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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi Mensili: settembre 2020

Nota critica dedicata a “La crepa madre” di Carlo Tosetti, Edizioni Pietre Vive, 2020.

28 lunedì Set 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

≈ 1 Commento

Tag

Carlo Tosetti, La crepa madre

È un’opera inconsueta e originale quella composta da Carlo Tosetti ed edita da Pietre Vive nella Collana iCentoLillo, un poemetto d’ispirazione classica costituito da nove capitoli, che però indulge ad atmosfere gotiche e a tratti surreali e fantastiche. “La crepa madre” s’intitola e descrive un fenomeno naturale inspiegabile e dunque ‘perturbante’ inteso come noto da lungo tempo, perfino familiare ma che trasmette una sensazione di insicurezza e di disagio. Il fenomeno è presentato alla fine del primo capitolo nella sezione narrativa: Nella casa albergava una crepa viva e connotò un’estate di tanti anni fa del protagonista, narratore autodiegetico, che racconta gli avvenimenti occorsi nella cittadina di provincia in cui era solito trascorrere l’estate. Si trattava di uno squarcio nel muro di una casa vicina provocato da una frana, dal crollo d’un costone, frattura che il protagonista associò con certezza a una ferita al suo ginocchio causata da un frammento di vetro nascosto nell’erba. Questa associazione, negli anni a seguire, divenne convinzione e certezza.

 

I, 6

 

Nei giorni assai lontani

del mio lento claudicare,

dirimpetto, da una Casa,

un barrito minerale

si levò di pietre frante;

chiaro rombo d’una frana,

lindo crollo d’un costone,

e io zoppo, guadagnando

la finestra, dolorante,

vidi nulla delle mura

cupo frutto di collassi,

che rovine rammentava.

 

La prima edificazione della casa risaliva al Quattrocento mentre negli archivi comunali pare che fosse conservato un manoscritto d’autore ignoto, in cui si narrava di un esorcismo spettacolare praticato da un prelato del tempo per scacciare la presenza demoniaca dall’abitazione, circostanza che negli anni successivi attrasse diversi predicatori e truffatori.

 

II, 1

 

I manoscritti antichi,

i tramandati annali,

d’avi racconti orali,

recano d’una Crepa

notizia: viva, rinchiusa,

atea, sta nella Casa;

nel covo della Via Chiesa,

sonni alterna lunghi

a bradisismi pavidi,

talvolta squarcia spelonche;

pentita lei con la luna

la notte, calma sutura.

 

La Crepa era “viva”, dimorava sul muro dietro la testata del letto matrimoniale ma durante la notte si muoveva per le stanze spostandosi attraverso muri e pavimenti come un animale domestico, mentre la mattina dopo scompariva come se fosse stata suturata e ricomposta dalla luna.

 

III, 5

 

In quel luogo ritirato,

la natura io compresi

della Crepa, poiché sopra

il talamo dormiente

v’albergava e, invece

d’uggiolare di folletti,

il suo rodere s’udiva,

pareva un ticchettare:

la sera s’acquatta, cane

astratto rimesta, gira

nella fessura, sprimaccia,

rigira, sospira, riposa.

 

Quando i proprietari si trasferirono in un’abitazione più piccola, la Casa rimase chiusa per qualche anno fino a quando fu acquistata da una coppia di milanesi che intrapresero i lavori di restauro. La crepa però fece sentire la sua presenza provocando un ampliamento dello squarcio, che scomparve il giorno dopo provocando un malore alla nuova proprietaria.

 

IV, 9

 

L’orrore alla mattina.

La paura fa barriera,

il rifiuto l’interpone

fra l’enigma e la ragione.

Agli occhi dei novelli

abitanti apparve sana

la camera squartata

e priva fu d’alcuna

fresca lesione, frattura.

Svenne la donna, l’aceto

nemmeno dal sonno sicuro

levò quel giorno l’oscuro.

 

Quando poi il muratore Boldo decise di cominciare i lavori di ristrutturazione proprio dalla porzione di muro dove si trovava la Crepa, la Casa tremò, il muratore cadde dalla scala e si salvò per miracolo mentre la vibrazione provocò effetti simili a quelli di un terremoto, devastando la bottega attigua, raggiungendo la strada e tranciando gli impianti idrici, fognanti, i tubi del gas e delle linee elettriche e divenendo un problema di tutta la comunità.

 

V, 5

 

Tentenna la Casa, prende

un fremito, un sussulto,

che fin le membra attacca

del Boldo inerpicato

sulla scala. Per la fitta,

goffo ondeggia e cade

in tonfo, orizzontale;

lo risparmia la mazzetta,

nel volteggio suo, grazioso,

di svolazzi per la stanza:

sfiora il Boldo roteando,

grazia l’uomo, buono il caso.

 

Il disastro si arrestò a ridosso del lago, la crepa arretrò risanando il terreno e il manto erboso, come se non fosse mai passata.

 

VI, 16

 

Grande fu il mugghiare

delle gementi croste

di sismi e di fischi,

d’acuti di ganasce,

d’urli d’acciaio, frenate,

e col rombo d’un monte

crollato intero, giunto

dal lago a un soffio placò

la rabbia e s’arrese, pago

il canale inaudito, effuso

muto sospiro infinito,

lento, un poco arretrò.

 

Solo a quel punto si comprese che il suo ruolo era quello di saldare non di distruggere.

 

VII, 6

 

Non è la Crepa creata

per dilaniare pianeti,

a spicchi disfare i mondi,

tagliarli come la mela;

essa invece sutura,

sigilla le croste ed incolla

del globo neonato membrane,

rinchiude gli oceani di lava,

per fare la vita: foreste,

d’acque le arterie percorse

e d’ogni foggia le bestie.

Il fuoco imbriglia tuttora.

 

Erano stati gli uomini ignari a costruire nel punto di arresto della crepa, che da quel momento fu chiamata “madre”. Il paese fu immediatamente ricostruito: le condutture e le strade ripristinate.

 

VII, 10

 

Le strade acciottolate

nuove di porfidi antichi,

più verdi l’aiuole del centro

e davanti gli uffici, rifatto

il corso vecchio, centrale;

nella viottola, stretta,

vispa, il Santo Bernardo

aleggia su fogne coperte,

i cavi intubati di nuovo;

giunse l’asfalto incorrotto

col tempo nella Via Chiesa,

sanata fu anche la Casa.

 

Ad un certo punto il misterioso fenomeno sembrò scomparire ma il protagonista ardeva dal desiderio di ritrovare la ‘sua’ crepa.

 

VIII, 1

 

Invece, io stesso

e fiduciosi altri cercammo

invano il nuovo ricetto,

saputo che terra nessuna

pensarla priva si possa

della sapiente sutura;

d’ogni accademia, ciò

concluso e siano coscienti

giovani, genti d’altrove,

nati e vissuti lontani,

cresciuti senza sciagura:

la vita è composta frattura.

 

Quando ormai il protagonista non ci sperava più, un giorno in cui leggeva svogliatamente al parco nei pressi del tempietto che la crepa stessa aveva distrutto anni prima,  la Crepa ricomparve, poi lo seguì come un animale domestico fino ad insediarsi nella sua dimora precedente.

 

IX, 12

 

E sazia d’avermi che fu

lei ripagata la fede,

svelando che uno, ed uno,

vero, è lo squarcio soltanto

– di lama o di piuma, chioma,

radice, uguali le forme, vestite –

colò nel granito lisciato

dai passi d’esercito d’uomo.

La soglia del taglio godeva:

in Casa – perpetua la tana,

medesima camera brama –

la mia Crepa Madre rientrò.

 

Il poemetto è costituito da nove capitoli: in ciascuno sono presenti dodici strofe di dodici versi di lunghezza variabile, ad eccezione del sesto capitolo che ne reca sedici e di un ammonimento finale di sei versi, per un totale di 113 strofe e 1350 versi settenari e ottonari alternati. Si tratta di una coinvolgente cronaca in versi e in prosa, una sorta di prosimetro che ricorda la Vita Nova di Dante Alighieri in cui le scelte lessicali, ortografiche e sintattiche sono arcaiche ma allo stesso tempo capaci di alimentare continuamente la tensione narrativa.

