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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: POESIA

Buon 8 marzo su Limina mundi

08 domenica Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in Essere donna, POESIA, Poesie, RICORRENZE

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Buon 8 marzo con la poesia “Specchio” di Sylvia Plath

disegno di Loredana Semantica, tratto dalla raccolta illustrata Barracuda, Terra d’ulivi edizioni, 2024

Sono d’argento e rigoroso. Non ho preconcetti.
Quello che vedo lo ingoio all’istante
così com’è, non velato da amore o da avversione.
Non sono crudele, sono solo veritiero—
l’occhio di un piccolo dio, quadrangolare.
Passo molte ore a meditare sulla parete di fronte.
È rosa e macchiettata. La guardo da tanto tempo
che credo faccia parte del mio cuore. Ma c’è e non c’è.
Facce e buio ci separano ripetutamente.
Ora sono un lago. Una donna si china su di me,
cercando nella mia distesa ciò che essa è veramente.
Poi si volge alle candele o alla luna, quelle bugiarde.
Vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.
Lei mi ricompensa con lacrime e un agitare di mani.
Sono importante per lei. Va e viene.
Ogni mattina è sua la faccia che prende il posto del buio.
In me ha annegato una ragazza e in me una vecchia
sale verso di lei giorno dopo giorno come un pesce tremendo.

Sylvia Plath

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Poesia sabbatica: “Sentenza senz’appello”

07 sabato Mar 2026

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Tag

Francesco Palmieri, Sentenza senz'appello

 

Sentenza senz’appello

 

non riuscire a trattenere

lo smeraldo delle foglie,

questa la pena

 

arrendersi all’affondo delle rughe

allo sfibrarsi della pelle

al passo che non tiene più la strada

e rimanere indietro

all’allontanarsi delle spalle

di chi solo ieri

appena si reggeva sulle gambe

 

scoprire oltre il ritardo di saggezza

che semplicemente vivere

era già essere felici,

stare nell’essenziale di un respiro quotidiano

e ancora così lontano

il tempo di falce e mietitura

 

non riuscire a trattenere neanche un giorno,

questa la pena,

sapere l’impossibile risparmio delle ore

e noi a guardarci morire nello specchio

 

ad ogni singolo risveglio.

 

Francesco Palmieri

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Venerdì dispari

06 venerdì Mar 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli

Ancora mi ostino a scrivere cose sulle foglie
e a divertirmi a invertire il senso delle frasi
un esercizio che col vento assume forme bizzarre
in questo tempo così sgrammaticato.
Ho molti amici intenti a pubblicare libri sacri
ma io non mollo la mia presa di vento
lo acchiappo e lo trituro facendo a pezzi le nuvole
strizzando quella parte di succo di aloe
l’amaro e il dolce rimasto nella ciotola
molti mangiate e bevetene condivisi con altri apostoli
con la stessa mania alcolica di scambiarsi le parole.
Siamo ebbri e assetati di un nulla ricolmo.
Alcuni lo consegnano ai libri punzonandolo al meglio
altri lo lasciano al proprio altrove e io tra questi.

(8/10/2015)

Francesco Tontoli

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Miriam Bruni legge una poesia di Jules Supervielle

04 mercoledì Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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Tag

Jules Supervielle, Miriam Bruni, Podcast

Image AI generated

È tutto ciò che avremmo voluto fare — e non abbiamo fatto,
ciò che voleva parlare e non trovò la sua voce,
tutto ciò che ci ha lasciati senza dirci il proprio segreto,
ciò che possiamo sfiorare, persino incidere col ferro, senza mai arrivarci,
ciò che diventa onda, e onda ancora, perché si cerca e non si trova,
ciò che si fa schiuma per non morire del tutto,
ciò che si fa scia per pochi istanti, per un gusto originario d’eterno,
ciò che avanza negli abissi e non salirà mai alla luce,
ciò che avanza nella luce e trema degli abissi,
tutto questo — e molto di più:
è il mare.

Jules Supervielle

C’est tout ce que nous aurions voulu faire et n’avons pas fait,
Ce qui a voulu prendre la parole et n’a pas trouvé les mots qu’il fallait,
Tout ce qui nous a quittés sans rien nous dire de son secret,
Ce que nous pouvons toucher et même creuser par le fer sans jamais l’atteindre,
Ce qui est devenu vagues et encore vagues parce qu’il se cherche sans se trouver,
Ce qui est devenu écume pour ne pas mourir tout à fait,
Ce qui est devenu sillage de quelques secondes par goût fondamental de l’éternel,
Ce qui avance dans les profondeurs et ne montera jamais à la surface,
Ce qui avance à la surface et redoute les profondeurs,
Tout cela et bien plus encore,
La mer.

Jules Supervielle (1884-1960) – Oublieuse mémoire (1949)

Scrittore francese (Montevideo 1884 – Parigi 1960). 

Legato alla Nouvelle Revue française, visse tra la Francia e l’America del sud, cimentandosi in tutti i generi letterari ma affermandosi soprattutto come poeta surreale dallo stile limpido e sensibile (Les poèmes de l’humour triste, 1919; Debarcadères, 1922; Gravitations, 1925; Le forçat innocent, 1930; La fable du monde, 1938, trad. it. 1964; Oblieuse mémoire, 1949; Le corps tragique, 1959). Le sue doti di prosatore raffinato e originale emergono nei racconti magici di L’homme de la pampa (1923) e Le voleur d’enfants (1926; trad. it. 1949), e in romanzi come L’enfant de la haute mer (1931; trad. it. 1946) e L’arche de Noé (1938); in Boire à la source (1933) rievocò la sua infanzia tra l’Uruguay e i paesi baschi. Notevole anche il suo teatro (La belle au bois, 1932; Shéhérazade, 1949).

