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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: INTERAZIONI

Intervista di Patrizia Destro a Silvio La Corte su “Antropocenere”, Mimesis edizioni, 2022

21 martedì Mag 2024

Posted by Loredana Semantica in INTERAZIONI, Interviste, LETTERATURA, PROSA

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Tag

Antopocenere, Mimesis edizioni, Patrizia Destro, Silvio La Corte

Le domande sono formulate da Patrizia Destro, in corsivo le risposte di Silvio La Corte

  • Parlaci della tua pubblicazione. Come hai avuto l’idea per un romanzo così particolare e impegnativo?

Io non ho mai avuto grossi problemi a scrivere. La politica è stata la mia seconda scuola. Scrivere volantini che potessero essere comprensibili per le persone meno istruite è stato per me un esercizio enorme, a cui ho sempre tenuto molto. Ma il romanzo è un’altra cosa. E i dialoghi non sapevo proprio come inventarmeli. Ancora una volta mi è venuta in aiuto la musica. Avevo letto tempo prima un romanzo vero, di Michele Mari, “Rosso Floyd” strutturato in un modo più o meno simile ad “Antropocenere”, con tutte le proporzioni del caso, ovviamente. Insomma ho copiato, sfacciatamente.

  • Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi in cui sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

Il libro, perlomeno questo, è uscito da dentro di me, cuore, cervello e pancia, poco alla volta. Mi ero ritrovato in mano “La bolla olimpica”, la mia prima opera, quasi senza saperlo. In quel libro facevo i conti con me stesso, con la mia passione, lo sport, che per lungo tempo è diventato anche il mio lavoro. Ho scritto per me. Anche questo l’ho scritto per me, ma facevo i conti con mio padre, lavoratore edile, o meglio, muratore, degli anni ’50 e ’60 qui, nella periferia di Milano. Quando ho iniziato a scrivere non avevo proprio idea di come sarebbe andato a finire. Ho scritto le prime pagine immedesimandomi per due o tre giorni nel protagonista. Andavo in giro pensando ad altro, talvolta insultandomi, umiliandomi, insorgendo, riflettendo, scherzando come fanno i miei personaggi, solo col pensiero, ovviamente. E ho scoperto che pensare al femminile non è impossibile. Mano a mano i personaggi facevano capolino nella mia testa. Onestamente ho cominciato anche a divertirmi, pur scrivendo di situazioni tragiche. E quando proprio ero in difficoltà, sniffavo la musica, mi facevo di musica, letteralmente. Brani che nulla avevano a che fare con quello che stavo scrivendo riuscivano spesso  a farmi superare la momentanea difficoltà. Non so perché, ma è così.

  • In che modo pensi che il tuo romanzo sia necessario o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Non sono affatto sicuro che questo libro sia necessario e utile. Ho soltanto voluto scrivere le cose come stanno, scrivere la verità, per come la conosco io, senza minimamente calcare la mano, non ce n’è bisogno, purtroppo. Se dire la verità è utile, allora sì, questo libro è utile.

  • Come lo hai scritto? Con sistematicità a orari prestabiliti oppure quando potevi, magari anche di notte, quando c’è più silenzio e tranquillità? Come ti sei organizzato per raccogliere i numerosi dati necessari alla stesura?

Come scrivevo  prima, scelto il personaggio che irrompeva nel dibattito, mi  immedesimavo in lui, o lei, e per due o tre giorni. Andavo avanti così. Poi il pezzo ti viene fuori, alcune volte letteralmente l’ho vomitato, è stato quasi un processo fisiologico. A volte mi pareva che la penna, rigorosamente a inchiostro liquido, scrivesse da sola. Mi piace così, cerco di scrivere anche benino da un punto di vista grafico. Quasi sempre scrivevo la sera, dopo le 23. Spesso la notte nel sonno mi arrivavano, non so come, dei suggerimenti che al mattino inserivo nel testo, e poi riportavo il tutto sul computer. Non avevo fretta, non volevo scrivere sciocchezze e quindi ho letto attentamente, quasi studiato in certi casi, una ventina di libri, che stupidamente non ho riportato in fondo al libro. Pazienza.

  • Nel tuo romanzo si avvicendano molti personaggi, sia realmente esistiti  che immaginari. Il romanzo stesso è disseminato di indizi dai quali si possono dedurre le identità di alcuni di loro,   come pure di citazioni   e  brani  di  testi  musicali.  Una  lettrice  ci  ha  riferito  che  queste   particolarità   alleggeriscono l’impegno emotivo richiesto dalla lettura. Sei d’accordo con questa opinione? Questi elementi  sono stati utili anche a te per alleggerire anche solo di un poco la trattazione di temi e fatti così drammatici?

Sì, mi sono divertito a far dialogare tra loro personaggi che nella vita reale probabilmente non lo hanno mai fatto, forse non si sono neanche conosciuti. Alcuni addirittura erano già morti quando altri non erano ancora nati! Ma il romanzo, non il mio, il romanzo in sé, è meraviglioso da questo punto di vista, bisogna solo stare attenti a non esagerare a meno che non si voglia consapevolmente scivolare nel “fantasy”, e io no, proprio non volevo. E giocare con i brani mi diverte ancora di più. Quanta fantasia e quanta realtà? Lo scopriremo solo vivendo!

  • La copertina e il titolo: come hanno avuto origine?

Ero in Sardegna, nell’estate del 2021, quando sulla costa occidentale si sviluppò uno degli incendi più impressionanti, per quanto sia abituato, frequentando quella regione da quasi cinquant’anni: la cenere, spinta dal maestrale che aveva soffiato sull’incendio, arrivò anche da noi. Scrissi un post che era solo una foto. Andai a letto e prima di addormentarmi il titolo del post  venne fuori. Poi lo trasferii al libro. La copertina, un campo di calcio  intriso di petrolio, è opera della casa editrice. Azzeccatissima.

  • Come hai trovato un editore?

La casa editrice, Mimesis, è la stessa che ha pubblicato “La bolla olimpica”. Mi ha rinnovato la fiducia. Spero di non essermela giocata tutta.

  • A quale pubblico pensi sia rivolta la tua pubblicazione?

Francamente non lo so. Una sola volta l’ho presentato in una libreria e ne ho vendute sei copie, solo a donne. Non credo dipenda dal mio fascino: il fatto è che entrarono solo donne! Onestamente pensavo che durante i mondiali sarei stato invitato qualche volta a presentarlo, ma non è andata così, o meglio, una sera, in Statale l’ho presentato. Solo quella volta.

  • In che modi stai promuovendo il tuo libro? Vuoi raccontarci qualcosa anche delle tue opere precedenti?

Io non promuovo i miei libri. Forse sono orgoglioso, forse non so come fare, forse mi viene il dubbio di farne un’opera commerciale e questo è proprio quello che non voglio. Io sono un autore, non uno scrittore, non vivo delle mie opere, per fortuna.

  • C’è   un   passo   del   tuo   romanzo   che   ritieni   più   riuscito   o   a   cui   sei   più   legato   e   perché?

A pagina 57, un personaggio, Perla, si lascia andare, tant’è che inizia a raccontare con  una frase che è tutto un programma: ”Che notte, ragazze!”. E poi va avanti per quattro pagine svelando di come abbia trascorso le ore notturne insieme a John Lennon. Lì mi sono davvero lasciato andare io, e di conseguenza lei, Perla. Mi sono  divertito un sacco, lo ammetto. Spesso vado a rileggerlo mentre ascolto in sottofondo il brano che lo intreccia.

  • Che aspettative hai in riferimento a  quest’opera?

Mi aspetto che non passi di moda, che qualcuno continui a farne riferimento, che qualcuno lo riscopra.

  • C’è una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Sì, certo, una domanda ce l’ho, ed è la seguente: ma tu, quando è scoppiato lo scandalo della corruzione al Parlamento europeo relativamente al paese ospitante i mondiali di calcio del 2022, già le sapevi quelle cose? Perché a leggere alcuni passaggi, sembra proprio così!

  • Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che si tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Ora devo fare i conti, mettermi in pace del tutto con mia madre, con la quale ho sempre avuto un rapporto amorevole e senza grandi contrasti. Sto scrivendo qualcosa, per me e per lei. Mia madre ha avuto la fortuna di vivere a lungo, ma aveva sempre a cuore tutti quelli che sono morti in giovane età, tra quelli che lei ed io conoscevamo. Ecco, questo è il centro del progetto, qualcosa ho già scritto,  vedremo….

Silvio La Corte, nato a Taranto nel 1954, si è trasferito nei sobborghi milanesi alla fine degli anni cinquanta. Ha conseguito il diploma universitario presso L’Istituto Superiore di Educazione Fisica (ISEF), e ha insegnato Educazione Fisica nelle scuole secondarie di primo grado. Ha collaborato per dieci anni con una cooperativa di recupero di persone con disagio. Politicamente attivo, ha curato e contribuito personalmente alla stesura del libro La bolla olimpica (2020)

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Rita Pacilio, “Come fosse luce”, Macabor, 2023

20 lunedì Mag 2024

Posted by Deborah Mega in POESIA, Segnalazioni ed eventi

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Tag

poesia contemporanea, Rita Pacilio

In copertina: Rita Pacilio, fotografia di Lucia Pinto

 

da Luna stelle… e altri pezzi di cielo, 2003

 

Si dice che solo il dolore

conosce ciò che non dura

eppure sull’orlo del pozzo

alita la memoria del viaggio

e lentamente mi sorprendi

tra i libri, là dentro mi annusi

da cacciatore insonne

per abitare tempo e anima.

Torniamo spesso nelle cose passate

come si fa con i sogni taciuti

un planare basso sulla terra

per amare le immagini rimaste.

 

Chi è stato innamorato

sigilla

grandi tempeste e silenzi sapienti

passa piegato, sopporta, si inginocchia.

Chi è stato innamorato dà un senso a ogni cosa

sa tornare, sa rimanere.

*

Vengono e vanno di bocca in bocca

i baci sulla lapide, colpi di unghie

risvegliano inquietudini lente

il sonno e la verità di chi non canta più.

Allora bisogna aprire le braccia

spiegarsi a vela sull’onda dopo la morte.

Un uccello in fuga, sì, una capriola nell’aria

essere testimone assoluto di oblio

e nuvole lattose. Conquistare il coraggio

la forza di vivere oltre l’epigrafe.

 

da Ciliegio forestiero, 2006

 

Vedessi come affonda il coltello feroce,

nella carne trasfigurata. Penetra

dietro la pupilla ferisce i desideri

in ombra.

Vedessi come taglia lentamente

la bocca che ribolle gocce sapide e sangue.

