William Vaughn Moody (1869-1910), americano (foto web)
UN GIORNO GRIGIO (Traduzione di Emilio Capaccio)
Nebbie grigie e piovigginose drappeggiano le brughiere, la pioggia sbianca il mare morto, dal tetro promontorio all’accigliato capo vele plumbee vanno stancamente. Non so come quel mercantile abbia trovato coraggio; ma è il suo piano verso il mare il suo corso sconfinato da solcare.
Irreali come insetti che atterriscono il cervello irritabile d’un ubriacone, sul grigio abisso strisciano le imbarcazioni a quattro zampe, con due rematori: minimi, i più piccoli della terra, attraverso la vasta circonferenza del vecchio oceano nello sforzo eroico, ridicolo.
Mi chiedo come l’equipaggio di quel mercantile abbia trovato la volontà. Mi chiedo come i pescatori facciano per continuare ancora a sfiancarli. Mi chiedo come il cuore dell’uomo abbia pazienza di vivere oltre la sua spanna o d’attendere che i suoi sogni s’avverino.
*
A GREY DAY
Grey drizzling mists the moorlands drape, rain whitens the dead sea, from headland dim to sullen cape grey sails creep wearily. I know not how that merchantman has found the heart; but ‘tis her plan seaward her endless course to shape.
Unreal as insects that appall a drunkard’s peevish brain, o’er the grey deep the dories crawl, four-legged, with rowers twain: midgets and minims of the earth, across old ocean’s vasty girth toiling-heroic, comical!
I wonder how that merchant’s crew have ever found the will! I wonder what the fishers do to keep them toiling still! I wonder how the heart of man has patience to live out its span, or wait until its dreams come true.
Essere poeta è un modo di percepire e reagire alle cose del mondo, diventa postura intellettuale che si manifesta nella scrittura, quando essa ti chiama in una sorta di vocazione. Allora poesia diventa quella che convenzionalmente ri-conosciamo: uno scrivere in versi, un contenente e un contenuto, segno e significato. Un poeta riconosce un poeta. Comprende che il suo scrivere ha sostanza e forma in un equilibrio che incanta. Leo era un poeta. A molti era evidente.
Leo è Leopoldo Attolico. Abbiamo appreso la triste notizia della sua scomparsa alla fine della scorsa settimana da un messaggio facebook del figlio e per giorni la bacheca del social è stata tutto un moltiplicarsi di manifestazioni di cordoglio.
Leopoldo Attolico era spesso affettuosamente appellato con l’abbreviativo “Leo” negli scambi dei commenti virtuali da amici e ammiratori, il termine rimanda al latino leo che significa leone. Credo che un poeta sia sempre un leone, perché come tale lotta, lo fa con i versi che vorrebbero ribaltare il mondo, costruirne uno nuovo promanante dal canto, dai suoi desideri e visioni. Versi che criticano, che ricordano, che desiderano. Un poeta è sempre un leone perché la poesia è sempre una forma di resistenza. Egli si fa vedetta, sentinella, sensitivo, guru, veggente e uomo.
Soprattutto un uomo. Leo lo era. Gentile, ironico, garbato, intelligente. Affabile, disponibile e generoso con la sua arte poetica. Questo l’uomo per come appariva nel virtuale e non c’è molta distanza – credo – tra ciò che filtra in rete e il reale. Apprezzati e originali i suoi fulminanti commenti alle poesie condivise sul social da altri scrittori, come “sottoscrivo subito” oppure “obliterata” “imprimatur immediato!”. Ci mancheranno di sicuro. Mi mancheranno di sicuro, ché ne sono stata spesso destinataria. Mancherà ancora di più proprio lui, in tutta la sua essenza poetica.
Qui su Limina mundi, Leopoldo Attolico è stato più volte presente, con l’intervista Sette domande sulla poesia, nel Canto presente e da ultimo con un bellissimo “Una vita in scrittura”. La sua scrittura emerge compiuta, equilibrata, consapevole rivestita dalla scorza di leggerezza e ironia, in sè perfetta.
Per saperne di più potete visitare il suo sito http://www.attolico.it/. Non mi pare sia su wikipedia, mi auguro che qualcuno possa rimediare a questa mancanza.
Di seguito tre sue poesie.
Se fate mente locale converrete che legato a doppio filo con la fisiologia lunatica dei versi c’è sempre lo stupore analfabeta degli invano.
È lì; e noi ce lo guardiamo implosi e circospetti, come un reperto lavico fiottato dal cervello, sfrontato sortilegio confitto in un riverbero d’assenzio cui piace sempre di esser corteggiato…
*
A dire il vero mia madre mi ha fatto un po’ maldestramente asimmetrico tutto spigoli e crudezze adunco tagliente in ogni dove ma, in compenso perfettamente godibile a levante mezzogiorno ponente
Quando tramonta il giorno sulle vestigia domestiche il mio profilo indicibile è un prestigioso attico assurto a superattico ubriaco di luce
*
Il silenzio si congeda, è l’alba. Calda di nido la mia notte è finita; una poesia fra le mani.
Vengo a guardarti dormire come fa la vita quando raggiunge una porta socchiusa e ne allontana innocente il mistero per lasciarvi un sogno
Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)
La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
FEDERICA BEMBO
Viaggio speculare
Dal finestrino la luna mi osserva
con le sue macchie,
mi invita a infilarci le dita.
La notte sussurra
nel suo cospirare di stelle.
Vorrei che fossimo
come quelle stelle in assemblea,
fari su un chiodo di buio.
Vorrei assaggiare questa notte
antica, nuova luce
sul mio giorno.
Una stella si è persa
e all’assemblea è presente
la sua assenza.
Forse il nuovo giorno ricorderà
questa notte, e la stella scomparsa
che voleva solo viaggiare.
9/11/2019
Dentro di me
Dentro di me
seleziono fiori
permetto omicidi
dischiudo imperfetta
nell’essenza dell’alba.
2/11/2021
Estensione amorosa
Sollevatemi,
gonfiatemi come una vela!
Corro a baciare gli arrivi,
resto a benedire le partenze.
Sono ovunque!
L’amore mi acceca.
Voglio vedere?
Ma cosa è la vista?
Se vedessi un ponte tra noi
lo saprei inutile
e debole.
Non sei irraggiungibile.
Sono già lì.
21/07/2020
Paesaggio d’amore
Il mio amore sale come l’alba
un tuorlo da gustare in silenzio
Mangio te e mangio il sole
Il mio sorriso si invola
gabbiano che si moltiplica
Ascolto gli enigmi del mare
e vedo il futuro:
scrivo con gli occhi socchiusi
e parlo di te, e ancora, di te.
20/8/2020
Abitudine
I sentimenti sono abitudine.
Ora ti amo. Poi passerà.
30/6/2021
Testi di Federica Bembo, tratti da Il mio gioco preferito, Edizioni Ensemble, 2023.