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Poesia sabbatica: “29”

28 sabato Feb 2026

Posted by Francesco Palmieri in POESIA, Poesia sabbatica

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Tag

29, Francesco Palmieri

 

29

*

Dio

io non lo so se davvero ci sei

se davvero ci sei stato padre e madre

se davvero ci vuoi bene

e per il nostro bene fai accadere ogni cosa

che persino il nostro male

è segno del tuo amore

*

io non so se davvero siedi

su qualche nuvola del cielo

e hai occhi sterminati,

uno per ogni nato a sostenerne il passo

sia quando siamo in piedi

sia quando poi cadiamo

*

io non so se davvero hai angeli guardiani

a dirci come salvare l’anima,

uno per ciascuno attento a sonno e veglia

e fino a che ci resta il fiato

o finisce il nostro tempo

perché si apra a noi il largo dell’eterno

*

Tu vedesti al sesto giorno che tutto era buono,

buona era la terra e buono era il cielo

e poi le acque e il mare, il sole e poi la luna,

gli uccelli alti in volo e gli animali al suolo,

il verde delle foreste e i colori a mille di erbe, frutta e fiori

*

e infine noi tuoi figli nutriti a latte e miele

con solo occhi aperti a incanti e meraviglie

e corpi intatti e sani per vivere per sempre

ignari alla fatica e al parto fra le doglie

*

e poi cos’è accaduto, che cosa ci ha perduto,

perché nel tuo giardino all’improvviso

grandine e neve a intirizzire carni e foglie,

la pioggia a devastare spighe

le zolle a farsi sabbia e deserto tutt’intorno

*

perché hai fatto brevi i nostri giorni lievi

quelli di noi bambini

ignari di  chi partiva per non tornare più

e non sapevamo ancora che ci fosse il bene e il male

e che vivere sarebbe stato un conto di giorni ed anni

per pelle che aggrinzisce o un accidente a caso

*

era forse non sapere il nostro essere felici?

era il non avere ancora visto

che il leone sbrana l’agnello,

che il sole scalda e incendia

e l’acqua disseta e affoga,

che chi ti sorrideva, ti volta poi le spalle,

che prima si è giovani fiori

e poi sterpaglia al fuoco,

che piove sull’ingiusto

ma s’infradicia anche il giusto?

*

Dio

io ancora non lo so se ci sei davvero

se davvero ci sei stato padre e madre

se davvero ci vuoi bene

ma com’è terribile il tuo silenzio

quando noi gridiamo forte

*

Dio, liberaci dal male.

*

ottobre 2025

*

Francesco Palmieri

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Venerdì dispari

27 venerdì Feb 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli, Il mosaico blu

IL MOSAICO BLU

Noi andavamo “laggiù” e non lo trovavamo.
Ritornando da “laggiù” ci sentivamo come naufraghi
dopo aver circumnavigato le paludi con il mare a due passi,
con nemmeno rumore e l’odore di mare.
Sapevamo dalle carte nautiche che la palude
nel ravennate può fare scherzi che non ci crederesti
e la nebbia ti spedisce un po’ dove vuole. E che in città
tutti i mosaici hanno come tema di fondo il labirinto
e tutti i pavimenti, le absidi e i mausolei rimandano
al cammino che l’anima deve compiere, tessera dopo tessera
per arrivare, ci fosse pure una nebbia del diavolo,
al porto celeste, alla pace una e indivisibile
che Ario e Eusebio auspicavano.
Visitammo basiliche e battisteri in quella nebbia
e i mattoni rossi di San Vitale , e perfino una chiesa
con una Madonna che accoglieva le suppliche dei tumori.
Vagavamo e incontravamo altri vaganti con toponomastiche
rabberciate che studiavano itinerari fantastici e approssimativi.
Per chiedere della tomba di Dante, un austriaco perse nella nebbia
una moglie americana e i suoceri parecchio contrariati,
che ritrovò fortunosamente al ristorante segnalato da un apposito
lampeggiatore automatico.
Sulla tomba di Teodorico invece si svolse lo psicodramma
di un bambino nascosto nel sarcofago rosso di porfido imperiale,
cercato dalla mamma inutilmente, e chiamato con voce alta
che la nebbia spegneva e avvolgeva nella sua ovatta.
Fu ritrovato lì steso mentre accennava a una canzoncina che io interpretai sadicamente “Teodorico, perché sei morto? Pane e vino non ti mancava…”.
La nebbia cosa combina? Tutto diventa simbolico e solenne per compensare l’assenza della visione d’insieme. Una parola detta nella nebbia assume un significato destinato a essere taciuto. E tutta la nebbia infatti si era raccolta intorno a una parola.
Ma io non ricordo davvero quale fosse.
Mi sembrava di vedere da lontano, da una specie di finestra oscurata con una lastra di alabastro, quello che rimaneva dell’universo visto dalla Terra.
Il blu del mausoleo di Galla Placidia.
Lo stesso blu che per non farlo fuggire e disperdersi, avevano raccolto tutto in un solo edificio.
E che Cole Porter dopo averlo visto un giorno nebbioso di tanti anni fa, decise che era il tempo di scrivere “Night and Day”.