 

Cosa hai udito nella conchiglia,

l’onda che ritorna, il suo odore?

Forse la profonda voce del dio del vento

con la lancia in mano?

*

Non domandarti le foglie che ho riempito i rami

o il succo di ciliegia sulla bocca.

Non importa il tempo

delle radici in terra feconda

non sarà lì che torneremo amanti.

Ha avuto un senso il tronco

e l’intaglio delle parole.

 

Fino a terra

confessione segreta dell’ultimo atto

nell’incavo delle spalle si è posato

lo sfioramento d’ala

due anime le nostre tra succose ciliegie forestiere.

 

da Tra sbarre di tulipani, 2008

 

Lei sta morendo

nel verde del suo sguardo

quanto di pioggia in mare.

 

Pioggia di fine estate

fuori dal seno pieno.

Tremolante tra le begonie

sul balcone.

 

Lei sta morendo

nei fili d’erba

quanto dita e fiori di cespugli.

 

Di lei resteranno le cose cancellate.

 

da Gli imperfetti sono gente bizzarra, 2012

 

Sputa i suoi drammi

coi colpi di tosse

per gioco, per amore

scorie sottili nelle mani esibite

 

è latente lo scontento sulle spalle

 

gli imperfetti sono gente bizzarra

lasciati nell’arena, non so dire esattamente,

come un silenzio, un ghigno.

Ho pensato che Dio ama l’insicurezza

e le sfumature dei dirupi.

 

Io mi trovo qui dove non si torna indietro.

*

La prigione di mio fratello

ha le finestre sorde

esala l’anima ancora sbalordita

dalla paura del lampo

suoni di saluti nella campana

a morte

e sul collo il respiro che non vuole finire.

 

L’ecatombe ogni notte si maschera

impaziente il mormorio nei reparti

è illecito l’omaggio agli dei

si arriva sempre presto sottovento

menzogne e sacrilegi nascosti.

 

La prigione di mio fratello

è oracolo timido

probabile occhio spia

una pietra desolata

nella recinzione gli uccelli dormono

di là

nessuna barca esiste più.

 

da Quel grido raggrumato, 2014

 

Lei è la maschia forza che risorge

dalla morte, sotto il porticato c’è

la festa alle viscere rancide

e la consolazione dalla tenebra.

È faticoso buttare i languori

quel primo seme raggrumato

largo, tornito, ricolmo nella gonna

colpita.

Quella sera erano una folla profanata

un tetto che soccombe molle, senza luce

tumefatto di collera.

 

Quella che hai amato

io l’ho uccisa

l’ho scucita lungo la schiena

le ho tirato via la carne

succhiato il sangue

l’ho stesa sul lenzuolo:

è lei stessa quel Cristo feroce.

 

da L’amore casomai, 2018

 

E ti rispondo dal fulmine nelle nuvole

dalla misura della mano cento metri più su

spingendo il parapetto nelle fughe a tre voci

è qui che gli aquiloni si riavvolgono

di fronte alla lampada sconsolata.

Ricordo l’odore dell’anima emorragica

quando lei e le altre mutarono in frammenti

inghiottite nel bruno solitario.

Ti accoppiasti alla tazza mentre inciampavo

nel rombo verde dell’anello

questo potrebbe essere tutto, invece le forme

delle lodi ebbero colori pallidi e furono dolci

i brandelli del luneggiare.

Così ci addormentiamo nella direzione della terra

a orecchie fredde a scaldare le mani.

 

da La venatura della viola, 2019

 

Qualcosa di troppo accresce

l’orgoglio e la colpa di essere nati qui

in questo garbuglio di allarmi profondi

dove porti in rovina e chiusi come porte

rendono l’acqua inutile e il tramonto povero

se esistesse l’origine di una parola

dovremmo baciare la sabbia e le conchiglie

farlo in segreto, silenziosamente

tracciare una virgola dopo l’apparenza

allargarci sul gambo come fa la viola.

 

da Quasi madre, 2022

 

Lasciata nel riflesso come un filo

legato a una vertigine

sfrangiata da piccole pieghe

lei

si adorna di sogni avvampati.

Mia madre riflette cicli di giorni

e notti rimestando dialoghi

platonici, i silenzi del destino.

Se la verità non avesse segreti

avrebbe la tua limpida voce,

giardini fioriti, la porta aperta.

La senti? Ha detto qualcosa?

La divinazione è nel lampo,

nel morso di un ultimo bacio.

 

Potessi ricordare una carezza

quel poco amore che era tutto

per raggiungerti.

Potessi smettere di sentire l’odio

che agiti nella testa vecchia,

mi chiami tre volte, mai con il mio nome.

 

Testi tratti da Rita Pacilio, “Come fosse luce”, Macabor, 2023. Poesie e antologia critica con un saggio introduttivo di Mara Venuto.

 

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“Per lei” di Giorgio Caproni

12 domenica Mag 2024

Posted by Deborah Mega in ARTI, POESIA, Segnalazioni ed eventi

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Giorgio Caproni, Il seme del piangere

“Per lei”, disegno digitale di Loredana Semantica

Il poeta Giorgio Caproni vuole donare dei versi alla madre Anna Picchi, che siano chiari, spontanei, eleganti, anche se privi di ricercatezze, verdi, elementari e soprattutto destinati a durare nel tempo.

Per lei voglio rime chiare,
usuali: in -are.
Rime magari vietate,
ma aperte: ventilate.
Rime coi suoni fini
(di mare) dei suoi orecchini.
O che abbiano, coralline,
le tinte delle sue collanine.

Rime che a distanza
(Annina era così schietta)
conservino l’eleganza
povera, ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi, elementari.

Giorgio Caproni, “Il seme del piangere”, Garzanti, 1957.

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Bella Ciao

25 giovedì Apr 2024

Posted by Deborah Mega in Segnalazioni ed eventi

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Bella Ciao

 

«Una mattina mi son svegliato
o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao
una mattina mi son svegliato
e ho trovato l’invasor.

O partigiano, portami via
o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao
o partigiano portami via
che mi sento di morir.

E se io muoio da partigiano
o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao
e se io muoio da partigiano
tu mi devi seppellir.

E seppellire lassù in montagna
o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao
e seppellire lassù in montagna
sotto l’ombra di un bel fior.

E le genti che passeranno
o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao
e le genti che passeranno
mi diranno “Che bel fior!”

E questo è il fiore del partigiano
o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao
e questo è il fiore del partigiano
morto per la libertà.»

 

 

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Giulio Giadrossi, “Dati sensibili”, Terra d’ulivi Edizioni, 2024.

22 lunedì Apr 2024

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Dati sensibili, Giulio Giadrossi

 

*

Hanno già cantato tutto

i fiori non colti

i motel dai materassi pruriginosi

i capoversi sghembi

le rime slabbrate

i laghi negli occhi

i mari svuotati

le amarene sul gelato

ma noi rimaniamo ancorati

nei batuffoli ineffabili della parola

 

*

C’è un processo di indagine del reale

non indifferente

nei tuoi passi a tentoni

nel soffiare le bolle di sapone

nel separare la buccia dalla polpa

nella teoria dei tuoi respiri

in cui l’apnea e il rilascio

sono i capoversi

di un soppesare il mondo

ogni giorno

con rinnovata meraviglia

farsi misura di tutte le cose

anche quelle più misteriose

del fuorigioco non fischiato

dello spandimento sul soffitto

dell’equilibrio di un soffritto

della serie di Fibonacci

nei broccoli in frigo

 

*

Combattiamo guerre di posizione

su letti a una piazza

su piastrelle

scelte da madri

in case non nostre

su fazzoletti di cielo

che vediamo oltre il vetro

in tramonti albicocca

in base agli straordinari

 

*

Mia nonna è un soggetto rivoluzionario

le seppie al sugo

il rosso della casa

le lettere di protesta

all’amministratore condominiale

la marcia che non entra

le ferite di una guerra

combattuta nel silenzio

nel residuo di un tempo

che si affolla

sul ricamo

di giorni

che dell’eterno

hanno solo il peso

sollevato nei ritagli

di un pomeriggio

osservato

da un terrazzino

di begonie in fiore

 

*

Non sono troppo convinto

dei baci non dati

dei parcheggi in salita

delle diete a zona

dei paradisi fiscali

delle chiamate senza risposta

trovo un senso soltanto

nelle briciole di parole

nei bachi da seta

che intessono indefessi

trame di possibile

 

*

Ciò che mi manca

è una nuvola di ciambelle

un invito a cena

una scatola in cui dormire

una barba di zucchero filato

una sciarpa di glicini

un gatto che dispensa consigli

un leone che divora gli sbagli

 

*

La mia colf ha un viso costellato di rughe

una cartografia di pianti e notti insonni

per 8 euro all’ora senza contratto

sa stirare ed ascoltare

l’esile incanto di coincidenze aggiustate

come lavatrice che singhiozza il bucato

il più ostinato rimpianto è come lo sporco

si scioglie a fatica col tempo

 

Poesie tratte da: Giulio Giadrossi – Dati sensibili Terra d’ulivi editore, 2024

 

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Giulio Giadrossi (1988) ha pubblicato la silloge poetica Di stanza a Trieste (Ensemble editore, 2020). Alcuni suoi scritti sono apparsi su Charta Sporca, sul Multiperso di Carlo Sperduti e la rubrica Passaggi di Argo.

