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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi Mensili: Maggio 2022

Umberto Piersanti, I luoghi persi e altre poesie inedite, Crocetti Editore 2022 – Nota di Maria Allo

31 martedì Mag 2022

Posted by maria allo in LETTERATURA, Recensioni

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Crocetti Editore, I luoghi persi e altre poesie inedite, Maria Allo, Recensioni, Umberto Piersanti

«la nostra storia è l’ultima vicenda / prima che torni l’autunno, venga l’inverno / era quel giorno l’ultimo che resta / di un’età favolosa quando vagavo / sempre tra i colli con nuove compagne / trasale il sangue nomade che teme / la tiepida dimora che l’attende / che resterà negli anni fissa e immota / e non la muta il tempo e le vicende».
(Dentro le alte nebbie, pp. 21-22)

Umberto Piersanti

Nel libro I Luoghi persi, riedito quest’anno da Crocetti editore, si leva alta la voce autorevole dello scrittore e poeta urbinate Umberto Piersanti, che disegna una linea di ricerca esistenziale ed etica con densità e concentrazione del linguaggio lirico, fondate sulla volontà di restituire all’espressione poetica la sua forza originaria. I luoghi persi diventano dunque l’ambito in cui il poeta vive la sua vita interiore, un tratto di realtà tangibile con immagini e suoni delle sue Cesane, una zona dove può dispiegarsi tutto quello che non trova posto nell’aridità della vita quotidiana, uno spazio per un’esistenza superiore. “Oggi m’inquieta il tempo che m’attende/ le sue opere e i giorni che non vissi/ che non conosco e trovo per la strada/ di questa età di mezzo già sgomenta/ che senza consultarmi mutò il corso/ questa vicenda lunga come la vita/ forse cambia chi viene e non conosco/ io nell’attesa sono come sempre/ in giro sui miei colli nella cerchia/ e poi vado lontano e qui ritorno (p.26). Per Piersanti,” il più importante poeta di natura in circolazione” come scrive con molta cognizione Alessandro Moscè”, pellegrino nell’immensità dell’immaginazione, la parola costituisce l’unica certezza, grazie alla quale è possibile procedere nel percorso di conciliazione con l’universo e dà la misura inequivocabile della perizia dell’avventura poetica che ora si fa emblema di una sofferta realtà interiore, ora parola onesta che nomina le cose e i sentimenti senza timore e vibra di passione, in particolare di quella del poeta per la sua terra, dove ci sono i colli, gli olivi, dove il cielo è azzurro. Così la poesia canta non tanto perché è la forma originaria in cui si esprime il poeta quanto perché nell’armonia della parola lirica consiste il polo medianico dove si concentra e afferma un potere che s’identifica con il ritmo della natura universale. Scrive nella sua accurata e illuminante introduzione Roberto Galaverni: “È attraverso un processo di disincantamento, di messa in prospettiva dell’età favolosa che i luoghi perduti di questo poeta acquistano la loro piena umanità e così il vero incanto”. E infatti nell’accostarci a I luoghi persi non può sfuggire l’intreccio complesso di forme e motivi dissimulato dietro l’accessibilità e la semplicità: il vero significato della poesia di Luoghi persi è altro. Il rapporto privilegiato del poeta con Le Cesane riassume in sé la combinazione di stimoli familiari, punti fissi di riferimento che non sono ovviamente solo geografici ma soprattutto esistenziali e culturali. Non si tratta solo di un tòpos letterario, ma finisce con il rappresentare lo scenario, lo schermo su cui il poeta proietta le proprie angosce, le inquietudini, i fantasmi, i ricordi. Così dalle profondità della memoria riemergono nel poeta sensazioni legate alla sua infanzia con la consapevolezza dell’ impossibilità di ritornare alla condizione originaria e a nonna Fenisa, colta nella sua fierezza, “potente e archetipica figura campeggiante sull’opera come sulla adiacente prova narrativa del nostro, L’uomo delle Cesane (1994) come chiarisce Manuel Cohen : “ tirava il vento gelido che spesso/ attraversasti nonna a primavera/ lunga fu l’orazione con le soste/ come quand’eri in vita che scandiva/ la tua giornata estrema ai Cappuccini/ restano ancora querce alle Cesane/ e crescono le rape di questi giorni/ solo la casa nostra in fondo al fosso/ ho visto ancora più rotta e desolata/ sopra la macchia cresce come sempre/ lì nell’infanzia spesso mi guidavi/ mi resta una tua foto dove sei/ con Jacopo che a un anno era stupito/ per i volti diversi e così i luoghi/ cresce in un altro spazio dove il mare/ si gonfia velenoso di schiuma e olio…”( p.33). Il ritorno alle origini come recupero del tempo passato sotto forma di elemento visivo assume il valore di epifania, in cui si alterna e si fonde la multiforme e sfaccettata poliedricità dell’esperienza umana e l’allargamento di questa tematica a una dimensione universale. Le Cesane preservano il tempo contro l’oblio, attraversano la vita guardando alla terra del poeta e “in terra straniera” come memoria, luogo del genere umano che ristora dal bruciore della esperienza terrena, da incontrare seppure nella grande solitudine, dove luce e cielo sono di conforto e hanno il fulgore della materia in cui sono iscritte: “io non avevo mai capito/ da dove l’anima viene tra gli spini/ ma l’anima è piccola, fatta d’aria, /passa tra gli spini e non si graffia” (p.59).

© Maria Allo

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Massimiliano Damaggio, “Edifici pericolanti”, Dot.com Press, 2017. Nota di lettura di Deborah Mega.

30 lunedì Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Edifici pericolanti, Massimiliano Damaggio

 

Massimiliano Damaggio

Edifici pericolanti

Dot.com Press 

Postfazione di Fabio Franzin

Nota di lettura di Nino Iacovella

 

La poesia è “una mosca tossica / che depone nel corpo le uova della solitudine” scrive Massimiliano Damaggio in Edifici pericolanti, silloge curata da Giusi Drago per Dot.com Press, ai tempi del compianto Fabrizio Bianchi. Nonostante l’uomo sia un animale sociale è isolato nel mondo, cristallizzato in una condizione di sostanziale incomunicabilità con i suoi simili. L’opera, pubblicata nel 2017, si presenta attuale, originale e compiuta, dalla scelta del formato digitale scaricabile, che mette in evidenza la generosità dell’autore purchè si legga poesia, all’architettura ripartita in sei sezioni di poesia, i cui titoli non compaiono su ogni testo per non interrompere il flusso narrativo ma sono ripresi dalle sei prosette di commento contenute nella seconda parte. A conclusione di ogni sezione appare, come in un refrain, uno slogan pubblicitario dall’effetto straniante e dissonante, con piccole variazioni sul tema. La plastique c’est chic! […] Ti senti spensierata? Immergiti… e poi Lasciati ammaliare! E ancora Sarà easypink o chicblack l’estate?

Le sei parti poetiche recano titoli significativi: Sell-in, sell-out che tratta il tema del lavoro alienante, spersonalizzante, coercitivo, che allontana dalle giuste priorità; Sette tentativi di salvezza che raccontano altrettanti tentativi di resistenza e di dare ordine al caos del reale; Ultime dall’iperghetto su chi assiste impotente allo sfacelo; Sarà la bellezza la nostra vendetta in cui si torna a parlare di resistenza; Cinque simulazioni, in cui si descrivono cinque simulazioni di realtà, infine … E una risposta, in cui si è proiettati in una rassicurante condizione di non tempo. La poesia è potente, caustica, asfittica per chi si pone empaticamente in ascolto. L’uomo vive, lavora, produce, e in questo processo capitalistico di produzione e trasformazione che investe oggetti, persone, sentimenti, emerge il dolore, la pena da cui non è possibile fuggire. Si procede su un terreno insidiosamente minato, costantemente tesi alla ricerca dell’equilibrio mentre si tenta di sopravvivere. La terra è inquinata, defunta, l’Italia, la Grecia, dove vive il nostro autore, non fa alcuna differenza precisare il luogo, perché a causa dell’alienazione a cui ci sottopongono la logica del mercato e le esigenze del processo produttivo, ovunque ci si trovi, siamo vittime di un processo irrefrenabile, squilibrato e inarrestabile di sovrapproduzione, destinati a perdere la nostra natura umana e ad estinguerci. Siamo uomini dismessi come oggetti in disuso, siamo uomini in affitto, mercificati e in attesa dell’accredito mensile. Questo è quello che resta di ideali, speranze, sogni, illusioni. La società contemporanea è sempre più frenetica nel suo consumare tutto in breve tempo, travolgente perché di forte impatto ambientale, invivibile, caotica, e riflette la crisi gravissima dell’uomo e della natura. Gli edifici pericolanti diventano metafora esistenziale della condizione umana, corrispondono alle foglie autunnali di Ungaretti con tutte le loro caratteristiche di precarietà e provvisorietà. L’equilibrio è una condizione interiore, raramente programmabile, scrive Damaggio. Peccato che molto spesso agiscano forze avverse, traumi, dispiaceri che violentano la condizione umana, ne logorano l’armonia e la bellezza e ne compromettono la stabilità. I più compromessi risultano le persone sensibili, senza pelle, troppo permeabili al dolore. Questa è, oltre ad equilibrio, l’altra parola-chiave più ricorrente. Esistono due modi per non soffrire: accettare l’inferno, fingere di non vederlo e accettarlo fino a non vederlo più oppure riconoscere e cogliere persone e sentimenti positivi a cui dare spazio nella propria vita e nel proprio cuore. Fortunatamente, per dirla con Quasimodo, di tanto in tanto appare uno spiraglio di luce, un raggio di sole che rende la condizione umana appena più sopportabile. Ma a volte ci amiamo, nelle pause / piantiamo nel solco un feto ancora, scrive Damaggio. La sua poesia ricava molti elementi d’ispirazione dalla realtà. La osserva, la indaga, la racconta. Per amore di verità il poeta supera il suo isolamento e si mette in contatto con il mondo: il dolore personale diventa compianto universale e la rappresentazione di eventi e stati d’animo si fa sempre più rassegnata, distaccata e obiettiva. L’apertura tematica in direzione civile si accompagna a un linguaggio epico-lirico, il tono diviene disteso, comunicativo, tendente all’oratoria in alcuni punti, ma sempre costantemente pervaso da una incantevole grazia. “Apro le mani, piene di dita inutili / che sanno solo scrivere parole.” Occorre saper osservare e saper raccontare al mondo, con generosità ed empatia. Forse è questa la via di fuga, la soluzione che Damaggio, forse inconsapevolmente,  suggerisce. E non è poco.

 

© Deborah Mega

*

Da Sell in, Sell out:

Le cose con le dita

 

Transitiamo nella zona industriale

su questa terra defunta riposano

nomi di cose in disuso

gonfi di piogge oblique fioriscono

gli uomini dismessi

 

Aspettiamo, alla fermata dell’autobus, la sera

 

Sono piccoli vegetali oscuri

dove immergere la mano

è questo rumore senza forma

sono le cose con le dita

impermeabili fiori all’incontrario

 

corpi scivolati nell’ingorgo

di acque inquinate defluiscono

in esistenze decimate

un nome dopo l’altro, dentro i tabulati, fino all’estinzione

 

In questo modo precipita la notte

Un alito assente scivola fra i denti

Aspettiamo l’accredito sul conto corrente

 

Poesia della forza vendita

 

Esiste il tempo degli uomini in affitto

ripiegati in due dentro il contratto nell’atto

di spalancare la bocca

per ingoiare la moneta: Complimenti

mi dice il manager, Lei è in progressione

tuttavia non sa gestire le risorse:

ci vuole la carota, e ci vuole il bastone

 

Esiste il tempo dei ruminanti

che sanno l’intimo piacere del bastone

il Suo scopo è essere una molla

caricare il significato dei corpi: Lei

deve scavalcare la catasta dei giorni

sopra cui sta un obbiettivo,

che ci segna

 

Il materiale

 

È molto il materiale, che risale

fino alla superficie: del tuo giorno

del passante, di quest’animale

sull’asfalto, aperto in due

all’eccessivo sentimento

per un solo corpo, questo

 

sopravvivere, gravido di cose

da fare, da acquistare

un articolo, questo conviene

il calcolo del margine, Guardi

non vedo margini di manovra

 

Eccessivo il materiale

che acquista, che figlia, che insiste

nell’avventura umana e dura:

la nessuna avventura

 

Risale il materiale

fino al sorso delle mani:

non potabile. Una mano

nella serra dei corpi

raccolti a fatturare

chiede due ore di permesso

per andare a riprodursi

 

Io non posso tradurre tutto

questo pianto, tutto

in parole, non posso

tracciare il grafico esatto

della produzione di massa del dolore

 

Da Otto tentativi di salvezza

Bambino

 

Mi guardi dalla fotografia

ma io non so scrivere nella tua lingua

di ciò che si chiamava bambino

ed era viaggio di vento, irruzione

nel nuovo giorno, al calendario

scandalo

 

Incontrarti oggi in uno specchio di carta

mi ha fatto tremare le mani

perché ti ostini ad accompagnarmi di nascosto

all’uscita di ogni galleria

 

quando insieme per la sorpresa ridiamo

di fronte a un’improvvisa voragine di luce

 

Sulla statale per Killini

 

Ma io alla fine è con l’aria che combatto

e levo in alto le braccia per tradurre

una carne in una frase, un risorgere impossibile

e così torno al volante, così incontro

il cane morto per la strada

 

Se la tua parola era di inciampare nella ruota

e il vuoto che hai lasciato è ignorato da ogni cosa

con che grammatica interrotta chiami, ora

quelli che passano, e non si fermano

perché di te hanno paura

tanto terribilmente presente sei in tutta la tua assenza

 

 

Da Sarà la bellezza la nostra vendetta

Starsailor

 

Siamo qui per la bellezza, ma

come rifugiati fra due porte

in attesa di un fuoco qualunque

che commuova il calendario

 

In questo venire e andare di corpi

non hai nemmeno il tempo di dargli un nome:

lanciano sul tavolo poche parole, si alzano

 

Siamo qui per la bellezza, ma

come pieni di linee scure

che potevano essere albero, nuvola: attendiamo

 

nell’apnea delle disattese

è tua la voce a filo d’acqua

che modula una fiamma

per chi, liquido, sta

 

 

Giulia 

 

Ogni cosa mi fa a pezzi

e non basta averti accanto, come hai capito

perché un morso di vita residuo

ritorni al concreto di un sapore

 

Questi i fogli di carta

con il numero del giorno

che ho buttato senza sosta nel cestino

 

Li cerchi, li raccogli, insisti

a vivere, del nostro calendario

la pagina strappata

per lasciarmi quella intatta

 

Testi tratti da Edifici pericolanti di Massimiliano Damaggio, Dotcom.Press, 2017.

 

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“Sogno d’amore” di Marco Galvagni (Quaderni di poesia – Eretica Edizioni, 2022). Una lettura di Rita Bompadre.

28 sabato Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Marco Galvagni, Rita Bompadre, Sogno d'amore

 

“Sogno d’amore” di Marco Galvagni (Quaderni di poesia – Eretica Edizioni, 2022 pp.76 € 15.00) è un inno alla vita, un canzoniere destinato all’infinito sostegno della vocazione sensoriale nella mente e nell’animo. Il poeta padroneggia la materia plasmabile dell’amore, descrive una eloquente combinazione d’immagini e di sensazioni, coinvolge l’incanto delle emozioni. Marco Galvagni è profeta del desiderio. Raggiunge il talento esplicativo nel ritmo ardente delle liriche, accompagna l’intonazione della pura adesione all’infatuazione e all’intensità dell’anima, nello stupore e nel calore della complicità. L’occasione viva, incondizionata, esclusiva della poesia, sostiene l’esistenza, coglie l’istante descrittivo nei contenuti estetici del cuore, del destino, estende lo scenario naturale dell’illuminazione, attraverso il potere allusivo del mare, il confine simbolico del cielo, la lusinga degli occhi. Il poeta evoca forme e colori universali, nell’immediatezza idilliaca di carezzevoli similitudini e accattivanti metafore, nella trasposizione emblematica del linguaggio. I testi ripercorrono sentimenti suadenti e ritraggono impressioni lusinghiere nei confronti di una idealizzazione romantica, nella fantasia onirica dei paesaggi interiori. La meraviglia ricorrente del poeta esalta il fascino inatteso e amabile della seduzione, il corpo della donna e la trasmissione persuasiva del corteggiamento. Il germoglio amoroso dei versi manifesta l’origine compiuta della passione, unisce la spiritualità e la carnalità, nella sensualità dell’attesa, nella ricerca costante dell’universo di senso, nel carattere pulsionale dell’inconscio. L’eros, in Marco Galvagni, è sempre una rifrazione sincera verso la bellezza, un indicatore elegante e discreto dell’orizzonte segreto della volontà amatoria.  “Sogno d’amore” coglie l’intensità vitale nell’ascolto estasiato del tempo, nella voce saggia del poeta che si affida al fascino originario del destino per decifrare la relazione ammaliante con il mondo. La silloge si compone anche di poesie scelte, riunite nella memoria affettiva, dalle tematiche intimiste, collegate allo strumento letterario di restituzione dei ricordi, nel silenzio della nostalgia. L’orientamento poetico di Marco Galvagni riconsegna alla parola penetrante e fremente l’energia assorta nel balsamo ipnotico dell’immaginazione, sublima l’entusiasmo e la delicatezza dell’ispirazione, evidenzia il beneficio della luce dell’inchiostro gettato su ogni pagina bianca della vita. Il poeta rivolge la sua infuocata e sapiente riflessione sulla natura umana nel vincolo reciproco della speranza, ammette la vulnerabilità della chimera ma continua ad assaporare il dolce spirito del rituale attraente nella necessità d’amare, nelle corde di un cammino memorabile verso la nobile esigenza del piacere. La verità rappresentativa del coinvolgimento, la risonanza intuitiva degli insegnamenti d’amore, traducono la direzione dell’approccio con le tonalità sentimentali dell’essere: “Perché l’amore, mentre la vita ci incalza, /è semplicemente un’onda alta sopra le onde.” (Pablo Neruda)

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Il poeta

 

Il poeta è una nuvola innamorata,

una goccia di stella scesa dal cielo,

la sua parola è l’onda che sale e si rovescia,

parola nel mare che sposta le navi col pensiero

macchia di luna bagnata dai raggi del suo sorriso

cielo impassibilmente terso

che custodisce i sogni dei gabbiani:

volano nella notte scendendo dalle stelle,

risalgono nell’aurora bruciando il sole.

 

Ho visto te

 

Ho visto un cielo di bolle

colorate di giallo grano,

di verde cespuglio,

di rosso papavero.

Ho visto uno spazio

libero per l’amore.

Ho visto te.

 

Sogno d’amore

 

Donna proibita

carnosa nelle lame di sole

scaverai, dopo un autunno lussureggiante,

con le sottili note di canto

della tua voce

un bagno di musica nel manto nevoso dei prati.