14/01/2016

Francesco Tontoli

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Loredana Semantica legge una poesia da “Barracuda”, Terra d’ulivi edizioni, 2024

24 martedì Feb 2026

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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Tag

Barracuda, Loredana Semantica, Podcast

Loredana Semantica legge una sua poesia, dalla raccolta poetica illustrata ” Barracuda”.

disegno della stessa autrice

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Libero Valerio Ludovici, “Occulto”, Chiocciola Edizioni, 2025.

23 lunedì Feb 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Tag

"Occulto", Libero Valerio Ludovici

 

IL SENTIERO

*

Come se un fiore

fosse acido

come se fosse un gambero

che si spoglia

all’indietro

lasciando che

il tempo

il nostro tempo

si accasci in un solo gesto

Come Golia scende verso il centro cadendo

noi siamo ancora qui

A cercarci e a cercare un passaggio

qualcuno

che ci porti via dalla triste

esecuzione

Madama vento

colei che tutto smuove se ne è andata,

e ha lasciato un petalo bianco sul prato

Ha perso così dicono la sua forza

e ha lasciato cosi

altri dicono

la vita

al passo della malattia

*

PARETI

*

Incendio

dicono doloso

di una regione del cuore

gigantesca

e promiscua

sola

come un esercito

di sereni sobillatori

di masse uniche

e unici

contemplatori

dei cardini

di cui ognuno

ha saputo

vivere e rotolare

Come una giostra impazzita che sa di doversi fermare

Noi siamo qui

eredi

del nostro unico e violento cielo

e sapremo essere quello che siamo

e vogliamo.

Tu che sei lì

sappi che il vuoto

è già

e ha già

trovato

tutto ciò che cerchi

Dai la mano

il fuoco brucia in un battito di sensi

e di timidi e introversi sorrisi

*

RELIGIONE

*

Io vivo per l’essenza che calpesta aquiloni,

e per la foga di chi si impossessa di te.

Sono il cerchio e la sfera che giace

sul fondo e sulla punta del prisma.

In un alieno e incapace vento solare.

È l’oceano che muove esterne convinzioni

feroci dittatori

sulla pelle del mondo.

*

ORA

*

Ed io calmo e assorto,

benedico i miei anni

sapendo che non ho

di meglio da fare.

Una canzone viaggia

sul cielo

infrange divieti,

respira pareti di sesso e sangue

una musica si innalza al cielo

è il vento del sonno e del ricordare tutto.

Come se un incubo fosse

il paradiso,

come se l’eccitante

sovrasto del rumore

fermasse la manipolazione,

fermasse l’eccidio,

giustificasse in tempo

la fine.

*

EVEREST

*

Artefizio, sconcerto, alimenti vuoti e sandali usati

siamo sempre sulla stessa strada,

con eccessi di birra e comprensione,

con fughe da paure scritte e testimoniate,

con improperi verso dio

e chi per lui e per noi difende il sogno.

Resta un cammino vuoto un paesaggio armeno

e qualche piccola birra sparsa sulla strada,

per capire che saremo ancora qui per un po’,

a tempo determinato

in vita all’infinito nel sogno.

*

Libero Valerio Ludovici, “Occulto”, Chiocciola Edizioni, 2025.

 

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Poesia sabbatica: “21”

21 sabato Feb 2026

Posted by Francesco Palmieri in POESIA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri

 

21

*

è quando nella stanza entri tu

che è un fragore di onde su scogliere

l’esplodere di sole all’orizzonte

il correre del vento dentro ai boschi

il profumo dei dolci appena cotti

il liscio della seta sulla pelle

*

è quando te ne vai

che tornano ghiacce le pareti

la neve cade dal soffitto

e neanche è natale nel mese di dicembre,

il giro nella stanza è una piazza vuota

e in aria  volano stormi

perché è il tempo di migrare

*

ma questo è solo un gioco di parole

forse una poesia semplice

che avrei voluto scrivere, per te,

che non esisti

e per me che non ti cerco più.

*

Francesco Palmieri

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Venerdì dispari

20 venerdì Feb 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli

Ritaglio la mia figura
con la paziente accuratezza del bambino
che sistema il suo teatro di ventura
Il vento freddo disperde i burattini
deve essere il ricordo ancestrale
del racconto della mia nascita
durante la bufera del cinquantasei
la sarta Bettina che confezionò la camicia
con le ali ricamate, il braciere e l’acqua calda
appena arrivata con il coperchio di legno
ricoperto di fiocchi di neve
le grida di gioia delle donne
lo spillo che mi punse per farmi piangere
e assaggiare il dolore della vita.

Sullo schermo scorrono le immagini
di un uomo che stringe una mano
che spunta dalle macerie della sua casa
il solaio è crollato sul letto della figlia
che stava sognando
il futuro semplice del giorno dopo.
Lui se ne sta fermo sotto la neve
mentre lo fotografano senza sosta
indossa una tuta arancio
ha le scarpe bianche di calce.

Francesco Tontoli

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“Otto tipi di insetti” di Stefano Solaro, Arcipelago Itaca Edizioni, 2025

19 giovedì Feb 2026

Posted by Loredana Semantica in Novità editoriali, POESIA

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Arcipelago Itaca, Stefano Solaro

Ho fatto come avevo promesso
del mio meglio ma non in assoluto.
Ricordo piccolezze, noi sui mezzi, la merenda
tu che sbagli serratura
quando torni la sera a casa.
Forse chi parla intende questo
quando dice prima le cose importanti
come il tuo dare e prendere tutto
sollevare le macerie
ritirare quello che opprime
in questa grande stanza.
Per questo e altro ti sono grato
per come a volte mi lanci
contro la vita
solo per svegliarmi.

