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Loredana Semantica legge una poesia di Giuseppe Ungaretti

da L’allegria di Giuseppe Ungaretti, 1931

07 martedì Ott 2025
Posted in La società, Podcast, POESIA
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Loredana Semantica legge una poesia di Giuseppe Ungaretti

da L’allegria di Giuseppe Ungaretti, 1931

06 lunedì Ott 2025
Posted in POESIA

Addendo al rumore,
minuendo al silenzio,
che farcene della fragilità,
tiene le arterie dischiuse
aggrappate al peso delle braccia,
dovremmo dell’antro toccare il fondo,
su questa sterrata sbatterci contro,
scuoterne il senso, strizzarne la goccia
almeno che scenda nel ventre, collosa,
di cuore, così, intrisa. Annaspa l’amaro
in gola, è cruda colatura d’argilla,
muta di segno, come a novembre,
l’ora va breve, discrasia nodosa:
quale laceramento la ricerca,
aporia interrotta dal respiro,
è logora questa latenza,
servirebbe una visione,
un paesaggio inatteso
che lasci alle cose frante
la cura, una rosa.
*
Alla vista già sfinita dei campi,
in ogni posto, ci attende il tracciamento
per il viaggio che riprende.
E, nel corso, ritorna il desiderio.
Con le sue voci lo trascina il giorno
che s’oscura della luce di settembre
al gonfiore crudele del cielo
tanto azzurro da strappare il fiato,
nella speranza che arrivi presto
la pioggia, un temporale, una tempesta
a dissipare l’ansia di questa stagione muta:
acqua rovinosa, cupa, bella,
che s’appigli, furente, agli alberi, alle case,
al tronco nudo dell’anima sospesa.
*
Cleopatra è risorta dal veleno degli aspidi,
si dimena tra le lenzuola il suo corpo livido:
l’altera presenza non è violazione del culmine
ma triste notazione di lune che parlano agli astri
spegnendosi, ad una ad una, nel buio.
Aveva ragione Antonio nel forgiare
le lunghe catene di bronzo,
non doveva lanciare sassi gravidi
nel limo per misere curve dischiuse,
cedere il passo alla piovosa mattina
di luglio spaventato dal fuoco:
lei, ora, gli scaglierà addosso il marchio
dell’aquila e conterà le prede all’avvoltoio.
Pesano i morti nel soffio delle lagune
sui campi d’avena bagnati dal Nilo.
Dicono del naso, che fosse quello il riscontro
della vera bellezza, altro non vedo che il taglio
acuminato degli occhi ripassati d’antimonio:
ecco, il veleno riprende vigore, corre nelle vene,
affranca la voglia di vita, rinasce la regina
tra i mortali, respira come rosa nel deserto.
*
E di nuovo l’autunno: pochi lumi
spiano le case, il vento alita su bocche
assise alle finestre dondolanti d’erba
e lontano muore l’ultimo tramonto,
echi di piogge spingono a bramosi
passi le voglie di una terra marcita.
A folate si destreggiano nel cielo
uccelli neri in preda al volo
nudi come le anime dei viandanti
e corrono i rotori corrono sull’asfalto
scroscianti di cristalli maculati.
S’oscura, offesa, una crisalide di sposa.
Dov’è il sentore, dimmi, mi amor
dove la pallida sorpresa che allude
al calore di questo gioco astrale?
Resta una foglia che, stanca, si riposa
sul ramo e, tremula, vacilla, resiste
ma poi si spezza e cade, arresa.
*
È solo un sospetto, un istante che passa
a ghermire i palpiti distrattamente,
quasi falciati da chissà quale massa
critica che ottenebra la nostra mente.
Noi, che corpo e sangue siamo ancora,
l’odore occluso dalla caligine d’ottobre
al nitido lenir del giorno accesi, ora,
che niente ci rimane, niente ci ricopre.
E ci consuma l’algia dell’attesa
perché, con vino e rose, il sesso è andato
e quel che viene non è più sorpresa
ma l’inutile perpetrarsi del peccato.
Eppure vorremmo chissà cosa e quale
sentire, con quanta voglia e quant’arsura:
fuori c’è pioggia, presto tornerà il sole
a segnare il passo, il ritmo, la misura.
Antonio Tammaro, “Via da questa arsura”, Fallone Editore, 2024.
04 sabato Ott 2025
Posted in La società, Podcast, POESIA, Poesia sabbatica