Tosetti, nell’Ammonimento posto a conclusione del poemetto, avverte il lettore che la Crepa non è da considerarsi metaforicamente o allegoricamente ma nel senso pieno della parola e del significato. L’epiteto di “madre” però è da intendersi origine primordiale di tutte le cose e dunque, in questo senso, archetipo di fertilità e di vita, frattura e sutura allo stesso tempo. Anche l’utilizzo delle maiuscole per Casa e Crepa ne evoca la funzione archetipica e simbolica. La crepa diventa metafora potente dell’imprevedibilità e dello squilibrio che caratterizza la vita di ciascuno di noi; ad un certo punto Tosetti scrive infatti che la vita stessa è composta frattura. Nel poemetto emergono tratti tipici della letteratura fantastica, oltre che letteratura d’evasione, letteratura di “invasione” da parte dell’inaudito, dell’illogico, dell’irrazionale che penetrano nella vicenda provocandone il mutamento e la trasformazione, che comincia dall’ossessione del protagonista per la Crepa, dotata di vita propria. Certamente l’opera si distingue nel panorama letterario attuale per la scelta del prosimetro, l’originalità degli eventi narrati frutto di ricordi e di una singolare immaginazione, il rigore architettonico, l’ampio respiro, la ricerca di un lessico classicheggiante e arcaico, il convolgimento e la fluidità della narrazione. Per questi validi motivi la prova lirico-narrativa di Carlo Tosetti appare credibile e convincente.

©Deborah Mega

Testi di Carlo Tosetti tratti da “La crepa madre”, Edizioni Pietre Vive, 2020.

 

 

 

 

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Emilio Capaccio traduce Ángel González

25 venerdì Set 2020

Posted by emiliocapaccio in Idiomatiche

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Quando scrivo il mio nome
lo sento ogni volta più strano
Chi è?
mi domando
E non so che pensare
Ángel.
Così raro

Á. G.

Ángel González, traduzioni di Emilio Capaccio
L’AUTUNNO S’AVVICINA

L’autunno s’avvicina con molto poco rumore:
soffocate le cicale, qualche grillo appena
difende il fortino
di un’estate ostinata a perpetrarsi,
la cui sontuosa coda ancora brilla verso l’ovest.

Sembrerebbe che qui non accada nulla,
ma un silenzio subitaneo illumina il prodigio:
è passato
un angelo
che si chiamava luce, o fuoco, o vita.

E lo abbiamo perduto per sempre.
EL OTOÑO SE ACERCA

El otoño se acerca con muy poco ruido:
apagadas cigarras, unos grillos apenas,
defienden el reducto
de un verano obstinado en perpetuarse,
cuya suntuosa cola aún brilla hacia el oeste.

Se diría que aquí no pasa nada,
pero un silencio súbito ilumina el prodigio:
ha pasado
un ángel
que se llamaba luz, o fuego, o vida.

Y lo perdimos para siempre.

SPERANZA

Speranza,
ragno nero dell’imbrunire.
Ti fermi
non lontano dal mio corpo
abbandonato, cammini
intorno a me,
tessendo, rapida,
inconsistenti fili invisibili,
ti avvicini, ostinata
e mi accarezzi quasi con la tua ombra
pesante
e lieve allo stesso tempo.
Rannicchiata
sotto le pietre e le ore,
hai aspettato, paziente, l’arrivo
di questa sera
in cui
niente è ormai possibile…
Il mio cuore:
il tuo nido.
Addentalo, speranza

ESPERANZA

Esperanza,
araña negra del atardecer.
Tu paras
no lejos de mi cuerpo
abandonado, andas
en torno a mí,
tejiendo, rápida,
inconsistentes hilos invisibles,
te acercas, obstinada,
y me acaricias casi con tu sombra
pesada
y leve a un tiempo.
Agazapada
bajo las piedras y las horas,
esperaste, paciente, la llegada
de esta tarde
en la que nada
es ya posible…
Mi corazón:
tu nido.
Muerde en él, esperanza.

COMPLEANNI

Io me ne accorgo: come sto diventando
meno sicuro, confuso,
dissolvendomi nell’aria
quotidiana, grossolano
brandello di me, sfilacciato
e rotto dai pugni
Io comprendo: ho vissuto
un anno in più, ed è molto duro.
Muovere il cuore tutti i giorni
quasi cento volte al minuto!

Per vivere un anno è necessario
morire molto molte volte.

CUMPLEAÑOS

Yo lo noto: cómo me voy volviendo
menos cierto, confuso,
disolviéndome en el aire
cotidiano, burdo
jirón de mí, deshilachado
y roto por los puños
Yo comprendo: he vivido
un año más, y eso es muy duro.
¡Mover el corazón todos los días
casi cien veces por minuto!

Para vivir un año es necesario
morirse muchas veces mucho.

MIRACOLO DELLA LUCE

Miracolo della luce: l’ombra nasce,
sbatte in silenzio contro le montagne,
crolla senza peso al suolo
disvelandosi alle erbe delicate.
Gli eucalipti lasciano sulla terra
la tremula pelle della loro sagoma
allungata, sopra la quale volano
freddi uccelli che non cantano.
Un’ombra, più lieve e più semplice,
che nasce dalle tue gambe, s’affretta
per annunciare l’ultimo, più puro
miracolo della luce: tu contro l’alba.

MILAGRO DE LA LUZ

Milagro de la luz: la sombra nace,
choca en silencio contra las montañas,
se desploma sin peso sobre el suelo
desevelando a las hierbas delicadas.
Los eucaliptos dejan en la tierra
la temblorosa piel de su alargada
silueta, en la que vuelan fríos
pájaros que no cantan.
Una sombra más leve y más sencilla,
que nace de tus piernas, se adelanta
para anunciar el último, el más puro
milagro de la luz: tú contra el alba.

IL GIORNO SE N’È ANDATO

Ora andrà per altre terre,
portando lontano luci e speranze,
disperdendo remoti stormi d’uccelli,
e rumori, voci, campane,
— chiassoso cane che mena la coda
e abbaia davanti alle porte accostate.

(Frattanto, la notte, come un gatto
furtivo, è entrato dalla finestra,
ha visto avanzi di luce pallida e fredda, e
ha bevuto l’ultima tazza. )

Sì;
il giorno se n’è andato per sempre.
Molto non è stato preso (nulla mi porto via);
solo un po’ di tempo tra i denti,
un misero gregge di luci spossate.
Non piangete neppure. Puntuale e inquieto,
senza alcun dubbio tornerà domani.
Spaventerà quel gatto nero.
Abbaierà fino a buttarmi dal letto.

Ma non sarà lo stesso. Sarà un altro giorno.

Sarà un altro cane della stessa razza.

EL DÍA SE HA IDO

Ahora andará por otras tierras,
llevando lejos luces y esperanzas,
aventando bandadas de pájaros remotos,
y rumores, y voces, y campanas,
— ruidoso perro que menea la cola
y ladra ante las puertas entornadas.

(Entretanto, la noche, como un gato
sigiloso, entró por la ventana,
vio unos restos de luz pálida y fría, y
se bebió la última taza.)

Sí;
definitivamente el día se ha ido.
Mucho no se llevó (no trajo nada);
sólo un poco de tiempo entre los dientes,
un menguado rebaño de luces fatigadas.
Tampoco lo lloréis. Puntual e inquieto,
sin duda alguna, volverá mañana.
Ahuyentará a ese gato negro.
Ladrará hasta sacarme de la cama.

Pero no será igual. Será otro día.

Será otro perro de la misma raza.

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Giancarlo Stoccoro: “La disciplina degli alberi”, La Vita Felice, 2019. Introduzione di Paolo Steffan: “La silenziosa disciplina di Giancarlo Stoccoro”. Dieci poesie e un commento breve.

25 venerdì Set 2020

Posted by adrianagloriamarigo in MISCELÁNEAS

≈ 1 Commento

Tag

Adriana Gloria Marigo, Giancarlo Stoccoro, Paolo Steffan

 

Le sezioni La disciplina degli alberi, Luoghi ligi configurano un teatro urbano in cui è messa in scena la pièce dell’umana inquietudine che attraverso segnali sorvegliati, una certa distanza delicata e di commozione impalpabile, cerca l’incontro che sembra imminente, accadente e invece, per una sorte che ha connotati arcani, si sposta in avanti o ripiega su se stesso, lasciando fluire la materia dello straniamento, senza però rinunciare al focus del “tu”, che resta tensione, anelito. Nella scrittura breve di Giancarlo Stoccoro confluiscono le polarità dell’esistenza, l’incessante movimento del sentimento e del pensiero che mai raggiungono il compimento del loro “in essere” lasciando trapelare l’impermanenza vibrante dei destini, il talento per la ricognizione dei motivi della coscienza che pongono in luce che «Un’idea di purezza / attraversa il mondo», mettono in atto la dimensione della libertà.