Cosa esattamente mi vorresti dire.
Come esattamente dovrei reagire.
Cederti il mio spazio, versartelo
nel bicchiere con il calmante
di un risveglio insieme
sanato appena
da queste garze nere.
In circostanze meno affrettate sarei morto
per te. Ora invece
schiaccio tutto con le dita
e tutto, tutto quanto
mi costa fatica.

È da tre mesi che dormo con gente
riempio bicchieri a ignoti
strappo le pellicine
seccate sulle mani per l’inverno;
già chiusi i cartoni, pieni di jeans
che non mi pare di aver mai messo.
Da qualche giorno ho un tetto in prestito.
Il quartiere è nuovo ma lo conosco
dopo lavoro passeggio in tondo
e ad ogni angolo riscommetto
“da qui in poi cambia tutto”.
Anche oggi ho perso
ma ho trovato per strada cinque euro

Otto tipi di insetti
hanno fatto casa sotto al mio letto
mentre davo ripetizioni fuori al freddo
-la sede era inagibile ratti ovunque-
ho deciso avrei saltato pugilato
niente serie né proteine
neanche una canzone per dormire;
domani in pausa pranzo mi diranno
ti trovo bene accidenti è servita
la malattia sei un po’ dimagrito
ma sembri carico. Sembri pronto.

Ci sono i polipi, le distorsioni, i piccoli
infortuni nel mezzo dell’età.
C’è un bus, poi la bici, un’auto, ancora il bus
tua madre con la cataratta, i video
dei nipotini. È ancora presto…
Stavamo tutti insieme almeno otto anni fa
a guardare attori e attrici
vivere per noi
la spaccatura era lontana
questo salto negli adulti senza trionfo né coraggio.

Ho sognato che non ci lamentavamo più
che avevamo smesso di agitarci
per il beep di uno schermo
per blackout infiniti
e risvegli di soprassalto.
Ho sognato che era finito l’esodo
nei corpi, finita la fame del venerdì
che tanto poi eravamo stanchi;
erano cambiati i nostri grazie
non più al master non più a Tinder
né al migliore tra di noi.
Ho sognato che allagavamo l’appartamento.

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Antonio Sambiase, “Grate alle finestre”, Edizioni Dialoghi, 2025.

16 lunedì Feb 2026

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Antonio Sambiase, Grate alle finestre

 

Freddo

Verrà il giorno

E sarò morto.

Freddo mi ritroveranno

Su un misero letto.

 

Il viso contratto

Per l’ultimo sforzo

Nel capire

L’uomo che sono.

Che ero!

 

Passato luogo

Odo stormire gli uccelli in volo

In un mattutino cielo autunnale.

Le ali stese ad affrontare le fredde

Intemperie del presente autunno.

 

Le foglie rossicce, increspate,

Per semplice inerzia ancora attaccate

Al duro ramo, cadono per l’aria agitata

Dalle possenti ali.

 

Un volo verso caldi luoghi.

Emblema di un cambiamento

Di paesaggi e affetti.

Dal freddo mossi e dal coraggio

Protetti, emigrano in nuovi luoghi.

 

La speranza alberga in loro.

Paura non hanno.

Un dì

le dure e possenti ali

Sapranno ricondurli

Al passato luogo.

 

Luogo di affetti, tribolo e letizia.

 

Come un pittore

 

Trema la mano

Mentre dipinge il tuo volto

Nella mente scolpito.

 

Un volto,

dal viso imbronciato.

Gli occhi languidi,

La bocca all’insù,

Quasi a voler trattenere l’affetto

E il rimpianto.

 

È spento lo sguardo

Di chi ti guarda

E ti ritrae.

 

Una tela

Non più bianca

Ma livida.

 

Un volto indolore

Ritratto da un

Uomo qualunque.

 

Muto

Ogni muscolo vibra,

Ogni nervo si contrae,

In questa misera vita,

Al sol vivere.

 

Non trovo il mio posto,

L’ho perso da un po’.

Ora vivo interrogandomi,

Scrutando il mio essere,

Cerco la vita

Ma altro non trovo

Che un vuoto interiore,

Muto.

 

Pellegrinando

 

Stanco pellegrino

Alla ricerca di parole,

Versi e pensieri.

Ho smarrito la strada.

 

Prima ghiaia,

Poi terra fangosa,

Ora sabbia.

 

Arranco,

Sopravvivo,

Ma la debole mente,

Ormai stanca,

Si perde.

 

Pellegrina anch’essa

Si abbatte in paesaggi

Lunari, onirici, diabolici.

 

Antonio Sambiase, “Grate alle finestre”, Edizioni Dialoghi, 2025.

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Poesia sabbatica: “7”

14 sabato Feb 2026

Posted by Francesco Palmieri in POESIA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri, Variazioni su un dolore solo

 

7

 

sei riuscita a far morire dentro

tutte le cose che erano per la vita,

tutte le cose che avrei voluto intatte

nell’attimo che il respiro va a morire

 

sei riuscita a cancellare il senso della sveglia,

la luce e poi la pioggia,

la neve che fa sembrare bello anche il natale,

ogni vigilia prima di andare al mare

 

divelte anche le ali

dell’angelo che a me sembrava il tuo esser donna

ed ombra anche la polpa

il lutto sopra al seno

 

ci sei riuscita a rendermi più secco della sabbia

una canna senza midollo, la linfa disseccata nelle vene

 

adesso il mio strato è ancora carne

ma sotto -se mi tocchi- non c’è niente.

