• ABOUT
  • CHI SIAMO
  • AUTORI
    • ANTONELLA PIZZO
    • DEBORAH MEGA
    • EMILIO CAPACCIO
    • FRANCESCO PALMIERI
    • FRANCESCO TONTOLI
    • LOREDANA SEMANTICA
    • MARIA ALLO
  • HANNO COLLABORATO
    • ADRIANA GLORIA MARIGO
    • ALESSANDRA FANTI
    • ANNA MARIA BONFIGLIO
    • FRANCESCO SEVERINI
    • MARIA GRAZIA GALATA’
    • MARIA RITA ORLANDO
    • RAFFAELLA TERRIBILE
  • AUTORI CONTEMPORANEI (letteratura e poesia)
  • AUTORI DEL PASSATO (letteratura e poesia)
  • ARTISTI CONTEMPORANEI (arte e fotografia)
  • ARTISTI DEL PASSATO (arte e fotografia)
  • MUSICISTI
  • CONTATTI
  • RESPONSABILITÀ
  • PRIVACY POLICY

LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: CRITICA LETTERARIA

Forma alchemica 5: Czeslaw Milosz

08 mercoledì Feb 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

≈ Lascia un commento

Tag

Czeslaw Milosz, il dono, POESIA

ll dono

Un giorno così bello.
La nebbia s’è alzata presto e ho lavorato in giardino.
I colibrì si fermavano sui fiori del caprifoglio.
Non c’ era cosa al mondo che volessi possedere.
Non conoscevo nessuno degno di essere invidiato.
Qualunque torto avessi subito, l’ho dimenticato.
Pensare che una volta ero lo stesso non mi imbarazzava.
Nel corpo non sentivo alcun dolore.
Quando raddrizzavo la schiena vedevo il mare azzurro e le vele.

Czeslaw Milosz

1-4

fotografia di Francesco Enia

Czeslaw Milosz, poeta di origini polacche, nato nel 1911 in Lituania, premio Nobel per la letteratura nel 1980, è morto a Cracovia nel 2004. Lo includo perciò tra i poeti ai quali con “Forma alchemica” intendo rendere omaggio. La bellezza della creazione poetica e lo stato d’essere presenti solo in spirito e parola, ostia e oro, sono i  due requisiti comuni ai poeti di Forma alchemica.

Milosz non è stato solo poeta, ma anche saggista, noto per la sua critica al sistema di socialismo reale espresso ne “La mente prigioniera”, tuttavia come poeta è diventato un simbolo e un riferimento, ha ispirato gli operai di Solidarnosc i quali hanno scelto suoi versi da porre ai piedi monumento che commemora i lavoratori uccisi durante gli scioperi di contestazione del 1970. E’ stato definito da Brodskij uno dei maggiori poeti del secolo, ha influenzato la poetessa polacca Wislawa Szymborska e Raymond Carver, il quale amava particolarmente proprio questa poesia di Milosz che io a mia volta oggi propongo, avendola salvata tempo addietro nella mia raccolta di preziosità poetiche.

La poesia s’intitola “Il dono” e racconta di un giorno vissuto dal poeta. Un giorno che egli definisce al primo verso con entusiasmo e semplicità disarmante: Un giorno così bello.

I versi successivi presentano una costruzione altrettanto elementare, ogni verso è delimitato dal punto, sta a sé eppure si concatena di senso col successivo, e raccontano il lavoro del poeta in giardino, la nebbia che s’è alzata presto. Anche qui, come nella poesia di Mark Strand c’è la terra e il contatto con essa. L’io poetante la manipola perché fa giardinaggio, strappa le erbacce, zappetta le aiuole e, per quanto non tutti se ne rendano abbastanza conto nella propria quotidianità quando attendono ad attività di questo genere, e, sebbene non appaia nemmeno evidente nel testo, perché è tutto implicito, in questi gesti l’uomo riallaccia e conferma il legame con la terra, il senso di appartenenza ad essa, la cura delle sue creature, il rispetto e il desiderio di bellezza.

Già a questo punto si avverte nel testo il senso di positività e fiducia che anima lo scrittore in questo speciale giorno, la fiducia che, nonostante le brutture e negatività del mondo, la bellezza ancora esiste ed è dentro e fuori di noi.

 Il terzo verso presenta la natura con efficacia mirabile: I colibrì si fermavano sui fiori del caprifoglio. I colibrì, com’é noto, sono tra gli uccelli più piccoli al mondo, il loro volo è caratteristico: sbattono le ali così velocemente che riescono quasi a star fermi sospesi in aria, questo permette loro di nutrirsi del nettare dei fiori. Raccontare dei colibrì che si posano sui fiori è immettere sul palcoscenico poetico un fermo-immagine di immobilità non statica ma vibrante di colori e sensazioni: le piume degli uccelletti, il profumo delicato, il biancore ricadente del caprifoglio.

Le premesse descrittive aprono la strada alle affermazioni seguenti, quando l’attenzione del poeta si sposta dall’esterno al proprio spirito, ed enuclea una raffica di interiorità  in un periodare  conciso e convincente come un martellamento dritto all’anima del lettore, che esprime la totale pacificazione del poeta con se stesso e col mondo.

Nessun  desiderio di possesso, nessun nemico, nessun torto, nessuno da invidiare, nessun disagio verso se stesso, nessun dolore. Una speciale insistenza ad annichilire tutte le negatività. Tutte le pene che sono proprie dell’uomo dissolte nell’aria leggera di questo giorno così bello. E’ questo il dono, secondo me, più della pace che  Milosz ha nel cuore e che per lui stesso è il personale dono che ha ricevuto da quel giorno, il dono è per noi che egli abbia saputo esprimere questa pace e conciliazione col mondo in una poesia perfetta. C’è nel pensiero del dono anche molto dell’idea cristiana di amore verso il prossimo e di senso di ringraziamento al Creatore per la bellezza del creato. Il poeta si è sempre professato convintamente cristiano.

E poi c’è il finale del testo, quando raddrizzando la schiena dal lavoro, Milosz vede il mare azzurro e le vele. Cos’altro c’è da desiderare dall’esistenza oltre che stare bene, se non di poter ammirare la bellezza offerta allo sguardo nei colori e nel paesaggio che sono anch’essi in sé un altro meraviglioso dono.

Questo il pregio del poeta Milosz, che pur avendo vissuto la crisi di un sistema, le problematiche storiche e lotte sociali della sua epoca, ha mantenuto intatta la sua capacità di provare e trasmettere l’incanto della bellezza, la serenità d’animo, priva di disagio e risentimento. Egli in sostanza sembra aver scoperto che il segreto della felicità è godere delle piccole cose: un paesaggio stupendo, il lavoro della terra, i fiori e gli uccelli. E’ questo in fondo l’approdo che cerca ogni uomo poeta, e non poeta, attraverso la propria ricerca giungere a quella saggia e profonda consapevolezza che occorre poco per avere la felicità.

La  capacità di gioire per ciò che di buono si ha dalla vita, fu la caratteristica del poeta che sorprese e affascinò  la stessa Szymborska, una volta che in un ristorante, Milosz, già famoso e onorato, ordinata una semplice bistecca con contorno, la gustò con piacere. Insomma nulla del poeta dannato e disperato. Milosz dà con questa poesia una bella lezione di vita specialmente a quelli che si abbattono e non risorgono mai dalle ceneri. Non ho altro da commentare, se non che un giorno così bello vorrei poterlo raccontare io stessa più spesso, se non in questo perfetto modo, per come posso.

La scelta d’immagine è caduta su una bellissima foto di Francesco Enia, gentilmente concessa, che sembra essere stata scattata per visualizzare i colori e il paesaggio descritti nell’ultimo verso della poesia.

Loredana Semantica

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Incipit 2: Sostiene Pereira

06 lunedì Feb 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

≈ Lascia un commento

Tag

Antonio Tabucchi, romanzo, Sostiene Pereira

lisbon_from_das_portas_do_sol_by_roman_gp-d6qeh0h1-1440x580

Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d’estate. Una magnifica giornata d’estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell’imbarazzo di mettere su la pagina culturale, perché il “Lisboa” aveva ormai una pagina culturale, e l’avevano affidata a lui. E lui, Pereira, rifletteva sulla morte. Quel bel giorno d’estate, con la brezza atlantica che accarezzava le cime degli alberi e il sole che splendeva, e con una città che scintillava, letteralmente scintillava sotto la sua finestra, e un azzurro, un azzurro mai visto, sostiene Pereira, di un nitore che quasi feriva gli occhi, lui si mise a pensare alla morte. Perché? Questo a Pereira è impossibile dirlo. Continua a leggere →

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

DINO CAMPANA, VISIONARIO ALLA RIMBAUD

03 venerdì Feb 2017

Posted by maria allo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, Fotografia, I meandri della psiche, LETTERATURA, Recensioni

≈ 6 commenti

Tag

Dino Campana

La poesia di Dino Campana costituisce un unicum nel panorama letterario del primo Novecento. Anche se al fondo della psicologia e dell’arte c’è un sentimento lacerante di esclusione e di disarmonia vicino a molti altri poeti della sua generazione, nel disadattamento e nello sradicamento di Campana viene perseguito con insistenza un ideale di reintegrazione dell’io nell’armonia profonda delle cose.

1_dino

Continua a leggere →

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Forma alchemica 4: Mark Strand

01 mercoledì Feb 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

≈ Lascia un commento

Tag

Mark Strand, My name

Il mio nome

Una volta, quando il prato era tutto verde e oro
e gli alberi al chiaro di luna erano come freschi
monumenti di marmo rosato nell’aria profumata
e tutta la campagna pulsava di cinguettii e ronzii d’insetti,
io ero disteso sull’erba, immense distanze si aprivano su di me,
e mi chiedevo cosa sarei diventato e dove sarei finito,
pensai di esistere appena, per un attimo sentii
che il grande cielo punteggiato di stelle era mio, e udii
il mio nome come per la prima volta, lo udii nel modo
in cui si sentono il vento o la pioggia, ma impercettibile e lontano
come se non fosse parte di me ma del silenzio
dal quale era venuto e al quale sarebbe tornato.

My name

Once when the lawn was a golden green
and the marbled moonlit trees rose like fresh memorials
in the scented air, and the whole countryside pulsed
with the chirr and murmur of insects, I lay in the grass,
feeling the great distances open above me, and wondered
what I would become and where I would find myself,
and though I barely existed, I felt for an instant
that the vast star-clustered sky was mine, and I heard
my name as if for the first time, heard it the way
one hears the wind or the rain, but faint and far off
as though it belonged not to me but to the silence
from which it had come and to which it would go.