 

Adriana Gloria Marigo

 

 

Da  Segnali di resa

 

Spossessarsi di sé

abitare i contorni

e la forma breve

custodire il silenzio

come reliquia

affondare la parola

 

 

Segnali di resa

non parole senza luogo

incondizionata resa

negli sguardi facili

negli orizzonti gentili

che camuffano distanze

 

A novembre gli alberi

resteranno nudi

fino a tardi

 

 

Da Geometrie dell’abbandono

 

Tu puoi non dire

quante traiettorie si aggiustano

accarezzando le sillabe

prima di dormire

 

Sale per gradi l’assenza

 

quando c’è poca luce

sembra non faccia danno

 

L’orizzonte si perde

dietro un buio qualunque

 

Da Feroci distanze

 

Altri luoghi

s’incontrano

soltanto al buio

e tu fai tanto

per tenere le luci

sempre accese

 

 

Non i luoghi

quelli sanno solo sfiorarti

non i tempi circostanziati dei calendari

un silenzio diffuso su nebbia densa

due scarabocchi su carta spessa

 

 

Da I giorni a te lontani

 

Tornano a farsi luogo

i giorni silenziosi

lontani dalle frasi fatte

hanno smesso di lucrare sui confini

di segnalare impronte

dove non c’è stato passaggio

 

 

Da Poesie per gli alberi e le passeggiate vagabonde

 

Nella nostalgia d’autunno

mi nutro di sguardi complici

foglie licenziate in novembre

 

divento fanatico del tango

allago la bocca con frasi vaste

 

liquida danza che assolve

gli alberi messi a nudo

 

 

Da Luoghi ligi

 

Gli alberi ci guardano

passare in fila indiana

 

licenziare le fronde

a novembre

non spazzano neanche il cielo

 

placidi stanno

 

Il tuo luogo quando penso a te

è un bosco di alberi bianchi

dove ti arrampichi finché

il tronco comincia a cullarti

 

 

Biobibliografia

Giancarlo Stoccoro (Milano, 1963) è psichiatra e psicoterapeurta. Oltre all’attività clinica, si occupa di formazione e ha pubblicato diversi lavori su riviste scientifiche. Studioso di Georg Groddeck, ha curato e introdotto l’edizione italiana della biografia Georg Groddeck. Una vita, di W. Martinkewicz (Il Saggiatore, Milano 2005) e i saggi Pierino Porcospino e l’analista selvaggio; Poeti e prosatori alla corte dell’ES. Suo è il primo libro che esplora il cinema associato al Social Dreaming, che ha applicato in ambito sanitario, scolastico, nelle carceri e direttamente nei cinema: Occhi del sogno (Giovanni Fioriti, Roma 2012).

Ha vinto diversi premi di poesia e pubblicato le sillogi: Il negozio degli affetti (Gattomerlino/Superstripes, Roma 2014), Note di sguardo (Morellini, Milano 2014), Benché non si sappia entrambi che vivere (alla chiara fonte, Lugano 2015), Parole a mio nome (Il Convivio, Castiglione di Sicilia 2016),Consulente del buio (L’Erudita, Roma 2017), Forme d’ombra (alla chiara fonte, Lugano 2018),La dimora dello sguardo (Fra, Rimini 2018), Prove di arrendevolezza (Oèdipus, Salerno 2019).

Cura i blog ladimoradellosguardo.it e ciacksisogna.it

 

 

 

 

 

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Nota critica dedicata a “Galatina / Un sogno d’amore” di Dante Maffia ed Elio Scarciglia, edito da Terra d’ulivi Edizioni, 2020

21 lunedì Set 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Tag

Dante Maffia, Elio Scarciglia

Nel prezioso libretto “Galatina /Un sogno d’amore” edito da Terra d’ulivi Edizioni nella collana Le Avventurine, i suggestivi testi poetici di Dante Maffia e i mirabili scatti fotografici di Elio Scarciglia danno vita ad un progetto editoriale di cui nessuna biblioteca degna di questo nome dovrebbe essere priva, per la perfetta sintesi tra la lettura dei pensieri poetici e la visione delle illustrazioni del testo e per il piacere estetico che dalla loro fruizione ne deriva.   

Celebre esempio dell’arte romanica situato nel cuore del Salento, la Basilica di Santa Caterina d’Alessandria, a Galatina, è uno scrigno di bellezza, un meraviglioso gioiello, custode di magnifici affreschi gotici, che ricordano i cicli pittorici di scuola giottesca presenti nella Basilica di San Francesco d’Assisi. La chiesa fu edificata tra il 1369 e il 1391 per volere di Raimondello Orsini del Balzo che, di ritorno dalle Crociate, portò con sé un dito prelevato dal corpo della Santa, reliquia tuttora conservata nel tesoro della chiesa. Il prospetto romanico della basilica è arricchito da un portale finemente decorato e da un rosone che sembra intagliato nella pietra e che racchiude al centro lo stemma della famiglia committente. Gli affreschi, eseguiti su committenza di Maria d’Enghien, sposa di Raimondello, furono realizzati dapprima da maestranze locali e successivamente da artisti provenienti da altre città italiane, Siena, Venezia, Padova e qui è d’obbligo il riferimento alla Cappella degli Scrovegni, i cui cicli pittorici ricordano quelli presenti nella Basilica.

In questo libro Maffia ha incontrato la città di Galatina, l’ha accolta, l’ha compresa e le ha dato voce attraverso i suoi scorci, ha colto attimi di vita e di storia millenaria attraverso la forma breve e immediata degli haiku manifestando in questo modo il suo innamoramento, il suo “sogno d’amore”. Galatina, ammaliante fonte d’ispirazione, città-donna, è divenuta concreta, creatura dalla straordinaria bellezza, in cui perfino il Paradiso “ha fatto il nido”. La città è divenuta oggetto del desiderio del poeta, in cui convergono memorie, sogni, dissolvenze, impalpabili vibrazioni. Ecco dunque che si compie un romantico e nostalgico viaggio nel passato che ricorda soffuse atmosfere crepuscolari. Il linguaggio è ancora una volta quello del cuore che si confessa rivelando la propria umanità e la propria imperfezione. La poesia appare visionaria e immaginifica, allo stesso modo Galatina diventa donna da amare e di cui prendersi cura. Maffia fa riferimento anche al fenomeno del tarantismo, della Lascivia Chorea, come veniva chiamata nel Cinquecento la danza di possessione dallo straordinario potenziale simbolico, che ha uno dei suoi centri nevralgici proprio a Galatina, nella chiesa di San Paolo dove i tarantati venivano condotti a bere l’acqua sacra del pozzo della cappella.

“Tarantoliamo / senza fermarci mai. / Così il mio sangue.” Scrive Maffia. E ancora:

“Il ballo di San Vito spesso prende / le nostre ragazze / e le morde, e crea in loro / danno e stupore, / un dissidio che fa tremare il cielo / le grida strazianti d’un mistero.”

Altrettanto ha fatto Scarciglia, abilissimo fotografo d’arte, che, con amore, l’eleganza, l’estro creativo e la sensibile intuizione che lo contraddistinguono, ha saputo cogliere particolari e dettagli di rara intensità che sfuggono agli occhi dei più e li ha resi manifesti trasformando anche il fruitore meno colto in esteta esigente.

Le immagini si dipanano nitide e incisive e accompagnano il lettore in un percorso emotivo, fatto di dialoghi, scoperte, abbracci, carezze per i sensi e lo sguardo. In definitiva,  il connubio Maffia –Scarciglia, dopo Matera e una donna, ha creato un altro libro di pregio, in cui sublime, bellezza e amore procedono a braccetto.

