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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: Rose di poesia e prosa

Forma alchemica 11: Simone Cattaneo

29 mercoledì Mar 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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POESIA, Simone Cattaneo

Non mi importa niente dei bambini del Burchina Faso che muoiono di fame,
non ne voglio sapere delle mine antiuomo,
se si scannassero tutti a vicenda sarei contento.
Voglio solo salute, soldi e belle fighe. Giovani belle fighe, è chiaro.
Che gli appestati restino appestati, i malati siano malati e
i bastardi che vivono in un polmone d’ acciaio
fondano come formaggio in un forno a microonde. Voglio bei vestiti,
una bella casa e tanta bella figa. Buttiamo gli spastici giù dalle rupi,
strappiamo fegato e reni ai figli della strada
ma datemi una Mercedes nera con i vetri affumicati.
Niente piani per la salvaguardia delle risorse energetiche planetarie
vorrei solo scopare quelle belle liceali che sfilano tutti i sabato pomeriggio
con la bandiera della pace. Non ho soldi e la botta è finita.
Ma sono un uomo rapace, per le vacanze pasquali
quindici milioni di italiani andranno in ferie lasciando
le loro comode case vuote.
Alla fine non sono razzista. Bianchi, neri, gialli e rossi
non mi interessano un granché.

Simone Cattaneo

Questa è una forma alchemica particolare, di poche parole, perché c’è poco da dire oggi. Oggi come tutti i giorni in cui l’abisso si apre sotto i nostri occhi, nelle parole di un uomo che soffre. Nato nel 1974 a Saronno, Simone Cattaneo si è suicidato nel 2009,  a soli 35 anni. Quando un uomo è un uomo e non si può più dire un ragazzo. Ha vissuto abbastanza per conoscere il mondo, per sperimentare il dolore. L’urlo poetico di Simone Cattaneo non si è ancora sopito, continua a inquietare i vivi, a spiazzarli dalle loro convenzioni e certezze. Continua a leggere →

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Forma alchemica 10: Derek Walcott

22 mercoledì Mar 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Derek Walcott, POESIA, Siracusa

Sono perseguitato da siepi d’oleandro rosa
lungo le strade siciliane, le loro consonanti di ghiaia
sotto le ruote, da pile di pietre, da muri la cui sorpresa
è che non c’era bisogno di andare così distante
per riconoscere ciò di cui mi ero già accorto,
tranne, e ora ritorna, quello strano castello
in rovina con un blu caraibico affacciato alle porte
e il nome Ortigia che tintinna come cristallo
nel suo fragile equilibrio. Nel fruscio del pino,
dell’ontano argenteo e dell’olivo qualcosa iniziava a cambiare,
suoni che andavano tradotti. Il mare era uguale
tranne per la sua storia. La nostra santa patrona
era nata qui. Condividevano un unico nome:
Lucia. La calura aveva l’identica innocenza
di un pomeriggio isolano, ma con una differenza,
l’aspetto degli oleandri e la verde fiamma dell’olivo.

I am haunted by hedges of pink oleander
along the Sicilian roads, their consonants of gravel
under the tires, by stone piles, by walls whose wonder
is that there was no need to travel
this far, to recognize things I already knew,
except, and now it grows, the odd broken castle
through whose doors peered a Caribbean blue,
and the name Ortigia that rings like crystal
in its fragile balance. In the pine’s rustle
and the silver alder’s and the olive’s, a difference began,
sounds that needed translation. The sea was the same
except for its history. The island was our patron saint’s
birthplace. They shared the same name:
Lucia. The heat had the identical innocence
of an island afternoon, but with a difference,
the way the oleanders looked and the olive’s green flame.

Derek Walcott

(da Suite siciliana, Egrette bianche, Adelphi, 2015)

IMG_3879 xxx.jpg

ph. Loredana Semantica “Oleandro rosa pallido”

Derek Walcott entra di “diritto” in Forma alchemica per aver egli raggiunto appena qualche giorno fa, il 17 marzo 2017, lo stato di defunto, che è, insieme alla bella forma poetica, requisito necessario per accedere a questa rubrica.

La poesia di Walcott che propongo non è tra quelle da me selezionate e da tempo salvate nella mia cartella “poesie scelte”, l’ho scelta invece recentemente dal web, precisamente dal blog Imperfetta Ellisse di Giacomo Cerrai, che, senza volere, creando una specie di “coccodrillo involontario”, come l’ha chiamato lui stesso, ha pubblicato sul suo blog una selezione di poesie di Derek Walkott, giusto qualche giorno prima dell’ exitus dell’autore.

Le poesie proposte mi hanno colpito in particolare perché tra esse ce ne sono alcune dove son presenti a piene mani riferimenti alla città dove vivo: Siracusa. Ed è proprio una di queste poesie che propongo qui, oggi, esplicitando i richiami a me noti.

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Forma alchemica 9: Fernanda Romagnoli

15 mercoledì Mar 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Fernanda Romagnoli, POESIA

roma

Fernanda Romagnoli

Confesso che ho qualche difficoltà a scegliere una “rosa” di poesia di Fernanda Romagnoli, alla quale intendo dedicare questo mercoledì di Forma Alchemica. La difficoltà non sta certo nel valore, perché la produzione di Fernanda ben rappresenta il senso del titolo di questa rubrica, che ho spiegato qui, nel penultimo capoverso della nota introduttiva. La difficoltà è piuttosto dovuta alla scelta di quale poesia sia maggiormente rappresentativa dell’eccellenza poetica di questa autrice.

La forma che la Romagnoli dà alla scrittura e la sapiente, sorprendente abilità di scegliere i lemmi da disporre nella perfetta architettura dei suoi versi, ben le meritano i commenti entusiastici espressi dai critici che “battezzarono” le sue raccolte. Appena quattro, sparse lungo tutto l’arco della sua vita: Capriccio, Roma 1943 Berretto rosso, Roma 1965 Confiteor, Guanda, Parma 1973 Il tredicesimo invitato, Garzanti, Milano 1980. Si sa poco di Fernanda Romagnoli, studi al Conservatorio, matrimonio con un militare, una vita scorsa tra gli anni dalla nascita nel 1916 alla morte nel 1986 in grande riservatezza, tanto che qualcuno ha osservato come si contrapponga alla vita in ombra e apparentemente  piana, senza scosse, tutta l’agitazione esposta nella potente dolorosità dei suoi versi.

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Forma alchemica 8: Edgar Lee Masters

28 martedì Feb 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Antologia di Spoon River, Edgar Lee Masters, POESIA

Johnnie Sayre

Papà, non saprai mai
l’angoscia che mi strinse il cuore
per la mia disobbedienza, quando sentii
la ruota spietata della locomotiva
affondarmi nella carne urlante della gamba.
Mentre mi portavano dalla vedova Morris
vidi ancora nella valle la scuola
che marinavo per saltare di nascosto sui treni.
Pregai di vivere fino a chiederti perdono-
e poi le tue lacrime, le tue rotte parole di conforto!
Dalla consolazione di quell’ora ho ricavato una felicità infinita.
Sei stato saggio a scolpire per me:
«Strappato al male a venire».

