Con questa reinterpretazione del Pater Noster, le riflessioni di Dante assumono una matrice francescana, richiamando esplicitamente il Cantico delle Creature. Esse non si concentrano sull’individuo, bensì abbracciano l’intera umanità, come chiaramente evidenziato nell’ultima terzina (vv. 22-26).
«O Padre nostro, che ne’ cieli stai,
non circunscritto, ma per più amore
ch’ai primi effetti di là sù tu hai,
laudato sia ‘l tuo nome e ‘l tuo valore
da ogni creatura, com’è degno
di render grazie al tuo dolce vapore.
Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,
ché noi ad essa non potem da noi,
s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.
Come del suo voler li angeli tuoi
fan sacrificio a te, cantando osanna,
così facciano li uomini de’ suoi.
Dà oggi a noi la cotidiana manna,
sanza la qual per questo aspro diserto
a retro va chi più di gir s’affanna.
E come noi lo mal ch’avem sofferto
perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
benigno, e non guardar lo nostro merto.
Nostra virtù che di legger s’adona,
non spermentar con l’antico avversaro,
ma libera da lui che sì la sprona.
Quest’ultima preghiera, segnor caro,
già non si fa per noi, ché non bisogna,
ma per color che dietro a noi restaro».
Il valore della preghiera e del rito che ne accompagna la recitazione emerge in tutta la sua chiarezza: rappresenta il cuore della proposta francescana, che invita l’umanità a elevarsi e a riconoscere con consapevolezza i propri limiti. È un’umiltà che si rivela grande proprio per la sua capacità di superare la vanità e i rapporti umani deteriorati che essa genera, scegliendo invece di incarnare valori profondi. L’essere umano raggiunge il simbolico stato di “angelica farfalla” solo nel momento in cui abbandona l’illusione di autosufficienza, scoprendo il bisogno dell’aiuto divino e della solidarietà tra gli uomini. Un bisogno che le anime incontrate da Dante non seppero cogliere nella loro vita terrena.
Ma chi vi tolse la sabbia dalle scarpe, quando doveste alzarvi per morire? La sabbia che Israele ha riportato, la sabbia del suo esilio? Sabbia rovente del Sinai, mischiata a gole di usignoli, mischiata ad ali di farfalla, mischiata alla polvere inquieta dei serpenti, mischiata a grani di salomonica sapienza, mischiata all’amaro segreto dell’assenzio.
O dita, che toglieste ai morti la sabbia dalle scarpe, domani già sarete polvere nelle scarpe di quelli che verranno!
Nelly Sachs, in Versi in libertà/Trenta poetesse da tutto il mondo di Maria Grazia Calandrone, Mondadori, 2022
Maria Allo legge la poesia di Adam Zagajewski “6 luglio 1980”
Una grande potenza, lasciandosi guidare dalla cura per la propria sicurezza, occupa il paese vicino. Un milione di profughi, fra i quali donne, bambini e anziani, si accampa vicino alla frontiera della propria patria. Gli uomini, armati di fucili Ottocenteschi, vanno sulle montagne per combattere Con l’invasore anelante sicurezza. Il presidente Di un’altra grande potenza Sorride con tristezza. Gli europei per tre settimane febbrilmente discutono lo sviluppo degli eventi. La gioventù di sinistra tedesca protesta contro gli armamenti e programma in caso di guerra la creazione di piccoli, mobili reparti di autodifesa, armati di fucili ottocenteschi. Un direttore d’orchestra americano invita, per gli ultimi giorni prima della fine del mondo, ad ascoltare la musica di Beethoven. Un funzionario di banca in pensione presenta in televisione nastri magnetici con le registrazioni delle voci dei morti. I morti non hanno molto da dire, elencano i propri nomi, piangono o ci salutano con urli d’uccelli, brevi come un sospiro. Tu e io siamo seduti davanti alla finestra aperta, guardiamo le verdi scure figlie dell’acero, è domenica, piove, ridiamo dell’onniscienza dei giornalisti e della vacuità dei politici. Siamo impotenti e sereni, ci sembra di capire più degli altri.
Adam Zagajewski Guarire dal silenzio – Nuovi versi e poesie scelte, Mondadori a cura di Marco Bruni
Antonella Pizzo legge la poesia “C’è un qualcosa che scorna” dalla raccolta “Barracuda” di Loredana Semantica, Terra d’ulivi edizioni, 2024
C’è un qualcosa che scorna sbattendo sui muri d’amianto e nel sorriso insolente di chi ha centrato il bersaglio c’è la perdita dell’etica trame e tragedia il luogo altolocato dei complotti e ben prima di adesso molto prima di qui la perdita del sacro.
