

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Annalisa Gozzo Aligò “Girotondo dei pianeti”. Intervista di Patrizia Destro

11 mercoledì Giu 2025

Posted by Loredana Semantica in INTERAZIONI, Interviste, LETTERATURA, PROSA

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Annalisa Gozzo Aligò, intervista, Patrizia Destro

Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Sono cresciuta in una famiglia dove i libri erano considerati preziosi e divertenti. Nei libri mi sono sempre “persa” e forse per questa ragione ho sempre letto e scritto con molto piacere. È un modello comunicativo che ho sempre amato, forse perché mi dava visibilità senza essere pressante.
La scoperta della mia vena poetica è arrivata più tardi, a vent’anni circa, dopo un corso di arte-terapia. È stata una sorpresa: non mi ero mai soffermata su questa mia capacità, abbastanza naturale, di “mettere insieme rime”. Infatti l’utilizzo della poesia all’inizio era al servizio del mio lavoro di educatrice per comunicare con bimbi e genitori i contenuti di un progetto, o al limite un modo per creare messaggi d’auguri ad amici e parenti. Mi sembrava un mezzo più immediato ed emotivo con cui far arrivare il mio pensiero rispetto alla prosa.

Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzata maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Sono cresciuta a “pane e Rodari”, l’ho sempre amato per la semplicità e ironia che lo contraddistingue e la leggerezza con cui va a fondo di tematiche importanti in modo accessibile a tutti.
Poi è arrivato Italo Calvino, con i suoi racconti in bilico tra il reale, l’onirico e il filosofico, Asimov con le sue trasposizioni sociali, storiche e metaforiche fantascientifiche e non ultimo Munari, con la sua pedagogia puero-centrica che non poteva che essere piena d’arte (d’altronde lui era un’artista). È stato il primo a capire che l’adulto deve solo portare il bambino a fare esperienze, a ricercare e a dare allo stesso il gusto della scoperta, facendolo riflettere sulle scoperte fatte, meglio se in gruppo. Idea che io appoggio in pieno e che ho cercato di immettere nell’opera attraverso echi di quanto i bimbi mi hanno regalato negli anni… frasi, episodi.
Nella mia parte più “impulsiva” è Ungaretti che mi parla: amo la sua capacità di far “esplodere nella testa” il messaggio con una sola breve frase evocante un’immagine. Trovo le sue poesie fotografie d’impatto, quasi da giornalismo d’assalto tanto colpiscono in pancia con la loro vividità.

Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nata o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

La scrittura, per come la intendo ora, è nata recentemente e dopo un momento traumatico che mi ha costretto a casa. Infatti ho rischiato la vita a causa di una trombosi cerebellare.
Improvvisamente, durante la convalescenza, i pensieri poetici arrivavano fulminei a dover descrivere gli eventi e gli stati d’animo che più mi colpivano.Anche la richiesta di Mòrin (mia maestra di canto) di scrivere dei testi per sue canzoni è stata esaudita con poesie molto introspettive e legate al momento che stavo vivendo. I temi erano: meditazione e rifugio nel sogno” (per “Sogni Bianchi”) e “ripresa e resilienza” (per “Risvegli”).Forse per questo motivo prevale ciò che mi “rimbalza dentro”, gli eventi sono filtrati dal mio sentire. I luoghi della poetica sono “del ricordo”, spazi emotivi soprattutto di quando ero bambina, o “non luoghi” ma angoli universali che contengono valori comuni e storie condivise (soprattutto nelle poesie “Prigione velata” e “Io sorgo ancora”. I percorsi del quotidiano sono, quasi sempre e purtroppo, strade che mi portano da un luogo all’altro, spesso di corsa.

Ci parli della tua pubblicazione?

“Girotondo dei pianeti” è una poesia illustrata. Pur portando nozioni scientifiche corrette (a parte Plutone che per questioni affettive mi sono rifiutata di declassare), è un pretesto per evidenziare emozioni e comportamenti comuni a tutti noi; del resto i nomi degli astri rimandano a tipologie archetipiche e miti ben precisi. Sempre per Plutone ho fatto un’eccezione non richiamandolo, per motivi di gestione psicologica, al re dell’Ade: mi era molto più utile usare un richiamo all’emotività del bambino, alla sua richiesta di attenzione e al suo sentirsi piccolo rispetto ad un gruppo.
Ero consapevole inoltre che il toccare le “corde emotive” del bambino avrebbe creato un’impronta dove le informazioni sui pianeti si sarebbero fermate nella memoria.

Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Ciò che può essere ritenuto bello e che porta una persona ad uscire da sé, dal quotidiano, che la fa riflettere su ciò che è, che la porta ad un’identificazione con personaggi e a crearle domande e curiosità è sempre utile.
Soprattutto se si tratta di bambini ciò che li possa far uscire da pacchetti standardizzati che tentano di farli diventare piccoli, tristi, adulti consumatori non è utile, è necessario.
L’educazione al bello, alla poesia in materiale tangibile può farli sognare senza farli “divagare”.

Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

La narrazione è nata dalla richiesta di una filastrocca che aiutasse i bambini a memorizzare le caratteristiche degli elementi del nostro sistema solare. Ma i nomi dei pianeti, le loro caratteristiche per composizione e posizione fanno nascere suggestioni molto ricche.
Così mi sono ritrovata a dovermi documentare e più correggevo e “limavo” l’opera, più mi rendevo conto che stava nascendo una “personificazione” degli astri molto riconoscibile negli aspetti comuni a tutti noi; a posteriori questo era prevedibile dato l’aspetto archetipico insito in ogni nome scelto per i corpi celesti, ma è una consapevolezza a cui sono arrivata dopo. Questo aspetto è stato molto utile per entrare in contatto con il pensiero bambino, che tende a personificare gli oggetti o che ama rifugiarsi dentro questo meccanismo anche fino ai sette anni.
Alla fine l’ho trovato così gradevole nella sua semplicità che ho deciso di illustrarlo in autonomia e poi di auto-pubblicarlo.

Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

La prima bozza di poesia l’ho scritta di getto, dopo essermi documentata sulle caratteristiche rocciose, gassose o liquide di ogni singolo pianeta, poi è cominciato un lentissimo lavoro di revisione e illustrazione del testo nei ritagli di tempo.
Sono i rimandi poetici a fatti di cronaca che mi tengono sveglia la notte finché non mi alzo a scrivere una frase.

