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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: Deborah Mega

“I Principi Sistemici di Fritjof Capra” di Yuleisy Cruz Lezcano

03 lunedì Feb 2025

Posted by Deborah Mega in CULTURA E SOCIETA'

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Fritjof Capra, Yuleisy Cruz Lezcano

 

I principi sistemici della vita proposti da Fritjof Capra offrono un quadro potente per affrontare fenomeni complessi come la violenza di genere, in particolare attraverso la teoria della complessità e l’ecologia umana. Questi concetti ci invitano a considerare la violenza di genere non solo come un atto individuale, ma come un fenomeno radicato in una rete complessa di fattori ecologici, culturali, psicologici e sociali.
L’approccio sistemico di Capra propone che il cambiamento possa avvenire solo quando si interviene su diversi livelli interconnessi e si promuove una visione più ampia della natura umana e delle relazioni sociali.
Analizzando la violenza di genere attraverso la lente della teoria della complessità e dei principi sistemici della vita, è possibile sviluppare approcci più efficaci e trasformativi.
Fritjof Capra, con la sua visione sistemica della realtà, ha sviluppato un approccio che si applica perfettamente alla comprensione dei fenomeni complessi, come la violenza di genere. Secondo Capra, i sistemi sono interconnessi, e il cambiamento in una parte di un sistema può influenzare l’intero sistema.
Riguardo alla premessa anteriore, prendendo come guida i principi sistemici e declinando tale modello per affrontare la violenza di genere tra adolescenti, si evince quanto sia importante considerare le relazioni interconnesse tra i vari attori (famiglia, scuola, società) e i valori distorti che possono generare violenza, come la disuguaglianza di genere e la supremazia maschile. Per riconoscere i valori distorti e la necessità di un cambiamento sistemico, in cui ogni parte della società (educazione, cultura, leggi, famiglia) deve contribuire alla creazione di un ambiente di uguaglianza, rispetto e collaborazione è fondamentale agire in modo integrato, con il coinvolgimento di diversi autori, che sanno bene come integrarsi per affrontare la problematica, attraverso azioni mirate. Tali azioni non possono essere improvvisate, ma gli autori delle diverse aree di competenza devono avere ben compreso come la violenza di genere sia un fenomeno complesso e multilivello, che coinvolge la relazione tra i vari sistemi ecologici e la natura umana stessa.
La teoria della complessità ci dice che i sistemi, come le dinamiche sociali e culturali, sono composti da molti elementi interconnessi che interagiscono tra loro in modo non lineare. In un sistema complesso, un piccolo cambiamento in un’area può avere un impatto significativo in altre aree. Applicando questa teoria alla violenza di genere, possiamo vedere che le cause e gli effetti della violenza non sono semplicemente legati a un singolo individuo o evento, ma sono il risultato di una rete di influenze che spaziano dalla famiglia, alla scuola, alla società e alla cultura.
Capra sottolinea che i fenomeni complessi devono essere affrontati come un tutto, non come una somma di singoli problemi. La violenza di genere, ad esempio, non può essere ridotta solo a comportamenti abusivi individuali, ma deve essere compresa come un fenomeno che coinvolge dinamiche di potere, norme di genere, modelli culturali e aspettative sociali. Interventi isolati che agiscono solo su un livello, come l’intervento psicologico individuale, potrebbero non essere sufficienti se non si affrontano anche i livelli sociali, culturali ed economici che alimentano la violenza.
Conclusioni
I sistemi complessi sono in grado di adattarsi e evolversi in risposta a stimoli esterni. Per affrontare la violenza di genere, è fondamentale promuovere un cambiamento culturale che miri a una visione più equilibrata e inclusiva dei ruoli di genere, sensibilizzando le nuove generazioni a modelli di relazione non violenti e rispettosi. Gli interventi devono essere progettati in modo da stimolare il cambiamento.
L’approccio non solo deve essere volto ad ascoltare le storie delle vittime di violenza di genere, ma dovrebbe essere adatto a integrare i vari servizi e l’impiego di risorse per promuovere la guarigione collettiva. Applicare i principi sistemici di Fritjof Capra alla violenza di genere aiuta a comprendere la complessità del fenomeno e la necessità di affrontarlo su diversi livelli ecologici. La teoria della complessità e l’ecologia umana ci insegnano che la violenza di genere non è un problema isolato, ma un sintomo di disfunzioni più ampie nei sistemi sociali, culturali e psicologici. Affrontare la violenza di genere richiede quindi un cambiamento trasformativo che agisca su tutti questi livelli, promuovendo una cultura di rispetto, uguaglianza e ascolto. La consapevolezza delle interconnessioni e la capacità di ascoltare le storie delle vittime sono fondamentali per ridurre la sofferenza e costruire un futuro libero dalla violenza.

 

Fonti
Capra, F., «I principi sistemici della vita. Idee sulla natura e sull’ecologia umana», Aboca Edizioni, 2024.

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Yuleisy Cruz Lezcano nata a Cuba, vive a Marzabotto, Bologna. Lavora nella sanità pubblica, laureata in scienze biologiche e con laurea magistrale in scienze infermieristiche e ostetricia, titoli ottenuti presso l’Università di Bologna.
Ha pubblicato numerosi libri a seguito di riconoscimenti e premi in concorsi.
Si occupa di traduzioni in spagnolo, facendo conoscere poeti italiani in diverse riviste della Spagna e del Sudamerica e, in modo reciproco, facendo conoscere poeti sudamericani e spagnoli in Italia. Collabora con blogs letterari italiani, di America Latina, Spagna e con il giornale letterario del Premio Nabokov.
La sua poesia italiana è stata tradotta in francese, spagnolo, portoghese, inglese, albanese. Nel 2024 è stata selezionata per partecipare al Festival letterario di Venezia “La Palabra en el mundo”

Progetto (XVIII Edizione 2024) – Ita/Eng/Spa


Il suo ultimo libro “Di un’altra voce sarà la paura”, pubblicato con Leonida edizioni, uscito a febbraio 2024, è stato selezionato per presentarlo al Salone Internazionale del Libro di Torino edizione 2024, è stato presentato nella Televisione di Stato della Repubblica di San Marino e in Tele Granducato della Toscana, è stato presentato nel Festival Libri nel Borgo antico di Bisceglie, nell’ambasciata cubana a Roma, è stato presentato con l’associazione Artinte di Barletta, Trani, Puglia ad agosto, Puglia, nella trasmissione televisiva Street Talk di Andrea Villani, che viene trasmesse in 22 reti televisive in tutta Italia.

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Io, Senatrice a vita

27 lunedì Gen 2025

Posted by Deborah Mega in La società, Segnalazioni ed eventi

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Liliana Segre

 

Sono stata chiamata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il 19 gennaio 2018. Una mattina è squillato il mio telefono e la voce gentile del Presidente mi annunciava che aveva preso la decisione di nominare me Senatrice a vita. Mi sono sentita onorata e l’ho ringraziato per questo altissimo riconoscimento che mi ha colta di sorpresa. Davvero, non me lo aspettavo.
Non ho mai fatto politica attiva, mi sento fondamentalmente una nonna. Sono una donna con tanti impegni e molti interessi: la politica era un luogo a cui guardavo con curiosità, con rispetto, ma come cittadina – anche critica – nulla di più. Ecco perché il Presidente mi ha colta di sorpresa. Ma, un momento dopo, ho immediatamente sentito su di me, come è avvenuto spesso nella mia vita, fin da ragazza, la grande responsabilità del compito che mi veniva affidato. Ebbene, il mio pensiero è stato subito quello di onorare questa consegna del Presidente della Repubblica, facendo il mio dovere. Credo che il Presidente Mattarella abbia voluto fare memoria, attraverso la mia persona, dei tanti esseri umani che non ci sono più per la colpa di essere nati. E, con essi, ha voluto rammentare alle coscienze, a mo’ di ammonimento, questo anno, il 2018, in cui ricorre l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali.
Nel ruolo di Senatrice sento fortissimo l’impegno a tentare di portare dentro le stanze della politica quelle voci lontane, e che si allontanano sempre di più dalle nostre vite, fino a rischiare di essere perdute nell’oblio. Le voci di quelle migliaia di italiani della minoranza ebraica che, come me, subirono la violenza e il rifiuto: come cittadini, come esseri umani. Espulsi dalle scuole, dalle professioni, dal cuore degli amici e dalla vita del proprio Paese. Le leggi razziali perpetrarono questo scempio. Fu la persecuzione, la sottrazione di diritti – e, soprattutto, il silenzio nel quale tutto questo avvenne – a preparare la strada alla Shoah. È nell’indifferenza generale che i dittatori compiono i saccheggi più gravi alla dignità dell’uomo.
Il mio impegno, in ogni decisione che prenderò, in ogni proposta di legge che definirò, sarà quello di dare voce a quanti non sono tornati da quello sterminio premeditato: essi non hanno tomba e sono finiti nel vento. Il mio impegno è, ancora, quello che prendo ogni volta con i ragazzi che incontro. Contrastare il razzismo. Tramandare la Memoria. Costruire un mondo di fratellanza e di pace, in piena sintonia con la nostra Costituzione. Non mi dimenticherò dei ragazzi. Non voglio, infatti, trascurare l’impegno che ho preso con loro: testimoniare, raccontare, coltivare la speranza attraverso le loro giovani menti. Le scuole restano il mio luogo del cuore perché è lì che ci sono i miei nipoti ideali. Continuerò, finché avrò le forze, a raccontare loro l’assurdità della Shoah, la pericolosità della predicazione dell’odio. Ma senza rancore. Nel mio impegno nelle scuole e in politica io non porterò mai il rancore e l’odio.
Sono una persona che non dimentica, ma libera dallo spirito di vendetta: la mia libertà
sta nel sentirmi una donna di pace. È questo spirito che mi accompagnerà durante il mandato che mi è stato affidato nel Parlamento del mio Paese.
Un cammino che ho iniziato nel mio primo discorso in Senato con queste parole…

