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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: Loredana Semantica

“Resurrezione” di Vladimir Holan

05 domenica Apr 2026

Posted by Loredana Semantica in POESIA, RICORRENZE

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Tag

Angelo Maria Ripellino, POESIA, Resurrezione, TRADUZIONI, Vladimir Holan

Jesus Christ emerges from a rock-cut tomb into bright sunlight near his disciples.
Image AI generated

Che dopo questa vita di nuovo ci si debba svegliare
con il suono delle trombe e i corni?
Scusami Signore, ma credo
che per tutti noi il segno della resurrezione
sarà il canto semplice di un gallo.

Per un attimo ancora rimarremo a letto.
La prima che si alzerà sarà la mamma.
Sentiremo come nel silenzio accende delicatamente il fuoco,
come mette l’acqua a bollire,
e come con un gesto quotidiano
tira fuori dalla credenza il macinino del caffè.
Saremo di nuovo a casa.

trad. di Angelo Maria Ripellino

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L’IA, Limina mundi e 10 anni di attività

01 mercoledì Apr 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società, Pensiero, RICORRENZE

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L’occasione dell’anniversario di attività di questo Litblog è propizia per alcune considerazioni circa l’evoluzione della scrittura. In particolare è interessante osservare che nel mondo produttivo della scrittura, culturale artistica, scientifica, o di qualunque altro genere, dieci anni fa l’intelligenza artificiale non aveva l’impatto attuale, nel senso che già esisteva, ma non era alla portata di tutti, come avviene oggi. Negare che essa stia pervadendo l’attività dello scrittore in senso lato (poeta, saggista, narratore, giornalista ecc) e il suo prodotto, non meno che moltissimi altri campi e professioni, soprattutto quelli che possono essere svolti attingendo a dati informatizzati, è bendarsi gli occhi sulla realtà. Temere l’evoluzione del processo in corso è comprensibile. È il nuovo che avanza, e come spesso avviene il nuovo, che piaccia o no, non avanza a piccoli passi, ma a passi da gigante. È spiazzante, travolgente, stupefacente. Nel campo delle immagini lo è in modo più appariscente, nel senso che per le immagini basta uno sguardo per percepire il risultato. Sulla scrittura il processo è meno immediato, ma ugualmente presente e altrettanto sorprendente. Basta leggere, ma per leggere occorre tempo. Conoscendo le inclinazioni umane è certo che l’IA non è e non sarà usata solo a fin di bene, ma anche in male. Tanto per fare qualche esempio: per scopi criminali, per la guerra. Sebbene al riguardo i suoi creatori s’impegnino a inserire paletti per impedire usi impropri. Sul fronte scrittura accade dunque che mentre ancora scrittori e scrittoruncoli, poeti e poetuncoli s’affannano a scrivere, pubblicare, promuoversi, s’impegnano a dire o cercare di sentirsi dire che il parto della loro creatività è il miglior libro dell’anno, degli ultimi anni o decenni, chatgpt in testa e tutti gli altri modelli e app basati sull’IA che spuntano come funghi nel panorama informatico, imparano a fare sempre meglio ciò che fa l’uomo in scrittura, fino a renderci dubbiosi che la scrittura “originale” così come è stata finora pensata ed elaborata possa proseguire, avere un futuro. È evidente infatti che i social media siano inondati con scritti prodotti con l’IA, ma siccome si fa una gran bella figura a pubblicarli come se fossero propri e come se non ci fosse un domani, vale a dire a ritmo impressionante, alimentando le proprie seguitissime pagine di proposte ben confezionate, acchiappalike, che innalzano ulteriormente lo share della pagina social, nessuno osa dire ciò che appare chiaro alla lettura di occhio esperto e cioè quanto ci si avvalga dell’IA. Quest’ultima è pronta in pochissimi secondi con i giusti input di dialogo, chiamati prompt, a elaborare un racconto di qualunque genere: fantascienza, horror, poliziesco, romantico ecc oppure un articolo d’informazione culturale, storico, scientifico o altro qualsivoglia argomento. Spesso all’IA viene chiesto di produrre un racconto “sottoponendo” una foto ispiratrice. Gli elaborati tuttavia non sono frutto del lavoro e del pensiero umano, ma il risultato dell’operazione di estrazione dalla rete di tutte le informazioni utili e disponibili allo scopo opportunamente e sensatamente elaborate. C’è chi l’ha definita la più grande e riuscita operazione di plagio della produzione umana (Noam Chomsky). Chi mette un allarme sul tramonto di numerose professioni che saranno soppiantate dall’IA. Quel che appare certo è che non sarà un progresso indifferente, non lascerà intatto ciò che ha trovato, lo modificherà profondamente, ma la piega di ciò che accadrà non è puntualmente prevedibile.

Occorre quindi restare in vigile attesa, osservare con spirito curioso, come sentinelle o ancora meglio come vedette, se si riesce, con l’attitudine a guardare lontano, a prevedere. Occorre, aggiornarsi, non chiudere gli occhi, non tacere, sperimentare senza prevenzione, inventare modi nuovi di fare, e dire ciò che è, contribuendo così all’analisi del mondo che si evolve.

Ora per dare un’idea concreta di ciò che avviene, premettendo che è la prima volta che sperimento in tal senso l’IA, e che finora me ne sono avvalsa solo per creare immagini, riporto quanto chatgpt ha proposto come articolo per i Dieci anni di Limina mundi. L’esperimento si è svolto prima che fosse immesso in rete l’articolo omonimo, frutto dei contributi dei redattori. In corsivo il prompt immesso, di seguito la risposta di IA, in grassetto il titolo da essa “inventato”, in fondo, nuovamente in corsivo la proposta di perfezionamento di chatgpt. È tutto vero, nessun pesce d’aprile.

Il litblog Limina mundi https://liminamundi.com/ è attivo in rete da 10 anni, il 21 marzo ricorre l’anniversario di inizio attività scrivi un articolo sulla ricorrenza

Dieci anni di “Limina Mundi”: una soglia aperta sulla letteratura

Il 21 marzo segna una data significativa per il litblog Limina Mundi: l’anniversario della sua presenza in rete. Sono passati dieci anni dall’avvio di questo spazio digitale dedicato alla letteratura, alla poesia e al pensiero critico, un luogo che nel tempo si è trasformato in una vera e propria comunità culturale, capace di accogliere voci diverse e di promuovere un dialogo continuo tra autori, lettori e studiosi. Il nome stesso del blog suggerisce un’idea simbolica potente. Limina mundi, letteralmente “le soglie del mondo”, richiama un luogo di passaggio e di incontro: una frontiera culturale in cui le parole attraversano generi, esperienze e sensibilità differenti. In questo spazio la letteratura non è solo oggetto di studio o di contemplazione, ma diventa pratica viva, occasione di confronto e di riflessione sul presente. Fin dalla sua nascita, il blog ha costruito una fitta trama di contenuti: poesie, racconti, saggi brevi, recensioni e interventi su temi culturali e sociali. Questa pluralità di registri riflette la volontà della redazione di mantenere aperto il campo della scrittura, evitando rigide separazioni tra generi e linguaggi. Nei suoi archivi convivono testi poetici, riflessioni civili, percorsi di lettura e contributi di autori contemporanei, creando un mosaico che testimonia la vitalità della letteratura nel nostro tempo. Nel corso degli anni Limina Mundi ha ospitato numerosi autori e collaboratori, diventando un punto di riferimento per chi cerca uno spazio di pubblicazione e di dialogo fuori dai circuiti editoriali più tradizionali. Questa dimensione collettiva è uno dei tratti distintivi del progetto: il blog funziona come una piccola rivista permanente, aggiornata con costanza e animata da una comunità di scrittori e lettori che condividono l’idea della letteratura come bene comune. Il decimo anniversario rappresenta dunque non solo una ricorrenza simbolica, ma anche un’occasione per riflettere sul ruolo dei litblog nel panorama culturale contemporaneo. In un’epoca dominata dalla rapidità della comunicazione digitale, questi spazi dimostrano che è ancora possibile coltivare tempi più lenti di lettura e di scrittura, favorendo un’attenzione autentica alla parola. Celebrare dieci anni di attività significa riconoscere la costanza di un lavoro editoriale spesso silenzioso ma prezioso: selezionare testi, dare voce agli autori, costruire nel tempo un archivio di scritture che documenta sensibilità e visioni del presente. Ogni articolo pubblicato, ogni poesia condivisa, ogni riflessione critica contribuisce a mantenere viva quella soglia – il limen – attraverso cui la letteratura continua a interrogare il mondo. Il 21 marzo, data che coincide anche con l’inizio della primavera e con la Giornata mondiale della poesia, diventa così un simbolo particolarmente felice: un momento di rinascita e di apertura, perfettamente in sintonia con lo spirito del blog. Dopo dieci anni di navigazione nel mare aperto della scrittura, Limina Mundi continua dunque il suo viaggio, fedele alla propria vocazione: essere un luogo di incontro, di ascolto e di passaggio, dove la parola letteraria possa ancora trovare spazio, respiro e futuro.