La copertina, il titolo e le illustrazioni. Chi, come, quando e perché?

Avevo chiesto a varie amiche e conoscenti illustratrici (o semplicemente con la passione per il disegno) di collaborare all’illustrazione del libro. Dopo un iniziale entusiasmo e la richiesta conseguente di un mio invio della poesia non ho più avuto riscontri.
Ho quindi deciso di illustrare da sola il mio libro, creando la grafica di pagine e copertina. Fotocopie, matite, acquarelli, pastelli a cera, pennarelli, gessi, tempere e forbici hanno fatto il resto.
Mio marito, a cui devo moltissimo per il sostegno e l’aiuto, ha curato l’impaginazione su un noto portale di vendita on line che si occupa anche di stampa e vendita di libri.

La tua opera è autopubblicata. Vuoi raccontarci qualcosa in merito?

    Ho inviato il libro a quasi cinquanta case editrici per bambini, alcune mi hanno cortesemente risposto: “Il suo libro non interessa al nostro catalogo”, alcune ancora più gentilmente aggiungevano: “ha spunti interessanti” e “le auguriamo fortuna con la sua pubblicazione”.
    Le più scorrette chiedono di far pagare la stampa di molte copie millantando un interesse che in realtà non hanno, per lo meno di investire sull’opera che poi abbandonano.
    A me non andava di pagare centinaia di copie che poi non avrei saputo che impatto avessero sul pubblico, così ho scelto di auto-pubblicarlo sul portale di cui parlo nella precedente risposta.

    A quale pubblico pensi possa essere rivolta la tua pubblicazione?

      Sicuramente ad un pubblico tra i 5 e i 7 anni, momento in cui hanno maggior concentrazione per apprezzare il linguaggio poetico ma ancora gusto per il gioco di “personificazione” dei personaggi.

      In che modo stai promuovendo il tuo libro?
      Sto imparando che il passaparola e il presentarmi personalmente nei luoghi delle presentazioni sta creando un’onda di propagazione forse più efficace dei social.
      Le mail vengono lette con sospetto e i mass media ti procurano qualche like spesso senza seguito. Diciamolo: non ho il “phisique du role” della tiktoker e quindi prediligo il “porta a porta” che mi sta creando soddisfazioni per accoglienza ed apprezzamento del libro.
      Le presentazioni mi hanno sempre aperto successive opportunità di altri eventi.

      Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legata e perché?
      Prediligo la poesia conclusiva, una sorta di morale di Esopo che evidenzia uno dei temi a me più cari: l’inclusività.
      “Nello spazio più profondo nove amici fan girotondo, tutti quanti intorno al sole, queste son le lor parole:
      -Tutti quanti qui danziamo, da tempo infinito un canto intoniamo. Un suono che a noi ricorda all’istante, che dal grande al piccolo tutto è importante -“

      Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?
      Devo dire che l’apprezzamento che ho visto nei piccoli lettori e l’affetto con cui si approcciano all’opera, oltre che alla stima dichiarata dai loro genitori, sono già delle aspettative altissime a cui non mi immaginavo di tendere.

      Una domanda che faresti a te stessa su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

      Aligò ti sei divertita a scrivere e illustrare questo libro?
      Mi sono divertita tantissimo, mi sono riscoperta bambina: la piccola Annalisa è la parte più creativa di me e quella che mi regala più soddisfazioni dal punto di vista ludico ed estetico.

      Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

      Sto iniziando ad abbozzare un altro libro illustrato per bambini dal titolo “I folletti riordinini”, storia che avevo inventato quando ero un’educatrice, per la comprensione del valore e del significato del riordino. Un gioco successivo, in cui i bambini “diventavano” folletti rendeva più piacevole lo stesso in classe. Stranamente il testo è in prosa (per ora).
      Un altro progetto che amerei molto portare a termine è la catalogazione e la pubblicazione di libri delle mie poesie divise per tema: pedagogico, sociale, affettivo.
      Chissà se riuscirò un giorno a farmelo pubblicare…

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      “Kolektivne Nseae” di Ivan Pozzoni, Edizioni Divinafollia, 2024

      04 mercoledì Giu 2025

      Posted by Loredana Semantica in POESIA

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      Tag

      Ivan Pozzoni, Kolektivne Nseae

      Una selezione di testi da “Kolektivne Nseae” di Ivan Pozzoni

      CARONTE, IN RIVA AL LAGO

      Seduto su una roccia, in riva alle acque turbolente
      macchiate di ricordi del mio Lete lacustre,
      mi tramortisco col rumore ombroso delle onde
      che cantano dei miei vent’anni, d’amori e attese blande.
      Cerco un Caronte astioso e ansante,
      che meni la mia barca sui fiumi d’Occidente,
      rodato dosatore d’ansiolitici, seduta stante,
      scorbutico maleducato, rude bifronte.
      Cerco un Caronte, un Caronte vero,
      temerario consulente abituato a transumanze d’ogni genere,
      con remi, barba stanca,
      obolo di scorta che difenda all’arma bianca.
      Seduto su una roccia, rinvio a domani
      l’insulsa immaturità delle mie mani.

      SIAMO TIGRI DI CARTA

      L’una di notte non suona mai così spontanea
      dalle mie mani dense di ragadi non battono doloranti filastrocche,
      da anni, oramai, sono vittima collaterale di una metrica troppo risoluta
      schiava di no Tav, no Vax, no tax, no fly zone,
      i miei acidi gastrici carburano con tonnellate di Pantoprazolo
      con la digestione impedita da uno stomaco butterato dai buchi del vaiolo.
      Responsabili e irresponsabili allo stesso momento
      rogitiamo case come se dovessimo vivere in eterno,
      non ci fidiamo a essere padri o madri e, con nonchalance,
      adottiamo amori destinati a non sopravvivere un decennio
      non vediamo l’ora, dopo una giornata, che il destino ci scodinzoli alla porta
      e non ci rendiamo conto, allo specchio, di barattarci con tigri di carta.
      Pure va tutto bene e non c’è niente che funziona,
      attento alle calorie in eccesso, col contapassi da asino da soma,
      bulimizzo ogni sentimento, enigmatico come la sfinge di Chefren,
      nessuno saprà mai se sono pago o sto a tre metri dall’overdose d’En,
      ubiquo nell’arena, sotto il drappo rosso, bovino dall’aspetto esangue,
      non si capisce se sono qui o vorrei stare ovunque.