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Nunzio Di Sarno, “Ellenika”, Eretica Edizioni, 2023

08 lunedì Apr 2024

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Ellenika, Nunzio Di Sarno

LA NAVE

La nave
Il capodoglio d’acciaio
Dal grasso ventre
Mi culla e mi protegge
Nel suo utero
E mi riporta in mare
Sale di sangue e sudore
Un palmo dall’infinito
Un piede dall’abisso
Luci e ombre
Danzano nell’onda

MURO

Il torto subito
Non è che l’istantanea
Di ciò che c’è dietro

Dove il vento si cheta e
La spuma non può più
Nascondere il fondo

In connessione –
La compassione
È coscienza di sé

PAXOS

La grossa pancia nuda di Athanasios
Sovrasta la seta e il lino delle famiglie
Ingiacchettate che scendono dagli yacht
I cristi incastrati tra i peli le benedicono
Insieme al muso duro che al bisogno
Si piega o si dilata ma non per noi
Che dobbiamo chiedere tre volte
Stremati col buio alle spalle di nuovo
Lo imploriamo e il santo esaudisce
La preghiera pura del viandante

Così ci accucciamo in tenda senz’acqua
Né un cesso per la notte se non il mare
Nella lingua di terra tra merce e tavoli
Mentre su altri binari e tappe condivise
Eleonora s’inebria di simboli e parole
E dorme serena lontana dai vicoli
Tea in fuga perenne prepara la strada
Al cuoco afghano e alla nuova identità
E Gaia smussa le rigidità nelle giravolte
Tra nord e sud e concima con le lacrime

ATTESA

Forse il viaggio
È proprio questo –
Sentirsi perduti

Camminare senza meta
Nella canicola che pesa

Sudati senz’acqua solo
Pane e miele del mattino
Tre carote nello zaino

Chiedere nel dubbio
Pur sapendo che
Ogni informazione
Non porterà a niente

Lo scrigno si schiuderà
D’improvviso lì dove
Si rischia la morte
E si ritrova la vita

Accogliendo l’ombra
Che ridà forma
Ai pensieri

Da soli
Solo da soli
La disperazione
Diventa totale
E cede il posto
All’infinita gioia

Tutto da sé
Tutto per sé
Tutto per tutto

FILI

Il dubbio sul da farsi non regge
Quando il richiamo intona il canto
Che mi scrolla di dosso le proiezioni
Pure se il colon mi torce la gola

I passi non pensano più
Comanda il suono

Che guida sull’asfalto
Sulle rotaie e sulle onde
Apre all’ignoto sfilacciato
Che s’intesse dolcemente
Andando

E il viso dorato di Georgia
È l’epifania non cercata
Svelata in una risata
Che sposa tre lingue
E stabilizza potenziando
Le future trasmissioni

E quanto sepolto rimanga
Il bagliore dagli anni
Non so dire
Se nel ricordo
Ritorna uguale l’onda
E scorre dentro e fuori
A mostrarmi cos’è l’eterno

Testi tratti da “Ellenika” di Nunzio Di Sarno, Eretica Edizioni, 2023

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La scrittura che rivela – Dialogo con quarantatrè autori contemporanei

12 martedì Mar 2024

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

≈ 1 Commento

Tag

La scrittura che rivela, Loredana Semantica, Macabor, Maria Pina Ciancio

Il libro “La scrittura che rivela – Dialogo con quaratatrè autori contemporanei”, a cura di Maria Pina Ciancio, è stato pubblicato da Macabor nel 2023 nella collana “saggi e antologie”. La copertina è un’elaborazione grafica di Giorgio Ferrarini dell’opera Sanftmütiger Zyklop (Ciclope mite) Ferdinand Seiler, 2021.

La raccolta accoglie gli scritti di alcuni autori italiani contemporanei sul tema della scrittura come atto solitario, intimo e privato, sul senso che la parola scritta ha per ciascuno e sul rapporto della scrittura con l’altro e col mondo esterno. Gli altri autori presenti sono: Maria Allo, Lucianna Argentino, Francesco Arleo, Eleonora Bellini, Domenico Brancale, Michele Brancale, Luigi Cannillo, Roberto Ceccarini, Maria Benedetta Cerro, Maria Pina Ciancio, Domenico Cipriano, Lorenza Colicigno, Pino Corbo, Anna Maria Curci, Mariella De Santis, Francesco De Girolamo, Annamaria Ferramosca, Fernanda Ferraresso, Antonio Fiori, Mario Fresa, Gabriella Gianfelici, Marco Giovenale, Stefano Guglielmin, Gina Labriola, Maria Lenti, Paola Loreto, Anna Rita Merico, Marina Minet, Ivano Mugnaini, Giovanni Nuscis, Rita Pacilio, Antonella Pizzo, Grazia Procino, Maria Pia Quintavalla, Daniela Raimondi, Alessandro Ramberti, Margherita Rimi, Loredana Semantica, Antonio Spagnuolo, Rossella Tempesta, Silvano Trevisani, Giuseppe Vetromile, Bonifacio Vincenzi

Proponiamo di seguito due stralci tratti dal libro stesso. Precisamente la parte centrale della nota di chiusura di Maria Pina Ciancio, e, più sotto, in carattere corsivo, l’incipit dell’intervento di Loredana Semantica. Il testo integrale e gli altri interventi potrete leggerli integralmente acquistando il libro qui o sul sito della casa editrice o negli altri store specializzati on line.

“Rileggendo d’un fiato tutti gli interventi raccolti in questo saggio, ho avuto la sensazione di sentirmi frammento di qualcosa di più ampio. Ogni intervento coglie aspetti, sfumature e modulazioni dello scrivere che spesso non avrei saputo dire o raccontare. Ci sono esperienze che mi sono più vicine, altre che mi illuminano e chiariscono, mi lasciano in riflessione. Ciò che ne emerge è la sensazione che la scrittura assolva in qualche modo a un tentativo di ricerca interiore e di conoscenza che taluni sentono come strumento, altri come compagna di viaggio. Ricerca dell’essenziale, dunque, dell’innocenza perduta, rivelazione di un segreto, esercizio spirituale, e tanto altro ancora. La scrittura, come si può leggere in alcuni interventi, può acquisire, inoltre, significato di rifugio e di salvezza sia dal dolore intimo e privato, sia dai grandi dolori del mondo e dunque, come direbbe Bukowski, si fa salvifica e terapeutica, mondo ritrovato, terra nuova dove poter vivere: «Sento che la scrittura è sempre lì, sento le parole azzannare la carta, e ne ho bisogno come non mai. Lo scrivere mi ha salvato dal manicomio, dall’assassinio e dal suicidio. Ne ho bisogno ancora. Adesso. Domani. Fino all’ultimo respiro.» Che la cultura, i libri, la scrittura salvi oppure no, non ha importanza, ciò che importa è che è un prodotto dell’uomo in cui esso si proietta, sfida se stesso, si riconosce. Ci sono poeti che vivono l’esperienza della parola come libertà, come scatto di ribellione, come appagamento e gioia creativa, altri come dannazione o precarietà, sofferenza, fatica, sudore, o addirittura pudore, inadeguatezza (mi piace sottolineare la parola pudore che oggi abbiamo pressoché bandito dalla nostra vita pubblica e privata a discapito della sfrontatezza e della sfacciataggine).”

Maria Pina Ciancio

Nel fiore della mia gioventù non avrei creduto a chi mi avesse detto che un giorno avrei scritto poesia. Ancora adesso faccio fatica a dirmi poeta. La domanda a cui rispondere tuttavia riporta più propriamente al termine “scrittura” e non “poeta”, cioè al prodotto e non al soggetto producente, e alle relazioni. Ritorno al tema e dico che la mia professione mi ha dato occasione di confrontarmi con la scrittura, apprendendo on the job un certo modo di scrivere burocratico che inizia con “si riscontra” e passando per la S.V., approda a “pregasi accusare ricevuta”. Più di recente va detto la comunicazione dell’Amministrazione pubblica ha teso alla semplificazione del linguaggio, sfrondandolo dalle tare del burocratese: forme passive, impersonali, oscurità di linguaggio, circonlocuzioni e altro. Ho gestito questo transito avvenuto nell’ultimo decennio, conoscendo però le impostazioni del passato. Già in precedenza gli studi di diritto mi avevano formato ad una scrupolosa attenzione per la terminologia, perché sull’uso improprio di un termine si può giocare l’intero concetto, l’intero esame, l’intera causa legale, un intero rapporto con l’altro, amico, estraneo che sia. Direi che preminentemente è lo studio ad avermi resa cauta nell’uso dei termini, a vigilare costantemente sulla parola usata, la singola parola e il loro insieme nella connessione logica dei termini. Ciò vale tanto nella parola detta che scritta, ma nella consapevolezza che l’espressione verbale è più imprecisa e volatile, mentre quella scritta è più studiata, ancorata a un supporto digitale o analogico, quindi più duratura e trasferibile nei luoghi e nel tempo, può produrre effetti lunghi e imprevisti anche nel rapporto con l’altro, secondo i tempi e la volontà di reazione, in relazione alla capacità di comprensione di quest’ultimo. Per questa ragione anche la chiarezza e la sinteticità erano altri “spiriti guida” della personale scrittura.

La scrittura è stata poi una sorta di salvacondotto nelle relazioni. Nel rapporto con l’altro ha sempre pesato la mia natura riservata, non desiderosa di apparire, accompagnata dalla percezione dei limiti di ogni mostrarsi/relazionarsi a causa della falsità e dell’inganno reciproco che esso concretizza. Per spiegarlo con maggiore semplicità, quanti falsi sorrisi spendiamo? Ciò ha reso la scrittura un mezzo per comunicare, interponendo il medium dei segni grafici e del loro assemblarsi che assume senso per convenzione oggettiva, maturata nel tempo tra gli uomini in significante e significato. Scrivere per me è stato da sempre perciò un modo per lavorare il più possibile asettico, comunicare, relazionarmi, potendo nello scrivere soppesare maggiormente il testo, evitare il contatto visivo e verbale perché questi ultimi, unitamente ai contenuti della conversazione privata, sono modalità con le quali le persone si formano la propria impressione sull’altro, formulano giudizi, apprendono informazioni private che poi trasferiscono o peggio ancora diffondono più o meno consapevolmente, inserendo e concorrendo a inserire ogni persona in schemi mentali-critici di valutazione e giudizio per servirsene a proprio vantaggio.

Loredana Semantica

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“Caro Leo”, per Leopoldo Attolico

13 martedì Feb 2024

Posted by Loredana Semantica in INTERAZIONI, Poesie

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ph. Loredana Semantica

Essere poeta è un modo di percepire e reagire alle cose del mondo, diventa postura intellettuale che si manifesta nella scrittura, quando essa ti chiama in una sorta di vocazione. Allora poesia diventa quella che convenzionalmente ri-conosciamo: uno scrivere in versi, un contenente e un contenuto, segno e significato. Un poeta riconosce un poeta. Comprende che il suo scrivere ha sostanza e forma in un equilibrio che incanta. Leo era un poeta. A molti era evidente.

Leo è Leopoldo Attolico. Abbiamo appreso la triste notizia della sua scomparsa alla fine della scorsa settimana da un messaggio facebook del figlio e per giorni la bacheca del social è stata tutto un moltiplicarsi di manifestazioni di cordoglio.

Leopoldo Attolico era spesso affettuosamente appellato con l’abbreviativo “Leo” negli scambi dei commenti virtuali da amici e ammiratori, il termine rimanda al latino leo che significa leone. Credo che un poeta sia sempre un leone, perché come tale lotta, lo fa con i versi che vorrebbero ribaltare il mondo, costruirne uno nuovo promanante dal canto, dai suoi desideri e visioni. Versi che criticano, che ricordano, che desiderano. Un poeta è sempre un leone perché la poesia è sempre una forma di resistenza. Egli si fa vedetta, sentinella, sensitivo, guru, veggente e uomo.