Se vuoi, posso anche: adattare l’articolo allo stile tipico del blog (più saggistico o più lirico) oppure scriverne una versione più breve e celebrativa, come editoriale per il giorno dell’anniversario.

Disegno digitale di Loredana Semantica

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Miriam Bruni legge “Pioggia” di Alice Silvia Morelli

31 martedì Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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Alice Silvia Morelli, Miriam Bruni

Cupped hands catching rain on a wet cobblestone street with stone buildings in the background.
Image AI generated

Pioggia

Mi cerchi dal cielo,

senza avviso,

come chi scopre

la soglia segreta del sonno.

Goccia dopo goccia

mi disarmi,

entri nei polsi —

clessidre lente —

nelle pieghe dell’attesa.

Non sei tempesta:

sei tatto che cade,

sei pelle che ride

sotto dita d’acqua.

Un alfabeto liquido

che riscrive i confini,

una finestra d’aria

tra profumi e colori.

Pioggia.

Mi lasci intrisa

di silenzi buoni,

di respiri che aprono

i polmoni.

Alice Silvia Morelli

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“Non ho incontrato un pettine” di Filippo Parodi, Polimnia Digital Editions, 2026

26 giovedì Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in Novità editoriali, POESIA

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Filippo Parodi, Non ho incontrato un pettine

Io che sono cresciuto in una famiglia allagata

L’Edipo di poi
è un Peter Pan pandemico
che lancia sassolini
alla finestra riscaldata:
la solita zuffa
e i cocci sono miei
mentre chi rompe vaga
questo limbo a chi lo do?

Cavalpesante

Ah, se soltanto
in prima elementare
assieme alla maestra e ai compagni di classe
non mi fossi recato al cinema, quel giorno sciagurato
per assistere alla visione de La storia infinita.
Non ci furono a graziarmi orecchioni o scarlattina
acquazzoni, terremoti, autobus scioperanti
e magari, in alternativa, ci avessero portati all’acquario
a spalancare bocche vis-à-vis coi pescecani.
Nossignore, dovevo finire nella storia senza fine
poco è valso che il papà mi spiegasse la distinzione
tra finzione e realtà, che in seguito, per decenni
lo psicanalista raffinasse questa teoria.
Potessi almeno oggi consultarmi con un’altra vittima
nata tra il ’77 e il ’79
la cui dunque adolescenza è stata in egual misura
devastata dalla scena lancinante cruenta
dove il cavallo bianco del guerriero
è inghiottito
centimetro dopo centimetro
nelle paludi della tristezza.
Il collo di neve pura
poi il marmoreo muso intero
risucchiato nella melma
irreversibilmente.

Quegli occhietti così struggenti di bestiolina indifesa
(E.T., a confronto, una rugosa barzelletta)
e che avrebbero meritato un Oscar alla carriera
alla pari di un Jack Nicholson o di una Meryl Streep.
Occhietti come spicchi di specchi di paura
che hanno preso a proliferare
in ogni mia molecola.
E no, non avevo colto, quella volta al cinema
che la storia fosse infinita all’infinito.
A 6 anni non lo realizzi mica
nella scossa funesta improvvisa
che la storia, per l’appunto, si chiama i n f i n i t a
perché
dall’istante in cui
ti sarai alzato dalla poltrona
non ci sarà
là fuori intorno
per il tuo destriero pallido
un limite all’abisso
né al talento di sprofondarci.

Barbarie da bar

«Posso chiederti un caffè ristretto però non bollente?»
«Ti chiedo un cappuccino con latte d’avena zero»
«Ti chiederei un bicchiere d’acqua, ma dal rubinetto, se te lo posso chiedere».
Ebbene sì, è questa l’ultima moda.
L’infelice ritornello già in testa alla classifica.
Più irritante del ridondante e inestirpabile Piuttosto che
il Cioè, a confronto, oggi sembra un simpatico vezzo.
E si insinua, Ti posso chiedere, in ogni strato sociale
lo masticano i giovani, lo sputacchiano gli anziani:
una nuova (e si catastrofizzerebbe definitiva) pandemia.
Conformismo vegetativo. Intorpidimento delle intelligenze.
Dovremmo invece prendere a esempio l’eleganza schietta
l’essenziale sobrietà dei serial killer
i quali, nell’atto di uccidere, mica stanno là a perdersi in tante melliflue ipocrisie.
Penso proprio che arriverei ad ammazzare a mani nude
l’assassino che mi chiedesse se può chiedermi di farmi fuori.

ATMostruosità

Doors open on the right
sputacchia la racchia voce
sforacchia le masse lasse

dalle casse scartavetranti
pedestre pedagogia
della spastica maestrina
dalla sera alla mattina
Please hold on to the handrails
poi Cenacolo Vinciano
poi Change here for metro line 2
poi Toglietevi lo zaino
Please beware of pickpockets
ma la sola unica cosa
di cui ci hanno depredati
per giorni e mesi e anni
vagolando tra i vagoni
è un dannato, inopinabile
brandello di silenzio.

Alba euforica

Addosso
lo spasso del rosso
ossa smosse dalla fossa
il collasso del bossolo crasso
bossanova del masso rimosso.

Autosuggestioni per una digestione migliore

Su una panchina
con gli occhi chiusi
un giorno che la paura di rincasare per pranzo sbaraglia
masticare con lentezza meditativa i cannelloni
acquistati nel reparto Piatti Pronti dell’Esselunga.
Ripetersi, ancora fumanti, che ad averli appena fatti per te
è una moglie, una mamma
in sintesi Sandra Milo.
L’allettante e allattante conduttrice di Piccoli fans
o in quel film di Pietrangeli in cui balla l’Hully Gully
con un cuore inossidabile
dipinto sulle labbra.
Le stesse che ora ti soffiano sul sugo di carne.

Anti auguri

Non lo desti
il beneplacito
per quella placenta frignante
la tutt’oggi fumante patata
che non hai rimbalzato ad un altro
e hai voglia a soffiarci
e risoffiarci sopra…
però sono candeline:
a che numero stanno ammontando?
Ma tante tante tante.
Pari almeno
alle carie
del caval donato.
Mentre
di anno in anno
la torta si è fatta torto
il desiderio sfiatato
più fosco
e più comico.

Monocromo

In questi giorni di convalescenza e di convulsioni dell’animo
costretto, kappaò sul divano, a ingerire solo tè verde
a tu per tu coi sorci verdi, che sono più di tre o quattro
la borsa dell’acqua calda verde salvia sulla pancia
non faccio che rimbozzolarmi nella coperta di lana che Marta
ha comprato in beneficenza dalle parrocchiane operose
la quale è anch’essa verde, verde come la speranza.
La speranza che si dice è sempre l’ultima a morire.
Ma lei spera comunque che un cane si presenti ai suoi funerali.

Non trovo cane per i miei denti

Quantomeno ho smesso di avercela con te
in merito alla questione che non mi desideri
che non cerchi, oramai, un’intimità fra di noi.
La bile, attualmente, latra e ringhia all’infuori
a giochetti e inconcludenze di fantasmi-più-che-amanti
agli orgasmi asmatici su schermi luminosi.

Non di rado c’è a chi va di praticare solo sesso
chi avrebbe preferito tutto sommato fare l’amore.
Io che sto, tra i due estremi, scolorendo la differenza
sconto la mia pena di pene nella sabbia.
Rabbia
nei tuoi confronti
che oggi è un grilletto parlante.

Mi ciucciano cannnucce

Tettucci sdrucciolevoli
beccucci più che boccucce
cucciolate di corrucci
incappucciate lucciole
cartucce, luccichii
di lucci uccisi in grucce.
Sbucciante, sbertucciante
fa spallucce uccel di bosco.

La grazia di scomparire

Faticoso
nonché imbarazzante
tutti i santi giorni
reinventarsi
il proprio crimine
fingere di ricordare
che diavolo si sia mai fatto
di così riprovevole
di talmente efferato
per meritarsi di esserci.

Filippo Parodi nasce a Genova nel 1978. Si laurea in Filosofia Estetica a Milano, dove tuttoravive, con una tesi sul verosimile e “il meraviglioso” nella poesia. Nel 2013 pubblica per Gorilla Sapiens La testa aspra e nel 2017, per Fondazione Mario Luzi Editore, La panchina senza angeli. Per Polimnia Digital Editions escono Per te soltanto, bambino – Frammenti di emisferi e Tapping-ninne nanne (2018), Flaming Child (2020), I Am a Dream That Is Dreaming of Me (2024), Non ho incontrato un pettine (2026).