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Introduzioni di Maria Allo
Lettura di Francesco Palmieri
Purgatorio
XI ,1-24
Con questa reinterpretazione del Pater Noster, le riflessioni di Dante assumono una matrice francescana, richiamando esplicitamente il Cantico delle Creature. Esse non si concentrano sull’individuo, bensì abbracciano l’intera umanità, come chiaramente evidenziato nell’ultima terzina (vv. 22-26).
«O Padre nostro, che ne’ cieli stai,
non circunscritto, ma per più amore
ch’ai primi effetti di là sù tu hai,
laudato sia ‘l tuo nome e ‘l tuo valore
da ogni creatura, com’è degno
di render grazie al tuo dolce vapore.
Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,
ché noi ad essa non potem da noi,
s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.
Come del suo voler li angeli tuoi
fan sacrificio a te, cantando osanna,
così facciano li uomini de’ suoi.
Dà oggi a noi la cotidiana manna,
sanza la qual per questo aspro diserto
a retro va chi più di gir s’affanna.
E come noi lo mal ch’avem sofferto
perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
benigno, e non guardar lo nostro merto.
Nostra virtù che di legger s’adona,
non spermentar con l’antico avversaro,
ma libera da lui che sì la sprona.
Quest’ultima preghiera, segnor caro,
già non si fa per noi, ché non bisogna,
ma per color che dietro a noi restaro».
Il valore della preghiera e del rito che ne accompagna la recitazione emerge in tutta la sua chiarezza: rappresenta il cuore della proposta francescana, che invita l’umanità a elevarsi e a riconoscere con consapevolezza i propri limiti. È un’umiltà che si rivela grande proprio per la sua capacità di superare la vanità e i rapporti umani deteriorati che essa genera, scegliendo invece di incarnare valori profondi. L’essere umano raggiunge il simbolico stato di “angelica farfalla” solo nel momento in cui abbandona l’illusione di autosufficienza, scoprendo il bisogno dell’aiuto divino e della solidarietà tra gli uomini. Un bisogno che le anime incontrate da Dante non seppero cogliere nella loro vita terrena.
03 venerdì Ott 2025
Posted in La società, Podcast, POESIA, Venerdì dispari
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Francesco Tontoli legge la sua poesia dedicata al tema.
*
Le barche della pace sono state derise
da un mondo di umani parallelo.
A chi portava un chicco di riso fino al cielo
è stato detto di recedere
a chi teneva in serbo un pacco di biscotti proteico
veniva da contestargli la mancanza di gusto
e di charme.
C’era chi sapeva di star facendo l’ultimo viaggio
e cullava l’illusione coltivata da tempo
di sfamare uno sconosciuto.
A imbarcare acqua ci vuole poco
si piegano le ginocchia alle sirene
e le stelle fingono di non guardare
le barche di ogni spicchio di mondo
alzano l’unica bandiera che hanno nel cuore
bianca come il nulla e solitaria come chi aspetta.
C’è chi è all’oscuro di tutto,
le bussole impazziscono a stabilire
dove sia la stella guida
la rotta è travagliata e il ministro
tutto preso dal suo ministero
benedice gli ospiti delle nuove galere
con la sua razione di ragionevole crudeltà.
Francesco Tontoli
02 giovedì Ott 2025
Posted in La società, Podcast, POESIA
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Deborah Mega legge una poesia di Nelly Sachs
Ma chi vi tolse la sabbia dalle scarpe,
quando doveste alzarvi per morire?
La sabbia che Israele ha riportato,
la sabbia del suo esilio?
Sabbia rovente del Sinai,
mischiata a gole di usignoli,
mischiata ad ali di farfalla,
mischiata alla polvere inquieta dei serpenti,
mischiata a grani di salomonica sapienza,
mischiata all’amaro segreto dell’assenzio.
O dita,
che toglieste ai morti la sabbia dalle scarpe,
domani già sarete polvere
nelle scarpe di quelli che verranno!
Nelly Sachs, in Versi in libertà/Trenta poetesse da tutto il mondo di Maria Grazia Calandrone, Mondadori, 2022

