Richiamo i pensieri e il foglio elettronico
mi restituisce una nuda luce sul volto
non ci sono particelle sospese che vagano
sul bianco non una virgola che attenda
non un punto un riferimento una pausa.
Ho letto che Rembrandt nell’ultima parte della sua vita
aveva fuso colori e forme come in un delirio
una figura che si specchia nell’acqua appena mossa.
I suoi committenti non capivano che quel nuovo modo
di vedere si avvicinava a qualcosa che ha a che fare col sogno
con ciò che è incerto che turba ed è sublime
pescando in quell’acqua materia fresca e forme tremolanti.
Ma forse come accadde anche a Monet
per via di quel suo velo sugli occhi
era solo un punto oscuro sulla pupilla
una retina fragile una retrovista
un déjà vu che vede la luce
e legge a fatica le lingue sconosciute
con cui parlano le cose.
L’estate mi rimpicciolisce
il mare è grande e agita
le ali bianche delle onde.
Più in alto dell’orizzonte, le vele
e oggetti che rincorrono le attese.
Le pale di un elicottero tagliano i tempi
il dito di un bambino ne segna i percorsi
la spiaggia raccoglie i semi viaggiatori
che atterrano, ringraziano e muoiono.
Stringo lo sguardo sulle cose
le mani si allargano sulla sabbia
i venditori di tovaglie non mi sostano accanto
urlano rivolti a un ignoto altrove.
Non andrò così lontano
dove si posano gli occhi
resterò sul mio confine,
parlerò con gli insetti scavatori.
Prefazione di Lucianna Argentino, postfazione di Marzia Alunni. Editing, impaginazione e copertina di Valeria Girardi.
Autoritratto
sono nata in un angolo di cielo
dove il vento rincorre nuvole
e spazza via la tristezza
Rosaria di Donato
Nella sua nuova raccolta poetica “Scrigno”, Rosaria Di Donato esplora il tema della memoria, riavvicinandosi a luoghi e volti familiari fin dall’infanzia, senza cadere nella trappola di un rimpianto sterile per il passato, pur evocandolo. Riflettendo sul passato, l’autrice si lascia guidare dai ricordi, seguendo la sua inclinazione verso un’autobiografia intima che caratterizza l’intera raccolta. I titoli delle quattro sezioni – visioni, chiaroscuri, miniature e tracce – rappresentano le fasi di un viaggio di riscoperta del passato e di conoscenza di sé. Questi titoli mettono in risalto e rafforzano la metafora dello scrigno, conferendo all’opera una notevole coerenza. Il passato del tempo presente al passato del ricordo si accompagna, nei versi del testo l’ulivo secolare: “…uni-verso in espansione/nuovo anno aggiunge/un nodo un ramo /un altro cerchio al tronco/poderose radici/s’allungano d’intorno/come a sfidare il tempo//e degli uccelli in volo//le stagioni / quali storie racconta il secolare ulivo”. Il tempo della memoria si manifesta con il suo maestoso scorrere, ma la poetessa non ne è sopraffatta. Al contrario, trova la sua essenza nel recupero dei vari momenti di quel fluire interrotto. In questo modo, la scrittura accompagna ogni passo nel percorso verso una verità riconquistata. È una poesia che tendenzialmente rimane legata all’esperienza diretta e concretamente vissuta: “il quartiere misurato/con il tuo passo//padre/ora mi è più caro/ogni angolo vivo//nel suono-profumo/di gemme in boccio…” (da “lascito”). La luce e i colori utilizzati nelle immagini del testo sembrano accentuarsi progressivamente man mano che lo sguardo dell’autrice abbraccia uno spazio sempre più vasto: “lo sguardo all’orizzonte/incontra dio/azzurra linea di colore/l’infinito…” (da “Silenzio tra cielo e mare”). Uno dei principi chiave della poetica di Rosaria Di Donato, come dimostra “Il fiore di melo”, celebra la forza evocativa che scaturisce da intuizioni soggettive e irrazionali, espressa attraverso uno stile agile e fluido. Tuttavia, a un livello più profondo, questa leggerezza suggerisce anche la capacità della scrittura di osservare la realtà. Come esprime l’autrice: “leggeri vorrei giorni / senza cupi pensieri / senza affanni / un filo di vento / fra le mani”, invitando a non farsi sopraffare dal peso del mondo. Da qui deriva l’alternanza tra il tema della violenza contro le donne, vittime dell’odio dei loro carnefici, e le poesie che commemorano l’assassinio di Samia Yusuf Omar e delle sorelle Mariposa, oppresse dalla loro opposizione al regime del dittatore Trujillo. In contrasto, si esplora anche il tema del luogo d’origine, depositario invece di un’esistenza genuina, colma di affetti profondi. I testi, accompagnati da fotografie, sembrano confermare la possibilità di riportare il passato nel presente, creando un dialogo profondo tra parole e immagini. In questo modo, riescono a sottrarre il passato al suo contesto originale, donandogli una dimensione di eterno presente. Una poesia può emergere come un modo per offrire serenità a un’anima inquieta. Niente è più adatto della poesia, che ci è stata trasmessa nel tempo, per narrare le esperienze degli uomini del passato. Essa comunica i loro sentimenti più profondi e la vita quotidiana, non attraverso descrizioni astratte, ma attraverso la rappresentazione di emozioni, coinvolgimento e una sorprendente attualità, come se fosse un autentico scrigno.