(Mark Strand trad. Loredana Semantica)

vangogh-starry_night_ballance1

“Notte stellata”, Vincent Van Gogh

Mark Strand, poeta laureato americano (1990) e professore di letteratura comparata alla Columbia University, è nato in Canada nel 1934 ed è morto a New York nel 2014 all’età di 80 anni. Se provate a cercarlo in rete non troverete moltissimi risultati. La pagina che lo riguarda in wikipedia è soltanto in lingua inglese, mentre nella wikipedia italiana, al momento in cui scrivo questo post, neanche esiste. Posso dunque presumere che non sia noto ai più, nonostante il nome accattivante e la qualità della sua poesia.
Nelle sue intenzioni iniziali Mark Strand avrebbe dovuto fare l’artista, precisamente il pittore. Quando egli rivelò alla sua famiglia che avrebbe voluto fare il poeta fu per tutti uno shock, in particolare per la madre preoccupata che la poesia non consenta guadagni e quindi di mantenersi. In un aneddoto riportato in un suo saggio Mark Strand racconta che per convincere la madre della bontà del suo proposito, motivandolo con la soddisfazione che proviene dalla poesia, volle leggerle alcune poesie di Wallace Stevens, la trovò dopo pochi minuti addormentata sulla sedia col capo riverso sulla spalla.
Ecco vorrei partire proprio da qui, dal sonno che ingenera la poesia. Si dorme perché non si ha voglia di lasciarsi affascinare dal viaggio interiore che la poesia richiede, dal vortice di immagini che essa apre, dal suo senso misterioso a volte, più spesso così lampante da folgorare. Si dorme perché spesso la poesia non è sufficientemente tale, non lo è sempre per i grandi, i quali compongono nella loro vita una serie di capolavori, molte poesie di qualità e qualcuna noiosa, figuriamoci per minori, i principianti, i poeti occasionali nei quali ahimè i rapporti anzidetti sono variamente mescolati. C’è da dire che il confezionamento di un capolavoro è una rarità, richiede inoltre il passaggio obbligato dal grado di poesia noiosa al grado superiore di poesia di qualità esteso alla quasi totalità della produzione.
Ogni poeta lo sa dove si colloca il suo scrivere e scrivere poesia non significa fare buona poesia. Lo sa in fondo al suo cuore, anche se l’orgoglio e la speranza non ammettono mai la propria mediocrità. Del resto che si è vissuto a fare se non per lasciare una piccola traccia di sé che duri anche oltre la fine della propria vita? Questa mia è indubbiamente una divagazione che non vuole negare la presenza in ogni uomo dell’anelito alla poesia, a “sentirla”, a leggerla, cercarla ma anche a scriverla, né sindacare la libera espressione poetica di profani e non. Auguro in questo senso anzi: buona poesia a tutti, come questa di Mark Strand. Una poesia che si fa leggere e dice e che noi riceviamo come un dono che gli sopravvive.
Nel testo l’io poetante è disteso su un prato ed è sera, tant’è che il cielo è stellato. Lo stare distesi su un prato e la notte sul capo, sono condizioni perfette per generare le sensazioni giuste di simbiosi col mondo e di percezione dei suoi messaggi.
La sera con l’allungarsi delle ombre nel suo essere fine del giorno mima la fine della vita, la schiena a contatto col suolo permette di riconoscersi parte della natura e fondersi con essa osservandone la meraviglia, descritta dall’autore con quel tanto di maniera che basta a far capire l’incanto: the lawn was a golden green and the marbled moonlit trees rose like fresh memorials.
Oro, verde e rosa, molti colori in pochi versi e un omaggio agli alberi, sentinelle immobili della terra. Immagini fotografiche che si susseguono con efficacia.

impressionismo_5

“Campo di grano con cipressi”, Vincent Van Gogh

La sera danza di suoni, s’alzano in volo gli insetti notturni riempiendo l’aria di brusii, e gli uccelli cinguettano con insistenza chiamandosi l’un l’altro mentre si allungano le ombre, questi suoni nell’oscurità rimarcano la presenza di vita.
E’ una condizione ideale per annullarsi nell’immensità del cielo stellato nel quale vagare con lo sguardo fino a dispersi, col pensiero e con lo spirito, fino a diventare un tutt’uno con l’universo al punto che esso sembra chiamare il poeta, col suo nome e il suono di questo nome è nuovo come mai udito o meglio udito per la prima volta. Il cielo lo chiama allo stesso modo di come si producono i suoni del vento e della pioggia, con un nome e suono che sottolinea l’appartenenza creaturale. Uno stato di compenetrazione massima che apre al senso ultimo della vita rappresentato dal nome: esistenza che viene dal nulla al quale è destinata a tornare.
Una poesia che prende le mosse dalla natura per virare ben presto ad un senso filosofico ed esistenziale, che scorre piana e senza increspature, quasi come fosse una barca sul fiume cullata dalle onde, di piena accettazione della nullità dell’essere uomo, di acquiescenza alle leggi ineluttabili che governano l’universo. Se ne apprezza la disarmante semplicità ben calibrata al punto che il testo mantiene il suo fascino indipendentemente dallo sforzo di traduzione, nel senso che anche con una traduzione letterale mantiene intatto il suo fascino perché ne appare comunque nudo e completo il senso.
Mark Strand compie con questa poesia un piccolo miracolo poetico, riuscire a dire in modo essenziale e comprensibile ad ogni uomo, quel senso di angoscia che si prova di fronte alla vastità del cielo, ed esprimere, nel contempo, il senso di piccolezza dell’essere creatura infinitesima destinata a compiere la parabola della vita. Riesce a dire tutto ciò, che è concetto grandioso e umile al tempo stesso, ma certamente non originale, senza scadere nel banale, nell’ovvio o nel noioso. Concetto anzi che sembra espresso in modo del tutto nuovo in virtù dell’ espediente, ritengo non studiato, ma sicuramente indovinato, di ricorrere all’uso del vocabolo name, il nome, cioè il modo usuale col quale il consesso umano identifica una persona per l’intera sua vita. Mark Strand accosta a name il possessivo my, mio, che significa non solo letteralmente il mio nome, ma vuole significare più specificatamente proprio io, nella mia più profonda e autentica identità, nel modo in cui l’universo stesso al quale appartengo mi riconosce, mi chiama, mi partorisce e mi accoglie al termine del mio percorso, come fossi acqua che piove, aria che soffia nel vento. Nel che si sostanzia il transito esistenziale dal nulla verso il nulla, non tanto o non soltanto come annichilimento, bensì come sereno annullamento nel silenzio universale dal quale tutti proveniamo al quale tutti torniamo e del quale espressione concreta siamo non solo noi stessi ma ogni creatura e manifestazione naturale.

vincent_van_gogh_1853-1890_-_wheat_field_with_crows_1890

“Campo di grano con volo di corvi”, Vincent Van Gogh

A commento visivo della poesia di Mark Strand ho scelto Van Gogh, perché sembra facile rappresentare con densità la vastità di un cielo popolato di stelle, di un prato tutto verde oro e di alberi marmorizzati in rosa, ma non lo è. Van Gogh tuttavia c’è riuscito perfettamente nella sua vorticosa pennellata, che si contrappone alla pacata serenità del testo di Mark Strand, ma rivela la stessa consapevolezza di potenza superiore immanente nell’universo.

Loredana Semantica

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Parole di donna 1 : SYLVIA PLATH

30 lunedì Gen 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Parole di donna

≈ 2 commenti

Tag

Deborah Mega, I am vertical, Sylvia Plath

156296_1498044087481_615837_n

I am vertical

But I would rather be horizontal.

I am not a tree with my root in the soil

sucking up minerals and motherly love

so that each March I may gleam into leaf,

nor am I the beauty of a garden bed

attracting my share of Ahs and spectacularly painted,

unknowing I must soon unpetal.

Compared with me, a tree is immortal

and a flower-head not tall, but more startling,

and I want the one’s longevity and the other’s daring.

 

Tonight, in the infinitesimal light of the stars,

the trees and flowers have been strewing their cool odors.

i walk among them, but none of them are noticing.

sometimes I think that when I am sleeping

I must most perfectly resemble them–

thoughts gone dim.

It is more natural to me, lying down.

then the sky and I are in open conversation,

and I shall be useful when I lie down finally:

then the trees may touch me for once,

and the flowers have time for me.

 

Sylvia Plath

Continua a leggere →

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Forma alchemica 3: Fernando Pessoa

25 mercoledì Gen 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

≈ Lascia un commento

Tag

Fernando Pessoa, Poesie

IMG_3519 bn.jpg

fotografia di Loredana Semantica

Se qualcuno un giorno bussa alla tua porta,
dicendo che è un mio emissario,
non credergli, anche se sono io;
ché il mio orgoglio vanitoso non ammette
neanche che si bussi
alla porta irreale del cielo.
Ma se, ovviamente, senza che tu senta
bussare, vai ad aprire la porta
e trovi qualcuno come in attesa
di bussare, medita un poco. Quello è
il mio emissario e me e ciò che
di disperato il mio orgoglio ammette.
Apri a chi non bussa alla tua porta.

(Fernando Pessoa)

Questa terza poesia della rubrica Forma alchemica l’ho scelta a caso. Ho aperto un file word della mia raccolta di poesie preferite ed è apparsa questa. La scelta casuale mi è piaciuta molto.

In verità nella mia raccolta non c’è poesia che non mi piaccia, si tratta di mie selezioni, per cui non possono essermi che gradite, ciò che muta invece è la voglia di dire qualcosa su una specifica poesia. Questa tuttavia si è rivelata la scelta giusta per questo particolare momento che direi di significativo lavorio mentale e complessità.

Pessoa infatti è un autore complesso  e multiforme che ha manifestato la sua vena creativa letteraria imputandola a vari eteronimi che rappresentano ben più di uno pseudonimo, essendo ciascuno dei nomi scelti una figura avente una propria storia e biografia autonome da Pessoa stesso che le ha create. Lo scrivere di Pessoa come fosse un altro, realizza la spersonalizzazione psichica dell’autore, della quale egli è perfettamente consapevole, avendola tuttavia resa innocua nella sua vita reale canalizzandola nell’ invenzione di figure creative. Egli ha scritto dissimulato dietro oltre cento pseudonimi, di questi però quelli dotati di un’autonoma storia e personalità sono: Alberto Caeiro, Alvaro de Campo, Ricardo Reis e Bernardo Soares. Quest’ultimo è autore del “Libro dell’inquietudine”, una delle maggiori opere della letteratura portoghese del XX secolo. Alberto Caeiro tuttavia è il principale degli eteronimi, sia perché lo stesso Pessoa lo considerava un maestro, ma soprattutto perché è  per suo tramite Pessoa ha vissuto il giorno trionfale, nel quale in una sorta di trance scrisse oltre trenta poesia in preda all’esaltazione creativa, il giorno liberatorio quindi della sua articolata personalità.

