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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi Mensili: Maggio 2022

Una vita in scrittura: Alessandro Assiri

04 mercoledì Mag 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

≈ 2 commenti

Tag

Alessandro Assiri, Una vita in scrittura

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto Alessandro Assiri che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Alessandro.

La poesia mi annoia, non la amo abbastanza per partecipare ai dibattiti sulle unghie incarnite di Pasternak o sulle turbe amorose di Rilke. Mi ha rotto a sufficienza la bellezza che dovrebbe salvare il mondo, perché io per la bellezza non sono capace e perché se c’è del bello dobbiamo imparare a riconoscerlo, e non serve andare a capo.

La mia poesia è una scusa per l’apprezzamento che mi manca, è l’esorcismo di un dolore, un nascondere le perdite. La mia poesia è un trucco, un diario modesto che avrei potuto scrivere in corsivo.

E basterebbe questo a dire che non si scrive per l’urgenza, quella appartiene alla colite, se si scrive lo si fa per la forza della necessità, lo si fa perché in questa “ egocalittica”, in questa ricerca spasmodica si prova a rispondere a quella domanda in nero: cosa significa essere io?

cosa significa essere io? e me lo chiedo dalla settimana scorsa da quando ho deciso di far cambio da quando ho smesso di insultarti

posso lavorare e non andare dai miei figli, farmi schifo a rate o è meglio tutto insieme, adesso la letteratura mi gestisce le spese, recensirti mi fa cambiar camicia, ma la letteratura è dipendere da chi ci racconta, dai suoi inestetismi, dall’indegnità dello spumantino dai preparativi per l’albero

cosa significa essere io se non imporsi delle rivelazioni. Caro babbo natale vorrei non saper leggere per ripagare quel che ho fatto, per restituire il maltolto, interrompere quest’orgia di parole non mie, togliere l’audio, poi ti vado sopra con la voce per mascherare di arroganza le prossime puntate, per stipare di citazioni tutto quel bianco che impaura, avrei dovuto ascoltare mio padre le tasche piene, ma nessuna buona idea

cosa significa essere io? quanto posso resistere in queste lettere agli amici in questi rosari snocciolati, in questo non essere all’altezza, in questo continuo disertare poesie del giorno prima da non essere orgogliosi, di sinistra malamente col culo al caldo e il frigo pieno, lo slancio di un passato da evacuare con le medaglie di bronzo e i fiori finti
cosa significa essere io senza sapere disegnare aver sempre fatto finta di saper ballare come nel piombo delle ali e non degli anni dove stavo appesantito perché non sapevo diventare, e tutti gli opuscoli delle differenze che sostenevano guerre che non ho mai combattuto ma dove spesso vi son morto

cosa significa essere io? nelle notti con la radio e baci ancora da riprovare a digerire cosa significa essere io se non godere di qualche travestimento per parlar di amore e morte parole come forme che ritornano presenza, la mimesi del nudo: eccomi ritorno come ti piace

più svestito e vuoto mentre a te basterebbe muto

cosa significa essere io? se sapessi scolpirmi mi metterei al riparo col marmo, la somiglianza è solo l’illusione di fissarsi in un doppio e se vuoi dei figli allora non fermarti ripetiti fino a consumarti, ripetiti dalle bermude alla grisaglia, ripetiti bugiardo a ogni privilegio, sali in fretta e butta le valigie

cosa significa essere io? solo una parte di uno sbaglio o di una cosa che mi serve, così assente da chiamarmi Marco che era operaio e adesso sta di fronte ha tre schegge nella mano e le piante da annaffiare facciamo insieme la discesa poi vecchi per sempre, la difficoltà di regalarti Sereni per quell’ora dove il traffico stringeva, per quell’ansia di arrivare puntuali

cosa significa essere io? se non chiedere più tempo per trovarmi in qualche edizione più recente di cui prendermi cura

Ecco cos’è la poesia per me, una prosa di “oscura chiarezza“ abitata dai miei fantasmi, dalle mie figure in grado di riattivare la luce dei sentimenti, e da sempre ti posso dire che le parole a volte mi hanno fatto incontrare folle, ma più spesso solitudini.