Maria Allo
Testi tratti da “Scrigno”
Lascito
il quartiere
misurato
con il tuo passo
padre
ora mi è più caro
ogni angolo vivo
nel suono-profumo
di gemme in boccio
il tempo intriso
d’attese lo sguardo
che dai muri sorride
nuovo stupore
nei giorni infonde
rinnovata primavera.
***
samia yusuf omar
sono io samia
nube dissolta nel vento
onda mai giunta alla riva
sono io samia
corrente gelida inarrestabile
che solca oceani di luce
sola come un punto nel cielo
intemerata sfida
il pregiudizio
svelata (corre)
va oltre la morte
corre ancora (vince)
sono io samia
nulla potè la censura
contro di loro
la rivolta scardinò
il regime (trujillo morì)
volevano essere farfalle
le sorelle mirabal
la dissidenza
ha dato loro le ali
***
C’è
c’è un pianto che non ha fine
sulla terra voce di chi non ha voce
donne umiliate-percosse
massacrate dall’odio dei carnefici
c’è un pianto che non ha fine
sulla terra voce degli orfani
delle vittime di femminicidio
non c’è sole per loro al mattino
ma ombre-tristezza e il vuoto
di una vita non-vita
incubo della paura
c’è violenza che annienta
***
scrigno
le notti insonni
uno scrigno dischiudo
di lucciole e parole
sembrano piccole stelle
e suoni comparsi
all’improvviso dal buio
volano ballano
s’attorcigliano
come a voler comporre
una canzone in libertà
è la poesia
che uscita dallo scrigno
s’innamora dei sogni
culla le anime inquiete
Rosaria Di Donato (2021)
Fotografia: Rita Valenzuela
Rosaria Di Donato è nata a Roma, dove vive. Laureata in filosofia (quadriennale e specialistica), insegna in un liceo classico statale. Ha pubblicato sei raccolte di poesia: Immagini, Ed. Le Petit Moineau, Roma 1991; SensazioniCosmiche, Ed. Le Petit Moineau, Roma, 1993; Frequenze D’Arcobaleno, Ed. Pomezia-Notizie, Roma 1999; Lustrante D’ Acqua, Ed. Genesi, Torino 2008; Preghiera in Gennaio, Ed. Macabor, Francavilla Marittima (CS) 2021. Scrigno, Amazon.it 2025. Ha partecipato sia come autrice che come organizzatrice alla Rassegna Realtà del Divino, a c. di N. A Rossi (Giubileo 2.000) a S. Nicola In Carcere – Roma. E’ presente nell’antologia Nuovi Salmi a c. di Giacomo Ribaudo e Giovanni Dino, Ed. I Quaderni di CNTN, Palermo 2012. Alcuni suoi testi sono inseriti in Voci dai Murazzi 2013, antologia poetica a c. di Sandro Gros Pietro, Ed Genesi, Torino 2013. Poesie dialettali compaiono nella Rivista i fiori del male 2013 n. 55, quaderno quadrimestrale di Poesia a c. di A. Coppola. Ha partecipato con il gruppo Poeti per Don Tonino Bello alla realizzazione di Un sandalo per RutOratorio per l’oggi, Ed. Accademia di Terra D’Otranto – Collana Neobar, 2014. E’presente nell’antologia I poeti e la crisia c. di Giovanni Dino, Fondazione Thule Cultura, Bagheria 2015. Ha pubblicato l’ebook Preghiera in Gennaio nella collana Neobar eBooks nel 2017. Ha partecipato all’eBook n. 217: Proust N.7 – Il profumo del tempo, di Aa. Vv. (LaRecherche.it – Un accordo di essenze). Nel 2019 ha partecipato all’antologia poetica Break Point Poetry – Città Poetica, c. di Patrizia Chianese, nell’ambito dell’ Estate Romana. Ha partecipatoall’antologia Ho sete, l’Arte si fa Parola, a c. di Maria Pompea Carrabbae Ella ClafiriaGrimaldi, Ed. SarpiArte 2020; è presente nell’antologia del Concorso Nazionale di Poesia Città di Chiaramonte Gulfi – Premio Sygla XIV ed. 2022. Collabora a riviste di varia cultura e i suoi volumi si sono affermati sia in Italia che all’estero, con giudizi critici di Giorgio Barberi Squarotti, per esempio, e traduzioni in