S’immagini un giorno di brezza primaverile che cammina pigro nelle ore. I piedi nudi scivolano sul manto mattutino di camomilla selvatica e rosolacci. S’immagini l’orchestra policromatica degli uccelli dei boschi maceratesi dipanare la sua armonica quiete sonora. S’immagini la fanciulla sdraiata sul fianco nell’erba; la fanciulla dai riccioli sediziosi sotto il cappello col nastro annodato; la fanciulla che parla come dipinge, che scrive come colora. La poesia della Luzi è una lentissima giornata primaverile. Un’interminabile confessione d’amore agli elementi più irriducibili che ammobiliano la vita umana; un’invocazione ai numeri primi della natura: la fresca terra, la luce divina, la luna nuda, con la sua corte di ammiratori celesti, il garrulo popolo dei fiori e quello soprelevato degli uccelli; e più su, su tutto e dentro ogni riparo, Dio sereno e mattiniero, nella poesia della Luzi. La raccolta s’intitola: “Come un fiore in un crepaccio”, Giuliano Ladolfi Editore, 2023, con prefazione di Maurizio Minnucci; ed è così che viene a prendermi; ed è così che viene agli occhi, per farmi deliziare le evasioni, per portarmi tutto pieno di vergogna e raffazzonato accanto alla fanciulla dal cappello col nastro annodato.
Emilio Capaccio
La tenerezza delle mani
Sembrano così lontani adesso i giorni dei fiordalisi gli occhi fermi come laghi sussurravano parole l’amore sembrava un gioco inconsapevoli e leggeri si assaggiava l’infinito.
*
Il silenzio dei primi uomini
Il mattino ha profumo di fiori sconosciuti alla notte. Una formica cammina portando il suo peso i gatti si scambiano il cibo le lavande occhieggiano dai loro viola. Qualcuno ha tagliato i rami per il fuoco di domani. Gli uccelli cantano dai loro alberi intorno c’è il silenzio dei primi uomini. Un bocciolo rosso fa capolino fra l’erba
– come gli batte forte il cuore.
*
Nel silenzio ottobrino
cammino nell’erba bagnata e fredda il gatto la lecca la prima luce è già piena di Dio è la forza inascoltata che abbiamo dentro da sempre
la morte è un principio di sonno o viceversa dormiamo quando non abbiamo null’altro da fare
– prendimi adesso, ma concedimi ancora un sogno
mi scaldo le mani col fiato passo il calore alle guance, sorrido più divertita o commossa, non so
quei gesti imparati da bambini selvaggi o veri uomini sono sempre stati lì, proprio come la luce a salvarci.
*
Siamo io e te
a guardarci in questa notte che allinea i brividi quante memorie e sospiri – Luna – custoditi nelle sembianze di un candido viso. Le nuvole ti sono damigelle, Marte timido amante, lontano. Come donna mi specchio nelle tue fasi e rotondità
– arcana complicità che ammicca nel silenzio inviolato.
*
Non aspettarsi niente è un fiore
aspettarsi qualcosa da qualcuno è umano una speranza che sa di latte ingenuo desiderio una conferma
un limite
quando abbiamo smesso di credere nell’impossibile? Guardare il cielo e affidarci all’Universo al viso sorridente di un bambino di un fiore.
Luciana Luzi, maceratese, classe 1967, è artista poliedrica e appassionata; fin dall’infanzia ama l’arte in tutte le sue manifestazioni. Nell’età adulta sperimenta in modo più impegnativo non solo le arti pittoriche e il fumetto, frequentando corsi professionali (in particolare la Summer School di Illustrazione Editoriale Ars in Fabula di Macerata), ma anche la scrittura, in particolare di poesie, per le quali riceve segnalazioni di merito per la “Poesia in Lingua” in diversi concorsi letterari “Città di Grottammare”, indetti dall’Associazione “Pelasgo 968”. Alcune sue composizioni sono recensite in blog e riviste letterarie online e cartacee. Attualmente si sta dedicando al ruolo di assistente d’infanzia.
Si chiamava Masha Amini, era giovane e bella, è stata arrestata tre giorni fa dalla polizia religiosa, indossava l’hijab in modo sbagliato, è morta oggi, 16 Settembre 2022, dopo tre giorni di coma. Io sto male, ho un nodo in gola e rabbia addosso, ho voglia di scendere in piazza e protestare, urlare, rischiare la mia vita in nome della VITA. Io mi chiamo Nika, ho 16 anni, a vivere sto imparando poco a poco; la vita si impara continuamente e non ci si può sottrarre alla lezione. È uno specchio sporco o uno specchio deformante, in ogni caso, io quando vedo la mia immagine riflessa mi vedo nuda, anche se non lo sono e non conosco pudore.
Sabato,unaltrogiornodiprotesta
A occhi aperti vedo la mia città tentare di salvarsi,
un fiume di donne riempie le strade di Teheran
e sfida la sorte amara di un paese in ostaggio.
Il regime è forte e non perdona,
ma io non voglio arrendermi
Mercoledì,ancora
Oggi ho raccolto ogni più piccola briciola di bene, sono stata attenta alle voci di protesta, ho sorvolato sul male, quasi quasi ho volato sulle strade di Teheran e ogni angolo buio l’ho illuminato di speranza. A testa in giù ho lasciato che scivolassero via dai miei occhi tutte le cose che non voglio più vedere.
Sabato,unaltrogiornodicoraggio
Io non mi tiro indietro, oggi sono salita sul tetto di un’auto e mi sono tolta il velo per strada. Senza accorgermene sono diventata una leader, ma so che al regime le leader non piacciono. Potrebbe essere questa l’ultima pagina di diario e voglio credere che ogni parola saprà resistere alla violenza e sopravvivere alla mia stessa morte. Le parole hanno ali e possono raggiungere cuori attenti e vivi, donne giovani o in là negli anni, stanche di vivere così, questo non è vivere, questo è morire ogni giorno, rafforzando un sistema malvagio, io non ho paura di morire lottando per la libertà, ho paura di sopravvivere alle proteste e accorgermi che non è cambiato niente.
Ti abbraccio Teheran, se io muoio, tu continua a cantare: «Una parte del mio cuore mi dice di andare, andare…”
Testi tratti da Doris Bellomusto e illustrati da Tiziana Tosi, “Ti abbraccio, Teheran”, Editorial Le pecore nere, 2023.
Italo Calvino, anche se noto soprattutto per I fiori blu (1967) di Raymond Queneau, come traduttore esordisce sin dall’inizio della sua carriera letteraria.[1] Secondo Federico Federici il primo tentativo traduttivo dello scrittore ligure risale già agli anni Quaranta quando Calvino, spronato da Elio Vittorini, traduce alcuni capitoli di Lord Jim di Joseph Conrad. Nel suo processo creativo di scrittura Calvino ha esercitato sempre una grande libertà di interpretazione, di visione e di infinite possibilità combinatorie fondate non solo su un’approfondita conoscenza degli artisti e delle opere antiche e moderne, ma anche sulla sua attività di traduttore che, come dimostrano d’altronde tanti scritti di Calvino stesso, occupa un posto centrale nella sua carriera e influisce fortemente anche sulla sua scrittura. Nel caleidoscopio variare di temi e storie della produzione narrativa di Italo Calvino, a rimanere immutato infatti è l’aspetto di un intenso e difficile lavorio stilistico, orientato verso una straordinaria nitidezza di tono e di lessico. Secondo Natalia Ginzburg, il suo stile era, fin dall’inizio, lineare e limpido; divenne più tardi, nel corso degli anni, un puro cristallo.