Un abbraccio Ale

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“Il Generale inverno” di Gabriella Grasso, Convivio Editore 2021

03 martedì Mag 2022

Posted by maria allo in LETTERATURA, Recensioni

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Gabriella Grasso, Il Generale inverno, Maria Allo, Recensioni

La nuova raccolta di poesie di Gabriella Grasso, Il Generale inverno, da poco uscita per Il Convivio, ha il passo poetico di un percorso diaristico, lontano da ogni astrazione simbolica e tentazione intellettualistica, nella verità. Il nucleo fondamentale attorno al quale ruota l’opera, (il cui titolo rinvia esplicitamente, come spiega la Grasso in un’intervista, alla figura-personificazione del Generale Inverno, che disorientò e costrinse alla ritirata gli eserciti francese e poi tedesco), si fonda sul tentativo di stabilire radici abbastanza solide della propria identità in una stagione caratterizzata da una condizione di desolazione storica e spirituale che deve essere accettata nella sua cruda interezza perché possa produrre frutti, una condizione di povertà e annullamento, ma anche di attesa di un incontro e di una risposta. <<Ci costrinse, lui, a guardarlo in faccia/non mostrava sembianze di uomo/ ma affrontandolo/ come in uno specchio/ noi trovammo un’immagine nuova di noi/ stupefatta straniata/ interdetta/ benedetta dalla scoperta/ della nostra vulnerabilità>> (Il Generale inverno p.26). La scelta di seguire la scansione in sei sezioni tematiche è frutto della volontà dell’autrice di presentare l’opera come una sorta appunto di diario, registrato con l’ intensa urgenza di porsi in armonia con il tutto, per ritrovare quella sintonia che l’uomo sembra aver perduto in questa età particolarmente fragile. L’autrice ci offre il suo viaggio interiore immergendosi nel flusso dell’esistenza accogliendo tutto ciò che esso propone in modo aperto e pieno e non pretende di raggiungere verità assolute solo indica la tensione ad una chiarezza che la poesia non può raggiungere perché non dispone di strumenti in grado di compensare il dolore. Tuttavia le è concesso il privilegio del canto, incontro con l’altro, che diviene sollievo alla pena. <<Ai tuoi occhi, a te che mi parli/ vorrei chiedere/ hai toccato anche tu / quella faglia dischiusa/ nel cuore della terra/ diventata ferita/ a cielo aperto/ strappo / straripante di lava/ con i bordi di sciara/ taglienti? / E a che punto sei del cammino / hai compiuto dei passi/ oltre a quelli che conosco anche io/ ti sei spinto oltre?>> (Incontro p.13). È innegabile che l’intera raccolta sia segnata dalla frattura e dalla precarietà del vivere quotidiano causata non solo dalla pandemia ma anche dall’amaro rimpianto per gesti, parole, sguardi perduti per sempre come magma confuso di sentimenti e di certezze e ricerca delle ragioni ultime per le quali continuare a vivere e a sperare. <<Tra un istante arriverà/ una sorpresa consueta / per chi come noi/ ogni giorno scivola lungo/ l’asfalto impietoso/ di un tortuoso percorso/ di vita/ Ci assalirà/ un afflato di sogno nascosto / in giardini riemersi / il profumo sensuale e giocondo/ di zagara e incenso / folata di attimo intenso/ da lasciare sospeso/ tra la gola ed il petto/ pensandolo eterno >>(p.15). In questo mondo fragile e insidiato costantemente dal nulla la Grasso si sente incapace di trovare il proprio posto nel mondo e di dare un senso alla propria esistenza, che finisce per assumere i caratteri di un viaggio inesauribile alla ricerca di un’originaria perduta innocenza, celata in fondo all’anima << …qui nessuno mi chiede/ che cosa mi manca/ nello stream/ tutti danno riempiono sanno/ cosa offrire ad un cuore/ che naviga a vista/ conoscendo soltanto/ il vuoto codice ed il moto apparente/ del suo guscio di scafo>> (p.49), e che solo la memoria può recuperare e richiamare alla vita <<Ci entro quando voglio/ stai tranquilla, non temere/ per me/ Ci entro e mi soffermo quanto basta/ per ritornare al centro/ a ogni principio/ e non smarrire/ quella mia smania lirica e sottile/ di immaginare voli/ e trattenere con me quei respiri / quel calore>> (p.19). Gabriella Grasso dunque con le strategie del viaggio, del vagabondaggio fantastico e dello scavo nelle viscere della propria coscienza rintraccia e riscopre il desiderio di pace, l’unica possibile speranza tenuta desta dal soffio dell’esistenza, e a essa presta la propria fede con la capacità di guardare alla natura con ingenuità ed emozione, stupendosi per ogni particolare che esprime la potenza generatrice del processo di creazione poetica, in grado di portare alla luce un inaspettato frammento di senso. . <<È maggio, di nuovo/ incensiere di fumo/ e profumi/ luce bianca che cola / carezza / a suo modo consola / e la sera che arriva alle spalle/ senza pena/ a ricordare che la dolcezza / esiste ancora>> (p.58). Dario Talarico, nell’illuminante prefazione, individua nel percorso di Gabriella Grasso una poesia che non tradisce mai quella Sicilia lirica e piana, epica, «barocca sempre». Il Generale inverno è un libro da leggere, ricco di risonanze interiori. Ad ogni lettura tocca corde profonde dell’animo, cui si accompagna un sapiente lavoro di cesello che interessa tutti i livelli del testo, fonico-ritmico, lessicale e sintattico. E un buon libro di poesia, deve essere anche questo.