Soprattutto un uomo. Leo lo era. Gentile, ironico, garbato, intelligente. Affabile, disponibile e generoso con la sua arte poetica. Questo l’uomo per come appariva nel virtuale e non c’è molta distanza – credo – tra ciò che filtra in rete e il reale. Apprezzati e originali i suoi fulminanti commenti alle poesie condivise sul social da altri scrittori, come “sottoscrivo subito” oppure “obliterata” “imprimatur immediato!”. Ci mancheranno di sicuro. Mi mancheranno di sicuro, ché ne sono stata spesso destinataria. Mancherà ancora di più proprio lui, in tutta la sua essenza poetica.

Qui su Limina mundi, Leopoldo Attolico è stato più volte presente, con l’intervista Sette domande sulla poesia, nel Canto presente e da ultimo con un bellissimo “Una vita in scrittura”. La sua scrittura emerge compiuta, equilibrata, consapevole rivestita dalla scorza di leggerezza e ironia, in sè perfetta.

Per saperne di più potete visitare il suo sito http://www.attolico.it/. Non mi pare sia su wikipedia, mi auguro che qualcuno possa rimediare a questa mancanza.

Di seguito tre sue poesie.

Se fate mente locale
converrete che legato a doppio filo
con la fisiologia lunatica dei versi
c’è sempre lo stupore analfabeta degli invano.

È lì; e noi ce lo guardiamo
implosi e circospetti, come un reperto lavico
fiottato dal cervello, sfrontato sortilegio
confitto in un riverbero d’assenzio
cui piace sempre di esser corteggiato…

*

A dire il vero mia madre
mi ha fatto un po’ maldestramente
asimmetrico
tutto spigoli e crudezze
adunco
tagliente in ogni dove
ma, in compenso
perfettamente godibile
a levante mezzogiorno ponente

Quando tramonta il giorno
sulle vestigia domestiche
il mio profilo indicibile
è un prestigioso attico
assurto a superattico
ubriaco di luce

*

Il silenzio si congeda, è l’alba.
Calda di nido la mia notte è finita;
una poesia fra le mani.

Vengo a guardarti dormire
come fa la vita quando raggiunge una porta socchiusa
e ne allontana innocente il mistero
per lasciarvi un sogno

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Federico Preziosi, “Messa a dimora”, Controluna-Lepisma floema, 2023.

29 lunedì Gen 2024

Posted by Deborah Mega in POESIA, Segnalazioni ed eventi

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Federico Preziosi, Messa a dimora

 

Promemoria

Prima che il letto, prima che la lama
prima che il taglio, che l’inciso del periodo,
prima che l’anfratto della carne e le parole,
prima che l’accapo sul primo rigo, prima
di trafugare le rovine e il verso spezzi,
cada prima, molto prima.

 

Incudine e martello

Nessuno ti dirà dell’intenzione
del vincolo assetato ormai reciso,
delle muffe su muffe soggiacendo
al sopire incantato il desiderio.
Nessuno parlerà di alcuna stretta
nelle alcove accorate al sentimento
che dal cappio all’esempio buono taccia
la propria malagrazia estrema e vera.
Incudine e martello non si parlano,
si scontrano soltanto per il ferro
fintanto incandescenza muore quando
il duttile metallo fuma l’acqua.
E tu sai che sei come quell’istante
irrimediabilmente ormai piegato.

 

Carne abrasa

La carne abrasa
ai labbri detterebbe cose assurde.

Non si ravvede scambio,
la poetica degli ormoni
sgocciola su tela e trama all’istante.

Non c’è altro al divenire, niente forma.
Là fuori solo dentro
le cose sono come sono.

 

Elusioni di una madre

Volermi nel fondo del ventre
da dire
non sei che una madre nel mentre
che pendono labbra al fiorire
di rose incarnite.

Non dire per ovvie ragioni
del fatto
che tarla la mente in stagioni
e l’apice è un urlo disfatto
di bocche ammansite.

Sei oppio e movenze raccolte
dall’etimo dove rivolgi
al sangue le vene disciolte
in solchi e parole mi avvolgi
per dire del tempo rubato,
rivivere l’attimo adunco
per ledere il senso spietato
del giunco.

 

Dove abiti

Abiti nell’assenza mal riposta
tra le ombre che leggere
si allungano al fasciame luminoso.
L’altezza solo un punto
una distanza
sulle viscere mute
che affidano al pensiero
un ritorno al calore dell’inverno.
Tu non dimenticare
non ho dimenticato mai un secondo
del nostro margine
che stringevamo in bocca.

 

Dipartita

Sei un tutt’uno con la carne
intonaco di sangue e affresco d’anima,
un sussurro intimo che danza
anestetizzando il tronco. Un bisturi
separa linfa e corpo in questo lascito
dello spirito che è un non sentire,
una lobotomia d’amore sulla dipartita.

 

Messa a dimora

Infine si asciuga la terra.
Seccato il nuovo solco dormiranno
nella messa a dimora le radici.
Fittoni o fascicoli, non importa:
altri mali si ricordano
in un lessico da cui liberarsi,
lo stretto necessario da un meno che parla.

 

Testi tratti da Federico Preziosi, Messa a dimora, Controluna-Lepisma floema, 2023.

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Rupi Kaur, “Home body. Il mio corpo è la mia casa”, tre60, 2022.

15 lunedì Gen 2024

Posted by Deborah Mega in Poesie, Segnalazioni ed eventi

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Home body Il mio corpo è la mia casa, Rupi Kaur

 

RUPI KAUR: Home body. Il mio corpo è la mia casa

tre60, 2022

trad. di Alessandro Storti

 

Rupi Kaur è poetessa, artista e performer. A ventun anni, mentre frequenta l’università di Waterloo, in Canada, scrive, illustra e autopubblica la sua prima raccolta di poesie, milk and honey, che ben presto diventa un fenomeno internazionale. Viene tradotta in 42 Paesi e arriva al numero uno della classifica del New York Times, rimanendovi per cento settimane consecutive. Nel 2017 pubblica la sua seconda raccolta, the sun and her flowers, che riscuote nuovamente un clamoroso successo mondiale. I due libri hanno venduto complessivamente 8 milioni di copie.

*

il sesso è un modo per

trascendersi nell’altro

e separarsi

bellissima espressione terrena

ma per me

il sesso è stato fanciullezza

trascinata a morte

lui diceva

che avremmo giocato

poi chiudeva sempre la porta a chiave

il gioco lo sceglieva sempre lui

quando gli dicevo di smettere

diceva che me l’ero cercata

ma cosa ne sapevo io

degli orgasmi involontari

del consenso

e della scelta

a sette, otto, nove, dieci anni

 

 

la depressione è silenziosa

non la si sente mai arrivare

e tutt’a un tratto è

la voce più alta che si ha in testa

 

 

voglio vivere

è solo che ho paura

di non essere all’altezza

dell’idea che la gente ha di me

ho paura d’invecchiare

terrore di non scrivere mai più niente

degno di essere letto

di deludere quelli

che contano su di me

di non imparare mai a essere felice

di essere di nuovo al verde

e dopo la morte dei miei genitori

ritrovarmi alla fine da sola

 

 

voglio un corteo
voglio musica
voglio coriandoli
voglio la banda che suona
per quelli che sopravvivono in silenzio
voglio una standing ovation
per ogni persona che
si sveglia e va verso il sole
pur avendo in sé un’ombra
che la trascina indietro

 

 

ho un rapporto molto complesso

con il paese in cui sono nata

i nostri uomini sono stati

massacrati in quelle strade

le nostre donne sono state stuprate

mentre migliaia venivano torturati

e fatti sparire dalla polizia

lo stato indiano nega ciò che ha fatto

ma nessuna profusione di yoga e bollywood

può farci dimenticare il

genocidio sikh che ha orchestrato

 

-mai dimenticare il 1984

*

nei giorni dell’immobilità

sono state le donne

a venire a innaffiarmi i piedi

finché non ho avuto la forza

di reggermi

sono state le donne

nutrendomi

a resuscitarmi

 

-sorelle

 

 

Testi tratti da Rupi Kaur, Home body. Il mio corpo è la mia casa, tre60, 2022.

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Vote tree

25 lunedì Dic 2023

Posted by Loredana Semantica in Il colore e le forme, Ispirazioni e divagazioni, SINE LIMINE

≈ 1 Commento

Nel giorno di Natale 2023 pubblichiamo una galleria di immagini di alberi di Natale elaborate con Bing creator e IA, le cui potenzialità creative sono davvero impressionanti. Ci sembra di realizzare così una sorta di proiezione verso il futuro e l’immaginazione, attraverso cioè la sperimentazione del misterioso e del nuovo che si spera intensamente sia sempre migliore di ciò che lasciamo alle spalle.

Da un lato celebriamo le festività in modo visionario, dall’altro porgiamo un piccolo dono, oggi ch’è il giorno nel quale tradizionalmente si scambiano regali. Si tratta di dodici alberi di Natale tra i quali, scorrendo la galleria, potete scegliere il vostro preferito. E’ certo che nessun albero è stato spiantato o abbattuto per realizzare questa “fantasia” 🙂

Con questo post la redazione di Limina mundi Vi Augura di cuore Buone Feste.

Le attività di pubblicazione del sito sono sospese fino al 7 gennaio 2024 compreso.

Arrivederci al prossimo anno 😉

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Teodora Mastrototaro, “Zoologia abitativa”, Arcipelago Itaca, 2023.

27 lunedì Nov 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Segnalazioni ed eventi

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Teodora Mastrototaro, Zoologia abitativa

 

Vendesi ampio appartamento ristrutturato.

Porta blindata, allarme, parquet, soffitti in legno,

riscaldamento autonomo, aria condizionata.

Animali nel prezzo.

Le spese del loro mantenimento sono incluse

nelle spese condominiali.

*

Continua a leggere →

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Maria Benedetta Cerro, “Prove per atto unico”, Macabor, 2023.

13 lunedì Nov 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Segnalazioni ed eventi

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Maria Benedetta Cerro, Prove per atto unico

 

Il nero totale è nel fissare

una luce alla sorgente.

Poiché ti amo vita / più dei miei occhi

ora sono cieca / e null’altro vedo

che il retro delle cose.

Un vetro accecato dalla brina la guida allo sbando

i cari vivi e i cari morti che si affidano a me

figlia di tutte le tempeste.

 

*

Continua a leggere →

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Gino Scartaghiande, “Sonetti d’amore per King-Kong”, Graphe.it Edizioni, 2023.

06 lunedì Nov 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Sonetti d'amore per King-Kong

 

È immobile

 

La polvere si è accumulata.