 

Sono ora ombre di tomba

i vecchi amori con corteccia di tartaruga,

un altro nido ha il mio paesaggio femminile

trepido di future delizie infuocate,

altre finestre hanno gli spifferi di vento –

agiterà con desiderio d’ardore le lenzuola.

 

Sarà nostro il paesaggio,

nostre saranno le calze che sovrasteranno i cirri,

non un palmo della mia mano ti sarà distante –

sarò la tua palma prestabilita,

dea che trae origini dai miei sogni,

dal mio sogno d’amore.

 

Sarai frutto deflorato,

regina che spossata si rigirerà

in un turbine di passione,

in un armonico saliscendi di ogni notte

figlio del mio desiderio d’amarti

facendoti gioire col mio vello.

 

Nell’aurora

 

Ti scorgo nuda e brillante –

un aculeo di paura

irrompe sotto il firmamento –

un fremito nel corpo

il tuo di corallo

orda la spuma dell’erba.

 

Giorni funesti per altre donne

bruciano infuocati,

gioventù s’è infranta,

ora son sorrisi velati

tramati di carezze –

avranno i gemiti del fiore brunito.

 

L’alba libera gli uccelli,

parole dal cuore di marmo,

rettili dagli occhi d’artigli –

costruisco la catena d’un ponte

invisibile come paglia trepida d’aria.

 

Sulla nostra pelle vestita d’amore

 

Potremo respirare

l’odore di stelle del mare

annusando il profumo di muschio della notte

sulla nostra pelle vestita d’amore.

 

Perdermi nella musica d’un arcobaleno

coricati accanto sul silenzio del bagnasciuga

intinto dei tuoi colori: carbone corvino

come le tracce, ornato – come i nembi del cielo –

da un velo d’ebano come il mare dei tuoi occhi.

 

Volo sognante nella fitta trama dei pensieri

in un’aurora di colori, accarezzato

dalla luce del sole, ascoltando i miei sospiri:

saranno sferzate di brezza

sulla nostra pelle vestita d’amore

mentre sarai nuda tra le mie braccia

e avrai un sorriso di stelle di madreperla, luccicante di

desideri.

 

Nella sabbia persino gli arenicoli danzeranno di gioia,

lascerà una scia di libertà l’impronta dei nostri passi.

 

 

 

 

 

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Michela Zanarella, “Recupero dell’essenziale”, Interno Libri, 2022.

27 venerdì Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Michela Zanarella, Recupero dell'essenziale

 

Dopo il fortunato “Le parole accanto” pubblicato con Interno Poesia nel 2017, a distanza di cinque anni esatti, Michela Zanarella si presenta ai lettori con una nuova e insolita raccolta edita con Interno Libri, progetto editoriale di Interno Editoria, casa editrice che ha fondato e gestisce il marchio Interno Poesia Editore. ‘Recupero dell’essenziale’ prende forma dal mistero delle coincidenze. Il libro è il frutto di un recupero di poesie andate perdute, ritrovate con l’aiuto di alcuni amici dell’autrice. La raccolta, con prefazione di Dante Maffia e postfazione di Anna Santoliquido, è dedicata all’amica Marcella Continanza, voce nota della poesia contemporanea, ideatrice del Festival della Poesia Europea di Francoforte sul Meno, scomparsa il 29 aprile 2020. Con una scrittura densa e viva, la poetessa ci accompagna nel suo cammino di ricerca e riflessione sui grandi temi dell’esistenza fino a condurci nella dimensione del sogno, della memoria, della bellezza, in piena comunione con l’universo. Attenta scrutatrice del mondo, Zanarella si lascia trasportare dagli elementi della natura che regolano la vita sulla terra, si pone in ascolto rivelando al lettore le infinite voci del cosmo.

 

Cosa resta di un’estate
 
 
 
Cosa resta di un’estate ormai finita
 
il corpo del mare visto di sfuggita
 
la memoria di un sole che non si è mai arreso
 
e l’asprezza delle cose inattese.
 
Ci ha preso alla sprovvista il dolore
 
è sceso a mutare la luce negli occhi
 
a disorientare gli equilibri del tempo.
 
Settembre ha le sembianze di un sudario
 
la cura è la pazienza ardente tra le viti
 
l’amore che resiste a pugni chiusi.
 
 
 
 
 
 
Chiedere riparo alla notte
 
 
 
Chiedere riparo alla notte
 
per tutto il dolore vissuto
 
respirare un buio che sa di luce assorta
 
ne scuotono il rumore le stelle
 
ed è come se accadesse un sussulto
 
al cielo di novembre
 
l’autunno prende fiato nei sogni compiuti
 
e la luna pare un segreto di sole
 
rimasto impigliato tra i rami
 
un destino immutabile
 
uguale al colore di albe già viste.
 
 
 
 
 
Da questo tempo
 
 
 
Da questo tempo dove la vita si attorciglia
 
come un’edera che sale sui muri
 
si farà notte come ogni notte
 
e sarà un andare incontro alla luna
 
a colpi di sogno – percorreremo la memoria
 
delle stelle fino a rivederne l’infanzia.
 
È ancora estate e diamo un nome diverso ad ogni cosa:
 
le nuvole si chiamano isole
 
il sole è un pensiero di luce espresso sottovoce,
 
quasi l’amore.
 
 
 
—
 
 
Michela Zanarella 

 

Michela Zanarella è nata a Cittadella (PD) nel 1980. Dal 2007 vive e lavora a Roma. Ha pubblicato diciassette libri. Negli Stati Uniti è uscita in edizione inglese la raccolta tradotta da Leanne Hoppe “Meditations in the Feminine”, edita da Bordighera Press (2018). Giornalista, autrice di libri di narrativa e testi per il teatro, è redattrice di Periodico italiano Magazine e Laici.it. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, arabo, spagnolo, rumeno, serbo, greco, portoghese, hindi, cinese e giapponese. E’ tra gli otto co-autori del romanzo di Federico Moccia “La ragazza di Roma Nord” edito da SEM.

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Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados. “La guercia” di Júlia Lopes de Almeida

26 giovedì Mag 2022

Posted by emiliocapaccio in Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Idiomatiche, LETTERATURA

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Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Emilio Capaccio, Júlia Lopes de Almeida, La Guercia, Racconti, TRADUZIONI

B R A S I L E

LA GUERCIA

(1903)

Júlia Lopes de Almeida (1862-1934)

Traduzione di Emilio Capaccio

È stata una delle ideatrici della “Accademia brasiliana delle lettere”. Avrebbe dovuto far parte dei 40 “immortali” che inizialmente la costituirono, ma fu scelto di mantenere l’Accademia completamente maschile, sull’esempio di quella francese, e al suo posto di dare la cattedra n. 3 al marito, il poeta Filinto de Almeida, che fu chiamato, per questo, “accademico consorte”. Solo nel 2017, è stato riconosciuto dall’Accademia il torto commesso ai danni della scrittrice e riconosciuta la stessa come cofondatrice dell’Accademia. È nota, oltre che per la sua considerevole opera letteraria, giornalistica e teatrale, di influenza prevalentemente naturalista, anche per essere stata una delle più tenaci abolizioniste della schiavitù e del commercio di persone africane nel suo paese, nonché sostenitrice della repubblica e dell’istruzione delle donne, del divorzio e dei diritti civili. Il racconto proposto è considerato un classico della letteratura brasiliana e inserito in molte antologie scolastiche.

Júlia Lopes de Almeida

La guercia era una donna alta, rinsecchita, macilenta, aveva il petto incavato, il busto ricurvo, le braccia lunghe e smilze, ma i gomiti e i polsi erano tozzi; le mani erano grandi, ossute, deformate da reumi e fatica; le unghie ispessite, opache e grigie, i capelli crespi, di un colore tra il bianco sporco e il biondo cinerino, che al tatto apparivano ruvidi e ispidi; la bocca cadente, in un’espressione di spregio, il collo lungo, raggrinzito, come quello degli avvoltoi; i denti, storti e marci.

Il suo aspetto infondeva terrore nei bambini e ribrezzo negli adulti; non tanto per la sua statura e per la straordinaria magrezza, quanto perché aveva un orribile difetto: le avevano cavato l’occhio sinistro; la palpebra scendeva avvizzita, lasciando, tuttavia, accanto al punto lacrimale, una fistola continuamente purulenta.

Era quella macchia giallastra nel fosco dell’occhiaia, quel distillare incessante di pus, che la rendeva ripugnante agli occhi degli altri.

Viveva in una vecchia casupola, il suo unico figlio, che faceva l’operaio in una sartoria, le pagava il fitto; lei si dava da fare lavando biancheria per gli ospedali e si arrabattava a fare qualunque faccenda domestica, compreso preparare da mangiare. Da bambino, il figlio trangugiava le misere pietanze fatte da lei, a volte anche nello stesso piatto sporco; poi crescendo, il disgusto per quel cibo si era manifestato pian piano sul suo viso; finché un giorno, con il pretesto di dover occuparsi di un ordine, aveva detto alla madre che, per comodità degli affari, di lì in avanti non avrebbe più mangiato a casa…

Lei finse di non capire la verità e si rassegnò.

Tutto il bene e tutto il male venivano da quel figlio.

Che importanza poteva avere che la gente la disprezzasse, se il suo amato figlio la ricompensava con un bacio per tutta l’amarezza dell’esistenza?

Un bacio del figlio era più bello di una giornata di sole, era la più dolce blandizia per il cuore triste di una madre. Ma anche i baci cominciarono a scarseggiare, con la crescita di Antonico. Da piccolo, la stringeva tra le braccia e la riempiva di baci; poi passò a baciarla solo sulla guancia destra, dove non c’era traccia della deformità della madre; ora si limitava a baciarle la mano.

Lei comprendeva tutto e taceva.

Il figlio non soffriva meno della madre.

Quando da bambino fece il suo ingresso nella scuola della parrocchia, i compagni di classe, che lo vedevano andare e venire con la madre, presto cominciarono a chiamarlo — il figlio della guercia.

Questo fatto lo indisponeva enormemente e ogni volta rispondeva:

— Io ho un nome!

Quelli ridevano e si prendevano gioco di lui; il bambino si lamentava con i maestri, i maestri rimproveravano gli alunni e qualche volta li punivano anche, ma il soprannome era rimasto, e presto non fu più soltanto a scuola a chiamarlo in quel modo.

Per strada, spesso, sentiva dire da questa o quella finestra: il figlio della guercia! Sta passando il figlio della guercia! Sta arrivando il figlio della guercia!

Erano le sorelle dei suoi compagni, più piccole e innocenti che, istruite dai loro fratelli, ferivano il cuore del povero Antonico ogni volta che lo adocchiavano.

Le fruttaiole, dove andavano a comprare le guava o le banane per la merenda, impararono rapidamente a chiamarlo allo stesso modo, e, molte volte, scostando gli altri bambini che si affollavano intorno a loro, dicevano con pietà e affetto, allungando una manciata di araçá (1):

— Queste sono per te, figlio della guercia!

Antonico avrebbe preferito non ricevere un bel nulla, al sentire tali parole; tanto più che gli altri bambini, con stizza, irrompevano ad alta voce, cantando in coro un motivo noto:

— Figlio della guercia, figlio della guercia!

Antonico chiese a sua madre che non andasse più a prenderlo a scuola; e rosso di vergogna, le raccontò la ragione; ogni volta che lo vedevano apparire sull’uscio della scuola i compagni bisbigliavano ingiurie, strizzavano l’occhio e gli facevano facce schifate.

La guercia sospirò e non andò più a prendere a scuola suo figlio.

All’età di undici anni, Antonico lasciò la scuola: era arrivato ormai ad azzuffarsi quotidianamente con i compagni che lo tormentavano e lo detestavano. Aveva chiesto di entrare nel laboratorio di un falegname. Ma nel laboratorio del falegname, ben presto impararono a chiamarlo — il figlio della guercia, e a umiliarlo, come quando andava a scuola.

Per di più, il lavoro era pesante e cominciò ad avere vertigini e malori. Trovò allora un impiego di addetto alle vendite, ma in breve tempo, i colleghi cominciarono a raggrupparsi davanti alla porta, per prenderlo in giro, e il venditore ritenne prudente mandarlo via, tanto più che arrivavano dalla strada dei teppistelli ad afferrare fagioli e riso nei sacchi davanti il negozio per gettarli addosso al ragazzo. Era una continua grandine di cereali sul povero Antonico.

Dopo questa esperienza si rintanò in casa, nauseato, smagrito, emaciato, disteso per terra alle mosche, sbadigliando di continuo e amareggiato da tutto. Evitava di uscire di giorno e non accompagnava mai la madre; lei lo risparmiava: aveva paura che in uno svenimento, il ragazzo gli morisse tra le braccia, e così non lo rimproverava mai. All’età di sedici anni, vedendolo più in salute, la guercia chiese e ottenne per lui un impiego in una sartoria. La povera donna raccontò al padrone tutta la storia di suo figlio e lo pregò di non lasciare che gli apprendisti lo umiliassero, ma che serbassero un po’ di carità per quel ragazzo.

Antonico incontrò un certo riserbo e una strana silenziosità da parte dei suoi compagni; quando il mastro diceva: — il signor Antonico – percepiva un malcelato risolino sulle labbra degli operai; ma a poco a poco questo sospetto, o questo risolino, cominciò a svanire, finché non iniziò a sentirsi bene nella sartoria.

Trascorse qualche anno e venne il momento che Antonico si prendesse una bella cotta per una ragazza. Fino ad allora, in questa o in quella inclinazione a infatuarsi, aveva trovato sempre una resistenza che lo aveva scoraggiato e lo aveva fatto indietreggiare senza troppe ferite. Ora, però, la cosa era diversa: si era innamorato veramente. Amava come un dissennato la bella morettina dell’isolato vicino, una ragazzetta adorabile dagli occhi neri come il velluto e la bocca fresca come un bocciolo. Antonico tornò un’altra volta a essere presente assiduamente in casa e si aprì alla madre con maggiore affetto; un giorno, quando ebbe scorso gli occhi della morettina fissarsi su di lui, entrò come un folle nella stanza della guercia e la baciò a lungo sul viso, anche sulla guancia sinistra, in un traboccare di scordata tenerezza.

Quel bacio fu per la donna un’inondazione di gioia. Aveva ritrovato il suo figlio caro. Si mise a canticchiare per tutto il pomeriggio, e quella notte, addormentandosi, confidò a sé stessa:

— Sono felice… mio figlio è un angelo!

Intanto Antonico scriveva, su carta fine, la sua dichiarazione d’amore. Il giorno seguente spedì la lettera di buonora. La risposta si fece attendere parecchio. Per molti giorni Antonico si perse in amare congetture.

All’inizio pensò: — È pudore.

Poi cominciò a sospettare qualcos’altro; alla fine ricevette una lettera in cui la bella morettina confessava di voler essere la sua innamorata, a patto che lui accettasse di separarsi da sua madre. Seguivano spiegazioni ingarbugliate, mal allineate: gli ricordava la necessità di cambiare quartiere; lì, era conosciuto come il figlio della guercia, e lei non voleva essere additata come la nuora della guercia, o qualcosa del genere.

Antonico si disperò. Non poteva credere che la sua casta e gentile morettina avesse pensieri così pratici.

Poi volse il suo rancore alla madre.

Lei era la causa di tutte le sue disgrazie. Aveva tormentato la sua infanzia, rovinato tutte le sue carriere, e ora il suo sogno più luminoso si sarebbe dissolto davanti a lui. Si sentì affliggersi per essere nato da una donna così brutta, e decise di cercare un modo per separarsi da lei; si sarebbe sentito umiliato se avesse continuato a vivere sotto lo stesso tetto; certo, avrebbe continuato ad accudire sua madre, ma lo avrebbe fatto da lontano, andando a trovarla qualche volta, di notte, furtivamente…

Salvava in questo modo la responsabilità di un figlio che deve prendersi cura della madre, e, al tempo stesso, poteva consacrare alla sua amata la felicità che le doveva in cambio del suo consenso e del suo amore…

Ebbe una giornata terribile; la sera, tornando a casa maturò il progetto e la decisione di riferirlo alla madre.

L’anziana donna, accovacciata davanti alla porticina del cortile, lavava alcune pentole con uno straccio unto. Antonico pensò: “Obbligherei veramente mia moglie a vivere con…una tale creatura?” Queste ultime parole furono strappate dal suo spirito con autentico dolore. La guercia sollevò il volto verso di lui, e Antonico, vedendo il pus che le colava sulla faccia, disse:

— Pulitevi la faccia, madre…

Lei affondò la testa nel grembiule e lui continuò:

— Alla fine, non mi avete mai spiegato a cosa è dovuto questo difetto!

— Fu una malattia – rispose la madre strozzando le parole — meglio non ricordarlo!

— Sempre la stessa risposta: meglio non ricordarlo! Perché?

— Perché non ne vale la pena; non c’è rimedio…

— Bene! Adesso ascoltate: ho da riferirvi una novità. Il padrone chiede che io vada a stare nelle vicinanze del negozio…ho già affittato una stanza; voi resterete qui, verrò tutti i giorni a trovarvi per sapere se avete bisogno di qualcosa… È per causa del lavoro; non abbiamo scelta, dobbiamo sottostare!…

Mingherlino, curvato per l’abitudine di cucire sulle ginocchia, asciutto e pallido come tutti i ragazzi cresciuti nell’ombra delle botteghe, dove il lavoro inizia presto e la sera finisce tardi, aveva gettato in quelle parole tutta la sua energia, e ora scrutava la madre con uno sguardo esitante e timoroso.

La guercia si alzò e, fissando il figlio con un’espressione tremenda, rispose con doloroso sdegno:

— Filibustiere! La verità e che ti vergogni di essere mio figlio! Vattene via! Che anch’io mi vergogno di essere la madre di un tale ingrato!

Il ragazzo se ne andò a testa bassa, dimesso e sorpreso dall’atteggiamento che aveva assunto la madre, fino ad allora sempre paziente e gentile, obbedendo meccanicamente a un ordine così ferocemente impartito.

Lei lo accompagnò fuori, serrò con un botto la porta, e vedendosi sola, si piegò contro il muro, scoppiando a piangere.

Antonico trascorse un pomeriggio e una notte di inquietudine.

La mattina seguente il suo primo pensiero fu quello di tornare a casa; ma non ebbe il coraggio di farlo; rivide il volto furioso della madre, le guance contratte, le labbra assottigliate dall’odio, le narici dilatate, il suo occhio destro sporgente, penetrante fino al fondo del suo cuore, il suo occhio sinistro formicolante, avvizzito e colmo di pus; rivide il suo atteggiamento altero, il suo dito ossuto, con le falangi sporgenti, che puntava energicamente verso la porta sulla strada.

Poteva sentire ancora il suono cavernoso della sua voce, il fiato che aveva preso per dire le vere e amare parole che gli aveva gettato in faccia; rivide tutta la scena del giorno prima e non osò affrontare un’altra volta il pericolo.

Si ricordò della madrina, l’unica amica della guercia, che, però, di rado andava a trovarla. Andò a chiederle di intercedere per lui, e le disse con franchezza tutto quello che era successo.