Edgar Lee Masters

L’Antologia di Spoon River è una raccolta di epitaffi espressi in forma poetica, con i quali i defunti stessi riepilogano gli aspetti salienti della propria vita o della propria morte con accenti di profonda verità. Essendo morti appunto essi si affrancano dai vincoli del pudore e dell’ipocrisia, e possono raccontare tradimenti, violenze, cattiverie e inganni, episodi che hanno segnato l’intera esistenza e dei quali sono stati testimoni, vittime carnefici o artefici senza contenersi, non tanto nella prolissità, che anzi questi epitaffi sono a volte estremamente brevi e, pertanto, anche “fulminanti”, quanto nella sincerità. Colpisce che un’intera vita possa essere riepilogata in così poche parole: un’ iscrizione  sulla pietra tombale, scarna quanto basta per sembrare scolpita nella pietra. Incisa e incisiva dunque, per la sua stessa sua natura d’essere una voce dall’aldilà,  proveniente da uomini e donne ancora memori delle loro vicende umane, adesso alle prese con l’altra misteriosa faccia della (non) esistenza.

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Forma alchemica 7: Sergio Solmi

22 mercoledì Feb 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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POESIA, Sergio Solmi

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fotografia di Marca Barone

Canto di donna che si sa non vista
dietro le chiuse imposte, voce roca,
di languenti abbandoni e d’improvvisi
brividi scorsa, di vuote parole
fatta, ch’io non discerno.
O voce assorta, procellosa e dolce,
folta di sogni,
quale rapiva i marinai in mezzo
al mare, un tempo, canto di sirena.
Voce del desiderio, che non sa
se vuole o teme, ed altra non ridice
cosa che sé, che il suo buio, tremante
amore. Come te l’accesa carne
parla talora, e ascolta
sé stupefatta esistere.

Sergio Solmi

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fotografia di Marca Barone

Sergio Solmi, nato a Rieti nel 1899, morto a Milano nel 1981, studiò giurisprudenza e lavorò per tutta la sua attività professionale come avvocato della Banca Commerciale Italiana. Ha partecipato alla prima guerra mondiale come ufficiale di fanteria, poi alla Resistenza e per questo fu detenuto nel carcere di San Vittore, dall’ esperienza nacque Aprile a San Vittore. Conobbe Piero Gobetti. La sua ricerca di studioso s’incentrò sulle problematiche della personalità umana, ispirato da letture giovanili di Émile-Auguste Chartier, detto Alain, illuminato filosofo francese, che certamente influenzò la sua formazione.
La scelta tra le poesie di Solmi è caduta su Canto di donna, una poesia che egli scrisse nel 1926, appena ventiseienne, chiarendo con essa cosa intendesse con lo scrivere una poesia moderna. Il testo s’apre con una descrizione di una donna che dietro le imposte chiuse canta, una voce roca, sensuale e misteriosa perché la donna non si può vedere. A dire il vero non è nemmeno certo che canti, se ne percepisce la presenza e la voce senza che sia possibile discernere le parole, una voce detta contradditoriamente procellosa e dolce. Come può una voce evocare tempeste e nello stesso tempo esser dolce? Eppure ciò può accadere per le tempeste emozionali che anche solo la voce di un essere può provocare nel cuore di un altro, la sensualità di una voce può smuovere emozioni anche solo per la sua potenza carismatica che avvolge e trascina in una sorta di incantesimo evocato per sola vibrazione della voce e il languore che prende l’ascoltatore è indipendente, talora, da un coinvolgimento sentimentale, perché l’effetto si produce per le note particolari di quella particolare voce, o per quella voce in particolari condizioni personali

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fotografia di Marca Barone

Ecco che Solmi rivela la capacità che il senso dell’udito ha di solleticare emozioni e cita il caso più noto dell’antichità mitologica, il canto di sirena che si racconta avesse il potere di stravolgere a tal punto la mente dell’uomo e di attrarlo così potentemente che egli si buttava tra le onde a capofitto finendo per sfracellarsi sugli scogli.
La poesia, nell’idea dell’autore chiarisce in cosa consista la poesia moderna che, superata la ricerca della melodia e scansate le lusinghe della retorica, appare come “un’illusione suprema di canto che si sostiene quando sono distrutte tutte le illusioni” o, il che è lo stesso, sono distrutti tutti i valori , una poesia quindi che “sembra aspirare a una nuova primitività, che non esclude, anzi esige il potenziamento delle facoltà autocritiche e riflessive, per mettere a nudo, nel pensiero poetico la parte istintiva immediata” Queste citazioni dall’opera di saggista di Solmi delineano quello che è la sua concezione della poesia, nel pensiero che egli svilupperà con più ricchezza e approfondimenti nell’età più matura, in saggi che lo eleveranno al rango di fine critico che ancora oggi suscita interesse per le sue idee e approfondimenti negli studiosi della materia “parola poetica”.
La sua poesia invece si caratterizza per eleganza e misura, mai debordante, urlata, fuori le righe, effetto che egli raggiunge da un lato con l’apparente semplicità, dall’altro con la ricerca di spontaneità ed espressione di autenticità emozionale, ciò  anche per reazione al clima culturale artefatto del momento, impregnato di sovrastrutture storico/elitarie.
Se come si dice – ed è vero-  che si legge ciò che si vuole, ma si scrive come si può, io dico che, ancora più esattamente, si scrive per come si è, e Solmi trasfondeva nella poesia la propria sobrietà e raffinatezza, ma anche la sua idea alta di responsabilità morale dell’uomo verso il presente, unitamente all’esigenza di un recupero del linguaggio classico che, per ricchezza e costruzioni verbali, consentiva finezza di pensiero e stimolanti sconfinamenti nell’ambiguità.
A riprova, infine, il canto di donna languido e gorgheggiante col concorso della memoria s’accende d’amore e desiderio, scoprendo di sé impulsi che nella carne trovano stupefatti la loro radice di fuoco. Lo stupore che chiude la poesia, da un lato sorprende piacevolmente il lettore (ottima chiusa) dall’altro rimanda all’istintività poetica vagheggiata da Solmi e puntualmente espressa in questa che, a buona ragione, per quanto detto prima, si può considerare la poesia rappresentativa della sua idea di poesia.
Per commentare visivamente il testo ho chiesto di poter pubblicare alcune sue foto a Marca Barone, fotografa siciliana, specializzata nei ritratti, specialmente femminili, nei quali il trucco, la pelle, le luci, il vestiario e certi particolari a corredo concorrono a creare, sia a colori che in b/w, un mondo sensuale e attraente di sguardi e bellezza mediterranea.

Loredana Semantica

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fotografia di Marca Barone

Loredana Semantica

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Forma alchemica 6: Ingeborg Bachman

15 mercoledì Feb 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Ingeborg Bachmann, POESIA

Morto è tutto. Tutto morto.
E nel mio portapane d’argento
ammuffisce il pezzo di torsolo avvelenato
che non scendeva più.

Chi mangia nei miei piatti?
dev’esserci ancora un resto della
corda con cui sono stata intrappolata.
Chi dorme nel mio letto?
certo di notte fruscia ancora il foglietto
che vi ho cucito dentro.

Quanto poco presente! Solo
negli oggetti lontani mi aggiro ancora,
nella lampada, nella luce,
allora accendo e voglio dire:

tutto il sangue, il molto sangue che
è scorso. Miei assassini.
.

Ingeborg Bachmann

guernica-picasso

Guernica, Pablo Picasso

Ingeborg Bachman, è nata a Klagenfurt in Austria nel 1926 ed è morta a Roma nel 1973 per le gravi lesioni a seguito di un incidente domestico le cui circostante non sono mai state del tutto chiarite. Forse s’era addormentata in soggiorno fumando una sigaretta, altre fonti parlano di ustioni procuratesi mentre era nella sua vasca da bagno, di certo nel suo appartamento si sviluppò un incendio e la morte sopraggiunse all’ospedale dove fu ricoverata per le ferite che aveva riportato.