Deborah Mega

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Loredana Semantica traduce Mark Strand “The end”

20 domenica Set 2020

Posted by Loredana Semantica in Idiomatiche, LETTERATURA

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La fine

Nessun uomo sa cosa cantare alla fine
guardando il molo come nave che salpi, ché così gli sembrerà
quando rapito dal ruggito del mare, è immobile, lì alla fine
o cosa sperare essendo chiaro ormai che non tornerà più indietro

Il tempo non sembra lungo quando trascorre potando rose
o accarezzando il gatto, contemplando il tramonto che incendia il prato
o la luna piena che imbianca la terra, nessun uomo invece sa cosa scoprirà
quando il peso del passato sporge tra il nulla e il cielo

Non c’è altro che il ricordo della luce e trame di cirri
nuvole che si chiudono dense e uccelli sospesi in volo
nessun uomo sa cosa l’aspetta o cosa cantare
quando la sua nave scivola nell’oscurità della fine

(Mark Strand traduzione di Loredana Semantica)

The end

Not every man knows what he shall sing at the end,
Watching the pier as the ship sails away, or what it will seem like
When he’s held by the sea’s roar, motionless, there at the end,
Or what he shall hope for once it is clear that he’ll never go back.

When the time has passed to prune the rose or caress the cat,
When the sunset torching the lawn and the full moon icing it down
No longer appear, not every man knows what he’ll discover instead.
When the weight of the past leans against nothing, and the sky

Is no more than remembered light, and the stories of cirrus
And cumulus come to a close, and all the birds are suspended in flight,
Not every man knows what is waiting for him, or what he shall sing
When the ship he is on slips into darkness, there at the end.

Mark Strand

 

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Angelo Maria Ripellino – La buffoneria del dolore

16 mercoledì Set 2020

Posted by marian2643 in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA

≈ 2 commenti

Tag

Angelo Maria Ripellino, Anna Maria Bonfiglio

Darling, lo so, il mio continuo lamento ti attedia,

questa eterna altalena tra ebbrezza e malore.

Il mio rammarico è forse volontà di commedia.

Grande è la buffoneria del dolore.

 

Angelo Maria Ripellino nasce a Palermo il 4 dicembre del 1923, da Carmelo, insegnante di Lettere, poeta e scrittore di drammi teatrali, e Vincenza Maria Trizzino, titolare di una farmacia. Ha appena sette anni quando la famiglia si trasferisce a Mazara del Vallo, dove il padre ha ottenuto un incarico presso il locale Liceo Parificato e dove Angelo frequenta le scuole fino al completamento delle classi ginnasiali. Nel 1937 a Carmelo viene assegnata una cattedra al liceo “Giulio Cesare” di Roma e la famiglia si sposta nella Capitale, che diverrà la città di adozione del poeta, quella dove continuerà gli studi e inizierà, ancora studente, la sua attività letteraria scrivendo per alcuni giornali e pubblicando poesie, racconti, recensioni e brevi saggi. Iscritto alla Facoltà di Lettere, sceglie di interessarsi dell’universo letterario slavo e diventa allievo di Ettore Lo Gatto, uno dei primi studiosi di letteratura russa in Italia. Ancora giovanissimo, viene aggredito da una infezione tubercolare che, sebbene curata con applicazioni di pneumotorace, in seguito lo costringerà a sottoporsi ad una pneumectomia. Continuerà tuttavia la sua attività letteraria e intensificherà il suo impegno per gli studi di slavistica soggiornando a Praga dove incontrerà Ela Hlochová che diverrà sua moglie e sua collaboratrice e gli darà due figli, Milena e Alessandro.

Dal 1948 al 1952 Ripellino insegna all’Università di Bologna Filologia slava e Lingua ceca; con l’incarico di Lingua e Letteratura russa al Magistero di Roma ritorna nella sua “città” dove inizia un felice percorso come traduttore di alcuni poeti russi, lavorando al contempo alla Storia della poesia ceca contemporanea. Pariteticamente si dedica al teatro e alle arti cosiddette “minori”: critica cinematografica, teatro delle marionette, musica, trasmissioni radiofoniche.  Il suo percorso erratico fra le varie tipologie di studi e di scritture ne fa trasparire il proposito di inseguire una sorta di sincretismo fra tutte le espressioni artistico-letterarie. Continua a scrivere poesia e nel 1960 pubblica la sua prima raccolta, Se non ora quando, ma, seppure accolti dalle migliori riviste letterarie, i suoi versi restano indietro rispetto a quella che si va configurando come figura di slavista, etichetta che prevarrà sempre sulla sua qualità di artista delle lettere. “Slavista! Mi gridano donne con  frappe sul capo./ (…) Slavista! Mi beffano da un carro funebre/ (…) Chiedo perdono. E’ deciso. La prossima volta/ farò un altro mestiere”, scrive nella poesia n.2 di Notizie dal diluvio.

Nel 1964 Ripellino viene aggredito da una recrudescenza tubercolare e ricoverato nel sanatorio di Dobříš, vicino Praga, sotto le cure del primario Petr Ostrý che lo recupera alla vita. Da questa esperienza nasce la raccolta di poesie La fortezza d’Alvernia, poematico diario della vita che fugge, declinato attraverso rimandi letterari e figurativi della sua multiculturalità, che egli definisce “teatro d’ombre” e “cartolina illustrata della speranza”. La silloge, proposta a Einaudi per la pubblicazione, viene rifiutata, presumibilmente per lo scarso interesse suscitato in Italo Calvino che definirà Ripellino “un poeta fuori del tempo” e “un futurista in ritardo”, e, dopo ulteriori rifiuti da parte di altri editori, sarà pubblicata da Rizzoli nel 1967.

 (…)  Sebbene io sia imbrattato delle fuliggini della Mitteleuropa, nutrito di mille umori stranieri e come arrivato sin qui con un carrozzone dipinto di calderai, tuttavia nella barocca e ferale Sicilia nativa affondano le mie radici. Penso talvolta che questo sradicamento sia la sorgente di tutti i miei mali, della mia vita in bilico. Torno giù a precipizio sovente dal continente all’isola amara, irrorata di luci di agrumi, ai giorni lontani in cui sereno viaggiavo con una modesta famiglia nel caldo di una casetta domenicale, come nel ventre di un ciprino carpio. Poi si versò una giara di olio in soffitta. L’olio colava per gli scalini. Ebbero inizio le sciagure. Il letto si coprì di infausti cappelli. Ancor oggi essi ingombrano la mia poesia. Dell’infanzia insulare mi porto dietro un fagotto di emblemi: il ricordo di dolci comprati alla ruota del monastero, le stanze mortuarie con le salmodianti comari in nero, i presepi con arance e lumie, il basso continuo della tristezza, che pende dai nostri occhi come le cispe di un tracoma e una certa pagliacceria fanfarona.” Così il poeta Angelo Maria Ripellino, “imbrattato” di cultura mitteleuropea, rivendica la sua ascendenza isolana, in uno scritto ad apertura della pubblicazione di Sinfonietta. “Ho sempre vagheggiato di trovare un punto d’incontro fra la lezione dei moderni lirici slavi, tedeschi, francesi, di cui mi sono imbevuto e i congegni, le «meraviglie» del nostro Barocco. Per me una lunga fune si tende dalla Martorana alla cupola del San Nicola di Praga.(…).

Nel 1969 Ripellino pubblica, questa volta sì con Einaudi, la raccolta di poesie Notizie dal diluvio, costituita da settantasette poesie divise in due parti, da lui stesso definita “diario di un anno calamitoso”, riferendosi sia alla sua salute che va sempre peggiorando che alla tragica conclusione di quel movimento politico e sociale che fu la Primavera di Praga e che egli aveva seguito come inviato de L’Espresso. Il libro è una specie di “arca” nella quale il poeta raccoglie persone, animali e fatti che hanno costituito il suo mondo per eternizzarli nella sua storia privata restituendoli in metafore, allegorie, analogismi e neologismi, in un rutilante universo semantico di strabiliante ricchezza. Tutta la poesia ripelliniana è un vortice di opulenza lessicale, una partitura di infinite significazioni nella quale vorticano la musica, la pittura e i pittori, il teatro e i teatranti, i mùsici e i pagliacci, gli animali di ogni specie, e i colori di un arcobaleno personale dove primeggia il giallo, il colore del sole.