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Dialogo con Limina Mundi. Una poesia di Yuleisy Cruz Lezcano

24 martedì Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in POESIA

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Yuleisy Cruz Lezcano

Fiore di Mariposa, fiore nazionale cubano, candido, diffuso sul territorio, profumatissimo
ph. Yuleisy Cruz Lezcano

Limina Mundi, per favore,
accogliete la mia confessione:
Ho viaggiato come ho potuto,
senza partire davvero,
facendomi strada con la curiosità
dalla sedia.
Il privilegio si è rivelato
una geografia interiore
più vasta di qualsiasi mare.
Lì ho scoperto un cosmo segreto,
una sfida lanciata al caos,
dove ho ingurgitato versi e versi
di Juan Ramón Jiménez,
di Gastón Baquero,
di José Lezama Lima,
di Paul Valéry,
come se ogni parola fosse pane
e io una fame senza tregua.
E ancora pensieri,
come lampi ostinati,
di José Ortega y Gasset,
di Miguel de Unamuno,
di Antonio Machado,
di María Zambrano,
di Luis Cernuda,
che mi attraversavano
come vento tra porte socchiuse.
E poi, in un gesto compulsivo,
Don Chisciotte della Mancia,
che non ho letto, ma abitato,
come si abita l’eccesso dell’enigma
o un sogno che insiste.
Così, cercando nuovi passaggi,
ho innalzato l’isola
che mi nuota dentro,
una terra instabile e viva
che solo la parola sa trattenere.
E la parola, ah, la parola!
è diventata un salone di ballo,
un armadio magico,
dove si aprono labirinti e intrallazzi,
stanze che si moltiplicano
al tocco di una sillaba.
Qui la poesia resiste al tempo,
è un’arca che fluisce lenta
sulle acque di tutti i segreti,
custodendo il respiro nascosto
della natura.
E mentre scrivo,
dialogo con un gabbiano
che ha un occhio di vetro
e mi guarda, forse
lui sa tutto,
sa delle persone che parlano
tutto il tempo di sé, affettando
il ritmo interno del colloquio,
come se ogni viaggio
non fosse che questo:
restare sulla soglia
e imparare a vedere
che l’ultima parola
non è di chi impone la sua opinione
ma di chi sa che il dialogo
è una sorta di religione,
una forma di scrivere,
un rigagnolo dentro il mare
dove l’acqua scorre
differenziandosi dall’acqua.

https://www.yuleisycruz.com/

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Una poesia di Giovanna Sicari

19 giovedì Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in POESIA, RICORRENZE

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Giovanna Sicari

Per il 19 marzo di Limina mundi, una poesia di Giovanna Sicari

Image AI generated

Vorrei farti felice con questo niente

Babbo, vorrei comprarti
tutte queste piccole cose
esposte al mercato,
cose piccole, inutili:
arnesi, cianfrusaglie, biglietti.
Vorrei farti felice con questo niente
che colma il vuoto
con quest’amore che ripara,
tu solo annaffi le piante lievi
lavi e curi ogni cosa
e scavi nella compostezza
della vita, con decisione
raccogli foglioline e altro
tu solo puoi entrare nell’infinito.

da Portami ancora per mano. Poesie per il padre (Crocetti, 2001)

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“Passato! ” di Giovanni Verga

18 mercoledì Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, PROSA, Racconti

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Giovanni Verga

“Passato!” è una novella di Giovanni Verga dalla raccolta Tutte le novelle, Oscar Mondadori, 1973. Si tratta di una novella breve, senza dialoghi, nella quale di frequente il capoverso inizia con la parola “Penso”, una sorta di refrain; declinata tutta in prima persona, essa consiste in una profonda e intima riflessione dell’autore rivolta al tempo passato, si distingue perciò dalla produzione verghiana, caratterizzata dall’osservazione oggettiva e dalla “spersonalizzazione” tipica del Verismo, corrente letteraria alla quale si ascrive la produzione maggiore dell’autore. Pervasa da un tono malinconico, venata di sentire poetico e contemplazione esistenziale, la novella s’incentra sul dolore profondo che il passare del tempo e il ricordo dei cari suscita nel narratore. Inserti descrittivi della natura costituiscono elementi vivi nel testo che esaltano la ricorrenza dei fenomeni, introducono il verde della speranza, questi insieme alle memorie di un passato sereno leniscono il dolore, ma il suo svanire, lo rende, proprio per questa ragione, a sua volta inutile, colpevole di inconsistenza, e accentua il senso di vacuità del vivere e l’anelito a lasciarsi andare all’incoscienza del sonno.

***


Qui, quando la città è più festosa e la folla più allegra, penso alla campagna lontana, laggiù, fra i miei monti, dietro il mare azzurro.
Penso ai sentieri verdeggianti, alle siepi odorose, alle lodole che brillano al sole, alla canzone solitaria che sale dai campi, monotona e triste come un ricordo d’altre patrie.
Penso a quell’ora dolce del tramonto, quando l’ultimo raggio indora le nevi della montagna, e il fumo svolgesi dai casolari, e le campane degli armenti risuonano nella valle, e la campagna si nasconde lentamente nella notte.
Penso a quell’ora calda di luglio quando il sole innonda la pianura riarsa, e il cielo fosco di caldura sembra pesare sulla terra, e il grillo nelle stoppie canta la canzone dell’ora silenz8iosa.
Penso alle notti profonde, alle lucciole innamorate, al coro dei vendemmiatori, al rumore lontano dei carri che sfilano nella pianura odorosa di fieno, ai cespugli immobili e neri come spettri nel raggio misterioso della luna.
Penso alle lunghe notti d’inverno spazzate dal vento e dagli acquazzoni, agli alberi che gemono nel temporale, e vi raccontano fantastiche storie cui sorridono gli occhi dei vostri cari, raccolti intorno alla lampada domestica.
Penso alla mia fanciullezza, che sembra sia tutta trascorsa in quella nota campagna; penso a quei colli, a quei valloni, a quei sentieri, a quella fontana, davanti alla quale è passata tanta gente, che veniva da lontano, a quel cespuglio su cui moriva il sole d’autunno quel giorno in cui vi passaste anche voi, con me, per l’ultima volta.
Quest’ultimo raggio di sole che mi è rimasto in cuore come un addio, come la vaga angoscia dei giorni spensierati dell’infanzia, che ci fa presentire le amarezze della vita, con un senso di vaga e dolorosa dolcezza.
Penso a quel sasso in cui ho segnato il primo amore de’ miei tredici anni, quando non conoscevo ancora altri dolori all’infuori di quelli creatimi dalla mia fantasia.
Ora che il dolore so cosa sia, il dolore vero, quelle che vi immerge le unghie nella carne viva e vi ricerca le fibre del cuore, quello che vi divorava le lagrime, le sensazioni e le idee, quando la morte entrò nella vostra casa…; penso ancora a quei luoghi, a quelle scene serene che vi tornano dinanzi agli occhi feroci come un’ironia nell’ora terribile di quell’angoscia; penso al muricciolo di quella fontana al quale si sono appoggiati quelli che non son più, a quell’erba che si è piegata sotto i loro passi, a quelle pietre sulle quali si erano seduti.
Ora l’erba è morta anch’essa, ed è risorta tante volte. Il sole l’ha bruciata, e la pioggia l’ha fatta rinascere. Quando le nuove gemme hanno verdeggiato nella siepe lì accanto, ne’ bei giorni d’aprile, essi non sapevano più nulla di voi, miei cari!
Io che sono rimasto, penso a quell’erba che non è più la stessa, a quelle pietre che dureranno ancora, mentre voi siete passati su di loro – e per sempre; penso che dell’altra erba spunta e muore fra le pietre della vostra fossa; e quando penso che lo strazio feroce di questo dolore non è più così vivo dentro di me, che ogni strappo dell’anima lentamente va rimarginandosi, mi viene uno sconforto amaro, un senso desolato del nulla, d’ogni cosa umana, se non dura nemmeno il dolore, e vorrei sdraiarmi su quell’erba, sotto quei sassi, anch’io nel sonno; nel gran sonno.

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“Nel domestico giardino” di Raffaella Bettiol, Arcipelago Itaca, 2025

12 giovedì Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in Novità editoriali, POESIA

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Arcipelago Itaca, Raffaella Bettiol

L’ippocastano

Insiste il ricordo
di quell’ippocastano
giochi infantili tra i rami
scorsa di vite smarrite
cadono castagne matte
la madre attende un figlio
la guerra non è finita
incessante il sorvolo
di areoplani
il padre sotto la sua ombra scrive
imperturbabile all’irrompere del vento
vento di bora che spezza i rami
l’albero non ha voce per gridare
ed è incerto il mattino
ma profuma la magnolia
nella sua veste bianca
un po’ consola.

22-9-2024

La fiaba del giardino

Non chiedermi nulla della vita
non so risponderti,
ogni domanda s’annulla
nel fitto di gelsi e palme.
Storditi dalla calura
lentamente camminiamo
un verde silenzio di sguardi
ci avvince
in pacata voluttà.
Lieve il vento sull’umida pelle.

28-8-2017


Vivo d’anime il giardino

Rastrema il gelo
preme la fame d’un raggio
la quadratura d’un giorno di sole
polvere e fumi salgono dalle case,
non cede la morsa del freddo
nel nebbioso richiamo d’un’eco
geme il giardino di sgomento
per non morire cela germogli
dentro la dura scorza della terra,
affioreranno forse ma non ora
gravida di nubi la stagione
misura la forza d’ogni vita,
le anime impaurite cercano rifugi
da quel viatico e fanno ressa
gemono tra venature d’alberi
le radici protese al futuro.