Un esempio della complessità di Pessoa è la famosa strofa sul dolore e l’ambiguità del poeta nella quale Pessoa sviluppa il suo pensiero in periodare circonvoluto e sorprendente.

Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
Che arriva a fingere che è dolore
Il dolore che davvero sente

La poesia che propongo oggi come esempio di forma alchemica presenta a mio avviso una costruzione similmente complessa. Se potessi rappresentarla con un’immagine sarebbe una spirale, se dovessi immaginarla con un’azione penserei al movimento che compie la navetta contenente la spoletta del telaio meccanico. Questa navetta viene lanciata velocissimamente verso un alloggiamento al capo opposto dal quale viene respinta indietro stendendo il filo che si intreccia alla trama e crea il tessuto. Allo stesso modo Pessoa, lancia l’ordito di  affermazioni, negazioni, contraddizioni che si susseguono come lanciati, verso dopo verso, a tessere nell’insieme il tessuto.

Al bussare di un emissario che si dica inviato dall’io poetante il tu interlocutore non deve aprire la porta, fosse anche il poeta stesso. E’ un fatto di orgoglio evidente per cui certo il poeta mai verrà alla “porta del cielo” (la porta topica del componimento) a bussare presentando scuse o elemosinando perdono o richiesta di amore o chiarimento, lavoro, bisogno, compagnia, desiderio.

Cosa mai si può chiedere bussando a una porta? Di tutto si può chiedere, ma principalmente che essa si apra.

Ecco che allora è possibile l’incontro delle volontà in contrasto, non un aprire per un bussare, ma un aprire per caso, per una felice intuizione senza che lui, l’emissario o il poeta, abbiamo mai fatto il gesto di bussare, non l’abbiano mai compiuto interamente per lo meno, mentre è accettabile per la vanità dell’io poetante che l’abitante della casa, senza che mai abbia sentito il tocco alla porta, perché appunto mai compiuto il gesto di bussare, apra per caso, per intuito, per volontà indipendente, per desiderio di correre dall’amico, dall’amante o congiunto o comunque da quell’essere assente e desiderato. Solo in quel caso, in quel felice attimo di incontro, in quell’ incantesimo di una figura alla porta col pugno sollevato nel gesto sospeso di bussare alla porta e dell’altro essere al di qua dell’uscio che in gesto improvviso spalanca la porta, solo allora l’emissario poetico si materializza ed ammette la sua voglia di bussare, ammette questo slancio verso la persona che sta oltre la porta.

Apri a chi non bussa alla tua porta. In quest’ultimo verso io leggo ancora una richiesta di attivare l’attenzione, similmente all’esortazione di prestare attenzione agli altri ben presente nella stella di Rostand commentata nella forma alchemica 1, ma in questo caso è un’attenzione più individualista, più centrata al singolo, più innamorata d’ego che cerca riconoscimenti nel cedimento dell’altro, meno connotata quindi di un’aura caritatevole. Non è un’attenzione configurata come forma più alta di generosità, volendo ricordare il pensiero di Simone Weil sull’attenzione, è più un’ invocazione, una manifestazione di bisogno, un’ esaltazione del sentire e dell’attaccamento all’altro, più una denuncia della propria debolezza, incapace di ammettere l’errore, il pentimento, di chiedere scusa o di dichiarare un sentimento. Ancora più a fondo è la confessione spudorata e sofferta (fingendo che sia dolore il dolore che davvero sente) che si cede al proprio orgoglio e non si ha la forza di muoversi fino a giungere o parlare all’altro in disarmata umiltà, ma che, al massimo possibile sforzo, si ammette il compromesso, l’incontro al centro del ponte che congiunge le sponde.

Un gesto di uomini non propriamente giganti, ma più piccoli, e se anche non propriamente nani, semplicemente di una statura ordinaria, fatta di centimetri che non si comprimono in una scatola, ma si espandono nella parola che scava nella più profonda, nuda, autentica e fragile umanità.

Questa è proprio l’umanità contorta disincantata e antieroica che può essere espressa bene da chi ha mille volti e capacità straordinaria di immedesimazione “trasformista”, come  Fernando Pessoa, prestigiatore del suo ambiguo, complesso, fantasmatico mondo.

Loredana Semantica

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Parole di donna_Intro

23 lunedì Gen 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Parole di donna

≈ Lascia un commento

Tag

Rita Levi Montalcini, scrittura femminile, Sylvia Plath

projection-lauren-by-cbanck

Projection Lauren, by cbanck

Parole di donna é l’altra rubrica che vorrei curare per LIMINA MUNDI. Negli ultimi tempi é aumentata incredibilmente l’attenzione nei confronti della scrittura femminile, simbolo di un’identità sessuale differente e di un differente immaginario. La scrittura femminile, forse più di quella maschile, appare costruita sulla ricerca della verità, é frutto di una riflessione, di un ripiegamento su se stesse. Rappresenta inoltre per la donna l’identificazione e la conferma di sé come individuo e come genere. In secoli di storia della letteratura infatti, la donna è sempre stata raccontata dall’uomo come se la sua voce potesse farsi intendere solo attraverso la parola maschile: da sempre oggetto dell’ispirazione raramente è stata soggetto del processo creativo. Continua a leggere →

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Forma alchemica 2: “Il gesto” di Bartolo Cattafi

18 mercoledì Gen 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

≈ Lascia un commento

Tag

Bartolo Cattafi

Non è vero che non successe nulla
quando tirasti fuori la mano dalla tasca
e a braccio teso tagliasti l’aria
da sinistra a destra
dall’alto verso il basso
successe che a braccio teso tagliasti l’aria
e ciò ebbe il suo peso
l’aria non è più come prima
è tagliata.

Questa di Bartolo Cattafi è una poesia incantevole, una specie di summa di cosa riesca a vedere un poeta, di come riesce a percepire in modo singolare ciò che gli altri vedono e percepiscono ordinariamente. Condensare tanta suggestione in una poesia così breve è un capolavoro di equilibri strutturali e ripetizioni verbali, innanzitutto date dal verso: e a braccio teso tagliasti l’aria, a cui fa eco in sesto verso:  successe che a braccio teso tagliasti l’aria, ma lo stesso verbo successe è già stato usato nel primo verso, questa combinazione incrociata di elementi verbali crea opportunamente uno stato di attesa della rivelazione di ciò che è successo, per concludersi negli ultimi versi in una chiusa d’evidenza che sembra d’ironia, ma più probabilmente non lo è: l’aria non è più come prima/è tagliata. In questa frase si respira come un’aura di “sicilianità”, dove tutto il detto è nel non detto, poichè il detto, che è l’evidenza, sottintende tutto ciò che deve essere compreso perché è nelle cose, anche se taciuto. L’incipit della poesia è configurato come il seguito di un dialogo con un tu che in precedenza, prima che fosse scritta la poesia, ha affermato: “non è successo niente”, la replica contenuta nella poesia è l’incipit della poesia stessa: Non è vero che non successe niente. C’è un gesto che taglia l’aria. Da un lato l’interlocutore che lo valuta irrilevante o vorrebbe far credere che sia tale, in contraddizione il poeta che invece gli dà grande importanza, e non è l’importanza comunemente intesa, immaginabile in relazione al fatto e alle circostanze, ma una immaginifica che fa l’aria a fette, come se le fette d’aria si potessero vedere. La mano a cui è attaccato il braccio e compie il gesto viene tirata fuori dalla tasca, sembra quasi che tutta la potenza del gesto sia conservata, raccolta, perché possa essere sprigionata al momento dell’azione. Il braccio è teso, quindi deciso, sicuro, ieratico e il movimento da sinistra a destra, dall’alto verso il basso è intuitivamente una croce tracciata nel vuoto.
Poeta è colui che in un gesto benedicente vede aprirsi un senso, un senso che non è l’ovvietà religiosa. Tutti gli altri pensano che il sacerdote benedica il bambino appena battezzato, il defunto al funerale, benedica l’aria, i presenti, gli sposi, l’oggetto, le palme.
Per Bartolo Cattafi il senso è tagliare l’aria. Tuttavia, come sappiano tutti, l’aria non si vede, figuriamoci se si vede il taglio dell’aria, ma un poeta vede l’aria, vede il taglio. Sa cioè che anche l’aria ha una consistenza, la consistenza data dal peso del gesto. Trattandosi di movimento nell’aria poi, non può che sottolineare come: ciò ebbe il suo peso, l’aria infatti ha un peso, come gli esperimenti della fisica ci hanno insegnato, un palloncino vuoto e uno riempito d’aria pesano diversamente, ma sappiamo anche che il peso dell’aria è infinitesimo.
Non è dato sapere chi abbia tracciato il gesto nell’aria, il che permette di ipotizzare come possibili una serie di altri significati, tutti appartenenti alla gestualità sostitutiva della parola.
Oltre che un gesto da ministro benedicente, come ho ipotizzato sopra, tracciare una croce nell’aria può avere il significato del mettere ad una questione una croce sopra, cioè non rivangare più il passato e superare il contrasto, accantonare la lite. Nel dialogo si traccia una croce per aria per riferirsi alla morte, come a dire che c’è il rischio di morire oppure che qualcuno è morto, che non ce l’ha fatta, o che morirà. Lo si usa ancora per significare che è finita, che di quella cosa o persona non se ne vuole più sapere. In quest’ultimo caso diventa una sorta di pesante giuramento di condanna e definitività, come a dire: per me non esiste più fino alla morte o come se fosse morto.
Lo stesso taglio ha un senso, la cesura dell’aria è qualcosa che separa, un distanziare due bordi che si ritraggono o rimango inerti, ma definiti, non più omogenei e fusi, ma distinti e contigui.
Questa concentrazione dello sguardo nel vuoto alla ricerca dell’aria tagliata è il particolare sguardo poetico chi riesce a fissare intensamente le fughe, a seguirne la traccia, osserva il cirro che prende forme fantastiche, il fuoco che danza, un neo sulla pelle e trova in ogni immagine una visione, la concretizzazione di un universo che incanta, che scatena i pensieri, la creatività. E’ questo lo sguardo del poeta che si posa sul mondo.

