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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi Mensili: marzo 2026

Venerdì dispari

06 venerdì Mar 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli

Ancora mi ostino a scrivere cose sulle foglie
e a divertirmi a invertire il senso delle frasi
un esercizio che col vento assume forme bizzarre
in questo tempo così sgrammaticato.
Ho molti amici intenti a pubblicare libri sacri
ma io non mollo la mia presa di vento
lo acchiappo e lo trituro facendo a pezzi le nuvole
strizzando quella parte di succo di aloe
l’amaro e il dolce rimasto nella ciotola
molti mangiate e bevetene condivisi con altri apostoli
con la stessa mania alcolica di scambiarsi le parole.
Siamo ebbri e assetati di un nulla ricolmo.
Alcuni lo consegnano ai libri punzonandolo al meglio
altri lo lasciano al proprio altrove e io tra questi.

(8/10/2015)

Francesco Tontoli

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America First o navigazione a vista?

05 giovedì Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società

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Yuleisy Cruz Lezcano

Image AI generated


(Di Yuleisy Cruz Lezcano)


Un’analisi critica delle politiche migratorie degli Stati Uniti nel contesto dell’esodo cubano e delle dinamiche elettorali interne, alla luce di dati accademici sui flussi migratori. Tra slogan come “America First” e calcoli di consenso, emerge il dubbio che Washington proceda più per tentativi che per strategia strutturale, mentre le grandi potenze, dagli USA alla Russia, sembrano muoversi secondo interessi prioritari piuttosto che principi dichiarati.
Non lo so se gli Stati Uniti abbiano fatto davvero questi calcoli di cui spesso si parla nei giornali indipendenti dell’America Latina rispetto alla situazione cubana. Non lo so se dietro le scelte di Washington vi sia una strategia coerente di lungo periodo o piuttosto un procedere a tentoni, dettato dall’urgenza politica del momento. Quel che è certo è che l’interesse immediato appare evidente: controllare l’immigrazione, ridurre la pressione alla frontiera, presentare all’elettorato un bilancio tangibile in vista delle elezioni di novembre.
Il tema è centrale nel programma di Donald Trump, che ha fatto dello slogan “America First” la sintesi di una visione politica in cui la priorità assoluta sono gli interessi nazionali, prima di ogni altra considerazione diplomatica o umanitaria. Con sondaggi che lo indicano in difficoltà nel rinnovo del Congresso, la gestione dei flussi migratori diventa non solo una questione di sicurezza, ma un banco di prova elettorale. Mostrare fermezza significa rafforzare l’immagine di leadership; ridurre gli ingressi irregolari significa offrire un risultato misurabile.
I numeri aiutano a comprendere la portata del fenomeno. Secondo analisi demografiche di centri di ricerca statunitensi come il Pew Research Center e il Niskanen Center, nel 2023 gli immigrati rappresentavano circa il 15% della popolazione totale degli Stati Uniti, una quota record nella storia moderna del Paese. La componente latinoamericana resta predominante e, tra il 2022 e il 2024, l’esodo cubano ha assunto proporzioni senza precedenti dalla rivoluzione del 1959: centinaia di migliaia di cittadini dell’isola hanno raggiunto il territorio statunitense attraverso la frontiera meridionale o programmi umanitari temporanei. In rapporto agli circa 11 milioni di abitanti dell’isola, si tratta di una fuoriuscita demografica di dimensioni strutturali.
Eppure, il dibattito politico tende a ridurre questi dati a una narrazione di emergenza permanente. L’immigrazione viene descritta come minaccia all’ordine pubblico o al mercato del lavoro, nonostante la letteratura accademica statunitense mostri un quadro più complesso: l’impatto salariale dell’immigrazione irregolare sui lavoratori meno qualificati risulta generalmente contenuto, mentre nel medio periodo i flussi contribuiscono alla crescita economica e al riequilibrio demografico in una società che invecchia. La realtà, tuttavia, conta meno della percezione in campagna elettorale.
In questo scenario, Cuba diventa un tassello funzionale. Non tanto per una reale volontà di trasformazione dell’isola, quanto per la necessità di stipulare accordi che facilitino rimpatri e contenimento delle partenze. L’obiettivo primario non sembra essere la transizione politica dell’Avana, bensì la gestione del flusso. È una politica pragmatica, persino cinica, ma coerente con la logica delle potenze: prima i nostri interessi, poi il resto.
Del resto, la storia recente offre esempi che alimentano scetticismo verso la retorica dell’esportazione della democrazia. In Iraq, dopo l’intervento del 2003, l’instabilità è rimasta cronica. In Afghanistan, vent’anni di presenza occidentale si sono conclusi con il ritorno dei talebani. In Libia, l’intervento sostenuto dall’amministrazione di Barack Obama ha lasciato un mosaico di milizie e governi rivali. Ogni volta, gli obiettivi dichiarati di stabilizzazione e democratizzazione si sono scontrati con realtà locali complesse, producendo esiti controversi.
Ma questa logica non è esclusivamente americana. Anche la Russia ha agito secondo priorità selettive: il sostegno a Nicolás Maduro in Venezuela non si è tradotto in un impegno illimitato, né Cuba ha ricevuto aiuti tali da cambiare radicalmente la propria traiettoria economica. In Siria, Mosca ha garantito la sopravvivenza del regime, ma sempre calibrando costi e benefici strategici. Le potenze intervengono quando il ritorno geopolitico è chiaro; difficilmente quando l’investimento supera il vantaggio.
In questo quadro, l’illusione che un cambiamento interno a Cuba, in Iran o altrove, possa dipendere in modo decisivo dall’intervento esterno appare fragile. La storia suggerisce che gli aiuti funzionano quando coincidono con un interesse prioritario della potenza che li offre. Nulla viene realmente regalato: se un Paese riceve uno, è probabile che l’altro guadagni cento, in termini di influenza, sicurezza o vantaggio economico.
Così, mentre gli Stati Uniti affrontano una fase di rallentamento economico e tensioni sociali, la linea dura sull’immigrazione diventa strumento politico immediato. Cuba si ritrova al centro di questa strategia non come fine, ma come mezzo. E resta la domanda iniziale: c’è davvero un grande disegno dietro queste scelte, o si tratta di una navigazione a vista, dettata dall’urgenza elettorale?
Forse la risposta sta proprio nella natura della politica internazionale: un equilibrio instabile di interessi, forza e opportunità, in cui le parole contano meno dei numeri e i principi meno dei consensi. Il resto, spesso, sono soltanto dichiarazioni.