Signor Presidente del Consiglio, colleghi Senatori, prendendo la parola per la prima volta in quest’aula, non posso fare a meno di rivolgere innanzitutto un ringraziamento al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il quale ha deciso di ricordare l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali razziste del 1938, facendo una scelta sorprendente e nominando quale Senatrice a vita una vecchia signora. Una persona tra le pochissime ancora viventi in Italia, che porta sul braccio il numero di Auschwitz e ha il compito, non solo di ricordare, ma anche di dare in qualche modo la parola a coloro che ottant’anni or sono non la ebbero.
A quelle migliaia di italiani, quarantamila circa, appartenenti alla piccola minoranza ebraica, che subirono l’umiliazione di essere espulsi dalle scuole, dalle professioni e dalla società, quella persecuzione che preparò la Shoah italiana del 1943-45 e che purtroppo fu un crimine anche italiano, del fascismo italiano.
Soprattutto si dovrebbe dare realmente la parola a quei tanti che, a differenza di me, non sono tornati dai campi di sterminio, uccisi per la sola colpa di esser nati. Loro, che non hanno tomba, che sono cenere nel vento.
Salvarli dall’oblio non significa soltanto onorare un debito storico verso quei nostri concittadini di allora, ma anche aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano. A non anestetizzare le coscienze, a essere più vigili, più avvertiti della responsabilità che ciascuno di noi ha verso gli altri. In quei campi di sterminio altre minoranze oltre agli ebrei vennero annientate. Tra queste voglio ricordare oggi gli appartenenti alle popolazioni rom e sinti che inizialmente suscitarono la nostra invidia di prigioniere perché nelle loro baracche le famiglie erano lasciate unite. Ma presto all’invidia seguì l’orrore perché una notte furono portati tutti al gas e il giorno dopo in quelle baracche
vuote regnava un silenzio spettrale. Per questo mi rifiuto di pensare che oggi la nostra civiltà democratica possa essere sporcata da progetti di leggi speciali contro i popoli nomadi. Se dovesse accadere mi opporrò con tutte le energie che mi restano.
Mi accingo a svolgere il mandato di Senatrice ben conscia della mia totale inesperienza politica e confidando molto nella pazienza che tutti loro vorranno usare nei confronti di un’anziana nonna, come sono io.
Tenterò di dare un modesto contributo alla attività parlamentare, traendo ispirazione da ciò che ho imparato. Ho conosciuto la condizione di clandestina e di richiedente asilo, ho conosciuto il carcere, ho conosciuto il lavoro operaio, essendo stata manodopera schiava minorile in una fabbrica satellite del campo di sterminio.
Non avendo mai avuto appartenenze di partito, svolgerò la mia attività di Senatrice senza legami di schieramento politico e rispondendo solo alla mia coscienza.
Una sola obbedienza mi guiderà: la fedeltà ai vitali principi e ai programmi avanzatissimi, ancora in larga parte inattuati, dettati dalla Costituzione Repubblicana.
Con questo spirito ritengo che la scelta più coerente con le motivazioni della mia nomina a Senatrice a vita sia quella di optare oggi per un voto di astensione sulla fiducia al governo. Valuterò volta per volta le proposte e le scelte del governo senza alcun pregiudizio e mi schiererò pensando all’interesse del popolo italiano e tenendo fede ai valori che mi hanno guidato tutta la vita.

 

Liliana Segre, Intervento del 5 giugno 2018
Liliana Segre è presidente della Commissione per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza istituita in Italia nel 2020.

La stella con la scritta Jude (“ebreo”) che veniva cucita sulla divisa del lager.

Un’immagine dell’installazione “Shalechet” (“foglie cadute”) che si trova nel Museo ebraico di Berlino, progettato dall’architetto polacco Daniel Libeskind, appartenente a una famiglia ebrea decimata dalla Shoah. I volti in metallo che coprono il pavimento stridono e producono un rumore insopportabile quando il visitatore ci cammina sopra.

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Versi trasversali: Alessandro Barbato

20 lunedì Gen 2025

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Alessandro Barbato, poesia contemporanea

 

 

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ALESSANDRO BARBATO

 

In un tuo volo

Se fossimo vapore, come nuvole
sapremmo attraversare forme e cieli,
ammorbidire i segni, arrotondarli,
potremmo fare a meno di parlare.
Ci basterebbe piovere ogni tanto
sui prati, sui tuoi tarli, i continenti
oppure sfilacciarci lenti e bianchi
sui mari che respirano alla Luna.
Se fossimo vapore e non in questo
giro sordo in cui scorrono le vite
attorcigliate a date e a situazioni,
potremmo continuare anche a sorridere
se sfuma un’altra estate, invecchia il mondo
e tu non sei ora qui, ma in un tuo volo.

In coda (La vita di ogni regola)

Sto bene con gli estranei,
perché non sanno il gioco e quanto è dura
la vita di ogni regola.
Con chi, se un po’ curioso, potrà sempre
immaginarmi un po’
più buono, in chissà quale suo collage
di vuoti e proiezioni.
E poi con te, quando compari come
un lampo tra le nuvole
più spesse a fare chiari anche i minuscoli
dettagli sparsi in coda
a ogni mio sbaglio, in tutti i tuoi sbadigli.
Con quelli che si allenano
a sbocciare, persino a tramontare
senza intoppi; coi gatti
che vedono anche al buio quando serve.

In estate la luce

Fa buio. Troppa luce
rimpicciolisce l’iride, socchiude
un po’ le palpebre e paglia pare il prato
dove razzola un bambino
a cui regalo ogni mio sogno.
Li porterà nel petto, forse allegro
sotto il Sole polveroso,
mentre corre come un pazzo
col pallone, tra le aiuole secche,
il cuore che sconfina nei polmoni.
Oppure al mare, quando basterà
la sabbia ai suoi capricci senza tempo,
e a noi guardarlo per pulire il nostro
sguardo al bianco canto delle onde.

Con l’approssimarsi dei primi sogni d’autunno

Ci sono altre vecchie abitudini
che dovrei smettere di coltivare,
non misurare più il tempo in autunno
o dare alla pioggia il colore
del mare. Anche abbassare un filino
la voce e fare di notte un sentiero
di braci, non traccheggiare
inseguendo le briciole, le anime
perse, sfinite a volare.
Ci sono molte altre vecchie abitudini
che dovrei smettere di praticare,
per liberare più spazio all’odore
sparso ogni giorno dai tuoi desideri:
fare un veloce inventario del mondo,
stare in silenzio a guardarti dormire.

Inediti di Alessandro Barbato

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Andrea Ravazzini, Inediti

13 lunedì Gen 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Andrea Ravazzini

Resta

Rimasi
Alla fine
Di quel luogo
Silente
Sospeso
Tra stormi
Di sogni
Migranti
Su ali
d’Altrove.

Lieve scappai

Scappai
Tra il sibilo
Asciutto
Di una notte
In fiamme
E il velo
Disfatto
Di una bruma
Inconsueta.

Fosti
L’ancella
Di quel nudo
Rimpianto,
Di quel fuoco
Immondo,
Di quel pianto
Nel buio
Disperso,
Che presto
Scoprii
Di luna
Suo canto,
Di notte
Suo verso.

Fosti
Chiarore
Di ebbrezza
Leggiadra,
Angolo vuoto
Nel manto
Di un nulla
Redento,
Scosso
Dal vento,
Su un fianco
Posato.

Scappai
Verso
Un nudo
Bagliore,
Vessillo
Di stelle,
Denso
Richiamo
Di un cuore,
Di un battito
Spento,
Di un bacio
Rubato
Di cui scorgo
Ancora
L’ardore.

Guardo un solo lieve riflesso

Stringe
Attorno
A un cuore
Novello
Il rado
Sussulto
Di queste
Lacrime
Amare.

Ruba
Al soffio
Di vento,
Che un nudo
Passato
Tradisce,
Una terra
Al confine,
Un livido
Bacio,
Una goccia
Arsa
Nel buio,
Che non riesco
A guardare.

Sorge
Un placido
Tempo
Da sogni
Pestati
Nel vuoto.

Ferma
La notte,
Il lento
Risveglio
Non si ode
Ancora.

Non è nota
La fine,
Né il senso
O lo scopo.

Guardo
Solo
Un lieve
Riflesso,
Un breve
Solo
Respiro,
Che brilla
Tutt’ora
Tra i resti
Dismessi
Di una tenue
Aurora.

Ormai fuggito lieve nel vento

Ruba
Al fondo
Notturno
Di una vaga
Rugiada
Il pallido
Ardore
Uno scoppio
Di brace.

Risorto
E redento,
Brucia
Brucia
-Mai spento-
In un tiepido
Nulla,
Che trascorso
Un vano,
Disfatto
Momento
Rifugge
Reietto
Una parola
Mai detta.

Trascina
Il suo sguardo
In terre lontane
Un candido
Cuore.

Un urlo
Scostato
Da un buco
Dolore,
Rimbalza
Stretto
Stretto
Nel fondo
Dismesso
Di un unico
Petto.

Sfumato
In un mondo
Che il senso
Essiccato
Di occhi
Incolore
-Cieco-
Ha disfatto,
Tende al fondo
Di fulgida bruma
L’attimo assorto
Che da fragili mani
Lieve nel tempo
Ormai è sfuggito.

Testi di Andrea Ravazzini

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“Epifania” di Mario Luzi

06 lunedì Gen 2025

Posted by Deborah Mega in Poesie

≈ 2 commenti

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Mario Luzi, Onore del vero

Immagine creata con l’Intelligenza artificiale

 

Notte, la notte d’ansia e di vertigine
quando nel vento a fiotti interstellare,
acre, il tempo finito sgrana i germi
del nuovo, dell’intatto, e a te che vai
persona semiviva tra due gorghi
tra passato e avvenire giunge al cuore
la freccia dell’anno… e all’improvviso
la fiamma della vita vacilla nella mente.
Chi spinge muli su per la montagna
tra le schegge di pietra e le cataste
si turba per un fremito che sente
ch’è un fremito di morte e di speranza.
In una notte come questa,
in una notte come questa l’anima,
mia compagna fedele inavvertita
nelle ore medie
nei giorni interni grigi delle annate,
levatasi fiutò la notte tumida
di semi che morivano, di grani
che scoppiavano, ravvisò stupita
i fuochi in lontananza dei bivacchi
più vividi che astri. Disse: è l’ora.
Ci mettemmo in cammino a passo rapido,
per via ci unimmo a gente strana.

Ed ecco
Il convoglio sulle dune dei Magi
muovere al passo dei cammelli verso
la Cuna. Ci fu ressa di fiaccole, di voci.
Vidi gli ultimi d’una retroguardia frettolosa.
E tutto passò via tra molto popolo
e gran polvere. Gran polvere.
Chi andò, chi recò doni
o riposa o se vigila non teme
questo vento di mutazione:
tende le mani ferme sulla fiamma,
sorride dal sicuro
d’una razza di longevi.
Non più tardi di ieri, ancora oggi.

Mario Luzi (da Onore del vero, 1957)

 

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Numeri e Auguri 2024

31 martedì Dic 2024

Posted by Deborah Mega in SINE LIMINE

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limina mundi, Numeri e Auguri

“The Nutcracker”, The Royal Ballet, photo by Charles Cole.

“Numeri e Auguri”, espressione felicemente coniata da Loredana Semantica, è il titolo del nostro tradizionale articolo consuntivo di augurio e bilancio sull’anno appena trascorso. Solitamente è Loredana a occuparsi della stesura di questo post perché è lei che più di ogni altro ha la pazienza e la competenza di trattare con i numeri ma quest’anno ho voluto cimentarmi io stessa, nonostante non li ami quanto le parole. Dal 21 marzo 2016, data di fondazione di Limina Mundi ad oggi, di strada ne abbiamo fatta e, nonostante gli innumerevoli impegni lavorativi di ciascuno di noi, siamo ancora animati dalla passione e dall’estro necessari a proporre contenuti accattivanti e di interesse. Non è difficile garantire una certa produzione, devo ammetterlo, senza timore di crogiolarsi nell’autocompiacimento dico, infatti, che Limina si alimenta da solo. Lo sappiamo dal momento che non riusciamo a smaltire la posta nonostante si pubblichi quasi ogni giorno e lo sanno tutti coloro che ci scrivono e si imbattono, nostro malgrado, in tempi di attesa piuttosto distesi. Un po’ di numeri dunque, gli auguri li facciamo dopo.