Brandisce le armi una guerra cola scempio dovunque conduce un assalto un affondo nell’aria mitraglia c’è un coltello che taglia la violenza che grida un mare per tomba una bomba.
Piangete la domanda ora e il messaggio piangete le madri col velo sulla bocca nere fosse negli occhi formate un bavaglio e scalciate fiorite di buono abbiate stelle tra le mani non più per l’uomo o la donna lavorate il profondo salvate la pelle ai bambini.
Quello che fa l’autunno
è un bel lavoro di rifinitura
raccogliere e smaltire
ripulire dagli errori di fabbrica
far sentire le ruote dentate
di un tempo ineluttabile
che dà l’illusione del ripetersi
passare l’ultimo smalto opaco sulle foglie
addolcendo la secchezza dei vasi di linfa
che si intravedono in filigrana.
Un lavoro infame per prepararti a crepare
arrivando perfino a convincerti
che quei colori che ti sembrano accesi
non sono i colori di morte e di putrefazione
ma l’acquerello che si scioglie nel tuo cuore.
Grande e compassionevole è la natura
che riduce il tuo dolore di esserci
chiedendoti scusa con il gioco del cielo.
(opera vincitrice della sezione prosa artistica del Premio Lorenzo Montano 2025)
“L’altro sguardo” di Isabella Bignozzi
Nota di lettura di Maria Allo
Leggere Fermagenesi significa attraversare la soglia di una dimensione intima e raffinata, dove le parole di Isabella Bignozzi si fondono in un tessuto pulsante, intriso di luce e significato. Nell’opera prendono forma fermenti cromatici e mistici che generano un dialogo profondo tra il mondo dei colori e quello della spiritualità. L’autrice invita il lettore a esplorare le emozioni più autentiche, aprendo uno spiraglio su un angolo sacro e prezioso della propria anima. È un’esperienza che nutre lo spirito, stimola la riflessione e instaura una connessione autentica tra lettore e scrittore. La scrittura assume qui il ruolo di strumento d’introspezione, un viaggio nei recessi del proprio sé che porta ad osservare e affrontare coraggiosamente i lati più oscuri dell’esistenza. In questo percorso, si abbandonano posture desideranti e fertili di immaginazione – quella che, seguendo le parole di Simone Weil, tende a chiudere ogni via alla grazia – per raggiungere una parola meno razionale ma profondamente viscerale e visionaria. L’aspetto peculiare dell’opera si manifesta nella straordinaria abilità di adottare il “coraggio dello sguardo” come plasma puro ,una forza che permea ogni frammento, conferendo all’intero lavoro di Isabella Bignozzi una profondità davvero unica e trasformativa: “ Fermagenesi che non demorde, riparte da dentro, dall’intimo profondo, quello esilissimo che dice l’occhio capovolto nell’involucro, e come una guida montana sa la via suprema verso il basso, pulsazione di suono che chiama il centro, nel rosso cuore battente dei bassi che ripetono i passi, alzando il nome al varco aureo della presenza” (p.29). Per richiamare l’autenticità, è necessario utilizzare una lingua di straordinaria purezza, seguendo il percorso delineato da Isabella: un viaggio impregnato di letture e scritture lontane, quasi sospese nel tempo, simili a una preghiera silenziosa e profonda che si orienta verso ciò che è essenziale. Scriveva la Cvetaeva: “io non penso io ascolto. Poi cerco un’incarnazione esatta della parola”. Questo processo si realizza attraverso una sintesi precisa e calibrata, quasi alchemica, capace di trasformare il linguaggio in una fiamma sacra. Secondo Cristina Campo, solo con un cuore libero si può osare oltrepassare i confini dell’impossibile. Isabella, in Fermagenesi descrive questa idea con poetica intensità: “Rossi erano i cuori battenti, un attimo prima del mondo. Era una polifonia lo spazio che dirigeva il sogno, una fusione di reale, scenario sinfonico che puntinava dettagli di semicroma, tutti i capi reclinati sulla partitura, come i calici irradiati da un’aurora di animale disciolto, muto nel bene, dorato di vita senza bordo, sempre su una riva di amore selvatico, che avvampava senza pensiero e senza margine” (p.35). Creazione e Caduta offre una visione originale sull’origine del mondo, presentandola attraverso una prospettiva unica e suggestiva. Isabella indaga il concetto di un movimento immobile, quell’istante eterno che rappresenta l’inizio di ogni principio e che si ripete senza sosta. È in quel momento di immobilità dello sguardo che si accoglie il talismano: uno strumento che permette di percepire i millenni come forme circolari e leggere, privi di angoli, simili a un miraggio avvolgente. Eppure, questa quasi nullità che ci definisce sembra divertirsi a interpretare la tragedia, proprio in quel luogo dove il tempo non trova tregua. ll concetto di una genesi senza fine “interminato soffio che sopravvivi nella durata, una staffetta di fiati “sembra evocare un continuo processo di nascita e rinnovamento, una vita che si rigenera senza sosta. Al contrario, l’idea di una morte illusoria sottolinea l’aspetto transitorio della fine, vista non come un termine definitivo, ma piuttosto come parte di un ciclo eterno, spesso ingannevole nella percezione della sua apparente conclusività “e mai perduto è stato l’amore”. Fermagenesi incarna un impegno di amore e compassione per il mondo, intrecciando una filosofia della pazienza in cui fede e speranza trovano nuova vita dalle proprie ceneri. Un messaggio pieno di luce che l’autrice, con grande generosità, ci offre, ancor più significativo in un periodo dominato da un susseguirsi di devastazioni e un senso di vuoto.