La Bachman è un’autrice che conferma  la mia personale idea che quasi ogni poeta nasce nel trauma, una specie di doglia che partorisce uno spirito “diverso”, uno spirito drammaticamente segnato, un’anima che nonostante ripetutamente tenti e liberi attraverso la parola il fascino e l’ incanto subito dalla parola, nonostante ripetutamente tenti il risanamento e liberi per questa via la ferita subita e restituita, mai riesce a raggiungere la pace o, il che è lo stesso, la piena espressione di tutto quello che è necessario dire, a cui forse potrebbe conseguire la restitutio in integrum.

Ingeborg non manifestò questa irrequietezza soltanto nella scrittura e nello studio, ma anche nella ricerca continua di un luogo dove poter stare, girovagò infatti a lungo in Europa: Londra, Berlino, Parigi, Vienna, prima di stabilirsi a Roma nel 1965, dove visse fino alla morte.

Pare che la (prima)  ferita inferta alla Bachman, quella che presumibilmente, insieme ad altre traumatiche esperienze, la portò alla scelta della parola, fu l’invasione tedesca di Klagenfurt dove lei viveva una tranquilla esistenza piccolo borghese con due fratelli, il padre insegnante, la madre casalinga. Aveva appena dodici anni e la percezione dei soldati che marciavano in strada oltre la finestra frettolosamente chiusa, non fu quella di un’avanzata nel territorio ma di un calpestamento dei corpi. Il massacro di un mondo.

La Bachman sospinta verso la scrittura e lo studio da questo sbilanciamento del proprio equilibrio, divenne ben presto una stella della letteratura in lingua tedesca, inserendosi nel Gruppo 47 e ricevendo premi e riconoscimenti. Ebbe modo di conoscere, tra gli altri Celan, anch’egli profondamente segnato dalla guerra, dall’esperienza dei campi di concentramento nei quali aveva perso entrambi i genitori. Con Celan la Bachman intrattenne un rapporto sentimentale ed epistolare negli anni intorno al 1948.

Io credo che nella poesia che propongo oggi ci sia tutta la potenza cupa della Bachman, la tensione drammatica di un’anima tormentata. Specialmente l’esordio del testo contenente un richiamo alla morte così pesante e brutale è di profonda desolazione.  Tutto è morto dentro e fuori, senza rimedio, senza salvezza. Le successive strofe alternano la descrizione di oggetti della quotidianità corrotti dal marcio o dall’espropriazione, il torsolo ammuffito nel portapane d’argento, il letto occupato da estranei, quel letto nel cui materasso è ancora nascosto e fruscia il foglietto sul quale è trascritto il segreto. Non so perché mi piace immaginarlo tenero, come un primo amore, delicato e rosa, come un’alba. Ci sono i piatti dove invece delle pietanze si trova la corda che lega. Tutta la memoria conservata rovina il qui e l’ora li rende inesistenti, senza speranza. Di tutta la poesia è soprattutto la chiusa che coinvolge e sconvolge. Essa è chiaramente un atto di accusa, contro gli uomini che uccidono, contro gli assassini che versano il sangue di altri uomini. L’orrore del molto sangue versato.

Non può dirsi se la Bachman con questa poesia abbia inteso esprimersi per metafore e riferirsi alla vicenda della deportazione e delle molteplici uccisioni che la guerra e i campi di concentramento hanno determinato oppure se avesse in mente una specifica uccisione che ha devastato la sua vita, molto probabilmente i riferimenti si sovrappongono essendo l’uno dentro l’altro, enorme il primo e sconvolgente per la sua vastità, altrettanto enorme e sconvolgente il singolo assassinio per l’eco nell’animo della poetessa. Certo che non potrebbe esprimere con più dolore ciò che ha da dire, creando con la penultima strofa quello squarcio di luce che illumina rosso sangue la scena nel modo più inaspettato e perciò conturbante. Nella lampada, nella luce, /allora accendo e voglio dire: Questi due versi prodromici del finale si potrebbero dire un gran colpo di teatro, se non fossi quasi certa che questa, come tutte le poesie veramente poesie, non è nata per costruzione ma per impeto, ispirazione e padronanza perfetta della parola.

Non poteva mancare tra le mie perle poetiche una così chiara dichiarazione di dolore infinito, senza consolazione, quel dolore che quasi ognuno, ciascuno per una sua personale ragione, si porta dentro, e un poeta non tanto con più forza, bensì con maggiore consapevolezza che occorre pronunciare all’infinito le parole che possano descriverlo nel modo più efficace possibile, un poeta con la grande consapevolezza che la parola ha la potenzialità per esprimerlo, ma non riesce mai a sufficienza a contenerlo, rappresentarlo, trasmetterlo, da ciò deriva la serie continua di tentativi che costituiscono poi il “corpo” del poeta stesso, cioè tutta intera la sua anima, tranne quel fondo inenarrabile di sconvolgente che egli porta con se, in  nuce, dapprima nella vita come bagaglio/peso e poi, una volta morto, come corredo/accredito, se mai esiste un’aldilà.

Per l’idea visiva di distruzione, rovina e sgomento non posso far ricorso se non al celeberrimo Guernica, col quale anche Picasso cercò di rappresentare il caos doloroso della guerra, l’atto di terrorismo perpetrato contro la popolazione inerme che bene mi sembra si sposi all’agonia spirituale di Ingeborg Bachman.

Loredana Semantica

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Forma alchemica 5: Czeslaw Milosz

08 mercoledì Feb 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Czeslaw Milosz, il dono, POESIA

ll dono

Un giorno così bello.
La nebbia s’è alzata presto e ho lavorato in giardino.
I colibrì si fermavano sui fiori del caprifoglio.
Non c’ era cosa al mondo che volessi possedere.
Non conoscevo nessuno degno di essere invidiato.
Qualunque torto avessi subito, l’ho dimenticato.
Pensare che una volta ero lo stesso non mi imbarazzava.
Nel corpo non sentivo alcun dolore.
Quando raddrizzavo la schiena vedevo il mare azzurro e le vele.

Czeslaw Milosz

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fotografia di Francesco Enia

Czeslaw Milosz, poeta di origini polacche, nato nel 1911 in Lituania, premio Nobel per la letteratura nel 1980, è morto a Cracovia nel 2004. Lo includo perciò tra i poeti ai quali con “Forma alchemica” intendo rendere omaggio. La bellezza della creazione poetica e lo stato d’essere presenti solo in spirito e parola, ostia e oro, sono i  due requisiti comuni ai poeti di Forma alchemica.

Milosz non è stato solo poeta, ma anche saggista, noto per la sua critica al sistema di socialismo reale espresso ne “La mente prigioniera”, tuttavia come poeta è diventato un simbolo e un riferimento, ha ispirato gli operai di Solidarnosc i quali hanno scelto suoi versi da porre ai piedi monumento che commemora i lavoratori uccisi durante gli scioperi di contestazione del 1970. E’ stato definito da Brodskij uno dei maggiori poeti del secolo, ha influenzato la poetessa polacca Wislawa Szymborska e Raymond Carver, il quale amava particolarmente proprio questa poesia di Milosz che io a mia volta oggi propongo, avendola salvata tempo addietro nella mia raccolta di preziosità poetiche.

La poesia s’intitola “Il dono” e racconta di un giorno vissuto dal poeta. Un giorno che egli definisce al primo verso con entusiasmo e semplicità disarmante: Un giorno così bello.