Calvino nella sua casa di Parigi anni ’70
La traduzione è dunque un mestiere che s’impara ma a sua volta è anche un mestiere che insegna a scrivere, osserva lo scrittore ligure in una lettera a Domenico D’Oria del 5 dicembre del 1980 (Calvino 2000: 1442-1443).[2] “Tradurre è il vero modo di leggere un testo”, sostiene e continua: “Per un autore il riflettere sulla traduzione d’un proprio testo, il discutere col traduttore, è il vero modo di leggere se stesso, di capire bene cosa ha scritto e perché” (Calvino 2007c: 1827). Credeva profondamente nel ruolo del traduttore, degno, a suo avviso, di apporre anche la sua firma sulla copertina della nuova versione, come credeva in una proficua collaborazione dell’autore con il suo traduttore[3].
Calvino si accinse a tradurre I fiori blu, pubblicati nel 1965, (tra il 1966 e il 1967, come attestano due brevi manoscritti conservati presso gli Archivi dell’editore Einaudi). La ritrosia dichiarata a chiare lettere da Calvino, (ben più noto per la sua attività di romanziere che di traduttore), è plausibile e giustificata ma viene spontaneo chiedersi, a questo punto: perché tradurre un testo così complesso come Les Fleurs bleues, multiforme, composto da mille strati diversi, ricco di sfaccettature linguistiche, di citazioni letterarie, di riferimenti non sempre immediati ai più svariati ambiti dello scibile umano? Una prima risposta ce la offre lo stesso Calvino, in una preziosa Nota del traduttore:[4] “Appena presi a leggere il romanzo, pensai subito: «È intraducibile!» e il piacere continuo della lettura non poteva separarsi dalla preoccupazione editoriale, di prevedere cosa avrebbe reso questo testo in una traduzione dove non solo i giochi di parole sarebbero state necessariamente eluse o appiattite e il tessuto di intenzioni allusioni ammicchi si sarebbe infeltrito, ma anche il piglio ora scoppiettante ora svagato si sarebbe intorpidito. Un problema che si ripropone negli stessi termini per ogni libro di Queneau, ma questa volta sentii subito che in qualche modo il libro cercava di coinvolgermi nei suoi problemi, mi tirava per il lembo della giacca, mi chiedeva di non abbandonarlo alla sua sorte, e nello stesso tempo mi lanciava una sfida, mi provocava a un duello tutto finte e colpi di sorpresa. Fu così che mi decisi a provare”. Uno dei principali meriti di Calvino, infatti, è stato quello di non fermarsi mai alle mete acquisite. Il suo cammino mostra un continuo desiderio di battere nuove strade, di sperimentare soluzioni diverse. Nelle sue Lezioni americane scriveva: [5]“La mia fiducia nel futuro della letteratura consiste nel sapere che ci sono cose che solo la letteratura può dare coi suoi mezzi specifici”. Queneau era certo una delle passioni di Calvino, il suo vero, ultimo maestro, come scrive Silvio Perrella[6], e lo stesso Calvino sosteneva, in un testo raccolto negli archivi Einaudi, che Queneau è «irripetibile». Da un punto di vista prettamente letterario, gli ultimi anni del Novecento sono stati senz’altro caratterizzati da una notevole presenza di scrittori comici. Gli esempi sono numerosi e i cosiddetti “narratori postmoderni” (Pynchon, Vonnegut, De Lillo, Coover ecc.) sono i prototipi di questa tendenza. Lo humour di Raymond Queneau è un ingrediente stilistico ben calibrato e contribuisce a rendere la scrittura più gradevole e, in un certo senso, più personale e distinguibile. Del resto il pubblico più attento e competente cerca, in primo luogo, una scrittura non banale e non prevedibile. Ne “I fiori blu “, rispetto a molte opere di Calvino, sono rintracciabili poi affinità di temi, di scelte letterarie, linguistiche, di concezioni del rapporto uomo/storia e dopo quarant’anni, la freschezza e il brio del suo umorismo, “tutto di parola”, basato quasi esclusivamente su calembour e giochi linguistici sembra non risentire dello scorrere degli anni e continua a divertirci e in qualche caso a farci riflettere. Queneau si serve dei giochi di parola per verificare le infinite possibilità del mezzo linguistico. La gamma degli espedienti e delle soluzioni è pressoché infinita: giochi di parola sui luoghi comuni e sui nomi propri, paronomasie, puns, neologismi, assonanze, rime, citazioni ecc. Ma Queneau non è un innocuo e funambulo delle parole perché colpisce e ridicolizza il linguaggio, il nucleo dell’essere e il pensiero dell’uomo perciò nella «Traduzione inventiva», (così definisce la sua versione italiana del testo francese) Calvino realizza lo sforzo più intelligente per mutare e aprire a nuove strade anche l’opera di Queneau. Nella nota pubblicata assieme al romanzo, Calvino ha raccontato la difficoltà di rendere in italiano lo scoppiettante testo di Queneau, il cui stile, ce ne accorgiamo anche dalla traduzione del celebre incipit, è un fitto tessuto di giochi di parole, allusioni, parodie: “Il venticinque settembre milleduecentosessantaquattro, sul far del giorno, il Duca d’Auge salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò poco chiara. Resti del passato alla rinfusa si trascinavano ancora qua e là. Sulle rive del vicino rivo erano accampati un Unno o due; poco distante un Gallo, forse Edueno, immergeva audacemente i piedi nella fresca corrente. Si disegnavano all’orizzonte le sagome sfatte di qualche diritto romano, gran Saraceno, vecchio Franco, ignoto Vandalo. I normanni bevevan calvados”. Nei ventuno capitoli de I Fiori blu si racconta una storia paradossale: un doppio sogno dei protagonisti, Cidrolin, un ozioso parigino del Novecento che non si considera protagonista della sua epoca e il Duca D’Auge, nobile medievale che è solo un osservatore della Storia confusa. I due si incontrano, dopo essersi reciprocamente sognati, condividono la stessa filosofia di vita e non riescono a comprendere entrambi la filosofia dei giovani e avventurosi campeggiatori(hippies). Al lettore poco attento i Fiori blu può sembrare un testo superficiale e l’estrema leggerezza della scrittura provoca senz’altro un moto di riso nel lettore, tuttavia la contaminazione delle lingue, (i colembours a citazioni parodiche e neologismi a contrasti di registro lessicale) offrono degli spunti per interrogarsi sulla lingua e sulla comunicazione. Gli uomini comunicano veramente o fingono di comunicare? Quanto è affidabile ed efficace il codice linguistico che utilizziamo? Queneau a suo modo, risponde che le parole, prima di essere significato e sostanza sono oggetti, significanti con un suono che può essere alterato o abbinato ad altri suoni. È un modo di dire che la comunicazione è una pura illusione, perché l’unico fattore oggettivo e innegabile del linguaggio è il suono delle parole. In un certo senso, è un’ulteriore prova dell’incomunicabilità a cui è condannato l’uomo moderno. Questa particolare concezione della lingua risale a Jacques Lacan che rielabora a sua volta la tradizionale concezione freudiana sostenendo che l’inconscio è strutturato come un linguaggio. Pertanto quando affiora il linguaggio dell’inconscio nei sogni, nei lapsus, nei motti umoristici, è piuttosto frequente che le parole vengano abbinate soltanto sulla base del loro suono. È evidente dunque che l’attualità fecondissima della ricerca del Calvino narratore saggista e traduttore sta nella sua consapevolezza critica sempre proiettata in avanti per creare un mezzo comunicativo più adeguato al suo ideale letterario.