      RIDATEMI I MIEI VERSI

      Se non sono ancora in grado di scrivere versi
      mamma, è perché sono finito tra gli encefali persi,
      mamma, amavo una donna prima che fosse nata
      e la mia serotonina si è trovata abbandonata.
      Ho cantato dei deboli, dei distrutti, i miei scarti di magazzino
      non credevo di diventare anche io flessibile come un manichino,
      della consistenza di un esacerbato Krusty il clown
      detonato senza miccia da giorni up e giorni down.
      E io scrivo, versi disprezzati da me stesso e dalla popolazione,
      mentre tu, con una valigetta rosa, prendevi il largo alla stazione,
      senza nemmeno renderti conto che io ero caduto
      nel fango dei miei neuroni come se fossero un anacoluto.
      Se mi riuscisse un nodo scorsoio mi appiccherei a un albero
      perché a me non resta l’alternativa tra il suicidio e il ricovero,
      io nel mio fegato so che è cosa mia
      in pubblico continuiamo con la terapia.

      IL NOSTRO BIMBO AVREBBE AVUTO OCCHI BELLI

      Il nostro bimbo avrebbe avuto occhi belli,
      la tua smania di vivere e i miei momenti chiusi
      avrebbe avuto mille diavoli tra i capelli
      guizzanti nei suoi cento Parnasi.
      Il nostro bimbo avrebbe avuto le stigmate,
      e avrebbe intessuto fittissimi dialoghi con gli animali,
      il tuo viso scuro delle cavallerizze sarmate
      il mio amore viscerale di versi e madrigali.
      Il nostro bimbo non sarebbe mai cresciuto,
      imbrigliato di una rete di ragni caramellati
      non avrebbe mai avuto bisogno d’aiuto
      tutelato da buffoni loricati.
      Il nostro bimbo mai nato,
      schiavo d’un qualche Durex lubrificato,
      è un’occasione chiusa nel mio diaframma cardiotoracico,
      immerso, ferito, in una membrana d’arsenico.

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      Il due giugno del quarantasei

      02 lunedì Giu 2025

      Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', RICORRENZE

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      Prisma lirico 47: Salvatore Toma, Joaquín Sorolla, Gustave Caillebotte, Egon Schiele

      29 giovedì Mag 2025

      Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

      ≈ 2 commenti

      Tag

      Egon Schiele, Gustave Caillebotte, Joaquín Sorolla, Salvatore Toma

      Joaquín Sorolla

      Salvatore Toma nel “Prisma lirico” di oggi con Joaquín Sorolla, Gustave Caillebotte, Egon Schiele

      Vento leggero che parli
      con voci di foglie
      che apri i germogli
      e li fai trepidare
      nella primavera.

      Vento che asciughi
      i panni, bianchi
      come visi di bambini,
      e a volte con dolcezza
      il sudore della fronte,
      fa che la mia morte
      sia liscia, serena
      come il tuo respiro.

      Salvatore Toma

      Gustave Caillebotte

      Poesia: di Salvatore Toma dalla raccolta “Canzoniere della morte”, 1999

      Opere:

      “Passeggiata in riva al mare” Joaquín Sorolla, 1909

      “Asciugatura del bucato, Petit Gennevilliers”, Gustave Caillebotte, 1888

      “Casa con panni stesi”, Egon Schiele, 1917

      Egon Schiele

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      “La muta per amore” di Francesca Canobbio, Terra d’ulivi edizioni, 2024

      28 mercoledì Mag 2025

      Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura, Podcast

      ≈ 1 Commento

      Tag

      Francesca Canobbio, La muta per amore, Podcast

      “La muta per amore” è l’ultima opera di Francesca Canobbio stampata per i tipi di Terra d’ulivi edizioni nell’anno 2024. In copertina una foto dell’autrice, che mette in luce i grandi, magnetici occhi verdi.

      Il titolo “La muta per amore” ha per la sua prima parte un senso ambivalente. Muta come cambio di pelle quale avviene per certi animali che abbandonano la pelle vecchia per venirne fuori con una tutta nuova che li ricopre. Pronti a vivere un’altra fetta d’esistenza ringiovaniti, rigenerati, lucidi, levigati. Muta è anche il rinnovare di piume o pelo degli uccelli o dei mammiferi. In questo senso potrebbe intendersi “La muta” come  metamorfosi che “muta” radicalmente l’essere. “Muta” tuttavia  è anche l’aggettivo qualificativo che indica il fare silenzio declinato al genere femminile, potrebbe quindi voler alludere all’atto di tacere “per amore”. In entrambi i casi quest’ultima locuzione non lascia dubbio sulla seconda parte del titolo, la potente forza che ha ingenerato la trasformazione o provocato il mutismo. Dal silenzio, in particolare, è ben noto che spesso germogli la scrittura poetica.

      All’interno del libro tre sezioni,  la prima e più ampia, senza titolo, è arricchita dalle tavole pittoriche di Stefania Bergamini le altre sezioni sono  titolate “Le cinque fiamme” e “Temporalia”. La prima contiene, tra l’altro, le sottosezioni LA MUTA PILOTA, LA MUTA PAZIENZA, LA MUTA COMMOSSA, LA MUTA COMPAGNA, LA MUTA ROSA, LA MUTA SPASIMANTE, LA MUTA MISURA, LA MUTA RIDE, LA MUTA NOSTRA, LA MUTA CALIGO.

      Il trasformismo che anima “la muta” la offre allo sguardo nel fermo immagine di una pluralità di declinazioni che oscillano dalla sofferenza, alla tenerezza, dall’esitazione alla certezza, dalla dedizione alla nudità. Quest’ultima spalanca le porte dell’introspezione, un onere d’indagare a cui non è aliena l’espressione poetica. Si direbbe, nell’insistenza del vocabolo, che sia il tacere a produrre il frutto.

      L’opera si compone per la maggior parte di scritti in prosa poetica, caratterizzati dalla quasi totale assenza di segni di interpunzione e da un’abbondanza di relativi (“che”, “dove”), nonché dall’andamento tipico del flusso di coscienza, nel quale immagini, ricordi, sensazioni, pensieri, desideri fluiscono inarrestabili fino al punto fermo che delimita l’enucleazione. Pochi testi hanno invece la forma più consueta della poesia, con i versi delimitati dagli a capo. Queste poesie segnano un apice dove, pur nella brevità, il dettato si distende, amplifica, esalta e puntualizza “che sei scheletro dei miei mondi”, rivolgendosi a un “tu” che è anche “musica” “tamburo d’ossa”, “spina dorsale”. Un’essenza in seconda persona singolare, spesso chiamata in causa, che si pone al vertice dell’architettura fondante l’interiorità e l’armonia dell’interlocutrice.