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Incipit 1: La metamorfosi

16 lunedì Gen 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

≈ Lascia un commento

Tag

Franz Kafka, La metamorfosi, realismo magico

metamorphosis-franz_kafka-shaw

Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto. Sdraiato nel letto sulla schiena dura come una corazza, bastava che alzasse un po’ la testa per vedersi il ventre convesso, bruniccio, spartito da solchi arcuati; in cima al ventre la coperta, sul punto di scivolare per terra, si reggeva a malapena. Davanti agli occhi gli si agitavano le gambe, molto più numerose di prima, ma di una sottigliezza desolante.
«Che cosa mi è capitato?» pensò. Non stava sognando. La sua camera, una normale camera d’abitazione, anche se un po’ piccola, gli appariva in luce quieta, fra le quattro ben note pareti. Sopra al tavolo, sul quale era sparpagliato un campionario di telerie svolto da un pacco (Samsa faceva il commesso viaggiatore), stava appesa un’illustrazione che aveva ritagliata qualche giorno prima da un giornale, montandola poi in una graziosa cornice dorata. Rappresentava una signora con un cappello e un boa di pelliccia, che, seduta ben ritta, sollevava verso gli astanti un grosso manicotto, nascondendovi dentro l’intero avambraccio.

Continua a leggere →

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Forma alchemica – intro

11 mercoledì Gen 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA

≈ 1 Commento

Su questo blog col 2017 inauguro una nuova rubrica poetica che prende il posto del “Tema del silenzio”. La rubrica si chiamerà “Forma alchemica”. Essa non ha una formula nuova, intendo infatti commentare poesie (di autori del passato  sicuramente, altri non so…) similmente a come ho fatto con le poesie proposte nella rubrica “Il tema del silenzio” ormai conclusa, o, per avere un esempio migliore, similmente a come ho commentato la poesia di Rostand qui. La poesia di Rostand anzi è stata la prima della rubrica ed ha preceduto questa introduzione, per semplice desiderio di non perdere la coincidenza dell’Epifania e gusto, che talvolta mi prende, di scombinare l’ordine scontato delle cose.

Il criterio di scelta delle poesie è libero. La scelta è senza limiti, in linea con il titolo del blog, senza un tema preferenziale, né un autore preferito.

Mi guiderà un’unica stella la ricerca della bellezza, avrò un solo limite la mia sensibilità. Chiamo limite la sensibilità perché se da un lato è lo strumento che userò per interpretare il senso del testo, dall’altro è presumibile che essa sia condizionata dalle mie esperienze e percezioni, e magari mi farà considerare incantevoli poesie che non sempre accenderanno l’altrui entusiasmo. Per giustificare la mia scelta compirò, come ho fatto col tema del silenzio, le mie spirali di pensiero, e, per questa via, qualcuno potrebbe con-venire col mio argomentare e trovare nuove angolazioni di visuale nelle poesie di grandi e grandissimi in commento.

Proprio la grandezza dei poeti che mi accingo a commentare è la mia maggiore preoccupazione, perché se da un lato so per certo che non ci resteranno male qualunque cosa io possa dire: non ho nessun io da lusingare, non potranno certo offendersi; chi sono io per poter avere la pretesa, l’ambizione, l’arroganza di tentare di penetrare il mistero di bellezza, forma e senso che è una poesia scritta da un maestro, da un Poeta?

Eppure leggere la poesia, significa proprio questo: essere disposti ad aprirsi al senso che essa produce, accogliere e restituire, smuovere e commuovere, condividere.

Per questa rubrica ho scelto  titolo “Forma alchemica”. Da un lato perché la poesia è eminentemente forma, disposizione sul campo bianco delle parole in precisa, accurata architettura, dall’altro perché accade che, quando questa forma sia particolarmente ben riuscita, quando, per di più, si sposa ad un sublime contenuto, si realizza un’alchimia: la composizione perfetta.  Essa ha del magico, alla lettura provoca una sorta di vago e leggero stupore segreto, estatico, una provocazione mentale, uno spiazzamento, commozione, a volte, quando una poesia tocca un nervo personale particolarmente scoperto. Tutte reazioni che sono un segno non facilmente traducibile a parole, ma chiaramente percepibile dal lettore, che il testo che si ha davanti è poesia e non la lista della spesa, è poesia e non un saggio, un articolo di giornale, una canzone.

Niente brividi, mi raccomando, i brividi lasciamoli alle candele che ondeggiano negli stadi dei concerti, prego si apra la porta alla poesia, vanno in scena: grazia, raffinatezza e stupore.

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Incipit_Intro

09 lunedì Gen 2017

Posted by Deborah Mega in Incipit, LETTERATURA

≈ Lascia un commento

Tag

Deborah Mega, Francesco Severini, Incipit, Vagabolario

vagabolario-capolettera-i-2015

Francesco Severini, Vagabolario – Capolettera “I” (2015)
Tempera e gouache su carta

“Incipit” è il titolo di una nuova rubrica che intendo curare quest’anno su LIMINA MUNDI. Si tratta di una voce latina che viene dal verbo incipĕre, “incominciare” e che allude alla formula d’esordio di un’opera, alle parole iniziali di un testo letterario e per estensione di uno spettacolo o di un programma televisivo. Per incipit si intende l’intera parte iniziale di un testo che può avere lunghezza diversa e rappresenta la fase d’avvio di un testo. Permette di intuire lo sviluppo futuro nel senso che fin dalle prime dieci o venti righe è possibile presagire il percorso che sarà sviluppato successivamente. A questo proposito la retorica classica parlava di exordium, che aveva il compito di ben disporre l’ascoltatore o il lettore innescando il processo comunicativo e avviando quella complicità che auspicava Baudelaire tra scrittore e lettore di un romanzo. La diegesi cioè l’organizzazione della materia narrativa, attraverso analogie, simmetrie, contrapposizioni, si mette in moto solo se l’autore nel suo esordio ha catturato l’attenzione del lettore. Non si dice forse che chi ben comincia è a metà dell’opera?

Continua a leggere →

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Forma alchemica 1: La stella di Edmond Rostand

06 venerdì Gen 2017

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Forma alchemica, Il colore e le forme, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

≈ 1 Commento

Tag

Edmond Rostand, La stella, Re Magi

Perdettero la stella un giorno.
Come si fa a perdere la stella?
Per averla troppo a lungo fissata.
I due re bianchi, ch’erano due sapienti di Caldea,
tracciarono al suolo dei cerchi, col bastone.

Si misero a calcolare, si grattarono il mento.
Ma la stella era svanita come svanisce un’idea,
e quegli uomini, la cui anima
aveva sete di essere guidata,
piansero innalzando le tende di cotone.

Ma il povero re nero, disprezzato dagli altri, si disse:
“Pensiamo alla sete che non è la nostra.
Bisogna dar da bere, lo stesso, agli animali”.

E mentre sosteneva il suo secchio per l’ansa,
nello specchio di cielo
in cui bevevano i cammelli
egli vide la stella d’oro che danzava in silenzio.

Edmond Rostand

Oggi è il giorno dell’Epifania e per commemorarlo degnamente propongo questa bella poesia di Edmond Rostand che ha per protagonisti i Re Magi e per titolo L’Etoile, cioè La stella. Rostand è noto per essere l’autore di Cyrano de Bergerac, un’opera teatrale molto apprezzata dal pubblico parigino che alla prima, nel 1897, lo applaudì in una standing ovation di 20 minuti.  La scrittura di Rostand appartiene alla corrente del Romanticismo che ha dominato la letteratura francese del XIX secolo, contrapponendo alla razionalità e culto della bellezza classica che avevano caratterizzato l’Illuminismo del XVIII secolo, il sentimento, la fantasia, la  spiritualità, come aspetti che recuperano la dimensione più umana dell’essere.
Tutti elementi presenti nella poesia di Rostand, nella quale egli immagina che i Re Magi in viaggio, guidati dalla stella cometa verso il luogo ove è nato il Re dei Giudei, a un certo momento perdano la guida celeste. I Magi allora si disperano e fanno calcoli, studiano, si impegnano a fondo per cercare la stella smarrita, rintracciarla nel luogo dov’è nascosta.
Essi ne sentono un profondo bisogno, essendo alla ricerca del Salvatore, essendo la stella l’unica loro guida, avendo applicato per tanto tempo il loro occhio, cuore, mente alla contemplazione del cielo ed ora dell’astro che rappresenta l’ avveramento della profezia di una nascita regale.
Il Vangelo di Matteo (2, 1-12) parla dei Magi e della stella, e, sebbene alcuni lo considerino leggendario, il racconto appartiene quindi alla tradizione cristiana dei Vangeli. Sono stati tramandati, tra l’altro, i nomi dei Magi: Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. Tre come i doni che essi recano: oro, incenso e mirra
Ai doni è stato dato un preciso significato simbolico: l’oro chè metallo destinato ai re, l’incenso che è il riconoscimento di natura divina e la mirra usata nel culto dei morti, perché il Messia è tutte e tre le cose insieme: re, dio e uomo, quindi mortale. Egli è Dio che si è fatto uomo.
Epifania è la festa cristiana che ricorda il momento in cui i Magi giungono alla grotta dove è nato Gesù, gli porgono i doni e lo omaggiano come si conviene a un Re. Epifania ha la sua etimologia dal greco ἐπιφάνεια, epifàneia, che significa manifestazione, proprio perché la venuta e l’adorazione dei Re Magi rendono manifesta la natura divina del bambino appena nato e il suo destino soprannaturale.
Tornando alla poesia del Rostand, l’autore immagina che mentre due dei Magi, sapienti di Caldea, siano tutti presi a scrutare la volta celeste alla ricerca della stella, il terzo, il povero re nero disprezzato da tutti “le pauvre Roi noir, méprisé des deux autres”, riflette: “Pensiamo alla sete che non è la nostra. / Bisogna dar da bere, lo stesso, agli animali.”
E’ un pensiero di attenzione semplice verso l’alterità non di altri uomini, bensì animali cioè i cammelli, la cavalcatura dei Re Magi. Si percepisce nel testo poetico una sorta di diagonale discendente che passando dai Re sapienti intercetta l’uomo, oggetto di disprezzo e infine gli animali, una linea cioè che, di essere in essere, arriva alla base della catena, agli esseri meno importanti. I sapienti che si dedicano agli studi dimenticano i bisogni degli altri, essi sono metafora di tutti gli intellettuali, che ottenebrati dal tanto studio perdono il senso della vita, a questi si contrappone l’uomo che percepisce il bisogno elementare di altri esseri viventi. Accade allora un piccolo miracolo, che mentre il Re nero dà da bere agli animali, nel magico specchio acqueo del secchio sospeso vede brillare riflessa la stella cometa. E la ritrova lui quindi l’etoile, le pauvre Roi noir, l’ultimo dei Re, nel gesto semplice di dissetare gli ultimi della terra.
Il testo regala dunque un messaggio basilare: per non perdere mai la guida, l’orientamento e il senso della vita abbiate cura degli altri, dei più umili, attenzione ai loro bisogni e porgete il secchio con l’acqua, dando da bere agli assetati.
In ciò richiamando un altro passo del Vangelo di San Matteo cap. 25, quando Gesù, ormai grande, al versetto 35 dice “perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere”  e parla poi dei piccoli «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me».
La piccolezza è la chiave di lettura della poesia che dai Re adoratori del Re dei Re, si sposta agli Ultimi, ai più Piccoli. L’altruismo è chiave di lettura della poesia. Il messaggio d’amore cristiano è chiave di lettura della poesia. E per riferire tutto il senso che essa contiene in modo ancora più quotidiano, meno epico e connotato più da un etica di contrasto all’egoismo che da religiosità, l’imperativo che essa detta è di aver attenzione, di prendersi cura degli altri  a cominciare dai propri cari, al vicino, ai colleghi, ai dipendenti e così via fino ad includere tutta l’umanità della nostra cerchia relazionale.
Quanto ai Re Magi essi non hanno affascinato soltanto il Rostand di questa poesia, ma sono stati anche fonte di ispirazione di molti pittori che hanno voluto rappresentare il climax dell’adorazione, momento che manifesta all’umanità la natura divina del Salvatore appena nato.
Propongo qui a riprova tre splendidi esempi de “L’adorazione dei Magi” di tre grandi Maestri della pittura: Giotto, Gentile da Fabriano, Sandro Botticelli.