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Miriam Bruni legge una poesia di Jules Supervielle

04 mercoledì Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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Jules Supervielle, Miriam Bruni, Podcast

Image AI generated

È tutto ciò che avremmo voluto fare — e non abbiamo fatto,
ciò che voleva parlare e non trovò la sua voce,
tutto ciò che ci ha lasciati senza dirci il proprio segreto,
ciò che possiamo sfiorare, persino incidere col ferro, senza mai arrivarci,
ciò che diventa onda, e onda ancora, perché si cerca e non si trova,
ciò che si fa schiuma per non morire del tutto,
ciò che si fa scia per pochi istanti, per un gusto originario d’eterno,
ciò che avanza negli abissi e non salirà mai alla luce,
ciò che avanza nella luce e trema degli abissi,
tutto questo — e molto di più:
è il mare.

Jules Supervielle

C’est tout ce que nous aurions voulu faire et n’avons pas fait,
Ce qui a voulu prendre la parole et n’a pas trouvé les mots qu’il fallait,
Tout ce qui nous a quittés sans rien nous dire de son secret,
Ce que nous pouvons toucher et même creuser par le fer sans jamais l’atteindre,
Ce qui est devenu vagues et encore vagues parce qu’il se cherche sans se trouver,
Ce qui est devenu écume pour ne pas mourir tout à fait,
Ce qui est devenu sillage de quelques secondes par goût fondamental de l’éternel,
Ce qui avance dans les profondeurs et ne montera jamais à la surface,
Ce qui avance à la surface et redoute les profondeurs,
Tout cela et bien plus encore,
La mer.

Jules Supervielle (1884-1960) – Oublieuse mémoire (1949)

Scrittore francese (Montevideo 1884 – Parigi 1960). 

Legato alla Nouvelle Revue française, visse tra la Francia e l’America del sud, cimentandosi in tutti i generi letterari ma affermandosi soprattutto come poeta surreale dallo stile limpido e sensibile (Les poèmes de l’humour triste, 1919; Debarcadères, 1922; Gravitations, 1925; Le forçat innocent, 1930; La fable du monde, 1938, trad. it. 1964; Oblieuse mémoire, 1949; Le corps tragique, 1959). Le sue doti di prosatore raffinato e originale emergono nei racconti magici di L’homme de la pampa (1923) e Le voleur d’enfants (1926; trad. it. 1949), e in romanzi come L’enfant de la haute mer (1931; trad. it. 1946) e L’arche de Noé (1938); in Boire à la source (1933) rievocò la sua infanzia tra l’Uruguay e i paesi baschi. Notevole anche il suo teatro (La belle au bois, 1932; Shéhérazade, 1949).