francese di Paul Courget e Claude Le Roy (riviste Annales e Noreal) e in inglese di Valeria Girardi (riviste on-line in vari Paesi). Partecipa al blog Neobar di Abele Longo e a vari siti letterari sul web. Vincitrice di alcuni premi di poesia, si interessa di arte, cinema, fotografia. Dal 2016 ha curato un laboratorio di scrittura creativa nel Liceo in cui insegna poi interrotto a causa del Covid-19. E’ presente nell’antologia Sorella Morte a c. di Giovanni Dino, Fondazione Thule Cultura, Bagheria 2023. Ha partecipato con il racconto Candore a Un magico e prezioso Natale – piccoli racconti per bambini di tutto il mondo, a c. di Sara Conci, Macabor 2023.
Son tornato e so che mi aspettavi
ti eri arresa all’attesa e mi dormivi
tutta presa dentro un sogno di divi
che si lasciano e si prendono, e film
dove si morsicano labbra e lenzuola.
Fuori pioveva che dio la mandava
pioggia fatta apposta e vento in quota
con varianti di pellicole francesi.
E tornando sono stato sorpreso
io stesso non ero lo stesso di ieri
e tu stessa attrice fatale.
In fin dei conti i telefoni bianchi
sono messaggeria d’altri tempi.
E nel sogno aspettavi che dicessi
quella cosa che al risveglio si scorda
e che di giorno ci si sforza di dire.
Prefazione di Camilla Ziglia
In copertina: una fotografia di Pietro Mari dal titolo Geometrie variabili
da Corpi estranei
Madre di Luna pietra madre ragnatela
di capelli sul guanciale madre pallido
ansimare madre spenta nella parola
madre impiccata al sorriso
in bianco e nero madre
che non ricordo madre
impastata nel corpo
madre
che sei andata via
come si spegne la luce
nella stanza di un bambino.
*
Era una casa divisa in gabbie
perimetri di fiato e dolore
corpi estranei cuciti dal sangue.
A tavola a ognuno il suo posto
geometria instabile dei pasti,
la luce piombava dall’alto
un ritratto di famiglia elettrico.
Corpi stretti nella notte alle coperte
galleggianti nella trama dei respiri
la sveglia scandiva l’assenza ai miei occhi
spalancate finestre alla fuga.
*
Il corpo del fratello
non faceva rumore
occhi grandi sgranati laghi
che ogni sasso poteva colpire
giocando col fuoco, un giorno
bruciò le mani
immobile specchiava le fiamme sui palmi
dietro gli occhi
fatue.
*
da Ho una bambina sulla schiena
Ho una bambina sulla schiena
il suo corpo è nuda cantilena
mi riempie i capelli di nodi
per divorare il mio pianto
la bambina di notte dondola
cigola come un’altalena
col suo alito di bosco sussurra
cristalli di sale sul cuscino
mentre sogno indossa le mie mani
disegna una volpe che gioca coi cani
fuscelli i fremiti del suo respiro
un nido di parole che scopro al mattino.
*
da La condanna alla luce
Eppure i momenti migliori sono quelli
in cui annuso il mondo come un cane
cammino e sono nelle gambe
in attesa di una gioia conosciuta
quella svolta che improvvisa s’apre al mare
col ferro del porto che sale
in rette e poligoni brillanti.
Cammino con gli occhi sazi
come chi non cerca niente
solo l’occasione di un altro passo avanti.
*
da Dove nessuno chiama
Dall’intrico di foglie la luce
fa a brandelli il tuo volto
s’insinua lama nelle pieghe della carne
forse siamo distesi
i capelli ondeggiano
grano sterile sull’erba
forse ci stringiamo
una mano a distanza
stiamo lì ad asciugare le parole
sento il battito del cuore in un sasso
che preme sulla schiena
è più facile così, scomparire.
Ci siamo addormentati
senza sprofondare nella terra
e al risveglio
ci siamo sentiti inospitali.
*
Non è ancora l’alba. Non ancora.