Una mano sottomessa all’osso

e alle intemperie. Non farmi

male se vieni ad amarmi

stanotte.

Quello sfumare di colori

nel rettangolo di cielo

alla finestra. Il rosso

vicino quanto la stella.

Ma se davvero, come dici,

il pesco fiorisce nei

tuoi inverni, allora

penetrami più forte che puoi.

La notte d’antenne.

*

Continua a leggere →

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“A un ricordo da te” di Selene Pascasi, Scrivere Poesia Edizioni

18 mercoledì Ott 2023

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, POESIA, Vetrina

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A un ricordo da te, poesia contemporanea, Scrivere Poesia edizioni, Selene Pascasi

Segnaliamo tra le opere in libreria la silloge poetica di Selene Pascasi “A un ricordo da te”, edita dalla casa editrice Scrivere Poesia Edizioni. La Casa editrice si caratterizza per l’intento solidale che concretizza con la donazione di 1/3 dei suoi ricavi alle ONLUS di riferimento italiane. In particolare il ricavato di “A un ricordo da te” è destinato per un terzo alla straordinaria Associazione Airalzh (https://www.airalzh.it/) che ogni giorno promuove su scala nazionale la ricerca medico-scientifica sull’Alzheimer. Dalle parole di presentazione dello stesso editore:

Un piccolo capolavoro (come convintamente afferma Flavio Pagano nell’introduzione); una poesia di disarmante sincerità e onestà.
In questa silloge vive la poesia di un amore che si sacrifica pur scorgendo, nel suo futuro, l’inevitabilità amara dell’addio.
Oggi parola è satura di mille sfaccettature, fra paura e tenerezza. Il discorso poetico di ogni pagina è implacabile e scorre su uno dei temi più affascinanti e profondi del nostro sapere: il concetto di memoria. Che di solito ricongiunge al passato, ma in questo caso tradisce, allontana il legame affettivo che pur tuttavia, tenace e fedele, nella sua resistenza conferma l’amore stesso che vibra su ogni percezione e respiro. Un amore che rimane sempre, anche quando, per imprevisti impietosi della vita e difficili da accettare, non pare più ricambiato.

Selene Pascasi

BIOGRAFIA

Selene Pascasi è avvocato, giornalista per Il Sole 24 Ore, critico musicale. È autrice di La persona oggetto di reato (Giappichelli 2011), Sanity and Insanity in a Criminal Trial (Atlanta 2012), e delle sillogi Con tre quarti di cuore (Galassia Arte 2013), Come piuma sulla neve (Ursini 2018), l’aforismario In attesa di me (Rapsodia 2015), i romanzi Dimmi che esisto (La Gru 2018) da cui è tratto il docufilm “Musicanti e Attese verticali” (Libero Marzetto 2021). Vince il Luca Romano, il Per troppa vita che ho nel sangue, il Merini, lo Zirè d’oro, il Ciò che Caino non sa, la Targa Perillo, il Kalos e il Premio della Critica Overdose di cultura. La sua ultima silloge è Senza me (Eretica 2021) e ha partecipato all’antologia poetica Cuori a Kabul (Graphe.it, 2021). Con “A un ricordo da te” esordisce con i tipi di Scrivere Poesia e dedica la silloge ad Airalzh per la ricerca scientifica contro l’Alzheimer.

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“Magneti” di Loredana Semantica. Scambio epistolare tra Patrizia Destro e l’autrice

14 giovedì Set 2023

Posted by Loredana Semantica in INTERAZIONI, LETTERATURA, Poesie

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Tag

Loredana Semantica, Magneti, Patrizia Destro, Porto Seguro editore

Nello scorso mese di luglio è stato pubblicato da Porto Seguro editore il libro di poesie “Magneti” di Loredana Semantica. La lettura della silloge da parte di Patrizia Destro è stata occasione del seguente scambio epistolare tra la stessa Patrizia Destro e l’autrice.

Cara Loredana,
ho letto volentieri la tua raccolta. La prima cosa che mi preme dirti è che le tue poesie mi hanno aiutata a capire quello che, con altri autori e autrici, avevo solo intuìto e raramente messo in atto. Ogni poesia va letta più volte, tante quante sono necessarie a comprendere o percepire sempre di più, se possibile. Ché comprendere un altro essere umano, anche solo in qualcosa, mi pare spesso utopia, soprattutto da quando sono nell’età matura.
La poesia non si legge come un racconto o un romanzo, è qualcosa a parte, che va fatto decantare dentro di sé. Bisogna fermarsi tutto il tempo che occorre; la fretta, la poca attenzione è nemica di ogni attività importante e in special modo della poesia.
Anni fa ho scoperto che se un brano o dei versi letti ad alta voce sembrano anche migliori di quando li leggiamo in silenzio vuol dire che sono proprio belli. Con molti tuoi componimenti ho fatto così, li ho letti ad alta voce per me stessa e mi sono sembrati proprio belli e significativi.
La seconda cosa è che la tua raffinatezza di espressione non è fine a se stessa ma è un tutt’uno coi contenuti. Ho come l’idea che tu abbia selezionato molto le cento poesie che hai messo nella raccolta. Che esse provengano da una mole molto grande di lavori, e che tu abbia dovuto scegliere, per forza di cose.
Ho cercato, senza riuscirci, di darmi tempi lunghi di lettura, ché leggere in dieci giorni ciò che una persona ha scritto in dieci anni mi sembrava un’attività approssimativa e poco rispettosa. Ma d’altronde è sempre così: tre ore per cucinare e poi in pochi minuti la tavola è vuota. Ma la fortuna degli scritti è che possono sempre essere riletti e vi si può sempre trovare nuove visioni e suggestioni (o suggerimenti).

Alla fine della lettura ho cercato la definizione del termine Magneti. Certo, so più o meno cos’è un magnete, ma leggere le definizioni spesso mi aiuta. Un magnete è una calamita, un corpo che genera un campo magnetico, il quale è invisibile all’occhio umano ma è in grado di generare effetti grandiosi o minimi a seconda della grandezza dei corpi coinvolti. Un campo magnetico può anche spostare materiali e, oltre ad attrarre, può anche respingere. Pure noi esseri umani siamo dotati di un flusso magnetico che scorre dalla cima della testa alla punta dei piedi. E anche noi siamo in grado di attrarre o respingere. E, a nostra volta, proviamo attrazioni e repulsioni.
Forse ho intravisto il motivo per cui hai scelto questo titolo. Tu sei molto consapevole di questa attrazione-avversione. Percepisci, resti in ascolto, magari anche involontariamente come accade il più delle volte. Non possiamo fare a meno di essere attratti e percepire. E poi scegliamo di esprimere quello che abbiamo percepito. Tu hai scelto di mettere questo concetto già nel titolo.
Le tue sono quelle che io chiamo poesie-gioiello, oreficeria immateriale in cui si sente forte la lavorazione precisa e prolungata nel tempo, la stondatura o, al contrario, il preservare gli angoli. La lucidatura o l’opacità. I colori e i bianchi e neri. I grigi.
Sono poesie appassionate. Non ne sei al di fuori, come qualcuno che metta per iscritto sentimenti ed emozioni per evitare di provarle per davvero (ce ne sono tanti, alcuni “scrivono come lavano i piatti senza troppa voglia”, solo per pubblicare). Tu ci sei dentro fino al midollo. Ed è così che deve essere. L’arte, per essere vera, bisogna sentirla, anche a costo di soffrirne, purtroppo.
Nei tuoi lavori mi sembra presente una continua ricerca di forma e di senso, che prosegue ben oltre la stesura dei versi. Prosegue nell’esistenza tutta.
Come ti dicevo qualche giorno fa, dopo la lettura delle prime tre poesie mi sono commossa. Mi ha fatto molta tenerezza ed empatia il titolo, Cari tutti. E la Preghiera per gli amici e gli Auguri.

Le tue poesie mi arrivano a volte come altrettanti enigmi che poni a te stessa sotto forma di risposte o consapevolezze. L’imperio del consenso sociale, l’impossibilità di condividere qualcosa per davvero, se rendere noti i nostri desideri (soprattutto a noi stesse/i, immagino) possa far sì che si avverino, l’esistenza di persone che potevano esserci care ma che forse non sono riuscite ad esserlo. In un mondo in cui è meglio star lontani dal potere per non lasciarsi bere l’anima, e dove ci sono persone che sembrano più vere da lontano e in cui c’è il rischio di essere scherniti se ci si mostra dolci e sensibili, per fortuna compare qualcuno che è “nel cuore del cielo / fresco come l’azzurro abbagliante / che fa il sole d’estate”, qualcuno a cui si possa dire “siediti aspetta con me / l’alba di un nuovo giorno / altrettanto insonne / anzi plasmalo con le mani / accrescilo soffialo verso il sole”.

Da alcuni anni sto cercando di venire a patti con il “non capito” o con la sensazione di non aver capito. E devo fare i conti con “i miei pochi mezzi di scrittrice”, come disse di sé, mi pare, Elsa Morante. E se aveva pochi mezzi lei, figuriamoci quanti ne possa avere io!
Mi sento come il ragnetto che abita sul mio balcone, in un armadio; le sue competenze le utilizza al meglio quando tesse bozzoli di seta e poco altro. Per il resto è impreciso, le sue tele sono sbilenche, sdrucite. Cadono a pezzi ma penso le usi lo stesso. Anche io sono così. Spesso uso oggetti logori, e parole desuete. Ma ci sono tre o quattro cose in cui metto tutta la perizia di cui sono capace e mi ci tengo in esercizio e, per quel che posso, aggiornata. Una di queste è la lettura-scrittura. Mi fa molto piacere quando amici o conoscenti chiedono la mia opinione sui loro scritti. Mi provoca un poco di ansia ma contemporaneamente mi fa sentire importante.

Per i miei canoni sono stata troppo verbosa 🙂 Mi fermo qui. E ti ringrazio per l’attenzione e per aver chiesto il mio parere.