Maria Allo
[1] Federico Federici menziona la traduzione di Conrad in due occasioni, la prima volta nel saggio intitolato Italo Calvino comincia a tradurre Raymond Queneau: la traduzione crea-tiva di un incipit, poi nel libro Translation as Stylistic Evolution: Italo Calvino CreativeTranslator of Raymond Queneau.
[2] CALVINO, (2007c): “Tradurre è il vero modo di leggere un testo”, in ID.,Saggi 1945-1985, a cura di BARENGHI, M., vol. 2, Milano, pp. 1825-1831.
[3] Si legga a questo proposito il saggio Tradurre è il vero modo di leggere un testo. Convegno sulla traduzione, in «Bollettino di informazione». XXXII, Nuova serie, 3, settembre-dicembre 1985, pp. 59-63, poi in Saggi 1945-1985, a cura di Mario Barenghi, Milano, Mondadori, 1995, vol. II, pp. 1825-1831, in particolare pp. 1826-1829.
[4] CALVINO, Nota del traduttore in R. QUENEAU, I fiori blu, tr. italiana di I. CALVINO, Torino,Einaudi (collana «Scrittori tradotti da scrittori»), 1967, pp. 265-274
[5] Si legga a questo proposito il saggio Tradurre è il vero modo di leggere un testo. Convegno sulla traduzione, in «Bollettino di informazione». XXXII, Nuova serie, 3, settembre-dicembre 1985, pp. 59-63, poi in Saggi 1945-1985, a cura di Mario Barenghi, Milano, Mondadori, 1995, vol. II, pp. 1825-1831, in particolare pp. 1826-1829.
[6] Silvio Perrella, Calvino, Bari, Laterza, 2001, p. 105.
L’amabile poetessa Bellini ha un pennino dall’inchiostro un po’ magico e un po’ amaro. Coll’ombrello di Mary Poppins, il guardo vispo e un gesto svagato di saluto, svolazza di qua e di là per i climi delle stanze che si fanno in questa scorreria di versi. Scaffali illuminati dal volto falotico della luna; libri e giocattoli dentro bauli di pelle alla rinfusa nel sottoscala; dimore assettate di vecchi professori; ricordi che vanno ad accoccolarsi tra le stelle; sua altezza, la Talpa, col consorte, il Leprotto; i cugini reali, il Gatto, e sua maestà, la Gazza, e tutta la simbolica fauna del bosco. Favole che s’animano a imperitura levità, ma non con frivolezza, dalla bacchetta di briosa bibliotecaria di mirabilia. La sua wunderkammer è quest’opera, e apre le porte ai visitatori appena per il tempo fatato della lettura. La sua wunderkammer si chiama: “Stanza d’inverno e altre poesie”, Book Editore, 2021, con una nota di Alfredo Luzi.
Emilio Capaccio
Antico compleanno
La mamma aveva gli occhi neri e neri i suoi capelli, docili soltanto al vento. Scrutava con quegli occhi i visi dei suoi piccoli alunni, sorrideva a mio padre nelle feste, contemplava laghi, monti, panorami e talvolta anche il mare. E mi restava accanto, quel suo sguardo lucente d’ossidiana, silente compagnia quando non c’era.
*
Le case dei vecchi professori
Le case dei vecchi professori, con i libri ordinati sopra gli scaffali, con i libri in punta di piedi al davanzale, con i libri in poltrona a occupare gli spazî del tempo senza ore, i giorni lunghi come le stagioni, le alterne apparizioni di luce e buio alle finestre, all’ospite tendono la mano. Le case dei vecchi professori hanno l’odore dell’inchiostro anche quando dalla scrivania ammicca l’occhio di ghiaccio del computer. Le case dei vecchi professori taciturne reclinano il capo lentamente, come fiori sorpresi dal vento della sera.
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Notte
La notte è stanca perché ha perduto il buio, il misericordioso margine d’ombra sparso sul velluto dell’oblio. Ma non pensate, bambini, alla luna, né al latte di stelle o alle comete. Non pensate alle luci. Questo chiarore di polvere rossa arroventata s’innalza dal vicino HUB. E il boato che s’ode non è tuono, ma scoppio di motori (lo sa perfino il gatto che ronfa ben nascosto sotto un telo).
*
Due
I vecchi giocattoli, quelli del baule in fondo alle scale, fremono. Sentono che è giunta la stagione delle notti lunghe, dei sogni già accesi all’uscita di scuola, del pane, burro e zucchero. I vecchi giocattoli vorrebbero alzare il coperchio e dire a tutti che i bambini sono sempre buoni.
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I lupi
Dicono che da queste parti, tra il Ticino, l’Agogna e la baraggia, siano tornati i lupi, forse dal medioevo, forse dall’altro mondo. Pare che la gente qui, dura e selvaggia, li tema e già s’appresti a un’offensiva (la stessa che inferocisce i rivali umani). E tuttavia il traffico scorre, gli aerei decollano come dure raffiche sul cielo, le ruspe scavano e nei condotti oscuri si riversano i consueti veleni. Tutto va bene per gli umani, tutto tranne i lupi.
*
Eleonora Bellini, bibliotecaria di lungo corso, scrittrice e traduttrice, vive nel Piemonte Orientale. Per la sua biblioteca ha ideato e curato, negli anni, progetti di invito alla lettura, mostre d’arte, didattiche e documentarie, itinerari multiculturali tra i libri, incontri con scrittori. Segretaria e organizzatrice del premio nazionale di Poesia e Traduzione Poetica “Achille Marazza” (1982-2018); componente di giuria dei concorsi letterari “La casa della Fantasia” (2003-2018) e “Antonio Cerruti – Ariodante Marianni” (2008-2017). Collabora e ha collaborato a periodici e riviste (tra gli altri “Quinta Generazione”, “L’immaginazione”, “Verbanus”, “Fermenti”, “Capoverso”, “Il Ponte”, “Il Sempione”, “Pagine giovani”, “5Xché”) e a siti letterari (tra gli altri “Le letture di don Chisciotte”, “Mangialibri”). Ha pubblicato opere di genere diverso:
Poesia: Metadizionario, Lalli 1980; Note a Margine, Premio Albisola Giovani – Seledizioni 1980; Tracce, con prefazione di Vico Faggi, Sabatelli – Quaderni di Resine 1993; Agenda feriale, Premio Rhegium Julii 1997; I nemici svegli, con presentazione di Ariodante Marianni, ArtEuropa, 2004; Il rumore dei treni, con nota di Ariodante Marianni, Book Editore 2007; Le ceneri del poeta, Orizzonti Meridionali 2011; Stanze d’inverno. Non solo liriche, La Parada 2012; ριζώματα radici. Poesie sui 4 elementi, Youcanprint/ Mimesis.me 2014; Prove d’autunno, con presentazione di Fabio Scotto, Puntoacapo editrice 2018; Legno estivo, Youcanprint/ Mimesis.me 2019.