Il silenzio al di là delle tende
è uno sciame d’api
pronto a colpire. Alle spalle il frigorifero,
col suo reticolo elettrico
combatte per il freddo interno
parla da solo come un ventre troppo pieno.
Sotto una luce pendente
scrivo con l’ombra
della mano sul foglio. Briciole
si attaccano al palmo che scorre
quasi a chiedere un ultimo gesto d’attenzione
colonizzando il bianco.
Mi sono alzata per un sogno, forse.
Testi di Antonella Sica, tratti da “Corpi estranei”, Arcipelago Itaca, 2025.
NOTA BIOBIBLIOGRAFICA
Antonella Sica, genovese, è laureata in Lettere Moderne. È regista e manager culturale in ambito audiovisivo e cinematografico. Ha fondato e codiretto il “Genova Film Festival” dal 1998 al 2015. Ha diretto e realizzato cortometraggi di fiction e documentari selezionati e premiati in diversi Festival. Tra i suoi lavori: Ballata Trash, cortometraggio con il poeta Edoardo Sanguineti. Nel 2014 vince il premio per la miglior silloge del concorso indetto dalla casa editrice Prospero (opera pubblicata nel 2015 col titolo Fragile al mondo). Nel 2017 vince il Premio Internazionale di Poesia “Città di Milano” con la silloge La memoria nel corpo, pubblicata l’anno seguente da Rayuela Edizioni. Nel 2019 vince – ancora come miglior silloge – il XX Premio di Scrittura Femminile “Il Paese delle donne” con la raccolta L’ira notturna di Penelope, uscito nel 2022 per i tipi di Prospero Editore e con la prefazione di Donatella Bisutti.
Ha partecipato a reading poetici in diverse città d’Italia. I suoi testi sono stati selezionati e premiati in diversi concorsi fra cui “Lorenzo Montano”, “Bologna in Lettere”, “Arcipelagoitaca” e “Guido Gozzano”. Recensioni alle raccolte e suoi inediti sono stati pubblicati su riviste online e blog fra cui “Inverso-Giornale di poesia”, “Poesia del nostro tempo”, “Almapoesia”, “Ex-Libris”, “Carte sensibili”, “La rosa in più”, “Menabò online”, “Poeti Oggi”e “Versante Ripido”, dove cura la rubrica di videopoesia Lanterna magica. È presente in alcune antologie fra cui Singolare, molteplice(puntoacapo2022) e Settimo repertorio di poesia italiana contemporanea (Arcipelago itaca 2023).
Con Corpi Estranei ha vinto il Premio “InediTO-Colline di Torino” 2023.
Ti ho chiamata a vedere la luna tra le case
sorgeva rotolandosi sui tetti
piena di luce accecava la notte
spargeva semi luminosi sulla città
che l’ha dimenticata.
Quindi è solo nostra, mi dicevo
quindi è solo di chi la vede, mi ripetevo.
Ti ho regalato la luna piena di luce
questa inutile lanterna tra le strade illuminate
tra le torri-faro che dirigono le loro torce al cielo
i pulsanti che accendono le nostre tenebre.
Ti ho preso la luna rubandola con lo sguardo
di chi ha rischiato di perderla tra i tetti
infilzata tra le antenne, entrata e poi uscita
dalle finestre dei vicini, moneta spesa
dai bambini sognatori, e dagli spacciatori.
L’ ho raccolta nella nostra vecchia tenda
lucidandola, soffiandoci sopra
come si fa con una lampada
per far sparire le sue ombre polverose
i crateri e le meteoriti
i residui metallici di allunaggi
e le bandiere piantate
per cercare venti inesistenti.
Poi siamo tornati a letto
come due gatti
la luna in mezzo ai cuscini,
i pensieri rarefatti.
Una selezione di testi da “Kolektivne Nseae” di Ivan Pozzoni
CARONTE, IN RIVA AL LAGO
Seduto su una roccia, in riva alle acque turbolente macchiate di ricordi del mio Lete lacustre, mi tramortisco col rumore ombroso delle onde che cantano dei miei vent’anni, d’amori e attese blande. Cerco un Caronte astioso e ansante, che meni la mia barca sui fiumi d’Occidente, rodato dosatore d’ansiolitici, seduta stante, scorbutico maleducato, rude bifronte. Cerco un Caronte, un Caronte vero, temerario consulente abituato a transumanze d’ogni genere, con remi, barba stanca, obolo di scorta che difenda all’arma bianca. Seduto su una roccia, rinvio a domani l’insulsa immaturità delle mie mani.