La madrina lo ascoltò commossa, poi disse:

— L’avevo previsto, quando consigliai a vostra madre di dirvi tutta la verità; lei non volle ascoltarmi, ed ecco!

— Quale verità, madrina?

Trovarono la guercia intenta a smacchiare il vestito elegante del figlio, voleva mandargli tutti gli indumenti lavati e puliti. La povera donna si era pentita delle parole che aveva pronunciato e aveva trascorso tutta la notte alla finestra, aspettando che Antonico tornasse o semplicemente passasse… Presagiva giorni avvenire vuoti e oscuri, e già si detestava. Quando l’amica e il figlio entrarono nella stanza, restò paralizzata: la sorpresa e la gioia le imbrigliarono ogni movimento.

La madrina di Antonico esordì subito:

— Il vostro ragazzo mi ha pregata di venire a chiedervi perdono per quanto è accaduto ieri e colgo l’occasione per dirgli quello che avreste dovuto dirgli voi, molto tempo fa.

— Non dite niente! – mormorò con voce spenta la guercia.

— Invece parlo! È proprio questa mollezza che vi sta facendo soffrire! Ascoltate, ragazzo! Chi accecò vostra madre foste voi!

Il figlioccio divenne livido in volto; la madrina continuò:

— Ah, non fu colpa vostra! Eravate molto piccolo quando, un giorno, a tavola, alzaste una forchetta nella mano; lei era distratta, e prima che potesse evitare la catastrofe, gliela conficcaste nell’occhio sinistro. Riesco ancora a sentire il suo grido di dolore.

Antonico cadde pesantemente a faccia in giù, in preda a uno svenimento; sua madre gli si avvicinò prontamente, borbottando tremante:

— Povero figlio! Vedi? Ecco perché non volevo dirti niente!

(1) È un frutto spontaneo autoctono del Brasile. La sua bacca è sferica, prevalentemente di colore giallo o rosso, mentre la polpa biancastra è di consistenza carnosa, di sapore dolce e lievemente acidula.

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Una vita in scrittura: Remo Bassini

25 mercoledì Mag 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

≈ 1 Commento

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Remo Bassini, Una vita in scrittura

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto a Remo Bassini che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Remo.

Io non ho certezze sulla scrittura in generale. Sulla mia sì.
È figlia della mia timidezza, della mia eccessiva sensibilità, dei miei fantasmi. Ovvio: per essere un bravo scrittore occorre anche altro. Anni fa, in un’intervista, mi chiesero: Dove nasce il talento di Remo Bassini? Io risposi: “Mi sono interrogato spesso sul talento. Dante ne aveva e anche Simenon. Ma prendiamo Primo Levi, Se questo è un uomo. Un grande libro, di un talento che, penso, nacque grazie – o a causa – della prigionia in un campo di sterminio. Dove la vita e la morte e la natura umana vengono viste e vissute con occhi diversi. Ecco, io credo d’aver vissuto dei miei piccoli campi di sterminio. E penso che un giorno imprecisato sono riuscito a raccontarli. Il mio talento, se talento è, nasce dalla mie tempeste.”
Allora, ho sessantacinque anni e la prima tempesta che rammento arrivò quando di anni ne avevo sei. Morì un fratellino più piccolo. Si chiamava Fabrizio. Mia madre fu spezzata in due e dopo il funerale divenne una madre sconsolata, propensa al pianto. Io avevo un problema: ero troppo discolo, troppo disordinato, e a scuola non andavo bene. Insomma, facevo disperare una donna con i nervi a pezzi. C’era anche mio padre, ma tra fabbrica e orto e lavoretti vari c’era poco.
Forse fu per questo che per vivere e sopravvivere alle sgridate e alla depressione di mamma, cominciai a inventare e raccontarmi storie e personaggi, che mi facessero compagnia. Eravamo poveri, non avevamo la televisione. Ma io ai miei compagni di scuola dicevo di avere visto tanti film: così raccontavo loro le mie storie, i miei personaggi. Mi piaceva che mi ascoltassero.
Non so quando, ma so che da ragazzo, tra un libro di Salgari e uno di Verne, cominciai a dire che da grande avrei scritto un libro.
L’abitudine a scrivere nella mia testa è rimasta: i miei ultimi libri li ho scritti prima passeggiando con il cane e poi davanti al computer.
Ma arrivare alla scrittura, a un romanzo fatto e finito e da proporre a un editore, comunque, non è stato facile.
Per anni e anni ho scritto cose (poesie, copioni teatrali, primi capitoli di romanzi) senza mai ultimarle. Quando rileggevo mi bocciavo: non mi convinceva quanto avevo scritto.
A 35 anni, dopo la laurea in lettere (ho studiato lavorando, 7 anni in fabbrica, poi 3 anni come portiere di notte in un albergo) venni assunto dal giornale storico della mia città (La Sesia, fondato a Vercelli nel 1871); diventai anche bravino (diventerò direttore, anni dopo) però mi portavo dentro un dispiacere. Grande. Non ero riuscito a scrivere almeno un libro. Pensavo ormai di non esserne capace. Fine di un sogno.
Una sera, però accadde qualcosa di diverso. Lo racconto spesso questo episodio, lo racconto soprattutto nei corsi di scrittura che tengo.
Una sera, dicevo. Ho mal di denti, così non esco, non leggo, non guardo la televisione. Ma mi siedo su uno sdraio con un block notes. Mi dico: “Hai 38 anni e ti sei arreso. Non scriverai nessun libro, tu.”
Guardo il block notes. “Inutile che scrivi qualcosa – dico ancora tra me e me – tanto poi, se metti giù qualcosa, quando rileggerai, butterai via tutto.”
Ero quasi sul punto di non scrivere niente, di alzarmi, di fare altro. Arrivò l’illuminazione: sì, illuminazione è il termine giusto. Una lampadina. Dico ancora qualcosa a me stesso. Qualcosa che non avevo mai detto e che non avevo mai pensato. Mi dico: “Raccontami una storia”.
Iniziai a scrivere. Questo:
“Sa di antico il mio piccolo bar, è sotto i vecchi portici, nel cuore di questo paese, proprio vicino alla grande piazza dove si svolgono i comizi, si va al mercato oppure in Municipio, dove gli operai salgono sull’autobus che li porta nella zona industriale e dove la domenica la gente prima va a sentir messa nella maestosa chiesa di Santa Flavia e poi va a comprare i dolci della pasticceria Delrosso.”
Cosa c’era di nuovo in queste righe? Tutto. Di che bar stavo scrivendo? Di che luogo stavo parlando? Più andavo avanti e più mi addentravo in qualcosa che non avevo mai visto. In quelle righe non c’era né Vercelli, la città in cui sono cresciuto e in cui vivo, né Cortona, il mio paese, in Toscana, dove spesso torno.
Forse (dico forse, ma non lo so) ero tornato il bambino che inventava storie per sopravvivere al dolore della propria madre…
Sta di fatto che finalmente, quella sera, ero riuscito, dopo anni, a scrivere qualcosa di decente. Diventerà il mio primo libro.
Non solo. Mi avevano insegnato un segreto quelle prime righe: che quando scriviamo dobbiamo sorprenderci. La nostra testa – gli psicanalisti lo sanno bene – sa più cose di quelle che crediamo di sapere.
Ho pubblicato quattordici libri e ho anche ricevuto un paio di riconoscimenti importanti, ma per scrivere non basta aver sofferto, non basta avere la vita complicata da un eccesso di sensibilità. Né bastano gli argomenti che in genere tratto io: i ricordi, il senso di colpa, gli amori impossibili, i grandi rimpianti, i sogni, la rabbia anche. E le storie delle persone fragili e sensibili, nelle quali, almeno un po’, mi specchio.
Non bastano perché la scrittura richiede dedizione, applicazione, sudore. Senza, non si va da nessuna parte. Ce lo insegna Fenoglio, uno dei più grandi scrittori italiani del Novecento: “La mia miglior pagina se ne esce spensierata dopo decine e decine di penosi rifacimenti”.
E la dedizione, all’atto pratico, si traduce nel binomio leggere e scrivere. Quanto leggere e quanto scrivere? La risposta è semplice. Più tempo si dedica a lettura e scrittura e più legna da ardere ci sarà nella nostra testa.
Scrivere ogni giorno, anche solo un quarto d’ora, è importantissimo. Va bene un blog, una pagina di diario, un racconto di mezza pagina. Serve. Serve soprattutto se si impara – o comunque se si prova – a scrivere lasciandoci andare: lasciandoci cioè guidare più dalla mano (l’inconscio) che dalla testa.
Oppure pensando come pensano i pazzi (diceva Flaubert).
Serve leggere, certo. È cosa nota, questa. Trita e ritrita. Ma attenzione: non è importante leggere tanto, quello che importa è leggere bene, con attenzione, in profondità. Prendere una frase, rileggerla. Domandarsi del perché di una virgola, che spesso significa rallentare o dare più ritmo. Io applico due regole nelle mie letture. Regola numero uno. Meglio trascorrere ore per cercare di carpire i segreti di una pagina ben scritta che leggere un libro in fretta e furia. Regola numero due. Scegliere con cura ciò che si legge, perché ci sono scritture che arricchiscono mentre altre, invece, ci fanno solo perdere tempo e non ci insegnano nulla.
Io colleziono pagine belle. Anche di autori con scritture molto diverse dalla mia, anche di autori che non amo. Lo faccio perché so che mi servirà. La faccio da anni, lo farò ancora.
Ho rinunciato a cene con gli amici, a passeggiate quando arriva la primavera, o a qualche ora di sonno per leggere, scrivere, trascrivere frasi belle. Sono orgoglioso di questo.
Io credo che con tanta (ma tanta) applicazione sia più facile, poi, raccontare una storia. Non servono i complimenti degli altri, anzi: spesso sono deleteri. Siamo noi che, alla fin fine, dobbiamo imparare a giudicare la nostra scrittura, basta imparare a confrontarla con quella di chi scrive bene.
Ma c’è un capitolo che interessa agli scrittori: il proporre un proprio lavoro a una casa editrice, il farsi pubblicare per avere poi qualche riscontro (perché pubblicare con un editore a pagamento oppure pubblicare e vendere poco e un po’ come non pubblicare, anzi: spesso è meglio non pubblicare e aspettare il momento propizio).
E comunque: pubblicare, vendere, ottenere un riconoscimento è importante, certo, ma non è l’essenza.
Perché avere successo non rende felici. Vendere 150 copie o 27mila copie di un libro cambia poco: il successo non basta mai, se ne vorrebbe sempre di più.
No, l’essenza è scrivere.
Scrivere arricchisce. È come pregare nel silenzio, viaggiare in mondi lontani.
E poi scrivere aiuta a vivere. Se io sono in coda in posta o all’ospedale per degli esami o al supermercato sto meglio degli altri se nella mia testa “disegno storie”. Che potrebbero diventare storie e personaggi quando sarò davanti al computer (o al block notes: a volte scrivo ancora a mano, per non perdere l’abitudine).
Faccio cose strane, io, quando scrivo. Per esempio: devo avere la testa lavata. Devo bere tanto caffè, per mantenere una certa tensione, evitare gli sbadigli. Devo scrivere quando non ci sono rumori molesti… Accetto solo il miagolio del gatto.
Ma ognuno deve cercare la sua strada.
Le strade che possono portare alla scrittura sono tante, la mia è una, che ho cercato di sintetizzare.
Ho una certezza, però: senza scrivere non saprei vivere.
Scrivere mi serve, dicevo. Esempio. Lockdown del 2021. Esco la sera con il cane, vedo una città morta. Solo nebbia. Si percepiscono paure dietro le finestre delle case. Mi domando: “Dove vorresti essere tu?” Una domanda, certo, che possono porsi tutti. È lecita, banale. Ma per uno scrittore è cosa diversa. Risposi a me stesso: “Vorrei essere nel borgo di Orta, davanti al suo lago”.
Una volta tornato a casa, scrissi alcune pagine: sarebbero diventate il primo capitolo del mio ultimo libro (La suora).
Ecco, ricapitolando, io credo che uno scrittore debba, come ho spiegato sopra, leggere e scrivere, ma alla lettura e alla scrittura va affiancato il “terzo elemento”: osservare la vita con occhi da scrittore.
Quando quella sera di lock down mi domandai “dove vorresti essere tu?” in realtà mi stavo chiedendo: “Dove vorresti essere per raccontare una storia?”.
Chi scrive, insomma, deve avere un’altra prospettiva rispetto agli altri: la testa tra le nuvole.
Si respira meglio, lì.

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“Inciampare nella gioia” di Sotirios Pastakas. Introduzione e traduzioni di Maria Allo

24 martedì Mag 2022

Posted by maria allo in Idiomatiche, LETTERATURA, Recensioni

≈ 1 Commento

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Inciampare nella gioia, Maria Allo, Soterios Pastakas

Sotirios Pastakas

Da “Παραπάτημα στη χαρά” – “Inciampare nella gioia” (libro secondo) di Sotirios Pastakas

Introduzione e traduzione a cura di Maria Allo.

Il testo proposto, Indaco, tratto da “Canti di misconosciuta gloria”, in preparazione presso la Multimedia Edizioni, è inserito in una sezione di sette componimenti sui sette colori dell’arcobaleno, dal titolo “Inciampare nella gioia”, esempio paradigmatico della cifra espressiva più autentica, ricca di humour di Pastakas. Uno dei sette testi , Rosso, è già noto ai lettori italiani, perché pubblicato nell’ampia antologia del poeta greco dal titolo “ Corpo a corpo”(Multimedia , Salerno 2016) e Blu nella prestigiosa Rivista di poesia Steve di Modena, diretta da Carlo Alberto Sitta ( N. 57 2021) con l’ introduzione di Giancarlo Cavalli, a cui si deve la premessa: “ Vorrei premettere per coloro che non conoscono Soterios Pastakas, che dovranno rapidamente abbandonare gli stereotipi legati all’idea della poesia greca nutrita di miti e archeologia, nel solco della tradizione classica, con sprazzi di paesaggio mediterraneo; se qualcosa di tutto questo, una sorta di grecità, permane in Pastakas, ciò avviene nell’unico modo possibile per un poeta contemporaneo dal respiro internazionale, ossia sovvertendola e demistificandola con le armi corrosive dell’ironia e del disincanto”. In Indaco, colore tra l’azzurro e il viola, associato alla spiritualità e alle facoltà intuitive della psiche, il poeta non denuncia una causa precisa ma dichiara il sentimento dominante della nostalgia di futuro per l’instabilità di tutte le cose: “Non hanno nome le ginocchia. / Sono andate e se ne sono andate/ e non tornano, / come non vanno all’indietro/ il fulmine, l’onda/ gli acini nel mazzo di uva, / Zeus ed Europa sulla spiaggia, / del loro primo amore/. Lo sguardo ironico del poeta sulla realtà, attraverso il gioco della ripetizione, proietta nel futuro un sentimento destinato al passato, quindi assimila il futuro al passato, cioè gli anni ancora da vivere, ignoti e imprevisti, a quelli già vissuti, noti e scontati. Si avverte il desiderio di qualcosa che sottragga all’ ignavia e all’apatia di un personaggio, quasi un doppio del poeta, che contemporaneamente narra la sua vita e vi ragiona sopra: “Dall’indaco il colore diventa cenere,/mare anche lui e non conosce/ il suo nome”. Lo spirito di Pastakas, apparentemente piano e semplice, erotico, mordace e immerso nei “colori” cangianti, scava nel buio dell’inconscio e della memoria. Il potere della sua poesia, con continua alternanza tra realismo e visionarietà al contempo allusiva, non è quello di determinare logicamente la realtà ma di dare forma a una realtà altra che non genera conoscenza ma una nuova coscienza. La poesia crea la vita di Pastakas che non si lascia “confinare nei termini asfittici di una poetica” (G. Cavallo). Certamente il proverbiale incontro con il poeta americano Jack Hirschman si palesa in qualche misura, sia nelle scelte stilistiche che nella formula di poesia “in re” che si faccia corpo, che si faccia vedere e toccare, come dice L. Anceschi. Anche l’interesse del poeta per la letteratura internazionale come per la traduzione di poeti italiani, riesce a far convivere, con assoluta originalità, l’essenza della classicità con le istanze della modernità. Nella chiusa del testo proposto il poeta prende le distanze con la lucida coscienza con la quale fronteggia il negativo e quel fulmen in clausola, battuta amara e autoironica, frequente nella poesia di Pastakas, giustifica la linea programmatica e il dinamismo di un Maestro riconosciuto per le generazioni più giovani.

“l’unica immortalità
che ho incontrato,
quella del corpo
l’unica gioia che mi è stata data
cantare
all’inizio della vecchiaia:
l’irriducibilità del pene”.

L’effetto complessivo è di forte amara ironia.

INDACO

Il Mar Libico
come tutti i mari,
non sa che si chiama Libico,
non conosce il suo nome:
un mare è anche quello,
insieme a tutti gli altri.
Come tutti i mari
cambia colore
di volta in volta,
una volta è pulito
e talvolta pieno di impurità.
Dall’indaco
il colore diventa cenere,
mare anche lui e non conosce
il suo nome.
Come la nave di stanotte
scafo arrugginito “Alekos”
con vernice dipinta di fresco
sulla vecchia lamiera:
«Pacifico», «Monte Carlo»,
nomi che sbiadiscono
sotto la vernice,
non appena le navi
raggiungono il porto, virano
per il prossimo,
cambiano nome,
cambiano carico
e l’equipaggio.
Un mare li accoglie
un mare dice addio,
il Libico non lo sa
il suo nome, come
non conoscono le navi
il loro nome, come non
conosci il corpo
se il tuo nome è Demetra,
Aleka o Calliope.
Il Mar Libico
non conosce il suo nome.
Indaco dall’anima corruttibile
spende nomi
muore ogni giorno.
Molte volte
nello stesso giorno.
La nostra piccola anima lo sa
quanto indaco dreni
ogni ora, ogni momento:
nella necroscopia di oggi
nomi vecchi preferiti
Gavdos, Chrissi, Elafonissos,
Palaiochóra. I mari
stanno cambiando anche i nomi.
Il Libico diventa il mare
di Citera, il mar Ionio,
anche lui è colpito da sciami di venti
del nord e forti venti meridionali.
Il vento cambia nome,
le onde diventano raffiche di onde,
le montagne in fondo
grotte ogni giorno
uccidono la nostra anima,
precedentemente Minosse,
Radamanthis, Sarpidon:
tu mi guardi, io ti guardo
non assomiglio a nessuno,
come la gioia mi condivido
su mille sentieri:
cuori, ferite e interiora fioriti.
Onde nerissime
dalle curve al ciglio della strada,
ho le vene aperte
e la gioia come una gomma forata,
si lascia velocemente
tutto indietro
prima di schiantarsi,
non si cura di noi.
Non hanno nome le ginocchia.
Sono andate e se ne sono andate
e non tornano,
come non vanno all’indietro
il fulmine, l’onda,
gli acini nel mazzo di uva,
Zeus ed Europa
sulla spiaggia,
del loro primo amore,
“Giove” da una lavanderia a secco
è diventato un negozio di kebab,
l “Europa” da salone di bellezza
un’agenzia di viaggi,
i negozi cambiano di mano,
rinnovano le vetrine
ogni giorno, sfitti
rimangono per giorni,
“Philion” viene battezzato
“Dolce”, Via Venizelos
prima di diventare Venizelos,
si chiamava Machis Analatou,
Elias Iliou, il corpo
che si contorce stasera
nelle mie mani ha così tanti
e tanti nomi,
prima e dopo di me,
posso battezzarlo,
la sensazione cambia sempre
gusta quando mordi
la prugna la prima volta
per quest’anno. Il nuovo anno
cambia i numeri.
I corpi dei cuori,
dal sessantasette
in Sud Africa
e fino ad oggi,
reni, fegati.
Cambiano mano i soldi,
nominando i beneficiari
nei libretti di risparmio,
cambiamo portachiavi
marca di sigarette
le nostre abitudini mattutine,
cambiamo playlist.
Stiamo cambiando treni, metropolitane,
autobus, a volte cavalieri
su due ruote, cerchi, pneumatici
nel motore l’olio.
Stiamo cambiando lo shampoo,
il formaggio quotidiano
sulla nostra tavola,
stoviglie, salotti, tende.
Stiamo cambiando colore dei capelli,
smalto alle unghie, opinioni politiche,
hobby, lavori, mogli, amanti,
anime camici da serpente,
prescrizioni mediche
piano in condominio,
taverne, bar, ristoranti,
amici e quartiere, auto, banca
soggiorno, tende.
Stiamo cambiando la lampada,
quattro psichiatri insieme,
sedici poetastri.
Si cambiano le gonne
le ragazze come indossano
la loro nuova anima,
sandali, scarpe, club e canzoni.
Ho cantato con passione
meno le trasformazioni
dell’anima mortale
con più coraggio
l’unica immortalità
che ho incontrato,
quella del corpo
l’unica gioia che mi è stata data
cantare
all’inizio della vecchiaia:
l’irriducibilità del pene.