Gli autori che nel 2024 hanno animato il sito sono stati:

Deborah Mega

  • con 44 post dedicati a tutti gli autori che, personalmente o tramite i loro editori, nel corso dell’anno hanno proposto proprie opere o poesie o recensioni e che ci scrivono manifestandoci stima e fiducia: Teodoro Lorenzo, Mattia Tarantino, Filippo Parodi, Rosaria Scialpi, Doris Bellomusto, Marcello Buttazzo, Paolo Landi, Roberto Maggi, Luca Baratta, Giancarlo Baroni, Salvatore Annunziata, Alfredo Alessio Conti, Silvio Aman, Franco Romanò, Rita Pacilio, Giulio Giadrossi, Nunzio Di Sarno, Rita Bompadre, Pietro Edoardo Mallegni, Christian Negri, Federico Preziosi, Paolo Maria Rocco, Lucio Zaniboni.
  • 6 Versi trasversali dedicati a Lucio Zaniboni, Luigi Finucci, Riccardo Mazzamuto, Raffaele Gatta, Marco Plebani, Federica Bembo.
  • 2 Note critiche dedicate a “Dialoghi con Amin” di Giovanni Ibello, il pezzo di approfondimento “Les fleurs maladives de Baudelaire”.
  • 1 Canto presente dedicato a Emilio Paolo Taormina e 1 post dedicato alle poesie di Rupi Kaur.
  • Commenti di racconti vari di autori celebri. A questo proposito, continuano a riscuotere particolare interesse gli appunti letterari che ho pubblicato in questi 8 anni di attività sul sito. Sospetto che siano utilizzati da studenti e che fungano da spunto e da base per ulteriori approfondimenti.

Loredana Semantica

  • con 23 post di cui diversi illustrati da opere digitali di propria produzione.
  • Suo è il progetto del Calendario poetico dell’Avvento e sua la scelta delle opere proposte
  • i racconti “La lunga percorrenza” e “L’amico migliore”
  • la videopoesia “L’occhio scruta”
  • la nota critica “La scrittura che rivela-Dialogo con quarantatrè autori contemporanei”
  • il pezzo di commemorazione dedicato a Leopoldo Attolico e quello dedicato alla ricorrenza del 27 gennaio, giorno della Memoria.

 

Maria Allo

  • con due articoli di approfondimento dal titolo “Le fleurs bleues” di Queneau nella traduzione creativa di Calvino e Calvino a Parigi “legge” De Chirico.
  • con 28 appuntamenti di “La poesia prende voce”, rubrica di letture poetiche a partecipazione aperta. I podcast del 2024 sono stati dedicati a: Lara Pagani, Ornella Mallo, Mariangela Ruggiu, Lucia Triolo, Nicola Manicardi, Franco Massimo Botturi, Loredana Semantica, Francesco Vitale, Daìta Martinez, Grazia Procino, Franca Alaimo, Cristina Bove, Gabriele Greco, Patrizia Sardisco, Rossana Jemma, Sotirios Pastakas, Alessandro Moscè, Sergio Daniele Donati, Gabriella Grasso, Daniela Pericone, Elisa Ruotolo, Marina Minet, Marina Morelli, Mattia Cattaneo, Beppe Costa, Alessandro Baldacci, Maria Pia Quintavalla, Anna Maria Bonfiglio, Patrizia Sardisco, Giovanna Rosadini, Alba Gnazi, Rafaela Fazio, Giovanni Ibello.

Antonella Pizzo, nei suoi interventi settimanali del mercoledì, ha commentato libri di narrativa di recente pubblicazione o grandi successi editoriali che hanno riscosso il suo interesse. In particolare le opere:

  • Il rosmarino non capisce l’inverno di Matteo Bussola
  • I giorni di Vetro di Nicoletta Verna
  • Le città e le sue mura incerte di Haruki Murakami
  • Canto della pianura di Kent Haruf
  • Creatura di sabbia di Tahar Ben Jelloun
  • La vegetariana di Han Kang
  • Trilogia della città di K. di Agota Kristof
  • Via Gemito di Domenico Starnone
  • Mara e Dann di Doris Lessing
  • La strada di Corman McCarthy
  • Weyward di Emilia Hart
  • Virdimura di Simona Lo Iacono
  • Mattino e sera di Jon Fosse

Emilio Capaccio ha pubblicato una Nota di lettura dedicata a Diario dell’approdo di Fernando Della Posta e curato “Monumento al mare”, rubrica di traduzioni dedicate a testi poetici sul mare di: Arthur Williams Symons, Christina Georgina Rossetti, William Stanley Braithwaite,  Thomas Bailey Aldrich, Stephen Crane, Lydia Huntley Sigourney, Nathaniel Hawthorne, John Masefield, Ronald de Carvalho, Joyce Kilmer, Alfred Tennyson, William Ernest Henley, William Ellery Channing, Sarah Teasdale, Cale Young Rice, Georges Rodenbach, William Vaughn Moody, Francis Ledwidge, Gerald Gould.

Francesco Tontoli con 12 Venerdì dispari

Francesco Palmieri con 40 Poesie sabbatiche

Entrambi hanno partecipato all’attività del sito proponendo poesie proprie: Francesco Tontoli è impegnato il venerdì, mentre Francesco Palmieri il sabato, in linea con i titoli delle rispettive rubriche.

A partire dall’anno di fondazione, le visite al sito sono state 407.789, in costante aumento, perché dalle 10607 visualizzazioni del 2016 siamo giunti alle 63994 dell’anno appena trascorso. Dal 27.12, data di programmazione del presente post ad oggi, le visualizzazioni totali sono diventate 408.595. Abbiamo notato che il 2020, anno della pandemia, è stato il periodo in cui l’affluenza al sito è stata più frequente e costante. Si sono susseguiti poi tre anni di traffico intenso ma contenuto, poi l’exploit di quest’anno. Gli articoli pubblicati finora sono stati 1422, di cui 189 nel 2024.

 

 

Gli utenti abbonati sono 274, i visitatori  nel 2024 sono stati 46729, provenienti da vari stati del mondo. Il mese di maggior affluenza è stato ottobre con 7319 visite.

 

 

Nonostante alcuni articoli siano stati pubblicati negli anni scorsi continuano a riscuotere interesse e di conseguenza visualizzazioni.

L’articolo più letto del 2024 è stato “Cosciotto d’agnello” di Roald Dahl con 3241 visite.

Il pezzo di approfondimento “La casa di Asterione” si conferma il post più letto di sempre con 39641 letture.

L’Incipit più letto è stato quello dedicato a “La Metamorfosi” di F.Kafka con 871 visite.

La poesia più letta è stata “Gloria del disteso mezzogiorno” dell’intramontabile Eugenio Montale con 794 visite.

Il Punto di vista 15, dedicato a “Guernica” di Pablo Picasso è stato il più letto con 459 visite.

Le traduzioni più visualizzate sono state quelle a cura di Emilio Capaccio, in particolare quelle dedicate a Fernando Pessoa con 352 visite.

Parole di donna più gettonato è quello dedicato a “Sii dolce con me” da “Bestia di gioia” di Mariangela Gualtieri con 308 visualizzazioni.

La Forma alchemica più visualizzata è stata quella dedicata a “La stella” di Edmond Rostand con 243 visite.

In relazione a La poesia prende voce l’autrice Gabriella Grasso ha ottenuto 175 visualizzazioni e ascolti.

Il file audio più scaricato (166 volte), invece, è stato un testo poetico di Patrizia Sardisco, tratto da “ Autism Spectrum”,  Arcipelago Itaca, 2019.

Poi la Poesia sabbatica più letta a cura di Francesco Palmieri è stata “A quelli che verranno” con 165 visite.

La nota di lettura più letta su libri di Narrativa, rubrica curata da Antonella Pizzo, è stata quella dedicata a “Mattino e sera” di Jon Fosse, con 111 visualizzazioni.

uNa PoESia A cAsO dedicata a Wislawa Szymborska, la più letta, ha ricevuto 67 visite.

Il Monumento al mare più letto è stato quello dedicato a Gerald Gould che ha ricevuto 66 visite.

I Versi trasversali di Cristina Eléni Kontoglou hanno ricevuto 54 visite.

Il Canto presente di Emilio Paolo Taormina ha ricevuto 48 visite.

Sette domande sulla poesia, intervista a Rita Pacilio, ha ottenuto 34 visite.

In RandoMusic l’articolo dedicato a Sweet Jane ha ricevuto 39 visualizzazioni.

Il Venerdì dispari più letto è stato quello dedicato alla poesia “Cometa”, con 27 visualizzazioni.

A questo punto non resta che ringraziare tutti coloro che hanno partecipato all’attività di LIMINA MUNDI, con contributi di qualità, mettendo in luce l’aspetto di coralità che ci contraddistingue da sempre e facendosi parte attiva, autori, collaboratori, lettori, commentatori. Ci proponiamo di proseguire sulla rotta intrapresa e auguriamo a tutti un ottimo 2025, che sia un anno sereno e luminoso.

Deborah Mega

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“Herman Melville ovvero il mare rifiutato”, racconto breve di Teodoro Lorenzo

16 lunedì Dic 2024

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Racconti

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Herman Melville ovvero il mare rifiutato, Teodoro Lorenzo