I versi successivi presentano una costruzione altrettanto elementare, ogni verso è delimitato dal punto, sta a sé eppure si concatena di senso col successivo, e raccontano il lavoro del poeta in giardino, la nebbia che s’è alzata presto. Anche qui, come nella poesia di Mark Strand c’è la terra e il contatto con essa. L’io poetante la manipola perché fa giardinaggio, strappa le erbacce, zappetta le aiuole e, per quanto non tutti se ne rendano abbastanza conto nella propria quotidianità quando attendono ad attività di questo genere, e, sebbene non appaia nemmeno evidente nel testo, perché è tutto implicito, in questi gesti l’uomo riallaccia e conferma il legame con la terra, il senso di appartenenza ad essa, la cura delle sue creature, il rispetto e il desiderio di bellezza.

Già a questo punto si avverte nel testo il senso di positività e fiducia che anima lo scrittore in questo speciale giorno, la fiducia che, nonostante le brutture e negatività del mondo, la bellezza ancora esiste ed è dentro e fuori di noi.

 Il terzo verso presenta la natura con efficacia mirabile: I colibrì si fermavano sui fiori del caprifoglio. I colibrì, com’é noto, sono tra gli uccelli più piccoli al mondo, il loro volo è caratteristico: sbattono le ali così velocemente che riescono quasi a star fermi sospesi in aria, questo permette loro di nutrirsi del nettare dei fiori. Raccontare dei colibrì che si posano sui fiori è immettere sul palcoscenico poetico un fermo-immagine di immobilità non statica ma vibrante di colori e sensazioni: le piume degli uccelletti, il profumo delicato, il biancore ricadente del caprifoglio.

Le premesse descrittive aprono la strada alle affermazioni seguenti, quando l’attenzione del poeta si sposta dall’esterno al proprio spirito, ed enuclea una raffica di interiorità  in un periodare  conciso e convincente come un martellamento dritto all’anima del lettore, che esprime la totale pacificazione del poeta con se stesso e col mondo.

Nessun  desiderio di possesso, nessun nemico, nessun torto, nessuno da invidiare, nessun disagio verso se stesso, nessun dolore. Una speciale insistenza ad annichilire tutte le negatività. Tutte le pene che sono proprie dell’uomo dissolte nell’aria leggera di questo giorno così bello. E’ questo il dono, secondo me, più della pace che  Milosz ha nel cuore e che per lui stesso è il personale dono che ha ricevuto da quel giorno, il dono è per noi che egli abbia saputo esprimere questa pace e conciliazione col mondo in una poesia perfetta. C’è nel pensiero del dono anche molto dell’idea cristiana di amore verso il prossimo e di senso di ringraziamento al Creatore per la bellezza del creato. Il poeta si è sempre professato convintamente cristiano.

E poi c’è il finale del testo, quando raddrizzando la schiena dal lavoro, Milosz vede il mare azzurro e le vele. Cos’altro c’è da desiderare dall’esistenza oltre che stare bene, se non di poter ammirare la bellezza offerta allo sguardo nei colori e nel paesaggio che sono anch’essi in sé un altro meraviglioso dono.

Questo il pregio del poeta Milosz, che pur avendo vissuto la crisi di un sistema, le problematiche storiche e lotte sociali della sua epoca, ha mantenuto intatta la sua capacità di provare e trasmettere l’incanto della bellezza, la serenità d’animo, priva di disagio e risentimento. Egli in sostanza sembra aver scoperto che il segreto della felicità è godere delle piccole cose: un paesaggio stupendo, il lavoro della terra, i fiori e gli uccelli. E’ questo in fondo l’approdo che cerca ogni uomo poeta, e non poeta, attraverso la propria ricerca giungere a quella saggia e profonda consapevolezza che occorre poco per avere la felicità.

La  capacità di gioire per ciò che di buono si ha dalla vita, fu la caratteristica del poeta che sorprese e affascinò  la stessa Szymborska, una volta che in un ristorante, Milosz, già famoso e onorato, ordinata una semplice bistecca con contorno, la gustò con piacere. Insomma nulla del poeta dannato e disperato. Milosz dà con questa poesia una bella lezione di vita specialmente a quelli che si abbattono e non risorgono mai dalle ceneri. Non ho altro da commentare, se non che un giorno così bello vorrei poterlo raccontare io stessa più spesso, se non in questo perfetto modo, per come posso.

La scelta d’immagine è caduta su una bellissima foto di Francesco Enia, gentilmente concessa, che sembra essere stata scattata per visualizzare i colori e il paesaggio descritti nell’ultimo verso della poesia.

Loredana Semantica

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Forma alchemica 4: Mark Strand

01 mercoledì Feb 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Mark Strand, My name

Il mio nome

Una volta, quando il prato era tutto verde e oro
e gli alberi al chiaro di luna erano come freschi
monumenti di marmo rosato nell’aria profumata
e tutta la campagna pulsava di cinguettii e ronzii d’insetti,
io ero disteso sull’erba, immense distanze si aprivano su di me,
e mi chiedevo cosa sarei diventato e dove sarei finito,
pensai di esistere appena, per un attimo sentii
che il grande cielo punteggiato di stelle era mio, e udii
il mio nome come per la prima volta, lo udii nel modo
in cui si sentono il vento o la pioggia, ma impercettibile e lontano
come se non fosse parte di me ma del silenzio
dal quale era venuto e al quale sarebbe tornato.

My name

Once when the lawn was a golden green
and the marbled moonlit trees rose like fresh memorials
in the scented air, and the whole countryside pulsed
with the chirr and murmur of insects, I lay in the grass,
feeling the great distances open above me, and wondered
what I would become and where I would find myself,
and though I barely existed, I felt for an instant
that the vast star-clustered sky was mine, and I heard
my name as if for the first time, heard it the way
one hears the wind or the rain, but faint and far off
as though it belonged not to me but to the silence
from which it had come and to which it would go.

(Mark Strand trad. Loredana Semantica)

vangogh-starry_night_ballance1

“Notte stellata”, Vincent Van Gogh

Mark Strand, poeta laureato americano (1990) e professore di letteratura comparata alla Columbia University, è nato in Canada nel 1934 ed è morto a New York nel 2014 all’età di 80 anni. Se provate a cercarlo in rete non troverete moltissimi risultati. La pagina che lo riguarda in wikipedia è soltanto in lingua inglese, mentre nella wikipedia italiana, al momento in cui scrivo questo post, neanche esiste. Posso dunque presumere che non sia noto ai più, nonostante il nome accattivante e la qualità della sua poesia.
Nelle sue intenzioni iniziali Mark Strand avrebbe dovuto fare l’artista, precisamente il pittore. Quando egli rivelò alla sua famiglia che avrebbe voluto fare il poeta fu per tutti uno shock, in particolare per la madre preoccupata che la poesia non consenta guadagni e quindi di mantenersi. In un aneddoto riportato in un suo saggio Mark Strand racconta che per convincere la madre della bontà del suo proposito, motivandolo con la soddisfazione che proviene dalla poesia, volle leggerle alcune poesie di Wallace Stevens, la trovò dopo pochi minuti addormentata sulla sedia col capo riverso sulla spalla.
Ecco vorrei partire proprio da qui, dal sonno che ingenera la poesia. Si dorme perché non si ha voglia di lasciarsi affascinare dal viaggio interiore che la poesia richiede, dal vortice di immagini che essa apre, dal suo senso misterioso a volte, più spesso così lampante da folgorare. Si dorme perché spesso la poesia non è sufficientemente tale, non lo è sempre per i grandi, i quali compongono nella loro vita una serie di capolavori, molte poesie di qualità e qualcuna noiosa, figuriamoci per minori, i principianti, i poeti occasionali nei quali ahimè i rapporti anzidetti sono variamente mescolati. C’è da dire che il confezionamento di un capolavoro è una rarità, richiede inoltre il passaggio obbligato dal grado di poesia noiosa al grado superiore di poesia di qualità esteso alla quasi totalità della produzione.
Ogni poeta lo sa dove si colloca il suo scrivere e scrivere poesia non significa fare buona poesia. Lo sa in fondo al suo cuore, anche se l’orgoglio e la speranza non ammettono mai la propria mediocrità. Del resto che si è vissuto a fare se non per lasciare una piccola traccia di sé che duri anche oltre la fine della propria vita? Questa mia è indubbiamente una divagazione che non vuole negare la presenza in ogni uomo dell’anelito alla poesia, a “sentirla”, a leggerla, cercarla ma anche a scriverla, né sindacare la libera espressione poetica di profani e non. Auguro in questo senso anzi: buona poesia a tutti, come questa di Mark Strand. Una poesia che si fa leggere e dice e che noi riceviamo come un dono che gli sopravvive.
Nel testo l’io poetante è disteso su un prato ed è sera, tant’è che il cielo è stellato. Lo stare distesi su un prato e la notte sul capo, sono condizioni perfette per generare le sensazioni giuste di simbiosi col mondo e di percezione dei suoi messaggi.
La sera con l’allungarsi delle ombre nel suo essere fine del giorno mima la fine della vita, la schiena a contatto col suolo permette di riconoscersi parte della natura e fondersi con essa osservandone la meraviglia, descritta dall’autore con quel tanto di maniera che basta a far capire l’incanto: the lawn was a golden green and the marbled moonlit trees rose like fresh memorials.
Oro, verde e rosa, molti colori in pochi versi e un omaggio agli alberi, sentinelle immobili della terra. Immagini fotografiche che si susseguono con efficacia.