 

 Francesco Palmieri 

(dalla raccolta di prossima pubblicazione “Variazioni su un dolore solo”)

Qui dalla viva voce dell’autore

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Venerdì dispari

13 venerdì Feb 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli

Nella lunga storia delle notti
che ho passato da sveglio
a volte senza sapere perché
altre volte immaginando solo i contorni
sovrappongo anche questa notte
la classifico per puro scopo scientifico,
facendo dell’insonnia missione e destino.

C’è forse una che ancora non mi trova
e un’altra che amo conservare nel ricordo.

Collezionista di veglie e di silenzi
non riesco a leggere niente
se non le screpolature dei soffitti
le ombre cinesi proiettate dall’abat jour
le sagome mute degli oggetti che riposano
perché nessuno li guarda e li condiziona.

Cose che accadono nella meccanica quantistica
cose che si animano quando tutti dormono
ma non pretendono di turbare nessuno.

Hanno come scopo l’immobilità nella sua perfezione
e pur non avendo occhi e bocca sembrano sempre dirmi
che il tempo di raggiungerle non è così lontano.

Diventare cosa o uomo succede all’alba
anche se il sole bacia entrambi
indifferente nella scelta di chi bruciare.

Francesco Tontoli

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Doris Bellomusto, “Passo a due”, Tralerighe libri, 2025.

09 lunedì Feb 2026

Posted by Deborah Mega in POESIA, PROSA

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Doris Bellomusto, Passo a due

Dalle viscere del tempo

Sono fatta di storie sussurrate aru vientu, storie di fimmini forti come temporali. Sono una somma di storie storte e date in pasto all’oblio. Sono fatta di semine e raccolti, canti e cunti. Sono fatta di generosi perdoni e mancate scuse. Sono fatta di storie coraggiose e non le tradirò.

Mi porto addosso la pelle di tante donne che non ho conosciuto. Vengo da un mondo contadino e vergine, ribelle e aspro, da un dialetto caldo nella cadenza e forte nell’accento. Sono quella che sono perché altre donne hanno guidato i miei passi e lo hanno fatto senza neppure conoscermi. Da un utero sconosciuto e lontano ho ereditato questo sangue caldo e questa fibra tenace, ma quieta. Vengo dal ventre di donne comuni, abituate a riconoscere nel quotidiano le ragioni del loro vivere. Mi hanno insegnato ad allungare lo sguardo solo se è necessario, altrimenti so guardare alle cose solo da vicino. Non so se è un bene, so che si risparmiano energie. Non porto il nome di nessuna, non assomiglio a nessuna, ma sono insieme la 11somma e la differenza delle generazioni che mi hanno preceduta e oggi vorrei saper pensare pensieri forti e utili, concreti, misurabili. Le donne da cui vengo avevano pensieri buoni e necessari come il pane e oggi voglio indossare una pelle nuova e remota, ancestrale, sincera, concreta. Dalle viscere del tempo, donne simili a lupe, hanno costruito per me dimore sicure, focolari e letti. Hanno acceso candele e impastato il pane, hanno setacciato la farina e raccolto castagne, olive, pomodori, fichi da seccare al sole. Hanno rinunciato al piacere, alla vanità, al gioco, ma non all’allegria. Poi un giorno di primavera è nata Dora, era il 14 maggio 1927, lei è andata oltre il suo tempo, ha voluto imparare l’arte della gioia e tramandarla ai suoi figli e nipoti. Da lei ho imparato ad annusare la menta, i pomodori appena raccolti, il basilico, il sugo sul pane nelle mattine d’inverno, l’odore della legna quando brucia, le bucce degli agrumi. Con lei ho imparato a dare e ricevere baci, abbracci, slanci improvvisi d’amore impavido. A lei penso quando faccio qualcosa di bello, quando brillo per vanità o per amore. Penso a lei quando la mia pelle è sincera, quando mi dedico alle cose che mi fanno stare bene e mi concedo di essere nient’altro che una creatura fragile e avida di dolcezze. E quando è così divento anch’io una rosa di Maggio. Ci sono donne che abitano il tempo con la forza dei fiori di campo, del grano che diventa pane, del mare che diventa nuvole, della pioggia che nutre gli alberi, della terra che non conta i nostri passi. Dora era una donna così e così sono le sue figlie e così voglio essere io. Il tempo sulla pelle graffia. Su di me ha disegnato tante smagliature e a me piace riconoscere nel mio corpo la storia che lo nutre. Somigliano alle strade che ho percorso le mie smagliature, le strade che mi hanno allontanata da qui, che mi riportano qui, che ancora una volta mi porteranno altrove. Graffia la nostalgia, io accarezzo i ricordi, abbraccio chi c’è, ritrovo l’odore del mio passato remoto sulla mia stessa pelle.

*

7 dicembre 2022

L’amore è grembo e placenta, nutre, ma non sazia. Tu sei stata grembo e placenta, ma l’amore non sazia e tu questo lo sapevi. Se fossi qui ne parleremmo insieme e, invece, semplicemente ti penso e vorrei chiederlo a te se siano stati gli uomini ad aver inventato l’amore, addomesticando l’istinto, o sarà stato questo istinto ad evolvere attraverso le civiltà e a renderci domestici? Più semplicemente siamo noi che ci inventiamo l’amore o è l’amore che ci determina? Forse, ci determinano gli amori necessari, quelli asimmetrici che nutrono l’infanzia e sono necessaria dipendenza, tutti gli altri amori sono pura invenzione, proiezione, promessa, illusione, sogno. La magia è data dal fatto che in un punto imprecisato e qualunque di due vite indipendenti si vada a collidere nei desideri e l’intenzione testarda di innestarsi abbia la meglio rispetto alla naturale inclinazione egocentrica che ognuno ha. E poi? E poi c’è la cura, l’intenzione, la promessa, la sfida, la pazienza, l’impazienza, gli strappi.