Ogni mattina un uomo compassato, dalla barba quadrata, appesantito e stanco nonostante l’età ancora giovane si prepara per andare al lavoro. Vive nella città che lo ha visto nascere, New York, in una casa modesta: una facciata giallo sporco e dentro vecchi mobili di mogano. Un’ultima occhiata al golfo di Napoli, una stampa appesa in entrata, e l’uomo è già fuori; l’andatura è lenta ma non ci vuole molto per arrivare all’Hudson dal numero centoquattro della ventiseiesima strada. Come la casa anche il suo impiego è modesto; Ispettore delle Dogane. L’uomo ha appena quarantasette anni, un’età che per molti può significare un inizio. Ma non per lui, lui è alla fine. Il suo nome è Herman Melville. Terrà svogliatamente quell’impiego per diciannove anni, diciannove anni di lente camminate quotidiane; poi trascinerà la sua esistenza per altri sei ma la luce era già spenta da tempo. Qualcuno dirà che la colpa è stata sua quindi nessuna compassione: chi è causa del suo male pianga se stesso. C’è del vero, c’è sempre del vero nella saggezza popolare, eppure non si può non riconoscerne la grandezza. Leggete la storia di quest’uomo e poi mi direte se non vi verrà voglia di aspettarlo sotto casa una mattina, mettervi sottobraccio e fare un pezzo di strada con lui.
Era stato uno scrittore di successo, ammirato e benvoluto. I suoi primi libri erano stati accolti con entusiasmo dal pubblico e dalla critica. La sua vena artistica sembrava non doversi mai esaurire. Taipi, Omoo, Mardi, Redburn, Giacchetta bianca; in una felice catena di montaggio ha scritto con facilità e sfornato di getto i suoi primi cinque libri. Bastava che chiudesse gli occhi e spiagge assolate, mari sconfinati, calde immagini e magiche avventure affluivano alla sua mente. Non doveva che riportarli sulla carta. Niente di più facile per lui; in fondo raccontava solo ciò che aveva vissuto in prima persona negli anni felici della sua giovinezza trascorsa sul mare.
Suo padre era stato un ricco commerciante e aveva solcato gli oceani, visitando per lavoro le terre più lontane, riportando a casa libri pieni di velieri immensi e racconti avventurosi. Quei libri e quei racconti avevano suscitato nel giovane Herman il desiderio di viaggiare e conoscere il mondo, di scoprire se quelle immagini di voce e carta corrispondessero al vero.
Di giorno vedeva a Manhattan misteriosi stranieri con una sacca sulle spalle e la pelle bruciata dal sole, sicuramente marinai. Si muovevano con andatura caracollante, come se non camminassero sui marciapiedi della città ma sulla tolda di una nave, seguendone il beccheggio. Dove andavano, cosa si nascondeva in quelle loro sacche misteriose, quale sarebbe stata la loro prossima destinazione? Anche lui bramava l’avventura, anche lui voleva il mare. Intanto gli affari erano cominciati ad andare male e poi sempre peggio, fino al fallimento. Suo padre ne fu talmente avvilito da ammalarsi di disturbi psichici e alla fine da morirci. La famiglia piombò nella miseria. Herman aveva dodici anni e fu costretto a lasciare la scuola per cercare lavori di ogni tipo. A vent’anni, dopo essere stato commesso di negozio, insegnante elementare e fattorino di banca, si imbarca come mozzo su un mercantile diretto a Liverpool. Era pur sempre un lavoro, aiutava la famiglia e in più poteva conoscere il mare. Ma una nave mercantile e la placida rotta verso l’Europa non era esattamente l’avventura che aveva
sognato. I marinai che aveva visto camminare in città non avevano la faccia di chi passa le giornate tra cassoni di merce. Ecco allora, appena un anno dopo, l’occasione che aspettava; una baleniera, finalmente! Non più mozzo ma marinaio, e rotta verso il Pacifico. Qui gli capita di tutto: nelle Isole Marchesi incontra una tribù di cannibali presso cui rimane quattro mesi, a Tahiti viene arrestato dalle autorità inglesi per ammutinamento, evade e si rifugia nell’ Isola di Moorea, arriva alle Hawaii e qui lavora come garzone e uomo di fatica, infine si arruola su una nave da guerra e torna a casa.
Melville naviga in tutto quattro anni, accumulando così tante esperienze, avventure e ricordi da riempire decine di libri. Quando torna in America comincia a scrivere e lo fa a pieno ritmo: la vita gli sorride. Anche la sua esistenza personale prosegue senza ostacoli. Si sposa e gli nasce il primo figlio, un maschio come lui desiderava, che chiama Malcom, a cui seguiranno Stanwix e due altre bambine: una famiglia numerosa e felice. Poi arrivò il fatale febbraio del 1850, e quella prima frase: “Chiamatemi Ismael”. Già, è l’inizio di Moby Dick: l’inizio della fine. Melville ha appena trent’anni ed è un uomo nel pieno delle forze. Si butta a capofitto nella stesura dell’opera, ci lavora giorno e notte; è come divorato da un‘ansia febbrile, quasi non mangia. Il libro è un combattimento corpo a corpo che dura diciotto mesi, un combattimento lungo 1.500 pagine. Quando lo inizia è in buona salute, sereno e soddisfatto; quando lo termina è un’altra persona: esausto, svuotato, debole e impotente. Non c’è vento, non c’è sole in Moby Dick, non ci sono orizzonti da contemplare. Non c’è l’allegria della vita, i sorrisi della gente, la gioconda atmosfera delle isole del Pacifico. Il libro è una lenta discesa negli inferi dell’animo umano. Il pensiero non si allarga, non prende fiato ma sprofonda in un imbuto sempre più stretto fino a concentrarsi in un solo punto: l’ossessione.
Moby Dick è un fiasco colossale. Esce prima a Londra, nell’ottobre del 1851, con il titolo di The Whale, (La Balena); a novembre esce anche a New York, con un titolo diverso, Moby Dick or the whale (Moby Dick ossia la balena). In Inghilterra vende solo cinquecento copie, qualcosa di più in America. Appena uscito i critici lo definiscono, via via, “una zuppa”, “un ibrido”, “un libro genialmente sbagliato”, “ un libro informe come i movimenti marini”. I suoi antichi lettori, un tempo così attenti ed affezionati, lo abbandonano. Non avevano capito nulla di quanto aveva scritto, e comunque non era quello che si aspettavano da lui. Aveva perduto la sua vena di fantasioso narratore di avventure, non c’erano più il mare lucente, le vele spiegate e il cielo sempre azzurro.
Fu una cosa molto triste e mortificante per lui. La delusione l’aveva precocemente invecchiato. Ma il rimedio era lì, a portata di mano. Bastava riprendere i vecchi soggetti. Non erano certo le storie e le avventure quelle che gli mancavano dopo le ribalde scorrerie giovanili. Bastava tornare sulla vecchia strada, al fondo della quale ripensare Moby Dick come uno spiacevole incidente di percorso e niente di più. Tornare indietro e salvarsi la vita. Invece no. Alla fine del libro la balena, invece di fuggire come aveva sempre fatto, decide di attaccare la nave e si abbatte con tutta la sua potenza sul legno della chiglia. Achab è lì che la aspetta, la sta aspettando da tutta la vita: finalmente era giunto il momento. Scaglia il suo arpione nella carne della bestia, la nave affonda ma Achab non molla la presa. Uno scarto improvviso lo imbriglia sul dorso della balena con le corde degli arpioni. Achab non riesce più a muoversi e l’animale si inabissa trascinandolo con sé. Melville è come Achab. Anche lui vuole rimanere attaccato a Moby Dick, costi quel che costi, anche a sacrificio della vita. Quel libro non lo lascerà mai più e con lui si perderà facendosi trascinare nell’abisso; giù, sempre più giù. Melville dopo Moby Dick non scriverà più di mare e di sole, di spiagge e di vele. Nel 1852 pubblica Pierre o delle ambiguità, una trama che include perfino un incesto, nel 1855 è la volta di Benito Cereno, oggetto del quale è la tratta degli schiavi, nel 1856 dà alle stampe Israel Potter, un romanzo storico, nel 1857 tocca a L’uomo di fiducia, una indebita mescolanza di satira e filosofia. Giù, sempre più giù, legato da mille fili a quel libro che non vuole abbandonare, che non vuole tradire. Hai toccato il fondo Herman, reagisci, taglia quelle corde e torna a respirare. Riprendi a scrivere le tue meravigliose avventure. É con quelle che sei diventato ricco e famoso e c’è ancora un pubblico che ti sta aspettando.
“Preferirei di no”.
Ecco, lui ormai è diventato Bartleby lo scrivano. Il famoso racconto è del 1853, due anni dopo il disastro di Moby Dick. Assunto come scrivano nello studio di un avvocato, ogni volta che gli viene chiesto di fare un lavoro diverso dal copiare documenti, Bartleby rifiuta. Come fa Melville quando gli viene chiesto di tornare sui suoi passi. Entrambi rispondono “Preferirei di no”.
Melville è Bartleby. Si è chiuso in se stesso, ha perso la fiducia nel mondo e ha scelto l’indifferenza come risposta. Non è la decisione di chi vuole restare lontano dal vorticoso turbinio della gente, standosene come un filosofo a guardare il naufragio dell’esistenza. No, Bartleby-Melville è già naufragato. Dopo il 1857 smette di pubblicare narrativa, distrutto da tanta ostilità e indifferenza. Si dedica alla poesia, figurarsi, ispirandosi alla guerra civile, ai viaggi fatti in Italia e in Grecia, ai pellegrinaggi in Terra Santa. Scrive due libri e li pubblica a sue spese: 25 copie alla volta. Confessa all’amico Nathaniel Hawthorne: “Quel che mi sento di scrivere è proibito, non paga; e a scrivere nell’altro modo non riesco” Il mare, quel mare che aveva rappresentato la sua vita dal 1839 al 1843 e la sua fortuna letteraria dal 1846 al 1850 non gli interessa più, lo accantona, lo rifiuta. Certo, lo ricorda, con affetto e nostalgia, ma non è più il centro della sua vita. Così facendo continua a inabissarsi; giù, sempre più giù. Nel periodo in cui ha scritto di mare, Melville ha guadagnato ottantamila dollari di diritti d’autore; dopo Moby Dick ne guadagna un centinaio all’anno. Con il suo lavoro di scrittore, di scrittore fallito, non riesce a mantenere la famiglia e nel 1866 accetta il lavoro di Ispettore delle Dogane. Anche la sua vita privata precipita con lui. Malcom, il figlio tanto amato, si uccide a diciotto anni sparandosi in casa un colpo di pistola ed il secondo figlio, Stanwix, fugge da casa per non farvi più ritorno, terminando a San Francisco, ad appena trentacinque anni, la sua vita errabonda. Giù, sempre più giù. È sera. Quando ritorna a casa dopo le misere occupazioni della dogana l’uomo è ancora più stanco e appesantito, il passo ancora più strascicato di quello della mattina. Le chiacchiere con la moglie Elizabeth e le due figlie
non riescono a colmare il vuoto che sente dentro di sé. Sempre più spesso si apparta e trova rifugio sul balcone. Si accomoda sulla sua sedia di tela e si accende la pipa. Il balcone è il suo scoglio, l’ultimo appiglio del naufrago prima di essere sommerso dalle onde. Quando muore, nelle prime ore del mattino del 28 settembre 1891, Herman Melville è un uomo dimenticato da tutti. Un solo giornale americano ne riporta la notizia. Con tre righe di necrologio.

Teodoro Lorenzo

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Mattia Tarantino, “Se giuri sull’arca”, Fallone Editore, 2024

09 lunedì Dic 2024

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Mattia Tarantino, Se giuri sull'arca

 

I

PRIMA VOCE: (canzonando)
Se ce lo chiedete non ve lo diciamo.

SECONDA VOCE: (sussurrando, sempre)
Come qualcosa che passa, qualcosa che striscia. Uno scricchiolio.

TERZA VOCE:
Imparerai a parlare con le ombre.

PRIMA VOCE: (ancora canzonando)
Non ve lo diciamo.

TERZA VOCE:
Avevamo allacciato l’arca al loro regno. Al regno nero della trasparenza.
Alla fine del mondo.

PRIMA VOCE:
Non è che non vogliamo.

TERZA VOCE:
Come per chi cerca il giro della serpe. Il segno arrotolato nel nulla.

PRIMA VOCE:
Non ce lo hanno detto. Lo abbiamo chiesto, croce sul cuore.

SECONDA VOCE:
Come bisbigliando in un orecchio gigante. L’entrata sul retro
sigillata parlando.

TERZA VOCE:
Poi siamo salpati. Nessuno ci ha dato il permesso. Nessuno ci ha
detto di no.