01 mercoledì Ott 2025
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Maria Allo legge la poesia di Adam Zagajewski “6 luglio 1980”
Una grande potenza, lasciandosi guidare dalla cura
per la propria sicurezza, occupa
il paese vicino. Un milione di profughi, fra i
quali donne, bambini e anziani, si accampa
vicino alla frontiera della propria patria.
Gli uomini, armati di fucili
Ottocenteschi, vanno sulle montagne per combattere
Con l’invasore anelante sicurezza. Il presidente
Di un’altra grande potenza
Sorride con tristezza. Gli europei
per tre settimane febbrilmente
discutono lo sviluppo degli eventi. La gioventù
di sinistra tedesca protesta contro
gli armamenti e programma in caso di guerra
la creazione di piccoli, mobili reparti
di autodifesa, armati di fucili
ottocenteschi. Un direttore d’orchestra americano invita,
per gli ultimi giorni prima della fine del mondo,
ad ascoltare la musica di Beethoven. Un funzionario
di banca in pensione presenta in televisione
nastri magnetici con le registrazioni delle voci
dei morti. I morti non hanno molto da dire,
elencano i propri nomi, piangono
o ci salutano con urli
d’uccelli, brevi come un sospiro.
Tu e io siamo seduti davanti alla finestra aperta,
guardiamo le verdi scure figlie dell’acero, è domenica, piove, ridiamo
dell’onniscienza dei giornalisti e della vacuità
dei politici. Siamo impotenti
e sereni, ci sembra di capire
più degli altri.
Adam Zagajewski
Guarire dal silenzio – Nuovi versi e poesie scelte, Mondadori
a cura di Marco Bruni
30 martedì Set 2025
Posted in La società, Podcast, POESIA
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Antonella Pizzo legge la poesia “C’è un qualcosa che scorna” dalla raccolta “Barracuda” di Loredana Semantica, Terra d’ulivi edizioni, 2024
C’è un qualcosa che scorna
sbattendo sui muri d’amianto
e nel sorriso insolente di chi
ha centrato il bersaglio c’è
la perdita dell’etica trame e tragedia
il luogo altolocato dei complotti
e ben prima di adesso
molto prima di qui
la perdita del sacro.
Brandisce le armi una guerra
cola scempio dovunque
conduce un assalto un affondo
nell’aria mitraglia
c’è un coltello che taglia
la violenza che grida
un mare per tomba
una bomba.
Piangete la domanda ora
e il messaggio piangete
le madri col velo sulla bocca
nere fosse negli occhi
formate un bavaglio e scalciate
fiorite di buono
abbiate stelle tra le mani
non più per l’uomo o la donna
lavorate il profondo
salvate la pelle
ai bambini.

27 sabato Set 2025
Posted in POESIA, Poesia sabbatica

L’OCCIDENTE
noi, che abbiamo stracciato ogni cielo
e non abbiamo più un cielo
dove appuntare una sola speranza
noi, che abbiamo aperto sportelli
nelle foreste d’amazzonia
e sepolto nel cemento perenne
i coralli rossi del pacifico,
che abbiamo spezzato in due
totem chiese e cattedrali
per innalzare i minareti di fumo
dei muezzin di tutte le americhe
noi, che urtiamo uomini per strada
e non sappiamo più leggere
il tuo e il mio dolore più grande,
che viviamo a colori,
che risorgiamo quando è vacanza
e torniamo a morire appena è finita,
che mangiamo a colazione pranzo e cena
e digeriamo a fatica,
che accogliamo gente
in case da mostrare alla gente
noi, forse moriremo tutti
o forse siamo già tutti morti.
(1987)
Francesco Palmieri
da “Poesie giovanili e sparse” raccolta inedita
*
QUI la lettura A viva voce dell’autore.
26 venerdì Set 2025
Posted in POESIA, Venerdì dispari
Quello che fa l’autunno
è un bel lavoro di rifinitura
raccogliere e smaltire
ripulire dagli errori di fabbrica
far sentire le ruote dentate
di un tempo ineluttabile
che dà l’illusione del ripetersi
passare l’ultimo smalto opaco sulle foglie
addolcendo la secchezza dei vasi di linfa
che si intravedono in filigrana.
Un lavoro infame per prepararti a crepare
arrivando perfino a convincerti
che quei colori che ti sembrano accesi
non sono i colori di morte e di putrefazione
ma l’acquerello che si scioglie nel tuo cuore.
Grande e compassionevole è la natura
che riduce il tuo dolore di esserci
chiedendoti scusa con il gioco del cielo.
Francesco Tontoli
25 giovedì Set 2025
Anterem edizioni, 2025
(opera vincitrice della sezione prosa artistica del Premio Lorenzo Montano 2025)