“Ancora la giovinezza mi chiama, falòtica /come le cicogne dello Zwin./ Ancora mi affligge la sua effigie gotica./Non resisto agli occhi verdi che mi amano,/ io, principe carpatico in rovina”. Sono i versi della terza parte della poesia n.67 della raccolta Sinfonietta, uscita ancora per Einaudi nel 1972. Qui i testi assumono una coloritura plumbea, con chiari riferimenti alla salute che va aggravandosi, e tuttavia ancora accompagnata da metafore di “luce” nell’assunzione di lemmi quali fuoco, candele, angeli; una raccolta definita “ostica” per il lessico e la sintassi, e catalogata come risultato di “un oscuro barocchismo”. E’ quella che più mette l’accento sulla vicenda personale dell’autore, sulla sua consapevolezza di non aspettarsi più niente altro che sofferenza e tuttavia restando “in una grande allegria funebrina”. “Alla tua età si può ricominciare,/ma io, bambina, ormai devo raccogliere/ le somme del passato, ristoppare/ con giorni avventicci il mio destino,/ con spilorcia avarizia fare i conti, / io che giuoco sempre a rimpiattino/ col disfavore di Domineddìo.”  Egli stesso in un’intervista aveva dichiarato: “Gran parte della mia scrittura è diventata il vezzeggiamento di questo eterno malessere.”

Sempre da Einaudi nel 1976 viene pubblicato Lo splendido violino verde, raccolta ripartita in due sezioni: Das letzte Varieté (L’ultimo Varietà), e Don Pasquale (con riferimento all’opera di Donizetti); opera della piena maturità che assomma tutti i temi della poetica ripelliniana  rinominando personaggi, musiche, artisti, ora con vis ironica ora con clownesca malinconia. Pervade tutto il testo un andamento antitetico fra la gioia di vivere e la coscienza del male che lo opprime: “L’eterna altalena tra ebbrezza e malore(…)il miele del male”, dove il male accostato al miele rivela l’aggressione del sopravvenuto diabete, che in seguito lo costringerà all’amputazione delle dita di un piede. Come sempre il campo semantico usato da Ripellino è ad ampio spettro, aggomitola il contingente con la memoria del passato attraverso accostamenti incompatibili, metafore e paronomasie; all’oscuro barocchismo di Sinfonietta fa eco un tono di gioiosità malinconica, come di chi si appresti ad invecchiare per il processo naturale della vita. “Piano piano anche tu ti sfilerai dalla stretta/ cruna della rivolta/ per diventare un vecchietto benpensante che sgretola/ croste di massime ottuse (…) sarai raggricchiato, minuscolo, nano/ nella luce palustre della tua notte che avanza,/ avrai tanto freddo, come Varsavia a novembre.” Nell’acrobatico ordine linguistico di Ripellino vive tutta una folla di soggetti e contenuti che riemergono nuovi, liberati dalla cenere del vissuto.

Il 21 aprile del 1978 un collasso cardiocircolatorio, causato dall’aggravarsi delle patologie di cui era afflitto, spegne, ad appena cinquantaquattro anni, Angelo Maria Ripellino. La sua raccolta Autunnale barocco esce nel 1977 e vince il Premio Prati; è l’ultima sua presenza nel mondo delle lettere, ma in precedenza aveva pubblicato altri lavori in prosa: nel 1965 Il trucco e l’anima, sui grandi registi del teatro russo, che gli vale il Premio Viareggio; nel 1973 Praga magica, la sua opera più conosciuta; nel 1975 Storie del bosco boemo. Postumo, a cura di Giacinto Spagnoletti, viene stampato Scontraffatte chimere, che raccoglie tutti gli inediti, anche quelli giovanili, del grande poeta siciliano. Sebbene appassionato cultore, traduttore e saggista di opere della letteratura russa e boema, Angelo Maria Ripellino si ritenne sempre primariamente poeta e lo amareggiò che, nella società letteraria del tempo,  non venisse messo mai al primo posto questo suo ruolo. Solo all’inizio di questo nuovo secolo alcuni giovani studiosi hanno intrapreso un percorso di recupero e di studio dell’opera poetica ripelliniana e curato nuove edizioni delle sue raccolte edite e delle sue poesie inedite.

Anna Maria Bonfiglio

 

Poesie

 

Verrai ogni tanto a visitarmi sottoterra
come una bionda Persefone
in mezzo alle larve baritonali.
Ricordi: già ne parlammo a Wiesbaden.
mi promettesti che quando prenderò alloggio dall’orco
di tanto in tanto verrai
per un breve soggiorno
a consolare la mia malinconia,
il mio desiderio della terra,
a narrarmi degli amici.
E non importa se figli
ti prenderanno per matta, pensando
che ciò che è morto va dimenticato
e che è assurdo questo lugubre turismo.

* * *

Non si accorgeranno nemmeno
di quello che hai scritto.
Getteranno i tuoi versi tra gli stracci vecchi.
Resterai sguattero, guitto
in questa fiera di gattigrù delle lettere:
Sei un viluppo di piume, una balla di fieno,
carica di gorgheggianti uccellini.
Ma per chi cantano? Chi mai li ascolta?
Merda. Sarebbe meglio scrivere
novelle per pennivendoli, romanzi zuccherini,
storielle piovose, canzoni da balera.
Ma è tardi ormai. Scriverai ancora versi,
questa feccia di vino che nessuno vuole bere.

 

* * *

Tu pensi che, quando cresce il tuo male,

si spengano i fuochi, le barche non prendano il mare,

si proibisca ai cani di latrare,

i figli si incantino come sculture di sale.

 

Oh no, lascia perdere. Osserva

la ghiandaia azzurra che ruba

il suo ultimo cucchiaino d’argento.

Ferma lo sguardo sgomento

Sull’estranea bellezza di questa caraffa in cui luccica

tutto il ghiaccio del mondo.

 

 

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L’intervista a Nino Iacovella: La linea Gustav

14 lunedì Set 2020

Posted by Deborah Mega in Interviste

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Tag

La linea Gustav, Nino Iacovella

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.
La redazione ringrazia Nino Iacovella, per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: La linea Gustav, Il Leggio Libreria Editrice, 2019.

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

È stato un amore tardivo. Tardi ho iniziato a leggere. Tardi ho iniziato a scrivere. Tutto è accaduto dopo la mia laurea in economia. Lì è successo qualcosa. Ero fiaccato da quell’epopea formativa rivelatasi a posteriori, in buona parte, errata. Avrei dovuto seguire un percorso umanistico. Studiare filosofia o musica. Imparare a suonare uno strumento: il contrabbasso, il sax (amo il jazz), la fisarmonica. Forse tutte queste cose insieme. Molto probabilmente la scrittura è stata l’ultima occasione praticabile per rientrare in un alveo più consono alla mia natura: l’attività creativa. La mia è una famiglia d’arte. Il mio paese, Guardiagrele, è una terra di arti e mestieri. La creatività si respira in ogni angolo, persino nel linguaggio. Il dialetto guardiese, in Abruzzo, è fortemente contraddistinto da una dialogica aforistica. La lingua così è già una palestra di metafore e figure retoriche che pochi si rendono conto, parlando, di creare.

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti
    hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la
    vita e l’arte?

Da autodidatta mi sono nutrito di qualsiasi libro capitato a tiro. Un grande disordine e una grande abbuffata che per anni, compulsivamente, ho portato avanti rubando le ore al sonno. Ho sempre amato leggere le biografie dei grandi scrittori e dei grandi artisti in generale. Ero affascinato dalla loro dedizione. Amo molto la letteratura americana contemporanea. I grandi maestri, prima che nella poesia, li ho trovati negli autori di narrativa breve: Raymond Carver, Richard Yates, Alice Munro. Tra i grandi romanzieri invece Truman Capote e Richard Ford, così come l’intramontabile William Faulkner e Michel Houellebecq. Degli italiani faccio un nome deciso: Giorgio Vasta de Il tempo materiale. La poesia è arrivata dopo con Charles Simic, Philip Schultz, Seamus Heaney e René Char tra gli stranieri; tra gli italiani la scrittura di Antonella Anedda ha avuto, per stile e suggestioni, il risalto maggiore nelle mie preferenze. Notti di pace occidentale e Le residenze invernali sono state svolte decisive per i primi passi della mia scrittura.

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai
    con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

La componente autobiografica non è il fulcro della mia scrittura, preferisco ciò che osservo della realtà cercando di riproporla con immagini e linguaggio il più possibile aderente all’oggetto di osservazione. Il rapporto con il luogo dove sono nato è stato fondamentale sinora solo in una raccolta: La linea Gustav, dove, con andamento poematico, ripercorro i tristi accadimenti della Seconda Guerra Mondiale in Abruzzo.