II

Per una cuccia nel vuoto, per un morso di pane, ma da dietro, bendati, che nessuno ci veda. Ci chiedono come ci chiamiamo, non sappiamo ripeterlo. Questo Regno sospeso in una ruota che abbaglia, questi corpi rovinati dai raggi, questi corpi che sbattono ai bordi, come i numeri scatenati negli insiemi, nei cerchi, l’intervallo luminoso tra un segno e qualcosa, qualcosa che affiora come un Regno sospeso, nella ruota che abbaglia c’è qualcuno in ginocchio, ci dice che viene, ci avvisa, è un allarme. Sirene, trambusto, uno scoppio, poi nulla, siamo calmi, lo saremo per sempre, giuriamo, ma giuriamo su cosa se le ombre sono inchiodate alle sagome, se c’è il volto di Nostra Madre che trema, che ha perso la faccia e non riesce a parlare, ci dice che bruciano, che bruciano i campi, hanno trovato un passaggio, che bruciano i numeri e c’è un altro sistema, adesso; cosa state scontando per una cuccia nel vuoto, per un morso di pane, per un’arca dorata che chiamiamo Aphinar?

da Se giuri sull’arca

 

I

Parlano, ma come gli uccelli, un dialetto celeste. Il fuoco è acceso e il villaggio più vicino. C’è il pane caldo, l’anice da scaldare insieme al vino. Saranno ricordati in carovana, come in fila per presentarsi al Giudizio, ma nessuno li vede oppure non esistono occhi; jolly d’ombra che frugano nel fogliame, che strisciano, convulsioni nelle province dell’ombra. Nottenati, Cunicoli, come nomi di popoli smilzi, fantasie di popoli scalzi. Smàcchera zan ca tio perēse, ca sa pèrese rubina i scancia. Parlano, ma come uccelli dai becchi mostruosi, dai becchi d’anice, liquidi, smacche zatàn come grumi, come calcoli, un dialetto di reni celesti se tutta la lingua è un’orma, se qualcuno si allontana dal villaggio, viene, se fischia.

XV

Sciababàb, ci accucciamo di notte, chiudi gli occhi che nessuno ti vede; le unghie appese alla porta, così non entreranno, sale a terra, parliamo, ma parliamo nel buio. Sciababàb, come un nome spellato, un cerchio buio nell’ombra e gli uccelli, qui intorno,
qui intorno è pieno di uccelli.

da Sciababàb

 

I

Al primo lo incidono sulla schiena ma non ci crede. Lo stesso segno è sul dorso della moneta. L’altro ha baciato la pietra la prima notte dell’anno. Il capo del toro, calato dall’uscio, è stato fracassato e sepolto. Alla festa indosserà la maschera della bestia, quattro volte cornuta. All’ultimo taglieranno l’anulare.

VIII

Siate gli angeli e siate la procedura. Così ha parlato la bocca del sottomondo, come un’abrasione, un comando che si salva scomparendo e segna, tuttavia, incide e infetta consegnando, alle regole o alla storia, qualcosa ancora da salvare, ancora una violenza.

X

Il nome che tramandano è Mattath. Lo usano per i ladri, per i macellai. Gli dicono che sarà il motore, la sintassi. Ovunque sarà nominato sarà costretto a significare. Quando la sintesi sarà compiuta le bestie saranno scolate agli angoli dell’incisione. A quel punto la pelle sarà sciolta e il nome potrà essere tramandato.

(Gli abitanti del villaggio sono riuniti dall’altro lato della voragine. Siedono in cerchio, suonano il tamburo. I robota siedono come loro, vestiti di bianco, alzano le mani, mostrano i palmi. Non c’è nessun segno)

 

da L’Ermeneuta

 

Testi di Mattia Tarantino, tratti da “Se giuri sull’arca”, Prefazione di Michelangelo Zizzi, Collana Il Drago Verde, Fallone Editore, 2024.

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Versi trasversali: Lucio Zaniboni

02 lunedì Dic 2024

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Lucio Zaniboni, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo due poesie di …

LUCIO ZANIBONI

 

Il volo

Esaltati, dal pino alla finestra,
i merli spiccano il volo
e ad ogni slancio è colmo il becco giallo.
Frenesia agli infiniti palpiti,
che vengono dal cielo.
Dio delle nevi, Dio del candore
che reca all’anima sospiri.
In un momento bianca è la finestra,
la ferrovia un presepe.
Qui torna antico il mondo,
si ovattano i pensieri,
come nella spessa coltre I suoni.
Oltre c’è un cerchio di misteri,
che nessuna sonda potrà mai. sondare.
Lasciarsi andare alla corrente,
insana cosa.
Il fossile dal riquadro, parla di antiche ere
e dell’eterno nella cui faretra
sono infinite frecce.
Il.tempo a una a una le incocca.
È poca la nostra fede,
quando non c’è la neve,
ma ora il mondo è candido come bimbo
e sa di gioia il canto

L’olocausto

L’olocausto si ripete, migliaia di uomini inchiodati sul mare.
Il mondo vuole il miracolo e lascia fare.
Cristo flagellato e deriso,
la barca è rimorchiata in alto mare.
L’evento si compia,
senza che il sangue versato,
ricada sul nostro capo.
Una turba invoca in mille lingue il cielo:
Dio, accoglili nel tuo regno.
In questo mondo indegno,
in cui si mangiano topi,
per rimanere vivi e sperare,
cala la tela.
Cristo fra i migranti, noi tutti fra i sicari

Lucio Zaniboni

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Filippo Parodi, “I Am a Dream That Is Dreaming of Me”, Polimnia Digital Editions, 2024

25 lunedì Nov 2024

Posted by Deborah Mega in Poesie, Segnalazioni ed eventi

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Filippo Parodi, I Am a Dream That Is Dreaming of Me

 

Seaside lullabies

 

Naps

when I was a child

in the sticky beach house

 

tortuous turtle doves’ wrongs

embedded in the pillow

which always ate me all up.

 

Ninne nanne balneari

Sonnellini
quando ero bambino
nell’appiccicosa casa al mare

torti di tortore tortuose
accorpate nel cuscino
che tutto mi divorava.

 

Peak experience

Through a darkness

in constant blinding mutation

happily overpopulated with tooth decay

humanity

in its entirety

smiles at the little bunch of degassed intentions

which my body is

at the mind which is buzzling and sizzling and pulsating

similar to one of those bug zappers which I saw

in one of

those restaurants

in Bangkok.

 

Esperienza di picco

Attraverso un buio
in costante accecante mutazione
felicemente sovrappopolata di carie
l’umanità
al completo
sorride a quel mucchietto di intenzioni sgasate
che è il mio corpo
alla mente che ronza e che sfrigola e che pulsa
simile a una di quelle trappole elettriche per insetti che ho
visto in uno di quei ristoranti
a Bangkok

 

Archie Shepp

Your shoes as golden

as your saxophone

which is golden as the sweat that floods you

which is golden like the notes

which so heavenly

you sneeze

erupt

ejaculate

golden seeds falling around

and if only they could impregnate

that sissy girl

whom is my heart

which is somewhere but where?

 

Archie Shepp

Le tue scarpe dorate
come il tuo sassofono
che è dorato come il sudore che ti inonda
che è dorato come le note
che così celestialmente
starnutisci
erutti
eiaculi
semi dorati che precipitano intorno
e magari arrivassero a ingravidare
quella femminuccia
che è il mio cuore
che è da qualche parte e chissà dove.

 

The sin is always greener on the other side

I would like to be one of those corrupt

who enter without even wishing to the favour of Jesus.

One of those who make a string of mistakes

but who own deep inside the candied disposition of a child.

A selfless prostitute.

A humble thief.

The drunkard completely incapable of resentment.

Instead it seems that I will have to keep my abstainer

farting heart

my personal record of crimes invisible to the whole world

even to myself unprovable.

 

Il peccato del vicino è sempre più verde

Vorrei essere uno di quei corrotti
che senza neppure desiderarlo entrano nelle grazie di
Gesù.
Uno di quelli che commettono una sfilza di errori
ma che in fondo possiedono un’indole candita di bambino.
Una prostituta altruista.
Un umile ladro.
L’ubriacone completamente incapace di rancore.
Invece pare che dovrò tenermi il mio scoreggiante cuore
di astenuto
il mio record personale di reati invisibili al mondo intero
anche a me stesso indimostrabili.

 

Michel(l)e ma belle 

I love you

when you cry

and your whole mouth twists

 

it shrinks

 

by shortening

it travels much farther

 

where

for a moment

every wall falls apart

 

inside the slaughterhouse

of your countless ages.

 

Michel(l)e ma belle

Ti amo
quando piangi
e ti si distorce tutta la bocca

si restringe

accorciandosi
arriva più lontano

dove
per un attimo
crolla ogni parete

all’interno del mattatoio
delle tue innumerevoli età.

 

Testi tratti da Filippo Parodi, “I Am a Dream That Is Dreaming of Me”, Polimnia Digital Editions, 2024

 

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Filippo Parodi nasce a Genova nel 1978. Nel 1986 si trasferisce a Milano, dove ancora vive. Si laurea in Filosofia Estetica nel 2003, con una tesi sul verosimile e “il meraviglioso” nella poesia. A partire dal 2007 pubblica i suoi primi testi su The End, Haute Food e sulla rivista internazionale di poesia e ricerche Zeta. Nel 2012 vince un concorso indetto dalla casa editrice Gorilla Sapiens e il suo racconto Il proprietario esce nell’antologia Urban Noise. Sempre per Gorilla Sapiens, alla fine del 2013, pubblica il primo libro La testa aspra. In seguito scrive racconti per Verde Rivista e Ultrafilosofia. Nel novembre 2014, insieme a Massimo Bacigalupo, Peter Carravetta e ad altri studiosi, viene invitato a partecipare al convegno Terribile la parola: i filosofi sono succubi del problema-parola, tenutosi al Palazzo Ducale di Genova, per celebrare i quarant’anni di pensiero e scritture del poeta-filosofo Raffaele Perrotta. Nel 2017 pubblica poesie su Il Foglio Clandestino e il suo secondo libro La panchina senza angeli per Fondazione Mario Luzi Editore. In ottobre, presso Villa Buzzati a Belluno, è chiamato a leggere alcuni estratti della raccolta appena pubblicata per l’Happening di chiusura della mostra di poesia visiva Voci visibili nel granaio – 42 Poeti Visivi per Dino Buzzati. Nel 2018 pubblica per Polimnia Digital Editions la silloge poetica Per te soltanto,bambino – Frammenti di emisferi e Tapping-ninne nanne. Da questa raccolta, l’anno successivo, vengono tradotte in inglese dalla redazione di Slow words – people and stories from this world e pubblicate due poesie. Da qui l’idea dell’autore di riscrivere l’intera opera in inglese con Flaming Child, sempre pubblicata per Polimnia Digital Editions nel 2020. A partire da dicembre l’opera entra nella Top 100 Bestsellers di Amazon, all’interno della categoria ebook gratuiti di poesia, raggiungendo il primo posto e rimanendo a tutt’oggi nelle primissime posizioni. Nell’agosto del 2021 alcune poesie tratte da Per te soltanto, bambino vengono commentate da Maurizio Cucchi su La Repubblica.