“L’altro sguardo” di Isabella Bignozzi
Nota di lettura di Maria Allo
Leggere Fermagenesi significa attraversare la soglia di una dimensione intima e raffinata, dove le parole di Isabella Bignozzi si fondono in un tessuto pulsante, intriso di luce e significato. Nell’opera prendono forma fermenti cromatici e mistici che generano un dialogo profondo tra il mondo dei colori e quello della spiritualità. L’autrice invita il lettore a esplorare le emozioni più autentiche, aprendo uno spiraglio su un angolo sacro e prezioso della propria anima. È un’esperienza che nutre lo spirito, stimola la riflessione e instaura una connessione autentica tra lettore e scrittore. La scrittura assume qui il ruolo di strumento d’introspezione, un viaggio nei recessi del proprio sé che porta ad osservare e affrontare coraggiosamente i lati più oscuri dell’esistenza. In questo percorso, si abbandonano posture desideranti e fertili di immaginazione – quella che, seguendo le parole di Simone Weil, tende a chiudere ogni via alla grazia – per raggiungere una parola meno razionale ma profondamente viscerale e visionaria. L’aspetto peculiare dell’opera si manifesta nella straordinaria abilità di adottare il “coraggio dello sguardo” come plasma puro ,una forza che permea ogni frammento, conferendo all’intero lavoro di Isabella Bignozzi una profondità davvero unica e trasformativa: “ Fermagenesi che non demorde, riparte da dentro, dall’intimo profondo, quello esilissimo che dice l’occhio capovolto nell’involucro, e come una guida montana sa la via suprema verso il basso, pulsazione di suono che chiama il centro, nel rosso cuore battente dei bassi che ripetono i passi, alzando il nome al varco aureo della presenza” (p.29). Per richiamare l’autenticità, è necessario utilizzare una lingua di straordinaria purezza, seguendo il percorso delineato da Isabella: un viaggio impregnato di letture e scritture lontane, quasi sospese nel tempo, simili a una preghiera silenziosa e profonda che si orienta verso ciò che è essenziale. Scriveva la Cvetaeva: “io non penso io ascolto. Poi cerco un’incarnazione esatta della parola”. Questo processo si realizza attraverso una sintesi precisa e calibrata, quasi alchemica, capace di trasformare il linguaggio in una fiamma sacra. Secondo Cristina Campo, solo con un cuore libero si può osare oltrepassare i confini dell’impossibile. Isabella, in Fermagenesi descrive questa idea con poetica intensità: “Rossi erano i cuori battenti, un attimo prima del mondo. Era una polifonia lo spazio che dirigeva il sogno, una fusione di reale, scenario sinfonico che puntinava dettagli di semicroma, tutti i capi reclinati sulla partitura, come i calici irradiati da un’aurora di animale disciolto, muto nel bene, dorato di vita senza bordo, sempre su una riva di amore selvatico, che avvampava senza pensiero e senza margine” (p.35). Creazione e Caduta offre una visione originale sull’origine del mondo, presentandola attraverso una prospettiva unica e suggestiva. Isabella indaga il concetto di un movimento immobile, quell’istante eterno che rappresenta l’inizio di ogni principio e che si ripete senza sosta. È in quel momento di immobilità dello sguardo che si accoglie il talismano: uno strumento che permette di percepire i millenni come forme circolari e leggere, privi di angoli, simili a un miraggio avvolgente. Eppure, questa quasi nullità che ci definisce sembra divertirsi a interpretare la tragedia, proprio in quel luogo dove il tempo non trova tregua. ll concetto di una genesi senza fine “interminato soffio che sopravvivi nella durata, una staffetta di fiati “sembra evocare un continuo processo di nascita e rinnovamento, una vita che si rigenera senza sosta. Al contrario, l’idea di una morte illusoria sottolinea l’aspetto transitorio della fine, vista non come un termine definitivo, ma piuttosto come parte di un ciclo eterno, spesso ingannevole nella percezione della sua apparente conclusività “e mai perduto è stato l’amore”. Fermagenesi incarna un impegno di amore e compassione per il mondo, intrecciando una filosofia della pazienza in cui fede e speranza trovano nuova vita dalle proprie ceneri. Un messaggio pieno di luce che l’autrice, con grande generosità, ci offre, ancor più significativo in un periodo dominato da un susseguirsi di devastazioni e un senso di vuoto.
Maria Allo