20-1-2021

Il verde e le viole

Invadono il verde le viole
molle la fanghiglia le circonda
a passi rapidi sali il sentiero
qualcuno forse una donna già attende
non posso raggiungerti
inutile chiamare
fitti i rami s’addensano
in un incauto incesto
e tutto si confonde in un turbinio
di foglie
d’algoritmi smossi da cerchi d’acqua
nel frangere copioso della pioggia
sul breve intervallo d’una vita.

2-6-2024

Primule gialle

…corrono veloci i ragazzi
le sciarpe e i capelli al vento
vanno liberi incontro
al mattino luminoso
nessuno può fermarli
squillano gaie
le primule gialle
al breve istante di sole.

20-4-2010

Nel vuoto d’una stanza

S’imminia un fiore
nel vuoto d’una stanza
non lo recide il pensiero
e s’effonde un profumo antico
di legni forse di quercia
tra gelide lenzuola
richiamo di quel tempo
il più fugace e presente
non c’è un braciere
la notte fraseggi indistinti
di rami e fruscii lontani
calde le mani d’una madre
sulla fronte
e sale il gelsomino
sull’impervio muro
d’un bianco stupore la nostalgia
che non s’arresta
tra grigie pareti.

10-6-2024

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Loredana Semantica legge una sua poesia

11 mercoledì Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Podcast, POESIA

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Loredana Semantica, Magneti, Podcast

Loredana Semantica legge una sua poesia dalla raccolta “Magneti”, Portoseguro editore, 2023.

Disegno digitale della stessa autrice

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Quando lo stress diventa pericolo: la sindrome del bambino scosso

10 martedì Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', I meandri della psiche, La società

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Yuleisy Cruz Lezcano

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)


La Shaken Baby Syndrome, nota anche come sindrome del bambino scosso, è una forma gravissima di maltrattamento che colpisce soprattutto i lattanti nel primo anno di vita e che nasce quasi sempre da una perdita di controllo dell’adulto di riferimento in una situazione di forte stress. Non si tratta di un gesto “educativo” né di un incidente domestico, ma di una risposta impulsiva e pericolosa al pianto inconsolabile del bambino, che viene scosso con forza nel tentativo di farlo smettere. Dietro questo gesto, nella maggior parte dei casi, non c’è intenzionalità violenta consapevole, bensì un accumulo di fatica emotiva, solitudine e rabbia non gestita.
La letteratura scientifica e l’esperienza clinica mostrano come la sindrome si manifesti con maggiore frequenza in contesti di vulnerabilità psicosociale. Le madri sottoposte a forti livelli di stress, soprattutto quando la depressione post partum non viene riconosciuta né trattata, rappresentano un gruppo particolarmente a rischio. La depressione dopo la nascita può alterare profondamente la capacità di regolazione emotiva, ridurre la tolleranza alla frustrazione e amplificare sentimenti di inadeguatezza, colpa e impotenza. In assenza di ascolto e supporto, il pianto continuo del neonato può essere vissuto non come una richiesta di aiuto, ma come una minaccia alla propria tenuta psicologica.
Un ruolo centrale è giocato dall’isolamento. Le famiglie senza una rete di aiuto, prive di sostegno da parte di partner, parenti o servizi territoriali, affrontano spesso la cura del neonato in una condizione di sovraccarico continuo. Le coliche dei primi mesi, con il loro pianto intenso e prolungato, rappresentano uno dei principali fattori scatenanti: notti senza sonno, stanchezza fisica, senso di fallimento e mancanza di pause possono trasformare la frustrazione in rabbia improvvisa. In questi momenti il gesto di scuotere il bambino può avvenire in pochi secondi, senza che l’adulto sia realmente consapevole delle conseguenze. A peggiorare il quadro contribuiscono spesso dinamiche familiari conflittuali. Litigi frequenti, tensioni di coppia, commenti svalutanti o giudizi che mettono in dubbio le competenze materne minano ulteriormente l’autostima e la sicurezza emotiva della madre. Quando una donna si sente costantemente osservata, criticata o delegittimata nel suo ruolo, il pianto del bambino può diventare il simbolo di una presunta incapacità personale, alimentando un circolo vizioso di vergogna e rabbia repressa.
Particolarmente vulnerabili sono anche le madri che, a loro volta, hanno subito violenza o maltrattamenti in famiglia durante l’infanzia o in età adulta. In questi casi il trauma pregresso può riattivarsi di fronte a situazioni di forte stress, come il pianto inconsolabile di un neonato. La difficoltà a riconoscere e gestire la rabbia, appresa in contesti in cui le emozioni venivano negate o espresse in modo violento, aumenta il rischio di risposte impulsive. Il corpo reagisce prima del pensiero, e il gesto diventa un modo drammatico e disfunzionale per scaricare una tensione emotiva insostenibile.
La Shaken Baby Syndrome, dunque, non può essere letta solo come un atto individuale, ma come il fallimento di un sistema di prevenzione che non intercetta il disagio adulto prima che si trasformi in pericolo per il bambino. Riconoscere precocemente la depressione post partum, sostenere la genitorialità fragile, contrastare l’isolamento e promuovere una cultura che legittimi la richiesta di aiuto sono strumenti fondamentali di tutela dell’infanzia. Dire con chiarezza che il pianto del neonato non è una colpa, che fermarsi, allontanarsi per qualche minuto e chiedere supporto è un atto di responsabilità, può fare la differenza tra una crisi gestita e una tragedia evitabile.
Proteggere i bambini significa anche proteggere chi se ne prende cura. Solo riconoscendo la fatica, la rabbia e la fragilità degli adulti, senza stigma né giudizio, è possibile prevenire una delle forme più gravi e silenziose di violenza nella prima infanzia.

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Buon 8 marzo su Limina mundi

08 domenica Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in Essere donna, POESIA, Poesie, RICORRENZE

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Buon 8 marzo con la poesia “Specchio” di Sylvia Plath

disegno di Loredana Semantica, tratto dalla raccolta illustrata Barracuda, Terra d’ulivi edizioni, 2024

Sono d’argento e rigoroso. Non ho preconcetti.
Quello che vedo lo ingoio all’istante
così com’è, non velato da amore o da avversione.
Non sono crudele, sono solo veritiero—
l’occhio di un piccolo dio, quadrangolare.
Passo molte ore a meditare sulla parete di fronte.
È rosa e macchiettata. La guardo da tanto tempo
che credo faccia parte del mio cuore. Ma c’è e non c’è.
Facce e buio ci separano ripetutamente.
Ora sono un lago. Una donna si china su di me,
cercando nella mia distesa ciò che essa è veramente.
Poi si volge alle candele o alla luna, quelle bugiarde.
Vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.
Lei mi ricompensa con lacrime e un agitare di mani.
Sono importante per lei. Va e viene.
Ogni mattina è sua la faccia che prende il posto del buio.
In me ha annegato una ragazza e in me una vecchia
sale verso di lei giorno dopo giorno come un pesce tremendo.

Sylvia Plath

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America First o navigazione a vista?

05 giovedì Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società

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Yuleisy Cruz Lezcano

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)