adorazione-dei-magi

Giotto (1303-1306)

gentile_da_fabriano_adorazione_dei_magi

Gentile da Fabriano (1423)

botticelli-sandro-galleria-degli-uffizi-florence-1500

Sandro Botticelli (1475)

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Nota critica su “Apologia del silenzio” di Loredana Semantica

21 mercoledì Dic 2016

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

≈ 2 commenti

Tag

Apologia del silenzio, Deborah Mega, Loredana Semantica, POESIA

giacomo-balla-la-pazza-1905-galleria-naz-darte-moderna-roma

Giacomo Balla, La Pazza, 1905, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma

                                             “Quando una poesia è scritta è terminata,

                                                      ma non finisce; comincia, cerca un’altra poesia

                                                          in se stessa, nell’autore, nel lettore, nel silenzio”.

                                                                                                                                                                                              Pedro Salinas Continua a leggere →

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Fantasticheria

16 venerdì Dic 2016

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA

≈ 1 Commento

Tag

Fantasticheria, Giovanni Verga

In questa novella tratta da Vita dei campi del 1880, Giovanni Verga fingendo di rivolgersi ad una raffinata donna cittadina di cui è innamorato, spiega le ragioni che lo spingono all’osservazione e al racconto delle vicende delle classi sociali più umili e disagiate. La loro filosofia di vita viene definita “ideale dell’ostrica” per il tenace attaccamento nei confronti della propria terra e delle proprie radici.

prodotti-ostriche-principale

Una volta, mentre il treno passava vicino ad Aci—Trezza, voi, affacciandovi allo sportello del vagone, esclamaste: — Vorrei starci un mese laggiù! —

Noi vi ritornammo, e vi passammo non un mese, ma quarantott’ore; i terrazzani che spalancavano gli occhi vedendo i vostri grossi bauli avranno creduto che ci sareste rimasta un par d’anni. La mattina del terzo giorno, stanca di vedere eternamente del verde e dell’azzurro, e di contare i carri che passavano per via, eravate alla stazione, e gingillandovi impaziente colla catenella della vostra boccettina da odore, allungavate il collo per scorgere un convoglio che non spuntava mai. In quelle quarantott’ore facemmo tutto ciò che si può fare ad Aci—Trezza: passeggiammo nella polvere della strada, e ci arrampicammo sugli scogli; col pretesto di imparare a remare vi faceste sotto il guanto delle bollicine che rubavano i baci; passammo sul mare una notte romanticissima, gettando le reti tanto per far qualche cosa che a’ barcaiuoli potesse parer meritevole di buscarsi dei reumatismi, e l’alba ci sorprese in cima al fariglione — un’alba modesta e pallida, che ho ancora dinanzi agli occhi, striata di larghi riflessi violetti, sul mare di un verde cupo, raccolta come una carezza su quel gruppetto di casucce che dormivano quasi raggomitolate sulla riva, mentre in cima allo scoglio, sul cielo trasparente e limpido, si stampava netta la vostra figurina, colle linee sapienti che vi metteva la vostra sarta, e il profilo fine ed elegante che ci mettevate voi. — Avevate un vestitino grigio che sembrava fatto apposta per intonare coi colori dell’alba. — Un bel quadretto davvero! e si indovinava che lo sapeste anche voi, dal modo in cui vi modellaste nel vostro scialletto, e sorrideste coi grandi occhioni sbarrati e stanchi a quello strano spettacolo, e a quell’altra stranezza di trovarvici anche voi presente. Che cosa avveniva nella vostra testolina allora, di faccia al sole nascente? Gli domandaste forse in qual altro emisfero vi avrebbe ritrovata fra un mese? Diceste soltanto ingenuamente: — Non capisco come si possa vivere qui tutta la vita —.

Eppure, vedete, la cosa è più facile che non sembri: basta non possedere centomila lire di entrata, prima di tutto; e in compenso patire un po’ di tutti gli stenti fra quegli scogli giganteschi, incastonati nell’azzurro, che vi facevano batter le mani per ammirazione. Così poco basta, perché quei poveri diavoli che ci aspettavano sonnecchiando nella barca, trovino fra quelle loro casipole sgangherate e pittoresche, che viste da lontano vi sembravano avessero il mal di mare anch’esse, tutto ciò che vi affannate a cercare a Parigi, a Nizza ed a Napoli. È una cosa singolare; ma forse non è male che sia così — per voi, e per tutti gli altri come voi. Quel mucchio di casipole è abitato da pescatori, «gente di mare», dicono essi, come altri direbbe «gente di toga», i quali hanno la pelle più dura del pane che mangiano — quando ne mangiano — giacché il mare non è sempre gentile, come allora che baciava i vostri guanti… Nelle sue giornate nere, in cui brontola e sbuffa, bisogna contentarsi di stare a guardarlo dalla riva, colle mani in mano, o sdraiati bocconi, il che è meglio per chi non ha desinato. In quei giorni c’è folla sull’uscio dell’osteria, ma suonano pochi soldoni sulla latta del banco, e i monelli che pullulano nel paese, come se la miseria fosse un buon ingrasso, strillano e si graffiano quasi abbiano il diavolo in corpo.

Di tanto in tanto il tifo, il colèra, la malannata, la burrasca, vengono a dare una buona spazzata in quel brulicame, che davvero si crederebbe non dovesse desiderar di meglio che esser spazzato, e scomparire; eppure ripullula sempre nello stesso luogo; non so dirvi come, né perché. Vi siete mai trovata, dopo una pioggia di autunno, a sbaragliare un esercito di formiche, tracciando sbadatamentte il nome del vostro ultimo ballerino sulla sabbia del viale? Qualcuna di quelle povere bestioline sarà rimasta attaccata alla ghiera del vostro ombrellino, torcendosi di spasimo; ma tutte le altre, dopo cinque minuti di pànico e di viavai, saranno tornate ad aggrapparsi disperatamente al loro monticello bruno. — Voi non ci tornereste davvero, e nemmen io; — ma per poter comprendere siffatta caparbietà, che è per certi aspetti eroica, bisogna farci piccini anche noi, chiudere tutto l’orizzonte fra due zolle, e guardare col microscopio le piccole cause che fanno battere i piccoli cuori. Volete metterci un occhio anche voi, a cotesta lente? voi che guardate la vita dall’altro lato del cannocchiale? Lo spettacolo vi parrà strano, e perciò forse vi divertirà. Noi siamo stati amicissimi, ve ne rammentate? e mi avete chiesto di dedicarvi qualche pagina. Perché? à quoi bon? come dite voi. Che cosa potrà valere quel che scrivo per chi vi conosce? e per chi non vi conosce che cosa siete voi? Tant’è, mi son rammentato del vostro capriccio, un giorno che ho rivisto quella povera donna cui solevate far l’elemosina col pretesto di comperar le sue arance messe in fila sul panchettino dinanzi all’uscio. Ora il panchettino non c’è più; hanno tagliato il nespolo del cortile, e la casa ha una finestra nuova. La donna sola non aveva mutato, stava un po’ più in là a stender la mano ai carrettieri, accoccolata sul mucchietto di sassi che barricano il vecchio Posto della guardia nazionale; ed io, girellando, col sigaro in bocca, ho pensato che anche lei, così povera com’è, vi aveva vista passare, bianca e superba.