Maria Allo
Ph. Daniele Ferroni
Isabella Bignozzi (Bologna, 1971) in poesia ha pubblicato: Le stelle sopra Rabbah (Transeuropa 2021, prefazione di Elio Grasso) e Memorie fluviali (MC edizioni, collana Gli insetti, a cura di Pasquale di Palmo). In prosa i romanzi Il segreto di Ippocrate (2020), e Cantami o diva degli eroi le ombre (2023), entrambi editi da La Lepre Edizioni, I bimbi nuotano forte (Arcippelago Itaca, 2024). È nell’antologia Splendere ai margini. Narrazioni emergenti (Oligo 2023) a cura di Andrea Temporelli; è con l’artista Daniele Ferroni nella plaquette Come tintinni ceste d’incenso (settembre 2023), uscita per Lumacagolosa, in collaborazione con le Edizioni Pulcinoelefante. Con alcune poesie è in Riflessi. Rassegna critica alla poesia contemporanea, a cura di Patrizia Baglione, Edizioni Progetto Cultura 2023. Nella rivista «La foce e la sorgente», a cura di Marco Ercolani e Lucetta Frisa, è presente con alcune liriche (n. 6, seconda serie, dicembre 2021), e con una prosa artistica (n. 7, seconda serie, gennaio-giugno 2022). È presente con suoi testi, saggi e interventi critici in numerose riviste letterarie cartacee, tra cui «Filigrane» (Ronzani Editore), «L’anello critico» (CartaCanta Editore), «Avamposto», «Metaphorica» (Efesto Edizioni); alcuni suoi saggi sono on line in «Poesia del nostro tempo», «Larosainpiu», «Nazione Indiana», «Morel – voci dall’isola», «Pangea». Cura lo spazio web «L’Astero rosso – luogo di attenzione e poesia».
Da “L’erba in bocca” (Tutte le poesie, Garzanti) JOLANDA INSANA *
balbetto ai confini del reame ricco di grano vero picchiata dalla fame mi fingocosmografie senza corpo ma è balbettamento per scompenso perchè poi non immagino nulla in questo allucinamento per fame amara che non fabbrica segni e non riesco a morire con l’erba in bocca
*
ho contrabbandato sale tra una sponda e l’altra dello Stretto per un sacco di parole infistolite che sul mare del ritorno presero un colpo di freddo e fecero male
*
nel continente assiderato dove il dolore è fresco non si ristampa l’alimurgìa per i penuriosi e così m’improvviso aromataria e sparigica per trovare nella selva di foresti medicamenti l’erbasena che non sana pervolendo essere alloiata spirante miserie e stringiniente per soffrimento di febbre asmatiche e malinconiche contro gente di stomaco gagliardo e pichiacuore e soprattutto non sdimenticando che esclusa non sono fuori ma semplicemente sola preclusa e reclusa
*
faccio finta che è così per lasciarmi isnervata prendere a tradimento nel mare più salato e dolce dove voluta e mai posseduta entro ma m’impiglio troppo a riva e dunque rientro nelle valve conchiavate e più non mi sconchiglio
Più vivo di così non sarai mai, te lo prometto. Per la prima volta vedrai i pori schiudersi come musi di pesce e potrai ascoltare il mormorio del sangue nelle gallerie e sentire la luce scivolarti sulle cornee come lo strascico di un abito; per la prima volta avvertirai la gravità pungerti come una spina nel calcagno e per l’imperativo delle ali avrai male alle scapole. Ti prometto di renderti talmente vivo che la polvere ti assorderà cadendo sopra i mobili, che le sopracciglia diventeranno due ferite fresche e ti parrà che i tuoi ricordi inizino con la creazione del mondo.