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

La linea Gustav fu originariamente pubblicato nel 2013 all’interno di una opera più vasta dal titolo Latitudini delle braccia. Ebbe una certa eco tra i lettori. Ma negli esordi, si sa, vengono commessi sempre degli errori. La sensazione era che il libro non avesse raggiunto tutto il suo pubblico potenziale, pur sapendo di quanto esiguo sia quello della poesia. In Abruzzo, soprattutto, sarebbe un libro da scoprire, anche per riaprire un dialogo su quello che siamo stati e quello che, purtroppo, per certi versi, siamo diventati.

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Penso di sì, soprattutto per il suo contenuto di memoria storico-epica. Storia e poesia sono una miscela letteraria che non deve cadere in desuetudine.

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Un racconto di mio padre. Lui e mia zia erano bambini quando furono presi di mira da un cecchino della Wehrmacht. Era una storia che spesso mi raccontava. Mi ha ispirato profondamente. Da lì è partito il tutto.

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale”
    scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

L’ho scritta lentamente, in questo caso intendo Latitudini delle braccia, in quasi dieci anni di lavoro. Ma debbo dire che è stata anche l’opera con la quale ho cercato di “costruire” la mia voce più matura. Scritta per lo più la notte. Ai tempi lavoravo come amministrativo in una multinazionale. I tempi per la scrittura e per la lettura erano molto ristretti.

  1. La copertina e il titolo. Chi, come, quando e perché?

Per la foto di copertina, innestata nell’elegante format a sfondo nero dei libri della collana Radici de Il Leggio Editore, ho scelto uno scatto che ritrae due bambini di spalle lungo un sentiero nel bosco. Dietro di loro un cane segugio. Il sentiero e i bambini rappresentano il passaggio generazionale lungo il percorso della Storia. Storia tracciata nella Linea Gustav, la linea difensiva costruita dall’esercito nazista che serviva per ritardare la risalita delle truppe alleate sbarcate in Sicilia.

  1. Come hai trovato un editore?

L’anno scorso fui contattato da Gabriela Fantato che aveva letto dei miei inediti pubblicati sul sito di Atelier poesia. Gli piacquero al punto di chiedermi se l’opera dalla quale erano stati tratti era pronta per propormi, da curatrice della collana, la pubblicazione. Ma a causa dei miei tempi di scrittura lunghi, la raccolta era ancora incompleta e così proposi in alternativa la ripubblicazione de La linea Gustav. Gabriela e Sandro Salvagno (l’editore) accolsero la proposta con entusiasmo. Figurarsi io.

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

A un pubblico più ampio di quello degli addetti ai lavori, visto che è un libro di poesia che parla di un periodo storico cruciale del nostro Paese che non può essere dimenticato.

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Il lock down ha interrotto una serie programmata di incontri sul territorio di Milano e nelle scuole, sia milanesi che abruzzesi. Da poco in Abruzzo, a Guardiagrele, con i testi de La linea Gustav abbiamo realizzato un recital. A breve sarà riproposto a Milano, nel mio quartiere, al Corvetto. Per adesso ci muoviamo così.

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più
    legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

L’incipit dell’opera. Rappresenta un momento dello sfollamento del mio paese proprio a causa della fortificazione della Linea Gustav: “E cercarvi lì, tra i vecchi a coprire le madri, / le madri come rifugi per sagome minute / (tra il seno e la spalla, insenature / come porti per piccole teste / spaurite nella burrasca. // Sul paese come un’ombra la Linea Gustav / tracciato d’inchiostro sulle rovine, / il confine di chi si butta a terra / prima o dopo lo sparo.

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Che possa arrivare soprattutto ai più giovani. Poesia e storia, cattura emotiva e memoria, un modo per ridare un senso a una società che da tempo vedo rannicchiarsi su se stessa, individualmente appagata dal piccolo cabotaggio narcisistico e dall’autoreferenzialità.

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

“Perché ci metti sempre così tanto a scrivere un libro di poesia?” E qui la mia risposta: “Perché ho parecchi vizi e intendo coltivarli tutti. Uno in particolare: la lettura”.

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova
    opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Sono entrato nel settimo anno di lavorazione di un progetto dal titolo “La parte arida della pianura”. Mi coccolo il lento crescere di questa raccolta come una gestante con il proprio figlio. Nessuna continuità con i progetti precedenti. Ogni tanto pubblico qualche inedito tra le pagine online dei blog letterari da me più frequentati. Il tema di fondo, a farla breve, è l’epica umana tout court. Ora sto terminando l’ultimo pezzo di una sezione intitolata Madre della violenza (titolo ispirato a una canzone di Peter Gabriel). Il prossimo anno penso che potrei chiudere il progetto e iniziare a proporlo per la pubblicazione.

Nino Iacovella

Nino Iacovella è nato a Guardiagrele nel ’68, ha una formazione socio-economica. Ha riesordito in poesia nel 2013 con Latitudini delle braccia (deComporre, Gaeta). Del 2015 è la plaquette con i primi testi de La parte arida della pianura (Edizioni culturaglobale, Cormons). Ha curato insieme a Sebastiano Aglieco e Luigi Cannillo l’antologia “Passione Poesia – Letture di poesia contemporanea (1990-2015)” Ed. CFR, Milano, 2016. Del dicembre del 2019, è La linea Gustav, Il Leggio Editore, Chioggia. È tra i fondatori e redattori del blog di poesia Perigeion, un atto di poesia. Vive e lavora a Milano.

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Loredana Semantica traduce Sylvia Plath “I am vertical”

13 domenica Set 2020

Posted by Loredana Semantica in Idiomatiche, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

≈ 2 commenti

Io sono verticale
ma preferirei essere orizzontale
non sono albero con radici nella terra
a succhiare minerali e amore di madre
così da luccicare di foglie ad ogni marzo
né sono bella come un angolo di giardino
che desta meraviglia per splendore di colori
senza sapere che presto sfiorirà.
Al mio confronto un albero è immortale
e la corolla di un fiore meno alta ma più ardita
vorrei del primo la lunga vita dell’altro l’anima viva.

Stanotte nella luce infinitesimale delle stelle
i fiori e gli alberi spandono profumi freddi
io li attraverso ma loro non si accorgono di me
a volte penso che mentre dormo
quando i pensieri svaniscono
assomiglio a loro perfettamente.
E’ più naturale per me stare supina
allora io ed i cieli parliamo senza riserve
io sarò utile quando resterò così per sempre
finalmente
gli alberi si piegheranno fino a toccarmi
e i fiori avranno un attimo (solo) per me.

I am vertical
But I would rather be horizontal.
i am not a tree with my root in the soil
sucking up minerals and motherly love
so that each March I may gleam into leaf,
nor am I the beauty of a garden bed
attracting my share of Ahs and spectacularly painted,
unknowing I must soon unpetal.
Compared with me, a tree is immortal
and a flower-head not tall, but more startling,
and I want the one’s longevity and the other’s daring.

Tonight, in the infinitesimal light of the stars,
the trees and flowers have been strewing their cool odors.
i walk among them, but none of them are noticing.
sometimes I think that when I am sleeping
i must most perfectly resemble them–
thoughts gone dim.
it is more natural to me, lying down.
then the sky and I are in open conversation,
and I shall be useful when I lie down finally:
the the trees may touch me for once,
and the flowers have time for me.

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G. Bolla – V. Meloni: “Corrispondenze da un mondo increato” La Vita Felice, 2018. Prefazione di F. Franzin. Otto poesie e un commento breve.

11 venerdì Set 2020

Posted by adrianagloriamarigo in MISCELÁNEAS

≈ 2 commenti

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Fabio Franzin, Giorgio Bolla, Valentina Meloni

Nella ferita del mondo offeso sopravvivono brincelli vivificanti gli strati dolenti: sono nuclei di bellezza, figure eterne che riconsegnano all’anima il dispiegarsi in volo; l’innalzarsi sopra la gravità della materia, il groviglio delle cadute rovinose, la cecità sul prodigio che affiora nella prossimità dell’incontro: come in Gustavo Adolfo Bécquer fiorisce «sobre el volcán la flor», nel «dialogo in poesia» fra Giorgio Bolla e Valentina Meloni germogliano “neve, fiore” come alchimia di elevazione dalla densità materica della vita accanto a “nome, tempo, notte, sogno, ritorno,…”, alcuni dei topoi della silloge in cui « … il granello prepotente, sfuggito al corvo, / confinato in impronte pressate senz’aria, / s’innalza più forte, uccide il buio cieco, /si contorce di sbieco a cercare un varco…»

 

Adriana Gloria Marigo

GB

 

03/10/2017 ore 21.25

 

Che strana terra

è la tua

anche quando la neve

riempie i confini

dei prati

ogni volta perde tutto

la Signora nostra

ma sempre il fiore

sulla pietra

vince il tempo

e le ore

della notte.