ΛΟΥΛΑΚΙ

Το Λιβυκό πέλαγος
σαν όλες τις θάλασσες,
δεν ξέρει πως το λένε Λιβυκό,
δεν ξέρει τ’ όνομά του:
μια θάλασσα είναι κι αυτό,
μαζί με όλες τις άλλες.
Σα τις θάλασσες
αλλάζει χρώμα
από στιγμή σε στιγμή,
άλλοτε καθαρή
κι άλλοτε γεμάτη ακαθαρσίες,
περιττώματα, από λουλακί
το χρώμα της να γίνεται σταχτί,
σαν θάλασσα κι αυτή
δεν ξέρει το όνομά της.
Σαν το αποψινό καράβι,
σκουριασμένο σκαρί το «Alekos»
με τη φρεσκοβαμμένη μπογιά
πάνω στην παλιά λαμαρίνα:
«Pacific», «Monte Carlo»,
ονόματα που αχνοφαίνονται
κάτω από το βερνίκι,
καράβια που μόλις
πιάσουν λιμάνι, τραβάνε
για το επόμενο,
αλλάζουν όνομα,
αλλάζουν φορτίο
και πλήρωμα,
μια θάλασσα τα υποδέχεται
μια θάλασσα τ’ αποχαιρετά,
το Λιβυκό δεν γνωρίζει
τ’ όνομά του, όπως
δεν γνωρίζουν τα καράβια
τ’ όνομά τους, όπως δεν
γνωρίζει το σώμα
αν σε λένε Δήμητρα,
Αλέκα, Καλλιόπη.
Το Λιβυκό πέλαγος
δεν ξέρει τ’ όνομά του.
Λουλακί φθαρτής ψυχής
ξοδεύει ονόματα
πεθαίνει κάθε μέρα.
Πολλές φορές
μέσα στην ίδια μέρα.
Η ψυχούλα μας το ξέρει
πόσο λουλακί στραγγίζει
κάθε ώρα, κάθε στιγμή:
στη νεκροφάνεια του σήμερα
ονόματα παλιά αγαπημένα
Γαύδος, Χρυσή, Ελαφόνησος,
Παλαιοχώρα. Οι θάλασσες
αλλάζουν κι αυτές ονόματα.
Το Λιβυκό γίνεται θάλασσα
των Κυθήρων, Ιόνιο,
σαν θάλασσα κι αυτό
το χτυπάν βόρειοι ριπαίοι
άνεμοι, σφοδροί νότιοι άνεμοι.
Αλλάζει ονόματα ο άνεμος,
τα κύματα γίνονται
ριπές κατά κύματα,
τα βουνά στο βυθό
σπηλιάδες κάθε μέρα
σκοτώνουν τη ψυχούλα μας,
άλλοτε Μίνως,
Ραδάμανθυς, Σαρπηδών:
με κοιτάτε, σας κοιτώ
δεν μοιάζω με κανέναν,
σαν τη χαρά μοιράζομαι
σε χίλια μονοπάτια:
καρδιές, πληγές
κι ανθισμένα σπλάχνα.
Κατάμαυρα τα κύματα
απ’ τις στροφές στο οδόστρωμα,
έχω τις φλέβες ανοικτές
και τρύπιο λάστιχο η χαρά,
τ’ αφήνει γρήγορα
όλα πίσω της
προτού να ντεραπάρει,
δεν νοιάζεται για κανέναν.
Δεν έχουν όνομα τα γόνατα.
Φεύγουν και χάνονται
και πίσω δεν γυρνάνε,
όπως πίσω δεν γυρνούν
η αστραπή, το κύμα,
οι ρόγες στο τσαμπί τους,
ο Δίας κι η Ευρώπη
στην αμμουδιά,
του πρώτου έρωτά τους,
ο «Δίας» από καθαριστήριο
έγινε σουβλατζίδικο,
η «Ευρώπη» κομμωτήριο
από γραφείο ταξιδίων,
αλλάζουν χέρια τα μαγαζιά,
ξηλώνουν βιτρίνες
κάθε μέρα, ανοίκιαστα
παραμένουν για μέρες,
σε «Φίλιον» βαφτίζεται
το «Dolce», η Βενιζέλου
πριν γίνει Βενιζέλου,
είναι Μάχης Αναλάτου,
Ηλία Ηλιού, το κορμάκι
που σπαρταράει απόψε
στα χέρια μου έχει τόσα
όσα ονόματα,
πριν και μετά από μένα,
μπορώ να του δώσω,
το συναίσθημα αλλάζει
πάντα γεύση όταν δαγκώνει
δαμάσκηνο πρώτη φορά
για φέτος. Το νέο έτος
αλλάζει νούμερα.
Τα σώματα καρδιές,
απ’ το εξήντα εφτά
στη Νότιο Αφρική
και μέχρι σήμερα,
νεφρά, συκώτια.
Αλλάζουν χέρι τα λεφτά,
όνομα οι δικαιούχοι
στα βιβλιάρια καταθέσεων,
αλλάζουμε μπρελόκ
μάρκα τσιγάρων
τις πρωινές μας συνήθειες,
αλλάζουμε play list.
Αλλάζουμε τρένα, μετρό,
Λεωφορεία, ενίοτε αναβάτες
σε δίκυκλα, ζάντες , ελαστικά
στη μηχανή το λάδι.
Αλλάζουμε το σαμπουάν,
το καθημερινό τυρί
στο τραπέζι μας,
σερβίτσια, καθιστικά, κουρτίνες.
Αλλάζουμε χρώμα μαλλιών,
βαφή νυχιών, πολιτικές απόψεις,
χόμπι, δουλειές,
γυναίκες, γκόμενες,
ψυχές πουκάμισα φιδιού,
φαρμακευτική αγωγή,
όροφο σε πολυκατοικίες,
ταβέρνες, μπαρ, εστιατόρια,
φίλους και συνοικίες,
αυτοκίνητα, τράπεζα
καθιστικό, κουρτίνες.
Τη λάμπα αλλάζουμε,
τέσσερις Ψυχίατροι μαζί,
δεκάξι ποιητάρηδες.
Αλλάζουν φουστάνια
τα κορίτσια σαν να φορούν
ψυχούλα τους καινούργια,
πέδιλα, παπούτσια,
κλαμπ και τραγούδια.
Τραγούδησα με πάθος
λιγότερο τις μεταμορφώσεις
της θνητής ψυχής
και θάρρος περισσό
την μόνη αθανασία
που γνώρισα,
εκείνη του σώματος
τη μόνη χαρά που μου δόθηκε
να τραγουδήσω
μες στο αρχόμενο γήρας:
την αφθαρσία του πέους.

© Maria Allo

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Riccardo Mazzamuto, “Tredici giorni al rifugio”, Eretica Edizioni, 2022.

23 lunedì Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Riccardo Mazzamuto, Tredici giorni al rifugio

 

sfollamento da livorno e il primo bombardamento a castelnuovo

 

 

livorno città piana

mare distesa

anticipa addii

da sabbia ordigni

di onde alte nel porto

e gente gente

 

il vento porta anglo

americani sbarcati

in sicilia – anzio –

 

sorvolano piccoli aerei

e palle di fuoco

con scopo

d’avvilire verde

la campagna rivale

e fredde rive

senza verdi acque

 

spaventando terrore

grida certezze

di piccoli episodi

a – castelnuovo della misericordia –

paura dei vivi

rabbia dei popoli morti

 

l’avanzata degli anglo – americani e le case in fiamme

 

millenovecentoquarantaquattro

primavera rosicata

infrante le foglie

resistenza tedesca

in combattimento

e\a luglio pian di – vada –

– castelnuovo della misericordia –

retrovia

rilevante per ritardare

l’avanzata

 

iniziano a devastare

il paese

fuoco paglia case

chiome di alberi

dai colori ingannati

semi morti che forse

ri-diventeranno erba

 

successivamente

spento

da noi uomini donne giovani

dal vento che non soffia

con pompe a zaino

da ramato acqua

 

portiamo via

sacchetti farina

bianca gialla

il mugnaio del paese

– marino ciampi- l’aveva occultata

 

in casa

da – giuseppa ceccanti-

per necessità

quella riserva in deposito

che solo i vecchi

antichi sapevano fare

con semplicità

 

il ritorno al rifugio

 

 

se dobbiamo morire

moriremo al rifugio

 

dai campi incolti

vigne uliveti

i miei figli mia moglie

mia nonna – emilia –

e famiglie

l’avevano pensata come noi

 

noi uomini – tordi

dai turni di guardia

per difenderci

da attacchi

 

nascosti tra i cespugli

attigui come insetti

armati muti

di bombe a mano

da fucile modello 91

 

le donne sistemarono

poche vettovaglie

sedie

panche carrozzine

per farvi dormire

i bambini e la magnolia

sembrava spingersi in cielo

con un aereo

da ricognizione da noi

chiamato – la cicogna –

volteggiava

malinconicamente

sulle nostre teste

 

 

le SS a castelvecchio

 

 

vennero a – castelvecchio –

un gruppo di soldati

appartenenti

alle famose SS

armati di mitragliette

bombe a mano

 

incontrate alcune donne

chiesero

loro da mangiare

 

una di queste – gelinda pagliai –

venne al rifugio

a chiedere che qualcuno

andasse a parlare

con quei soldati

 

tutti avevano paura

perché sapevano

che in certi casi

uccidevano

 

decido a malincuore

di parlare con loro

per evitare il peggio

uccido un coniglio

poi cotto

e divorato

dai quattro militari

 

durante il pranzo

parliamo gesti

e al meglio

della guerra in corso

in cambio del mangiare

ci offrirono dei sigari

la natura

non avrebbe voluto questo

 

volevano entrare

in casa per riposarsi

lì indirizziamo

verso la stalla

di proprietà di – sirio morelli-

detto – gigino –

e con grosso respiro

torniamo al riparo

 

viva la libertà

 

 

in festa

abbandoniamo il rifugio

lungo le strade

ad accogliere con gioia soldati

che ci avevano liberati

 

con loro nella piazza

del paese

oltre gli abitanti in festa

partigiani che avevano

operato contro i tedeschi.

 

Ora il rifugio è ancora là

e vi rimarrà per sempre

a testimoniare ai posteri

che lì soffrirono

e sperarono nella pace

e nella libertà gli abitanti

di castelvecchio

 

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Sul poter dire i contesti. Recensione di Michele Cardinali a “Dizionario minimo” di Silvano Sbarbati, Arcipelago Itaca Edizioni, Osimo, 2022.

20 venerdì Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Tag

Dizionario minimo, Michele Cardinali, Silvano Sbarbati

 

È un approccio comune quello di vedere un dizionario come l’archivio mobile della lingua atomica: particelle elementari che, dai loro incastri, generano le infinite possibilità del linguaggio. E poiché non ogni parola è una monade univoca, ma foriera di ombre e stratificazioni, si è così portati a scorgere nel dizionario un ruolo chiarificatore. In lui, e grazie a lui, si comprendono i significati, le semantiche di ogni atomo linguistico. Se non fosse che non ogni parola è semantica; non ogni atomo è legato a un senso. Così si scopre una diversa funzione del dizionario: quella di indicare i contesti d’uso, di indirizzarci nei luoghi in cui le parole prendono corpo, stando ai margini dei significati; di situarci dentro degli spazi di prefigurazione nei quali, una volta chiuso e riposto il dizionario, questi continuano a lievitare; fino al giorno in cui ci fanno cadere nella lingua viva. Indicare i luoghi funzionali, gli ambienti in cui quelle parole hanno senso per noi: ecco un’ulteriore e tacito ruolo di quel mattone reverenziale che si sfoglia all’occasione. Perché riflettere su questa via alternativa? Perché è a partire da questa premessa che sembra aver preso corpo l’ultimo libro di Silvano Sbarbati; in realtà una prima opera in versi: Dizionario Minimo, Arcipelago Itaca Edizioni, Osimo 2022, p. 67. Per inciso: il formato tascabile e la morbida carta avoriata lo rendono tutt’altro che un oggetto imperante, come forse il titolo suggerisce. Già qualcuno ha approcciato questo testo, evidenziando la sua carica esperienziale, di cui ogni componimento restituisce una percezione incarnata della realtà, sensibile al reale quanto al vissuto che ne partecipa. Da una parte Renata Morresi, che ne cura la postfazione, ha evidenziato come questi siano «versi in cui ogni percezione è processata in una forma»[1]; dall’altra, Sebastiano Aglieco ha enfatizzato quella tensione esistenziale tra un ipotetico dizionario universale – che appartiene al comune cammino linguistico di ogni vivente – e quel vocabolario personale che ciascuno custodisce per sé. Le parole sono di tutti, ma non tutti hanno le stesse parole del mondo; tanto meno tutti le usano nello stesso mo(n)do. E la cura posta nella scelta del linguaggio è la cifra che ben sintetizza tanto le due recensioni, quanto l’identità propria del testo. Vorrei perciò provare ora un approccio differente, suggerito e innervato nella stessa lettura. A un primo impatto sembra di trovarsi di fronte a una poesia che volge indietro lo sguardo, senza ricerca di nostalgici ripari. Due versi, di due componimenti distinti, vivono una legge del contrappasso terreno tra il ricordo de «le risate adulte che affogavano l’infanzia»[2], e quando «mia figlia vede la mia voce […] si allarma e il suo viso è maschera spezzata/ da quel rimprovero di presunzione adulta/ pura paura paterna»[3]. Ma, come dicevamo all’inizio, se i dizionari rimandano ai contesti d’uso delle parole, allocando i soggetti dentro ambienti semantici e invitandoli alla loro e-vocazione, questo dizionario sembra animato soprattutto dal desiderio intimo di risalire il percorso inverso. Cioè di sperimentare e capire se certi contesti siano pronti – o almeno discretamente disponibili – al confronto con certe parole, scattanti a definirli. Se i luoghi e gli eventi siano preparati a lasciarsi catturare dalla lingua; tanto che questa raccolta è ritmata da un coerente stimolo di descrizione; o forse, da una volontà d’iscrizione per incidere su carta gli eventi scivolosi. Eventi che si perdono nel tempo, come «quando era normale contare/ gli spiccioli nelle tasche delle gonne/ senza l’aria carezzata dai termosifoni/ sulle palpebre dei bambini prima/ che arrivasse il caldo del sonno»[4]; che si perdono nello spazio pubblico dove «andavamo correndo a comperare/ trenta lire d’ombra di campanile»[5] o nella geografia della memoria corporea in cui «le lacrime sono paterne e le rughe materne»[6] e si ricorda «la turca esterna che è stata una polmonite/ per me bambino con un bollente sfebbrare»[7]. Qui i contesti irrompono, si fanno spazio negli occhi di chi legge, a volte ingombrano il campo pur di anticipare il verso seguente o fornire la sua condizione d’interpretazione. Come quanto si parla «del transito di un topo» di cui la coda «scivola pelosa via dal mio sguardo/ senza speranza ormai/ per l’igiene del mondo»[8]. Lo sfondo del contesto, non detto, sembra più presente del topo; altrimenti perché appellarsi all’igiene del mondo? In campagna, i topi non hanno pur diritto d’asilo? Un dizionario personale, ma non intimista, in cui i versi interrogano quanto la lingua possa divenire specchio di riconoscimento oppure una colpevole e distratta sforbiciata di sensi. Se le parole aiutano a dar forma al mondo, viene da pensare che ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso da un semplice dizionario: un lessico pratico per l’esistenza di chi ha fatto corpo a corpo con quelle parole. Si agita così un pendolarismo silente tra natura e cultura – che forse solo alcuni sapranno tematizzare – in cui di fronte a un «tronco troncato tagliato e monco […] il mio sguardo sussulta/ un brivido ulteriore e si scrolla l’orrore/ di immaginarlo umano abbandonato lì»[9]; oppure dove il «latte in polvere Mèllin/ con le istruzioni per l’uso/ ha cagliato su di me/ sopravvissuto per scoprire/ d’essere forse artificiale»[10]; o ancora dove la natura stessa è risucchiata dalla cultura sensibile, che non sa guardarla se non attraverso i suoi significati, consapevole che «il caldo frinire di una cicala:/ altro non può altro non c’è/ per sperare nell’alba»[11]. Un basculamento in cui la lingua, artificiale per natura, crea, nutre e alimenta la natura stessa; lo sa bene «il vecchio [che] ripete/ grano vacca terra pomodori/ e regala saliva»[12] – forse non a caso dal titolo Parole. Ma lo sa bene chiunque si domandi, con l’autore: «quando nessuna riga di testo avrà il mio nome/ chi mi raggiungerà comunque e nonostante?»[13]. In questa prospettiva, in cui la lingua gioca con i fenomeni, l’aggettivo minimo che titola la raccolta non è sinonimo di minimale, ma di essenziale: ovvero di ciò che dissoda e racchiude un’essenza. D’altro canto, però, sappiamo anche che la lingua non sempre funziona, non sempre avvolge il poroso profilo del mondo. Molte volte la lingua s’inceppa e fallisce. Altrettanto l’autore sembra farne esperienza: in particolare in due specifici componimenti dove la parola, pur descrivendo, lascia spazio al vuoto che indica senza saperlo nominare. In un caso siamo di fronte a un contesto idealizzato, sconfinato, incoglibile perché molto più esteso della parola denotante e costretta ad appellarsi al gesto: «dopo la seconda curva mia figlia chiese/ quanto fosse grande il mondo […] dispiegai il cosmo in chiare proporzioni/ indicando le colline senza neppure rallentare»[14]. Nell’altro siamo dentro un vuoto strutturale, un vuoto che indica. Anzi: un indice vuoto che lascia spazio al recidivo e affilato evento del trauma: «quella mano sinistra/ del carpentiere comunista senza il dito indice/ indica il vuoto: sembra abbia fatto la guerra/ e invece ha sbagliato misura: vittima di una lotta/ senza nessuna classe»[15]. Se noi siamo carne di parole, non sempre il mondo è corpo della lingua. Allora, cosa resta di questa frattura, di questo interstizio dove nemmeno la voce sembra avere cittadinanza? Resta forse il tentativo; quel compito senziente di circoscrivere gli eventi, ritagliarli con la lama dei linguaggi e dar loro respiro. Non è forse un caso che la poesia Voce sia proprio l’ultima voce di questo dizionario. E se la narrativa lavora per intenzione, un territorio che Sbarbati ha frequentato, la poesia pare lavorare per intensità. La stessa, direbbe forse l’autore, che ci fa percepire la domenica come «un futuro con più fiato»[16].