Ph. Daniele Ferroni
Isabella Bignozzi (Bologna, 1971) in poesia ha pubblicato: Le stelle sopra Rabbah (Transeuropa 2021, prefazione di Elio Grasso) e Memorie fluviali (MC edizioni, collana Gli insetti, a cura di Pasquale di Palmo). In prosa i romanzi Il segreto di Ippocrate (2020), e Cantami o diva degli eroi le ombre (2023), entrambi editi da La Lepre Edizioni, I bimbi nuotano forte (Arcippelago Itaca, 2024). È nell’antologia Splendere ai margini. Narrazioni emergenti (Oligo 2023) a cura di Andrea Temporelli; è con l’artista Daniele Ferroni nella plaquette Come tintinni ceste d’incenso (settembre 2023), uscita per Lumacagolosa, in collaborazione con le Edizioni Pulcinoelefante. Con alcune poesie è in Riflessi. Rassegna critica alla poesia contemporanea, a cura di Patrizia Baglione, Edizioni Progetto Cultura 2023. Nella rivista «La foce e la sorgente», a cura di Marco Ercolani e Lucetta Frisa, è presente con alcune liriche (n. 6, seconda serie, dicembre 2021), e con una prosa artistica (n. 7, seconda serie, gennaio-giugno 2022). È presente con suoi testi, saggi e interventi critici in numerose riviste letterarie cartacee, tra cui «Filigrane» (Ronzani Editore), «L’anello critico» (CartaCanta Editore), «Avamposto», «Metaphorica» (Efesto Edizioni); alcuni suoi saggi sono on line in «Poesia del nostro tempo», «Larosainpiu», «Nazione Indiana», «Morel – voci dall’isola», «Pangea». Cura lo spazio web «L’Astero rosso – luogo di attenzione e poesia».
20 sabato Set 2025
Posted in POESIA, Poesia sabbatica

-20-
trovassi le parole
per disfare cielo e terra
e dire a questo buio
che sia fatta luce
e luce sia
separare il chiaro dallo scuro
il greve dal leggero
i vivi dal morire
e mai morti i vivi
i morti tutti altrove
distanti ad anni luce
da non saperne nulla
trovassi le parole
per fermare il tempo
fissare nella carne
l’estate che fa belli
il liscio della pelle
di pesche morse a maggio
il fermo della quercia
piantato nelle gambe
e scordare mesi ed anni
che uno dopo uno
si fanno tempo in meno
e sempre hanno in fondo
la pena di chi è polvere
e polvere tornerà
trovassi parole forti
da dire ogni mattina
quando nello specchio
non posso più mentire,
quando nello specchio
vedo me morire.
19 venerdì Set 2025
Posted in POESIA, Venerdì dispari
devi tagliare lo stelo della tua ombra
la spiga è coricata
dorme sul campo di mine
minato è anche il cuore
contaminati gli alberi lungo i canali
la casa che raccoglie l’acqua da irrigare.
Campi su campi sono rimasti violati
e il nostro desiderio di panificare.
Eterna e lontana è Odessa
come sono eterni i granai della Libia.
Francesco Tontoli
17 mercoledì Set 2025

Da “L’erba in bocca” (Tutte le poesie, Garzanti)
JOLANDA INSANA
*
balbetto ai confini del reame ricco di grano vero
picchiata dalla fame mi fingocosmografie senza corpo
ma è balbettamento per scompenso
perchè poi non immagino nulla
in questo allucinamento per fame amara
che non fabbrica segni
e non riesco a morire con l’erba in bocca
*
ho contrabbandato sale
tra una sponda e l’altra dello Stretto
per un sacco di parole infistolite che sul mare del ritorno
presero un colpo di freddo e fecero male
*
nel continente assiderato dove il dolore è fresco
non si ristampa l’alimurgìa per i penuriosi
e così m’improvviso aromataria e sparigica
per trovare nella selva di foresti medicamenti
l’erbasena che non sana
pervolendo essere alloiata spirante miserie e stringiniente
per soffrimento di febbre asmatiche e malinconiche
contro gente di stomaco gagliardo e pichiacuore
e soprattutto non sdimenticando che esclusa non sono fuori
ma semplicemente sola preclusa e reclusa
*
faccio finta che è così
per lasciarmi isnervata prendere a tradimento
nel mare più salato e dolce dove voluta e mai posseduta
entro ma m’impiglio troppo a riva e dunque rientro
nelle valve conchiavate e più non mi sconchiglio