*

Domenica, neglia ca cummoglia

Mia madre mi ha insegnato la dignità della solitudine. Ha accolto con tenerezza e forza le contraddizioni dell’amore. Si separò dal marito, ma non ci negò mai la gioia di un pranzo condiviso. Eppure erano appena gli anni venti di un secolo fa. Oggi penso a lei per consolarmi e farmi forza. C’è tanta gente intorno a me, ma io sono sola e stordita, isolata dal resto del mondo. Dicono che ho l’Alzheimer.

Sugnu ‘nta nu gummulu.

*

Giovedì, fuocu appiccicatu

Questa casa è piena di cose non mie. Ma io so che questa fotografia in bianco e nero è qui da sempre e so che non sono io, anche se tutti dicono così. A volte questo spazio mi opprime e ho voglia di andare via da qui, ma non so dove e così resto dove sono, ma dove sono non sempre io lo so. Non ricordo con esattezza niente, solo cose così, mentre confondo cose importanti e la mia vita non è altro che un amalgama di frammenti, molti senza colore, in bianco e nero come la foto di questa donna che non sono io. Ricordo bene solo cose di poca importanza, ad esempio: una teiera rossa; la frittata nei giorni di Pasquetta; i soldati in guerra; le uova fresche; i giorni di sole spesi a lavorare in campagna.

*

In un giorno qualunque, fantasma e fantasia

Diamoci da fare, ché in un baleno arriva l’alba a sparigliare i sogni e i giorni finiscono in fretta. C’è da seminare prima che sia Aprile, già fioriscono le primule e i ciclamini cantano da un po’. La rosa aspetta Maggio, tu, nel frattempo, impara a riconoscere miracoli e preghiere. Le preghiere si mangiano crude e scondite, si scandiscono piano piano e poi si masticano lentamente, sono il frutto maturo della gramigna, ma nessuno lo sa. I miracoli si bevono con gli occhi a grandi sorsi, vanno fissati a lungo e mai diluiti con acqua. Io mi sono fatta bastare il poco, il niente, il troppo, l’abbastanza, ho accolto tutto e ho sempre avuto negli occhi e cieli vergini e incantamenti stupidi.

 

Doris Bellomusto, “Passo a due”,Tralerighe libri, 2025.

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Poesia sabbatica: “27”

07 sabato Feb 2026

Posted by Francesco Palmieri in POESIA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri, Hai spezzato il ramo

 

27

*

siamo noi

i consegnati al tempo

che indifferente ci consuma,

all’osso che si spezza

e alla carne che marcisce,

all’oltraggio dello specchio

che ci fa sempre più stranieri,

al passo più ambizioso

della gamba che si stanca,

al pensiero che domanda

e non trova le risposte,

al cuore che mai è pronto

alle ferite dell’amore,

all’anima che guarda al cielo

come fosse un angelo caduto,

*

siamo noi

i consegnati al tempo che non basta,

i Cristi nati per la  croce.

*

Pasqua 2025

*

Francesco Palmieri

(dalla raccolta “Hai spezzato il ramo” inedita)

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Venerdì dispari

06 venerdì Feb 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli

Questo interno è foderato di silenzio
profondo come una tasca vuota
cerco di tastare un oggetto
che abbia più solidità dell’anima
frugo senza trovare aderenze
stringo nel pugno me stesso
e avverto il tiepido calore della stretta
il pulsare lontano del cuore.
Il tatto nel suo vicolo cieco
è un senso perfetto e lineare
accarezza le forme, valuta le impurità
rincorre il desiderio di ricostruire
riparando con le mani
ciò che è irreparabile con gli occhi.
Così sono io stanotte
lato oscuro della mia ombra
percorro il verso del mio corpo
raccogliendomi nella punta delle dita.

Francesco Tontoli

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Morire lavorando a 25 anni: la poesia come atto di memoria civile

05 giovedì Feb 2026

Posted by Loredana Semantica in Cronache della vita, CULTURA E SOCIETA', POESIA

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POESIA, Yuleisy Cruz Lezcano

Image AI generated


(DI Yuleisy Cruz Lezcano)


