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omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

 Una vita in scrittura

Maria Grazia Galatà ha rivolto l’invito a Fernando Lena che l’ha interpretato come segue.

Grazie infinite a Fernando

Breve manifesto di una vocazione

Poesia per me è ridare al caos il suo ordine anarchico, stabilire tra la bellezza e l’oblio un ponte da cui guardare il volo e le cadute dell’essere umano. Poesia è guardare negli occhi di un barbone la sua disfatta spirituale ricomponendo ciò che resta nei suoi sguardi mai centrati sul perdono. Poesia è un dono di luce nel parcheggio di un ipermercato, la fuga itinerante di un uomo che guida la propria solitudine con un carrello. Poesia per me è quando chiedi a una luna rimbalzante nel cielo onirico una notte interminabile per rincontrarti in un viaggio di domande perché se chiedi è perché non sai che di risposte ne è colma la disperazione, poesia è un traghetto che ti sussurra l’inutilità di capire un tragitto breve o lungo quando l’esilio è un atto dovuto. Poesia sono io, siamo noi, i fantasmi che portano il nome dei nostri morti, poesia è un bambino che cerca di rifilarmi il portafoglio con la dolcezza della sopravvivenza, poesia è tutto ciò che l’autunno preserva dalla tristezza, poesia è mia nonna che non ha smesso, anche se chissà da quale terra lontana, di indicarmi un Dio perché ciò che è spirituale è la conseguenza di un sorriso paradisiaco, poesia è la passione che metti quando la pietra ha plagiato il cuore, poesia è sgretolarsi e farsi mosto nei giorni di settembre nelle mani di mio nonno, poesia è bere versi come l’acqua di un fiume o dal rubinetto di una pensione quando lo stillicidio è il suono della vita che pensa e non si evolve, poesia è tutto ciò che vorrei raccontare all’infinito illudendomi dell’eternità mentre d’eterno resta il pensiero che la bellezza resista e conviva con il caos, poesia per me è la disperazione di tutto questo, la quiete di chi sa d’inseguire il buio nella luce della creatività, poesia è dove l’uomo non ha smesso di chiedersi perché? E i nostri perché sanno che l’arte non certo salverà il mondo però a volte è il mondo a salvare i poeti, per quanto mi riguarda a salvare me sono stati quattro svitati al bar chiedendomi di raccontarli, raccontandoci con la musica esatta e il suono marginale, con la parola povera e la matematica della tristezza quando si moltiplica in similitudini, anafore, rime, e monologhi alticci che vomitano angosce, poesia per me è aver scelto quel giorno di triplicare il mio aperitivo perdendomi con quelle vite comuni e l’arte fulminea dell’uomo qualunque.