13 sabato Set 2025
Posted in LETTERATURA, Poesia sabbatica

A nostra insaputa
sto parlando da solo
in questa clausura di terra,
a ricordare fra le pieghe
che un certo giorno
dovrò morire
*
(per esaurimento d’anni
un guasto nella carne
il passare a caso
dove sarà fatale
e tutti a dire,
poverino, forse era destino)
*
in un modo o in un altro
non c’è verso di passare la mano,
di negarsi al calice ed al fiele,
e si andrà fino al fondo,
*
avrei voluto essere là
quando divinità giganti
contrattavano tempo e luogo
per noi che ignari
dovevamo arrivare
*
(bambini chiassosi in colonia d’estate)
*
avrei voluto guardarle in faccia,
le divinità giganti,
mentre si giocavano a dadi
*
l’anima, la carne,
lo strazio infinito
dei giorni contati.
*
Francesco Palmieri
(dalla raccolta edita “Fra improbabile cielo e terra certa” Terra d’ulivi edizioni)
12 venerdì Set 2025
Posted in POESIA, Venerdì dispari
È stato strappato un vocale al convegno
hanno detto che gli uomini potenti
vivranno fino a centocinquanta anni
scambiandosi gli organi
avendo molti cuori pelosi in cassaforte
preparandosi a innestare altri corpi nel corpo
Succede da tempo che moriamo con il fegato di altri
che qualcuno con notevole reddito
corra in Svizzera prima di ritornarci a morire
dentro una piccola astronave.
Il primo imperatore della Cina
col suo esercito di terracotta aveva previsto
che ognuno dei suoi soldati di fango
potesse combattere la guerra della vita
abbattere il muro dei silenzi sepolti
addestrare il tempo a sopportare
la propria presenza.
I nuovi piccolissimi imperatori giocano
con la loro paura abusando del nostro terrore.
Schierano truppe ai confini dello Stige
e riempiono il cielo di giocattoli
festeggiando i loro centocinquanta anni
di infanzia difficile di bullismo e crudeltà.
Francesco Tontoli
11 giovedì Set 2025

Più vivo di così non sarai mai, te lo prometto.
Per la prima volta vedrai i pori schiudersi
come musi di pesce e potrai ascoltare
il mormorio del sangue nelle gallerie
e sentire la luce scivolarti sulle cornee
come lo strascico di un abito; per la prima volta
avvertirai la gravità pungerti
come una spina nel calcagno
e per l’imperativo delle ali avrai male alle scapole.
Ti prometto di renderti talmente vivo che
la polvere ti assorderà cadendo sopra i mobili,
che le sopracciglia diventeranno due ferite fresche
e ti parrà che i tuoi ricordi inizino
con la creazione del mondo.