 

Bruxelles, Etterbeek,

14 aprile 2022

Michele Cardinali

 

 

[1] S. Sbarbati, Dizionario Minimo, Arcipelago Itaca Edizioni, Osimo 2022, p. 62.

[2] Ivi, p. 12

[3] Ivi, p. 14.

[4] Ivi, p. 24.

[5] Ivi, p. 12.

[6] Ivi, p. 26.

[7] Ivi, p. 58.

[8] Ivi, p. 51.

[9] Ivi, p. 53

[10] Ivi, p. 28

[11] Ivi, p. 37.

[12] Ivi, p. 40.

[13] Ivi, p. 41.

[14] Ivi, p. 46.

[15] Ivi, p. 37.

[16] Ivi, p. 21.

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Fernando Pessoa. Traduzioni di Emilio Capaccio

19 giovedì Mag 2022

Posted by emiliocapaccio in Idiomatiche, LETTERATURA

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Emilio Capaccio, Fernando Pessoa, POESIA, TRADUZIONI

La vita è ciò che facciamo di essa.

I viaggi sono i viaggiatori.

Ciò che vediamo non è ciò che vediamo,

ma ciò che siamo.

F. P.

Fernando Pessoa (1888-1935), traduzioni di Emilio Capaccio 

QUANDO VERRÀ LA PRIMAVERA

Quando verrà la primavera
se sarò già morto,
i fiori fioriranno della stessa maniera.
E gli alberi non saranno meno verdi della primavera scorsa.
La realtà non ha bisogno di me.
Sento un’allegria enorme
nel pensare che la mia morte non abbia alcuna importanza.
Se sapessi che domani morirei
e la primavera venisse dopo domani
morirei contento perché essa verrebbe dopo domani.
Se la primavera è il suo tempo, quando dovrebbe arrivare se non nel suo tempo?
Mi piace che tutto sia reale e che tutto sia certo;
e mi piace perché così sarebbe, anche se non mi piacesse.
Per questo, se muoio adesso, muoio contento,
perché tutto è reale e tutto è certo.
Possono pregare in latino sulla mia bara, se lo vogliono.
Se lo vogliono, possono danzare e cantare a ruota di essa.
Non ho preferenze per quando non è più possibile avere preferenze.
Qualunque cosa, quando sarà, sarà per quello che è.
 
QUANDO VIER A PRIMAVERA

Quando vier a Primavera,
Se eu já estiver morto,
As flores florirão da mesma maneira
E as árvores não serão menos verdes que na Primavera passada.
A realidade não precisa de mim.
Sinto uma alegria enorme
Ao pensar que a minha morte não tem importância nenhuma
Se soubesse que amanhã morria
E a Primavera era depois de amanhã,
Morreria contente, porque ela era depois de amanhã.
Se esse é o seu tempo, quando havia ela de vir senão no seu tempo?
Gosto que tudo seja real e que tudo esteja certo;
E gosto porque assim seria, mesmo que eu não gostasse.
Por isso, se morrer agora, morro contente,
Porque tudo é real e tudo está certo.
Podem rezar latim sobre o meu caixão, se quiserem.
Se quiserem, podem dançar e cantar à roda dele.
Não tenho preferências para quando já não puder ter preferências.
O que for, quando for, é que será o que é.
 
HO COSÌ TANTO SENTIMENTO

Ho così tanto sentimento
che spesso mi convinco
di essere sentimentale,
ma riconosco nel valutarmi
che tutto questo è un pensiero
che alla fine non ho mai fatto.
Noi, tutti quelli che vivono,
abbiamo una vita che è vissuta
e un’altra che è pensata,
ma l’unica che abbiamo
in effetti, è quella che si divide
tra la vera e la falsa.
Quale tuttavia sia quella vera
e quale quella falsa,
nessuno potrà mai spiegarlo;
e viviamo di modo
che la vita che abbiamo
è quella che pensiamo.
 
TENHO TANTO SENTIMENTO

Tenho tanto sentimento
Que é frequente persuadir-me
De que sou sentimental,
Mas reconheço, ao medir-me,
Que tudo isso é pensamento,
Que não senti afinal.
Temos, todos que vivemos,
Uma vida que é vivida
E outra vida que é pensada,
E a única vida que temos
É essa que é dividida
Entre a verdadeira e a errada.
Qual porém é a verdadeira
E qual errada, ninguém
Nos saberá explicar;
E vivemos de maneira
Que a vida que a gente tem
É a que tem que pensar.
 

VEDO I PAESAGGI SOGNATI


Vedo i paesaggi sognati con la stessa chiarezza con cui fisso quelli reali. Se mi sporgo sui miei sogni è su qualcosa che mi sporgo.
Se vedo passare la vita, sogno qualcosa.

Qualcuno ha detto che le figure dei sogni hanno stesso rilievo e ritaglio delle figure della vita. Per me, anche se comprendessi che si usasse una simile frase, non la accetterei. Per me, le figure dei sogni non sono uguali a quelle della vita. Sono parallele.
 
VEJO AS PAISAGENS SONHADAS


Vejo as paisagens sonhadas com a mesma clareza com que fito as reais. Se me debruço sobre os meus sonhos é sobre qualquer coisa que me debruço.
Se vejo a vida passar, sonho qualquer coisa.

De alguém disse que para ele as figuras dos sonhos tinham o mesmo relevo e recorte que as figuras a vida. Para mim, embora compreendesse que se me aplicasse frase semelhante, não a aceitaria. As figuras dos sonhos não são para mim iguais às da vida. São paralelas.
 
NON VADO A TROVARE NESSUNO NON FREQUENTO ALCUNA SOCIETÀ


Non vado a trovare nessuno, non frequento alcuna società — né dentro i salotti, né dentro i caffè. Farlo sarebbe sacrificare la mia unità interiore, arrendersi a conversazioni inutili, rubare tempo quantomeno ai miei ragionamenti e ai miei progetti, se non altro ai miei sogni, che sono più belli delle chiacchiere altrui.
Mi devo all’umanità futura. Quanto di me sprecherei è il patrimonio divino possibile degli uomini di domani; ridurrei la felicità che potrei dargli e ridurrei me stesso, non solo ai miei occhi reali, ma agli occhi di Dio.
Può non essere così, ma sento il dovere di crederlo.
 
NÃO FAÇO VISITAS NEM ANDO EM SOCIEDADE ALGUMA


Não faço visitas, nem ando em sociedade alguma – nem de salas, nem de cafés. Fazê-lo seria sacrificar a minha unidade interior, entregar-me a conversas inúteis, furtar tempo senão aos meus raciocínios e aos meus projectos, pelo menos aos meus sonhos, que sempre são mais belos que a conversa alheia.
Devo-me a humanidade futura. Quanto me desperdiçar desperdiço do divino património possível dos homens de amanhã; diminuo-lhes a felicidade que lhes posso dar e diminuo-me a mim-próprio, não só aos meus olhos reais, mas aos olhos possíveis de Deus.
Isto pode não ser assim, mas sinto que é meu dever crê-lo.
 

 
NON HO MAI CUSTODITO GREGGI

Non ho mai custodito greggi
ma è come se li custodissi.
La mia anima come un pastore
conosce il vento e il sole
e va mano a mano con le stagioni
a seguire e a guardare.
Tutta la pace della natura senza gente
viene a sedersi accanto.
E io divento triste come un crepuscolo
per la nostra immaginazione
quando raffresca in fondo alla pianura
e si sente la notte entrare
dalla finestra come una farfalla.

Ma la mia tristezza è quieta
perché è naturale e giusta
ed è ciò che nell’anima deve esserci
quando essa pensa d’esistere
e le mani colgono fiori senza che se ne accorga.

Come uno scampanellio di sonagli
oltre la curva della strada,
i miei pensieri sono contenti.
Solo mi dispiace sapere che sono contenti,
perché se non lo sapessi
invece d’essere contenti e tristi,
sarebbero allegri e contenti.

Pensare è spiacevole come andare nella pioggia
quando il vento cresce e sembra piovere di più.

Non ho ambizioni né desideri
essere poeta non è una mia ambizione
è il mio modo di stare solo.

E se desidero a volte,
per divagare, essere un agnellino
(o tutto il gregge
a sparpagliarmi nella costa
ed essere al contempo tante cose felici)

è solo perché sento ciò che scrivo al crepuscolo
o quando una nuvola passa la mano sulla luce
e corre un silenzio attraverso l’erba.

Quando mi siedo a scrivere versi
o, passeggiando per sentieri e scorciatoie,
scrivo versi su un foglio che è nel mio pensiero,
sento un vincastro tra le mani
e vedo un ritaglio di me
in cima ad un’altura,
tenere d’occhio il mio gregge e vedere le mie idee
o tenere d’occhio le mie idee e vedere il mio gregge
e sorridere vagamente come chi non comprende
ciò di cui si parla e vuole fingere di comprendere.
Saluto tutti quelli che mi leggeranno,
togliendomi il largo cappello
quando mi vedono alla mia porta
non appena la diligenza s’eleva in cima alla collina.

Li saluto e gli auguro il sole,
e la pioggia, quando la pioggia è necessaria
e che le loro case abbiano
ai piedi d’una finestra aperta
una sedia prediletta
dove si seggano, leggendo i miei versi.
E leggendo i miei versi pensino
che io sia una cosa naturale ―
per esempio, un albero antico
all’ombra del quale da bambini
si sedevano con un tonfo, stanchi di giocare
e si pulivano il sudore dalla testa accaldata
con la manica del grembiulino a righe.
 
EU NUNCA GUARDEI REBANHOS

Eu nunca guardei rebanhos,
Mas é como se os guardasse.
Minha alma é como um pastor,
Conhece o vento e o sol
E anda pela mão das Estações
A seguir e a olhar.
Toda a paz da Natureza sem gente
Vem sentar-se a meu lado.
Mas eu fico triste como um pôr de sol
Para a nossa imaginação,
Quando esfria no fundo da planície
E se sente a noite entrada
Como uma borboleta pela janela.

Mas a minha tristeza é sossego
Porque é natural e justa
E é o que deve estar na alma
Quando já pensa que existe
E as mãos colhem flores sem ela dar por isso.

Como um ruído de chocalhos
Para além da curva da estrada,
Os meus pensamentos são contentes.
Só tenho pena de saber que eles são contentes,
Porque, se o não soubesse,
Em vez de serem contentes e tristes,
Seriam alegres e contentes.

Pensar incomoda como andar à chuva
Quando o vento cresce e parece que chove mais.

Não tenho ambições nem desejos
Ser poeta não é uma ambição minha
É a minha maneira de estar sozinho.

E se desejo às vezes
Por imaginar, ser cordeirinho
(Ou ser o rebanho todo
Para andar espalhado por toda a encosta
A ser muita cousa feliz ao mesmo tempo),

É só porque sinto o que escrevo ao pôr do sol,
Ou quando uma nuvem passa a mão por cima da luz
E corre um silêncio pela erva fora.

Quando me sento a escrever versos
Ou, passeando pelos caminhos ou pelos atalhos,
Escrevo versos num papel que está no meu pensamento,
Sinto um cajado nas mãos
E vejo um recorte de mim
No cimo dum outeiro,
Olhando para o meu rebanho e vendo as minhas ideias,
Ou olhando para as minhas ideias e vendo o meu rebanho,
E sorrindo vagamente como quem não compreende o que se diz
E quer fingir que compreende.
Saúdo todos os que me lerem,
Tirando-lhes o chapéu largo
Quando me vêem à minha porta
Mal a diligência levanta no cimo do outeiro.

Saúdo-os e desejo-lhes sol,
E chuva, quando a chuva é precisa,
E que as suas casas tenham
Ao pé duma janela aberta
Uma cadeira predileta
Onde se sentem, lendo os meus versos.
E ao lerem os meus versos pensem
Que sou qualquer cousa natural –
Por exemplo, a árvore antiga
À sombra da qual quando crianças
Se sentavam com um baque, cansados de brincar,
E limpavam o suor da testa quente
Com a manga do bibe riscado.
 
PREGHIERA

Signore, la notte viene e l’anima è vile.
Tanto fu lo sconquasso e la bramosia!
Ci rimane oggi nel silenzio ostile
il mare universale e la nostalgia.

Ma la fiamma, che la vita in noi creò,
se ancora ha vita, ancora non è spenta.
Il freddo morto in cenere la occultò:
la mano del vento può darle altra spinta.

Dia il soffio, la brezza – rovina o trepidanza –
affinché la fiamma dell’ardire venga in mostra,
e conquisteremo di nuovo la Distanza –
del mare o un’altra, ma che sia la nostra!
 
PRECE

Senhor, a noite veio e a alma é vil.
Tanta foi a tormenta e a vontade!
Restam-nos hoje, no silencio hostil,
o mar universal e a saudade.

Mas a chamma, que a vida em nós creou,
se ainda há vida ainda não é finda.
O frio morto em cinzas a ocultou:
a mão do vento pode erguel-a ainda.

Dá o sopro, a aragem – ou desgraça ou ancia –
com que a chamma do esforço se remoça,
e outra vez conquistemos a Distancia –
do mar ou outra, mas que seja nossa!
 
NON BASTA APRIRE LA FINESTRA

Non basta aprire la finestra
per vedere i campi e il fiume.
Non basta non essere ciechi
per vedere alberi e fiori.
È necessario anche non avere alcuna filosofia.
Con la filosofia non ci sono alberi: ci sono solo idee.
C’è soltanto ognuno di noi, come una caverna.
C’è soltanto una finestra chiusa e il mondo là fuori;
e un sogno di ciò che si potrebbe vedere se la finestra s’aprisse,
che mai è ciò che si vede quando la finestra s’apre.
 
NÃO BASTA ABRIR A JANELA

Não basta abrir a janela
para ver os campos e o rio.
Não é bastante não ser cego
para ver as árvores e as flores.
É preciso também não ter filosofia nenhuma.
Com filosofia não há árvores: há ideias apenas.
Há só cada um de nós, como uma cave.
Há só uma janela fechada, e todo o mundo lá fora;
e um sonho do que se poderia ver se a janela se abrisse,
que nunca é o que se vê quando se abre a janela.

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Una vita in scrittura: Franca Alaimo

18 mercoledì Mag 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

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Franca Alaimo, Una vita in scrittura

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto Franca Alaimo che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Franca.