Scrivere una poesia per chi è morto sul lavoro, per me che sono poeta e attivista e mi chiamo Yuleisy Cruz Lezcano, non è un gesto letterario astratto né un esercizio estetico ma un atto necessario. È un modo per stare accanto a vite spezzate che rischierebbero, altrimenti, di essere ridotte a numeri, a brevi di cronaca, a statistiche destinate a scorrere via. Da oltre due anni porto avanti questo impegno con una convinzione sempre più profonda: ogni morte sul lavoro ha un nome, un volto, una storia che chiede di essere detta. Ho iniziato quasi in silenzio, scrivendo versi dopo l’ennesima notizia di un operaio morto. Poi è diventato un cammino consapevole. Non scrivo “per tutti” e non scrivo “in generale”: scrivo per qualcuno. Ogni poesia nasce da una singola vicenda, da una persona precisa. Per questo nelle mie poesie il nome non è un dettaglio, ma il cuore del testo. Dare un nome significa restituire identità, rompere l’anonimato della morte industriale, sottrarre quelle vite all’oblio. La poesia, in questo senso, diventa uno strumento di resistenza civile.
Col tempo ho compreso che la poesia, soprattutto davanti a una morte traumatica e inattesa, svolge una funzione che filosofi e studiosi del lutto hanno descritto bene. Pensatori come Emmanuel Lévinas hanno sottolineato come il volto dell’altro ci chiami a una responsabilità etica, mentre Paul Ricoeur ha scritto del potere del racconto nel dare senso all’esperienza umana, anche quando è spezzata. La morte improvvisa interrompe la narrazione della vita; la parola poetica non la ripara, ma può accompagnare, può creare uno spazio di senso dove il dolore non è cancellato ma riconosciuto.
Dal punto di vista psicologico e sociologico, numerosi studi sul lutto traumatico spiegano come la mancanza di ritualità e di riconoscimento pubblico aumenti la sofferenza dei familiari. In questo vuoto, la poesia può diventare una forma di presenza simbolica. Non consola nel senso facile del termine, ma testimonia. Dice: questa persona è esistita, ha lasciato un segno, non è morta invano nel silenzio.
Negli ultimi due anni ho ricevuto decine di messaggi, email, lettere da familiari delle vittime. Non sono ringraziamenti formali: sono parole cariche di dolore e, insieme, di gratitudine. Molti mi scrivono dicendo che leggere una poesia con il nome del loro caro li ha fatti sentire meno soli, meno invisibili. Alcuni hanno scelto i miei testi per essere letti durante i funerali, altri hanno inciso singoli versi come epitaffio. Ogni volta ne sono profondamente scossa: è una responsabilità enorme, che porto con rispetto e con la consapevolezza che quei versi non mi appartengono più, ma diventano parte di un rito di commiato. C’è poi un aspetto che considero fondamentale: vedere la poesia accostata al volto di chi non c’è più. Dal punto di vista empatico, quell’immagine rompe ogni distanza. Non è più “un morto sul lavoro”, ma una persona che ci guarda. Le neuroscienze e gli studi sull’empatia mostrano quanto il volto umano attivi una risposta emotiva immediata: la poesia, affiancata a quell’immagine, amplifica questo effetto, rende impossibile l’indifferenza.
In questo percorso non sono stata sola. Ho trovato una collaborazione preziosa da parte di molte testate giornalistiche, radio e televisioni locali che hanno scelto di dare spazio ai miei versi non come ornamento, ma come strumento di denuncia e sensibilizzazione. La poesia è entrata nei notiziari, nelle rubriche, nei dibattiti pubblici, dimostrando che può ancora parlare del presente, delle ferite aperte della società. Uno dei momenti più significativi è stato quando l’attore Alessio Vasallo ha letto a Montecitorio una mia poesia dedicata a un uomo morto sul lavoro in età pensionabile. Portare quei versi nel cuore delle istituzioni ha avuto per me un valore simbolico enorme: significava affermare che la cultura, la parola, l’arte non sono marginali rispetto alla politica, ma possono interrogarla, metterla davanti alle sue responsabilità.
Continuo a scrivere perché credo che la poesia possa essere una forma di accompagnamento, come lo intendeva la filosofia antica: stare accanto, non voltarsi dall’altra parte. In una società che spesso normalizza la morte sul lavoro come fatalità, scegliere di nominare, di raccontare, di guardare in faccia la perdita è già un atto politico. Io non posso restituire la vita a chi l’ha persa, ma posso fare una cosa: impedire che venga dimenticato. E in questo, ogni poesia diventa una piccola veglia laica, un gesto di memoria e di responsabilità collettiva. Dopo la morte di Andrea Cricca, venticinque anni appena, ho sentito arrivare la poesia prima ancora delle parole. Non come scelta, ma come urgenza. Quando una vita così giovane viene spezzata sul lavoro, il tempo si frantuma: resta un prima pieno di possibilità e un dopo che non riesce più a ricomporsi. La poesia è nata così, nel silenzio che segue le notizie improvvise, quando le parole della cronaca non bastano più. Ho pensato a sua madre, ai colleghi che lo hanno trovato, a quella normalità quotidiana che si è trasformata in tragedia. Scrivere è stato un gesto di accompagnamento, nel senso più profondo: stare accanto a una morte traumatica senza pretendere di spiegarla, ma riconoscendola. Ancora una volta ho scelto di nominare, perché credo che il nome sia l’ultimo argine contro l’oblio.


Questa è la poesia che ho dedicato ad Andrea Cricca:


Frammenti scalzi di forma
Lo trovarono là,
tra margherite bianche e gialle,
inermi come occhi spalancati.
Il prato era un disordine
di frammenti scalzi di forma,
un lessico rotto
che il giorno non seppe tenere insieme.
Le urla inespresse
strette tra le labbra,
semi di suono non caduti,
mentre le ultime aritmie
tremavano nelle sue corde vocali.
Il ferro aveva parlato
prima del cuore, la macchina
chiudendo il gesto, inceppando
si è portato via il suo tempo.
Lontano, una madre
sentì il corpo farsi vuoto,
un peso improvviso nel respiro:
il legame avverte sempre
quando qualcosa si spezza.
Le sirene attraversavano l’aria
come fenditure di luce,
portavano un corpo
non il ritorno.
E i giovani sogni,
sognando ancora,
tentavano di correggere il finale,
spostando le virgole del destino,
come se la vita
potesse ancora
tornare indietro.

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Pietro Edoardo Mallegni, “Anedonia (o i piaceri scomparsi)”, NeroLatte, 2025.

02 lunedì Feb 2026

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, Poesie

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Tag

Anedonia (o i piaceri scomparsi), Pietro Edoardo Mallegni

 

 

Disseppelliti dal cuore, riemergono legni che curvano
i ricordi come fossero piogge o meteore,
i nostri giorni si rifilano come pigri bambini
e si fanno impronta di insetti, gatti e volpi.