08 lunedì Set 2025
Posted in POESIA, Segnalazioni ed eventi
Mentre scrivo è la fine dell’estate,
piove e non piove più.
Le strade hanno le stesse nitide pozzanghere
che da bambina saltavo,
ignorando la profondità del baratro.
Sfiorata da un pugnale d’odio
che la storia mi ha portato,
mi avvicino ad un ramo splendido
ed è come aprirsi nel silenzio.
Si impara il dolore dal dolore.
Forse si volterà pagina
e nulla di più sarà cambiato.
C’è almeno una cosa che devi sapere,
desidero, ancora una volta,
l’innocenza del primo amore.
Nient’altro mi importa.
*
Vorrei essere la punta della tua lingua
che bagna il labbro seccato dall’arsura.
Vorrei essere una ciglia del tuo occhio,
l’impronta digitale sulla mano,
la vena lungo il collo,
una ruga che si allarga,
la luce improvvisa da una crepa,
il tuo respiro che si affanna.
*
Ma io mi faccio piccola piccola,
una ciglia, un granello, una briciola nella tasca,
un atomo, una particella elementare
da portare via.
Per te svanisco
in questo momento di nostalgia.
*
Non c’è più tempo per gli indugi,
sii paziente con me, tenero.
C’è splendore nei tuoi occhi,
desiderio sulle mie labbra.
Io ti porto la mia paura di scampata,
lo spavento, la fiducia dimenticata.
Tu mi porti la bellezza degli inizi,
una carezza a lungo desiderata.
*
Oggi come molti anni fa
i tuoi occhi conservano immutato
l’ardore dei sogni di ragazzo.
Ed eccoli tutti lì,
senza rimpianti,
i sogni che volevi.
La passione è vita
sottratta al tempo che passa
e che ti scava il viso.
Sono qui e ti guardo
come si guarda una pioggia
fine che rinfresca.
E siamo entrambi nella mancanza,
perché più di tutto si comprende
il mondo che non si è fatto.
*
Tutto ciò che ci siamo detti
nel breve momento dell’incontro
è veramente tutto in uno sguardo,
speso nella dimenticanza di questi anni.
Veramente tutto, che a guardarti ora
negli occhi, i tuoi occhi scuri e lucidi,
viene un pensiero di malinconia.
Si alza un refolo di vento
dietro alle nostre spalle
ed è l’unico dire che occorre
alle bocche degli amanti per trovarsi
nell’impronta perfetta di un bacio.
E tutto ciò che in questa sera
mi parla dolcemente di te
ha un odore di gelsomini,
che mi sfiora gli occhi
mentre socchiudo le palpebre.
*
Le prime foglie secche d’autunno,
prima ancora che sia l’autunno,
volteggiano nell’aria che sa di muschio.
Sconosciuti l’uno all’altra
sappiamo solo della nostra esistenza,
consegnandoci intatti ad una chimera.
Ciò che si deve dire o non dire
è solo un desiderio
che assomiglia al poco,
tenuto al riparo
nella pace eterea
delle cose distanti.
Non voglio niente che non sia
la passione di un bacio,
lacerante e penetrante,
e vedere gli uccelli ritornare
ad uno ad uno
come a primavera.
E tutto quello che mi resta
di una sera di settembre
è la tua bellezza greca.
E tutto quello che mi tormenta,
nascosta e mal celata,
è un’assenza che spaventa.
*
Testi di Antonia De Gattis, tratti da Primo amore (Amazon Publishing, 2025).

NOTE BIOGRAFICHE
Antonia De Gattis, nata a Lecco il 4 settembre 1978, ha sempre vissuto in provincia di Cosenza. Autrice di poesia e narrativa, ha pubblicato le raccolte di poesie, Eternità (Città del Sole Edizioni, 2023) e Primo amore (Amazon Publishing, 2025), il romanzo Il commissario Ferramonti. Un giorno nero alla hijumara (Castelvecchi, 2024), il saggio Il cambiamento che saremo. Parole di crescita, forza e speranza (Amazon Publishing, 2024).
06 sabato Set 2025
Posted in LETTERATURA, Poesia sabbatica

Dopo la fine, cinico
cosa vuoi che facciano
le parole che tu dici,
altri di te più intonati
hanno soffiato nelle trombe
e il muro non è caduto
svaniti angeli ed arcangeli
ora agonie di sabbia
predoni e scorrerie
bancarelle di mercati sempre aperti
danzatrici dal ventre levigato
con l’ombretto ed il mascara
la lussuria in mezzo ai seni
*
io allo stremo
tempero una piuma
fingo contatti extraterrestri
mi travesto con il saio
per la predica e la messa
*
ma cosa vuoi che facciano
le parole che tu dici,
altro uditorio forse
o forse un’altra vita
che questa non può più.
05 venerdì Set 2025
Posted in POESIA, Venerdì dispari
Va via e poi mi torna
questa strana voglia di vivere
come dovessi tener fermo
e poi rilasciare
ciò che circola liberamente.
Un flusso, un sangue
da fermare con le mani.
puntare i piedi, starmi ad ascoltare.
A volte mi basta solo il rumore
dell’acqua che ride e che corre
a volte ristagna, crolla un ponte
rovinano le pietre
e io non saprei come e dove condurla
non ha una casa
se non quella grande che verrà
né ricorda la sorgente.
Si fa acqua per strada, si gonfia
si asciuga per mesi, per anni
poi ritorna in un altro punto
in un’altra polla.
Cosa le devo, non saprei
se non la sete
la forma più antica di scrittura.
Francesco Tontoli
04 giovedì Set 2025

77.
Tu pensi che, quando cresce il tuo male,
si spengano i fuochi, le barche non prendano il mare,
si proibisca ai cani di latrare,
i figli si incantino come sculture di sale.
Oh no, lascia perdere. Osserva
la ghiandaia azzurra che ruba
il tuo ultimo cucchiaino d’argento.
Ferma lo sguardo sgomento
sull’estranea bellezza di questa caraffa in cui luccica
tutto il ghiaccio del mondo.
Angelo Maria Ripellino