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“Hachiko alla stazione” di Lluís Prats Martínez

02 lunedì Mar 2026

Posted by Deborah Mega in Cronache della vita, CULTURA E SOCIETA'

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Hachiko. Il cane che aspettava, Lluís Prats Martinez

 

Chiunque abbia avuto la possibilità e il privilegio di avere un cane conosce il suo amore e la sua dedizione incondizionata ma la storia di Hachiko, il cane divenuto un emblema di lealtà per il suo padrone, ha qualcosa di eccezionale, tanto da essere raccontata in film, serie televisive e videogiochi fin dalla sua morte, avvenuta nel 1935. Il nome della regione di Akita, nell’isola di Honshu, la più grande del Giappone, identifica anche la razza canina originaria della zona: cani dal pelo lungo, bianco o fulvo, utilizzati da cacciatori e samurai per la caccia e per l’arte della guerra, grazie al loro coraggio. Il professor Hidesaburo Ueno, ingegnere agronomo dell’Università di Tokyo, all’inizio titubante, decise di adottare il cucciolo perché mosso a compassione, data la presenza di una malformazione alle zampe anteriori, che si presentavano incurvate come se rappresentassero il numero otto in giapponese. Per questo motivo, il professor Ueno decise di chiamarlo Hachiko. Ogni mattina il professore prendeva il treno dalla stazione centrale di Shibuya a Tokyo, per recarsi al lavoro all’Università. Il suo cane Hachiko lo accompagnava ogni giorno fino al binario. Nel pomeriggio, al ritorno dalle lezioni, Hachiko era sempre lì ad attendere il suo padrone all’ingresso della stazione.  Questa routine continuò per circa un anno, fino a quando, in un giorno di maggio del 1925, il professor Hidesaburo Ueno fu colpito da un’emorragia cerebrale mentre teneva una lezione all’Università. Morì sul colpo e non fece mai ritorno sul treno che Hachiko continuava ad aspettare a Shibuya. Nonostante ciò, il cane rimase fedelmente davanti alla stazione. La sua presenza non passò inosservata: i commercianti, gli impiegati, i viaggiatori di Shibuya iniziarono a prendersi cura di lui mentre la sua storia si diffondeva in tutta Tokyo. Gli anni trascorsero e nel 1934, dopo nove anni di attesa, le autorità di Shibuya decisero di dedicargli una statua di bronzo proprio nel luogo in cui il cane continuava a sperare nel ritorno del professor Ueno. Un anno più tardi, Hachiko morì a causa dell’età avanzata ma è ancora oggi ricordato come esempio di amore e lealtà di un cane nei confronti del suo padrone. Il brano racconta l’ultimo giorno di vita di Hachiko alla stazione.

*

I veterinari giapponesi ritengono che la vita di un cane di razza akita abbia una durata di circa dieci anni. Hachiko ne aveva undici e qualche mese. Dieci dei quali trascorsi in attesa del professor Eisaburo Ueno, perché questi gli aveva promesso che si sarebbero incontrati alla stazione di Shibuya e lui lo aspettava là per una semplicissima ragione: che il professore gliel’aveva promesso. La sera dell’otto marzo, Hachiko era sotto un vecchio vagone. Il freddo era pungente e gli penetrava nel cuore. Le gambe gli tremavano, ma ciò nonostante lui si alzò e andò verso la stazione. Avanzó lentamente nelle strade di Shibuya, un percorso che conosceva a memoria perché l’aveva fatto esattamente tremila cinquecento tredici volte- o, che è lo stesso, dieci anni – sotto la neve di febbraio, i venti di novembre o le piogge di aprile. Cosa sono dieci anni di freddo, fame, sete, delusioni, disperazione e frustrazione? Niente. Niente se, come quella sera, Hachiko aveva la certezza di rivedere il professor Ueno. Perciò, per quanto quella sera, già piuttosto scura, nevicasse e ci fosse un freddo pungente, Hachiko si mise davanti alla porta della stazione di Shibuya, come ogni giorno. Ibuki e il capostazione lo videro arrivare e si dissero:

– É giù. Non ci vede più da un occhio.

– Poveretto – aggiunse il signor Sato, il capostazione. – Non credo che passerà questa notte.