Narrativa: Con il motore al minimo, EOS 1999; Il calendario dell’avvento, R. Vecchi 1999; La stella sul tetto, Creativi Associati 2017; La casa dei libri, Creativi Associati 2017.
Traduzioni: J. Daniélou, Diari spirituali, Piemme 1998; L. M. Sinistrari, Sortilegium, in “Quaderni Borgomaneresi/2–1999”; A. de Lamartine, Ditemi il vostro segreto. Carteggio con Giulia di Barolo, San Paolo 2000; A. Cerruti, Tre poesie, Borgo Ticino 2000 e Poesie religiose in “Quaderni Borgomaneresi/4-2001”; W. A. Stuart, Sketches, in “Quaderni Borgomaneresi/8-2005”; L. Basset, Il desiderio di voltare pagina, San Paolo 2008; M. Quesnel, La saggezza cristiana, San Paolo 2008; R. Stainville, Grande male – Medz Yeghern: Turchia 1909, un testimone del massacro degli Armeni. San Paolo 2008; L. Basset, La morte fa paura agli uomini non a Dio, San Paolo 2009.
Altri testi: I bambini e la poesia, Borgomanero 1986; Finché ci sia respiro, Interlinea 1996; Laboratorio per Rodari, Fondazione Marazza 1991; La Madonna della Bocciola e i culti mariani del lago d’Orta, con Carlo Carena, Comune di Ameno 1993; Borgo Ticino e Divignano. Storie di gente, luoghi di memoria, E. Bellini/D. Tessari, EOS 1996; Pagina picta. Il caso, l’allegoria, la volontà nella pittura di Ariodante Marianni, Colophon Libri 2005; Dialogo a colori. Rodari e Maulini in biblioteca, Fondazione Marazza 2010; La poesia e la vita. Ariodante Marianni dieci anni dopo, Fermenti 2017.
Bambini e ragazzi: Piccoli Libri, Fondazione Marazza 2000; I sei giorni del sole. La spedizione di Carlo Pisacane a Sapri nel racconto di un bambino, Laser 2000; Piccole Rime, Fondazione Marazza 2001; La Casa della Fantasia, Fondazione Marazza 2002; Una scatola piena di treni, margherite, triangoli, Edizioni I fiori di campo 2002; Un anno nella casa della fantasia, Fondazione Marazza 2003; Un anno nella casa della fantasia 2, Fondazione Marazza 2004; I laboratori della fantasia, Fondazione Marazza 2005; Pensieri Rime Colori per la Casa della Fantasia, Fondazione Marazza 2006; I laboratori della Fantasia 2 , Fondazione Marazza 2007; Un sacco di libri e altre cose colorate, Fondazione Marazza 2008; Vivilibro, Fondazione Marazza 2009; Ninna nanna per una pecorella, Topipittori 2009 (tradotto in corso, francese e spagnolo e in simboli WLS per Uovonero Edizioni 2019); La storia che non c’era in Unduetrestella 3/2009; Là nel bosco in Unduetrestella 1/2010; La capra, la cicala e l’usignolo, in Unduetrestella 2/2010; Specchiarsi, Fondazione Marazza 2010; Fuori dal nido, Nonsoloparole 2003; L’elefante e la formica. Gandhi nelle lettere del nonno, Nonsoloparole 2016; Adalgiso e il mistero del maniero, La Ruota Edizioni 2018; La casa in riva al mare, Fabbrica dei segni 2019; Casa di luna, Edizioni Il Ciliegio 2019; Il quaderno di Lisa, Antipodes edizioni 2021; Non dire il tuo nome, Edizioni Il Ciliegio 2021.
Prima che il letto, prima che la lama
prima che il taglio, che l’inciso del periodo,
prima che l’anfratto della carne e le parole,
prima che l’accapo sul primo rigo, prima
di trafugare le rovine e il verso spezzi,
cada prima, molto prima.
Incudine e martello
Nessuno ti dirà dell’intenzione
del vincolo assetato ormai reciso,
delle muffe su muffe soggiacendo
al sopire incantato il desiderio.
Nessuno parlerà di alcuna stretta
nelle alcove accorate al sentimento
che dal cappio all’esempio buono taccia
la propria malagrazia estrema e vera.
Incudine e martello non si parlano,
si scontrano soltanto per il ferro
fintanto incandescenza muore quando
il duttile metallo fuma l’acqua.
E tu sai che sei come quell’istante
irrimediabilmente ormai piegato.
Carne abrasa
La carne abrasa
ai labbri detterebbe cose assurde.
Non si ravvede scambio,
la poetica degli ormoni
sgocciola su tela e trama all’istante.
Non c’è altro al divenire, niente forma.
Là fuori solo dentro
le cose sono come sono.
Elusioni di una madre
Volermi nel fondo del ventre
da dire
non sei che una madre nel mentre
che pendono labbra al fiorire
di rose incarnite.
Non dire per ovvie ragioni
del fatto
che tarla la mente in stagioni
e l’apice è un urlo disfatto
di bocche ammansite.
Sei oppio e movenze raccolte
dall’etimo dove rivolgi
al sangue le vene disciolte
in solchi e parole mi avvolgi
per dire del tempo rubato,
rivivere l’attimo adunco
per ledere il senso spietato
del giunco.
Dove abiti
Abiti nell’assenza mal riposta
tra le ombre che leggere
si allungano al fasciame luminoso.
L’altezza solo un punto
una distanza
sulle viscere mute
che affidano al pensiero
un ritorno al calore dell’inverno.
Tu non dimenticare
non ho dimenticato mai un secondo
del nostro margine
che stringevamo in bocca.
Dipartita
Sei un tutt’uno con la carne
intonaco di sangue e affresco d’anima,
un sussurro intimo che danza
anestetizzando il tronco. Un bisturi
separa linfa e corpo in questo lascito
dello spirito che è un non sentire,
una lobotomia d’amore sulla dipartita.
Messa a dimora
Infine si asciuga la terra.
Seccato il nuovo solco dormiranno
nella messa a dimora le radici.
Fittoni o fascicoli, non importa:
altri mali si ricordano
in un lessico da cui liberarsi,
lo stretto necessario da un meno che parla.
Testi tratti da Federico Preziosi, Messa a dimora, Controluna-Lepisma floema, 2023.
Francis Ledwidge (1887-1917), irlandese (foto web)
SU UN SOGNO D’ACQUA (Traduzione di Emilio Capaccio)
E così, per molte leghe del mare Cantammo di chi avevamo lasciato indietro. La nostra nave ruppe il fosforo selvaggio, Le bianche vele pregne di vento, E nella mente mi domandavo Quanti si sarebbero ricordati di me.