La mia mamma adottiva era una maestra e amava molto la poesia, tanto da avere l’abitudine di commentare eventi e stati d’animo con i versi dei suoi poeti più amati, specialmente Dante, Carducci e Pascoli. Pochi giorni dopo essere entrata nella mia nuova casa (erano gli inizi degli anni cinquanta del secolo scorso), lei pensò di organizzare una festa per presentarmi ai parenti, e, allo scopo di sbalordirli, mi fece recitare una poesia addirittura in lingua francese, che in seguito scoprii essere di Prévert. Fu un vero successo al punto che i figli della più cara amica di mamma, Alfonso e Gino, ogni domenica d’estate mi venivano a prendere con la loro giardinetta e mi portavano a Isola delle Femmine, dove un loro amico aveva aperto un ristorante, perché recitassi alcune poesie per i clienti abituali con quel sentimento appassionato che li aveva tanto conquistati. Zino e Alfonso mi sollevavano fin su un allto ripiano di ferro, e da lì io declamavo tre o quattro poesie, accompagnandole con una vivace gestualità.
Quando, nei giorni di vento, udivo alle spalle il rumore del mare come uno strumento a fiato che suonasse un pezzo musicale, alzavo la voce immaginando di gareggiare con esso. In quei momenti non percepivo nient’altro che le vibrazioni sonore che mi uscivano dalla gola e dopo si spegnevano, uno dopo l’altro, nell’aria odorosa di salmastro. E a volte mi sembrava di andare in un luogo magico e lontanissimo, da dove mi richiamavano gli applausi dei commensali. Già allora percepii di sfiorare qualcosa anche di doloroso, che probabilmente avrei dovuto, in seguito, sopportare da sola. In altre parole, la poesia mi aveva da subito fatto capire l’importanza dei suoni al di là dei significati che, a quell’età, spesso non riuscivo a cogliere.
Naturalmente, in ogni occasione in cui fosse necessario recitare qualche poesia, a scuola per le recite di fine anno, o in parrocchia a Natale e a Pasqua, ero sempre io quella che aveva il compito di recitare versi, e ne ero orgogliosa.
Un pomeriggio – frequentavo la quinta elementare – scrissi una poesia ispirata agli eroi del Risorgimento e la mattina dopo la feci leggere alla mia maestra, Domenica Papuzza, la quale mi diede la prima grande e mai più dimenticata lezione: che non bastava allineare belle parole e fare le rime, ma ispirarsi ad emozioni vere ed evitare al massimo la retorica. Però aggiunse che, secondo lei, avevo talento e mi esortò a non smettere di scrivere versi..
Mio padre, intanto, aveva ricevuto l’incarico di gestire la biblioteca del Circolo dei sottoffuciali e, siccome amavo stare con lui, quasi ogni mercoledì lo seguivo e non c’era volta che non mi portassi qualche libro – scelto a caso per via della bella copertina o della suggestione del titolo o del nome dell’autore – da leggere a casa, dopo avere finito i compiti. Cominciai così a conoscere tanti personaggi straordinari come Don Chisciotte, Ofelia, il principe Myskin di Dostoevskij: forse , allora, non potevo capirli profondamente, ma li intuivo e mi commuovevano, e soprattutto mi convincevo che, da grande, mi sarei dedicata alla scrittura perché, attraverso essa, avrei potuto portare fuori tutte quelle cose che mi stavano nel profondo dell’anima e che chiedevano di essere dette per turbarci e consolarci allo stesso tempo, come avrei compreso dopo.
Durante i tre anni frequentati nella Scuola Media Protonotaro, sempre a Palermo, incontrai un’insegnante che pretendeva la memoria di tutte le poesie studiate in classe. Fu questo esercizio a farmi comprendere l’importanza della disposizione delle parole, l’effetto soprendente e incantevole delle figure retoriche, di certi accostamenti, che davano nuova vita e significato a termini logorati dall’uso. In questo modo, poco alla volta, constatavo come il linguaggio poetico fosse un altro modo di raccontare la vita e il mondo.
Ero ancora un’adolescente – siamo già negli anni sessanta – quando, spinta dalle forti emozioni provocate dal mio primo innamoramento, cominciai a scrivere poesie d’amore, imitando più o meno inconsapevolmente Neruda. Mi accorsi che scrivere versi mi piaceva molto così come leggerli, tanto che divorai tantissimi libri di poesia, innamorandomi di Rilke, Eliot, Emily Dickinson, Pound, Ungaretti, Saba, Campo, gli autori greci e latini, specialmente Lucrezio, e moltissimi altri.
Durante la frequentazione della Facoltà di Lettere classiche, a Palermo, accadde la contestazione del ’68 che diede uno scossone violento alla mia vita personale e alla mia formazione culturale. Cominciai a studiare i poeti dell’Avanguardia russa, a interessarmi degli sperimentalisti italiani, di movimenti letterari e autori fortemente ideologizzati. Cominciai a seguire i poeti dell’Antigruppo siciliano e ascoltai alcuni recital tenuti nelle piazze, nelle fabbriche, ma vi aderii ufficialmente tardi, quando era stato già superato da un nuovo assetto economico-sociale, sopravvivendo alle sue ceneri. Fu proprio Nat Scammacca, anima della protesta, a curare l’edizione del mio primo volume di poesia: Impossibile Luna: era l’anno 1991.
Da allora ho pubblicato più di venti sillogi (la più recente è 7 poemetti, edita con LibriPoesia di Cati nel gennaio dell’anno in corso), tre romanzi e tantissime schede critiche per varie riviste: L’Involucro di Pietro Terminelli e Spiritualità & Letteratura di Tommaso Romano, che mi hanno permesso di conoscere tantissimi scrittori con molti dei quali si è stabilto un forte legame d’amicizia: penso a Franco Loi, Mario Specchio, Barberi Squarotti, Luciano Luisi, Mario Luzi, Renzo Gherardini, Silvano Panunzio, Maria Grazia Lenisa, Gianfranco Draghi, Peter Russell (di cui ho tradotto due sillogi dall’inglese), che purtoppo non sono più, ma dei quali conservo la corrispondenza epistolare.
Oggi, grazie ad Internet, ho stabilito una rete molto ampia di conoscenze ed amicizie bellissime a cui si aggiungono giorno dopo giorno sempre altri nomi; ed ovviamente, abitando a Palermo, ho frequenti incontri con gli autori che vi operano, tra i quali: Martinez, N. Romano, Giunta, Bonfiglio, Peralta, Lombardo, Balistreri, Sant’Angelo, Camassa, Luzzio, Sardisco, Grato e tantissimi altri. Seguo con molta gioia gli autori giovani, quelli che avranno il compito di proiettare l’arte poetica nel tempo che sarà vuoto di me: Castrovinci, Prestileo, P. Romano, Schirò, De Lisi e così via.
Sebbene abbia già scritto tanto, non credo di poter dire che la mia lingua abbia raggiunto la sua forma definitiva: penso, infatti, che la lingua debba crescere insieme al poeta e ai mutamenti dei tempi che attraversa. Desidero aggiungere altri capitoli alla mia storia d’amore con la poesia e, come sogno, i più importanti.

Franca Alaimo

 

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“Memorabilia”. Un racconto di Luca Cassarini

17 martedì Mag 2022

Posted by LiminaMundi in LETTERATURA, Novelle trasversali

≈ 1 Commento

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Luca Cassarini, Memorabilia, racconto

Su questo blog esiste già da tempo “Versi trasversali”, una rubrica dedicata alla poesia segnalata alla redazione. In questa rubrica, sotto l’egida dello slogan “la poesia è anche incontro”, sono proposte le poesie di autori che incontrano il blog. Mancava un’analoga rubrica per le novelle e, poiché non possiamo trascurare una così antica forma espressiva, ecco la nostra “Novelle trasversali”, dove il blog Limina mundi incontra la forma del racconto.

Wassily Kandinski, Studio di colore: quadrati con cerchi concentrici

Il logo di questa rubrica è il dipinto di Kandinsky Studio sul colore. Nell’opera una serie di cerchi concentrici di svariate cromie sono racchiusi ciascuno in un quadrato. Questa scelta ben rappresenta l’arte del racconto. Ogni racconto, nella sua completezza, fa quadrato a sé, le diverse cromie della narrazione provocano percezioni/emozioni diverse, l’insieme dei racconti forma un quadro antologico nell’articolata geometria degli incontri con gli autori segnalati alla redazione.

Nella rubrica Novelle Trasversali oggi presentiamo un racconto di Luca Cassarini

MEMORABILIA

“Il peso più grande. Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni cosa indicibilmente piccola e grande della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso“

(Friedrich Nietzsche, La gaia scienza)

Quel giorno era uscito presto, per poter battere nuovi sentieri nel bosco subito fuori città. Camminava svelto: aveva avuto sempre fretta nella vita, voglia di bruciare le tappe, emergere, tenere tutti sotto di sé e lui primo in ogni cosa, in ogni dove. L’idea di prendersi una mezza giornata libera da ogni impegno gli era venuta dopo l’ultimo bilancio economico della sua vita. Lo faceva praticamente ogni volta dopo che si era scolato un bicchiere di troppo o aveva litigato con una qualche donna della sua vita. Quando capitava una di queste due condizioni, andava nel suo studio, esaminava l’andamento della borsa oltreoceano, ingollava un altro drink energetico e si dedicava alla masturbazione mentale considerando l’evoluzione degli stock option e dei future sul mercato eurasiatico. Ma quando si era accorto che crollavano i mercati e la sua misera esistenza, tutti e due assieme e in una volta sola, si era dunque deciso a fare una cosa nuova. Di suo, la giudicava diversa e adrenalinica: scappare altrove. Fight, flight or freeze: aveva scelto la seconda opzione, ovvero fuggire.

Aveva cercato sul web “consigli spiccioli per cambiare la propria esistenza in dieci passi”, finché non si era imbattuto in un forum ad hoc, uno di quelli in salsa new age tanto cari ai boomers come lui. Questo sito web dava poche e semplici indicazioni per abbandonarsi il passato alle spalle e staccare dal logorio della vita moderna: una scampagnata in montagna, una gita fuori porta, cosa che nella sua testa equivaleva ad un allontanarsi dagli altri per non trovare più se stesso, ma erano punti di vista, visto che nel forum assicuravano che, così facendo, sarebbe stato possibile riappropriarsi della propria identità, rassicurare il proprio cervello rettiliano, agevolare gli istinti famelici del proprio poppante interiore. Non era proprio scritto così, ma questi ultimi erano stati i propri pensieri, ed aveva ridacchiato ripensando all’espressione “cervello rettiliano” e “infante interiore”.

Tra parentesi, si potrebbe tratteggiare un po’ meglio la figura di quest’uomo, che manterremo anonimo visto che molti potrebbero ritrovarsi in costui e così si eviterà il rischio di esser chiamati con nome e cognome, come a scuola durante l’appello o – peggio ancora – le interrogazioni. Insomma, tornando alla storia: lui, cinquantenne esperto di economia ma meno di gestione domestica, belloccio ma non affascinante, era ancora scapolo per scelta altrui, si era concesso donne bellissime pagando cifre assurde, aveva spesso deciso di vivere al di sopra delle sue possibilità negli anni di mezzo; poiché a tutto c’era un limite, aveva scelto di non superarne troppi, di limiti, e si era infine rassegnato ad una vita solitaria, complice il suo carattere, il suo lavoro, i suoi interessi ereditati da bambino. Ma il suo carattere era il suo destino, ovvero la testardaggine di fare da solo ciò che più desiderava in quel momento. Detto, fatto. Appunto.

***

Lo scarto del terreno era stato fatale. Mettere il piede in fallo, inseguendo chimere e farfalle, scivolare nel dirupo, lanciare un mezzo grido che nessuno raccoglierà, al più verrà sbertucciato dagli animali del bosco o si infrangerà contro le rocce avide di sole. Il sole gli picchia il corpo, gli brucia la fronte, e forse quello gli consente di racimolare i suoi ricordi, quel sole abbacinante lo riportava indietro nel tempo, ad un periodo lontano. Quando stava bene. Si stava meglio quando si stava peggio, insomma.

Doveva avere sette oppure otto anni, l’unica cosa che ricordava con certezza era che sarebbe giunta un’estate davvero calda, preannunciata dal frinire continuo, asfissiante, delle cicale. Notte o giorno, quel loro cicaleccio di comare lo rendeva per un verso felice – per tanti motivi: la scuola finita, gli amici da vedere al mare, il senso di libertà a carezzargli la pelle implume; per l’altra malinconico – per molteplici ragioni: la città che si svuotava, il sudore che appiccicava lenzuola e vestiti alla pelle, la solitudine della canicola o della notte infame. Tuttavia era ancora giovane e presto avrebbe capito che il suo animo non l’avrebbe mai reso poeta. Semplicemente, fuori tempo rispetto agli altri, ma quello scarto minimale, se solo avesse voluto lo avrebbe potuto recuperare in fretta e tutte le sue malinconie e paturnie accantonare nel bidone dei brutti ricordi o dei dettagli insignificanti. Invece aveva deciso di fare altrimenti: abbracciare quel senso di esclusività e farselo pulsare nelle vene, respirarlo appieno, assaporarlo del tutto, fino in fondo, addentando la vita al midollo come altri prima di lui gli avevano consigliato. Ecco tutti soddisfatti: lui, che coltivava pazientemente il suo dolore, gli altri che ciondolavano la testa pensando che era un bambino fragile, sensibile, difficile, tosto, intelligente, sopra le righe, eccetera eccetera.

Poi era arrivata la realtà con tutta la sua durezza. Se crescere, se la stessa adolescenza etimologicamente era una sofferenza, bene: lui aveva risposto appieno a questo mandato; i tiepidi sogni avevano dovuto far posto a cocenti delusioni. Sii concreto, ché la vita è anche lacrime e dolore. Già, proprio vero. Abstine et substine, come dice Seneca o chi per lui. Dagli antichi c’è sempre da imparare qualcosa: è la saggezza di chi ha vissuto ed ha la bisaccia piena di rimpianti. Questi i consigli di qualche vecchio del paese. Non era stato abbastanza, per lui, abbracciare le bonarie rassicurazione di vecchi, ubriachi e saggi: aveva cercato conforto nella religione, affidando i suoi crucci ad un sacerdote dalla faccia severa. Guarda l’immagine di Gesù che sulla Croce distende le sue braccia come dire, “sì, accolgo questo dolore in me, cosicché possa esser cancellato il peccato originario dell’Uomo e portare nuova linfa per coloro che verranno…”, le parole del prelato distratto. Ecco, se n’era andato lasciando il prete sproloquiare sui concetti teologici e la giustificazione del perché ci fosse il male sulla Terra. Applicava ragionamenti più concreti, lui: il male c’era perché le persone non si comportavano bene, si odiavano l’un l’altra, volevano giungere al primo posto quando il posto era uno solamente e i pretendenti milioni di milioni, come le stelle di una famosa pubblicità, e forse era più buono pane e salame che le noiose lezioni di catechismo.

I suoi genitori ad un certo punto lo avevano ritirato dalla Parrocchia, per il semplice motivo che due brutte notizie si affaccendavano all’orizzonte, scure come un temporale: marito e moglie si stavano separando e la famiglia in frantumi cambiava città, un poco come un vaso che cade a terra ed i cocci finiscono sparsi da tutte le parti. Si può dire che le due cose non fossero consequenziali, cioè il divorzio e l’abbandono della città, sarebbero accadute entrambe o una soltanto o nessuna. Sta di fatto che l’ultimo giorno di Catechismo lui non salutò nessuno e nessuno lo salutò, non perché fosse antipatico, ma semplicemente perché non lo si notava, una di quelle persone che in un elenco rimangono sempre dimenticate, o per ultime, o aggiunte infine, ma solo come gesto di cortesia. L’unica cosa che gli sarebbe rimasta impressa sarebbero stati i capelli rossi di una ragazzina della sua stessa età, ma la giovane non era italiana e lui era troppo timido per tentare approcci amichevoli, per cui quell’immagine rossiccia sarebbe svanita dalla sua mente, come rimasuglio un semplice nome, ben altre cose avrebbero occupato i suoi pensieri, negli anni a venire. La vita gli avrebbe imposto un percorso obbligato, come quel sentiero contraddistinto da tanti paletti nel terreno montano che aveva intrapreso malvolentieri. Ligio al dovere, aveva abdicato ai suoi sogni per dare mandato ai bi-sogni: crescere. Guadagnare. Diventare qualcuno. Qualcuno ma chi? Ecco il motivo per cui, ad un certo punto, in un certo qual modo, aveva scelto di uscire dal seminato. Il terreno scosceso, la sorpresa improvvisa, la caduta nel dirupo, la botta, la frattura. E poi, la necessità di aggrapparsi a qualcosa – qualunque cosa – fino a quel gioco di associamenti automatici, per cui….

…ecco ripresentarsi alla sua vista quell’ampia macchia rossa, lungo tutta la gamba, segno tangibile di animale ferito, maschio sulla cinquantina, altezza nella media, leggermente stempiato, amante delle belle donne e delle buone bevute solitarie. Essa occupa tutto lo spazio nello shock del momento, mentre cerca di risolvere il problema alla meno peggio, azzardando una qualche benda, un qualche laccio emostatico. In qualche modo ce la fa, è abbastanza versatile, tutto sommato. Con sollievo, nota che la ferita si è rappresa, scurita. Il dolore lancinante è stato sedato dallo scarico di adrenalina, ma sa che cesserà anche quello e, come dopo una sbornia, soffrirà indicibilmente. Non vede l’ora. Forse ha delle ossa rotte, non riesce a muoversi. Lascia il fardello del suo zaino. Gli torna in mente quella faccia antica, lontana. ”Klara, si chiamava Klara.”, pensa contando gli steli d’erba rinsecchita, le zampe di un insetto morto, immaginandosi tumulato sotto la terra fertile, immobile e crocifisso come quello scarabeo rimasto pancia all’aria. Se fosse notte conterebbe le stelle in cielo, il sole non è ancora calato, teme possa calare il silenzio sulla valle e passare l’ultima notte in balia della fortuna.

Puerilmente, decide di alzare una stupida preghiera alle divinità del cielo. Che tutto questo finisca presto, il suo penultimo desiderio. Non avviene alcuna epifania. Grida, ma nessuno può ascoltarlo. E lui lo sa. Grida più forte. Vuole che per lui quel momento possa essere memorabile, indimenticabile, assoluto: il suo ricordo migliore, dopo una vita passata invano.

Luca Cassarini
https://scrittureartigianali.wordpress.com/

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“Non so se ho scritto troppo sull’amore” di Antonio Bianchetti, Quaderno dell’Àcàrya n°55, 2022. Una lettura di Rita Bompadre.

16 lunedì Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Antonio Bianchetti, Non so se ho scritto troppo sull'amore, Rita Bompadre

 

“Non so se ho scritto troppo sull’amore” – un altro passaggio dai giardini di ponente – di Antonio Bianchetti (Quaderno dell’Àcàrya n° 55, 2022 pp. 160 € 14.00) è una raccolta poetica che celebra la grande capacità d’amare e irradia l’intensità di una luce infinita e di una visione del mondo in cui la bellezza, la corrispondenza spirituale, l’estensione delle emozioni sono l’incarnazione della prospettiva umana del bene. Antonio Bianchetti condivide la sintonia emotiva e l’inesauribile essenza della poesia, indica la connessione del cuore, oltrepassa le distanze terrene, orienta la sostanza e la radice dell’incisività universale dei sentimenti. Il poeta spiega l’efficacia espressiva della malinconia, concentra nelle pagine l’esposizione esistenziale della nostalgia, traccia l’incessante ritmo della corrente del tempo. La struttura elegiaca dei testi si compone della direzione esclusiva dei punti cardinali, conduce l’elemento simbolico del cammino in una traiettoria sensibile per riportare alla memoria gli scenari di un viaggio interiore, per orientare il passaggio delle contraddizioni impulsive della vita, per osservare e determinare la passionale frequenza della sfera affettiva. La poesia di Antonio Bianchetti declina la validità generatrice della viva dedizione alla ragione del cuore, rinnova la componente metafisica e spirituale della quotidiana intimità, evidenzia la sintonia e la complicità mentale nei confronti dell’incondizionata meraviglia dell’anima, la definizione della magica confidenza della sensualità, il principio decifrabile dell’innamoramento. Il legame indivisibile con l’universo carezzevole dell’amore avvicina alla necessità fortunata dell’eredità romantica, allo sconfinato, imponderabile segreto dell’eternità, traduce il contenuto corporeo delle avversità, affronta gli ostacoli impenetrabili delle incomprensioni e le difficoltà dei silenzi arrendevoli. L’assenza subita identifica l’inevitabile inquietudine e la profondità del disorientamento, ma regala anche lo strumento indispensabile per riconoscere la propria consapevolezza e difendere la propria esperienza nella previsione straordinaria di una sfida individuale, nel sostegno compiuto di un distacco e di una successiva, nuova vicinanza. Antonio Bianchetti non ha scritto troppo sull’amore, ha comunicato il suo inno alla vita, accolto la fragilità pulsante del ricordo, concesso la continuità della presenza amata nello spazio inesauribile della speranza. Non ha mai allontanato l’affermazione del futuro, ha percorso il destino presente per non dimenticare l’elogio della fiducia nella rinascita, la provenienza delle stagioni dell’esistenza, scandite dal dinamismo dell’equilibrio introspettivo dei desideri. Il libro è impreziosito dalle suggestive fotografie del mosaico con la rosa dei venti impresso sul lago di Como, a simbolo dell’intuizione delle coordinate spazio temporali, nel saggio significato della guida e nella protezione della forza di volontà. Nella chiave di lettura del percorso il poeta incontra l’incanto dell’arte elegiaca, percorre la spontaneità, la dolcezza e la gratitudine dell’ascolto, in linea con la gentilezza e la generosità concesse a ogni destinazione della passione.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

 

BALCONE VISTA MARE

 

Questo orizzonte ci sorprende

fin dove lo sguardo

incontra il respiro

della vastità

 

e su quello che si avrà

il panorama vissuto

ci rinnova gli auguri

fin dove possiamo vedere

oltre il confine

di un giorno

al di là

dei nostri giorni futuri

 

IL SERVITORE MUTO

 

Ho posato gli occhi

sopra la fine del giorno

che ricomponi piano

insieme al vestito

accarezzato

dolcemente con la mano

insieme alla premura

di fare un po’ di ordine

dentro a queste ore buie

 