 

VM

 

3/10/2017 ore 22.18

 

Che strana terra

la nostra

quando – arresi –

ci disorientano

i crocicchi di voci

e finiamo col mettere radici

nel vento

ci si aggrovigliano le parole

ma non temiamo

il silenzio del fiore che arriva

più bianco a toccare l’aurora.

 

VM

 

08/10/2017

 

Due poltrone abbandonate

su cui sprofonda la luce

così sfrontati noi

dimentichi di quelle ali radianti

a cui ci tenevamo sospesi…

in un mondo che cade a pezzi

ci lasciamo vincere dall’occhio cieco:

tappezziamo il cuore di foglie

cadiamo in un pozzo di niente

per andare a morire soli – e distanti –

 

in controluce il gioco dei vuoti.

 

GB

 

21/10/2017 ore 7.00 mattino, freddo ancora dentro la notte

 

Il suono è vicino quando si rincorre da un gioco all’al-

tro per distese di luce buia sollevato il senso è l’aper-

tura ora che conta l’inizio della speranza del giorno

ma non c’è una nota di blu dopo la notte scivolata nel

silenzio del mondo, qua perché doveva essere. Poca

nebbia quasi timore di svegliare un freddo amico.

 

                                                                                             GB

 

21/10/2017 ore 07.45 mattino avanti

 

Sempre si vince almeno così si può credere. Vince il

bianco forse non torna più il nero, neanche ciò che è

grigio accampa il proprio vessillo sulla bagnata celata

del mattino quando i primi voli sono a vista. Finti i

suoni di mitiche campane guerreggiate avvicinano in

modo pigro le note della ricerca, anche lei destinata

a tentativi di libertà.

 

                                                                                             GB

 

Scivola il passo

blocca il fiato

la luna invisibile

anche prima del giorno

forse dove vivono lontane

le montagne

e l’aria di neve

arriva.

                                                                                             VM

 

18/11/2017 ore 19.30

 

 

Di te che mi parli

da un luogo lontano

questa lingua nuova

che assapora l’aspro,

l’incompiutezza

di un verso che sfiora

perché una parola

sia coppa di nuove

libagioni e ci contenga

in trasparenza

mescolati i fiati prelibati

per darci in pasto al mondo

come un’offerta.

  

                                                                                            VM

 

05/ 12/ 2017 ore 10.15

 

 

Nessuno si avvicini

alle parole belle

che dall’alto piovono cielo

lucore di bianchi nascosti

nel fondo     sogno di neve

che scioglie che viene

nessuno tocchi quei fiocchi

leggeri che non arrivano

a sfiorare la terra

si disfano in aria nel sogno

di ieri nel sogno di oggi

la tua mano li afferra.

 

BIOBIBLIOGRAFIE

GIORGIO BOLLA (Adria, 1957), poeta veneto, medico chirurgo pediatra per professione, ha pubblicato dieci raccolte poetiche: Solo Immagini (2008); Il Motore del Tempo (2009); Mnesis (2010); Assoli di Oboi (2010); Ruote Alate (con testo spagnolo a fronte, 2011); Skhandha (2012); Epistolario (e–book con testo spagnolo a fronte, 2012); Il Libro delle Ore (e–book, 2012); Storie di acqua, di Angeli e di vento (2013); La Quintessenza del Gioco (2015); con Mario Benatti ha pubblicato In Vicinanza delle Nuvole (epistolario poetico, 2014). Le sue ultime pubblicazioni di poesia sono: Preghiere oltre sé stesso (2016); con Valentina Meloni, Corrispondenze da un mondo increato – epistolario poetico (2018). Recentemente, edito negli Stati Uniti da Gradiva Publications: Among Water, Angels and Wind. Ha conseguito Premi di Poesia nazionali e internazionali.

*

VALENTINA MELONI (Roma 1976), dal 2007 conduce una vita ritirata tra la campagna umbra e le zone dei Chiari. Scrive poesie, racconti, aforismi, fiabe. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Le regole del controdolore (2016); Nanita (uscita in allegato alla rivista statunitense Otata, 2017), con fotografie di Annalisa Marino Eva (2018); l’autoantologia di eco–poesia Alambic (2018); con Giorgio Bolla Corrispondenze da un mondo increato – epistolario poetico (2018); Enso: Haiku Yoti (2019); Millimetrica- petit onze (2020); inoltre per la letteratura d’infanzia le tre fiabe illustrate: Storia di Goccia, Nanuk e l’albero dei desideri, Nanuk e il ragno Alvaro; i racconti: Ippocampo – prose poetiche e reminiscenze (2020); infine le plaquette: Nei giardini di Suzhou (2015) e il poemetto haiku Il Fiore della Luna, Leggenda di Rosaspina (2018) illustrati da Santo Previtera; Suite della solitudine (2019), illustrata da Rosario Morra. Di prossima pubblicazione la raccolta di haiku Usei – il suono della pioggia.

Suoi testi tradotti in inglese, spagnolo, francese, cinese, giapponese, turco, arabo, bulgaro sono apparsi in blog, riviste e quotidiani internazionali. È inserita nel volume Un’oscura capacità di volo – poete e poetiche nell’Umbria d’oggi, curato da Nicoletta Nuzzo, Silvana Sonno, Federica Ziarelli, prefazione di Cetta Petrollo Pagliarani. Come traduttrice dall’inglese sta lavorando a Il fiore della Passione di Munir Mezyed, poeta palestinese, rifugiato in Romania, e a Dendrarium, di Alexander Shurbanov , anglicista all’Università di Sofia e traduttore ufficiale di Milton, Shakespeare e Tagore.

Ambasciatrice della voce nel progetto Poetry Sound Library (Londra), mappa virtuale che raccoglie la voce dei poeti in tutto il mondo. Ha ideato e cura da oltre dieci anni l’antologia tematica permanente on line di eco-poesia profonda Poesie sull’Albero. Nel 2017 ha ideato e tuttora dirige la rivista aperiodica internazionale di haiku e poesia breve giapponese Komorebi ni nureru Italian Journal.

 

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Ciao, Gabriele, “Creatura breve”!

07 lunedì Set 2020

Posted by Deborah Mega in SINE LIMINE

≈ 1 Commento

Tag

Gabriele Galloni

“Noi fummo l’immagine dell’uomo

Non la creatura breve ma la traccia.”

  Gabriele Galloni

 

 

Ieri, con incredulità e poi con grande dispiacere, ho appreso la tragica notizia della scomparsa di un grande poeta, uno dei più talentuosi e promettenti della sua generazione. Scrittore prolifico, originale, vivace, ironico, a volte estremo e provocatore nei suoi esperimenti sociali, Gabriele Galloni ci ha lasciato prematuramente, all’età di venticinque anni. In diverse occasioni è stato nostro ospite e di lui abbiamo immediatamente colto e apprezzato il talento indiscutibile, le geniali intuizioni, la maturità stilistica, le soluzioni ardite, l’attenzione costante alla misura dei versi. Aveva urgenza di vivere, era curioso, appassionato, consapevole della sua bravura ma allo stesso tempo desideroso di apprendere e sperimentare.

Oggi la Poesia è in lutto e tutti noi con lei.

La Redazione del blog LIMINA MUNDI si stringe commossa al dolore che ha colpito la famiglia e gli amici di Gabriele per la grave e incolmabile perdita.

I suoi versi, in molte occasioni quasi profetici, parleranno per lui. Vogliamo ricordarlo con una recensione che scrissi per “In che luce cadranno” e con un’intervista dedicata a “L’estate del mondo”, intervista a cui Gabriele rispose in un battibaleno e che lui, compulsivo e irrefrenabile com’era, avrebbe voluto pubblicassi il giorno stesso.

Ciao Gabriele, ci mancherai!