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“Campo di grano con cipressi”, Vincent Van Gogh

La sera danza di suoni, s’alzano in volo gli insetti notturni riempiendo l’aria di brusii, e gli uccelli cinguettano con insistenza chiamandosi l’un l’altro mentre si allungano le ombre, questi suoni nell’oscurità rimarcano la presenza di vita.
E’ una condizione ideale per annullarsi nell’immensità del cielo stellato nel quale vagare con lo sguardo fino a dispersi, col pensiero e con lo spirito, fino a diventare un tutt’uno con l’universo al punto che esso sembra chiamare il poeta, col suo nome e il suono di questo nome è nuovo come mai udito o meglio udito per la prima volta. Il cielo lo chiama allo stesso modo di come si producono i suoni del vento e della pioggia, con un nome e suono che sottolinea l’appartenenza creaturale. Uno stato di compenetrazione massima che apre al senso ultimo della vita rappresentato dal nome: esistenza che viene dal nulla al quale è destinata a tornare.
Una poesia che prende le mosse dalla natura per virare ben presto ad un senso filosofico ed esistenziale, che scorre piana e senza increspature, quasi come fosse una barca sul fiume cullata dalle onde, di piena accettazione della nullità dell’essere uomo, di acquiescenza alle leggi ineluttabili che governano l’universo. Se ne apprezza la disarmante semplicità ben calibrata al punto che il testo mantiene il suo fascino indipendentemente dallo sforzo di traduzione, nel senso che anche con una traduzione letterale mantiene intatto il suo fascino perché ne appare comunque nudo e completo il senso.
Mark Strand compie con questa poesia un piccolo miracolo poetico, riuscire a dire in modo essenziale e comprensibile ad ogni uomo, quel senso di angoscia che si prova di fronte alla vastità del cielo, ed esprimere, nel contempo, il senso di piccolezza dell’essere creatura infinitesima destinata a compiere la parabola della vita. Riesce a dire tutto ciò, che è concetto grandioso e umile al tempo stesso, ma certamente non originale, senza scadere nel banale, nell’ovvio o nel noioso. Concetto anzi che sembra espresso in modo del tutto nuovo in virtù dell’ espediente, ritengo non studiato, ma sicuramente indovinato, di ricorrere all’uso del vocabolo name, il nome, cioè il modo usuale col quale il consesso umano identifica una persona per l’intera sua vita. Mark Strand accosta a name il possessivo my, mio, che significa non solo letteralmente il mio nome, ma vuole significare più specificatamente proprio io, nella mia più profonda e autentica identità, nel modo in cui l’universo stesso al quale appartengo mi riconosce, mi chiama, mi partorisce e mi accoglie al termine del mio percorso, come fossi acqua che piove, aria che soffia nel vento. Nel che si sostanzia il transito esistenziale dal nulla verso il nulla, non tanto o non soltanto come annichilimento, bensì come sereno annullamento nel silenzio universale dal quale tutti proveniamo al quale tutti torniamo e del quale espressione concreta siamo non solo noi stessi ma ogni creatura e manifestazione naturale.

vincent_van_gogh_1853-1890_-_wheat_field_with_crows_1890

“Campo di grano con volo di corvi”, Vincent Van Gogh

A commento visivo della poesia di Mark Strand ho scelto Van Gogh, perché sembra facile rappresentare con densità la vastità di un cielo popolato di stelle, di un prato tutto verde oro e di alberi marmorizzati in rosa, ma non lo è. Van Gogh tuttavia c’è riuscito perfettamente nella sua vorticosa pennellata, che si contrappone alla pacata serenità del testo di Mark Strand, ma rivela la stessa consapevolezza di potenza superiore immanente nell’universo.

Loredana Semantica

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Fuga di morte

27 venerdì Gen 2017

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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shoah

“Shoah” fotografia di Loredana Semantica

Paul Celan, Fuga di morte

Nero latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo al meriggio, al mattino, lo beviamo la notte
beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti

Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive
che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete
lo scrive e va sulla soglia e brillano stelle e richiama i suoi mastini
e richiama i suoi ebrei uscite scavate una tomba nella terra
e comanda i suoi ebrei suonate che ora si balla

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino, al meriggio ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive
che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti

Egli urla forza voialtri dateci dentro scavate e voialtri cantate e suonate
egli estrae il ferro dalla cinghia lo agita i suoi occhi sono azzurri
vangate più a fondo voialtri e voialtri suonate che ancora si balli

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al meriggio e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca coi serpenti
egli urla suonate la morte suonate più dolce la morte è un maestro tedesco
egli urla violini suonate più tetri e poi salirete come fumo nell’aria
e poi avrete una tomba nelle nubi lì non si sta stretti

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al meriggio la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e al mattino beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
egli ti centra col piombo ti centra con mira perfetta
nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
egli aizza i suoi mastini su di noi ci dona una tomba nell’aria
egli gioca coi serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco

i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith

Paul Celan, Todesfuge

Schwarze Milch der Frühe wir trinken sie abends
wir trinken sie mittags und morgens wir trinken sie nachts
wir trinken und trinken
wir schaufeln ein Grab in den Lüften da liegt man nicht eng
Ein Mann wohnt im Haus der spielt mit den Schlangen der schreibt
der schreibt wenn es dunkelt nach Deutschland dein goldenes Haar
Margarete
er schreibt es und tritt vor das Haus und es blitzen die Sterne
er pfeift seine Rüden herbei
er pfeift seine Juden hervor läßt schaufeln ein Grab in der Erde
er befiehlt uns spielt auf nun zum Tanz

Schwarze Milch der Frühe wir trinken dich nachts
wir trinken dich morgens und mittags wir trinken dich abends
wir trinken und trinken
Ein Mann wohnt im Haus der spielt mit den Schlangen der schreibt
der schreibt wenn es dunkelt nach Deutschland dein goldenes Haar
Margarete
Dein aschenes Haar Sulamith wir schaufeln ein Grab in den Lüften
da liegt man nicht eng