Poi ci fermiamo a guardare

come se questo panorama

fosse ancora

un orizzonte da indossare

come se la notte

non volesse mai arrivare

messa da parte

insieme agli ultimi indumenti

 

Lasciata sola nell’eternità

di questi pochi gesti

insieme ai colori

dei nostri movimenti

 

 

EPITAFFIO

 

Parlavamo sempre dell’eternità

ma ora il nostro cielo

ha misure troppo piccole

per ascoltarti

troppo grandi

per cercare di abbracciarti

 

LA VITA È UN’IPOTESI BELLISSIMA

 

Non è la sera

che respira d’ombra

una solitudine diversa

ma luce che non tramonta

dentro

negli angoli di un mondo

dove cercarti è sogno

aria

e altro ancora

E sono tanti i nomi

che daremo al buio

se il nostro sole

non si fosse fermato

per essere nel cuore

un altro mattino da ricostruire

 

La vita è un’ipotesi bellissima

 

tutto il resto

è amore che ci sfugge

e sorge ancora

dentro

 

UNA FORZA MAI ARRESA

 

Qualcuno mi darà da bere

e l’alba mi giudicherà

se il viaggio ricompone

giorno e notte

in questo errare

dentro una certezza

 

La dolcezza sarà

come il bacio del crepuscolo

diviso

nella moltitudine di questa attesa

per ogni aurora che vedrà

un altro andare

 

Insieme ai venti sceglierò i semi

di una forza mai arresa

verso l’aria di levante

per dire al sole

che germoglierò

come ad ogni primavera

 

per dire al tempo

che ritornerò

prima della mia sera

 

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Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados. “L’immagine” di José Pedro Bellán

12 giovedì Mag 2022

Posted by emiliocapaccio in Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Idiomatiche, LETTERATURA

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Tag

Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Emilio Capaccio, José Pedro Bellán, L'immagine, Racconti, TRADUZIONI

U R U G U A Y

L’IMMAGINE

(1914)

José Pedro Bellán (1889-1930)

Traduzione di Emilio Capaccio

È stato drammaturgo, per il quale è maggiormente conosciuto, insegnante in varie scuole e corsi serali, scrittore, politico, esponente del partito “Colorado”, uno dei partiti politici che ha governato per più anni il paese. È stato deputato dal 1926 al 1930. Ha fatto parte del movimento artistico e letterario che ha dato vita, nella città di Montevideo, alla rivista “Bohemia”, pubblicata dal 1908 al 1910, diretta da Louis Alberto Lista e, in seguito, da Edmundo Bianchi. Le sue opere teatrali e le sue raccolte di racconti rispecchiano in prevalenza la corrente del realismo con grande capacità di introspezione dei personaggi, affrontando tematiche attinenti il puritanesimo, il ruolo della donna, l’educazione cattolica, e la cultura borghese. In generale, i personaggi di Bellán, spesso, si fanno portatori di conflitti interiori che scaturiscono dal nuovo modello spaziale di aggregazione sociale, che è la grande città, degli inizi del ‘900 a scapito dell’ambiente rurale. Il racconto proposto è tratto da una delle prime raccolte: “Huerco”.

In una delle ultime casette del barrio dei pescatori, quasi sulla riva del mare, il vecchio Leopoldo, settantenne, fuma la pipa carica di virginia (1). Davanti a lui, la moglie del figlio, pungolata da un pensiero tenace, rammenda una calza grigia bucata sul tallone. Restano così per molto tempo: muti, senza guardarsi, come se fossero soli. Certamente hanno lo stesso pensiero.

La tempesta non si ferma. Per tre ore ha sconquassato il barrio e lo ha riempito di paura.

Il mare è una tempesta immensa che stordisce. I suoi promontori d’acqua durano per un istante, convulsi, inquieti, poi crollano nello stesso momento. Sembrano ribollire.

Tutte le barche sono tornate fuorché una.

— Maria ci mette troppo, dice Leopoldo, rompendo il silenzio.

Si riferisce alla nipote di dieci anni, una bella bambina con gli occhi azzurri, bianca e delicata. L’hanno mandata già tre volte a chiedere notizie e per tre volte ha cercato i compagni di suo padre, i pescatori salvi, implorandoli di riferire qualche informazione, anche la più semplice, la più insignificante.

Quando è tornata, ha risposto nello stesso modo delle volte precedenti.

— Nessuno sa niente… nessuno lo ha visto.

Si è seduta vicino al tavolo e vi si è appoggiata. Le sue piccole mani esangui si sono congiunte come in preghiera.

La scena si è ripetuta. L’immagine fredda del raccoglimento stretto alle cose ha permeato la stanza. È passato un po’ di tempo.

Leopoldo parla di nuovo. La sua voce si fa inquieta e spaventa.

— Questo vento!

Elena ascolta con ansia. Poi, spinta dai suoi pensieri, domanda:

— Quanti erano nella barca?

— I soliti. Lui e i due ragazzi.

Si ferma. Poi sbotta:

— Una volta sono quasi annegato.

Elena chiede con interesse:

— E come vi siete salvato?

— Ascolta tu stessa. Era notte. Il vento si infilava tra il velame in una maniera tale che ebbi paura avrebbe rovesciato la barca. Allora mi legai a essa, annodai le corde agli anelli e, non potendo sciogliere le vele, le squarciai con il coltello. In seguito, stemmo più di sette ore sulla barca, come su una boa alla deriva. Un vaporetto ci soccorse.

— Se solo Renato avesse quest’idea – dice Elena, con l’immaginazione che corre.

— Sì… lui sa di queste cose…

Elena non pensa che lui lo sappia; ha dato uno sguardo attento al suo passato e non ricorda che Renato abbia mai parlato di qualcosa di simile. Da ciò intuisce che non saprebbe salvarsi e un’angoscia più grande le preme sulla gola. In tutto questo, la bambina sembra addormentata sul tavolo.

Senza rendersene conto, Elena giunge a una crudele tenerezza. Esclama tristemente:

— Povero Renato… ricordate quando vi siete andato in collera con lui? Nessun figlio si sarebbe comportato così.

— È vero ragazza, avete ragione. Ricordo anche che in seguito ho pianto per la prima volta. Che cuore!…

Elena continua:

— Non se la prende mai per niente. Vedeste la guerra che gli fece mio padre. Tuttavia, dopo che ci siamo sposati, Renato non ha smesso di fargli favori. Se n’è preso cura e lo ha mantenuto. Si può dire che mio padre ha vissuto a sue spese.

Ora non riesce a trattenersi. Emette un singhiozzo.

— Andiamo ragazza; non c’è motivo di piangere…

Entrambi si fanno silenziosi per paura di farsi prendere troppo dall’inquietudine. Leopoldo afferra un palangaro e lo svolge quanto gli consente lo spazio intorno a lui. Dopo lo rimette a posto, controllando amo dopo amo, sughero dopo sughero. Qualcosa di strano passa attraverso il palangaro, tra le sue dita febbrili.

Elena mette da parte il rammendo senza rendersene conto. Guarda il vecchio e lo osserva a lungo con ansia, cercando una risposta alla sua muta domanda, insistendo su quel volto rinsecchito che resta tranquillo. È convinta che il vecchio lo sa, necessariamente. Trent’anni in mare, non gli danno il diritto di conoscerlo bene?…

Si alza e prendendolo per le spalle gli dice in una supplica disperata:

— Voi lo sapete… voi lo sapete…

Il vecchio spalanca gli occhi per lo stupore. In quel momento il suo Renato è un ragazzino che ha appena finito di gattonare, che ha disordinato tutto rompendo i ninnoli, che dice, mamma, papà, e che piange quando non lo baciano. Tarda solo pochi secondi per capire cosa vuole quella ragazza. Allora il rude scuotimento gli fa umidire gli occhi, e risponde in modo ottuso:

— Non lo so… come faccio a saperlo?…

Questa volta è lei a usare parole di conforto.

— Ora siete voi che vi ponete male — dice affettuosamente. — Aspettiamo. È possibile che non sia accaduto nulla di grave.

Ma, sentendo che Leopoldo respira violentemente, continua con maggiore tenerezza:

— Calmatevi… vi farà male. E poi… Maria è lì. Se si svegliasse e ci sorprendesse… La povera piccola è felice dormendo.

Leopoldo bacia la ragazza e lei si siede al suo fianco, sfiorandolo quasi con la gonna. Così, messi uno accanto all’altro, si sentono meglio.

Tornano a parlare di Renato. All’inizio lo fanno con animo sereno, con più fermezza. Tuttavia, nel momento in cui i dettagli dei ricordi emergono, un tono commosso sale dalle loro gole.

Parlano di lui come se non esistesse.

Maria li interrompe bruscamente. Dal suo sogno esclama a mezza voce:

— Sì, la barca… la barca… – Poi un grande grido, angoscioso, indefinito.

— Avete sentito? — Dice convulsivamente Elena — Sarà qualche incubo.

— Chi lo sa. Sogna… che cosa sognerà?…

— Dovrei svegliarla?

— No no, lasciatela dormire tranquilla. Sarà felice. Immagino che sogni suo padre!

I due si alzano per osservarla meglio. Elena arriva prima. Una sensazione di freddo le rende difficile la respirazione. Rimane immobile, insieme al vecchio, che patisce la stessa difficoltà. Entrambi sembrano trattenuti da una straordinaria visione.

Leopoldo, con la mano ad artiglio si preme una guancia. La pelle della fronte, in profondi solchi, si stende e la sua bocca resta aperta, anelante, pietosa, come un becco assetato.

A sua volta, Elena mostra una sorpresa lampante. Si regge la fronte e stringe le palpebre, muovendo la testa da un lato all’altro, come se volesse sfuggire ad un’immagine che la investe da ogni parte. Sente le gambe afflosciarsi e cade sulla panca, vicino al tavolo.

Mormora:

— È possibile… solo… solo…!

Regna il silenzio dell’emozione. I due fanno un gesto. Una moltitudine di espressioni appare sui loro volti, con sorprendente rapidità. Terrore, angoscia, veemenza, panico, contentezza, paura, delusione, impotenza, tutto accelerato, fuggente, tutto convulso. Pare che abbiano visto qualcosa di tremendo dalla finestra.

— Che onda formidabile — esclama Elena, come una dissennata. — Lo ucciderà, lo ucciderà! Oh!…

Sta per continuare ma Leopoldo le copre la bocca.

— Zitta… zitta… — e le afferra la testa con entrambe le mani. Il cuore dei due si sente battere con strepitio. Maria continua a dormire nella stessa posizione, con il viso nascosto tra le braccia acciambellate a forma di nido. La candela accesa poco prima da Elena illumina metà della stanza. Un’ombra spessa e irregolare ricade pesantemente sulla testa della bambina.

— La tempesta è più forte lì. Avete sentito?… È più forte lì.

Leopoldo cerca di frenarla per impedirle di dire ciò che vorrebbe dire.

— Ti inganni, ti inganni… – risponde con spontaneità. — Ne so più di te. La barca resiste perché…

Tace, chiude gli occhi, fa uno sforzo mentale e dice con implorante incoerenza.

— No, no; se avesse forza, se potesse ancora…se ha perso i sensi?

Elena abbraccia il vecchio.

— Papà – chiama il suocero — Papà… il mio Renato sta morendo… Guardate, guardate… che colpo di mare… lo ha trascinato dentro.

— Ah! Ah!… uscite fuori…uscite fuori…venite a vedere?

Elena… le sue gambe pendono dalla balaustra. Si regge. E i due, abbracciati più forte, guardandosi negli occhi, continuano fatalmente la narrazione di un fatto che si produce nello stesso istante, a qualche miglio in mezzo al mare.

— Oh… non reggerà…

— Sì… vi dico di sì…

— No, no… oh… come si solleva il mare…

— Cade, cade… si sgonfia…

— La barca è scomparsa, la barca è affondata… dov’è?…

— Appare… l’onda è passata sopra…

— E Renato è lì… ha gli occhi chiusi… è tutto livido.

Elena si scuote con violenza.

— Oh!… che orrore… che bestia grande… terribile… la bocca… la bocca… si avvicina a Renato… mio Dio!…

— Renato… tirati su, tirati su… – grida Leopoldo, come se l’altro potesse sentirlo.

— Se lo prende… se lo prende – esclama Elena — ha ingoiato una gamba… se lo porta… cade in mare… cade in mare…ormai… è caduto… è caduto… è caduto… non si vede più… è affondato… è affondato Renato! Renato… – conclude con voce strozzata e il suo corpo ondeggia come una colonna colpita alla base.

In quel momento, Maria si sveglia. Senza notare fuori sua madre e suo nonno, setaccia la stanza con un’occhiata. Poi, gira per tutta la casa, gridando dolorosamente, chiamando con angosciosa impazienza, come se l’essere che cerca volesse fuggirle con spietatezza.

— Papà… papà…

Un gatto nero sfreccia per la stanza.

(1) Indica per omonimia il tipo di tabacco che viene prodotto nello stato della Virginia negli Stati Uniti d’America.

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Una vita in scrittura: Federica Galetto

11 mercoledì Mag 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

≈ 1 Commento

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Federica Galetto, Una vita in scrittura

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto a Federica Galetto che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Federica.

Non ricordo giorno senza scrittura. Sin dall’infanzia ho amato le lettere dell’alfabeto, soprattutto quelle che ai miei tempi si aprivano sulle pagine dei libri per bambini con volute e riccioli all’apertura di un capitolo. I numeri invece, avevano per me un’attrattiva pari a zero. Dopo varie sperimentazioni grafiche, decisi che la (bella) scrittura dovesse diventare il mio mondo parallelo.

Sebbene amassi scrivere, l’ordine non era certo un mio punto forte e per lungo tempo da bambina mi esercitai stoicamente nel ricopiare le lettere in bella calligrafia, in una ricerca estetica che lasciò andare alla deriva i numeri e i calcoli che mai in vita mia mi furono amici. Nel frattempo, dopo aver letto tutti i libri di gialli per ragazzi di Nancy Drew, i Topolini e le fiabe di Andersen e Grimm, verso i tredici anni mi innamorai di Shakespeare e della lingua inglese, fatto che aprì dentro di me un nuovo capitolo: la Poesia. Questi versi mi folgorarono:


This royal throne of kings, this sceptered isle, This earth of majesty, this seat of Mars, This other Eden, demi-paradise, This fortress built by Nature for herself…


William Shakespeare, Richard II


Iniziai così a scrivere versi, accompagnati sempre dalla lettura, senza la quale mai potei stare. Ma l’interesse per la Poesia, mio primo amore, si affievoli’ quando mi accorsi che la Narrativa rappresentava per me un banco di prova a cui non riuscivo proprio a sottrarmi.

Scrissi dunque molti racconti e articoli per giornali e riviste, mi diplomai in Lingue e là conobbi un’insegnante di Italiano illuminata, che mi sprono’ a continuare a scrivere. In seguito, alla facoltà di Lingue e Letterature straniere di Torino, ebbi poi la fortuna di avere come insegnante di Letteratura Americana, Barbara Lanati, una delle maggiori esperte e traduttrice di Emily Dickinson.

In quel periodo, per esercitare il mio orecchio e la mia mano scrittoria ricopiai a mano per molte volte “Orlando” di Virginia Woolf e buona parte delle opere di Katherine Mansfield, scrittrici a cui devo tutto ciò che sono. Un bel giorno poi vinsi un concorso indetto da Mondadori con un mio racconto, poi pubblicato in una antologia contenente altri racconti finalisti. Da allora non mi sono più fermata. Sebbene la scrittura sia sempre stata un prolungamento di me stessa e non l’abbia mai abbandonata, la vita reale prese per molte volte il sopravvento tentando di distogliermi dallo scrivere. Nel 2010 però, uscì la mia prima raccolta poetica per i tipi di Lietocolle in un momento difficilissimo della mia vita, e da allora non ho più smesso di scrivere e pubblicare Poesia.

A oggi ho all’attivo una decina di libri di versi e un romanzo, uscito nel 2017. Nel tempo, ho compreso che scrivere è la mia vita e che nulla sarei, senza. La vita non è stata troppo buona con me, ma la scrittura mi ha sempre salvata, così come l’Arte e la Bellezza. Attualmente sto scrivendo il mio secondo romanzo.

Federica Galetto

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Mattia Tarantino, “L’età dell’uva”, Giulio Perrone Editore, 2021.

09 lunedì Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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L'età dell'uva, Mattia Tarantino

 

Vorrei conoscere il mondo dei morti,

reclamarlo in una lingua senza storia

che non abbia una grammatica, ma possa

avverare tutto ciò che si pronuncia.

 

Mi usano per parlare a chi è rimasto,

vogliono che dica, rovesciandola,

la parola che non hanno mai trovato.

 

*

 

Rovesciata nel sangue una preghiera

indecifrabile rimane nelle vene:

nessuno ha mai saputo pronunciare

la parola con cui inizia: pare venga

dalla lingua dei morti, e rivelata

li farebbe ritornare al nostro mondo.

 

Il segreto è che se bruci

i fiori che ti ho dato troverai

nel fuoco i segni per comporla.

 

*

 

I bambini giocano a intrecciare

le storie dei morti: hanno mille

voci in una sola lingua.

 

Conoscono la linea tra il mondo

e la sua conclusione; intuiscono

che le cose non durano e bisogna

piangere per tutto e per tutto

strillare, agitarsi, poi ridere.

 

*

 

E poi cammini con un cero

sciolto in bocca per ripetere i proverbi

con fatica, e tutti i nomi

comuni delle cose; oppure quelli

che di inverno reciti allo specchio.

 

Sarà che non conosco i segni

né l’Arcano della Luna, e non ho mai

saputo interpretare le stagioni;

 

sarà che ho in gola antichi canti

in una lingua incomprensibile di vento

e di fortuna, tra ostie sparpagliate,

 

ma l’ho stretto il patto con i morti,

esausto nella stanza, con un libro

lasciato sotto al letto, rovinato.

 

*

 

Vedi, non restano che i nostri

frutti sulla tavola:

mia madre che li sbuccia; i loro

nomi che pendono dall’orlo

e cadono tra il pavimento e l’invisibile.

 

Ora all’uva basta un soffio per marcire

in fretta e diventare una preghiera.

 

*

 

Dammi la cenere, la sorte

rovesciata dei morti che ridono

in cerchio attorno al fuoco; che bevono

per varcare ubriachi la soglia.

 

Alla festa non hanno invitato

chi ha sofferto la caduta del cielo;

chi ha corrotto con la lingua la voce

udita alla fine del sabba:

 

un giorno ciò che intendono i morti

a tutti sarà rivelato.

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Alle madri

08 domenica Mag 2022

Posted by Deborah Mega in ARTI, Segnalazioni ed eventi, SINE LIMINE

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Masaccio e Masolino da Panicale, S,Anna Metterza

 

Vergine madre, figlia del tuo figlio – Dante Alighieri

 

Vergine madre, figlia del tuo figlio,

umile e alta più che creatura,

termine fisso d’eterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura

nobilitasti si’, che ‘l suo fattore

non disdegnò di farsi sua fattura.