      Il tema che è la causa della “muta”, focalizzato fin dal titolo, è l’amore. In tal senso è centrale la poesia di pag. 25 (vedi la prima immagine qui sotto), che reca appunto questo titolo. La scrittura riverbera il sentimento amoroso. Serpeggiano in tutta l’opera la sensualità e la sessualità che lo pervadono. L’alleanza potenzia il singolo proiettato nel rapporto e lo esalta in una pluralità di connessioni, nella varietà delle circostanze, nella combinazione degli elementi soggettivi e antropici, la complessità della relazione fiorisce in un dinamismo al contempo duplice – monolitico – molteplice. Come una rosa dai molti petali che, ciononostante, resta una. L’amore riluce nella percezione di un caleidoscopio – fantasmagoria di forme e colori -, ma è consapevole anche di un dopo o oltre, al quale, nel viluppo della ramificazione tende, perchè sbocco inevitabile che, di contro, libera dalla materialità e dalla materia, dal corpo e dalle necessità. Punto di approdo per l’esplicazione totale del sentire amoroso esteso oltre ogni delimitazione dell’empirico.

      La prefazione all’opera è di Francesco Forlani, chiude Paolo Ivaldi con la postfazione.

      Loredana Semantica

      Di seguito una breve lettura di Loredana Semantica di una poesia di Francesca Canobbio tratta dalla raccolta “La muta per amore”, Terra d’ulivi edizioni, 2024

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      Unus Mundus: l’eco dimenticata dell’unità

      27 martedì Mag 2025

      Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', I meandri della psiche, La società, Pensiero

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      Ai generated image

      (Di Yuleisy Cruz Lezcano)

      Sin dai tempi più remoti, l’essere umano si è trovato di fronte alla necessità di distinguere: questo è tale, quello è tal’altro. Ha cercato di dare un nome alle cose, di separarle, di misurarle, di definirle nei loro tratti distintivi. E così ha costruito una realtà fatta di dualismi.
      Secondo la logica del razionalismo occidentale, se due cose sono diverse, non possono essere la stessa cosa. La ragione non tollera che l’opposto sia anche l’identico. Ma altrove, nella sapienza orientale, si è tracciata una via diversa: quella che intuisce che le cose, pur apparendo distinte, sono in fondo espressione della stessa unità insondabile. Il “tale” e il “tal’altro” sono solo manifestazioni superficiali di un’unica realtà profonda. Differiscononelle forme, ma non nella sostanza. E a quell’unità, prima o poi, tutto ritorna.
      Eranos (1) — la corrente culturale e spirituale che ha riunito pensatori come Carl Gustav Jung, Henry Corbin, Mircea Eliade — non si schiera né da una parte né dall’altra. Non afferma una verità assoluta e non nega l’altra. Eranos cerca di comprendere entrambe le visioni del mondo, creando uno spazio in cui l’opposizione diventa relazione, e la differenza, dialogo.
      Propone un Immaginario Simbolico che si muove tra il conscio e l’inconscio, tra l’intelletto e l’intuizione, tra il visibile e l’invisibile. È attraverso il simbolo che questa alleanza può avvenire. Il simbolo è ponte, è relazione vivente tra gli opposti. E il linguaggio che lo esprime è quello dell’arte, della musica, della mitologia. Non è un linguaggio dogmatico, ma un linguaggio mitico, relazionale, che scrive la realtà dentro un contesto significativo. Il senso della vita sta nella relazione, nella partecipazione, nella comunione. Questo è il cuore del pensiero di Eranos.
      Tuttavia, oggi viviamo un’epoca di frattura profonda. Le relazioni umane, soprattutto quelle tradizionali e le dinamiche tra donne, sono attraversate da una crisi che non è solo sociale o affettiva, ma simbolica, archetipica. Si è perso il senso del “mettere in relazione”. Il gesto del mediare — quella sapienza antica del fare da ponte tra differenze, tra corpo e anima, tra spirito e materia — si sta dissolvendo. E con esso, la rete simbolica che dava senso all’esperienza umana si disgrega. Il pensiero dell’Unus Mundus, centrale nella visione junghiana, rappresenta un invito a ricostruire l’unità perduta. Un mondo unificato, in cui l’anima e il corpo, il maschile e il femminile, il pensiero e l’emozione, non siano in opposizione, ma in tensione creativa. Ma la cultura contemporanea sembra invece precipitata in un dualismo sterile, dominato da una visione patriarcale e mascolina fatta di controllo, gerarchia, dominio.
      In questa frattura, il femminile — inteso non solo come identità biologica ma come principio archetipico — è stato marginalizzato, rimosso, persino dalle donne stesse. Il patriarcato non è più soltanto un sistema esterno: è diventato un habitus mentale, un codice interiorizzato. Oggi molte donne, nel raggiungere ruoli di potere, finiscono col riprodurre modelli maschili, dimenticando la fatica del corpo, la ciclicità del sentire, la potenza della maternità psichica, la responsabilità di tenere uno spazio per le altre donne.
      L’archetipo della Magna Mater, figura ancestrale del femminile generativo, guida di civiltà e custode dei ritmi della vita, è oggi silenziato. Ma non dagli uomini: è dimenticato in primis dalle donne, che, nella competizione reciproca, si escludono dalla propria sorgente archetipica. La cultura attuale esalta modelli di potere neutri o androgini, che in realtà portano a una virilizzazione delle donne, non all’integrazione del femminile. Questo squilibrio genera una società che non sa più riconoscere il valore del femminile nella maturazione maschile.
      L’uomo non può completarsi senza l’incontro con la propria Anima, con il femminile interno e con donne reali capaci di incarnare qualità relazionali, ricettive, accoglienti. Ma queste qualità, oggi, vengono svalutate o associate alla debolezza.
      Da qui emerge la necessità di una ermeneutica simbolica, come quella proposta da Eranos: una lettura della realtà che vada oltre la superficie e penetri nei livelli più profondi della psiche collettiva. Le crisi relazionali, le guerre tra i sessi, la frammentazione della coscienza non sono che sintomi di una scissione radicale: quella tra i poli dell’esistenza. Maschile e femminile, spirito e corpo, logos ed eros, non comunicano più. Eppure, senza il principio maternale, non c’è rigenerazione. Non solo maternità biologica, ma cura, accoglienza, presenza relazionale, tempo dato all’altro. Il femminile è ciò che unisce, che tiene insieme, che guarisce la ferita della separazione. Ma per restaurarlo serve un lavoro profondo: simbolico, interiore, politico.
      Occorre restituire dignità alla cura, valore alla vulnerabilità, rispetto all’altro. Rompere la fascinazione per il potere come dominio e riscoprirlo come servizio, custodia, responsabilità.
      Solo così potremo iniziare a risanare la frattura dell’umano, a ricostruire i ponti tra i poli dell’esistenza, e a ritrovare, come ci insegna Eranos, quel Unus Mundus in cui tutto è connesso e nulla è privo di senso.