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Rosaria Scialpi, “La faglia empirea”, Brè Edizioni, 2024.

18 lunedì Nov 2024

Posted by Deborah Mega in POESIA, Segnalazioni ed eventi

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La faglia empirea, Rosaria Scialpi

 

La faglia empirea

C’è uno squarcio nel cielo:
impossibile ricucirlo.
Non basta la strenua volontà del
sognatore e nemmeno l’ago del cinico.

Quella faglia nella volta empirea
riduce lo sguardo a inerme
scrutatore del reale.

La corda è sospesa nel vuoto.
Nessuna possibilità di salvezza.

 

Il precipizio ha forma d’infinito

La vertigine del vuoto
non ferma il perpetuarsi della tortura
della vita. Non la frena l’implacabile certezza
della morte. Il precipizio ha forma d’infinito.
Il pargolo in fasce è già l’uomo col bastone.

 

Phainomai. Confessione 02

Sono il mio fantasma.
I contorni, sempre quelli.
Sempre uguali a se stessi.
Gli occhi vacui.

Fauci dilatate inghiottono
la figura nello specchio…

Eccomi
ricomposta
in frantumi

 

Sottrazione

Distillare le parole.
Frenare l’implacabile fiume
di verbosità della roboante orchestra del mondo.

Cernere ciò che appartiene
ai corridoi sotterranei, bloccarne
l’ingresso e apporre un chiavistello sul pericardio.

Scendere nel sottosuolo e trangugiare
la cinica maschera d’orrore quotidiano.

Arginare per custodirsi.

 

La testa di Orfeo

Sono parole straniere, quelle che riposano nel mio ossario.
Suoni antichi che riconosco, ma non sono più miei.
Appartengono alla riva del rimpianto senza fine.
Io non ci tornerò più.
Hanno odore di ruggine e decomposizione.

La testa sbrindellata di Orfeo riposa sul letto
dell’Ebro. Galleggerà nel mare senza darsena.
Per me non ci sarà Febo Apollo a proteggerla.
Me l’hanno strappata via i Ciconi. Sparagmòs!
La fedeltà all’apollineo si paga con la vita:
nei campi di Dioniso i poeti soccombono.

 

Nina all’altalena*

Non fermare l’altalena!
Non voglio scendere da questa giostra,
interrompere la nenia.

Non ostacolare il mio viaggio,
appesa a un vecchio legno e due catene,
i piedi verso il cielo, i capelli nelle nuvole.

Non portarmi sulla terra,
lascia
che metta radici ribelli nell’aria,
che s’irradi nelle vene clorofilla.

Non provare ad afferrarmi.
Che il vento mi trafigga la schiena.
A te lascio la maschera di gelso.
Io voglio essere Icaro: cera al sole.

*Testo ispirato dall’ascolto di Ho visto Nina volare di Fabrizio De André.

 

Rondini sul cielo di Puglia

C’era uno stuolo di rondini, davanti a noi.
Uno stormo impazzito, perduto come lo sono io.
Un volo presago di notizie mortifere
per l’anima che stenta a tenersi
in equilibrio. Ombre taglienti dal sorriso di lama
sul mio cammino. Solo questo!
Nient’altro di me resta.

 

Testi di Rosaria Scialpi, tratti da “La faglia empirea”, Brè Edizioni, 2024.

 

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Rosaria Scialpi è nata a Taranto nel 1996. Laureata in Lettere moderne con lode, ha scritto articoli per riviste scientifiche, collaborato con testate giornalistiche del territorio pugliese e ha curato la comunicazione di un festival letterario internazionale. Fra i suoi scritti: Lembi di verità (L’Erudita, 2022), la silloge d’esordio vincitrice del Premio Saffo poesia giovane e del Premio Troccoli Magna Graecia.  Recentemente è anche stata curatrice del saggio Sulle Sponde della Magna Grecia – Il Novecento di Spagnoletti, Carrieri, Grisi e gli altri (Passerino Editore, 2023), giunto alla sua seconda edizione. Alcuni suoi racconti appaiono in antologie. È autrice di un podcast incentrato sulle versioni meno note dei miti classici dal titolo Mitopedia: il mito come non te l’hanno raccontato, spin-off della pagina Instagram omonima dove fa divulgazione.

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Doris Bellomusto, “A corpo libero. Esercizi di poesia” Le Pecore Nere editore, 2024.

11 lunedì Nov 2024

Posted by Deborah Mega in POESIA, Segnalazioni ed eventi

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A corpo libero. Esercizi di poesia, Doris Bellomusto

 

Propositi

Sviscerare il cuore.
Seguire il vento.
Accarezzare il profilo
delle cose.
Annusare nell’aria
le stagioni.
Aprire il cuore come si apre
all’alba una finestra.
Respirare il cielo.

 

La perifrastica attiva

Io del tramonto cerco
gli avanzi,
le sfumature.
La luna
mi basta dimezzata.
La lussuria della luna piena
non appartiene a me
che al cerchio preferisco la spirale,
che amo l’incompiuto,
il “quasi”, il “non ancora”,
la perifrastica attiva.

 

Il resto

Vivere per addizione
è un vizio di forma,
si vive di ciò che resta
dopo tutto l’oblio.
Si sottraggono gli istanti
alla somma dei giorni.
Resta il cielo
respirato a cuore aperto.
Resta lo sguardo puro
di quando il mondo era
sognato e non ancora
sciupato da mani avide
e pance ingorde.
Il resto si dà per sottrazione.

 

Come le rondini al cielo

Mio figlio
non è
mio.
Devo scriverlo
per ricordarlo
al mio cuore
avido.
Mio figlio
mio
non è,
ma
appartiene
a me
come le rondini al cielo
e non al nido.

 

L’incanto di sempre

Inciampo sempre
in fragili incanti.
Invidio il fiore e
la farfalla,
la lucertola al sole.
Forse,
un giorno inciamperò
nello specchio giusto e
mi vedrò
per quel che sono:
fragile incanto anch’io
minuscolo frammento
di universo.

 

Al vento di Maestrale

Ho imparato
a stare a mezz’aria
se occorre,
saltare la pozzanghera;
morire nel gheriglio della noce;
sfogliare i sogni degli amanti;
disordinare l’amore degli sposi;
disporre del mio tempo con amore;
amare all’improvviso un viso nuovo;
masticare lentamente i sogni;
ogni giorno, lesta o lenta, camminare,
azzardare con l’immaginazione,
agire con tenerezza.

Tremula
al vento di Maestrale
ho imparato a pregare
ogni muta creatura
terrestre.

 

La controra

Il retrogusto del caffè
regala l’impressione del risveglio
anche se la controra stanca l’anima
anche se in tasca si nasconde
qualche promessa scomoda
anche se preferisco il sogno
e gli occhi chiusi,
le mani in tasca
e gli spergiuri.

 

Testi tratti da Doris Bellomusto, “A corpo libero. Esercizi di poesia” Le Pecore Nere editore, 2024.

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Marcello Buttazzo, “Ti seguii per le rotte”, I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno, 2024

04 lunedì Nov 2024

Posted by Deborah Mega in POESIA, Segnalazioni ed eventi

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Marcello Buttazzo, Ti seguii per le rotte

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Breve studio di Paolo Landi su ‘Arte della navigazione notturna’ di Adriana Gloria Marigo, Caosfera, 2022.

28 lunedì Ott 2024

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, Recensioni

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Adriana Gloria Marigo, Arte della navigazione notturna, Paolo Landi

 