SIAMO TIGRI DI CARTA
L’una di notte non suona mai così spontanea dalle mie mani dense di ragadi non battono doloranti filastrocche, da anni, oramai, sono vittima collaterale di una metrica troppo risoluta schiava di no Tav, no Vax, no tax, no fly zone, i miei acidi gastrici carburano con tonnellate di Pantoprazolo con la digestione impedita da uno stomaco butterato dai buchi del vaiolo. Responsabili e irresponsabili allo stesso momento rogitiamo case come se dovessimo vivere in eterno, non ci fidiamo a essere padri o madri e, con nonchalance, adottiamo amori destinati a non sopravvivere un decennio non vediamo l’ora, dopo una giornata, che il destino ci scodinzoli alla porta e non ci rendiamo conto, allo specchio, di barattarci con tigri di carta. Pure va tutto bene e non c’è niente che funziona, attento alle calorie in eccesso, col contapassi da asino da soma, bulimizzo ogni sentimento, enigmatico come la sfinge di Chefren, nessuno saprà mai se sono pago o sto a tre metri dall’overdose d’En, ubiquo nell’arena, sotto il drappo rosso, bovino dall’aspetto esangue, non si capisce se sono qui o vorrei stare ovunque.
RIDATEMI I MIEI VERSI
Se non sono ancora in grado di scrivere versi mamma, è perché sono finito tra gli encefali persi, mamma, amavo una donna prima che fosse nata e la mia serotonina si è trovata abbandonata. Ho cantato dei deboli, dei distrutti, i miei scarti di magazzino non credevo di diventare anche io flessibile come un manichino, della consistenza di un esacerbato Krusty il clown detonato senza miccia da giorni up e giorni down. E io scrivo, versi disprezzati da me stesso e dalla popolazione, mentre tu, con una valigetta rosa, prendevi il largo alla stazione, senza nemmeno renderti conto che io ero caduto nel fango dei miei neuroni come se fossero un anacoluto. Se mi riuscisse un nodo scorsoio mi appiccherei a un albero perché a me non resta l’alternativa tra il suicidio e il ricovero, io nel mio fegato so che è cosa mia in pubblico continuiamo con la terapia.
IL NOSTRO BIMBO AVREBBE AVUTO OCCHI BELLI
Il nostro bimbo avrebbe avuto occhi belli, la tua smania di vivere e i miei momenti chiusi avrebbe avuto mille diavoli tra i capelli guizzanti nei suoi cento Parnasi. Il nostro bimbo avrebbe avuto le stigmate, e avrebbe intessuto fittissimi dialoghi con gli animali, il tuo viso scuro delle cavallerizze sarmate il mio amore viscerale di versi e madrigali. Il nostro bimbo non sarebbe mai cresciuto, imbrigliato di una rete di ragni caramellati non avrebbe mai avuto bisogno d’aiuto tutelato da buffoni loricati. Il nostro bimbo mai nato, schiavo d’un qualche Durex lubrificato, è un’occasione chiusa nel mio diaframma cardiotoracico, immerso, ferito, in una membrana d’arsenico.
Cosa avranno da dirmi le donne della mia vita
ognuna sfilando una perla alla collana
ognuna aggiungendo sabbia nel deserto
ognuna portando
un chicco di grano al magazzino ?
Le donne che hanno preso
il gioco dei miei pensieri
quelle che si sono lasciate scorrere trapassandomi
cosa avranno da nascondere tra i denti ?
E dietro quegli occhi messi in prospettiva
che mi si perdono in gola e che tutti ho bevuto
succhiando dagli sguardi il luccichìo della vita
cosa cercano di consegnarmi,
quale oggetto oscuro
quale cartiglio segreto,
quale gesto incomprensibile?
Forse vogliono solo rubare
il filo d’erba che ho in tasca
che qualche volta stacco
dal prato che calpesto.
Forse vogliono solo
camminarmi a fianco.
Forse vogliono solo corrermi davanti
come fanno le bambine
ognuna inseguendo un palloncino.
“La muta per amore” è l’ultima opera di Francesca Canobbio stampata per i tipi di Terra d’ulivi edizioni nell’anno 2024. In copertina una foto dell’autrice, che mette in luce i grandi, magnetici occhi verdi.