Er ruft stecht tiefer ins Erdreich ihr einen ihr andern singet und spielt
er greift nach dem Eisen im Gurt er schwingts seine Augen sind blau
stecht tiefer die Spaten ihr einen ihr andern spielt weiter zum Tanz auf

Schwarze Milch der Frühe wir trinken dich nachts
wir trinken dich mittags und morgens wir trinken dich abends
wir trinken und trinken
ein Mann wohnt im Haus dein goldenes Haar Margarete
dein aschenes Haar Sulamith er spielt mit den Schlangen

Er ruft spielt süßer den Tod der Tod ist ein Meister aus Deutschland
er ruft streicht dunkler die Geigen dann steigt ihr als Rauch in die Luft
dann habt ihr ein Grab in den Wolken da liegt man nicht eng

Schwarze Milch der Frühe wir trinken dich nachts
wir trinken dich mittags der Tod ist ein Meister aus Deutschland
wir trinken dich abends und morgens wir trinken und trinken
der Tod ist ein Meister aus Deutschland sein Auge ist blau
er trifft dich mit bleierner Kugel er trifft dich genau
ein Mann wohnt im Haus dein goldenes Haar Margarete
er hetzt seine Rüden auf uns er schenkt uns ein Grab in der Luft
er spielt mit den Schlangen und träumet der Tod ist ein Meister
aus Deutschland
dein goldenes Haar Margarete
dein aschenes Haar Sulamith

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Forma alchemica 3: Fernando Pessoa

25 mercoledì Gen 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Fernando Pessoa, Poesie

IMG_3519 bn.jpg

fotografia di Loredana Semantica

Se qualcuno un giorno bussa alla tua porta,
dicendo che è un mio emissario,
non credergli, anche se sono io;
ché il mio orgoglio vanitoso non ammette
neanche che si bussi
alla porta irreale del cielo.
Ma se, ovviamente, senza che tu senta
bussare, vai ad aprire la porta
e trovi qualcuno come in attesa
di bussare, medita un poco. Quello è
il mio emissario e me e ciò che
di disperato il mio orgoglio ammette.
Apri a chi non bussa alla tua porta.

(Fernando Pessoa)

Questa terza poesia della rubrica Forma alchemica l’ho scelta a caso. Ho aperto un file word della mia raccolta di poesie preferite ed è apparsa questa. La scelta casuale mi è piaciuta molto.

In verità nella mia raccolta non c’è poesia che non mi piaccia, si tratta di mie selezioni, per cui non possono essermi che gradite, ciò che muta invece è la voglia di dire qualcosa su una specifica poesia. Questa tuttavia si è rivelata la scelta giusta per questo particolare momento che direi di significativo lavorio mentale e complessità.

Pessoa infatti è un autore complesso  e multiforme che ha manifestato la sua vena creativa letteraria imputandola a vari eteronimi che rappresentano ben più di uno pseudonimo, essendo ciascuno dei nomi scelti una figura avente una propria storia e biografia autonome da Pessoa stesso che le ha create. Lo scrivere di Pessoa come fosse un altro, realizza la spersonalizzazione psichica dell’autore, della quale egli è perfettamente consapevole, avendola tuttavia resa innocua nella sua vita reale canalizzandola nell’ invenzione di figure creative. Egli ha scritto dissimulato dietro oltre cento pseudonimi, di questi però quelli dotati di un’autonoma storia e personalità sono: Alberto Caeiro, Alvaro de Campo, Ricardo Reis e Bernardo Soares. Quest’ultimo è autore del “Libro dell’inquietudine”, una delle maggiori opere della letteratura portoghese del XX secolo. Alberto Caeiro tuttavia è il principale degli eteronimi, sia perché lo stesso Pessoa lo considerava un maestro, ma soprattutto perché è  per suo tramite Pessoa ha vissuto il giorno trionfale, nel quale in una sorta di trance scrisse oltre trenta poesia in preda all’esaltazione creativa, il giorno liberatorio quindi della sua articolata personalità.

Un esempio della complessità di Pessoa è la famosa strofa sul dolore e l’ambiguità del poeta nella quale Pessoa sviluppa il suo pensiero in periodare circonvoluto e sorprendente.

Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
Che arriva a fingere che è dolore
Il dolore che davvero sente

La poesia che propongo oggi come esempio di forma alchemica presenta a mio avviso una costruzione similmente complessa. Se potessi rappresentarla con un’immagine sarebbe una spirale, se dovessi immaginarla con un’azione penserei al movimento che compie la navetta contenente la spoletta del telaio meccanico. Questa navetta viene lanciata velocissimamente verso un alloggiamento al capo opposto dal quale viene respinta indietro stendendo il filo che si intreccia alla trama e crea il tessuto. Allo stesso modo Pessoa, lancia l’ordito di  affermazioni, negazioni, contraddizioni che si susseguono come lanciati, verso dopo verso, a tessere nell’insieme il tessuto.

Al bussare di un emissario che si dica inviato dall’io poetante il tu interlocutore non deve aprire la porta, fosse anche il poeta stesso. E’ un fatto di orgoglio evidente per cui certo il poeta mai verrà alla “porta del cielo” (la porta topica del componimento) a bussare presentando scuse o elemosinando perdono o richiesta di amore o chiarimento, lavoro, bisogno, compagnia, desiderio.

Cosa mai si può chiedere bussando a una porta? Di tutto si può chiedere, ma principalmente che essa si apra.

Ecco che allora è possibile l’incontro delle volontà in contrasto, non un aprire per un bussare, ma un aprire per caso, per una felice intuizione senza che lui, l’emissario o il poeta, abbiamo mai fatto il gesto di bussare, non l’abbiano mai compiuto interamente per lo meno, mentre è accettabile per la vanità dell’io poetante che l’abitante della casa, senza che mai abbia sentito il tocco alla porta, perché appunto mai compiuto il gesto di bussare, apra per caso, per intuito, per volontà indipendente, per desiderio di correre dall’amico, dall’amante o congiunto o comunque da quell’essere assente e desiderato. Solo in quel caso, in quel felice attimo di incontro, in quell’ incantesimo di una figura alla porta col pugno sollevato nel gesto sospeso di bussare alla porta e dell’altro essere al di qua dell’uscio che in gesto improvviso spalanca la porta, solo allora l’emissario poetico si materializza ed ammette la sua voglia di bussare, ammette questo slancio verso la persona che sta oltre la porta.

Apri a chi non bussa alla tua porta. In quest’ultimo verso io leggo ancora una richiesta di attivare l’attenzione, similmente all’esortazione di prestare attenzione agli altri ben presente nella stella di Rostand commentata nella forma alchemica 1, ma in questo caso è un’attenzione più individualista, più centrata al singolo, più innamorata d’ego che cerca riconoscimenti nel cedimento dell’altro, meno connotata quindi di un’aura caritatevole. Non è un’attenzione configurata come forma più alta di generosità, volendo ricordare il pensiero di Simone Weil sull’attenzione, è più un’ invocazione, una manifestazione di bisogno, un’ esaltazione del sentire e dell’attaccamento all’altro, più una denuncia della propria debolezza, incapace di ammettere l’errore, il pentimento, di chiedere scusa o di dichiarare un sentimento. Ancora più a fondo è la confessione spudorata e sofferta (fingendo che sia dolore il dolore che davvero sente) che si cede al proprio orgoglio e non si ha la forza di muoversi fino a giungere o parlare all’altro in disarmata umiltà, ma che, al massimo possibile sforzo, si ammette il compromesso, l’incontro al centro del ponte che congiunge le sponde.