Un’analisi critica delle politiche migratorie degli Stati Uniti nel contesto dell’esodo cubano e delle dinamiche elettorali interne, alla luce di dati accademici sui flussi migratori. Tra slogan come “America First” e calcoli di consenso, emerge il dubbio che Washington proceda più per tentativi che per strategia strutturale, mentre le grandi potenze, dagli USA alla Russia, sembrano muoversi secondo interessi prioritari piuttosto che principi dichiarati.
Non lo so se gli Stati Uniti abbiano fatto davvero questi calcoli di cui spesso si parla nei giornali indipendenti dell’America Latina rispetto alla situazione cubana. Non lo so se dietro le scelte di Washington vi sia una strategia coerente di lungo periodo o piuttosto un procedere a tentoni, dettato dall’urgenza politica del momento. Quel che è certo è che l’interesse immediato appare evidente: controllare l’immigrazione, ridurre la pressione alla frontiera, presentare all’elettorato un bilancio tangibile in vista delle elezioni di novembre.
Il tema è centrale nel programma di Donald Trump, che ha fatto dello slogan “America First” la sintesi di una visione politica in cui la priorità assoluta sono gli interessi nazionali, prima di ogni altra considerazione diplomatica o umanitaria. Con sondaggi che lo indicano in difficoltà nel rinnovo del Congresso, la gestione dei flussi migratori diventa non solo una questione di sicurezza, ma un banco di prova elettorale. Mostrare fermezza significa rafforzare l’immagine di leadership; ridurre gli ingressi irregolari significa offrire un risultato misurabile.
I numeri aiutano a comprendere la portata del fenomeno. Secondo analisi demografiche di centri di ricerca statunitensi come il Pew Research Center e il Niskanen Center, nel 2023 gli immigrati rappresentavano circa il 15% della popolazione totale degli Stati Uniti, una quota record nella storia moderna del Paese. La componente latinoamericana resta predominante e, tra il 2022 e il 2024, l’esodo cubano ha assunto proporzioni senza precedenti dalla rivoluzione del 1959: centinaia di migliaia di cittadini dell’isola hanno raggiunto il territorio statunitense attraverso la frontiera meridionale o programmi umanitari temporanei. In rapporto agli circa 11 milioni di abitanti dell’isola, si tratta di una fuoriuscita demografica di dimensioni strutturali.
Eppure, il dibattito politico tende a ridurre questi dati a una narrazione di emergenza permanente. L’immigrazione viene descritta come minaccia all’ordine pubblico o al mercato del lavoro, nonostante la letteratura accademica statunitense mostri un quadro più complesso: l’impatto salariale dell’immigrazione irregolare sui lavoratori meno qualificati risulta generalmente contenuto, mentre nel medio periodo i flussi contribuiscono alla crescita economica e al riequilibrio demografico in una società che invecchia. La realtà, tuttavia, conta meno della percezione in campagna elettorale.
In questo scenario, Cuba diventa un tassello funzionale. Non tanto per una reale volontà di trasformazione dell’isola, quanto per la necessità di stipulare accordi che facilitino rimpatri e contenimento delle partenze. L’obiettivo primario non sembra essere la transizione politica dell’Avana, bensì la gestione del flusso. È una politica pragmatica, persino cinica, ma coerente con la logica delle potenze: prima i nostri interessi, poi il resto.
Del resto, la storia recente offre esempi che alimentano scetticismo verso la retorica dell’esportazione della democrazia. In Iraq, dopo l’intervento del 2003, l’instabilità è rimasta cronica. In Afghanistan, vent’anni di presenza occidentale si sono conclusi con il ritorno dei talebani. In Libia, l’intervento sostenuto dall’amministrazione di Barack Obama ha lasciato un mosaico di milizie e governi rivali. Ogni volta, gli obiettivi dichiarati di stabilizzazione e democratizzazione si sono scontrati con realtà locali complesse, producendo esiti controversi.
Ma questa logica non è esclusivamente americana. Anche la Russia ha agito secondo priorità selettive: il sostegno a Nicolás Maduro in Venezuela non si è tradotto in un impegno illimitato, né Cuba ha ricevuto aiuti tali da cambiare radicalmente la propria traiettoria economica. In Siria, Mosca ha garantito la sopravvivenza del regime, ma sempre calibrando costi e benefici strategici. Le potenze intervengono quando il ritorno geopolitico è chiaro; difficilmente quando l’investimento supera il vantaggio.
In questo quadro, l’illusione che un cambiamento interno a Cuba, in Iran o altrove, possa dipendere in modo decisivo dall’intervento esterno appare fragile. La storia suggerisce che gli aiuti funzionano quando coincidono con un interesse prioritario della potenza che li offre. Nulla viene realmente regalato: se un Paese riceve uno, è probabile che l’altro guadagni cento, in termini di influenza, sicurezza o vantaggio economico.
Così, mentre gli Stati Uniti affrontano una fase di rallentamento economico e tensioni sociali, la linea dura sull’immigrazione diventa strumento politico immediato. Cuba si ritrova al centro di questa strategia non come fine, ma come mezzo. E resta la domanda iniziale: c’è davvero un grande disegno dietro queste scelte, o si tratta di una navigazione a vista, dettata dall’urgenza elettorale?
Forse la risposta sta proprio nella natura della politica internazionale: un equilibrio instabile di interessi, forza e opportunità, in cui le parole contano meno dei numeri e i principi meno dei consensi. Il resto, spesso, sono soltanto dichiarazioni.

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Miriam Bruni legge una poesia di Jules Supervielle

04 mercoledì Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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Jules Supervielle, Miriam Bruni, Podcast

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È tutto ciò che avremmo voluto fare — e non abbiamo fatto,
ciò che voleva parlare e non trovò la sua voce,
tutto ciò che ci ha lasciati senza dirci il proprio segreto,
ciò che possiamo sfiorare, persino incidere col ferro, senza mai arrivarci,
ciò che diventa onda, e onda ancora, perché si cerca e non si trova,
ciò che si fa schiuma per non morire del tutto,
ciò che si fa scia per pochi istanti, per un gusto originario d’eterno,
ciò che avanza negli abissi e non salirà mai alla luce,
ciò che avanza nella luce e trema degli abissi,
tutto questo — e molto di più:
è il mare.

Jules Supervielle

C’est tout ce que nous aurions voulu faire et n’avons pas fait,
Ce qui a voulu prendre la parole et n’a pas trouvé les mots qu’il fallait,
Tout ce qui nous a quittés sans rien nous dire de son secret,
Ce que nous pouvons toucher et même creuser par le fer sans jamais l’atteindre,
Ce qui est devenu vagues et encore vagues parce qu’il se cherche sans se trouver,
Ce qui est devenu écume pour ne pas mourir tout à fait,
Ce qui est devenu sillage de quelques secondes par goût fondamental de l’éternel,
Ce qui avance dans les profondeurs et ne montera jamais à la surface,
Ce qui avance à la surface et redoute les profondeurs,
Tout cela et bien plus encore,
La mer.

Jules Supervielle (1884-1960) – Oublieuse mémoire (1949)

Scrittore francese (Montevideo 1884 – Parigi 1960). 

Legato alla Nouvelle Revue française, visse tra la Francia e l’America del sud, cimentandosi in tutti i generi letterari ma affermandosi soprattutto come poeta surreale dallo stile limpido e sensibile (Les poèmes de l’humour triste, 1919; Debarcadères, 1922; Gravitations, 1925; Le forçat innocent, 1930; La fable du monde, 1938, trad. it. 1964; Oblieuse mémoire, 1949; Le corps tragique, 1959). Le sue doti di prosatore raffinato e originale emergono nei racconti magici di L’homme de la pampa (1923) e Le voleur d’enfants (1926; trad. it. 1949), e in romanzi come L’enfant de la haute mer (1931; trad. it. 1946) e L’arche de Noé (1938); in Boire à la source (1933) rievocò la sua infanzia tra l’Uruguay e i paesi baschi. Notevole anche il suo teatro (La belle au bois, 1932; Shéhérazade, 1949).

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La cultura del consenso: costruire relazioni sane e libere dal dominio

25 mercoledì Feb 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', Essere donna, La società

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Yuleisy Cruz Lezcano

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(
Yuleisy Cruz Lezcano)

La cultura del consenso è un concetto fondamentale per costruire relazioni rispettose e sicure, ed è particolarmente importante per adolescenti e giovani, che stanno imparando a conoscere i propri limiti e quelli degli altri. Comprendere cosa significhi consenso significa sapere che ogni atto sessuale deve essere desiderato e volontario da tutte le persone coinvolte: un “sì” esplicito, informato e libero è l’unico modo per stabilire un rapporto sessuale sano. Il consenso non è implicito, non può essere presunto e può essere ritirato in qualsiasi momento. Questo principio diventa cruciale quando parliamo di violenza sessuale, abuso e molestie, fenomeni che non hanno nulla a che fare con il sesso o il piacere, ma sono strumenti di dominio e controllo. La violenza sessuale nasce spesso dal desiderio di esercitare potere su un’altra persona, umiliarla o sottometterla, e non da un bisogno biologico o sessuale.
Per comprendere a fondo il contesto in cui si sviluppano questi comportamenti, è necessario guardare al patriarcato e alla cosiddetta cultura dello stupro. La Rape Culture non si manifesta solo attraverso crimini espliciti, ma anche tramite atteggiamenti, credenze e comportamenti che minimizzano, giustificano o normalizzano la violenza contro le donne. Frasi come “Se era vestita così se l’è cercata” o la minimizzazione degli abusi subiti dalle vittime sono esempi chiari di questa cultura, che lega la disuguaglianza di genere a una serie di discriminazioni sociali interiorizzate. Questi meccanismi contribuiscono a mantenere un sistema in cui la violenza e la sopraffazione diventano normali, e dove la responsabilità della violenza viene spesso spostata sulle vittime. Le relazioni sane richiedono quindi una decostruzione attiva di stereotipi e ruoli di genere. È importante riconoscere pratiche manipolatorie come il gaslighting, una forma di abuso psicologico in cui la vittima viene portata a dubitare della propria percezione della realtà e delle proprie emozioni. Il gaslighting può assumere diverse forme: negazione dei fatti, svalutazione, adulazione alternata a critiche, silenzi punitivi e dirottamento delle conversazioni. Chi subisce gaslighting si trova spesso intrappolato in una dipendenza emotiva, cercando costantemente l’approvazione del partner. Essere consapevoli di questi schemi aiuta a proteggersi e a riconoscere le relazioni tossiche prima che possano degenerare.
Un altro aspetto cruciale riguarda forme di violenza più sottili ma altrettanto gravi, come lo stealthing, che consiste nella rimozione o manomissione del preservativo senza il consenso del partner. Questo comportamento è una violenza sessuale perché viola il consenso e mette a rischio la salute, esponendo a malattie sessualmente trasmissibili e gravidanze non pianificate. Denunciare episodi di stealthing e riconoscerli per quello che sono è fondamentale per educare alla responsabilità e al rispetto reciproco. Il consenso si intreccia inoltre con la necessità di sfidare le discriminazioni sociali e il patriarcato nelle sue forme più strutturali. Il gender pay gap, per esempio, non è solo una questione economica, ma un indicatore di come la società valuti le donne meno degli uomini, stabilendo un sistema in cui il potere e le opportunità sono distribuiti in maniera diseguale. Stereotipi e pregiudizi influenzano anche le relazioni interpersonali, normalizzando comportamenti di dominio e svalutazione. Riconoscere queste dinamiche permette di costruire un senso critico rispetto alle ingiustizie, a scuola, sul lavoro e nelle relazioni personali.
Il consenso si intreccia inoltre con la necessità di sfidare le discriminazioni sociali e il patriarcato nelle sue forme più strutturali. Il gender pay gap, per esempio, non è solo una questione economica, ma un indicatore di come la società valuti le donne meno degli uomini, stabilendo un sistema in cui il potere e le opportunità sono distribuiti in maniera diseguale. Stereotipi e pregiudizi influenzano anche le relazioni interpersonali, normalizzando comportamenti di dominio e svalutazione. Riconoscere queste dinamiche permette di costruire un senso critico rispetto alle ingiustizie, a scuola, sul lavoro e nelle relazioni personali.