Il titolo “La muta per amore” ha per la sua prima parte un senso ambivalente. Muta come cambio di pelle quale avviene per certi animali che abbandonano la pelle vecchia per venirne fuori con una tutta nuova che li ricopre. Pronti a vivere un’altra fetta d’esistenza ringiovaniti, rigenerati, lucidi, levigati. Muta è anche il rinnovare di piume o pelo degli uccelli o dei mammiferi. In questo senso potrebbe intendersi “La muta” come metamorfosi che “muta” radicalmente l’essere. “Muta” tuttavia è anche l’aggettivo qualificativo che indica il fare silenzio declinato al genere femminile, potrebbe quindi voler alludere all’atto di tacere “per amore”. In entrambi i casi quest’ultima locuzione non lascia dubbio sulla seconda parte del titolo, la potente forza che ha ingenerato la trasformazione o provocato il mutismo. Dal silenzio, in particolare, è ben noto che spesso germogli la scrittura poetica.
All’interno del libro tre sezioni, la prima e più ampia, senza titolo, è arricchita dalle tavole pittoriche di Stefania Bergamini le altre sezioni sono titolate “Le cinque fiamme” e “Temporalia”. La prima contiene, tra l’altro, le sottosezioni LA MUTA PILOTA, LA MUTA PAZIENZA, LA MUTA COMMOSSA, LA MUTA COMPAGNA, LA MUTA ROSA, LA MUTA SPASIMANTE, LA MUTA MISURA, LA MUTA RIDE, LA MUTA NOSTRA, LA MUTA CALIGO.
Il trasformismo che anima “la muta” la offre allo sguardo nel fermo immagine di una pluralità di declinazioni che oscillano dalla sofferenza, alla tenerezza, dall’esitazione alla certezza, dalla dedizione alla nudità. Quest’ultima spalanca le porte dell’introspezione, un onere d’indagare a cui non è aliena l’espressione poetica. Si direbbe, nell’insistenza del vocabolo, che sia il tacere a produrre il frutto.
L’opera si compone per la maggior parte di scritti in prosa poetica, caratterizzati dalla quasi totale assenza di segni di interpunzione e da un’abbondanza di relativi (“che”, “dove”), nonché dall’andamento tipico del flusso di coscienza, nel quale immagini, ricordi, sensazioni, pensieri, desideri fluiscono inarrestabili fino al punto fermo che delimita l’enucleazione. Pochi testi hanno invece la forma più consueta della poesia, con i versi delimitati dagli a capo. Queste poesie segnano un apice dove, pur nella brevità, il dettato si distende, amplifica, esalta e puntualizza “che sei scheletro dei miei mondi”, rivolgendosi a un “tu” che è anche “musica” “tamburo d’ossa”, “spina dorsale”. Un’essenza in seconda persona singolare, spesso chiamata in causa, che si pone al vertice dell’architettura fondante l’interiorità e l’armonia dell’interlocutrice.
Il tema che è la causa della “muta”, focalizzato fin dal titolo, è l’amore. In tal senso è centrale la poesia di pag. 25 (vedi la prima immagine qui sotto), che reca appunto questo titolo. La scrittura riverbera il sentimento amoroso. Serpeggiano in tutta l’opera la sensualità e la sessualità che lo pervadono. L’alleanza potenzia il singolo proiettato nel rapporto e lo esalta in una pluralità di connessioni, nella varietà delle circostanze, nella combinazione degli elementi soggettivi e antropici, la complessità della relazione fiorisce in un dinamismo al contempo duplice – monolitico – molteplice. Come una rosa dai molti petali che, ciononostante, resta una. L’amore riluce nella percezione di un caleidoscopio – fantasmagoria di forme e colori -, ma è consapevole anche di un dopo o oltre, al quale, nel viluppo della ramificazione tende, perchè sbocco inevitabile che, di contro, libera dalla materialità e dalla materia, dal corpo e dalle necessità. Punto di approdo per l’esplicazione totale del sentire amoroso esteso oltre ogni delimitazione dell’empirico.
La prefazione all’opera è di Francesco Forlani, chiude Paolo Ivaldi con la postfazione.
Loredana Semantica
Di seguito una breve lettura di Loredana Semantica di una poesia di Francesca Canobbio tratta dalla raccolta “La muta per amore”, Terra d’ulivi edizioni, 2024
il silenzio s’imprime sulla terra
e tutto si schiaccia col suo peso
la sera va mi toglie un altro giorno
nel buio resta il tempo che non vivo
*
Asfissia
la notte sa di ferro e di saliva
stringe con la morsa un fello fiato
stritola l’atra pressa punitiva
la bocca spasma un nome non sfiatato
la trista ombra strangola ogni promessa
la vita si contorce e poi si arresta
(così morì la sua bella voce
lasciando il silenzio boia feroce)
*
Nos quoque floruimus, sed flos erat ille caducus
Mi dirigo sulle strade di marzo.