Non andate in collera se mi son rammentato di voi in tal modo, e a questo proposito. Oltre i lieti ricordi che mi avete lasciati, ne ho cento altri, vaghi, confusi, disparati, raccolti qua e là, non so più dove — forse alcuni son ricordi di sogni fatti ad occhi aperti — e nel guazzabuglio che facevano nella mia mente, mentre io passava per quella viuzza dove son passate tante cose liete e dolorose, la mantellina di quella donnicciola freddolosa, accoccolata, poneva un non so che di triste, e mi faceva pensare a voi, sazia di tutto, perfino dell’adulazione che getta ai vostri piedi il giornale di moda, citandovi spesso in capo alla cronaca elegante — sazia così, da inventare il capriccio di vedere il vostro nome sulle pagine di un libro. Quando scriverò il libro, forse non ci penserete più; intanto i ricordi che vi mando, così lontani da voi, in ogni senso, da voi inebbriata di feste e di fiori, vi faranno l’effetto di una brezza deliziosa, in mezzo alle veglie ardenti del vostro eterno carnevale. Il giorno in cui ritornerete laggiù, se pur vi ritornerete, e siederemo accanto un’altra volta, a spinger sassi col piede, e fantasie col pensiero, parleremo forse di quelle altre ebbrezze che ha la vita altrove. Potete anche immaginare che il mio pensiero siasi raccolto in quel cantuccio ignorato del mondo, perché il vostro piede vi si è posato, — o per distogliere i miei occhi dal luccichìo che vi segue dappertutto, sia di gemme o di febbri — oppure perché vi ho cercata inutilmente per tutti i luoghi che la moda fa lieti. Vedete quindi che siete sempre al primo posto, qui come al teatro! Vi ricordate anche di quel vecchietto che stava al timone della nostra barca? Voi gli dovete questo tributo di riconoscenza, perché egli vi ha impedito dieci volte di bagnarvi le vostre belle calze azzurre. Ora è morto laggiù, all’ospedale della città, il povero diavolo, in una gran corsìa tutta bianca, fra dei lenzuoli bianchi, masticando del pane bianco, servito dalle bianche mani delle suore di carità, le quali non avevano altro difetto che di non saper capire i meschini guai che il poveretto biascicava nel suo dialetto semibarbaro. Ma se avesse potuto desiderare qualche cosa, egli avrebbe voluto morire in quel cantuccio nero, vicino al focolare, dove tanti anni era stata la sua cuccia «sotto le sue tegole», tanto che quando lo portarono via piangeva, guaiolando come fanno i vecchi. Egli era vissuto sempre fra quei quattro sassi, e di faccia a quel mare bello e traditore, col quale dové lottare ogni giorno per trarre da esso tanto da campare la vita e non lasciargli le ossa; eppure in quei momenti in cui si godeva cheto cheto la sua «occhiata di sole» accoccolato sulla pedagna della barca, coi ginocchi fra le braccia, non avrebbe voltato la testa per vedervi, ed avreste cercato invano in quelli occhi attoniti il riflesso più superbo della vostra bellezza; come quando tante fronti altere s’inchinano a farvi ala nei saloni splendenti, e vi specchiate negli occhi invidiosi delle vostre migliori amiche. La vita è ricca, come vedete, nella sua inesauribile varietà; e voi potete godervi senza scrupoli quella parte di ricchezza che è toccata a voi, a modo vostro. Quella ragazza, per esempio, che faceva capolino dietro i vasi di basilico, quando il fruscìo della vostra veste metteva in rivoluzione la viuzza, se vedeva un altro viso notissimo alla finestra di faccia, sorrideva come se fosse stata vestita di seta anch’essa. Chi sa quali povere gioie sognava su quel davanzale, dietro quel basilico odoroso, cogli occhi intenti in quell’altra casa coronata di tralci di vite? E il riso dei suoi occhi non sarebbe andato a finire in lagrime amare, là, nella città grande, lontana dai sassi che l’avevano vista nascere e la conoscevano, se il suo nonno non fosse morto all’ospedale, e suo padre non si fosse annegato, e tutta la sua famiglia non fosse stata dispersa da un colpo di vento che vi aveva soffiato sopra — un colpo di vento funesto, che avea trasportato uno dei suoi fratelli fin nelle carceri di Pantelleria — «nei guai!» come dicono laggiù.

Miglior sorte toccò a quelli che morirono; a Lissa l’uno, il più grande, quello che vi sembrava un David di rame, ritto colla sua fiocina in pugno, e illuminato bruscamente dalla fiamma dell’ellera. Grande e grosso com’era, si faceva di brace anch’esso quando gli fissaste in volto i vostri occhi arditi; nondimeno è morto da buon marinaio, sulla verga di trinchetto, fermo al sartiame, levando in alto il berretto, e salutando un’ultima volta la bandiera col suo maschio e selvaggio grido d’isolano; l’altro, quell’uomo che sull’isolotto non osava toccarvi il piede per liberarlo dal lacciuolo teso ai conigli, nel quale v’eravate impigliata da stordita che siete, si perdé in una fosca notte d’inverno, solo, fra i cavalloni scatenati, quando fra la barca e il lido, dove stavano ad aspettarlo i suoi, andando di qua e di là come pazzi, c’erano sessanta miglia di tenebre e di tempesta. Voi non avreste potuto immaginare di qual disperato e tetro coraggio fosse capace per lottare contro tal morte quell’uomo che lasciavasi intimidire dal capolavoro del vostro calzolaio. Meglio per loro che son morti, e non «mangiano il pane del re», come quel poveretto che è rimasto a Pantelleria, o quell’altro pane che mangia la sorella, e non vanno attorno come la donna delle arance, a viver della grazia di Dio — una grazia assai magra ad Aci—Trezza.

Quelli almeno non hanno più bisogno di nulla! lo disse anche il ragazzo dell’ostessa, l’ultima volta che andò all’ospedale per chieder del vecchio e portargli di nascosto di quelle chiocciole stufate che son così buone a succiare per chi non ha più denti, e trovò il letto vuoto, colle coperte belle e distese, sicché sgattaiolando nella corte, andò a piantarsi dinanzi a una porta tutta brandelli di cartacce, sbirciando dal buco della chiave una gran sala vuota, sonora e fredda anche di estate, e l’estremità di una lunga tavola di marmo, su cui era buttato un lenzuolo, greve e rigido. E pensando che quelli là almeno non avevano più bisogno di nulla, si mise a succiare ad una ad una le chiocciole che non servivano più, per passare il tempo. Voi, stringendovi al petto il manicotto di volpe azzurra, vi rammenterete con piacere che gli avete dato cento lire, al povero vecchio.

Ora rimangono quei monellucci che vi scortavano come sciacalli e assediavano le arance; rimangono a ronzare attorno alla mendica, e brancicarle le vesti come se ci avesse sotto del pane, a raccattar torsi di cavolo, bucce d’arance e mozziconi di sigari, tutte quelle cose che si lasciano cadere per via, ma che pure devono avere ancora qualche valore, poiché c’è della povera gente che ci campa su; ci campa anzi così bene, che quei pezzentelli paffuti e affamati cresceranno in mezzo al fango e alla polvere della strada, e si faranno grandi e grossi come il loro babbo e come il loro nonno, e popoleranno Aci—Trezza di altri pezzentelli, i quali tireranno allegramente la vita coi denti più a lungo che potranno, come il vecchio nonno, senza desiderare altro, solo pregando Iddio di chiudere gli occhi là dove li hanno aperti, in mano del medico del paese che viene tutti i giorni sull’asinello, come Gesù, ad aiutare la buona gente che se ne va.

— Insomma l’ideale dell’ostrica! — direte voi. — Proprio l’ideale dell’ostrica! e noi non abbiamo altro motivo di trovarlo ridicolo, che quello di non esser nati ostriche anche noi —.

Per altro il tenace attaccamento di quella povera gente allo scoglio sul quale la fortuna li ha lasciati cadere, mentre seminava principi di qua e duchesse di là, questa rassegnazione coraggiosa ad una vita di stenti, questa religione della famiglia, che si riverbera sul mestiere, sulla casa, e sui sassi che la circondano, mi sembrano — forse pel quarto d’ora — cose serissime e rispettabilissime anch’esse. Sembrami che le irrequietudini del pensiero vagabondo s’addormenterebbero dolcemente nella pace serena di quei sentimenti miti, semplici, che si succedono calmi e inalterati di generazione in generazione. — Sembrami che potrei vedervi passare, al gran trotto dei vostri cavalli, col tintinnìo allegro dei loro finimenti e salutarvi tranquillamente. Forse perché ho troppo cercato di scorgere entro al turbine che vi circonda e vi segue, mi è parso ora di leggere una fatale necessità nelle tenaci affezioni dei deboli, nell’istinto che hanno i piccoli di stringersi fra loro per resistere alle tempeste della vita, e ho cercato di decifrare il dramma modesto e ignoto che deve aver sgominati gli attori plebei che conoscemmo insieme. Un dramma che qualche volta forse vi racconterò, e di cui parmi tutto il nodo debba consistere in ciò: — che allorquando uno di quei piccoli, o più debole, o più incauto, o più egoista degli altri, volle staccarsi dai suoi per vaghezza dell’ignoto, o per brama di meglio, o per curiosità di conoscere il mondo; il mondo, da pesce vorace ch’egli è, se lo ingoiò, e i suoi più prossimi con lui. — E sotto questo aspetto vedrete che il dramma non manca d’interesse. Per le ostriche l’argomento più interessante deve esser quello che tratta delle insidie del gambero, o del coltello del palombaro che le stacca dallo scoglio.  

***

Il titolo sembra alludere ad una rêverie nostalgica e fiabesca in cui Verga anticipa la trama, i temi e i personaggi dei Malavoglia inoltre riflette sulla sua arte e fornisce alcune importanti indicazioni di poetica. L’autore ricorda un viaggio immaginario in Sicilia ad Aci Trezza e il dialogo ideale con una nobildonna francese, forse identificabile con Paolina Greppi, cui si rivolge direttamente e con cui Verga ebbe una relazione. Le coordinate spazio-temporali e il contrasto tra la città e le aree rurali, nel corso della novella, assumono grande rilevanza. All’inizio tutto appare romantico, la descrizione dei faraglioni, dell’alba pallida, delle casucce, mentre ci si sofferma ad osservare le bellezze del mare e del paesaggio. Gli ambienti descritti presentano un cromatismo simbolico: il verde, l’azzurro, il viola trasmettono l’idea del paesaggio romantico; il nero del paese è segno di vita misera, di difficoltà e di morte.