      1)In greco antico, “Eranos” (ἔρανος) significa “banchetto” o “convivio”, un evento nel quale i commensali contribuiscono liberamente portando cibo, bevande o denaro. Questo termine ha anche un significato più ampio, riferendosi a un luogo di incontro e scambio culturale. Il termine è stato adottato per definire il luogo di incontro e scambio culturale di Eranos fondato ad Ascona nel 1933, che si poneva come un punto di incontro tra Oriente e Occidente. Eranos indica anche il movimento intellettuale e culturale sviluppatosi a Basilea, in Svizzera, attorno alla figura di Otto Gross e successivamente di altri studiosi, tra cui Carl Jung. La corrente di pensiero Eranos è caratterizzata dall’esplorazione dei temi archetipali, dell’individuo e dei mondi interiori dell’uomo, attraverso l’uso di diverse metodologie scientifiche. 

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      Prisma lirico 46: Enzo Mandruzzato, Agnolo Bronzino, Michelangelo Buonarroti, Albrecht Dürer

      21 mercoledì Mag 2025

      Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

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      Agnolo Bronzino, Albrecht Dürer, Enzo Mandruzzato, Michelangelo Buonarroti

      Agnolo Bronzino

      Enzo Mandruzzato nel “Prisma lirico” di oggi con Agnolo Bronzino, Michelangelo Buonarroti, Albrecht Dürer

      Una volta il poeta
      assomigliava al santo.
      V’immaginate un santo
      che dice “sono un santo”?
      un poeta che dice “noi poeti”?
      E’ una parola che non ha plurale.
      Tutt’al più, numerosi singolari.
      E i santi in sindacato, li pensate?
      Ed un santo premiato in un concorso
      con la targa, la coppa, la medaglia?

      Certo, credeva in Dio,
      anche quando era ateo;
      piuttosto non credeva seriamente
      alla propria esistenza.
      Scriveva e dipingeva
      per averne coscienza.
      Non scriveva per vivere,
      ma viveva per scrivere. La vita
      -valori, ideologie e sentimenti-
      non erano che creta alle sue dita.

      Il poeta era un cinico
      che somigliava a Dio .

      Michelangelo Buonarroti

      Poesia: di Enzo Mandruzzato, dalla raccolta “Ti perdono la morte”, 1985

      Opere:

      “Ritratto di Dante Alighieri”, Agnolo Bronzino, 1532

      “La Creazione di Adamo”, Michelangelo Buonarroti, 1511

      “Autoritratto con pelliccia”, Albrecht Dürer, 1500

      Albrecht Dürer

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      Prisma lirico 45: Dino Buzzati, Giovanni Boldini, Pierre Bonnard

      14 mercoledì Mag 2025

      Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

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      Dino Buzzati, Giovanni Boldini, Pierre Bonnard

      Giovanni Boldini

      Dino Buzzati nel “Prisma lirico” di oggi con Giovanni Boldini e Pierre Bonnard

      Scrivi, ti prego.
      Due righe sole, almeno,
      anche se l’animo è sconvolto
      e i nervi non tengono più.
      Ma ogni giorno.
      A denti stretti, magari delle cretinate senza senso,
      ma scrivi.
      Lo scrivere è una delle più ridicole e patetiche nostre illusioni.
      Crediamo di fare cosa importante
      tracciando delle contorte linee nere sopra la carta bianca.
      Comunque, questo è il tuo mestiere,
      che non ti sei scelto tu ma ti è venuto dalla sorte,
      solo questa è la porta da cui,
      se mai, potrai trovare scampo.
      Scrivi, scrivi.
      Alla fine, fra tonnellate di carta da buttare via,
      una riga si potrà salvare. (Forse).

      Dino Buzzati

      Pierre Bonnard

      Poesia: di Dino Buzzati dalla raccolta “In quel preciso momento” 1956

      Opere:

      “Ritratto di uomo in chiesa”, Giovanni Boldini, 1900

      “La lettera”, Pierre Bonnard, 1906

      “Natura morta con rose”, Giovanni Boldini, 1842-1931

      Giovanni Boldini

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      Prisma lirico 44: Fernando Pessoa, Edvard Munch, Ramón Casas i Carbó, Egon Schiele

      29 martedì Apr 2025

      Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

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      Edvard Munch, Egon Schiele, Fernando Pessoa, Ramón Casas i Carbó

      Edvard Munch

      Fernando Pessoa nel “Prisma lirico” di oggi con Edvard Munch, Ramón Casas i Carbó, Egon Schiele

      Quel che mi duole non è
      Quello che c’è nel cuore
      Ma quelle cose belle
      Che mai esisteranno.

      Sono le forme senza forma
      Che passano senza che il dolore
      Le possa conoscere,
      O sognarle l’amore.

      Come se la tristezza
      Fosse albero e, una ad una,
      Le sue foglie cadessero
      Tra il sentiero e la bruma.

      [5 settembre 1933]

      Ramón Casas i Carbó

      Poesia: di Fernando Pessoa “O que me doe” da “Poesie ortonime”

      Opere:

      “Malinconia”, Edvard Munch, 1894 – 1896

      “Giovane decadente. Dopo il ballo”, Ramón Casas i Carbó, 1899

      “Sole d’autunno”, 1912, Egon Schiele

      Egon Schiele

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      Giulio Divo “Vuoto 23”, Di Leandro editore. Intervista di Patrizia Destro

      16 mercoledì Apr 2025

      Posted by Loredana Semantica in INTERAZIONI, Interviste, LETTERATURA, PROSA

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      Giulio Divo, intervista, Patrizia Destro

      Patrizia Destro intervista Giulio Divo sulla sua opera: Vuoto 23, Di Leandro editore.

      Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

      Avevo circa cinque anni e, appena terminata la lettura di una riduzione dell’Iliade per bambini (“Storie della storia del mondo”, di Laura Orvieto), rimasi talmente colpito e intristito dalla morte di Achille che scoppiai a piangere e promisi a me stesso di riscrivere un’Iliade riveduta e corretta, con un finale diverso. Attribuisco a quell’episodio la mia prima dichiarazione consapevole circa la volontà di scrivere. Poi ho fatto tutta la trafila ordinaria, almeno per la mia generazione: poesie adolescenziali, racconti brevi in gruppi carbonari di scrittura creativa… Insomma, tutto quello che poteva fare uno studente medio tra gli anni ’80 e il 2000, perso tra delusioni amorose, noia e disturbi d’ansia.

      Continua a leggere →

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      “Mercoledì delle ceneri” di Thomas Stearns Eliot. Legge Antonella Pizzo

      09 mercoledì Apr 2025

      Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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      Antonella Pizzo, Podcast, Thomas Stearns Eliot

      La sesta e ultima strofa del poemetto di Thomas Stearn Eliot “Mercoledì delle ceneri” letto dalla nostra Antonella Pizzo

      VI
      Benché non speri più di ritornare
      Benché non speri
      Benché non speri di ritornare
      A oscillare fra perdita e profitto
      in questo breve transito dove i sogni si incrociano
      Il crepuscolo incrociato dai sogni fra nascita e morte
      (Benedicimi padre) sebbene non desideri più di desiderare queste cose
      Dalla fìne finestra spalancata verso la riva di granito
      Le vele bianche volano ancora verso il mare, verso il mare volano
      Le ali non spezzate
      E il cuore perduto si rinsalda e allieta
      Nel perduto lillà e nelle voci del mare perduto
      E Io spirito fragile s’avviva a ribellarsi
      Per la ricurva verga d’oro e l’odore del mare perduto
      S’avviva a ritrovare
      Il grido della quaglia e il piviere che ruota
      E l’occhio cieco crea
      Le vuote forme fra le porte d’avorio
      E l’odore rinnova il sapore salmastro della terra sabbiosa
      Questo è il tempo della tensione fra la morte e la nascita
      Il luogo della solitudine dove tre sogni s’incrociano
      Fra rocce azzurre
      Ma quando le voci scosse dall’albero di tasso si partono
      Che l’altro tasso sia scosso e risponda.
      Sorella benedetta, santa madre, spirito della fonte,. spirito del giardino
      Non permettere che ci si irrida con la falsità
      Insegnaci a aver cura e a non curare
      Insegnaci a starcene quieti
      Anche fra queste rocce,
      E’n la Sua volontarie è nostra pace
      E anche fra queste rocce
      Sorella, madre
      E spirito del fiume, spirito del mare,
      Non sopportare che io sia separato
      E a Te giunga il mio grido.

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      “Mercoledì delle ceneri” di Thomas Stearns Eliot. Legge Antonella Pizzo

      02 mercoledì Apr 2025

      Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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      Antonella Pizzo, Podcast, Thomas Stearns Eliot

      La quinta strofa del poemetto di Thomas Stearn Eliot “Mercoledì delle ceneri” letto dalla nostra Antonella Pizzo

      V
      Se la parola perduta è perduta, se la parola spesa è spesa
      Se la parola non detta e non udita
      È non udita e non detta,
      Sempre è la parola non detta, il Verbo non udito,
      Il Verbo senza parola, il Verbo
      Nel mondo e per il mondo;
      E la luce brillò nelle tenebre e
      Il mondo inquieto contro il Verbo ancora
      Ruotava attorno al centro del Verbo silenzioso
      .
      Oh mio popolo, che cosa ti ho fatto.
      Dove ritroveremo la parola, dove risuonerà
      La parola? Non qui, che qui il silenzio non basta
      Non sul mare o sulle isole, né sopra
      La terraferma, nel deserto o nei luoghi di pioggia,
      Per coloro che vanno nella tenebra
      Durante il giorno e la notte
      Il tempo giusto e il luogo giusto non sono qui
      Non v’è luogo di grazia per coloro che evitano il volto
      Non v’è tempo di gioire per coloro che passano in mezzo al rumore e negano la voce
      Pregherà la sorella velata per coloro
      Che vanno nelle tenebre, per coloro che ti scelsero e si oppongono
      A te, per coloro che sono straziati sul corno fra stagione e stagione, tempo e ternpo, Fra ora e ora, parola e parola, potenza e potenza, per coloro che attendono
      Nelle tenebre? Pregherà la sorella velata
      Per i fanciulli al cancello
      Che non lo varcheranno e non possono pregare:
      Prega per coloro che ti scelsero e ti si oppongono
      Oh mio popolo, che cosa ti ho fatto.
      Pregherà la sorella velata fra gli alberi magri di tasso
      Per coloro che l’offendono e sono
      Terrificati e non possono arrendersi
      E affermano di fronte al mondo e fra le rocce negano
      Nell’ultimo deserto e fra le ultime rocce azzurre
      Il deserto nel giardino il giardino nel deserto
      Della secchezza, sputano dalla bocca il secco seme di mela.
      Oh mio popolo.

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      Prisma lirico 43: Cesare Pavese, Pierre Auguste Renoir, Zinaida Serebrjakova, Franz Marc

      01 martedì Apr 2025

      Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

      ≈ 3 commenti

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      Cesare Pavese, Franz Marc, Pierre Auguste Renoir, Zinaida Serebrjakova

      Pierre Auguste Renoir

      Cesare Pavese nel “Prisma lirico” di oggi con Pierre Auguste Renoir, Zinaida Serebrjakova, Franz Marc

      Ancora cadrà la pioggia
      sui tuoi dolci selciati,
      una pioggia leggera
      come un alito o un passo.
      Ancora la brezza e l’alba
      fioriranno leggere
      come sotto il tuo passo,
      quando tu rientrerai.
      Tra fiori e davanzali
      i gatti lo sapranno.