Corro finché resisto, l’ombra sfiora
l’asfalto frantumato dalle attese.
Resta muta la casa erta sul campo.
Chiedo alle margherite con le dita
inquiete. I petali gialli cadono
vorticando lungo i passi veloci,
i non deturpano il volto del cielo.
La primavera si schianta sul mondo:
fiato di terra che torna a salire.
Entra nel naso, si avventa sul petto,
il verde azzanna e lascia il suo vuoto.
Arrivo alla chiesa di pietre e sogni,
sento l’eco di un sì mai pronunciato.
Il fiore di un pesco cade appassito.
Il sole insiste, ma resta l’inverno.
*
Alba rossa, o vento o giozza
galleggia nel fuoco la laguna
sui marmi i ricordi si frantumano
la pelle trova sollievo al buio
continua a bruciare al sole
cerco quegli occhi nei visi mascherati
mentre il vuoto pulsa nelle vene
e l’abisso mi sorride voluttuoso
alla stazione corre uno zaino
sembra il suo quello bordeaux
è un lampo un battito
un breve varco nel tempo
un salto in un cerchio di fumo
inseguo tra la folla la mia follia
corro il fiato si spezza
la sagoma scatta subito via
e svanisce silenziosa tra i passi
riprendo il cammino
con il suo cuore in tasca
e i pensieri che annegano nel mare
coperti dalla tenue scia di una gondola
è stata luce attesa che freme
la grazia che vizia
la magia che mai sazia
ma poi alla sera mestizia e tristizia
ora è vento che tace
*
Alba
le labbra sfiorano il bordo
della tazza rossa bollente
il suo fiato caldo mi bacia
e gioca come una bimba
appannandomi gli occhiali
è il suo buondì
osservo assonnato
il vapore danzare lento
scorrere con garbo
sfaldarsi informe
tenue tremula bruma che vagando
imita la mente intorpidita
ed evoca l’eco
di un pensiero che non torna
forse perché devo destarmi
ma sento di voler dire
qualcosa che ho perso
è come un’ombra che indugia
con passo esitante sulla porta
rossa anche quella
fisso per un po’ un punto nel vuoto
il nescafé si sta raffreddando
il velo acqueo si dirada
assaporo gli ultimi sorsi
osservo l’immagine sul fondo
e la trovo indecifrabile
la luce si affaccia
bussando piano sui vetri
prima di stendersi sul tavolo
e illuminare
le briciole di ieri sera
il tempo si piega
ma il giorno
seppur senza fretta
senza scuse
s’incammina comunque
prima di me
Nota biografica
Jacopo Pignatiello si è laureato in Filologia Moderna presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, con una tesi in Letterature comparate. Attualmente insegna discipline storiche e letterarie nelle scuole superiori. Ha curato contributi di ricerca letteraria e storica pubblicati in periodici, atti di convegni e miscellanee. Alcuni suoi componimenti sono apparsi su delle riviste online e in delle antologie poetiche.
Non usciremo intatti da tutto questo
contaminati i nostri corpi
dalla furia dei tempi e dagli spari
nei caroselli che sbandierano
la latitanza della verità perduta
la sostanza delle cose corrotta.
Avremo a che fare con fenomeni che accadono
con il nostro silenzio-assenso
andremo a sbattere sulla parola amore
che si dilegua in mille rivoli
sul senso preciso da
dare ai nostri precetti
e i discorsi con i buoni propositi
si disperderanno come le pagine del vangelo
sulle bare dei papi.
I Farisei stanno morendo tutti di stenti
di bombe guidate da droni simili a mosche
e si accartocciano davanti alla ferocia del loro cielo
così che le albe che nasceranno saranno vedove di dio.
Le madri stanno addestrando I bambini
a cercare chicchi di riso caduti dal becco
di uccelli sazi e distratti.
I padri dicono che vorrebbero
almeno un piccolo tempio
anche per adorare
un solo vitello d’oro.
Quanto a sacrificare il proprio figlio,
tutti devono pensare a stento
che si levi una mano per impedire al coltello
di affondare senza che vi sia ragione.
Era un amico partito il plumbeo mattino,
fra la polvere accumulata di questi libri.
Dove è finito il petalo di sangue
sotto la mano del vento?
La nebbia del cuore e poi ti rivedo,
fra te e me c’è sempre inverno.
In quale rifugio starai tranquillo
come una noce nel suo guscio?
Vado solitario come un fiore nel bosco
dove l’erba gioca, i tuoi passi
al mio posto. La luce che scende
una dolce promessa più grande del mare
quel cielo che mi appare.