L’enigma del frammento e la dimensione unitaria dell’opera poetica

Assegnare un valore estetico elevato alla brevità, considerando un’opera di piccolissime proporzioni come un prodotto isolato, può essere problematico; ma questa assegnazione diventa del tutto evidente, inquadrando entro uno stesso contesto una serie di opere di tale misura; e allora possiamo avere una formazione globale – che a suo modo può anche essere considerata come un’opera unica -,  e tale formazione può essere assunta nel peso del suo fulgore, che finalmente emerge al di là di ogni possibile equivoco. Ma vi sono diverse formazioni provviste di un’ampiezza diversa, e di un diverso grado di coesione; si può così procedere dall’opera unica – come accade con Arte della navigazione notturna di Adriana Gloria Marigo (Caosfera, Vicenza 2022), al di là delle  eventuali intenzioni dell’autrice, e se del caso della sua stessa consapevolezza -, a raccolte di opere come gli insiemi poetici riuniti sotto il titolo di una stessa sezione o di un medesimo volume, che a loro volta stabiliscono un grado di vicinanza o di lontananza  nei confronti del modello dell’opera unica, provvisto di una diversa misura a seconda della loro fisionomia – mentre considerazioni dello stesso genere si possono fare ad esempio per le opere della pittura, soprattutto nell’ambito contemporaneo, laddove Picasso a questo proposito risulta del tutto esemplare.  Ed anche in questi casi, come in quello dell’opera unica – ma con cadenze, gradi di intensità e misure di rilevanza di tipo diverso -, possiamo dire che le singole brevi o brevissime composizioni si riverberano sull’insieme, e pertanto ciascuna di loro si riflette e incide su ciascuna delle altre, in una misura diversa a seconda degli esemplari. Ed è singolare la possibilità di rinvenire come una luminescenza relativa alla dimensione del bello, che si costituisce attraverso lembi della stesura globale provvisti di una certa estensione, senza che questo effetto sia dovuto alla disposizione che attiene al canone dell’opera unica – che comunque rimane un lascito imprescindibile per la ricchezza di ogni possibile epoca od ogni periodo possibile o immaginabile della storia del bello -; ed è ancora più singolare l’accensione dello sguardo – o dell’udito, o comunque dell’ascolto interiore, concepito nell’accezione profonda di ogni modalità della fruizione estetico-artistica congiunta all’esercizio dei nostri sensi, ed alla compagine dei loro intrecci -, nel caso in cui la singola composizione provvista di una misura ristretta o anche molto ristretta, viene recepita nella sua rilevanza in ordine alla dimensione del bello, prima di avere messo in luce il contesto; infatti, in questi casi è come se lo sfondo provvisto dalle altre composizioni irradiasse il suo influsso, la sua portata, la sua profondità e il dominio della sua vastità, investendo in modo enigmatico il complesso che viene assunto nella sua brevità. E del resto, questo accade ad esempio nel cinema, in una singola immagine che appartiene alla fase iniziale di un film, prima che sia emerso il seguito con la sua vastità dirompente; e d’altra parte, nel cinema questo effetto è ancora più enigmatico, poiché in questo caso non abbiamo l’artefatto della parola – e il regime della sua trasposizione ideale di quello che viene assunto dalla nostra esperienza -, ma abbiamo un inquietante effetto del verisimile nei confronti della esperienza reale od effettiva, che non è riscontrabile nelle altre arti – il che vale, nonostante il grado della elaborazione estetico-artistica del quale le immagini in questione possono essere investite. Così, Arte della navigazione notturna rappresenta l’esemplare di un’opera unica, che per un verso  potrebbe essere stata generata senza che fosse anticipata o progettata come tale, e per un altro verso è legata alla serie delle raccolte poetiche precedenti dell’autrice, che a loro volta sono provviste di una compattezza e di alcuni ricorsi tematici – e quindi di una serie di linee di congiunzione -, laddove tali complessi mettono in gioco una sorta di convergenza nei confronti dello statuto canonico di un’opera di questo tipo. Così la lettura di quest’opera può invitare a  considerare nuovamente le precedenti opere dell’autrice, cogliendo una serie di arpeggi che si rincorrono in modo trasversale, o se vogliamo una serie di emergenze sinfoniche, ecc., quali ingredienti che sono suscettibili di illuminare più a fondo il lascito delle sue opere letterarie, e di attribuire ad esse un riconoscimento di ordine più elevato. E un discorso analogo si può fare, parlando in generale – e al di là di un riferimento all’autrice – per gli aforismi; ma in questo caso, se da un lato abbiamo un qualche ingrediente letterario legato ad una valenza estetico-artistica del linguaggio, abbiamo anche una componente sapienziale, che contiene degli indici di valore distinti da quelli a carattere estetico; e il tratto enigmatico degli aforismi è dato soprattutto dalla loro capacità di racchiudere una densità del pensiero, che in ogni aforisma riuscito bene mette in gioco una splendida autonomia rispetto agli altri prodotti dello stesso genere. Ed anche in questo caso, ovviamente, il contesto fornito da quanto precede e da quanto segue stabilisce delle risonanze che influiscono sul singolo prodotto; e ciò vale sia sotto il profilo del pregio estetico-letterario degli aforismi medesimi, sia nei termini di quello sapienziale; e questo riguarda sia una sorta di diluizione, distensione ed articolazione del pensiero, che tuttavia deve conservare l’alea fortemente ambigua, obliqua e polisensa, sia, al contrario, un rafforzamento del carattere enigmatico e provocativo, il quale ha modo di elevarsi nella costellazione vagamente discorde di questi lacerti della follia letteraria, nel mentre che il folto delle discordanze a suo modo può anche avere, comunque, un effetto melodico, e un suo ingrediente di sintesi. E d’altra parte, la densità del pensiero di per sé, a mio avviso, rimane meno problematica ed enigmatica – quanto al suo indice di valore -, rispetto alla riuscita estetica di un frammento mirabile dell’estro a carattere letterario – o di una immagine del cinema, come accade ad esempio nei film di de Oliveira. Ma tornando all’Arte della navigazione notturna, rimane il fatto che proprio la brevità dei singoli blocchi di versi assicura una volta per tutte il loro legame d’insieme, componendo una sorta di inno, o di poemetto, o comunque di composizione globale che ha una sua fisionomia fortemente unitaria. E da questa unità complessiva, è nata forse la poesia più vasta dell’autrice, e forse sua gestazione più alta. E a ciò si può aggiungere che se la disposizione nelle singole pagine è perfetta, vi potrebbe anche essere un altro ordinamento, forse meno elegante, ma almeno altrettanto funzionale, dividendo l’insieme in due o tre parti senza titolo; al che, si potrebbero considerare il movimento diacronico e narrativo della discesa nella notte e della emersione nel mattino, e i successivi passaggi che indugiano nella luce dispiegata – rappresentando il regime intensivo della luce medesima nella sua perduranza e nella sua progressione entro l’alveo del giorno, e infine mettendo in gioco le digressioni che riguardano lo svariare delle movenze, le mutazioni tipiche o caratteristiche della luminescenza, e le emergenze relative alle stagioni, od alle ore, o alle singole giornate, ecc. Ciò posto, potremmo avere una prima parte, un seguito che considera queste variazioni con qualche criterio di ripartizione – anche marcandole sotto un profilo globale -, ecc. E non è vero che un progetto letterario tipicamente contemporaneo possa essere suscettibile, anche se autentico, di essere decostruito e ricostruito nelle sue parti ad arbitrio: nelle opere pervase dalla bellezza autentica sussistono sempre dei limiti strutturali, e il resto deve essere lasciato ad una serie di pregiudizi correnti.

                                                                              Paolo Landi

Paolo Landi (Livorno, 1953) si è laureato in Filosofia e in Lettere presso l’Università di Pisa ed ha insegnato filosofia fino al 2009. Ha pubblicato diciotto volumi a carattere filosofico e di impronta fenomenologica, nonché articoli di filosofia, saggi sul cinema e tre raccolte di poesie. Tra le sue opere recenti: Dell’insieme totale (Giornale di Metafisica, 2001-2004), L’esperienza e l’insieme totale (Clinamen, 2009), Idee per una semiologia fenomenologica (id., 2014), Lineamenti di una fenomenologia dell’arte (Mimesis, 2019), L’uno, le parti e il tutto (id., 2021), Coscienza e realtà nella storia del cinema (id., 2022) e le raccolte di versi L’occhio del fulmine (Prometheus, 2020), Il tempio del musico volto (Officina Milena, 2022) e Ivi non giungono i balsami delle altezze (Progetto Cultura, 2024).

 

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Roberto Maggi, “Gli accordi spezzati”, Bastogi Libri, 2024. Nota di lettura di Simonetta Pulicati.

21 lunedì Ott 2024

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura

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Gli accordi spezzati, Roberto Maggi

 

“Gli accordi spezzati” (Bastogi Libri, 2024) di Roberto Maggi è un libro che si rivolge direttamente all’anima. Chiede con delicatezza al lettore di utilizzare occhi capaci di attraversare il velo della sofferenza e dell’amore, delle parole dette e non dette per rendere leggibile ciò che si nasconde dietro il quotidiano vivere. Quel che immediatamente colpisce è la musicalità del linguaggio che demarca e accompagna il destino dei protagonisti lungo il corso delle loro esistenze vissute in parallelo, in un gioco infinito di intrecci, di continui rimandi al passato, di superamento dei confini spazio-temporali. A volte, durante la lettura, si avverte un leggero senso di spaesamento, un perdersi e ritrovarsi che suona (espressione verbale più che mai calzante) analogo a quello che provano i protagonisti. E non può essere altrimenti quando è l’anima ad essere al centro del sentire e a conferire un senso agli eventi della vita. Passo dopo passo, album dopo album (i capitoli sono suddivisi in “album”), il libro ci svela l’interiorità profonda dell’essere uomini. Ci parla del dolore, inferto e subito, della delusione, della follia, ma anche della volontà di farcela, nonostante tutto. L’autore guarda ed esplora questo dolore attraverso l’io narrante dei protagonisti, che si colora di tinte diverse, proprio come gli “album” del libro (oro, platino, argento). Ognuno esprime la propria percezione fisica e psichica del dolore con toni ora gravi e acuti, ora lenti e sconvolgenti. Una partitura che si fa lingua, un dolore che si fa musica e dà forma e voce al sentire umano. Nel crescendo delle note e degli arpeggi l’autore descrive il dolore di una perdita o di una violenza che giunge senza preavviso con una forza tale da stravolgere la vita: una fitta lancinante che sbriciola e polverizza d’un solo colpo le certezze, le aspirazioni, che infrange i sogni e il cuore. Ineluttabilmente il dolore reclama una risposta, e chiede alla coscienza di scendere nelle profondità intime dove si annida la colpa, la ferita, l’errore, il fallimento, la disperazione, la nostalgia di ciò che si è perduto. Il confronto con la propria ombra è a tratti crudele e terrificante, un’esperienza limite che può condurre l’uomo nell’oscurità esistenziale, da cui non sempre è facile risalire. Alla fine, come sempre accade, è il libero arbitrio della persona a decidere: se cedere alle lusinghe della sofferenza malinconica e triste o se trasformare il proprio dolente vissuto in una forma di riscatto e andare avanti. “Gli accordi spezzati” è un libro che commuove ed emoziona per l’intensità con cui l’autore riesce a toccare le corde dell’anima umana.

Simonetta Pulicati

 

 

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Roberto Maggi è uno scrittore, poeta e articolista romano, laureato in scienze biologiche. Ha finora pubblicato 4 libri: la raccolta di poesie “Schegge liquide (Aletti, 2014), la raccolta di racconti “Suites di fine anno”, (Florestano Edizioni, 2019), la silloge poetica “Scene da un interno” (Terra D’ulivi Edizioni, 2019) e il romanzo “Gli accordi spezzati” (Bastogi Libri, 2024). Ha inoltre partecipato a numerose raccolte antologiche. Nel 2015 avvia, insieme al pianista Theo Allegretti, un progetto che unisce poesia e musica, la performance “Suoni di-versi”, rappresentata in vari contesti privati e pubblici. Ha ottenuto diversi premi e riconoscimenti, tra cui il Premio Wilde (2° posto assoluto, marzo 2020), il Premio Speciale Resilienza del Premio Astrolabio 2020/2021, il Premio di Poesia La Repubblica dei poeti (2° Sezione poesia inedita), il Premio Letterario Città di Orvieto – Sezione Prosa. Tra le sue passioni, oltre la letteratura, l’arte, il cinema, la fotografia e soprattutto la musica.

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Luca Baratta, “Hanno ragione i poeti”, Eretica Edizioni, 2023.

14 lunedì Ott 2024

Posted by Deborah Mega in POESIA, Segnalazioni ed eventi

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Hanno ragione i poeti, Luca Baratta

 

 

Poesia
volò
da questi libri,
è la luna d’oro
è sveglia
sta sbarcando
sulla terra:
chiede alla gente
sembianze cristalline
di vita.

 

Non soffro
per arrivare sopra te,
mi devasto
per armonizzarci.

Al buio,
seguo tracce
di un paradiso perduto.

 

No, non c’è più tempo
per star male
per sperare
per lavorare
il momento è qui
in luoghi e lingue
diversi, insieme
bisogna
guarire.

 

Ribelli ai nomi nuovi
per gli uguali ingranaggi
della storia,
proviamo ad essere
altri, in forme
non più dicibili.

 

Vastissime e lontanissime
quiete braccia di temporale
sopra le teste e le case del paesello.
Umido corre un ragazzetto
per l’eco del vicolo
e con lui le storie
che furono e saranno.

 

Luca Baratta, “Hanno ragione i poeti”, Eretica Edizioni, 2023.

 

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Giancarlo Baroni, “I nostri gatti esenti da difetti”, Grafiche Step editrice, 2024.