Patrizia

Cara Patrizia,

ho letto con avidità il tuo commento a Magneti. Bella la cura che metti nella lettura e nell’osservare quello che la scrittura ti trasmette e nel riferirlo. È davvero un peccato lasciarlo nel privato. Vorrei poterlo condividere pubblicamente, vedremo come poterlo fare e dove. Mi piace nel tuo discorso che rimarchi i passaggi dove mi rivolgo agli amici, cioè a coloro che ho sentito dalla mia parte nella vita e l’hanno resa più lieve.
Il titolo della raccolta fa riferimento alla relazione, al rapporto con gli altri, all’osservazione degli altri, “l’altro” è il tema di tutta la silloge che attrae inevitabilmente perché la socialità è connaturata al nostro essere. “Magneti” si contrappone alla “centralità autoriale” che caratterizza “Titanio”, la mia raccolta precedente, qui l’io resta sullo sfondo proteso a cercare e a raccontare l’altro simile e diverso, giungendo con vari percorsi, inciampi e impatti ad una migliore conoscenza di sé e insieme del genere umano. Io penso che con gli altri, unendoci, dovremmo essere più forti e felici, ma ciò non sempre avviene. Si innescano nelle relazioni le dinamiche connesse alla socialità che sono molto varie e complesse, talora positive, altre volte, dense di negatività, generano attriti che deprimono ogni volontà socializzante. Spesso tante energie si disperdono a cercare sintonie e quanto più sono alte le aspettative tanto più è difficile trovare coordinate di dialogo o aggregative. L’eremo allora acquista un’attrativa speciale 🙂 Interessante al riguardo quanto dice Shopenhauer sulla solitudine come sentimento aristocratico di tendenza alla separazione dagli altri e della miserevolezza di una socievolezza – aggiungo io – esasperata.
Riguardo alla raffinatezza dei testi e alla laboriosità nel produrli, in verità nella loro primigenia struttura essi si formano alquanto repentinamente. L’incipit di solito è improvviso e il resto segue battendo sul selciato come una pioggia che piove sul bagnato. Se qualcuno o qualcosa mi distrae in quel processo enucleativo perdo quel testo e non lo recupero più. Questo è un bel vantaggio, posso sempre illudermi che le più belle poesie siano proprio quelle perdute 🙂
Voglio dire cioè dell’atto di composizione poetica che per quanto mi riguarda è un po’ diverso da come s’immagina avvenga per i poeti in una visione oleografica: assorti per ore davanti al foglio con la penna in mano a cercare il termine giusto o l’ispirazione. La mia ispirazione latita quando sono moralmente prostrata al punto che trovo inutile esprimermi, generalmente staziono in uno stato di pensosità svagata nella quale l’espressione poetica mi raggiunge nelle situazioni più impensate: mentre guido ad esempio, oppure sono al lavoro, mentre cucino o sfaccendo per casa. Capita pure quando leggo lo scritto di uno scrittore o poeta che innesca un processo di pensiero e mi stimola ad esprimermi a mia volta con la scrittura.
L’opera di cesello vero e proprio, cioè la ricerca per tentativi ed errori del preciso termine, suono, periodo, verso invece avviene in certi snodi del testo nei quali la composizione non “suona”, poi col tempo leggendo e rileggendo sovviene la precisa parola, la sequenza esatta e la poesia si completa il più delle volte entro pochi giorni. In altri casi il completamento avviene dopo molto tempo perché il testo imperfetto è accantonato, soppiantato da altra più urgente scrittura. L’opera di perfezionamento avverrà allora dopo mesi o anche anni, cioè quando una successiva rilettura ripercorre la sequenza del ragionamento e mi riporta a ciò che intendevo dire e conseguentemente a dirlo meglio, più precisamente e armonicamente. Ricordo che un lavoro di ricerca del termine appropriato anche dopo tempo l’hai esperita tu stessa in alcuni casi di tue poesie e di una in particolare sulla quale ci siamo confrontate, per il preciso nome di una pianta.
In definitiva le poesie sono un parto del pensare, osservare e riflettere, climax di tutto un lavorio mentale propedeutico che intercetta ciò ho letto o appreso, ciò che è accaduto o accade e che si fa bagaglio esperenziale, culturale, sensoriale riversato nel dire poetico.
Laborioso nel senso più comune del termine, cioè meno sorgivo ma più di applicazione al tavolo da lavoro con dispositivi e programmi di scrittura, è stato aggregare con una ratio i miei tanti scritti nel tempo in un modo che avessero una struttura sensata. Ho impiegato oltre un anno. La chiave per organizzare le poesie è stata sostanzialmente per argomento. Magneti è dedicata all’altro. Titanio all’io poetico e vitale. Altre cinque o sei raccolte sono inedite in attesa di un destino. Trattano i fondamentali poetici come l’amore, la morte, la bellezza.
Cara Patrizia, mi ha reso felice questo bel confronto e ti ringrazio ancora della cura e attenzione con le quali hai letto il mio “Magneti”.


Loredana

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“Eliodoro”, i “Quadri di un’esposizione” di Mario Fresa

26 lunedì Giu 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Deborah Mega, Eliodoro, Mario Fresa

 

Sconvolge, spiazza, incuriosisce, diverte, questo Eliodoro, originalissimo romanzo di Mario Fresa, appena pubblicato negli Specchi Mercuriali di Fallone Editore. Fin dalla prima lettura, con il suo susseguirsi di immagini sempre diverse e variegate, con il fantasmagorico avvicendarsi di figure, colori, suoni, ricorda la celebre suite di Musorgskij, in cui i brani sono ispirati a quadri e al movimento dell’osservatore che si sposta da una tela all’altra. È un libro caleidoscopico, da leggere con distacco e meraviglia in cui la complessità del reale è trattata attraverso una fitta serie di libere associazioni. Non si è ancora conclusa una rappresentazione, un percorso, la caratterizzazione di un personaggio, che già si introduce un’altra suggestione iconografica che soddisfa archetipi come il mondo dell’infanzia, della fiaba, il grottesco e il macabro. Come nei Quadri, il tema dominante è ricco di variazioni ed elaborazioni continue e funge da elemento di coesione in una rappresentazione basata sul contrasto di personaggi e azioni eppure tutt’altro che episodica. Ma procediamo con ordine. Partiamo dal dire ciò che Eliodoro non è. Non è un romanzo consueto o prevedibile, una delle innumerevoli narrazioni che costellano il panorama editoriale degli ultimi anni. Devo ammettere che conoscendo la scrittura e la cifra stilistica di Fresa in poesia, un po’ me l’aspettavo. Sapevo che il suo Eliodoro non sarebbe stato un romanzo prevedibile. Eliodoro è “un romanzo-gioco” di pannelli e di schegge movibili che possono essere letti in successione o in modo più rapsodico […]”. L’autore fornisce perfino note e indicazioni utili per la lettura, una sorta di bugiardino per il paziente-lettore, affinché ne “assuma” la lettura rispettando la corretta posologia o anche la tolleri “pazientemente”. Si tratta di una composizione stravagante in cui è evidente l’eterogeneità della narrazione ma in cui è comunque ravvisabile la dipendenza dai canoni tradizionali come emerge dalla citazione conclusiva, tratta dal congedo della canzone 146 del Rerum vulgarium fragmenta di Petrarca, una delle liriche più note della poesia italiana delle origini ma anche da citazioni riconoscibilissime come le dannunziane coccole aulenti e tante altre a cui il lettore si aggrappa alla ricerca disperata di una trama a cui appigliarsi ma che non esiste, nel senso classico del termine, mentre le riflessioni multiple e parallele costruiscono immagini che mutano in modo variabile e imprevedibile a ogni movimento. Non è un libro da leggere tutto d’un fiato, dicevo, non a caso, tra i suggerimenti del bugiardino, Fresa invita ad utilizzare un segnalibro perché il lettore potrebbe sentire la necessità di rileggere le pagine più di una volta. E questo è vero: la rilettura apre orizzonti di senso. L’incipit colloca il lettore in un’atmosfera rarefatta e sospesa in cui è evidente la compartecipazione ironica e a volte amara dell’autore per il proprio protagonista e per le sue disavventure. Il cavaliere Magonza ricorda il Don Chisciotte di Cervantes, in entrambe le figure, le meravigliose utopie della letteratura si scontrano con la durezza della vita. Lo studioso russo Michail Bachtin ha evidenziato le principali novità del romanzo moderno a cui è possibile ricondurre anche l’opera di Fresa, la dinamica temporale appartiene alla categoria della contemporaneità, tempo non concluso, in continuo divenire, propone il racconto di un’esperienza individuale, ha un’impostazione soggettiva che tende ad approfondire la psicologia dei personaggi descritti. Bachtin definisce il romanzo un genere dialogico perché accoglie diverse visioni del mondo, quella dei vari personaggi e dello stesso autore. Questo comporta precise conseguenze sul piano stilistico: il romanzo si caratterizza per il plurilinguismo, è una forma aperta che si serve delle proprietà demistificanti del riso, strumento di rovesciamento degli stilemi e dei valori ideologici offerti dalla tradizione. Nel caso di Eliodoro il romanzo è psicologico, polifonico, corale, in esso vi interagiscono tante coscienze indipendenti, portatrici ciascuna di una propria visione del mondo, che interagiscono in un dialogo privo di esito finale. Nessuna, tra l’altro, prende il sopravvento o rivela, in nessun caso, la posizione dell’autore. In Eliodoro il deragliamento del lessico e della sintassi tradizionale è assicurato, Fresa indulge nella inconsueta tendenza ad associare due nomi e ad invertire la posizione di nomi e aggettivi, ecco dunque che la madre di Magonza è una grossa donna-dattero, Eliodoro e Luisa si scambiano un bacio nell’auto-pianoforte (un Bösendorfer più che uno Steinway), si badi bene, oltre a espressioni come le rosse mosche, la piccina suocera mosca, gli amici, un po’ acufeni, un po’ vermi, gli insetti giornalisti, un sapiente cane, i muti parroci, le diaboliche spade, i pazienti familiari, il cane cappellano, i mostri bambini, l’ospite ragazza, i topi-cittadini. Lo stesso terapeuta di Eliodoro è un ambiguo angelo misto: un po’ buono un po’ dottore, che prima di diventare terapeuta era stato un “Elefante ragazzo”. Tutto ricorda Eliodoro sotto ipnosi e denuncia nel suo flusso di coscienza nel quale si fondono realtà e immaginazione, coscienza e inconscio, eliminata ogni barriera tra la percezione reale delle cose e la rielaborazione mentale. Il mago Eliodoro diventerà insensibile fino a divorare i suoi figli (Crono?), ricorda la prima supplenza di sua madre, i sorrisi-temporale dei padroni risentiti, le mosche segretarie, il bidello-guardiano, il taverniere mostro, il vento figliolo e poi le sue donne amate, sognate o evocate (Luisa, Clara, Ester, Vanitosa). Oltre a riferimenti frequenti a dipinti della Storia dell’Arte, il lessico è spesso specialistico della musica, il gatto dal passo mahleriano, l’operistica sprezzatura, la mezzavoce di Giovanna, il Loggione, il liuto barocco, il giro di Suite, la cui struttura è proprio menzionata (allemanda, corrente, sarabanda, giga), gli acuti virtuosismi, i Lieder, le acciaccature, ma anche specifico della scuola con i suoi permessi retribuiti, le ratifiche finali, l’Aula Magna, il tema argomentativo, le competenze, il registro, la circolare ministeriale, il disturbo oppositivo, le note disciplinari. Oltre a memorie scolastiche e ad aneddoti attinti alla carriera scolastica dell’autore da discente prima e da docente in seguito, si aggiungono pagine tratte da una sorta di diario pediatrico, con annotazioni relative all’accrescimento, alla deambulazione, al linguaggio di Luisa. È un labirinto letterario in cui Fresa ci introduce, fingendo crudelmente di fornirci delle chiavi di lettura che facilitino la comprensione e l’orientamento (informazioni, note, bugiardino, riferimenti, indicazioni), mentre in realtà ci lascia sprovvisti di una via d’uscita. Per non parlare di tutti quei costrutti lessicali come guardanti respiranti, sterminare sterminerà, conservare, conserverà, votare votano che ricordano anche il linguaggio tipico delle fiabe. I personaggi, raccontati con bonaria ironia da Fresa, fanno sorridere e allo stesso tempo riflettere, sono emblematici ma rispecchiano la varietà del mondo, un’umanità multiforme che si dilata attraverso il racconto. La capacità affabulatoria di Fresa è implacabile, incalzante, stordisce tanto è inverosimile e surreale la rappresentazione degli eventi che l’autore sottomette alla sua volontà, al gioco di specchi, al citazionismo enciclopedico di titoli, di incipit, di formule letterarie celebri. Allo stesso tempo avviene il recupero di strategie narrative come la falsa enunciazione, la destrutturazione logica e temporale, il suggerimento su come leggere un’espressione (neanche ci si trovasse a teatro e si dovessero seguire le indicazioni di un Fresa regista). In fin dei conti, le riflessioni di Eliodoro sulla malattia, sulla vita e sulla morte sono universali e condivise, Le malattie sono i nostri amori più duraturi: sono da custodire dentro di noi, come il fiabesco ricordo del primo rapporto completo…Perché si è schiavi dei morti?…Perché ogni fine è a portata di mano, proprio così, con assoluta naturalezza, senza che tu lo sappia… Ecco dunque che la polifonia di Eliodoro, dietro l’apparente divertissement, esprime il comune senso di precarietà e di provvisorietà delle certezze, il desiderio di un volo senza volo, di una sparizione senza tanto clamore, nonché la negazione di ogni prospettiva fissa e totalizzante.