È il peso del tuo manto svegliandosi
la città, una donna piange di felicità
cantando al sole una canzone,
più antica e forte di ogni mia passione.
*
Parlami di te, dea d’oriente, il vento caldo
terra rossa di Costantinopoli, esule del tempo, cercando la
rotta di Istanbul.
Stella che si abbarbica sulle Chiese
d”oro e canti infiniti, scintillando fra i grandi cedri e la sabbia
cocente del perdono.
Racconta le pietre antiche di Megara
quando il Bosforo irrompe come cielo
azzurro fino al Corno d’oro fra lingue
e volti dimenticati.
Terra di mercanzìe e tramonti rosa, del mondo una sola
immensa prosa.
*
Appunti di viaggio
Dimenticare le antiche vie
piovendo dal cielo la meraviglia
di una certezza. Fra rumori e
clacson, il vólto materno roseo
come raggio di sole nella folla
dei colori.
Suonavano le pupille del cielo
e l’ombra si specchiava a trotto
fra sbuffi di nuvole sulla nuda terra.
E indifesa rideva tra la parata
dei superstiti, nel luogo di nessuno
dove ci lasciammo.
*
Appunti di viaggio
Se ieri è questo presente
nel solco delle mani
si consuma l’esistenza.
E corre così
da sponda a sponda
nell’antica luce precipitata,
l’alba sui vetri.
Se breve è la notte
il calore che davi,
somiglia al silenzio
la scia della memoria.
*
Sogno
Se la notte ha un vólto
è il tragitto di uno scandalo
nelle sere d’agosto
il mare dei suoi occhi,
le lunghe serate
in compagnia, coi libri
ricordati delle storie
al tavolo di un bar.
Se la notte ha un vólto
è la promessa del
ricordo, un lungo
dimenticarsi che
sfiorisce al cuore,
la primula sbocciata
forse il primo amore
nascosto il primo bacio
labbra tutto ardore.
*
Il tempo mi educò al dolore
al gesto sacro del silenzio mentre
le insistenti correnti del reale
s’addensavano nella mano
rovesciata.
Né ebbi garanzie d’esistenza
per il mio corpo
se non dove si srotolava
la grazia casuale che ha
scelto la forma delle mani.
E continuo a ripetere
i miei momenti più lontani
l’infanzia, l’incosciente pubertà,
l’incertezza di sempre.
*
Appunti di viaggio
Quel cielo era sopravvivenza
dei caduti quando l’amore esitava
e dietro le nuvole appariva
il suo vólto, il profumo di terra
bagnata distante da me stesso.
Era dicembre coi suoi paradigmi
della solitudine e dell’amore.
Le serrande dei bar appena
alzate e la promessa di
un peccato nascosta dietro
i banconi.
Fu l’aria tagliente, annuncio
della tua voce a battere
il tempo, quello dei sogni,
addormentata la città
al male lasciato risorgere.
*
Terra d’esilio la parola del libro
la trama passata, staccata dal
suo fiore. Ostinato amore tornare
laggiù, i padri dicevano del tempo
inciso sulla pelle.Tu sei nelle pietre
cammino nel deserto dove cresce
la follia, il sangue ribelle avevano
le parole, violenza della luce che
non muore.
*
Io credo nei venti, nelle lunazioni
che orientano il passo, disgiunto
l’essere dalla sua essenza.
Da nord soffia forte sull’oceano
dilagando al cuore quella voce
che a stento ricordo.
Io credo ai vólti, a ciò che sussurra
l’incomunicabile, la stella ininterrotta
che non dà tregua se la luce
accede alla storia degli avi.
Da qui ti vedo ancòra, origine
del moto che spodesta il giorno
correndo alla fine, miraggio d’infinito
sottratto alla parola.
A che servono gli anni persi?
ci vorrebbe un posto dove metterli
uno ad uno versarli in recipienti adatti
impilarli ordinatamente in magazzini
e se sono tanti avere cura di sorprendersi
a rievocarne lo smarrimento.
Anni persi per aver rincorso le cose che correvano
anni di immobilità e di silenzio come alberi
che aspettano un’ultima fioritura
anni compiuti nel dono del darsi pace
veder crescere, annuire al mondo
quando il mondo nemmeno ti chiede un parere.
Di questi anni e di quelli che verranno,
se verranno
ho perduto quello che si perde cercando.
Ho perduto le migliaia di rotte possibili
stando fermo a fissare il soffitto nel letto
marinaio, aviatore che fa quarantena
guardando dal finestrino della sua nostalgia
la costa che lentamente scorre.