©Maria Allo

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Johanna Finocchiaro, “Clic”, L’Erudita, 2020.

02 lunedì Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Clic, Johanna Finocchiaro

 

Resta lei

 

Non dissi una parola.

Non disse una parola.

Non sapevo.

Non sapeva capire.

Il tempo a grandi passi;

È oggi, o poco fa.

Adesso cosa resta?

La strada, resta. Resta lei.

E noi, che non possiamo sapere.

Luoghi lontani e calmi. Vicini.

Proprio qui.

Stanze da esplorare senza luce.

Pareti di roccia rossa. Oscure.

Pulsano.

Le parole non sempre parlano

e i fatti non sempre gridano.

A volte sì.

Tentano.

 

Alla finestra

 

Appendo le dita alla finestra

L’aria fresca sfonda lo spazio

e arriva placida fin qui

Gli occhi alti, integri

alla notte

di piombo e d’argento

Do le spalle a una camera anonima, alle cose

 

La luna è velata

Nuvole nere ne corrono i confini

Non più sfera, non più luna

Mi sporgo audace e attratta

 

La tocco e lei si sposta

La bramo e lei si mostra

Protendo anche i pensieri, anche quelli

I più celesti

 

E mi lascio trovare

 

Ma si fa tardi e chiudo la finestra sul mondo

Il freddo ha scaldato il mio fiato

Gli occhi meno alti ma più distanti

Un’altra nuvola nera sulla luna.

 

La danza

  

Le stelle filanti danzano,

nuotano libere di vanità.

Sono pesci in una boccia,

un palco antico di verità.

Il vetro si è scheggiato

ma ne riflette ancora l’ego.

Impronte di marmellata;

calco quella terra, incantata.

E lì annego.

Senza sosta e senza veleno

sbattono i piedi le stelle filanti.

La testa si stacca:

voglio danzare con loro

il tempo di un attimo.

 

CLIC

 

Ho una madre. Un padre. Un fratello. Un nipote. Un tetto, un libro in testa, un libro in mano;

ho due mani.

Un gatto, grande e robusto, nero, un letto, tre sogni a dir poco.

Quattro o cinque a dir il vero.

Ho un Dio che mi ha creata a Sua immagine e di cui non ho sembianze.

Ho un tamburo che danza rituale e sbraita meschino di notte.

Ho un mondo. Il più delle volte, le volte buone.

E ricordo a me stessa quel mondo. Dovrei amarlo. Dovrei sentirlo. Dovrei staccarmi da terra,

messaggera alata

e trovarlo.

Il panorama autentico, scevro d’egoismo. Mio. Mitologico.

Volare sopra di me, senza di me, concentrare la vista sul fuoco.

La scintilla: palesemente necessaria.

Ma proprio non può, no, prendersene merito. Della luce.

Che da quella partenza cresce e muta e si

ribella. E va, evaporando.

Io, io non lo posso fare. Non più. Comincio a capire.

E a fuggire dalla luce, lei, mia, che rendo buia perché buia

sono. Ancora senz’ali.

Non sento niente e non so perché.

Umana compassione cercasi.

E le tragedie, anch’esse, non turbano. Non urtano. Le viscere non mi pungono.

Ma neppure son pazza, oggi, non son io quella pazza.

 

Un clic. Qualcosa in me ha fatto clic e non ritorna. Indietro.

Sciolgo i capelli, fili spezzati di un nastro nero alla luce di luna.

Dicembre comincia e prosegue la nenia.

Anemica di cuore, anemica d’amore.

La rima non è originale. La rima non era prevista.

Frugo e scavo e graffio ma non trovo. Quel geniale modo,

il migliore, di confessare. Confessare.

Confessare che non sento niente e so perché.

Clic

 

Tregua

 

Il vento sa di mare, oggi. Sento la salsedine del mare nel vento.

Sto bene, sì.

Mio padre parla e poi pensa.

Faccio così anch’io.

Dice: magari è qualcuno che sala la carne. Nessuna salsedine, bambina.

 

Sorrido amara della sua dolce semplicità.

Me ne rendo conto negli anni, che ci vive.

E forse lo invidio, forse lo sfido.

 

Mi lavo la faccia.

Usciamo?, pensa e poi chiede.

Prendono il ritmo del volere, i movimenti;

è sabato e sono le 10 circa.

S’intrecciano poi le nostre mani,

quelle di mia madre vivace,

quelle della bambina che cerca il rossetto, che possa colpirla.

Quelle dell’uomo che guarda.

 

Tra poco usciremo.

 

Il vento sa di mare oggi. E di pepe.

Va bene, penso e non dico: somiglia a una tregua.

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1° maggio 2022 – Pace e lavoro

01 domenica Mag 2022

Posted by Loredana Semantica in SINE LIMINE

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