Mentre scrivo è la fine dell’estate,
piove e non piove più.
Le strade hanno le stesse nitide pozzanghere
che da bambina saltavo,
ignorando la profondità del baratro.
Sfiorata da un pugnale d’odio
che la storia mi ha portato,
mi avvicino ad un ramo splendido
ed è come aprirsi nel silenzio.
Si impara il dolore dal dolore.
Forse si volterà pagina
e nulla di più sarà cambiato.
C’è almeno una cosa che devi sapere,
desidero, ancora una volta,
l’innocenza del primo amore.
Nient’altro mi importa.
*
Vorrei essere la punta della tua lingua
che bagna il labbro seccato dall’arsura.
Vorrei essere una ciglia del tuo occhio,
l’impronta digitale sulla mano,
la vena lungo il collo,
una ruga che si allarga,
la luce improvvisa da una crepa,
il tuo respiro che si affanna.
*
Ma io mi faccio piccola piccola,
una ciglia, un granello, una briciola nella tasca,
un atomo, una particella elementare
da portare via.
Per te svanisco
in questo momento di nostalgia.
*
Non c’è più tempo per gli indugi,
sii paziente con me, tenero.
C’è splendore nei tuoi occhi,
desiderio sulle mie labbra.
Io ti porto la mia paura di scampata,
lo spavento, la fiducia dimenticata.
Tu mi porti la bellezza degli inizi,
una carezza a lungo desiderata.
*
Oggi come molti anni fa
i tuoi occhi conservano immutato
l’ardore dei sogni di ragazzo.
Ed eccoli tutti lì,
senza rimpianti,
i sogni che volevi.
La passione è vita
sottratta al tempo che passa
e che ti scava il viso.
Sono qui e ti guardo
come si guarda una pioggia
fine che rinfresca.
E siamo entrambi nella mancanza,
perché più di tutto si comprende
il mondo che non si è fatto.
*
Tutto ciò che ci siamo detti
nel breve momento dell’incontro
è veramente tutto in uno sguardo,
speso nella dimenticanza di questi anni.
Veramente tutto, che a guardarti ora
negli occhi, i tuoi occhi scuri e lucidi,
viene un pensiero di malinconia.
Si alza un refolo di vento
dietro alle nostre spalle
ed è l’unico dire che occorre
alle bocche degli amanti per trovarsi
nell’impronta perfetta di un bacio.
E tutto ciò che in questa sera
mi parla dolcemente di te
ha un odore di gelsomini,
che mi sfiora gli occhi
mentre socchiudo le palpebre.
*
Le prime foglie secche d’autunno,
prima ancora che sia l’autunno,
volteggiano nell’aria che sa di muschio.
Sconosciuti l’uno all’altra
sappiamo solo della nostra esistenza,
consegnandoci intatti ad una chimera.
Ciò che si deve dire o non dire
è solo un desiderio
che assomiglia al poco,
tenuto al riparo
nella pace eterea
delle cose distanti.
Non voglio niente che non sia
la passione di un bacio,
lacerante e penetrante,
e vedere gli uccelli ritornare
ad uno ad uno
come a primavera.
E tutto quello che mi resta
di una sera di settembre
è la tua bellezza greca.
E tutto quello che mi tormenta,
nascosta e mal celata,
è un’assenza che spaventa.
*
Testi di Antonia De Gattis, tratti da Primo amore (Amazon Publishing, 2025).
NOTE BIOGRAFICHE
Antonia De Gattis, nata a Lecco il 4 settembre 1978, ha sempre vissuto in provincia di Cosenza. Autrice di poesia e narrativa, ha pubblicato le raccolte di poesie, Eternità (Città del Sole Edizioni, 2023) e Primo amore (Amazon Publishing, 2025), il romanzo Ilcommissario Ferramonti.Un giorno nero alla hijumara (Castelvecchi, 2024), il saggio Il cambiamento che saremo. Parole di crescita, forza e speranza (Amazon Publishing, 2024).
Va via e poi mi torna
questa strana voglia di vivere
come dovessi tener fermo
e poi rilasciare
ciò che circola liberamente.
Un flusso, un sangue
da fermare con le mani.
puntare i piedi, starmi ad ascoltare.