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Loredana Semantica legge una poesia da “Barracuda”, Terra d’ulivi edizioni, 2024

24 martedì Feb 2026

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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Barracuda, Loredana Semantica, Podcast

Loredana Semantica legge una sua poesia, dalla raccolta poetica illustrata ” Barracuda”.

disegno della stessa autrice

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“Otto tipi di insetti” di Stefano Solaro, Arcipelago Itaca Edizioni, 2025

19 giovedì Feb 2026

Posted by Loredana Semantica in Novità editoriali, POESIA

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Arcipelago Itaca, Stefano Solaro

Ho fatto come avevo promesso
del mio meglio ma non in assoluto.
Ricordo piccolezze, noi sui mezzi, la merenda
tu che sbagli serratura
quando torni la sera a casa.
Forse chi parla intende questo
quando dice prima le cose importanti
come il tuo dare e prendere tutto
sollevare le macerie
ritirare quello che opprime
in questa grande stanza.
Per questo e altro ti sono grato
per come a volte mi lanci
contro la vita
solo per svegliarmi.

Cosa esattamente mi vorresti dire.
Come esattamente dovrei reagire.
Cederti il mio spazio, versartelo
nel bicchiere con il calmante
di un risveglio insieme
sanato appena
da queste garze nere.
In circostanze meno affrettate sarei morto
per te. Ora invece
schiaccio tutto con le dita
e tutto, tutto quanto
mi costa fatica.

È da tre mesi che dormo con gente
riempio bicchieri a ignoti
strappo le pellicine
seccate sulle mani per l’inverno;
già chiusi i cartoni, pieni di jeans
che non mi pare di aver mai messo.
Da qualche giorno ho un tetto in prestito.
Il quartiere è nuovo ma lo conosco
dopo lavoro passeggio in tondo
e ad ogni angolo riscommetto
“da qui in poi cambia tutto”.
Anche oggi ho perso
ma ho trovato per strada cinque euro

Otto tipi di insetti
hanno fatto casa sotto al mio letto
mentre davo ripetizioni fuori al freddo
-la sede era inagibile ratti ovunque-
ho deciso avrei saltato pugilato
niente serie né proteine
neanche una canzone per dormire;
domani in pausa pranzo mi diranno
ti trovo bene accidenti è servita
la malattia sei un po’ dimagrito
ma sembri carico. Sembri pronto.

Ci sono i polipi, le distorsioni, i piccoli
infortuni nel mezzo dell’età.
C’è un bus, poi la bici, un’auto, ancora il bus
tua madre con la cataratta, i video
dei nipotini. È ancora presto…
Stavamo tutti insieme almeno otto anni fa
a guardare attori e attrici
vivere per noi
la spaccatura era lontana
questo salto negli adulti senza trionfo né coraggio.

Ho sognato che non ci lamentavamo più
che avevamo smesso di agitarci
per il beep di uno schermo
per blackout infiniti
e risvegli di soprassalto.
Ho sognato che era finito l’esodo
nei corpi, finita la fame del venerdì
che tanto poi eravamo stanchi;
erano cambiati i nostri grazie
non più al master non più a Tinder
né al migliore tra di noi.
Ho sognato che allagavamo l’appartamento.

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Tra dazi e alleanze: il ruolo globale dell’Europa

17 martedì Feb 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società

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Yuleisy Cruz Lezcano

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

In un mondo sempre più frammentato, l’Europa si trova di fronte a una domanda cruciale: cosa può offrire, quale ruolo può giocare in un sistema internazionale multipolare dove le alleanze tradizionali sono messe in discussione e la competizione tra grandi potenze si intensifica? Recenti dibattiti accademici e diplomatici, da Oxford fino ai forum ASEAN a Kuala Lumpur, evidenziano che l’Europa, pur priva di un’unica voce strategica, può giocare un ruolo di stabilizzatore e mediatore, capace di conciliare interessi diversi e di proporre regole condivise in un contesto di crescente frammentazione.
L’intervento del presidente del Consiglio Europeo, António Costa, durante il recente summit sull’integrazione economica e la sicurezza internazionale, ha sottolineato come l’Europa possa offrire un modello di cooperazione multilaterale basato su norme comuni, rispetto dei diritti e sostenibilità. Secondo Costa, in un mondo dove accordi commerciali come il CPTPP (Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership) stanno ridisegnando le regole dei mercati globali e dove dazi e pressioni economiche imposti da Trump hanno ridefinito i confini delle relazioni transatlantiche, l’UE può rappresentare un punto di equilibrio, un interlocutore affidabile per paesi sia dell’Asia che delle Americhe.
Il tema delle relazioni transatlantiche resta delicato. La recente approvazione di un contributo del 5% da parte della NATO ha segnato un cambio di paradigma: gli Stati Uniti hanno indicato che le precedenti regole del gioco non torneranno più come prima, e che l’Europa dovrà assumersi maggiore responsabilità nella difesa comune e nella gestione dei conflitti regionali. In questo scenario, la capacità dell’UE di operare come soggetto unitario diventa essenziale non solo per la sicurezza, ma anche per garantire stabilità economica e politica in aree ad alta tensione.

L’Europa ha inoltre strumenti economici e diplomatici unici. Il suo mercato integrato, la forza normativa delle regole europee e la capacità di promuovere accordi commerciali con vincoli sociali e ambientali rappresentano un’alternativa credibile alle dinamiche di competizione pura che caratterizzano oggi le relazioni globali. Paesi dell’ASEAN e dell’Asia emergente, così come partner africani e latinoamericani, guardano con interesse all’Europa come modello di governance multilaterale e come potenziale contrappeso agli effetti destabilizzanti di una politica americana sempre più protezionista o di una Cina assertiva.
Tuttavia, per diventare un attore capace di incidere realmente, l’Europa deve affrontare le proprie fragilità interne. La coesione politica tra Stati membri, la capacità di definire una politica estera comune e l’armonizzazione delle strategie economiche e industriali sono prerequisiti indispensabili per evitare di essere percepita come un blocco debole o indeciso. Solo così l’UE potrà trasformare la frammentazione globale in un’opportunità, offrendo regole stabili, trasparenza e negoziazione equilibrata in un contesto internazionale sempre più complesso.
In definitiva, l’Europa può proporre al mondo frammentato non solo commercio o investimenti, ma un paradigma di cooperazione basato su norme condivise, multilaterismo e responsabilità collettiva. In un’epoca in cui le vecchie relazioni transatlantiche non torneranno più come prima, la capacità dell’Unione di parlare con una voce coerente e di trasformare la sua influenza normativa in leadership strategica potrebbe rappresentare la vera chiave per garantire stabilità e ordine globale.