Sarebbe piuttosto scontato aspettarsi da me una dichiarazione di poetica, cosa abbastanza usuale per un prestigiatore di versi. Ma quello che voglio a titolo di confessione spiattellare su questo foglio bianco è principalmente una dichiarazione di smarrimento. Sono stato sempre fin dall’infanzia un essere umano smarrito. Alle scuole superiori per esempio la mia disattenzione durante le lezioni era un’abitudine. Allo stremo saltavo dalla finestra dei bagni che davano sul cortile per poi sgommare con il mio motorino verso la pescheria di un amico dove trovavo sulla cassetta del cesso una striscia d’eroina, una fuga racchiusa in quindici- venti minuti, tempo necessario per ritornare in aula. Iniziavano in questo modo le mie giornate oniriche, tra tabacco e interminabili fluttuazioni cromatiche dalla finestra. Guardare il paesaggio farsi nuvole o un raggio di sole perpetrare un flash sul parabrezza delle auto era il lento comporre lo smarrimento in quartine. Anche alle elementari mia madre era costretta a sentirsi dire dalla maestra “ è un bambino dotato ma si applica poco e si distrae facilmente” ma la verità era… che anch’io come Eugenio Finardi attendevo un extraterrestre che mi avrebbe portato via e magari chissà dove. Qualcosa già da allora stava per accadere , la scintilla della sofferenza dava voce alla mia vicenda di piccolo provinciale affamato di spazi nuovi, mai più circoscritto da masse acquatiche che mi precludevano un transito sulla terra ferma per dirla in breve: il caos era già il biglietto per l’ignoto. I numeri, le formule, non mi attraevano, solo le parole durante quelle ipocondriache lezioni incalzavano i battiti narcotizzati, parole che diventavano pensieri estremi, obelischi di sofferenza, illuminazioni musicate che provavo a vomitare su un diario come un Re Lucertola (il mio amato Jim Morrison) vampirizzato dalla realtà, incapace di aprire quelle porte perché in fondo amavo l’oscurità. La mia poesia, a pensarci ora, ingravidava di due idee atipiche caos e smarrimento , era madre ancora ignota di un diciassettenne poco adattato alla logica della gioia. Negli anni ci sarebbero state altre logiche, non così comprensibili, come il mio poetico anno in un manicomio, nella città di Aversa. La schizofrenia almeno quella non mi apparteneva, ma il mio soggiorno faceva parte di un esperimento avviato da una comunità di recupero per tossico-dipendenti. Non c’era schizofrenia nel mio cervello ma tanta di quell’eroina da mandare in tilt una mandria di sinapsi. Durante quell’anno vissi in una sorte di comunione tra ex tossici e anime perdute nel gorgo della follia, ero parte di una transizione mentre il mio io poetico turbato dalla violenza cresceva in ogni parte del corpo, c’era violenza in quel luogo ma anche una pietà lucida, un’etica di rabbia e stupore, ero ancora una volta sotto l’egemonia di quelle legge dello smarrimento eppure l’apoteosi di quel caos metteva in ordine il mio precedente cammino all’inferno. Da quell’esperienza, senza rendermene conto, negli anni futuri avrei scoperto che la poesia è anche fatta di incontri, storie, di un’armonia tra marginalità e utopia. Ma sopratutto oggi per me è quella voglia di raccontare il dominio della sofferenza in una società che non esclude nessuno dal dolore. In quella realtà sbilenca gli dei del sacro avevano lasciato a quattro insani diavoli provati dalla sfortuna il compito di un dialogo con l’universo, incredibile! il mito abbandonava il suo dono di supremazia, quella parola aleatoria per ascoltare un lirismo deviato. Li ho voluti bene quei versi scritti anni dopo, è stato l’unico modo per continuare a voler bene quelle fragili vite che mi avevano mostrato la loro poesia. L’esperienza umana non può prescindere dal gesto poetico, quello che ciclicamente mette i colori alle stagioni, che assiste alle fragilità degli uomini e delle donne, venuti alla luce dalla fatica di un travaglio e costretti per tutta la vita a rinascere ogni volta: ecco il sussulto della meraviglia, creare parole che ci turbano al limite della commozione. Per descrivere tutto ciò che siamo e allo stesso tempo lo neghiamo dovrei continuare a raccontare l’affanno di un cuore provato, il poco equilibrio di un uomo preso a pugni dalla memoria, “riconciliarsi con l’universo è possibile” di queste parole invece vorrei ricordarmene, me le pronunciò Danila nell’estate del 90 quando ancora dipendere da qualcosa era il complemento oggetto del mio stare al mondo. E così oggi che dipendo soltanto dalle mie sbornie narrative, che sono un uomo di mezza età tra prosa e poesia, ora faccio meno fatica a pensare che riconciliarsi con il futuro sia un dovere alla doverosa rovina scampata. Sono un uomo che ha fatto della propria innocenza il luogo del talento? L’espediente di un terremoto accaduto per poi ricostruire con devozione la poesia della quotidianità? Forse lo sono perché ho ancora una storia da raccontare con la paura di essere raso dall’oblio, e se la maggior parte delle volte intuisco dove nascono i miei versi non sempre questa certezza lenisce i miei dubbi, quali direte voi, ma non sempre conoscere quei dubbi fornisce risposte e poi perché codeste dovrebbero essere così importanti? Se come diceva Fabrizio De Andrè “ dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori” un cortocircuito? Questa potrebbe essere la mia poesia, questi i suoi ingredienti : fuoco e gelo, inquietudine e bellezza pacificata, lì a metà dove vedo un uomo che resiste grazie alle sue radici affondate nel campo magnetico dell’arte, oppure per il suo rimanere alla superficie dello scandalo. E così un io distopico oggi parla di un altro me, perché se la poesia mi aiuta a sviscerare e anche vero che il suo tempo creativo mi induce a ferirmi in profondità e per questo faccio fatica a definirmi vivo abbastanza mentre intanto la realtà mi sussurra che un verso può nascere dalla violenza, dalla disperante imperfezione dell’essere umano, ma per sua volontà di germinazione sbocciare in primavera, essere tutti i colori quando l’alfabeto mi sceglie per nominare l’escalation delle tenebre e il guado della luce. Lentamente “Tutto l’universo obbedisce all’amore”.