La donna all’inizio vorrebbe fermarvisi un mese ma dopo soli due giorni, si rende conto della monotonia della vita di paese da cui subito riparte. L’autore cerca di spiegarle le caratteristiche della vita di Aci Trezza, le difficoltà quotidiane degli abitanti, la miseria, la necessità di avere l’appoggio dei compaesani per sopravvivere. La società del paese è organizzata secondo regole e ruoli precisi e definiti, le stesse che governano la vita sociale delle formiche. Ecco la necessità di farsi piccoli come le formiche, di immedesimarsi per capire la realtà plebea alludendo così all’artificio della regressione. Si tratta del principio dell’impersonalità secondo cui il narratore deve eclissarsi e divenire un personaggio interno al mondo rappresentato. Di contro la donna, che proviene da una realtà cittadina completamente diversa, sazia di tutto e inebriata di feste e di fiori, é impossibilitata a comprendere. Com’è nello stile di Verga, spesso si utilizzano espressioni popolari o proverbiali. La gente di Aci Trezza viene spiegata con l’uso di metafore e similitudini come quelle dell’ostrica e della formica. Come le ostriche i paesani si aggrappano caparbiamente allo scoglio e resistono alla violenza delle onde anche grazie al loro attaccamento e alla solidarietà reciproca. A volte alcuni personaggi si staccano dallo “scoglio” del loro paese di loro spontanea volontà, alla ricerca di un miglioramento, di un’evoluzione che non riusciranno ad ottenere, il mondo infatti per loro, i vinti,  si trasformerà in un pesce vorace. I personaggi non hanno ancora né volto né nome ma in quelli abbozzati qui sono da ravvisare Maruzza mentre vende arance sull’uscio e guarda la donna bianca e superba, Padron ‘Ntoni vicino al cantuccio nero del focolare, Mena, rappresentata dietro i vasi di basilico e così via. Come gli animali, sono rappresentati in perpetua lotta con la natura per la sopravvivenza. Verga però è dalla loro parte, mentre osserva il reale e lo descrive, ci dona, come disse Sciascia, «la più vera e profonda dichiarazione di poetica che abbia mai scritto».

Deborah Mega

 

 

 

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Una rosa rossa

02 venerdì Dic 2016

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA

≈ 1 Commento

Tag

Deborah Mega, La grammatica di Dio, racconto psicologico, Stefano Benni

12189834_863847557061569_407384794445419684_n

Uno dei grandi meriti della scrittura in genere é fungere da strumento di impietosa e indiscussa critica dei costumi. Nella raccolta di racconti La grammatica di Dio del 2007, lo scrittore Stefano Benni rappresenta la realtà italiana dei nostri giorni, riflette sull’egoismo e sul cinismo di affaristi privi di scrupoli per i quali predominano le leggi di mercato e nulla contano gli altri.

Continua a leggere →

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Notturno

18 venerdì Nov 2016

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA

≈ 1 Commento

Tag

Deborah Mega, Gabriele D'Annunzio, Notturno

e-tempo-che-ogni-falsa-imagine-di-me-cada

E’ tempo che ogni falsa imagine di me cada.

Aegri somnia. 

Ho gli occhi bendati. Sto supino nel letto, col torso immobile, col capo riverso, un poco più basso dei piedi. Sollevo leggermente le ginocchia per dare inclinazione alla tavoletta che v′è posata. Scrivo sopra una stretta lista di carta che contiene una riga. Ho tra le dita un lapis scorrevole. Il pollice e il medio della mano destra, poggiati su gli orli della lista, la fanno scorrere via via che la parola è scritta. 

Continua a leggere →

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

VAGABOLARIO Viaggio miniato tra le leggende dei piccoli popoli nelle isole linguistiche d’Italia

04 venerdì Nov 2016

Posted by francescoseverini in Appunti d'arte, Appunti letterari, ARTI, Fiabe, Il colore e le forme, LETTERATURA, Mostre e segnalazioni

≈ Lascia un commento

Tag

Francesco Severini, Vagabolario, Viaggio miniato tra le leggende dei piccoli popoli nelle isole linguistiche d’Italia

 

 

vagabolario-copertina

La leggenda

Com’è nata la neve in Carnia 

Tratta da

Renzo Balzan, Poesiis e Liendis de Tiere di Cjargne, A. Moro, Tumieç 2000

della quale esiste il testo originale

(una delle 21 tratte dal libro, relativa ad uno degli altrettanti “piccoli popoli” oggetto del mio studio e del libro).

Cemût che je nassude la nêf in Cjargne 

Ducj in Cjargne lu san, almancul chei che a lòghin tal Cjanâl di Guart, che la mont clamade di Crostas e je une des plui ricjis di lejendis. A Culino, a Gjviano, a Tualis e a Salârs s’in puedin scoltà plui di une. Su la mont di Tencje si dan adun in cunvigne e a bàlin lis striis, come che si saveve ancje deant che lu scrivès tes sôs prosis la Percude, e che il Carducci lu cjantâs te sôs poesiis; ma che su la mont di Crostas e fos nassude la nêf o crodìn che a sèdin pardabon in pôs a savêlu.

E conte cheste liende che si jere a la fin dal mês di març e che i prins clips de vierte a tacavin bielzà a fâsi sintî. Dutcâs une buinore de tiere al scomençà a burî fûr come par un incjantesim, un lizêr vapôr  ch’al lave jevansi simpri plui in alt, fintramai ch’al rivà a subissâ e a cuviergi i flums, i lâts, i plans, i boscs e la mont di Crostas. E plui il timp al passave, plui si faseve dut blanc.

Un blanc simpri plui penç. Cussì ogni cjosse e restà torcenade e subissade di chel ch’al jere aromai diventât une sorte di mâr di fumate cjandide. Ma vè che a un ciert pont e vignì fûr une piore che lè su disburide pe cleve di Tualis, e traviersà il bosc e svelte come un cjavrûl e corè su la cueste de mont fintremai a l’ultime cime, po cun tun grant varc e rivà sù tal cîl. Daûr di jè e rivà une seconde, e une tierce, e dîs e cinquante e cent… Alore pai infinîts prâts, colòr blâf dal cîl s’invià une gare, vivarôse e graciôse. Lis pioris al corevin lizeris une plui di chê âtre e i agnui ur svualavin daûr e a cirivin di fermâlis cjapanlis pai riçts de lôr velade di lane. Ma lis pioris si diliberavin, lassant tes mans dai agnui  i bocui de coltre mulisite. A un ciert pont al rivà ancje il vint e si zontà a cheste sorte di zûc. La lane sgjarpide e lizere si niçulave ta l’arie muesse, slusint al soreli ch’al lave a mont daûr lis cretis. A sgurlavin i flocs cjandits in lêgre danze, si alçavin sù adalt e po biel planc a vignivin jù, a vignivin jù… La nevere e lè indenant fissè, fissè, pa dute la gnot, po sul scricâ de l’albe la neule e scomençà a viergisi e sot la lûs incierte de buinore la tiere braurôse e mostrà lis monts cuviertis dal blanc mantîl. In face a cheste vision al ridè apajât purpûr il soreli ch’al jevave su la mont di Crostas, come par un strieç ch’al jere riessût pulît.

 Com’è nata la neve in Carnia

francesco-severini_vagabolario_capolettera-f

Forse non tutti sanno che sul monte Crostis, un giorno, è nata la neve. Questa leggenda racconta che si era alla fine del mese di marzo, e che i primi segni della primavera cominciavano già a farsi sentire. Cominciò d’un tratto a fuoriuscire un leggero vapore dalla terra, che si alzava sempre più in alto, fino ad arrivare a ricoprire i fiumi, i laghi, le pianure, i boschi e il monte Crostis.  E più il tempo passava, più si faceva tutto bianco.  Un bianco sempre più denso. Così ogni cosa venne circondata e avvolta da quello che era ormai diventato una sorte di mare di nebbia candida. Ma ecco che a un certo punto venne fuori una pecora che andò su per la salita di Tualis, attraversò il bosco e svelta come un capriolo corse sulla cresta della montagna fino su all’ultima cima, poi con un grande salto arrivò su nel cielo. Dietro di lei arrivò una seconda, e una terza, e dieci e cinquanta e cento… Allora sugli infiniti prati dal cielo iniziò  una gara, vivace e graziosa.  Le pecore correvano leggere una più dell’altra e gli angeli volavano loro attorno e cercavano di fermarle afferrandole per i riccioli del loro vello di lana. Ma le pecore si liberavano, lasciando tra le mani degli angeli i boccoli del loro soffice mantello.  A un certo punto arrivò anche il vento ad unirsi a questa specie di gioco.  La lana sfilacciata leggera dondolava nel vento, rilucendo al sole che stava salendo dietro le cime. Giravano attorno a se stessi  i fiocchi candidi in una danza leggera, si alzavano su in alto e poi piano piano venivano giù, venivano giù… La nevicata è andata avanti fitta, fitta, per tutta la notte, poi alle prime luci dell’alba la nuvola cominciò ad aprirsi e sotto la luce incerta del primo mattino la terra mostrò i monti coperti dal bianco mantello. A questa vista rise appagato perfino il sole che si alzava sul monte Crostis, come per una stregoneria che era riuscita bene.

Francesco Severini

Vagabolario

Viaggio miniato tra le leggende dei piccoli popoli nelle isole linguistiche d’Italia

Prospettiva Editrice, Civitavecchia, 2016; br., pp. 264

SINOSSI

Il progetto Vagabolario nasce con l’intento di rendere plausibile il nesso tra la parola e l’immagine, il legame che scaturisce da vincoli intimi e giocosi mediante i quali è possibile dare ancora voce cristallina alla narrazione. Quella capace di suggerire e dar vita ad infiniti racconti, proprio come nella tradizione orale che rigenera fiabe e leggende, modificandole di volta in volta, arricchendone il senso, ridefinendone gli spazi ed i tempi d’azione. Il sottotitolo in tal senso, oltre il titolo stesso, ne definisce inoltre i contorni e gli ambiti. Si tratta appunto di un viaggio miniato, un viaggio per immagini vivo di racconti nel racconto, tra le leggende di quelle che sono state (in certi casi anche giuridicamente) definite isole linguistiche esistenti in varie zone d’Italia, ciascuna virtualmente inscritta entro confini regionali, il più delle volte troppo angusti e per questo limitanti. Dove variegati sono i popoli che le costituiscono e le abitano, seppure persino misconosciuti, eppure forti di un’energia straordinaria; quella che attinge, coniugandoli, sapere e attenzione alla vita. Il mio lavoro di ricerca intorno alle leggende di questi piccoli popoli – la definizione è solo apparentemente, volutamente minimizzante – è diretto ad una riscoperta, che in molti casi diventa vera e propria scoperta, dei rimandi ad una tradizione che fonda le proprie radici nel tessuto letterario dell’oralità. Il fine: restituire loro una dignità culturale capace di rimarcare, elevandola, l’identità peculiare di ciascuno di essi. Ventuno, dunque, i popoli, tanti quanti le lettere dell’alfabeto italiano. Di qui l’idea di altrettanti capolettera da rendere quali miniature di un singolare vocabolario, il mio personale Vagabolario, appunto: una sorta di breviario laico che attraverso un ordine ben noto, dalla A alla Z, scandisca il tempo della narrazione. Ventuno capolettera, ciascuna densa di figurazioni che illustrano la storia presa in esame – essa stessa stimolo primario di un soggetto (oggetto) visuale – spesso in maniera didascalica, altre volte lasciando che un’immagine chiave della leggenda ne divenga il punto focale. Il progetto non ha la pretesa di rappresentare una indagine demologica esauriente, tanto meno esaustiva, in merito ai piccoli popoli e alle loro leggende prese a riferimento. Mi auguro, piuttosto, essa sia stimolo per nuovi ed interessanti approfondimenti che possano far luce su alcune realtà ancora poco indagate, quando anche sconosciute, di un Paese già minato nelle sue fondamenta più solide, ovvero la disattenzione alla propria storia e alla sua straordinaria cultura. Non dimenticando, mai, che proprio nel ricorso alla tradizione un popolo, pur nelle sue infinite differenze identitarie, può trovare sempre ulteriori spunti per la coesione e la sua unitarietà. Il volume, stampato da Prospettiva Editrice, consta di una introduzione, di una breve prefazione di Antonella Orlacchio, della successione delle ventuno “stanze” ordinate alfabeticamente, come in un comune vocabolario, all’interno di ciascuna delle quali c’è l’immagine del capolettera miniato, alcune informazioni relative di ognuno dei “piccoli popoli”, in una sezione finale il rimando ad una loro relativa sitografia e bibliografia, oltre a rimandi generali sitografici e bibliografici, infine una nota biografica sull’autore.