Un gesto di uomini non propriamente giganti, ma più piccoli, e se anche non propriamente nani, semplicemente di una statura ordinaria, fatta di centimetri che non si comprimono in una scatola, ma si espandono nella parola che scava nella più profonda, nuda, autentica e fragile umanità.

Questa è proprio l’umanità contorta disincantata e antieroica che può essere espressa bene da chi ha mille volti e capacità straordinaria di immedesimazione “trasformista”, come  Fernando Pessoa, prestigiatore del suo ambiguo, complesso, fantasmatico mondo.

Loredana Semantica

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Forma alchemica 2: “Il gesto” di Bartolo Cattafi

18 mercoledì Gen 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Bartolo Cattafi

Non è vero che non successe nulla
quando tirasti fuori la mano dalla tasca
e a braccio teso tagliasti l’aria
da sinistra a destra
dall’alto verso il basso
successe che a braccio teso tagliasti l’aria
e ciò ebbe il suo peso
l’aria non è più come prima
è tagliata.

Questa di Bartolo Cattafi è una poesia incantevole, una specie di summa di cosa riesca a vedere un poeta, di come riesce a percepire in modo singolare ciò che gli altri vedono e percepiscono ordinariamente. Condensare tanta suggestione in una poesia così breve è un capolavoro di equilibri strutturali e ripetizioni verbali, innanzitutto date dal verso: e a braccio teso tagliasti l’aria, a cui fa eco in sesto verso:  successe che a braccio teso tagliasti l’aria, ma lo stesso verbo successe è già stato usato nel primo verso, questa combinazione incrociata di elementi verbali crea opportunamente uno stato di attesa della rivelazione di ciò che è successo, per concludersi negli ultimi versi in una chiusa d’evidenza che sembra d’ironia, ma più probabilmente non lo è: l’aria non è più come prima/è tagliata. In questa frase si respira come un’aura di “sicilianità”, dove tutto il detto è nel non detto, poichè il detto, che è l’evidenza, sottintende tutto ciò che deve essere compreso perché è nelle cose, anche se taciuto. L’incipit della poesia è configurato come il seguito di un dialogo con un tu che in precedenza, prima che fosse scritta la poesia, ha affermato: “non è successo niente”, la replica contenuta nella poesia è l’incipit della poesia stessa: Non è vero che non successe niente. C’è un gesto che taglia l’aria. Da un lato l’interlocutore che lo valuta irrilevante o vorrebbe far credere che sia tale, in contraddizione il poeta che invece gli dà grande importanza, e non è l’importanza comunemente intesa, immaginabile in relazione al fatto e alle circostanze, ma una immaginifica che fa l’aria a fette, come se le fette d’aria si potessero vedere. La mano a cui è attaccato il braccio e compie il gesto viene tirata fuori dalla tasca, sembra quasi che tutta la potenza del gesto sia conservata, raccolta, perché possa essere sprigionata al momento dell’azione. Il braccio è teso, quindi deciso, sicuro, ieratico e il movimento da sinistra a destra, dall’alto verso il basso è intuitivamente una croce tracciata nel vuoto.
Poeta è colui che in un gesto benedicente vede aprirsi un senso, un senso che non è l’ovvietà religiosa. Tutti gli altri pensano che il sacerdote benedica il bambino appena battezzato, il defunto al funerale, benedica l’aria, i presenti, gli sposi, l’oggetto, le palme.
Per Bartolo Cattafi il senso è tagliare l’aria. Tuttavia, come sappiano tutti, l’aria non si vede, figuriamoci se si vede il taglio dell’aria, ma un poeta vede l’aria, vede il taglio. Sa cioè che anche l’aria ha una consistenza, la consistenza data dal peso del gesto. Trattandosi di movimento nell’aria poi, non può che sottolineare come: ciò ebbe il suo peso, l’aria infatti ha un peso, come gli esperimenti della fisica ci hanno insegnato, un palloncino vuoto e uno riempito d’aria pesano diversamente, ma sappiamo anche che il peso dell’aria è infinitesimo.
Non è dato sapere chi abbia tracciato il gesto nell’aria, il che permette di ipotizzare come possibili una serie di altri significati, tutti appartenenti alla gestualità sostitutiva della parola.
Oltre che un gesto da ministro benedicente, come ho ipotizzato sopra, tracciare una croce nell’aria può avere il significato del mettere ad una questione una croce sopra, cioè non rivangare più il passato e superare il contrasto, accantonare la lite. Nel dialogo si traccia una croce per aria per riferirsi alla morte, come a dire che c’è il rischio di morire oppure che qualcuno è morto, che non ce l’ha fatta, o che morirà. Lo si usa ancora per significare che è finita, che di quella cosa o persona non se ne vuole più sapere. In quest’ultimo caso diventa una sorta di pesante giuramento di condanna e definitività, come a dire: per me non esiste più fino alla morte o come se fosse morto.
Lo stesso taglio ha un senso, la cesura dell’aria è qualcosa che separa, un distanziare due bordi che si ritraggono o rimango inerti, ma definiti, non più omogenei e fusi, ma distinti e contigui.
Questa concentrazione dello sguardo nel vuoto alla ricerca dell’aria tagliata è il particolare sguardo poetico chi riesce a fissare intensamente le fughe, a seguirne la traccia, osserva il cirro che prende forme fantastiche, il fuoco che danza, un neo sulla pelle e trova in ogni immagine una visione, la concretizzazione di un universo che incanta, che scatena i pensieri, la creatività. E’ questo lo sguardo del poeta che si posa sul mondo.

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Forma alchemica 1: La stella di Edmond Rostand

06 venerdì Gen 2017

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Forma alchemica, Il colore e le forme, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Edmond Rostand, La stella, Re Magi

Perdettero la stella un giorno.
Come si fa a perdere la stella?
Per averla troppo a lungo fissata.
I due re bianchi, ch’erano due sapienti di Caldea,
tracciarono al suolo dei cerchi, col bastone.

Si misero a calcolare, si grattarono il mento.
Ma la stella era svanita come svanisce un’idea,
e quegli uomini, la cui anima
aveva sete di essere guidata,
piansero innalzando le tende di cotone.

Ma il povero re nero, disprezzato dagli altri, si disse:
“Pensiamo alla sete che non è la nostra.
Bisogna dar da bere, lo stesso, agli animali”.

E mentre sosteneva il suo secchio per l’ansa,
nello specchio di cielo
in cui bevevano i cammelli
egli vide la stella d’oro che danzava in silenzio.