Deborah Mega

Mario Fresa, Eliodoro, Fallone editore, ‘Gli Specchi Mercuriali’, 2022, pp. 160, euro 22.

 

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Intervista a un giovane autore. Andrea Ghidotti

21 mercoledì Giu 2023

Posted by Loredana Semantica in INTERAZIONI, Interviste, POESIA

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Andrea Ghidotti, intervista, Non mi prenderanno mai

Un’intervista per conoscere un giovane autore, il contenuto dell’opera e il processo col quale essa è giunta alla pubblicazione.

La redazione ringrazia Andrea Ghidotti per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: “Non mi prenderanno mai”, Edda Edizioni, 2022

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

Buongiorno e grazie mille per l’opportunità. La mia scrittura nasce come bisogno di esternare i miei pareri e le mie esperienze, mettendomi in gioco in una realtà abbastanza sconosciuta agli occhi di noi giovani. La provincia di Bergamo per me rappresenta le mie origini, la mia famiglia e i primi legami che ho costruito nella mia vita, mi dispiace molto il fatto che il mio paese tende a non valorizzare i giovani del territorio, ma sono contento che altri enti di paesi circostanti si siano messi a disposizione per aiutarmi nella promozione delle mie due opere tramite interviste e presentazioni. Un altro luogo importantissimo per me è Pietra Ligure, un semplice paese nella riviera dove trascorro le mie vacanze estive da quando sono nato, qui ho avuto l’opportunità di creare una rete di amicizie con ragazzi di tutto il Nord Italia ed ormai è come se fosse casa mia. Questi due luoghi entrano completamente nell’opera, infatti le vicende narrate sono ambientate in entrambi i posti.

  • Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Sinceramente non sono un grande lettore, sotto certi aspetti la mia scrittura mi auguro assomigli a quella di Giovanni Verga, poiché cerco sempre di immedesimare il lettore nei panni dei personaggi.

  • Ci parli della tua pubblicazione? Ricordi quando e in che modo è nata l’idea di scrivere questo libro e il soggetto? Quanto tempo hai impiegato a scriverlo?

L’idea di scrivere il libro “Non mi prenderanno mai” è nata nel luglio del 2021, appena 6 mesi dopo dalla pubblicazione del mio primo libro “Estate 2020”; Claudio, un mio grande amico di Pietra Ligure, una sera mi scrisse di progettare un “sequel” del primo libro e ho colto l’idea al balzo cambiando lo stile di scrittura: così passai dal diario al romanzo. Il mio scopo era fin da subito quello di lasciare un messaggio ai giovani, così decisi di trattare l’eterno tema dei “Vizi e degli eccessi dei ragazzi”, il quale si basa su una storia di ragazzi che organizzano serate illegali e sullo sfondo si evidenziano gli sviluppi dei vari vizi, come i più noti, alcool, fumo e azzardo, ma nel quale sottolineo anche gli atteggiamenti e la noncuranza del rischio che noi giovani ci trasciniamo. Tutto ciò con lo scopo di trovare un equilibrio tra uso e abuso, una linea sottile che in tanti non conosciamo e che ci induce all’errore. Per scriverlo ci ho impiegato esattamente 8 mesi, poiché ho iniziato a scriverlo ad agosto e ho terminato a marzo e nel giugno del 2022 venne pubblicato.

  • Pensi che sia necessario o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Il mio romanzo sicuramente non è del calibro degli autori noti, visto anche il fatto che l’ho scritto tra i 19 e i 20 anni, ma può lasciare importanti spunti sia per ragazzi sia per gli adulti, per i primi per riflettere su determinate situazioni, mentre per i più grandi per poter immedesimarsi al meglio nelle situazioni e nelle problematiche giovanili.

  • Nel processo che ti ha portato a pubblicare ti sei avvalso dell’attività professionale di un editor oppure di un’agenzia letteraria? Hai frequentato una scuola di scrittura? Più in generale quali ambiti o ambienti del mondo letterario senti che ti appartengono e/o ti sono stati d’aiuto?

Mi sono affidato sin dalla prima opera ad una casa editrice, Edda Edizioni, piccola realtà romana conosciuta tramite un elenco su Google e penso proprio che loro siano stati le figure che più mi hanno accompagnato in questo percorso.

  • Come hai trovato un editore?

Non sapendo come pubblicare un libro, nel settembre 2020, ero rassegnato a tenere il file come documento Word ed inoltrarlo alle persone interessate, ma mia madre mi spinse a cercare case editrici. Così inoltrai delle mail con 70 case editrici differenti e ben 50 accettarono la pubblicazione dell’opera, poi con un’accurata selezione decisi di firmare per Edda Edizioni ai quali mi sono affidato anche per la seconda opera.

  • La copertina e il titolo. Chi, come, quando e perché?

Il titolo è strettamente legato ad una frase che diciamo noi giovani quando qualcuno ci avvisa che stiamo esagerando, il più classico: “Non mi farà niente”, “Non mi prenderà mai” e visto che trattavo più vizi l’ho reso al plurale con “Non mi prenderanno mai”. La copertina è una semplice foto mia vestito di nero seduto su alcuni scogli vicino al molo di Pietra Ligure, per i caratteri e le lievi sfumature mi sono affidato a Gianluca Bozzato, un mio amico grafico classe 2006, che ha utilizzato l’idea delle due maschere teatrali per rappresentare, come ho fatto io nel romanzo, sia il bello che il brutto di certi vizi.

  •  A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Come detto prima la pubblicazione è rivolta in primis ai miei coetanei per mostrargli esperienze dirette di ragazzi della nostra età, ma anche agli adulti per potersi immedesimare nelle problematiche e il perché alcuni giovani si comportino in un determinato modo.

  • In che modo e in quali luoghi stai promuovendo il tuo libro?

Lo sto promuovendo tramite video su Instagram, l’ultimo ha totalizzato la bellezza di 38 mila visualizzazioni; attraverso concorsi letterari, infatti mi sono classificato 20° su 2300 partecipanti al concorso internazionale Academy Pegasus Literary Award; e tramite delle presentazioni che ho avuto la possibilità di fare a Treviglio grazie all’assessore Valentina Tugnoli e a Pozzo d’Adda tramite l’assessore Giovanna Mariani.

  • Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa) Riporto un’estrapolazione dal capitolo 14.

I due entrano nel locale, è quasi tutto vuoto. Qualcuno sta giocando ancora alle macchinette, mentre delle ragazze stanno cercando di scroccare degli shottini o dei drink. È tutto così mosso e confusionario, Matteo apre la porta del bagno e apre le tasche dei pantaloni della tuta chiusi con la zip. Dopo aver tirato fuori chiavi di casa, telefono, un pacchetto di Winston blu e varie cartacce, mostra all’amico una bustina bianca.
Rik è sconvolto e scuote la testa in segno di disapprovazione.
“Rik, l’altro giorno ho provato il crack, te lo dico schiettamente”:
“E come ti è sembrato?” chiede il bergamasco sottovoce.
“E’ una botta assurda, pensavo fosse peggio però. Ti fa battere stra veloce il cuore come quando scendi in campo per giocare una partita importante e ti dà tantissima carica”.
“Ti brucia quella merda, buttala via!” urla stavolta Rik.
“Questa è l’ultima botta giuro…”
“A inizio mese era l’ultima siga, due settimane fa era l’ultima bomba e mi vuoi far credere che questa è l’ultima botta? Fai come vuoi, ti dico solo di pensare alla tua salute e ai tuoi genitori. Vuoi l’adrenalina? Vai a fare sport, fai un tuffo dal molo, ma non toccare più quella roba” si sgola Rik.
Bussa la porta, Alberto sta chiedendo a Rik di smetterla e di andare a casa visto che è abbastanza tardi.
Il bergamasco si sciacqua il viso, da una pacca all’amico ormai tossicodipendente e guardandolo di traverso se ne va senza neanche salutarlo.
“Andiamo Albi, ormai è tardi per tutto” esclama Rik sbattendo la porta.
Mentre salgono sull’auto preferiscono incappucciarsi come loro solito.
“Fra troviamo un posto per parlare, devo dire troppe robe”.
L’amico ormai autista del gruppo acconsente. Le strade sono completamente vuote, perciò guida non curante del rischio. Sale i tornanti sgommando e sbandano un paio di volte, poi accosta in un parcheggino che offre una vista fantastica. Mettono il brano Montpellier di Rhove e mentre parlano di tutto ciò che è successo canticchiano dei pezzi di canzone.
“Sei convinto al 100% di fare l’ultima serata?” chiede Alberto.
“Si, per me non succede nulla”
“E’ un bel rischio, però se te la senti facciamola. A che punto siamo come invitati?”
Rik accende il telefono e vede che nel gruppo ci sono all’attivo circa duecento trenta persone, così ne crea un altro visto che stanno raggiungendo il limite.
Mentre il ligure gira due drum, Rik vede un messaggio di Calluz in cui scrive:
“Fra, dopodomani arriveremo a Pietra. Abbiamo litigato con i proprietari del locale perché ho chiesto un aumento. Ho visto che farai un’ultima serata tra pochi giorni, ti dico che siamo disponibili a dare una mano. Domani sera andiamo a Sanremo a giocare al casinò, voglio godermi quei soldi che abbiamo fatto e chi lo sa, magari raddoppiarli o triplicarli. Ci vediamo a breve fratello”.
Rik risponde subito dicendogli di non esagerare al casinò, ma a quanto pare l’amico ha staccato Internet ed è già andato a dormire visto che il giorno dopo avrebbe attraversato tutto il Nord Italia.
  •  Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Spero che nonostante sia già trascorso un anno dalla pubblicazione di riuscire ad organizzare più presentazioni possibili e svolgere ulteriori interviste. Ovviamente i contenuti digitali non sono terminati, ma vorrei proseguire sul modello concreto e avere un impatto diretto con il pubblico.