 

Nota critica su “In che luce cadranno”

L’Intervista a Gabriele Galloni: L’estate del mondo

 

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Emilio Capaccio traduce Carlos Drummond de Andrade

05 sabato Set 2020

Posted by emiliocapaccio in Idiomatiche, LETTERATURA

≈ 2 commenti

Ho appena due mani
e il sentimento del mondo.

C. D. de A.

Carlos Drummond de Andrade , traduzioni di Emilio Capaccio

VERITÀ

La porta della verità era aperta
ma lasciava passare solo
mezza persona alla volta.

Così non era possibile attingere a tutta la verità
perché la mezza persona che entrava
portava solo il profilo di mezza verità.

La seconda metà
ritornava ugualmente con mezzo profilo
e i due mezzi profili non coincidevano.

Fecero saltare la porta. Abbatterono la porta.
Arrivarono a un luogo luminoso
dove la verità splendeva i suoi fuochi.
Era divisa in due metà,
differenti l’una dall’altra.

Si finì a discutere su quale metà fosse più bella.
Entrambe erano pienamente belle.
Ma bisognava scegliere. Ognuno scelse in base
al suo capriccio, alla sua illusione, alla sua miopia.

VERDADE

A porta da verdade estava aberta,
mas só deixava passar
meia pessoa de cada vez.

Assim não era possível atingir toda a verdade,
porque a meia pessoa que entrava
só trazia o perfil de meia verdade.

E sua segunda metade
voltava igualmente com meio perfil.
E os dois meios perfis não coincidiam.

Arrebentaram a porta. Derrubaram a porta.
Chegaram a um lugar luminoso
onde a verdade esplendia seus fogos.
Era dividida em duas metades,
diferentes uma da outra.

Chegou-se a discutir qual a metade mais bela.
As duas eram totalmente belas.
Mas carecia optar. Cada um optou conforme
seu capricho, sua ilusão, sua miopia.

SONETTO DELLA PERDUTA SPERANZA

Ho perso il tram e la speranza.
Volto pallido verso casa.
La strada è inutile e nessun’auto
passerebbe sul mio corpo.

Risalgo il pendio lento
dove i sentieri si fondono.
Tutti loro portano al principio
del dramma e del fiore.

Non so se sto soffrendo
o se è qualcuno che si diverte
perché no? nella notte scarsa

con un insolito flautino.
Nel frattempo è molto tempo
che gridiamo: sì! all’eterno.

SONETO DA PERDIDA ESPERANÇA

Perdi o bonde e a esperança.
Volto pálido para casa.
A rua é inútil e nenhum auto
passaria sobre meu corpo.

Vou subir a ladeira lenta
em que os caminhos se fundem.
Todos eles conduzem ao
princípio do drama e da flora.

Não sei se estou sofrendo
ou se é alguém que se diverte
por que não? na noite escassa

com um insolúvel flautim.
Entretanto há muito tempo
nós gritamos: sim! ao eterno.

AMARE

Che altro può fare una creatura se non,
tra le creature, amare?
amare e dimenticare,
amare e mal amare,
amare, disamare, amare?
sempre, fino all’occhio vitreo, amare?

Che altro può fare, mi chiedo, l’essere amoroso,
solo, in rotazione universale, se non
ruotare lo stesso, e amare?
amare ciò che il mare porta alla spiaggia,
e ciò che seppellisce, e ciò che, nella brezza marina,
è sale, o bisogno d’amore, o semplice ansia?

Amare solennemente le palme del deserto,
ciò che è offerta o adorazione spettante,
e amare l’aspro, l’inospitale,
un vaso senza fiori, una superficie di ferro,
e il petto inerte, e la strada vista nel sogno, e un uccello rapace.

Questo è il nostro destino: amore senza riguardo,
distribuito tra cose perfide o nulle,
donazione illimitata a una completa ingratitudine,
e nella vuota conca dell’amore la ricerca timorosa,
paziente, di più e più amore.

Amare la nostra stessa mancanza d’amore, e nella nostra arsura
amare l’acqua implicita, e il bacio tacito, e la sete infinita.

AMAR

Que pode uma criatura senão,
entre criaturas, amar?
amar e esquecer, amar e malamar,
amar, desamar, amar?
sempre, e até de olhos vidrados, amar?

Que pode, pergunto, o ser amoroso,
sozinho, em rotação universal,
senão rodar também, e amar?
amar o que o mar traz à praia,
o que ele sepulta, e o que, na brisa marinha,
é sal, ou precisão de amor, ou simples ânsia?

Amar solenemente as palmas do deserto,
o que é entrega ou adoração expectante,
e amar o inóspito, o cru,
um vaso sem flor, um chão de ferro,
e o peito inerte, e a rua vista em sonho, e
uma ave de rapina.

Este o nosso destino: amor sem conta,
distribuido pelas coisas pérfidas ou nulas,
doação ilimitada a uma completa ingratidão,
e na concha vazia do amor a procura medrosa,
paciente, de mais e mais amor.

Amar a nossa falta mesma de amor,
e na secura nossa amar a água implícita,
e o beijo tácito, e a sede infinita.
ASSENZA

Per molto tempo pensai che l’assenza fosse mancanza.
E mi lamentavo, ignorante, della mancanza.
Oggi non mi lamento.
Non c’è mancanza nell’assenza.
L’assenza è uno stare in me.
E la sento, chiara, così raccolta, accoccolata tra le mie braccia,
che rido e danzo e invento esclamazioni allegre,
perché l’assenza, questa assenza assimilata,
più nessuno me la porterà via.

AUSÊNCIA

Por muito tempo achei que a ausência é falta.
E lastimava, ignorante, a falta.
Hoje não a lastimo.
Não há falta na ausência.
A ausência é um estar em mim.
E sinto-a, branca, tão pegada, aconchegada nos meus braços,
que rio e danço e invento exclamações alegres,
porque a ausência, essa ausência assimilada,
ninguém a rouba mais de mim.

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“Settembre, andiamo. È tempo di migrare”.

01 martedì Set 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie

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Alcyone, Gabriele D'Annunzio

Con il testo odierno riprende l’ordinaria programmazione di LIMINA MUNDI.

Settembre è mese sacro ai poeti, preannuncia l’arrivo della stagione autunnale, il ritorno a scuola e la ripresa delle varie occupazioni quotidiane. L’arrivo di settembre riporta alla memoria di Gabriele D’Annunzio le immagini della sua terra d’Abruzzo dove tra i ricordi d’infanzia è custodito anche il fenomeno della transumanza, la migrazione stagionale dei pastori che conducono le greggi dai pascoli montani verso la pianura. Si tratta di un ricordo nostalgico e malinconico perché il poeta non appartiene più al mondo mitico delle origini in cui il tempo sembra essersi fermato ed è scandito dai ritmi stagionali imposti dalla natura. L’utilizzo della paratassi  facilita la comprensione e conferisce un’apparente semplicità al testo mentre espressioni come verga di avellano, stazzi, tratturo, su le vestigia degli antichi padri, evocano un mondo arcaico e un’atmosfera quasi sacrale. Accanto a termini di uso corrente ci sono espressioni ricercate (alpestri, esuli, erbal fiume silente, dalla sabbia non divaria), immagini che suscitano sensazioni visive (il sole imbionda) e uditive (isciacquio, calpestio), citazioni letterarie dantesche: L’alba vinceva l’ora mattutina/che fuggia innanzi, sì che di lontano/conobbi il tremolar de la marina. (I Canto del Purgatorio, vv. 115-117). Il poeta rivede i suoi pastori mentre lasciano gli alpeggi, i recinti all’aperto che hanno ospitato le pecore durante la stagione estiva, li immagina mentre si dissetano alle sorgenti dei monti perché il sapore dell’acqua resti nei loro cuori portando conforto, poi, dopo aver costruito un nuovo bastone di legno di nocciolo, s’incamminano lungo i sentieri erbosi che portano fino al mare Adriatico. D’Annunzio si unisce idealmente ai pastori nel lungo viaggio, idealizzato e descritto in modo solenne, perché quegli stessi sentieri, per secoli sono stati percorsi dai loro antenati.

 

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natia
rimanga né cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh’esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l’aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquio, calpestio, dolci romori.

Ah perché non son io cò miei pastori?

 

GABRIELE D’ANNUNZIO, I Pastori, da Alcyone (Milano, Treves 1903).

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