Dopo, l’alba orlata di rosso larga si stese, Un fronte roccioso s’allungava, E punte di terre addensate alla marea Custodivano tante piccole e confortevoli cale. O gioia di vivere per sempre, laggiù, O Anima tanto cercata!
*
ON DREAM WATER
And so, o’er many a league of sea We sang of those we left behind. Our ship split thro’ the phosphor free, Her white sails pregnant with the wind, And I was wondering in my mind How many would remember me.
Then red-edged dawn expanded wide, A stony foreland stretched away, And bowed capes gathering round the tide Kept many a little homely bay. O joy of living there for aye, O Soul so often tried!
Da quando Pavese lo ha definito “scoiattolo della penna “, per sottolineare il dinamismo e lo sperimentalismo tipici della sua scrittura, le definizioni di Calvino si sono moltiplicate a dismisura e ciò è potuto accadere per diversi motivi. Innanzitutto, perché il suo sguardo, sempre aperto alle proposte e alle esperienze più significative del dibattito culturale della seconda metà del Novecento, ha portato un contributo a tutto campo, pur mantenendo una propria autonomia, immune dalle numerose mode espressionistiche che hanno attraversato il Novecento italiano. In secondo luogo, perché Calvino riflette la molteplicità del mondo, la “rete dei possibili”, come Borges, e un’incessante volontà di interrogarsi sui meccanismi della scrittura. Il 1964 è un anno decisivo, quando Calvino si trasferisce a Parigi. Infatti, dopo la pubblicazione de La giornata di uno scrutatore (1963), il cui nucleo tematico, almeno nelle intenzioni del suo autore, avrebbe segnato la reazione dell’intellettuale alla negatività della realtà con il definitivo distacco da ogni sicurezza nel carattere lineare dei processi storici e politici e dei tradizionali schemi ideologici per l’interpretazione del mondo, Calvino sposa Esther Judith Singer, interprete e traduttrice argentina dall’inglese con la quale si trasferisce a Parigi, calandosi nella animatissima vita culturale della capitale fino al 1980, (quando tornerà in Italia per stabilirsi a Roma, intanto continua l’attività di consulente editoriale per Einaudi). Gli anni trascorsi a Parigi ebbero un’influenza decisiva e diedero a Calvino, dunque, l’occasione di conoscere e partecipare alle esperienze che animano il panorama culturale della città, all’epoca uno dei più vivaci e innovativi in Europa. Così infatti scrive nel suo “reportage”[1] del 1983, durante una mostra di Giorgio De Chirico da lui curata al Beaubourg, prendendo spunto da alcune delle opere di Domenico Gnoli (1933-1970), considerato uno degli eredi della pittura metafisica di De Chirico per accompagnarle con testi descrittivi iper-analitici: “[…] La verità è presto detta: da quando sono entrato in questa città, la città è entrata dentro di me; dentro di me non c’è posto per nient’altro. Da allora il mio sguardo scorre su superfici levigate, sgombre che il sole fa dorate, l’ombre nere; ma a dire il vero io non so se il sole ci sia né dove sia, perduto dietro lo spessore d’un cielo verde-bottiglia, o sfoggiando in nuvole leggere e bianche…”[2].
(Fig.1 Melanconia,1912 -1914?)
Calvino dunque legge “il reportage” di un viaggio nella città immaginaria di Giorgio De Chirico, (giunto a Parigi nel 1911 col fratello Andrea, in arte Alberto Savinio, allora aspirante musicista) accompagnando la lettura da numerose diapositive delle opere dell’artista, nato in Grecia, formatasi all’Accademia di Monaco di Baviera sotto la suggestione del Simbolismo nordico di Arnold Böcklin e Klinger, ma anche della filosofia nichilista di Schopenhauer e Nietzsche. De Chirico non rinnega la tradizione, come i cubisti e i futuristi, ma a partire dalla serie degli Enigmi (1909-1913) a un nuovo modo di intendere la pittura la figurazione è solo apparentemente realistica: “Chi potrebbe diffidare del loro invito? Solo un agorafobo. L’agorafobia è un contagio che questa città trasmette a chi vi arriva senza essere premunito; anch’io ne soffro, devo dire, da quando mi trovo qui: gli spazi vuoti mi paiono ardui da attraversare, preferisco strisciare dietro agli spigoli degli edifici, tra i pilastri dei portici, senza avventurarmi allo scoperto; tanto più che non saprei dove dirigermi…”
Così Calvino “legge” L’enigma di un giorno, 1914, olio su tela, New York, The Museum of Modern Art di De Chirico. Lo sfondo è mentale, accostando in un’unica immagine, dal significato volutamente ambiguo, elementi fra loro incongruenti, non coordinabili dalla logica razionale, che provocano in chi osserva sensazioni di lirico spaesamento. Il visionarismo di De Chirico, il simbolo schematico, il manichino, il paesaggio immaginario urbano che associa presente e passato hanno carattere onirico e richiamano la psicanalisi e L’interpretazione dei Sogni (1899) di Freud. Il manichino non è una finzione, è una realtà, anzi una realtà triste , il manichino resta, noi spariremo.
“Si pensa, dunque esiste una città del pensiero (fig.5.Giorgio De Chirico, il filosofo e il poeta). Il pensiero ha bisogno di luoghi su cui posarsi, ma solo alcuni luoghi sono adatti ad ospitarlo. Non c’è nulla che inviti al pensiero quanto l’immobilità delle statue, non importa se rappresentano dee avvolte in drappeggi o uomini in redingote: basta che siano di marmo, basta una figura su un basamento con intorno una piazza, oppure isolata nel vano di una nicchia; ed ecco la mente si sente subito propensa a sostare, a riflettere.“ Da queste esperienze Calvino trae il gusto e l’idea della scrittura come “gioco combinatorio”, acutamente rilevato da Pietro Citati, il gusto per una comicità estrosa e paradossale, l’interesse per la scienza, quale tema e nutrimento della scrittura narrativa e la passione per ogni forma d’arte che sia classica e sperimentale, musica e arti figurative comprese. Calvino sempre più si affianca all’avanguardia francese, che sente più a sé congeniale per la disincantata saggezza umoristica di un Queneau, e per il controllo vigile che il Nouveau Roman (Butor, Robbe- Gillet, Sarraute) esercita su una lettura della realtà. Sulla felice esperienza di quegli anni a Parigi, Calvino ha scritto[3]: “Quando mi trovo in un ambiente in cui posso illudermi d’essere invisibile, io mi trovo molto bene. […] Una volta gli scrittori veramente popolari nessuno sapeva chi erano, di persona, erano solo un nome sulla copertina, e questo dava loro un fascino straordinario”. (Da un’intervista Italo Calvino 1974 a Parigi). Chissà, forse mantenere la condizione dell’anonimato e la riservatezza, sia nella vita privata sia nelle opzioni culturali, potrebbe spingere i lettori a prendere le distanze dalla biografia dell’autore e a differenziare la finzione come categoria concettuale dalla verità e dalla menzogna allora che la massima autorità dallo scrittore si sviluppa, quando un po’ come tanti personaggi dei suoi racconti, non ha un volto, ma presenta una fisionomia complessa, sospesa tra passato e futuro, talvolta indecifrabile, eppure il mondo che l’autore rappresenta, imprevedibile e mutevole, occupa tutto il quadro.