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L’immigrazione come ricchezza intellettuale: l’eredità italiana nell’Argentina

11 mercoledì Feb 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società, Uomini eccellenti

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)


Nella storia argentina, l’immigrazione italiana non è stata soltanto un fenomeno demografico o economico, ma una delle principali matrici della costruzione civile, culturale e politica del Paese. Studi storici e sociologici concordano nel riconoscere come l’apporto degli immigrati italiani abbia inciso in modo determinante sulla formazione delle istituzioni, del sistema educativo e dell’etica pubblica argentina tra la fine dell’Ottocento e il Novecento. Tra le figure che meglio incarnano questa eredità, Arturo Umberto Illia rappresenta un caso emblematico di come l’immigrazione possa tradursi in eccellenza intellettuale, rigore morale e servizio allo Stato.
Illia nacque il 4 agosto 1900 a Pergamino, nella provincia di Buenos Aires, figlio di immigrati italiani. Come molte famiglie arrivate dall’Italia, i suoi genitori portarono con sé un capitale invisibile ma decisivo: l’importanza dello studio, del lavoro e dell’impegno civico. Arturo si formò nelle scuole pubbliche di Pergamino e proseguì gli studi secondari come convittore al Collegio Pio IX di Buenos Aires, un percorso che riflette l’ascensore sociale tipico delle seconde generazioni di immigrati.
Nel 1918 iniziò a studiare medicina all’Università di Buenos Aires, una delle principali istituzioni accademiche del Paese, laureandosi nel 1927. L’anno successivo incontrò il presidente Hipólito Yrigoyen, che gli propose di mettere le sue competenze al servizio delle aree più periferiche dell’Argentina. Illia accettò e si stabilì a Cruz del Eje, in Córdoba, dove esercitò la professione medica con una dedizione tale da essere soprannominato “l’Apostolo dei poveri”. Qui maturò l’idea, profondamente radicata nella tradizione civica degli immigrati italiani, che la politica dovesse essere uno strumento per migliorare concretamente la vita delle persone.
Parallelamente all’attività medica, Illia intraprese una carriera politica che lo portò a essere senatore provinciale, vicegovernatore e deputato nazionale. Nel contesto turbolento dell’Argentina del secondo dopoguerra, segnato da colpi di Stato e dalla proscrizione del peronismo, Illia emerse come figura di equilibrio e legalità. Eletto presidente nel 1963 con un consenso limitato, dovuto al voto in bianco dei peronisti, fece una scelta che ancora oggi viene studiata nei manuali di scienza politica: legalizzare nuovamente il peronismo come primo atto di governo, riaffermando il principio della piena rappresentanza democratica.
Il suo governo, spesso sottovalutato nella narrazione dominante, fu in realtà uno dei più avanzati sul piano sociale ed economico dell’Argentina del Novecento. Illia rifondò YPF, rompendo contratti petroliferi considerati onerosi e lesivi dell’interesse nazionale; introdusse la legge sul salario minimo, vitale e mobile; approvò la legge sull’approvvigionamento e quella di tutela dell’allevamento; e soprattutto promulgò la Legge Oñativia sui medicinali, che impose un forte controllo dei prezzi e limitò la durata di brevetti e royalties, anticipando temi oggi centrali nel dibattito globale sulla sanità pubblica.
Particolarmente significativo fu l’investimento nell’istruzione: sotto la sua presidenza il bilancio per l’educazione raggiunse il 23% della spesa pubblica, il livello più alto nella storia argentina. Un dato che gli studiosi mettono in relazione diretta con l’eredità culturale dell’immigrazione europea, e italiana in particolare, che vedeva nella scuola e nell’università il principale strumento di emancipazione sociale.
Questa visione, però, entrò in rotta di collisione con i grandi interessi economici. La Società Rurale, l’Unione Industriale, settori della stampa monopolistica, la destra reazionaria e alti comandi militari si coalizzarono per destabilizzare il governo. Il 28 giugno 1966 Illia fu rovesciato da un colpo di Stato. Rimase nella Casa Rosada fino all’ultimo, accettando di lasciare il palazzo presidenziale solo per evitare vittime civili. Uscì senza auto ufficiale, salì su un taxi per tornare a casa a Martínez e non aveva nemmeno il denaro per pagare la corsa. Un’immagine che ancora oggi viene citata negli studi di etica pubblica come simbolo di integrità politica.
Illia non chiese mai una pensione da ex presidente. Morì il 18 gennaio 1983 a Córdoba, pochi mesi prima del ritorno definitivo della democrazia in Argentina. I suoi resti riposano nel Pantheon Radicale del cimitero della Recoleta. La sua storia conferma quanto evidenziato da numerose ricerche accademiche sulla migrazione italiana in America Latina: l’immigrazione non è solo forza lavoro, ma produzione di élite civili, di pensiero politico, di modelli di governo. In un’epoca in cui il dibattito sull’immigrazione è spesso dominato da paure e semplificazioni, la vicenda di Arturo Umberto Illia ricorda che l’incontro tra culture può generare leadership etiche e riforme durature. Non un’eccezione, ma una delle tante eccellenze nate dall’intreccio tra radici italiane e società argentina.

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Morire lavorando a 25 anni: la poesia come atto di memoria civile

05 giovedì Feb 2026

Posted by Loredana Semantica in Cronache della vita, CULTURA E SOCIETA', POESIA

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POESIA, Yuleisy Cruz Lezcano

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(DI Yuleisy Cruz Lezcano)


Scrivere una poesia per chi è morto sul lavoro, per me che sono poeta e attivista e mi chiamo Yuleisy Cruz Lezcano, non è un gesto letterario astratto né un esercizio estetico ma un atto necessario. È un modo per stare accanto a vite spezzate che rischierebbero, altrimenti, di essere ridotte a numeri, a brevi di cronaca, a statistiche destinate a scorrere via. Da oltre due anni porto avanti questo impegno con una convinzione sempre più profonda: ogni morte sul lavoro ha un nome, un volto, una storia che chiede di essere detta. Ho iniziato quasi in silenzio, scrivendo versi dopo l’ennesima notizia di un operaio morto. Poi è diventato un cammino consapevole. Non scrivo “per tutti” e non scrivo “in generale”: scrivo per qualcuno. Ogni poesia nasce da una singola vicenda, da una persona precisa. Per questo nelle mie poesie il nome non è un dettaglio, ma il cuore del testo. Dare un nome significa restituire identità, rompere l’anonimato della morte industriale, sottrarre quelle vite all’oblio. La poesia, in questo senso, diventa uno strumento di resistenza civile.
Col tempo ho compreso che la poesia, soprattutto davanti a una morte traumatica e inattesa, svolge una funzione che filosofi e studiosi del lutto hanno descritto bene. Pensatori come Emmanuel Lévinas hanno sottolineato come il volto dell’altro ci chiami a una responsabilità etica, mentre Paul Ricoeur ha scritto del potere del racconto nel dare senso all’esperienza umana, anche quando è spezzata. La morte improvvisa interrompe la narrazione della vita; la parola poetica non la ripara, ma può accompagnare, può creare uno spazio di senso dove il dolore non è cancellato ma riconosciuto.
Dal punto di vista psicologico e sociologico, numerosi studi sul lutto traumatico spiegano come la mancanza di ritualità e di riconoscimento pubblico aumenti la sofferenza dei familiari. In questo vuoto, la poesia può diventare una forma di presenza simbolica. Non consola nel senso facile del termine, ma testimonia. Dice: questa persona è esistita, ha lasciato un segno, non è morta invano nel silenzio.
Negli ultimi due anni ho ricevuto decine di messaggi, email, lettere da familiari delle vittime. Non sono ringraziamenti formali: sono parole cariche di dolore e, insieme, di gratitudine. Molti mi scrivono dicendo che leggere una poesia con il nome del loro caro li ha fatti sentire meno soli, meno invisibili. Alcuni hanno scelto i miei testi per essere letti durante i funerali, altri hanno inciso singoli versi come epitaffio. Ogni volta ne sono profondamente scossa: è una responsabilità enorme, che porto con rispetto e con la consapevolezza che quei versi non mi appartengono più, ma diventano parte di un rito di commiato. C’è poi un aspetto che considero fondamentale: vedere la poesia accostata al volto di chi non c’è più. Dal punto di vista empatico, quell’immagine rompe ogni distanza. Non è più “un morto sul lavoro”, ma una persona che ci guarda. Le neuroscienze e gli studi sull’empatia mostrano quanto il volto umano attivi una risposta emotiva immediata: la poesia, affiancata a quell’immagine, amplifica questo effetto, rende impossibile l’indifferenza.
In questo percorso non sono stata sola. Ho trovato una collaborazione preziosa da parte di molte testate giornalistiche, radio e televisioni locali che hanno scelto di dare spazio ai miei versi non come ornamento, ma come strumento di denuncia e sensibilizzazione. La poesia è entrata nei notiziari, nelle rubriche, nei dibattiti pubblici, dimostrando che può ancora parlare del presente, delle ferite aperte della società. Uno dei momenti più significativi è stato quando l’attore Alessio Vasallo ha letto a Montecitorio una mia poesia dedicata a un uomo morto sul lavoro in età pensionabile. Portare quei versi nel cuore delle istituzioni ha avuto per me un valore simbolico enorme: significava affermare che la cultura, la parola, l’arte non sono marginali rispetto alla politica, ma possono interrogarla, metterla davanti alle sue responsabilità.
Continuo a scrivere perché credo che la poesia possa essere una forma di accompagnamento, come lo intendeva la filosofia antica: stare accanto, non voltarsi dall’altra parte. In una società che spesso normalizza la morte sul lavoro come fatalità, scegliere di nominare, di raccontare, di guardare in faccia la perdita è già un atto politico. Io non posso restituire la vita a chi l’ha persa, ma posso fare una cosa: impedire che venga dimenticato. E in questo, ogni poesia diventa una piccola veglia laica, un gesto di memoria e di responsabilità collettiva. Dopo la morte di Andrea Cricca, venticinque anni appena, ho sentito arrivare la poesia prima ancora delle parole. Non come scelta, ma come urgenza. Quando una vita così giovane viene spezzata sul lavoro, il tempo si frantuma: resta un prima pieno di possibilità e un dopo che non riesce più a ricomporsi. La poesia è nata così, nel silenzio che segue le notizie improvvise, quando le parole della cronaca non bastano più. Ho pensato a sua madre, ai colleghi che lo hanno trovato, a quella normalità quotidiana che si è trasformata in tragedia. Scrivere è stato un gesto di accompagnamento, nel senso più profondo: stare accanto a una morte traumatica senza pretendere di spiegarla, ma riconoscendola. Ancora una volta ho scelto di nominare, perché credo che il nome sia l’ultimo argine contro l’oblio.