Edmond Rostand

Oggi è il giorno dell’Epifania e per commemorarlo degnamente propongo questa bella poesia di Edmond Rostand che ha per protagonisti i Re Magi e per titolo L’Etoile, cioè La stella. Rostand è noto per essere l’autore di Cyrano de Bergerac, un’opera teatrale molto apprezzata dal pubblico parigino che alla prima, nel 1897, lo applaudì in una standing ovation di 20 minuti.  La scrittura di Rostand appartiene alla corrente del Romanticismo che ha dominato la letteratura francese del XIX secolo, contrapponendo alla razionalità e culto della bellezza classica che avevano caratterizzato l’Illuminismo del XVIII secolo, il sentimento, la fantasia, la  spiritualità, come aspetti che recuperano la dimensione più umana dell’essere.
Tutti elementi presenti nella poesia di Rostand, nella quale egli immagina che i Re Magi in viaggio, guidati dalla stella cometa verso il luogo ove è nato il Re dei Giudei, a un certo momento perdano la guida celeste. I Magi allora si disperano e fanno calcoli, studiano, si impegnano a fondo per cercare la stella smarrita, rintracciarla nel luogo dov’è nascosta.
Essi ne sentono un profondo bisogno, essendo alla ricerca del Salvatore, essendo la stella l’unica loro guida, avendo applicato per tanto tempo il loro occhio, cuore, mente alla contemplazione del cielo ed ora dell’astro che rappresenta l’ avveramento della profezia di una nascita regale.
Il Vangelo di Matteo (2, 1-12) parla dei Magi e della stella, e, sebbene alcuni lo considerino leggendario, il racconto appartiene quindi alla tradizione cristiana dei Vangeli. Sono stati tramandati, tra l’altro, i nomi dei Magi: Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. Tre come i doni che essi recano: oro, incenso e mirra
Ai doni è stato dato un preciso significato simbolico: l’oro chè metallo destinato ai re, l’incenso che è il riconoscimento di natura divina e la mirra usata nel culto dei morti, perché il Messia è tutte e tre le cose insieme: re, dio e uomo, quindi mortale. Egli è Dio che si è fatto uomo.
Epifania è la festa cristiana che ricorda il momento in cui i Magi giungono alla grotta dove è nato Gesù, gli porgono i doni e lo omaggiano come si conviene a un Re. Epifania ha la sua etimologia dal greco ἐπιφάνεια, epifàneia, che significa manifestazione, proprio perché la venuta e l’adorazione dei Re Magi rendono manifesta la natura divina del bambino appena nato e il suo destino soprannaturale.
Tornando alla poesia del Rostand, l’autore immagina che mentre due dei Magi, sapienti di Caldea, siano tutti presi a scrutare la volta celeste alla ricerca della stella, il terzo, il povero re nero disprezzato da tutti “le pauvre Roi noir, méprisé des deux autres”, riflette: “Pensiamo alla sete che non è la nostra. / Bisogna dar da bere, lo stesso, agli animali.”
E’ un pensiero di attenzione semplice verso l’alterità non di altri uomini, bensì animali cioè i cammelli, la cavalcatura dei Re Magi. Si percepisce nel testo poetico una sorta di diagonale discendente che passando dai Re sapienti intercetta l’uomo, oggetto di disprezzo e infine gli animali, una linea cioè che, di essere in essere, arriva alla base della catena, agli esseri meno importanti. I sapienti che si dedicano agli studi dimenticano i bisogni degli altri, essi sono metafora di tutti gli intellettuali, che ottenebrati dal tanto studio perdono il senso della vita, a questi si contrappone l’uomo che percepisce il bisogno elementare di altri esseri viventi. Accade allora un piccolo miracolo, che mentre il Re nero dà da bere agli animali, nel magico specchio acqueo del secchio sospeso vede brillare riflessa la stella cometa. E la ritrova lui quindi l’etoile, le pauvre Roi noir, l’ultimo dei Re, nel gesto semplice di dissetare gli ultimi della terra.
Il testo regala dunque un messaggio basilare: per non perdere mai la guida, l’orientamento e il senso della vita abbiate cura degli altri, dei più umili, attenzione ai loro bisogni e porgete il secchio con l’acqua, dando da bere agli assetati.
In ciò richiamando un altro passo del Vangelo di San Matteo cap. 25, quando Gesù, ormai grande, al versetto 35 dice “perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere”  e parla poi dei piccoli «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me».
La piccolezza è la chiave di lettura della poesia che dai Re adoratori del Re dei Re, si sposta agli Ultimi, ai più Piccoli. L’altruismo è chiave di lettura della poesia. Il messaggio d’amore cristiano è chiave di lettura della poesia. E per riferire tutto il senso che essa contiene in modo ancora più quotidiano, meno epico e connotato più da un etica di contrasto all’egoismo che da religiosità, l’imperativo che essa detta è di aver attenzione, di prendersi cura degli altri  a cominciare dai propri cari, al vicino, ai colleghi, ai dipendenti e così via fino ad includere tutta l’umanità della nostra cerchia relazionale.
Quanto ai Re Magi essi non hanno affascinato soltanto il Rostand di questa poesia, ma sono stati anche fonte di ispirazione di molti pittori che hanno voluto rappresentare il climax dell’adorazione, momento che manifesta all’umanità la natura divina del Salvatore appena nato.
Propongo qui a riprova tre splendidi esempi de “L’adorazione dei Magi” di tre grandi Maestri della pittura: Giotto, Gentile da Fabriano, Sandro Botticelli.

adorazione-dei-magi

Giotto (1303-1306)

gentile_da_fabriano_adorazione_dei_magi

Gentile da Fabriano (1423)

botticelli-sandro-galleria-degli-uffizi-florence-1500

Sandro Botticelli (1475)

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L’albatro

20 venerdì Mag 2016

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Charles Baudelaire, Deborah Mega, Edgar Allan Poe, Samuel Taylor Coleridge

Albatros sul Mediterraneo di Salvatore Fratantonio

Albatros sul Mediterraneo di Salvatore Fratantonio

L’Albatros

Souvent, pour s’amuser, les hommes d’équipage
Prennent des albatros, vastes oiseaux des mers,
Qui suivent, indolents compagnons de voyage,
Le navire glissant sur les gouffres amers.

À peine les ont-ils déposés sur les planches,
Que ces rois de l’azur, maladroits et honteux,
Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches
Comme des avirons traîner à côté d’eux.

Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule!
Lui, naguère si beau, qu’il est comique et laid!
L’un agace son bec avec un brûle-gueule,
L’autre mime, en boitant, l’infirme qui volait!

Le Poète est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l’archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l’empêchent de marcher. Continua a leggere →

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Canto di donna

15 domenica Mag 2016

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Rose di poesia e prosa, SINE LIMINE

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Tag

Canto di donna, Sergio Solmi

 

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(foto di Loredana Semantica)

 

Canto di donna che si sa non vista
dietro le chiuse imposte, voce roca,
di languenti abbandoni e d’improvvisi
brividi scorsa, di vuote parole
fatta, ch’io non discerno.
O voce assorta, procellosa e dolce,
folta di sogni,
quale rapiva i marinai in mezzo
al mare, un tempo, canto di sirena.
Voce del desiderio, che non sa
se vuole o teme, ed altra non ridice
cosa che sé, che il suo buio, tremante
amore. Come te l’accesa carne
parla talora, e ascolta
sé stupefatta esistere.

1926

(Sergio Solmi, 1899-1981)

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Il messaggio dell’imperatore

22 venerdì Apr 2016

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Il colore e le forme, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa, SINE LIMINE

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Franz Kafka, il messaggio dell'imperatore

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foto di Loredana Semantica

 

di Franz Kafka

L’imperatore – così si dice – ha inviato a te, al singolo, all’umilissimo, suddito, alla minuscola ombra sperduta nel più remoto cantuccio di fronte al sole imperiale, proprio a te l’imperatore ha mandato un messaggio dal suo letto di morte. Ha fatto inginocchiare il messaggero accanto al letto e gli ha bisbigliato il messaggio nell’orecchio; tanto gli stavi a cuore che s’era fatto ripetere, sempre nell’orecchio, il messaggio. Con un cenno del capo ne ha confermato l’esattezza. E dinanzi a tutti coloro che erano accorsi per assistere al suo trapasso: tutte le pareti che ingombrano sono abbattute e sulle scalinate che si ergono in larghezza ed in altezza stanno in cerchio i grandi dell’impero; dinanzi a tutti questi ha congedato il messaggero. Continua a leggere →

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