Mestizia di soffitti e ritorni turchini,
questo brama la geografia del sonno
e una divina ubriachezza si disfa di altre storie,
storie di piccole cose dimenticate
che sono pappagalli sulle spalle
di questi figli di legno.

Credimi, ancora, sciupata innocenza
la bugia è un unico frutto acerbo e
fingo sia l’incrinato interno di balena
questa silente estate del mondo.

*

 

Rovinato l’occhio destro, ho trovato una macchia
di giraffa, affrescando i miei cieli
con segnaletiche stradali
per una cometa di titanio e caucciù,
travestita da moscerino.

Le luci si allungano:
cavi usurati, cani giocosi, pompelmi
e terre dure come idee,
io sono freddi abituali e camini dismessi.
I moscerini muoiono
come cardi e pastelle rifuggono l’olio
e vengono a sfinire macchine, ottoni e trapunte.

Copio linee: vocio e insensatezze hanno una loro aritmia.
L’ asistolia questo Natale é sentirsi,
dimenticarsi, con una tosse piena di sigarette
cantare il dolce profumo di canditi, di lenticchie e
di tutta la Morte che ha preso residenza nell’anno nuovo.

In petto il verde daltonico di uno spoglio albero
messo a bruciare.
Il mio cuore è un diacono con puntarelle
e penne di calamaro,
ha fatto della mia schiena un alveare,
con sangue e rame ha costruito case e abeti,
dovessero fiorire, avrei perso Natale e partita
e le mie urla in questa straziante sinfonia
sarebbero solo un Do minore.

*

Ogni ingenua foto di quel che potevo essere
è divenuta una sacra custodia dove ingrigire
i miei organi, invecchiare e
costringermi a custodire un incubo
rimasto bambino.

Inaridite braccia cullano il mio sopravvivermi:
una scatola un sogno infranto,
l’azzardo sudicio, una disgrazia
e tutto il vuoto che mi appartiene.

*

Le mie amanti sono lettere sbiadite,
su fogli sottili di giornali periodici,
che formano nomi di amici scomparsi,
e adesso calcano sabbia purulenta,
nella lettiera dei gatti.

Le mie amanti sono falci di notte,
tatuate sui polsi dei miei compagni,
in mezzo a dei “ punto a capo” d’ago sui gomiti,
su pelli bianche come pagine da scrivere.

Le mie amanti non mi trovano mai,
mi confondono con lo straniero vicino,
con telefoni e barbiturici, con cui fare l’amore,
per sentire le ore sugli occhi e dirsi ,
orfane tutte dello stesso Dio, fedeli
solo a chi gli deve dei soldi.

Le mie amanti sono queste infinite solitudini,
danzano con i treni e cavalcano sui ponti,
deluse si nascondono nelle piscine.

Sulla fine del bicchiere o dell’estate,
lì si cela questa triste gratitudine.

*

Il retro della mia voce ha riunito vuoti divari
dietro le palpebre dove ho intagliato
le mie fragilità come una linea di te,
mentre nel letto sregolato tra inverni,
capelli schiantati e accomodanti livori,
solo mute coperte mi avvolgono,
complici delle mie psicotiche prospettive,
mi sopravvivono come un sonno vegetale
e resisto svilito alla fame dei tuoi baci.

L’oltre lucido della coppale sulle persiane
fiorisce come una primavera di sfaceli
ed io mi distraggo a fare il Dio infausto
delle cortesi rovine costruite su me stesso.
Il tempo rimasto è un viziato bambino.

*

Serve ancora bere queste amare parole,
la mia compagnia, erede della ferocia d’inchiostro,
ha smesso di zittire il futuribile,
e ora mi rimangono solo sogni di uova e sigarette,
dove accoppiarmi incredulo con l’ablazione di nemici.

Appassire e rimanere a guardare
le ere al termine e la bellezza vergine
e amanti obsoleti, che come noi,
nella parola trovano solo
una scomoda futilità.

*

E il vento freddo divora le mie stanze,
docile furia di pensieri sembra
l’irresistibile stanchezza del non fare niente.

Sono soli gli alberi fuori ad ombreggiare,
arrangiano il silenzio e la fantasia
per quietare fame, sete e stanchezza
e mi donano un dilettevole lutto
fatto di indugi e poveri bocconi,
avvampando una tortura di randagi.

Tutta la mia indomabile ambizione
si traduce in uno strazio che non capisco
e adombra il mondo come una scure
prima della fine.

Pietro Edoardo Mallegni, “Anedonia (o i piaceri scomparsi)”, NeroLatte, 2025.

 

 

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Poesia sabbatica: “8”

31 sabato Gen 2026

Posted by Francesco Palmieri in POESIA, Poesia sabbatica

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Tag

Francesco Palmieri, Studi lirici (solo parole d'amore)

 

-8-

*

poi

*

il momento è giunto

*

ci siamo detti addio

*

non devi preoccuparti,

è solo un’altra fine,

continueremo a vivere

tu a oriente

io ad occidente

e non c’incontreremo più

*

non intristire gli occhi

lascia stare i pianti

i fiori che son morti

e il vuoto che da ora

bisogna attraversare

*

non preoccuparti amore

so già cosa sarai

*

sarai un altro sasso

portato sulle spalle.



*

Francesco Palmieri
*
(dalla raccolta “Studi lirici, solo parole d’amore” edizioni La Vita Felice)

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