Questa è la poesia che ho dedicato ad Andrea Cricca:


Frammenti scalzi di forma
Lo trovarono là,
tra margherite bianche e gialle,
inermi come occhi spalancati.
Il prato era un disordine
di frammenti scalzi di forma,
un lessico rotto
che il giorno non seppe tenere insieme.
Le urla inespresse
strette tra le labbra,
semi di suono non caduti,
mentre le ultime aritmie
tremavano nelle sue corde vocali.
Il ferro aveva parlato
prima del cuore, la macchina
chiudendo il gesto, inceppando
si è portato via il suo tempo.
Lontano, una madre
sentì il corpo farsi vuoto,
un peso improvviso nel respiro:
il legame avverte sempre
quando qualcosa si spezza.
Le sirene attraversavano l’aria
come fenditure di luce,
portavano un corpo
non il ritorno.
E i giovani sogni,
sognando ancora,
tentavano di correggere il finale,
spostando le virgole del destino,
come se la vita
potesse ancora
tornare indietro.

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“La passeggiata”. Un racconto di Loredana Semantica

03 martedì Feb 2026

Posted by Loredana Semantica in I nostri racconti, PROSA

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Loredana Semantica, Racconti

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Tutti i giorni Benedetta Sastri faceva una passeggiata. Disponeva di appena mezz’ora per la pausa, consumava rapidamente un frugale pasto, poi impiegava il tempo restante passeggiando. Benedetta svolgeva un lavoro sedentario, fare quattro passi era un modo per riattivare la circolazione del corpo, smaltire la tensione dei muscoli. Il collo e la schiena protesi verso lo schermo di lavoro. Le braccia e le mani sempre in movimento a sfogliare pagine di documenti o pigiare i pulsanti della tastiera. Soprattutto gli occhi applicati allo schermo necessitavano di una pausa di riposo. Guardare lontano o verso il cielo era un modo per rilassare lo sguardo, dare sollievo al delicato sistema oculare, già provato da una consistente miopia, da molteplici mosche volanti. Miodepsie l’aveva chiamate l’oculista, raccomandandole di imparare a guardare oltre le ombre danzanti negli occhi.

Nella zona della passeggiata stazionavano gruppi di colombe. Animali infestanti che sporcavano dappertutto e mangiavano di tutto, ma a Benedetta piaceva osservarli. Nei movimenti a scatti e per l’iridescenza delle piume. Se aveva piovuto da poco e si era formata una pozzanghera le colombe a gruppi vi sostavano per bere o per lavare le piume. Scuotevano il corpo, piegavano le zampe, aprivano le ali come a fare un bagno rinfrescante. Sul percorso incontrava spesso anche dei gatti, alcuni erano gatti comuni, ma c’erano anche splendidi rossi e tigrati a pelo lungo con magnetici occhi verdi. Sul cammino osservava diverse case e attorno a esse giardini piantumati con alberi da frutto e piante ornamentali, un rivenditore di ricambi, una tipografia, tre panifici, uno studio di veterinario, un barbiere, due parrucchieri, un negozio per la climatizzazione, un supermercato. Benedetta non aveva molto interesse per i negozi, non abitava in zona e non intendeva fare acquisti, tantopiù che era ora di pranzo, molti di questi erano chiusi e avrebbero riaperto solo un paio d’ore più tardi.

Proprio durante una di queste passeggiate ebbe modo di notare che il suo occhio fotografico o per meglio dire poetico, coglieva scorci, oggetti, particolari che le sarebbe piaciuto fissare nella memoria, condividere o mostrare ad altri. Scattare foto con il suo iperphone, non apparteneva, secondo Benedetta, ai comportamenti disdicevoli. Anzi la immetteva nel flusso della modernità, una modernità che transitava continuamente verso gli altri, ma solo apparentemente, in realtà penetrava il presente in modo acuto, impietoso talvolta, ma sempre autentico, profondo, dribblando tra finestre e tetti sbirciava la vita degli altri senza che mai i protagonisti fossero presenti. Benedetta, infatti, non fotografava le persone.  Cominciò con qualche scatto di particolari. Una panchina rossa di legno e ghisa, la corolla di un fiore di lantana, l’arancio di clementine ancora appese al loro albero, un virgulto sfuggito alla compattezza del fogliame, che svettava irto e solitario verso il cielo, oppure s’allungava al suolo, spiccando per contrasto su un muretto imbiancato. Un altro giorno si soffermava su elementi antropici, tipicamente urbani, underground. Talvolta, proprio in questi ultimi azzerava il colore, per esaltare il senso di degrado, estraneità e solitudine che essi trasmettevano. Così in bianco e nero le ringhiere dei muretti prendevano l’aspetto delle sbarre di una prigione, o per l’angolazione dello scatto dal basso verso l’alto, altre volte apparivano lance verso il cielo, braccia di ferro sollevate a implorare una qualche grazia. Soggetti interessanti potevano essere un motociclo abbandonato tra le erbacee, una bicicletta appoggiata a un muro, una sedia di ferro con inserti di ceramica, una vecchia porta scrostata, una finestra colorata. Persino un muro ammalorato coi blocchetti di tufo a vista aveva un suo decadente fascino.

Benedetta trovava il suo fotografare un passatempo innocente, che rendeva la passeggiata un momento in cui dimenticava il peso degli impegni di lavoro e relazionali. Un modo per riconnettersi al sé più autentico, sempre disperatamente alla ricerca del bello, come se non se ne potesse mai saziare, uno spirito sofferente di una fame atavica e insoddisfatta al quale le incombenze quotidiane, i rapporti coi simili, il tedio della vita, le notizie di cronaca e politica apparivano come insulti mentali, legami oppressivi, maglie di una rete da cattura.

Tali erano la sua serenità e buona fede che non si allarmò quando vide la silhouette della macchina nera della polizia posteggiata dall’altra parte della strada, né pensò d’essere l’oggetto della loro attenzione quando vide scendere due poliziotti dall’auto.

E invece i poliziotti le si pararono davanti, impedendole di procedere.

“Si fermi, signora, favorisca i documenti!” disse uno dei due

Benedetta si scosse da una sorta di inebetimento che l’aveva presa, sentendosi apostrofare con tale perentorietà.

“Ma ce l’avete con me, cosa sta succedendo!? Cosa ho mai fatto?” intanto porgeva il suo documento al poliziotto che aveva parlato. Questi lo lesse e poi lo passò al collega che andò verso l’automobile.

“Allora signora Sastri, si diverte a circolare in zona fotografando alloggi, cose e persone. Non lo sa che è vietato?”

La preoccupazione di Benedetta dilagò e il poliziotto senza darle respiro.

“Abbiamo avuto diverse denunce di cittadini circa il suo comportamento illecito e noi l’abbiamo colta in flagranza di reato. Adesso lei ci segue alla Centrale.”

Benedetta provò a difendersi “Ma…ma…ma…io fotografo fiori, gatti, piante, come posso dare fastidio agli abitanti?”

E l’altro con tono che non ammetteva repliche “Ci segua al Comando e non discuta che ad ogni parola peggiora la sua posizione”

Benedetta dovette seguirli, ammanettata come il peggiore delinquente, la mente stravolta.

Le vicende successive furono il trionfo dell’assurdo. Non ci fu verso di convincerli della bontà dei suoi gesti. Era come spiegare ai terrapiattisti che l’allineamento cosmico dei corpi celesti produce un’eclissi. Impossibile per le autorità comprendere che fotografare è mettere sulla stessa linea di mira occhio, mente e cuore. Lo diceva proprio con queste parole Henri Cartier-Bresson, un fotografo francese morto da cinquant’anni. Un allineamento di un istante che produce l’impulso allo scatto e l’incanto di una foto. Essa contiene un mondo di emozioni, persone, piante, animali, fiori e oggetti. Dentro scenari naturali o artificiali, o nei particolari, la fotografia cerca di cogliere l’attimo, la bellezza della verità. L’avvocato di Benedetta si dette un gran da fare per cercare di convincere il Consiglio supremo della VEA (Vigilanza Estremisti e Attivisti) della sua innocenza, ma non si sa come, lei finì ugualmente nella colonia di recupero per alterati mentali. Lì rimase condannata alla rieducazione sociale per la durata di trent’anni. Non li completò nemmeno, la stroncò un tumore al fegato di quelli che non dà scampo. Nel ventennale dalla sua morte, le foto delle sue passeggiate furono esposte nella mostra celebrativa della Rivolta Calliope del 2080, a testimonianza di una civiltà che aveva dimenticato la bellezza e perseguiva i suoi preziosi cercatori. Benedetta nel 2084 fu inclusa nell’elenco degli eroi della resistenza.

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