Ibuki gli si avvicinò, gli accarezzò la testa e tentò di tirarlo nel deposito dove finalmente godeva della stufa tanto desiderata. Ma Hachiko resistette, piantando le zampe al suolo. Chi avesse voluto spostarlo, avrebbe avuto bisogno di una ruspa. Quel giorno Hachiko abbaiò a quasi tutti quelli che lo salutarono, come per accomiatarsi. Gli ultimi a lasciare la stazione, dopo che la signora Shuto aveva raccolto le sue cose, furono Ibuki e il capostazione Sato, e quest’ultimo lo guardò come se fosse l’ultima volta che lo vedeva dopo dieci anni che condividevano tante serate di attesa. A mezzanotte, la neve incominciò ad ammucchiarsi intorno a lui, ma Hachiko rimase disteso davanti alla porta. Il silenzio che accompagna la solitudine era tagliato da un vento affilato come un coltello, che gli penetrava nel petto magro come un ago da sarta. Aveva gli occhi mezzi chiusi perché le raffiche di neve gli impedivano di vedere la porta, ma stava li, nel caso quella fosse la sera scelta dal professore per ritornare. Aveva il naso ghiacciato e tremava. Era l’unico a non saperlo, ma la sua vita stava finendo, come una candela o come un bastoncino d’incenso che ha profumato il tempio e del quale restano solo le ceneri. A un tratto, fra la nebbia invernale che avvolgeva i binari, sentì un fischio lontano. Era di una locomotiva che avanzava lentamente in mezzo alla neve. Una cosa strana, perché l’ultimo treno era arrivato a Shibuya più di tre ore prima e alla stazione non c’era più nessuno, neanche il capostazione Sato, né la signora Shuto, né Ibuki, che se n’era andato a casa maledicendo il freddo. Hachiko tentò di alzare un orecchio, ma il cuore gli batteva appena. La vita che ancora gli restava fuggiva al ritmo del treno che entrava in stazione sferragliando. Ma quello era un treno come mai se n’erano visti a Shibuya, perché era bianco e dorato. La locomotiva sembrava d’oro, i finestrini erano talmente luminosi da abbagliare e se qualcuno l’avesse visto avrebbe detto che le sue ruote erano fatte di cristallo. Neanche Hachiko lo vide, perché aveva già chiuso gli occhi per non aprirli mai più. Per qualche secondo non accadde nulla. Solo si sentirono i fischi del vapore che sfuggiva dalla locomotiva mentre frenava sul binario. Sembrava che da quel treno non fosse sceso nessuno, ma poi le nubi e la nebbia si dissolsero e si vide che il cielo era pieno di stelle, come macchioline sospese, azzurre e bianche. Nel preciso momento in cui Hachiko chiudeva gli occhi per non aprirli mai più, la porta della stazione si apri lentamente e un bastone col puntale d’argento incominciò a battere sul selciato.

– Sei ancora qui, Hachiko? – gli sorrise il nuovo arrivato. – Me lo aspettavo. Bravo. Mi dispiace che tu abbia dovuto aspettarmi un po’ più del solito, oggi, ma ho perso il treno.

Hachiko aprì gli occhi e non credette a ciò che aveva davanti. Aveva aspettato dieci anni per ritrovarsi con lui, ma finalmente era lì, alla stazione. Il professor Eisaburo Ueno, Hachiko lo sapeva già, non si era dimenticato di lui. Ed eccolo lì, appena sceso da quel treno che aspettava da dieci anni. Hachiko tentò di guaire, ma non  osò emettere alcun suono quando sentì una mano familiare che gli accarezzava il pelo.

– Su, andiamo – sussurrò il professor Ueno. Oggi sì che potrai accompagnarmi e salire sul treno. Ti avevo promesso che un giorno l’avresti preso, ricordi? E le promesse solenni si mantengono.

Hachiko si alzò tremando e lo seguì, incollato ai suoi pantaloni.

Entrambi salirono passo passo gli scalini della vecchia stazione di Shibuya, arrivarono sulla banchina e allora Hachiko vide per la prima volta il treno. Ma prima di salire, il professore si volse un attimo, perché da una casa vicina gli giunse la voce chiara, limpida e vibrante di una geisha che cantava una canzone popolare:

I fiocchi di neve cadono lentamente.

Cadono senza fine e si accumulano.

Tutte le montagne e i campi sono coperti

da candidi batuffoli di cotone.

– Senti la canzone, Hachiko? È la signora Sasaki. Canta ancora molto bene. No, non fermarti qui. Oggi vieni con me. Ricordi che un giorno ti ho promesso che saremmo tornati al mare? Quel giorno è arrivato. Era una promessa solenne, e queste non si rompono. Mai.

Hachiko guardò il padrone e con un saltello sali sul vagone dorato e si acciambellò in braccio a lui come aveva fatto quando aveva pochi mesi, e un’altra volta sentì il calore delle sue mani sul dorso. Ebbe paura per un attimo, perché quello era il primo ricordo che aveva del professore, un ricordo che veniva da un’epoca incerta, ma cosa importava? Il calore lo riempiva di nuovo da dentro. Il professore sorrise e Hachiko si addormentò all’istante mentre quelle mani lo accarezzavano.

Lluís Prats Martinez, Hachiko. Il cane che aspettava, Albe Edizioni

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