[1] Nel 1983, a Parigi, durante una mostra al Beaubourg, Italo Calvino lesse il testo del suo “reportage” di un viaggio nella città immaginaria di G. De Chirico, accompagnando a lettura da numerose diapositive (da FMR,n.15, 1983)
[2] (I. Calvino, Le città del pensiero, FMR, 1983)
Parlare di Poesia induce a riflettere. È dovuto alla Poesia uno spazio esclusivo. Al cospetto della Poesia si é, volendo usare una immagine intrigante e vera, come di fronte a un quadro: lo osserviamo in silenzio, studiandone -leggendone- il linguaggio, il suo potere evocativo, e i segni, le forme, il significato, consapevoli del fatto che non ci troviamo, però, all’interno di un museo ma nel farsi vivo delle cose, nel loro farsi esperienza. La Poesia prima di scriverla ha bisogno di una lunga e profonda dedizione e disciplina affinché si possano comprendere innanzitutto le ragioni della sua esistenza. In questo senso l’esortazione di Louis F. Celine suona ancor oggi attualissima: “Nella scrittura lo stile è di fondamentale importanza, necessita di tanto lavoro, ma nessuno oggi vuole faticare, le frasi devono essere scardinate ed è un lavoro durissimo… Bisogna che la cosa tenga sulla pagina. Per tenere su una pagina, serve uno sforzo grandissimo”. Ecco, lontano da certo mainstream che fa del linguaggio della poesia un’espressione troppo spesso verbosa e sciatta, piegata a una mal compresa “ragione del cuore”, le qualità della scrittura poetica di Paolo M. Rocco le rileviamo non solo nei contenuti delle sue liriche ma anche nell’acquisizione di uno stile personalissimo che funziona come la carta d’identità di una esperienza che traccia una strada originale e di sicuro interesse nella formulazione di un pensiero poetico nuovo e suggestivo che, oggi, si è affermato anche oltre i confini nazionali con la pubblicazione di “En cada estacion del recorrido/A ogni stazione del cammino – poemas escogito 1989/2021”, una significativa antologia di sue poesie pubblicata in Spagna, bilingue, da Nautilus Ediciones. E dunque, queste dedizione, disciplina, stile sono attributi che pienamente si addicono alle poesie di Paolo Maria Rocco giunto al suo quarto libro. Oggi rileviamo per queste ragioni una voce di indubbio valore che si distingue per l’universalizzazione del suo dettato, capace peraltro di esprimerlo nella perfetta solitudine che è dovuta alla Poesia, avulsa dalle lusinghe di appartenenze a ‘scuole di pensiero’, ‘tendenze’, gruppi, mode…: «Ora una poesia nuova induce ad ammettere che c’è un tempo ancora per la poesia dell’opposizione aperta e dichiarata al mondo. La lettura delle liriche di Paolo Maria Rocco mostra – ha scritto Al J. Moran – che nel mondo il pensiero poetante risorge come poesia della fine di un mondo (…)».
La finestra socchiusa contiene un volto sopra il campo del mare. I capelli vaghi accompagnano il tenero ritmo del mare. Non ci sono ricordi su questo viso. Solo un’ombra fuggevole, come di nube. L’ombra è umida e dolce come la sabbia di una cavità intatta, sotto il crepuscolo. Non ci sono ricordi. Solo un sussurro che è la voce del mare fatta ricordo. Nel crepuscolo l’acqua molle dell’alba che s’imbeve di luce, rischiara il viso.
Mattino di Cesare Pavese
Mattino e sera di Jon Fosse La nave di Teseo, 2019
Jon Fosse, scrittore e drammaturgo norvegese nato nel 1959, «Per le sue opere teatrali e la prosa innovativa che danno voce all’indicibile» è stato il vincitore del premio Nobel per la Letteratura nel 2023. Per meriti letterari ha avuto l’onore di essere ospitato, per un certo periodo di tempo, a Oslo nella residenza reale di Grotten. Vincitore di moltissimi premi, tra i quali il prestigioso Premio Internazionale Ibsenil Nynorsk Literature Prize, lo Swedish Academy’s Nordista Pris, il Premio Ubu, l’European Prize for Literature, il premio Willy Brandt, è stato tradotto in numerose lingue. Oltre a testi riguardanti il teatro ha pubblicato in Italia i romanzi Melancholia; Insonni; Mattino e sera (tradotto da Margherita Podestà Heir); L’altro nome. Settologia. Vol. 1-2; Io è un altro. Settologia. Vol. 3-5.
Matino e lasera è uscito nel 2019 ed è edito dalla Nave di Teseo. Il mattino e la sera sono il principio e la fine di ogni giorno, anche la sera non rappresenta la fine del tutto poiché dopo il buio torna a splendere la luce, così ciclicamente a ripetere.
La storia è semplice ed è la storia di tutti, si nasce e si muore. Nasce un bambino che si chiama Johannes, farà il pescatore, muore un uomo che ha lo stesso nome ed è stato un pescatore. Non è chiaro se si tratta dello stesso uomo o sono due uomini qualsiasi che per mera combinazione hanno vissuto negli stessi luoghi, che portano lo stesso nome, che hanno fatto l’antico e identico mestiere di pescatore. Un mestiere che si tramanda di padre in figlio.
Marta la moglie del pescatore Olai, un mattino partorisce un bambino che chiameranno Johannes, come il nonno, anche lui sarà un pescatore come suo padre. In quel mattino particolare le energie sono forti, le tensioni straordinarie. Olai si prende la testa fra le mani, è preoccupato, teso. Marta grida, la levatrice richiede l’intervento del padre, vuole che porti dell’acqua calda. Sarà una nascita travagliata, come una lotta immane, grida di dolore squarciano l’aria nell’isoletta immersa nel freddo, gelo, ghiaccio, stridore, urla, angoscia, ansia, spinte verso la luce che si intravede ma tarda ad arrivare. Il male e il bene sembrano scontrarsi, il buio e la luce si affrontano in una lotta immane. Poi tutto si compie, Il bimbo nasce, fa iI suo rimo respiro e il suo primo vagito, gli si aprono i polmoni che si riempiono di aria e tutto si quieta e placa.