A volte mi basta solo il rumore
dell’acqua che ride e che corre
a volte ristagna, crolla un ponte
rovinano le pietre
e io non saprei come e dove condurla
non ha una casa
se non quella grande che verrà
né ricorda la sorgente.
Si fa acqua per strada, si gonfia
si asciuga per mesi, per anni
poi ritorna in un altro punto
in un’altra polla.
Cosa le devo, non saprei
se non la sete
la forma più antica di scrittura.
Tu pensi che, quando cresce il tuo male, si spengano i fuochi, le barche non prendano il mare, si proibisca ai cani di latrare, i figli si incantino come sculture di sale.
Oh no, lascia perdere. Osserva la ghiandaia azzurra che ruba il tuo ultimo cucchiaino d’argento. Ferma lo sguardo sgomento sull’estranea bellezza di questa caraffa in cui luccica tutto il ghiaccio del mondo.
Oggi è il 1° settembre e, come promesso, si conclude la pausa estiva e riprendono le attività di Limina mundi.
Auguriamo un buon rientro dalle ferie, un nuovo anno di scuola, di studio, di poesia e arte. Settembre, il mese appena iniziato, è quando finisce l’estate, svapora il caldo torrido, incombe l’inversione dei tempi, gli uccelli si preparano a migrare, il cielo s’annuvola e la natura respira nell’aria fresca di pioggia.
Ha il suo fascino settembre, come l’autunno che inugura, quando impera la malinconia, ma anche la dolcezza dei i frutti buoni che hanno dentro il sole dell’estate, è un periodo pervaso dalla calma serenità della consapevolezza che tutto scorre e il tempo matura. Settembre prende i suoi impegni solenni, dice che giungerà un’altra stagione rigida di freddo e neve e poi immancabile un’altra primavera di fiori e virgulti.
Lo salutiamo come merita, con una splendida poesia di Maria Luisa Spaziani.
S’imbroncia il tempo. Settembre fa il suo ingresso
Quest’anno ricorrono cento anni dalla pubblicazione, da parte di Piero Gobetti, nel giugno del 1925, di Ossi di seppia, prima raccolta di poesie di Eugenio Montale, opera memorabile che rappresenta un’importante testimonianza letteraria e umana della poesia italiana del Novecento. “Maestrale” è tratta dalla quarta sezione, Meriggi e ombre, fa parte di un trittico intitolato L’agave su lo scoglio, testo dedicato ai principali venti di terra e di mare fortemente presenti in Liguria e nella poesia di Montale. Maestrale è presentato dopo SciroccoeTramontana e rappresenta la calma ritrovata dopo la burrasca, come accade in natura quando il vento cessa di soffiare da nord-ovest e consente all’agave di rifiorire. Il protagonista assoluto è il mare, elemento naturale amatissimo dal poeta, la cui osservazione, alla fine di una tempesta e di fronte all’alzarsi in volo di uno stormo, gli suscita profonde riflessioni sul senso della vita e sulla condizione umana: l’immensa distesa azzurra rappresenta la vita ideale cui l’autore aspira, pur con la consapevolezza che il suo desiderio è irrealizzabile. L’incessante stato di alternanza del mare fra calma e tempesta riflette proprio la condizione umana, costretta a tentare di superare le avversità che la vita inevitabilmente comporta. Lo sguardo del poeta fa riemergere brandelli di verità, lati dell’esistere talvolta soffocati o dimenticati insieme al suo consueto invito a non fermarsi alle apparenze, a ciò che si vede, ma di guardare al futuro, andando oltre perché tutte le immagini portano scritto: “più in là”!
MAESTRALE
S’è rifatta la calma
nell’aria: tra gli scogli parlotta la maretta.
Sulla costa quietata, nei broli, qualche palma
a pena svetta.
Una carezza disfiora
la linea del mare e la scompiglia
un attimo, soffio lieve che vi s’infrange e ancora
il cammino ripiglia.
Lameggia nella chiaria
la vasta distesa, s’increspa, indi si spiana beata
e specchia nel suo cuore vasto codesta povera mia
vita turbata.
O mio tronco che additi,
in questa ebrietudine tarda,
ogni rinato aspetto coi germogli fioriti
sulle tue mani, guarda:
sotto l’azzurro fitto
del cielo qualche uccello di mare se ne va;
né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:
“più in là”!
*
(Eugenio Montale, Ossi di Seppia)
***
Con questa poesia significativa la Redazione di LIMINA MUNDI vi saluta e vi augura