 

Nel ventre tuo si riaccese l’amore,

per lo cui caldo ne l’eterna pace

così è germinato questo fiore.

 

Qui se’ a noi meridiana face

di caritate, e giuso, intra mortali,

se’ di speranza fontana vivace.

 

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,

che qual vuol grazia e a te non ricorre

sua disianza vuol volar senz’ali.

 

Gustav Klimt, Le tre età della donna

 

A Mia Madre – Edmondo De Amicis

 

Non sempre il tempo la beltà cancella

o la sfioran le lacrime e gli affanni

mia madre ha sessant’anni e più la guardo

e più mi sembra bella.

 

Non ha un accento, un guardo, un riso

che non mi tocchi dolcemente il cuore.

Ah se fossi pittore, farei tutta la vita

il suo ritratto.

 

Vorrei ritrarla quando inchina il viso

perch’io le baci la sua treccia bianca

e quando inferma e stanca,

nasconde il suo dolor sotto un sorriso.

Ah se fosse un mio prego in cielo accolto

non chiederei al gran pittore d’Urbino

il pennello divino per coronar di gloria

il suo bel volto.

Vorrei poter cangiar vita con vita,

darle tutto il vigor degli anni miei

Vorrei veder me vecchio e lei…

dal sacrificio mio ringiovanita!

 

Edward Munch, La madre morta e la bambina

 

A mia madre – Eugenio Montale

 

Ora che il coro delle coturnici

ti blandisce nel sonno eterno, rotta

felice schiera in fuga verso i clivi

vendemmiati del Mesco, or che la lotta

dei viventi più infuria, se tu cedi

come un’ombra la spoglia

(e non è un’ombra,

o gentile, non è ciò che tu credi)

chi ti proteggerà? La strada sgombra

non è una via, solo due mani, un volto,

quelle mani, quel volto, il gesto d’una

vita che non è un’altra ma se stessa,

solo questo ti pone nell’eliso

folto d’anime e voci in cui tu vivi;

e la domanda che tu lasci è anch’essa

un gesto tuo, all’ombra delle croci.

 

 

 

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~A viva voce~

07 sabato Mag 2022

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Corpo stellare, Fabio Pusterla

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

https://liminamundi.com/wp-content/uploads/2022/05/tu-non-lo-sai.m4a

 

Tu non lo sai, ma io spesso mi sveglio di notte,
 
rimango a lungo sdraiato nel buio
 
e ti ascolto dormire lì accanto, come un cane
 
sulla riva di un’acqua lenta da cui salgono
 
ombra e riflessi, farfalle silenziose.
 
Stanotte parlavi nel sonno,
 
con dei lamenti quasi, dicendo di un muro
 
troppo alto per scendere sotto, verso il mare
 
che tu sola vedevi, lontano splendente.
 
Per gioco ti ho mormorato di stare tranquilla,
 
non era poi così alto, potevamo anche farcela.
 
Tu hai chiesto
 
se in basso ci fosse sabbia ad aspettarci,
 
o roccia nera.
 
Sabbia, ho risposto, sabbia. E nel tuo sogno
 
forse ci siamo tuffati.
 
 
 
Fabio Pusterla
 
da “Corpo stellare” ed. Marco y Marcos, 2010

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Guglielmo Aprile, “Sinfonia del mare”, Il Convivio Editore, 2021.

06 venerdì Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Guglielmo Aprile, Sinfonia del mare

 

 

 

Mi parlarono le onde

 

Risuonano tra le onde eco disperse di

altre voci, di uomini

vissuti in altre età, boati e gemiti di

Atlantidi dimenticate, il rombo di

uragani e naufragi

anche se per la distanza smorzato si

prolunga nel rantolo

della risacca che cresce dal largo

e che parla alla spiaggia, e le confessa il

remoto martirio di qualcuno

che si annegò, e di cui si ignora il nome; e

brandelli riemergono

di rotoli e di codici, in un vortice

di spume, avvolti dalle alghe, cocci

alla rinfusa, formule sbiadite

da acqua e sale, di rune e di saghe,

e tavole ma infrante tra gli scogli

e pagine di silice ma in pezzi

con sopra incise e quasi cancellate

le prime leggi e stralci del racconto

di come ebbe origine il mondo;

e sull’acqua prendono forma a volte

i tratti di quello che sembra un volto.

Mare, di fronte a te, sulle tue sponde

a lungo siedo, da solo, in ascolto.

 

Soglia

 

Il mare piange un figlio mai tornato:

ascolta, invoca un nome

e lo ripete a vuoto

fino allo sfinimento, tante volte

quante le onde che fanno al suo grido

una ironica eco,

e andare in cerca sembra

anche se esausto, in una via deserta, da

solo e scalzo, sotto il temporale, di

qualcuno, chiamandolo

a piena voce: implorante orfeo

di un volto che le ombre reclamarono,

troppo presto rapito

da un Averno che ha lungo la battigia la

sua soglia vorace.

 

Rapsodia marina

 

Le galassie raccontano

alle conchiglie il proprio lungo viaggio;

e lui, il mare, raccoglie e poi disperde

l’eco di quella lunga confessione:

 

dissipa sillabe d’alghe e di schizzi

sopra la pergamena delle spiagge,

senza posa versifica

perduti amori e la storia del mondo

 

e quella del gigante senza nome

che espia una certa colpa

da quando in tufo si mutò il suo corpo, in

sbraccianti scogliere;

 

mare, ossesso in catene

che sbraita e strepita, voce straniera

che innalza la propria preghiera

e le distanze scavalca e le ere.

 

“Ama celarsi, parla per enigmi…”

 

Metamorfico mare, ha molte maschere

ma una sola anima: suo è il dono

di mutare, di assumere

 

qualunque profilo, a capriccio,

quando l’onda disegna sulla riva

ora un cavallo, o un’idra, o una fanciulla,

 

ma sempre confonde i suoi esegeti

e dei loro pronostici si beffa,

e il suo vero volto non mostra

 

a chi si affacci sul suo specchio; mare, a

ogni nostro bussare il tuo silenzio è la

sola risposta.

 

L’azzurro rotolo della sapienza

 

Quanto per te è dio, per me è il mare;

è il gelsomino che soffoca quasi

chi il suo alito esali, tanto è dolce,

ed è il fabbro operoso delle ere

che lascia su costoni e rupi traccia

della sua mano d’acque e venti e lave,

è il fremito che percorre il fogliame

ed è il boato che stacca le frane,

il ronzio in mezzo agli steli dell’ape

e l’eco montante delle risacche,

la chiocciola che su un tronco o su un muro

impercettibile all’occhio risale,

la lunghissima marcia dei ghiacciai

che il calcare scavò con la sua unghia

tracciando corridoi, gole dai fianchi

a precipizio invase poi dai laghi,

le piste che i capodogli tramandano

alla ricerca di plancton ogni anno

sulle mappe delle correnti oceaniche,

le orbite che gli infuocati globi

attraverso distanze buie battono;

è come una colorata voragine

che sul proprio orlo srotola una danza

di corpi che un solo brivido infiamma,

è quel trasalimento dello sguardo

che allo scoccare del fulmine segue

o quando spiega il suo incendio il tramonto e

allestisce la sua coreografia

fastosa drappeggiando con le nuvole

vascelli in fiamme; è la prima fonte

di meraviglia e di angoscia di fronte

ad ogni epifania dell’esistenza,

è la terribile magnificenza

che non si sa come chiamare, e a cui tu

dai nome di dio, io di mare.

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Rethorica novissima di Gualberto Alvino. Una lettura di Loredana Semantica

05 giovedì Mag 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Recensioni

≈ 5 commenti

Tag

Gualberto Alvino, Loredana Semantica, poesia contemporanea, recensione, Rethorica novissima

Rethorica_novissima_Gualberto_Alvino - Irelfe - cop.fronte

Ci sono letture più sfidanti di altre. Non solo da intendere come lettura del testo, riga dopo riga, fino alla sua fine, ma anche nel riferirne impressioni da lettore. L’opera Rethorica Novissima di Gualberto Alvino è tra queste. Si tratta di una raccolta di poesie, pubblicata nel 2021 dalla Casa editrice “Il ramo e la foglia”. Uno scritto che non lascia indifferenti. Impegnativo sarebbe aggettivo adatto, ma non sufficiente per chiarirne corpo e complessità. 
In premessa occorre dire che Gualberto Alvino è noto e stimato filologo e critico letterario. Già per solo questo fatto, è presuntuoso pensare di penetrare pienamente il senso poetico del suo degnissimo lavoro,  questo tuttavia sembrerebbe più un libro destinato agli “studiosi di poesia” che agli “amanti della poesia”. Non per niente in fine è riservata una pagina bianca per le note.
L’opera di Alvino già dal titolo presenta un’inclinazione decisamente colta. “Rethorica” con slittamento della muta nel cuore, piuttosto che con l’ortografia “Rhetorica”, è un chiamare in causa la retorica, cioè, insieme a grammatica e dialettica, una delle discipline d’insegnamento cardine delle scuole antiche medievali. Le origini di questa parola, già presente presso i latini, risale alla civiltà greca e alla sua ῥητορική, tecnica della parola, dalla radice del verbo εἴρω, eírō dico. L’aggettivo “novissima” superlativo dell’aggettivo latino novus declinato al femminile singolare concorda con la parola retorica e non può non riportare alla mente “i Novissimi”, Alfredo Giuliani, gli anni sessanta e lo sforzo delle neoavanguardie di rigenerazione del linguaggio poetico. L’opera s’intitola quindi Retorica nuovissima. Il titolo introduce al contenuto non meno della citazione di Proust posta al principio dell’opera riguardo alla necessità dello scrittore di farsi una propria lingua, similmente al violinista col suono.
“Rethorica novissima” è quadripartita ed ogni partizione raccoglie i testi secondo caratteristiche eminentemente formali espressive, raggruppate da un minimo di 4 componimenti – “Epigrammi” – ad un massimo di 12 componimenti  di “Salvo trasgredir norma”.
Quest’ultima, prima e più sostanziosa sezione, probabilmente è il canto a cui giunge il poeta seguendo il filo degli intenti dichiarati. Più oltre invece sembra che egli esponga il necessario attraversamento – deragliamento per giungere alla propria voce. Il titolo della prima sezione è, ritengo, la dichiarazione consapevole di contrapporsi al canone.
Aliena dal lirismo coltivato da secoli nella poesia, la poesia di Alvino si presenta in controtendenza rispetto al “poetichese” dominante, lo squalificato linguaggio poetico del nostro tempo intriso di sentimentalismi, farcito d’ego, con pretese di liricità, ma più spesso sconsolatamene privo di qualunque barlume di grazia poetica, ripetitivo, noioso, artefatto. L’autore nell’esacalogo per aspiranti poeti precisa “cos’è sbagliato in poesia”. Sono indicazioni che esprimono una critica al modo di far poesia oggi e che lette a contrariis verbis indicano gli elementi innovativi da introdurre nel linguaggio. Obiettivi:
• svincolarsi dalle connotazioni spirituali-auliche-vaticinanti
• sconfessare un ruolo sacro del testo
• eliminare parossismi e verticalizzazione del dettato, concedendo spazio ad asprezze sonore
• spogliarsi dall’enfasi autocelebrativa
• disporre accapo ad arte anche spiazzanti.
L’operazione di creare un proprio suono/lingua, può dirsi riuscita, ma non immediatamente percepibile. Le poesie infatti non poggiano volutamente il proprio dettato sull’”accattivante” del linguaggio: musicalità, nenia, refrain, paronomasia, assonanze ecc. e si delineano con le connotazioni dichiarate nei punti sopra riportati, per cui i tempi e suoni all’orecchio giungono asincroni e dissonanti. 
Riporto la seconda parte della poesia il cui titolo è lo stesso dell’intera raccolta.

“è indispensabile una conoscenza dell’evoluzione semantica
i vocaboli diventano specifici quando si applicano
termini generici a oggetti individuali resta il fatto
inoppugnabile che il significato di una parola
è indipendente dal suo etimo inutile dire
ci aiuta a conoscere la sapienza questo sì
e la poesia celata nelle radici nelle desinenze
a cercare nelle lingue i monumenti
degli abiti remoti e delle credenze
il criterio per distinguere i vocaboli affini
le variazioni di suono e senso
son cosa capitale a conoscere
oh se potessimo scordare le origini tutte”

Singolare leggere lo stesso passo disposto sul foglio come prosa. 

“è indispensabile una conoscenza dell’evoluzione semantica i vocaboli diventano specifici quando si applicano termini generici a oggetti individuali resta il fatto inoppugnabile che il significato di una parola è indipendente dal suo etimo inutile dire ci aiuta a conoscere la sapienza questo sì e la poesia celata nelle radici nelle desinenze a cercare nelle lingue i monumenti degli abiti remoti e delle credenze il criterio per distinguere i vocaboli affini le variazioni di suono e senso son cosa capitale a conoscere oh se potessimo scordare le origini tutte”

Si evidenzia maggiormente che gli accapo sono risultato di una scelta stilistica che mira a frangere il testo, costringendo il lettore a riprendere fiato in modo non consueto, non punteggiato, sfumano i disseminati enjambement spiazzanti. Mi tornano alla mente le esperienze di lettura passate dei testi di Eminia Passannanti e Marco Saya, animati da analoghi intendimenti antilirici, la prima per volere di contrasto alla “poesia dell’anima”. Il secondo per l’orecchio allenato alle sonorità del jazz.
La poesia della raccolta mantiene quanto promette: eminentemente antimelodica, non indulge in sentimentalismi, non conduce alcuna indagine psicologica, nessun scadimento confessionale o incursioni nell’intimismo, non è poesia emozionale come la s’intende spesso ed erroneamente da poeti giovani e meno giovani che animano l’attuale scena letteraria, non si specchia narcisisticamente, non si affligge, non si esalta, non piange, semmai osserva, ricorda, riporta, analizza, squarta. Sperimenta e scarta.
Proseguendo la lettura di “Rethorica novissima”, passando per “Epigrammi” – quattro distillati critico satirici – si giunge alla parte intitolata ”Humanitas”. Qui ci si rende conto che, senza un minimo di studi classici, la lettura si complica, la successione delle poesie, per quanto preminentemente descrittive e scientifiche, decisamente mitraglia la comprensione di chi non ha frequentato Catullo o Cicerone nella lingua originale. Il contenuto è talvolta scabroso, vestirlo di latino non maschera la minuzia dei vestiboli. Approfondisce il senso nella carne, non risparmiando genitali di entrambi i sessi. Sarebbe già sufficiente per qualunque stomaco poetico reggere tanta corporea ostentazione “fisica” e culturale, nel senso che qualunque lettore – o meglio il lettore qualunque – che non sia stato già scoraggiato in precedenza dalla scelta di preferire il latino lo sarebbe adesso per il vestito di perbenismo che molti indossano e del quale non riescono a spogliarsi, se non facendosi violenza. Questi testi raccontano gli organi, i corpi, le porzioni, i vasi, gli arti, essi vengono sezionati come avviene sul tavolo di un esaltato anatomopatologo, come fa Leonardo da Vinci per la conoscenza propria e altrui in preda alla furia di scienziato. Stare chini su ossa e legamenti, liquori e liquami e dire quello che avviene, taglio e ritrazione. Effetti dissoluzioni.
I più probabilmente preferiscono provare tali livelli di emozioni nel genere strappalacrime oppure applicati a youporn o ai film horror. E’ in una parola una lettura “sconvolgente”. C’è da ammettere che dalla poesia, ritenuta dai profani deputata a esprimere emozioni, da meno profani a provocare emozioni, dire (in) poesia qualcosa che riesce a provocare questa risposta ir-razionale è un risultato eccellente.
Metaforicamente, anzi per similitudine, “Humanitas” racconta ciò che avviene con i testi, quando si studiano approfonditamente, quando la filologia o la semantica si applicano a tutte le a, e, i, o, u delle parole. Scarnificandole fino al midollo, cercandone l’etimo e la radice, riconoscendone desinenza e origine. Senso, segno, significato, grafema. Misurando tutte le possibili “geografie” del suono. Affettando consonanti, lemmi, la loro polpa, il fegato, estraendo i loro denti.

“Autopsia”, Enrique Simonet, 1987, noto anche col titolo “Aveva un cuore!”

Infine c’è la quarta sezione “Varianti formali”. In questa parte della “Rethorica novissima” il linguaggio, come comunemente inteso, è stravolto. L’operazione di “interpretazione”, è messa continuamente in scacco, ancor più di quanto non avvenga in precedenza, e il lettore si arrende all’evidenza, che la parola espressa non può essere compresa come avviene solitamente nella comunicazione. Incomunicabilità e rescissione, dissoluzione e frammentazione sono coordinate del  “sorvegliatissimo” testo. La lettura deve avvenire accantonando i normali strumenti di decodificazione del linguaggio parlato e scritto. Gli occhi singhiozzano tra le sconnessioni sintattiche, i salti, le obliterazioni, il verso crolla alla sua fine, il senso affonda appresso, è un groviglio caotico. Al contempo questo magma verbale si intuisce essere come il brodo da cui, per sgrammaticature, segni grafici, numeri, caratteri corsivi, richiami tecnologici e rovi si perviene a estrarre il neonato, appena prima che venga gettato insieme all’acqua sporca, vestito d’amnio, quando non sguazzante nel meconio, senza nessuna camicia. Dentro la lingua, fino al suo cuore, come una dannazione pervicace e disperata insieme.

Perché se è vero che “la poesia può comunicare ancora prima di essere compresa” (Thomas Stearn Elliot), allora sembra di leggere qualcosa espressa dalla mente di qualcuno reso folle. Folle d’amore per la parola. 

“non saprei ma sia chiaro fin d’ora
che lo sconfinato amore per la lingua
rivendico il diritto d’affermare
in piena scienza e coscienza
è il primo movimento d’un percorso
florebat olim
a raggiera in mille direzioni
che ne sarà del ciliegio?”

da “Pepe” in “Varianti formali”

Eppure nell’atto dello scrivere – non meno del leggere –  non si può non riconoscere con Giorgio Caproni che” Nessuno è mai riuscito a dire/cos’è, nella sua essenza, una rosa” senza con ciò intendere che si debba desistere dal tentativo, anzi tutt’altro, e ciò finché permangono l’incanto, il bisogno, l’osservazione, le percezioni, lo  stupore, gli interrogativi. L’ esperienza individuale, il personale orizzonte esistenziale proiettano necessariamente nell’espressione poetica la propria “visione” della lingua (che dice) del mondo. “Io vedo il mondo come un caos e nel centro una rosa” (Julio Cortazar). Nonostante il lucido controllo del dettato, emerge dal conato del dire il parossismo che pervade, se non il singolo testo, comunque nell’insieme un’opera, che, in quanto autenticamente poetica, tenta con ogni mezzo verbale l’impossibile. D’altra parte come non pensare a quanto diceva di sé Pablo Picasso “A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino”.
Deliziosa la dedica iniziale. La piccola pasta di zucchero, con apposizione felice, ne sarà lieta. La benedizione degli affetti, uno spaccato di tenerezza.

 

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