Tutto scorre come un fiume, bisogna abbandonarsi alla corrente, lasciarsi andare senza opporre resistenze, solo allora si potrà giungere alla destinazione finale. Fino al grande mare dove tutto si placa, dove non esiste più il tempo e lo spazio: «Adesso noi due saliremo sulla barca e partiremo. Dove andremo? Adesso fai domande come se tu fossi ancora vivo. Da nessuna parte? Dove andremo, non è nessun posto e per questo motivo non possiede neppure un nome». «Adesso spariranno le parole», dice nel finale Peter, il migliore amico di Johannes. Non esiste più la materia, i corpi come li conosciamo, non esiste più il dolore, non più il mare, jam in ebraico, le grandi acque, il diluvio, l’oceano, simbolo del caos primordiale, della morte, del nulla, del male, spazio popolato da mostri. Cantava Fabrizio De André nel Testamento “Questo ricordo non vi consoli quando si muore si muore soli.” Diversamente qui si nasce soli ma quando si muore, nella sera della vita, si è accompagnati da chi hai conosciuto, da chi hai voluto e ti ha voluto bene, da chi ti è stato accanto durante il tuo percorso terreno. Quando il vecchio pescatore si sveglia sembra un giorno come un altro eppure fa un incontro inaspettato e strano. Si imbatte in Peter, l’amico fraterno morto da tempo, venuto a prenderlo e accompagnarlo nel regno dei morti. Johannes non realizza che il suo amico è morto, anche se è scheletrico e ha i capelli lunghi. Johannes è confuso, si trova in una dimensione borderline, fra la vita e la morte non c’è quello stacco netto come fra la non nascita e la nascita, quando l’ossigeno penetra nei polmoni e brucia. Non vi è uno stacco netto come al mattino della vita, la sera è dolce e quieta. Non ci sono urla e travagli, non ci sono compressioni e spinte. Il pescatore è ormai anziano e si muove con lentezza eppure si sente leggero. La temperatura fuori è gelida ma a lui l’aria sembra calda. Tutto è come sempre eppure sembra tutto cambiato. Johannes vorrebbe andare a pescare ma si ricorda che stranamente non può più farlo da quando si è accorto che, contravvenendo a tutte le leggi della fisica, l’esca non affonda ma resta sospesa a metà. Tutte le leggi sono sovvertite, il sassolino buttato a Peter lo attraversa. La signorina Pettersen di cui lui era innamorato è tornata a essere giovane come un tempo. Anna che Johannes avrebbe voluto sposare è ancora incinta. Erna, su moglie, madre dei suoi sette figli è viva anche se morta ormai da tanto tempo. Lui vede e parla con sua figlia Signe ma lei sembra non sentirlo, vede il suo sguardo impaurito. La scrittura è potente e poetica, come un flusso di coscienza, fra la nebbia e la luce, i contorni sono sfumati o abbaglianti come i raggi di sole sulla neve. Mattino e sera è una lunga novella scritta con uno stile fluido, nessun punto, solo virgole. Non puoi fermarti, nessuno può fermare lo scorrere del tempo e il ciclo della vita. Ma nessuno può impedire la morte. Nessun vivo può trattenere un morto. Alla fine il punto arriva a fermare il tutto, anche se Fosse quel punto non lo mette neppure alla fine del romanzo, quando resta lo spazio bianco e sono finite le parole. Tutto scorre ma tutto resta impresso, tutto è vero ma tutto nel contempo esiste solo nei ricordi, nel ciò che è stato e che non sarà più. Resta un pugno di terra sulla bara, dei granchi rimasti invenduti, il buio, ma anche l’amore che vola in cielo sotto forma di nuvole bianche, resta il mare dei pescatori, il mare azzurro e calmo, senza un punto finale.
Rupi Kaur è poetessa, artista e performer. A ventun anni, mentre frequenta l’università di Waterloo, in Canada, scrive, illustra e autopubblica la sua prima raccolta di poesie, milk and honey, che ben presto diventa un fenomeno internazionale. Viene tradotta in 42 Paesi e arriva al numero uno della classifica del New York Times, rimanendovi per cento settimane consecutive. Nel 2017 pubblica la sua seconda raccolta, the sun and her flowers, che riscuote nuovamente un clamoroso successo mondiale. I due libri hanno venduto complessivamente 8 milioni di copie.
*
il sesso è un modo per
trascendersi nell’altro
e separarsi
bellissima espressione terrena
ma per me
il sesso è stato fanciullezza
trascinata a morte
lui diceva
che avremmo giocato
poi chiudeva sempre la porta a chiave
il gioco lo sceglieva sempre lui
quando gli dicevo di smettere
diceva che me l’ero cercata
ma cosa ne sapevo io
degli orgasmi involontari
del consenso
e della scelta
a sette, otto, nove, dieci anni
la depressione è silenziosa
non la si sente mai arrivare
e tutt’a un tratto è
la voce più alta che si ha in testa
voglio vivere
è solo che ho paura
di non essere all’altezza
dell’idea che la gente ha di me
ho paura d’invecchiare
terrore di non scrivere mai più niente
degno di essere letto
di deludere quelli
che contano su di me
di non imparare mai a essere felice
di essere di nuovo al verde
e dopo la morte dei miei genitori
ritrovarmi alla fine da sola
voglio un corteo
voglio musica
voglio coriandoli
voglio la banda che suona
per quelli che sopravvivono in silenzio
voglio una standing ovation
per ogni persona che
si sveglia e va verso il sole
pur avendo in sé un’ombra
che la trascina indietro
ho un rapporto molto complesso
con il paese in cui sono nata
i nostri uomini sono stati
massacrati in quelle strade
le nostre donne sono state stuprate
mentre migliaia venivano torturati
e fatti sparire dalla polizia
lo stato indiano nega ciò che ha fatto
ma nessuna profusione di yoga e bollywood
può farci dimenticare il
genocidio sikh che ha orchestrato
-mai dimenticare il 1984
*
nei giorni dell’immobilità
sono state le donne
a venire a innaffiarmi i piedi
finché non ho avuto la forza
di reggermi
sono state le donne
nutrendomi
a resuscitarmi
-sorelle
Testi tratti da Rupi Kaur, Home body. Il mio corpo è la mia casa, tre60, 2022.
Oltre l’est l’aurora, oltre l’ovest il mare, e a est e a ovest la sete di viaggiare che non mi lascia; agisce in me come una pazzia, cara, incitandomi a dare l’addio; perché i mari chiamano e le stelle chiamano e oh! la chiamata del cielo!
Non so dove corra la bianca strada, né cosa siano le colline azzurre; ma un uomo può avere per amico il sole e per guida una stella; e non c’è fine nel viaggio una volta che si sente la voce, perché i fiumi chiamano e le strade chiamano, e oh! la chiamata degli uccelli!
Laggiù si trova il lungo orizzonte, e lì di notte e di giorno le vecchie navi volgono di nuovo a casa e le giovani vanno via; e io potrei tornare, ma devo andare, e se gli uomini ti chiedono perché, puoi dare la colpa alle stelle e al sole e alla strada bianca e al cielo.
*
WANDER-THIRST
Beyond the East the sunrise, beyond the West the sea, And East and West the wander-thirst that will not let me be; It works in me like madness, dear, to bid me say good-bye; For the seas call, and the stars call, and oh! the call of the sky!
I know not where the white road runs, nor what the blue hills are; But a man can have the sun for a friend, and for his guide a star; And there’s no end of voyaging when once the voice is heard, For the rivers call, and the roads call, and oh! the call of the bird!
Yonder the long horizon lies, and there by night and day The old ships draw to home again, the young ships sail away; And come I may, but go I must, and, if men ask you why, You may put the blame on the stars and the sun and the white road and the sky.