      Ci saranno altri giorni,
      ci saranno altre voci.
      Sorriderai da sola.
      I gatti lo sapranno.
      Udrai parole antiche,
      parole stanche e vane
      come i costumi smessi
      delle feste di ieri.

      Farai gesti anche tu.
      Risponderai parole −
      viso di primavera,
      farai gesti anche tu.

      I gatti lo sapranno,
      viso di primavera;
      e la pioggia leggera,
      l’alba color giacinto,
      che dilaniano il cuore
      di chi piú non ti spera,
      sono il triste sorriso
      che sorridi da sola.
      Ci saranno altri giorni,
      altre voci e risvegli.
      Soffriremo nell’alba,
      viso di primavera.

      Zinaida Serebrjakova

      Poesia: “I gatti lo sapranno” di Cesare Pavese dalla raccolta “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, 1951

      Opere:

      “Giulia Manet”, Pierre Auguste Renoir, 1887

      “Ritratto di Lola Braz”, Zinaida Serebrjakova, 1910

      “Il gatto bianco”, Franz Marc, 1912

      Franz Marc

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      “Mercoledì delle ceneri” di Thomas Stearns Eliot. Legge Antonella Pizzo

      26 mercoledì Mar 2025

      Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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      Antonella Pizzo, Podcast, Thomas Stearns Eliot

      La quarta strofa del poemetto di Thomas Stearn Eliot “Mercoledì delle ceneri” letto dalla nostra Antonella Pizzo

      IV
      Colei che camminò fra viola e viola
      Che camminò
      Fra i diversi filari del variato verde
      In bianco e azzurro procedendo, colori di Maria,
      Parlando di cose banali
      In ignoranza e scienza del dolore eterno
      Che mosse in mezzo agli altri che già stavano andando
      Che allora fece forti le fontane e fresche le sorgenti

      Rese fredda la roccia inaridita e solida la sabbia
      In blu di speronella, blu del colore di anni Maria,
      Sovegna vos

      Ecco gli anni che passano in mezzo, portando
      Lontano i violini e i flauti, ravvivando
      Una che muove nel tempo fra il sonno e la veglia, che indossa

      Luce bianca ravvolta, di cui si riveste, ravvolta.
      Passano gli anni nuovi ravvivano
      Con una splendida nube di lacrime, gli anni, ravvivano
      La rima antica con un verso nuovo. Redimi
      Il tempo. Redimi
      La visione non letta nel sogno più alto
      Mentre unicorni ingioiellati traggono il catafalco d’oro.

      La silenziosa sorella velata in bianco e azzurro
      Fra gli alberi di tasso, dietro il dio del giardino,
      Il cui flauto tace, piegò la testa e fece un cenno ma non parlò parola

      Ma la sorgente zampillò e l’uccello cantò verso la terra
      Redimi il tempo, redimi il sogno
      La promessa del verbo non detto e non udito

      Finché il vento non scuota mille bisbigli dal tasso

      E dopo questo nostro esilio

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      “Mercoledì delle ceneri” di Thomas Stearns Eliot. Legge Antonella Pizzo

      19 mercoledì Mar 2025

      Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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      Tag

      Antonella Pizzo, Podcast, Thomas Stearns Eliot

      La terza strofa del poemetto di Thomas Stearn Eliot “Mercoledì delle ceneri letto dalla nostra Antonella Pizzo

      III
      Là dalla prima rampa della seconda scala
      Mi volsi e vidi in basso
      La stessa forma avvinta alla ringhiera
      Sotto la nebbia nell’aria fetida
      In lotta col demonio delle scale
      Dall’ingannevole volto della speranza e della disperazione.
      Alla seconda rampa della seconda scala
      Li lasciai avvinghiati, volti in basso;
      Non v’erano più volti e la scala era oscura,
      Scheggiata ed umida, come la bocca guasta
      E bavosa di un vecchio, o la gola dentata di un antico squalo.
      Là sulla prima rampa della terza scala
      Una finestra a inferriata con il ventre gonfìo
      Come quello di un fico e al di là
      Del biancospino in fìore e della scena agreste
      Quella figura dalle spalle ampie vestita in verde e azzurro
      Affascinava il maggio con un flauto antico.
      Sono dolci le chiome arruffate, le chiome brune arruffate sulla bocca,
      Lillà e chiome brune;
      Lo sgomento, la musica del flauto, le pause e i passi della mente sulla terza scala,
      Svaniscono, svaniscono; al di là della speranza e al di là della disperazione
      La forza sale sulla terza scala.
      Signore, non son degno
      Signore, non son degno
      ma di’ una sola parola.

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      “Mercoledì delle ceneri” di Thomas Stearns Eliot. Legge Antonella Pizzo

      12 mercoledì Mar 2025

      Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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      Tag

      Antonella Pizzo, Podcast, Thomas Stearns Eliot

      La seconda strofa del poemetto di Thomas Stearn Eliot “Mercoledì delle ceneri letto dalla nostra Antonella Pizzo

      II
      Signora, tre leopardi bianchi sedevano sotto un ginepro
      Nella frescura del giorno, nutriti a sazietà
      Delle, mie braccia e del mio cuore e del mio fegato e di quanto
      Era stato contenuto nel cavo rotondo del mio cranio. E Dio disse
      Vivranno queste ossa? vivranno
      Queste ossa? E tutto quanto era stato contenuto
      Nelle ossa (che già erano aride) disse stridendo
      Per la bontà di questa Signora
      E, per la sua grazia, e perché
      Ella onora la Vergine in meditazione
      , Noi risplendiamo con tanta lucentezza. E io che sono
      Qui dismembrato offro all’oblìo le mie gesta, e il mio amore
      Alla posterità del deserto e al frutto della zucca.
      E’ questo che ristora
      Le mie viscere le fibre dei miei occhi e le porzioni indigeste
      Che i leopardi rifiutano. La Signora si è ritirata
      In una bianca veste, alla contemplazione, in una bianca veste.
      Che la bianchezza dell’ossa espii fino all’oblìo.
      In esse non c’è vita. E come io sono dimenticato e vorrei essere
      Dimenticato, così vorrei dimenticare
      Consacrato in tal modo, ben saldo nel proposito. E Dio disse
      Profetizza al vento, al vento solo perché
      Il vento solo darà ascolto. E le ossa cantarono stridendo
      Col ritornello della cavalletta, dicendo

      Signora dei silenzi
      Quieta e affranta
      Consunta e più integra
      Rosa della memoria
      Rosa della dimenticanza
      Esausta e feconda
      Tormentata che doni riposo
      La Rosa unica
      Ora è il giardino
      Dove ogni amore finisce
      Terminato il tormento
      Dell’amore insoddisfatto
      Più grande tormento
      Dell’amore soddisfatto
      Fine dell’ínfinito
      Viaggio verso il nulla
      Conclusione di tutto ciò
      Che non può essere concluso
      Linguaggio senza parola
      E parola di nessun linguaggio
      Grazia alla Madre
      Per il Giardino
      Dove tutto l’amore finisce.