BIO E FOTO AUTORE

Mi chiamo Andrea Ghidotti, sono nato il 19/01/2002 e vivo a Cologno al Serio in provincia di Bergamo. Frequento il secondo anno della facoltà Scienze della Comunicazione presso l’Università di Bergamo e il mio obiettivo è quello di diventare un giornalista sportivo, difatti sto lavorando con due redazioni: Il Pallone Gonfiato e SprinteSport. Con alcuni compagni di università ho creato una redazione in cui affrontiamo temi di svariati ambiti, dallo sport alla musica, fino a politica e attualità.
Inoltre ho pubblicato due libri: Il primo nel dicembre 2020 intitolato “estate 2020”; mentre il secondo “Non mi prenderanno”.

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Intervista a Giancarlo Baroni: Come lucciole nel buio

12 lunedì Giu 2023

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

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Come lucciole nel buio, Giancarlo Baroni, saggio

 

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La redazione ringrazia Giancarlo Baroni per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Come lucciole nel buio. Dieci riflessioni sulla vita e sulla letteratura. (puntoacapo editrice, dicembre 2022, p. 81).

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

 

Il libro comprende, come dice il sottotitolo, dieci riflessioni sulla vita e sulla letteratura. È diviso in due sezioni, la prima è intitolata Un cannocchiale nel buio e la seconda Una incerta beatitudine. Ogni sezione è composta da dieci saggi. Li elenco: Un senso arriverà; Il cannocchiale puntato sul buio; L’enigma della chiarezza; Post tenebras spero lucem; La menzogna di Ulisse; La faticosa necessità della scrittura; La beatitudine incerta dei poeti; Realtà / Poesia; Classicisti, realisti ed ermetici nella poesia in lingua italiana del Novecento (Tracce, ipotesi e indizi); Sui romanzi di idee.

La prefazione intitolata Il piacere dell’analogia è del critico Elio Grasso.

   

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

 

Come lucciole nel buio nasce da un lungo lavoro di riscritture e approfondimenti, di ripensamenti e rifiniture, di scavo e di lima. In una intervista Beppe Fenoglio confidava: «La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti»; mi identifico in queste parole. Il mio libro si confronta in maniera comprensibile ed essenziale con temi complessi e universali: l’esistenza e il suo contrario, la conoscenza e il mistero, chiarezza e oscurità,  verità e menzogna, realtà e poesia, vita e scrittura…

È un testo da leggere e consultare senza fretta. Numerosi gli artisti, gli scrittori e soprattutto i poeti con i quali dialogo e che mi donano spunti, stimoli, frasi memorabili.

 

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a impegnarti in questa opera? In altri termini qual è la sua genesi?

 

Nel 2023 ho compiuto 70 anni; nella Nota che chiude il libro ironicamente ho scritto: « Cari lettori qui trovate buona parte di quello che ho imparato. È poco a settant’anni? Un proverbio dice “piuttosto che niente (è meglio) piuttosto”».

 

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

 

In copertina un particolare del dipinto di Cezanne Le mele e le pere. La trovo elegante. Bravo l’editore che l’ha scelta.

 

  1. Come hai trovato un editore?

 

Nel 2020 ho pubblicato, sempre con “puntoacapo”, una raccolta di versi intitolata I nomi delle cose; con l’editore mi sono trovato bene, ho continuato il rapporto.

 

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

 

Adopero un linguaggio il più possibile nitido, levigato, trasparente, chiaro; spero che queste caratteristiche rendano il libro gradevole e comprensibile.

 

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

 

Lo propongo prevalentemente a riviste, siti letterari, blog, a persone e critici che credo possano essere interessati.

 

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché?

 

Scelgo un brano che spiega il significato del titolo e l’essenza del libro: « Ci sono dei momenti, degli istanti in cui proviamo la sensazione di essere vicini alla verità: una intuizione come un lampo, una visione magica di qualcosa di più profondo e di più nascosto. Come i bagliori delle lucciole rimandano a una luce primigenia da cui sembrano originare, così le nostre illuminazioni passeggere sembrano per un attimo collegarsi a una verità più ampia e universale. Cerchiamo di afferrare quelle intuizioni e trattenerle, ma di solito riottose sbiadiscono come al risveglio certi sogni che durante la notte ci erano apparsi incredibilmente nitidi.

 

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

 

Sarei contento se venisse letta e apprezzata nelle scuole.

 

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

 

Questo mio libro saprà illuminare un angolo di buio?

 

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

 

Qualche mese dopo Come lucciole nel buio. Dieci riflessioni sulla vita e sulla letteratura ho pubblicato, ancora con “puntoacapo”, un breve testo (neppure 50 pagine) intitolato A occhi aperti sogno di essere un castoro. Alcune cose che posso dire di me (2020-2022). Se si trattasse non di un libro ma di un 45 giri direi che le “lucciole” costituiscono la facciata A e i “castori” quella B dello stesso disco. Facciate separate ma complementari: da un lato la mia parte prevalentemente meditativa legata al pensiero, dall’altra quella principalmente emotiva legata all’esistenza. Due parti alla ricerca di una precaria completezza.

 

Giancarlo Baroni

 

Abito a Parma dove sono nato nel 1953. Ho pubblicato due romanzi brevi, qualche racconto, un testo di riflessioni letterarie e sette libri di poesia. Le ultime tre raccolte di versi: I merli del Giardino di san Paolo e altri uccelli (Mobydick editore, 2009; nuova edizione illustrata e ampliata, Grafiche STEP Editrice, 2016, prefazioni di Pier Luigi Bacchini e Fabrizio Azzali), Le anime di Marco Polo (Book Editore, 2015), I nomi delle cose (puntoacapo editrice, 2020).  Ho coordinato, assieme al poeta Luca Ariano, l’antologia Testimonianze di voci poetiche. 22 poeti a Parma (puntoacapo editrice, 2018). Il Dizionario critico della poesia italiana 1945-2020, curato da Mario Fresa e pubblicato nel 2021 dalla Società Editrice Fiorentina, contiene una scheda critica scritta da Giuseppe Marchetti; sono inoltre presente nel saggio di Paolo Briganti Dopo l’Officina. Poesia da ieri a oggi (Storia di Parma, Le lettere, Monte Università Parma Editore, 2012). Nel 2009, 2010 e 2011 ho letto a «Fahrenheit» (Rai Radio 3) diverse mie liriche, alcune in occasione del Festival della Filosofia di Modena. Ho scritto quasi trecento recensioni, la maggior parte pubblicate nella pagina culturale della «Gazzetta di Parma» a cui ho collaborato per vent’anni. Mie poesie sono presenti in siti, blog, riviste cartacee e on line, antologie. Un’ampia e significativa scelta dei miei versi si trova in «Ossigeno Nascente. Atlante dei poeti contemporanei».  Sul sito letterario «Italian Poetry» le poesie sono accompagnate da una traduzione in lingua inglese del poeta Max Mazzoli. Diverse altre sono state tradotte in francese, in blog riviste e antologie, dalla poetessa Marilyne Bertoncini. Sulla rivista on line «Pioggia Obliqua. Scritture d’arte» curo una pagina intitolata Viaggiando in Italia; collaboro a «Margutte. Non-rivista on line di letteratura e altro». Miei testi e foto sulle città italiane appaiono sulla rivista cartacea «dalla parte del torto». Poeta per passione e fotografo per diletto, ho pubblicato, fuori commercio, quattro piccoli libri fotografici: Sguardi dell’arte, Bologna, Due volti di Parma e Foglie senza rami. Del 2020, anch’esso fuori commercio, è il volume di poesie e fotografie Il colore del tempo (Quaderni della Fondazione Daniele Ponchiroli, a cura di Gabriele Oselini, prefazione di Fabrizio Azzali). Recentissimi sono i volumi Come lucciole nel buio. Dieci riflessioni sulla vita e sulla letteratura  e A occhi aperti sogno di essere un castoro. Alcune cose che posso dire di me (2020 – 2022), stampati entrambi da puntoacapo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Buon Compleanno, Gabriele!

09 venerdì Giu 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Gabriele Galloni

 

Gabriele Galloni, talentuoso poeta romano scomparso prematuramente nel 2020, è più vivo e presente che mai. Lo è nei ricordi di chi l’ha amato, nei suoi versi, nei racconti, nelle bozze di romanzi, nelle dichiarazioni di poetica presenti nel web, nelle riviste telematiche e cartacee, nei vari blog e siti letterari di poesia e scrittura. Lo è ancor di più in questi giorni in cui ha visto la luce la sua opera omnia, edita da Crocetti, dal titolo Sulla riva dei corpi e delle anime, con la prefazione di Alessandro Moscè, testimonianza di un fervore creativo che si è manifestato precocemente ma che ha rivelato una ricerca lessicale e stilistica inconsueta per un giovane autore eppure assolutamente matura e convincente. Pubblichiamo una selezione delle poesie più belle di Gabriele, tratte dai libri editi mentre era in vita e postumi insieme ai nostri auguri, ovunque lui sia…

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