Francesco Severini

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Io penso ai morti

02 mercoledì Nov 2016

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Poesie

≈ Lascia un commento

Tag

Alfonso Gatto, Edgar Lee Masters, Mario Luzi, Ugo Foscolo

cimitero_01

Io penso ai morti

Nella pioggia che batte e scioglie i cieli
– i grandi cieli all’improvviso soli –
io penso ai morti. Udranno a lungo i treni
chiamare in sogno le città perdute
e dare ai nomi dell’addio la voce
che resta della sera.
Sei, a chiamarti, il nome delle sere
che non risponde, ma potresti avere
bisogno del racconto, d’una voce,
per questa pioggia che ti fa più sola
dei lumi senza requie.
Tornerai
dalle musiche morte, dalle gronde
dei tuoi mattini, amore che riprendi
dal naufragio l’ala del tuo volo.

Alfonso Gatto

***

Continua a leggere →

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Le immagini nel loro contenuto intrinseco di sostanza e forma. Recensione di Elio Ria a “Tre valli, uno sguardo” di Elio Scarciglia

21 venerdì Ott 2016

Posted by LiminaMundi in ARTI, Fotografia, Il colore e le forme, LETTERATURA, Recensioni

≈ Lascia un commento

Tag

Elio Ria, Elio Scarciglia, Terra d'ulivi, Tre valli, uno sguardo

Di solito siamo abituati a guardare in modo causale e non organizzato, sebbene ben volentieri ci soffermiamo a guardare le immagini che comportano violenza e brutalità. La frenesia della modernità elabora nell’uomo una molteplicità di sensazioni difficilmente gestibili. Non vi è l’abitudine ad osservare. Il tempo è considerato opprimente ed è vissuto come incessante ripetizione. La bellezza delle cose non intriga, non serve, fa perdere tempo all’occhio e alla mente. Immaginiamo di vedere un albero: in un secondo, l’occhio liquida l’immagine, archiviandola nell’oblio. Immaginiamo, invece, di osservare un albero: scorgiamo le foglie, i rami, il fusto, i frutti, i colori, il movimento del vento, le ombre. Ma al di là delle cose esteriori possiamo anche avere la consapevolezza di tutto ciò che non è visibile: le radici, ad esempio che si ramificano profonde ed entrano in contatto con altre realtà. Continua a leggere →

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Jaufre Rudel e l’amor de lonh

07 venerdì Ott 2016

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, CULTURA E SOCIETA', LETTERATURA

≈ 1 Commento

Tag

Amor de lonh, Deborah Mega, Jaufre Rudel

Caspar_David_Friedrich_-_Der_Wanderer_über_dem_Nebelmeer

Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich, 1818, Hamburger Kunsthalle di Amburgo.

 

                                                    “Contessa, che è mai la vita?

                                                            È l’ombra di un sogno fuggente.

                               La favola breve è finita,

                                                 Il vero immortale è l’amor.”

                                                      Giosuè Carducci, Jaufre Rudel

Precocemente attestata, la letteratura provenzale presenta una storia piuttosto atipica rispetto alle altre letterature romanze.  Si trattava di una poesia d’arte composta in lingua volgare, laica, destinata a lasciare tracce indelebili su tutta la cultura occidentale anche perchè da essa prese vita tutta la lirica moderna. Continua a leggere →

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...
← Vecchi Post
Articoli più recenti →

Articoli recenti

  • Venerdì dispari 20 marzo 2026
  • Una poesia di Giovanna Sicari 19 marzo 2026
  • “Passato! ” di Giovanni Verga 18 marzo 2026
  • Monica Messa, “Una pistola al Luna Park”, RPlibri, 2024. 16 marzo 2026
  • Poesia sabbatica: “15” 14 marzo 2026
  • Venerdì dispari 13 marzo 2026
  • “Nel domestico giardino” di Raffaella Bettiol, Arcipelago Itaca, 2025 12 marzo 2026
  • Loredana Semantica legge una sua poesia 11 marzo 2026
  • Quando lo stress diventa pericolo: la sindrome del bambino scosso 10 marzo 2026
  • Alessandra Raffin, “Introvert”, Eretica, 2024. 9 marzo 2026

LETTERATURA E POESIA

  • ARTI
    • Appunti d'arte
    • Fotografia
    • Il colore e le forme
    • Mostre e segnalazioni
    • Prisma lirico
    • Punti di vista
  • CULTURA E SOCIETA'
    • Cronache della vita
    • Essere donna
    • Grandi Donne
    • I meandri della psiche
    • IbridaMenti
    • La società
    • Mito
    • Pensiero
    • Uomini eccellenti
  • LETTERATURA
    • CRITICA LETTERARIA
      • Appunti letterari
      • Consigli e percorsi di lettura
      • Filologia
      • Forma alchemica
      • Incipit
      • NarЯrativa
      • Note critiche e note di lettura
      • Parole di donna
      • Racconti
      • Recensioni
    • INTERAZIONI
      • Comunicati stampa
      • Il tema del silenzio
      • Interviste
      • Ispirazioni e divagazioni
      • Novità editoriali
      • Segnalazioni ed eventi
      • Una vita in scrittura
      • Una vita nell'arte
    • POESIA
      • Canto presente
      • La poesia prende voce
      • Più voci per un poeta
      • Podcast
      • Poesia sabbatica
      • Poesie
      • Rose di poesia e prosa
      • uNa PoESia A cAsO
      • Venerdì dispari
      • Versi trasversali
      • ~A viva voce~
    • PROSA
      • #cronacheincoronate; #andràtuttobene
      • Cronache sospese
      • Epistole d'Autore
      • Fiabe
      • I nostri racconti
      • Novelle trasversali
    • Prosa poetica
    • TRADUZIONI
      • Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados
      • Idiomatiche
      • Monumento al mare
  • MISCELÁNEAS
  • MUSICA
    • Appunti musicali
    • Eventi e segnalazioni
    • Proposte musicali
    • RandoMusic
  • RICORRENZE
  • SINE LIMINE
  • SPETTACOLO
    • Cinema
    • Teatro
    • TV
    • Video

ARCHIVI

BLOGROLL

  • Antonella Pizzo
  • alefanti
  • Poegator
  • Deborah Mega
  • Di sussurri e ombre
  • Di poche foglie di Loredana Semantica
  • larosainpiu
  • perìgeion
  • Solchi di Maria Allo

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

INFORMATIVA SULLA PRIVACY

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella privacy policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la PRIVACY POLICY.

Statistiche del blog

  • 474.049 visite
Il blog LIMINA MUNDI è stato fondato da Loredana Semantica e Deborah Mega il 21 marzo 2016. Limina mundi svolge un’opera di promozione e diffusione culturale, letteraria e artistica con spirito di liberalità. Con spirito altrettanto liberale è possibile contribuire alle spese di gestione con donazioni:
Una tantum
Mensile
Annuale

Donazione una tantum

Donazione mensile

Donazione annuale

Scegli un importo

€2,00
€10,00
€20,00
€5,00
€15,00
€100,00
€5,00
€15,00
€100,00

O inserisci un importo personalizzato

€

Apprezziamo il tuo contributo.

Apprezziamo il tuo contributo.

Apprezziamo il tuo contributo.

Fai una donazioneDona mensilmenteDona annualmente

REDATTORI

  • Avatar di adrianagloriamarigo adrianagloriamarigo
  • Avatar di alefanti alefanti
  • Avatar di Deborah Mega Deborah Mega
  • Avatar di emiliocapaccio emiliocapaccio
  • Avatar di Francesco Palmieri Francesco Palmieri
  • Avatar di francescoseverini francescoseverini
  • Avatar di frantoli frantoli
  • Avatar di LiminaMundi LiminaMundi
  • Avatar di Loredana Semantica Loredana Semantica
  • Avatar di Maria Grazia Galatà Maria Grazia Galatà
  • Avatar di marian2643 marian2643
  • Avatar di maria allo maria allo
  • Avatar di Antonella Pizzo Antonella Pizzo
  • Avatar di raffaellaterribile raffaellaterribile

COMMUNITY

  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Marco Vasselli
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di saphilopes
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di cate b
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di •Pat
  • Avatar di Alice Tonini
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di robertofontana1991
  • Avatar di Runa

BLOGROLL

  • chiscrivechilegge di Antonella Pizzo
  • alefanti
  • Poegator
  • Deborah Mega
  • Disussurried'ombre
  • Di poche foglie di Loredana Semantica
  • larosainpiu
  • perìgeion
  • Solchi di Maria Allo

Blog su WordPress.com.

  • Abbonati Abbonato
    • LIMINA MUNDI
    • Unisciti ad altri 287 abbonati
    • Hai già un account WordPress.com? Accedi ora.
    • LIMINA MUNDI
    • Abbonati Abbonato
    • Registrati
    • Accedi
    • Segnala questo contenuto
    • Visualizza sito nel Reader
    • Gestisci gli abbonamenti
    • Riduci la barra
 

Caricamento commenti...
 

    Informativa.
    Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la
    COOKIE POLICY.
    %d