      Sotto un ginepro le ossa cantarono, disperse e rilucenti
      Noi siamo liete d’essere disperse, poco bene facemmo l’una all’altra,
      Nella frescura del giorno sotto un albero, con la benedizione della sabbia,
      Dimenticando noi stesse e l’un l’altra, unite
      Nella serenità del deserto. Questa è la terra che voi
      Spartirete. E né divisione né unione
      Hanno importanza. Questa è la terra. Ecco, abbiamo la nostra eredità.

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      Bellezza nel mirino: Progetto Ragna-tele

      11 martedì Mar 2025

      Posted by Loredana Semantica in ARTI, Fotografia, Il colore e le forme, POESIA, Segnalazioni ed eventi

      ≈ 1 Commento

      Tag

      Bellezza nel mirino, Miriam Bruni

      Bellezza nel mirino è il titolo di una Mostra fotografica realizzata da Miriam Bruni lo scorso agosto 2024 a Tolè, frazione del Comune di Vergato in Emilia. Per Limina mundi Miriam ha pensato di riproporre on line le sue opere fotografiche più significative

      Nel presentare il suo progetto l’autrice si racconta:
      “La fotografia è una delle mie passioni: un interesse intrinseco, sorgivo, quasi un habitus. Quando mi dirigo da qualche parte, è pressoché impossibile per me non scattare foto, non catturare “armonie” visive fatte di forme, linee, colori, in piccoli dettagli o in scene di vita quotidiana colte nei momenti di luce migliore, sotto i raggi del sole al mattino o all’imbrunire e fissate nei miei foto-quadri, pensati per stupire, interrogare, o anche solo rasserenare.
      Credo nel potere e nel valore della gentilezza, dell’autenticità, e della condivisione costruttiva. Perseguo la Bellezza con determinazione quotidiana, perciò amo raccogliermi frequentemente passeggiando e fotografando la Natura.
      Durante queste medit-azioni estetico-spirituali produco scatti per progetti espositivi locali sia personali che collettivi.
      Di recente ho frequentato un Corso per Fotografi Fine Art on line che mi ha portato a riflettere sulle mie “intenzioni artistiche” e a sviluppare l’idea di Progetti specifici tematici, ciascuno costituito da un numero limitato e ragionato di foto, che vengono poi stampati su tela o legno per le Mostre in presenza, ma anche proposti on line, come in questo caso con Limina mundi. Al Progetto Ragna-tele ne seguiranno altri: “Alberi trasfigurati”, “Riflessi ed ombre”, “La mia Bologna”…”

      PROGETTO RAGNA-TELE

      di Miriam Bruni

      Il ragno per me ha una forte valenza simbolica.
      Inizialmente collegato alla figura del “poeta”…Recentemente l’ho visto bene anche in “rappresentanza” del mio “io”……e di quella di Dio….

      Tra visibilità e invisibilità

      Tra operosità e silenzio

      Il ragno lavora,
      e vive, cattura,
      se ti chini lo scorgi
      alla giusta angolatura.
      Ci passi anche tu
      sulla via delle fagiane
      e levi una preghiera
      alle nuvole lontane.
      Ti aggrappi alle spighe
      come fossero ringhiere:
      hanno forza dorata
      pur sottili e leggere.

      Ode al ragno

      Hai filato nel buio senza ansie né plausi.
      Ora è nel tuo scrigno aperto
      che si posa e s’incunea la rugiada del mattino.

      Perle mirabili per fattura e splendore
      che ricordano ai terrestri
      a chi devono la vita: acqua e sole.

                                                               Galleria fotografica
      
      connessioni precarie
      fiore o baco
      geometrie et finesse
      metafisico
      parasole inefficace
      resilienza
      sottobosco
      un lavoro ammirevole
      ventaglio artigianale



      Miriam Bruni, ispanista, nata e cresciuta a Bologna, si dedica a fotografia e poesia.
      Ha pubblicato i seguenti volumi di poesia:

      • Cristalli, 2011
      • Coniugata con la vita. Al torchio e in visione, 2014
      • Credere nell’attesa, 2017
      • Così, 2018
      • Falesìa, 2019
      • Concentrati sul cromosoma celeste,2022
      • Guardarlo ancora. Paesaggi e miraggi della passione amorosa,2022
      • Cuanto cuesta vivir, 2022.

      Scrivendo mette a fuoco le esperienze vissute, cerca il bene, l’oltre delle cose, l’essenza profonda e risonante. Quanto alla forma tende alla massima concentrazione, alla sintesi, a quella che chiama cristallizzazione…Ogni poesia è figlia di scelte formali consapevoli.
      Ha diretto il Centro Culturale di Livergnano assieme all’ambientalista e scrittore Loris Arbati; attualmente collabora alla redazione della Rivista d’Arte web Millecolline, fondata e diretta da Roberto Cerè.

      È presente in numerosi blog e riviste specializzate con testi poetici, interviste, traduzioni dallo spagnolo e rubriche. Sue poesie e foto sono state pubblicate su Agende, Annuari, Calendari artistici, opere antologiche.
      Di recente ha esposto alcuni suoi foto-quadri a La Corte di Felsina, assieme ad opere di altre 25 artiste, durante la grande manifestazione Art City, da poco conclusasi a Bologna.

      Miriam sta inoltre lavorando a un libro-catalogo dal titolo “Armonie visive”, dove ha radunato le foto delle sue prime mostre personali, quelle i cui scatti sono stati realizzati nel suo quartiere di residenza, Borgo-Reno.

      Ha un canale YouTube, un profilo Facebook e uno Instagram, oltre ad un sito-blog in cui vorrebbe raccogliere e conservare i propri e altrui “materiali” preziosi:

      https://miriambruni.blogspot.com/

      Contatti:
      miribruni79@gmail.com
      fotoquadri.mirystyle@gmail.com

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