07 lunedì Ott 2024

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

≈ 1 Commento

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Giancarlo Baroni, I nostri gatti esenti da difetti

 

Illustrazioni di Vania Bellosi ed Elena Bertoncini
Copertina di Alberto Zannoni
Prefazione di Fabrizio Azzali

 

Prefazione

Chi non ha mai guardato in quegli occhi,
non ha mai visto nulla di divino
(Anna Maria Ortese)

 

I Gatti che stanno in questo libretto sono davvero speciali. Ma tutti i Gatti lo sono. Chi ha convissuto con uno di loro e ne è stato adottato per segreta affinità elettiva lo sa. Gli altri animali sono animali e basta, il Gatto no, lui è un’altra cosa, è un po’ parente della Sfinge e ci propone da sempre gli stessi enigmi. È però più antico della Sfinge e forse rammenta cose che essa ha dimenticato. Perché, già gli Egizi lo sapevano, è della stirpe degli dèi e forse per questo sa vedere nel buio, là dove gli occhi umani sono inutili. Il Gatto è imprevedibile e misterioso, affine alle cose inconoscibili, e ci insegna così la variegata imprevedibilità della vita e il mistero che ci avvolge. Cosa osserva quando si siede così, immobile, all’apparenza perso nei suoi “pensieri”, o forse “a sognare ad occhi aperti”? Credo stia guardando dentro, guarda la trama dell’esistenza che fluisce attraverso di lui; sta osservando segrete relazioni, lo svolgersi di vite dentro alle vite, di mondi dentro ai mondi; ascolta la dolce canzone della trama dell’essere, che lo rassicura del ruolo che svolge ogni forma animata e della bellezza senza fine. Ma il Gatto sa pure essere ironico e sottile, quasi alla stregua di Groucho Marx, come dimostra la gatta un po’ sovrappeso che abita da me e che, al posto dei topi forse ormai irraggiungibili, continua a posare sullo zerbino di casa le pigne: tanto la differenza è trascurabile e io fingo di non notarla… Superfluo tentare di fare del Gatto un nostro possesso, imporgli un nome e illudersi che risponda al richiamo: lui non conosce la servitù e risponde solo al nome che si è scelto e che nessuno conosce. Solo quelli che, leggeri e indecifrabili, si muovono a passi felpati tra le pagine della letteratura (e di questo gioioso volumetto) tollerano un nome e diventano, sontuosamente, Murr, Behemot, Pluto, Zorba…Max. Davvero, senza alcun dubbio i Gatti sono creature eccezionali, sono proprio esenti da difetti.

Fabrizio Azzali

 

Il gatto che cammina sulle stelle

Il gatto camminava sulle stelle
saltava dall’una all’altra
a volte fingeva di cadere
aggrappandosi con una zampa

le stelle applaudivano entusiaste
il gatto miagolava contento
ai bambini e ai gatti
le avventure non fanno spavento.

 

Il nostro gatto

Vede nel buio
cammina nel silenzio
risuonano i suoi ronf
nell’universo

la coda batte
sul gong dei veri affetti
il nostro gatto esente
da difetti.

 

Colori naturali

Un gatto soriano
occhi gialli
nell’erba verde

osserva
un merlo nero
becco arancio

il felino si slancia
il merlo si alza
baruffa celeste.

 

Lui

Intensamente
mi fissa questo gatto
lui sa chi sono.

 

Testi tratti da Giancarlo Baroni, “I nostri gatti esenti da difetti”, Grafiche Step editrice, 2024.

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“L’anello” di Vittorio Zucconi

30 lunedì Set 2024

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Racconti

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L'anello, Storie da non credere, Vittorio Zucconi

 

Oggi propongo la lettura di un racconto breve di Vittorio Zucconi. Seguiremo l’avventurosa ricerca di un anello perduto che, pur non essendo fatato assume, nel corso della storia, un potere magico. La narrazione, effettuata da un narratore esterno, prende avvio in medias res, dal momento in cui il protagonista Larry si accorge di aver perso la fede nuziale. La caratterizzazione dei personaggi è indiretta perché è il lettore a dedurre le informazioni e la personalità dei personaggi dai loro comportamenti.

*

Larry era mancino e allungò la mano sinistra per aprire la portiera dell’auto. Fu così che notò qualcosa che non c’era: all’anulare mancava la fede, l’anello matrimoniale che Lara gli aveva infilato 29 anni prima davanti a un altare e che da allora non si era mai tolto. Negli ultimi tempi, a causa della malattia di Lara che l’aveva costretta in ospedale, Larry era molto dimagrito e la fede aveva cominciato a stargli larga. E senza che neppure se ne accorgesse, l’anello gli era scivolato via dal dito. Lara se ne accorse invece subito. Nonostante gli aghi delle flebo che le uscivano dalle braccia, le medicazioni brutali, i calmanti e le acro- bazie di Larry che cercava di usare soltanto la destra, la moglie si avvide immediatamente di quello che non c’era.
– Non hai più la fede – mormorò.
– No, sai, l’ho lasciata sulla mensola del bagno, perché non mi scivolasse via- rispose troppo in fretta Larry.
– E allora perché cercavi di nascondere la mano? – lo incastrò la moglie.
– Potevi almeno aspettare che fossi morta prima di levartela – disse chiudendo gli occhi.

Per Larry cominciò da quel momento una caccia all’anello mancante tanto disperata quanto superstiziosa, come se ritrovare quel cerchietto d’oro avesse potuto guarire la moglie. Avrebbe potuto comperarne un altro, naturalmente, ma non sarebbe servito a nulla. E ogni sera, dal suo letto d’ospedale, Lara gli fissava l’anulare della mano sinistra, quando lui le accarezzava la fronte con la destra.
– La vita è così, Larry, c’è chi perde e c’è chi trova – cercò di consolarlo la madre, telefonandogli un giorno dalla casa di riposo dove lei passava il tempo da sola guardando troppa televisione.
– Pensa, Larry, che ieri sera al telegiornale locale ho sentito la storia di una donna che al ritorno da una vacanza in Sud Carolina ha trovato tra i suoi costumi da bagno un anello d’oro.
Come? Un anello d’oro? Una vacanza in Sud Carolina? Un costume da bagno? Larry chiamò la redazione, domandò del cronista che aveva raccontato la storia dell’anello trovato e gli passarono un giornalista stupito che qualcuno si fosse interessato a quella insignificante storiella umana che lui aveva pescato, come l’ho pescata io, dal cestino dell’informazione, per riempire una sera vuota d’estate. Diede a Larry il nome della donna, una certa signora Dolores Tucker di San Antonio, nel Texas. C’erano 18 Tucker, nell’elenco di San Antonio, e Larry li chiamò tutti, prima di trovare finalmente Dolores. È lei la signora che… Si, sono io, ma lei…? Sono quello che ha perduto l’anello, nel negozio di costumi da bagno… Aspetti – lo interruppe Dolores – come faccio a sapere che lei…?
Guardi all’interno dell’anello – la implorò Larry – ci dovrebbe essere incisa questa scritta: L&L, per Lara e Larry, e poi la data del matrimonio, 10-10-70. Una lunga pausa, un rumore di cassetti, poi la risposta: si, la scritta c’è. Domani le spedisco l’anello.
– L’ho trovato! Lara, l’ho trovato! Era scivolato nel sacchetto di una cliente! Domani mi arriva per posta!
Dal suo letto, Lara accennò a un sorriso, il primo che lui le avesse visto in volto da quando era stata ricoverata, ma sembrava ancora un po’ scettica. Infatti, il giorno dopo non arrivò nessun anello. E neppure il giorno dopo, né il terzo.
Il quarto, Larry riprese il telefono in mano: signora Dolores, scusi, ma l’ha spedito o no? Come no? (Un po’ offesa). Certo che l’ho spedito, a lei, al signor Larry Sweeny, Garden, New Jersey. Come? Noooo, urlò Larry, non New Jersey, Sud Carolina, signora, Garden, Sud Carolina. Oh, fece la voce dall’altra parte. Le probabilità che esistesse un omonimo nella omonima città di Garden, ma in New Jersey, erano microscopiche, ma le Poste americane l’avevano scovato e avevano diligentemente recapitato l’anello. Non soltanto il nostro Larry dovette confessare alla moglie che l’anello non era ancora arrivato e dovette vedere quella espressione che le donne sanno fare per raggelare gli uomini infingardi.
In più dovette telefonare a un signor Larry Sweeny, di Garden, spiegandogli che anche lui era Larry Sweeny, ma di un’altra Garden, e che l’anello era suo, di Larry Sweeny, non di Larry Sweeny, e domandare a un perplesso, diffidentissimo Larry Sweeny se per cortesia poteva rispedire l’anello a lui, a Larry Sweeny. Cosa che, sia detto a suo merito, il Larry Sweeny sbagliato fece.
Grazie a quel disperato redattore del telegiornale che non ha notizie importanti da dare, ma parla di esseri umani e d’amore, sappiamo che ora l’anello è stato finalmente rinfilato al dito giusto. Che Lara ha sorriso davvero, quando lo ha visto. Che ora è tornata a casa, dimessa dopo un netto miglioramento. I medici, che non capiscono niente di anelli, parlano di remissione. Ma noi, che non capiamo niente di medicina, preferiamo pensare che sia stato il piccolo miracolo dell’anello smarrito a farla sentire un po’ meglio.

da Vittorio Zucconi, Storie da non credere, Einaudi, 2001 (ridotto)

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Salvatore Annunziata, “Altro tempo e qualche poesia intorno alla luce”, Italic Pequod, 2024.

23 lunedì Set 2024

Posted by Deborah Mega in SINE LIMINE

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Altro tempo e qualche poesia intorno alla luce, Salvatore Annunziata

 

 

Ottobre

Assisto all’appassire
ma è l’altro autunno:
ciò che ero
cade a foglie.

 

Notturna

Il cielo, forse
è il ricordo più amato
dai morti
e -forse- ci vorrebbe la stessa vocazione
dei martiri
per vedere il resto della Luce
ma sono qui, umano tra gli umani
a scrivere
con troppa miseria da smaltire.
La voce calata dall’Alto (?)
Dio che in principio fu Verbo (?)
Ed io credo.
Io credo.
E allora dicci,
se è vero che non ci hai
abbandonati,
se ci sentiamo soli,
quando ci sentiamo soli
dov’è che ci siamo fermati?
Dov’è che ti abbiamo lasciato,
Cristo?

 

Quartiere

Sulla strada dove sono nato
case con dentro quadri
che non hanno mai cambiato
le parole.

Sui marciapiedi
ragazzi ri-chiamati dalle madri,
altri dalla morte.

Ed altri ancora
ho visto correre
con dentro anime
mai partite.

 

La poesia degli affamati

Ho sentito la poesia negli affamati,
ti fissano gli occhi
con quelle anime che pregano in silenzio
rivolte non so dove.
Con quelle illusioni e con quei sogni
che non nascono in letti caldi
ma dove la pioggia sceglie di cadere.

 

Nel giorno

Nel giorno che dà senso
agli altri giorni
dicesti: vado.
Bisogna.
Ed io restai da solo
distante dall’oblio degli alberi
e delle loro voci.
Una folla di occhi commossi
poi più nessuno parlò
perché la morte,
padre,
ora lo so,
mette a tacere
soprattutto noi,
i vivi.

 

Salvatore Annunziata, “Altro tempo e qualche poesia intorno alla luce”, Italic Pequod, 2024.

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Alfredo Alessio Conti, Liriche scelte, Guido Miano Editore, Milano 2024.

16 lunedì Set 2024

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, POESIA

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Alfredo Alessio Conti, Liriche scelte

 

 

Alfredo Alessio Conti, Liriche scelte, Guido Miano Editore, Milano 2024.

Prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi.

Comunicato Stampa

Nel groviglio esistenziale vissuto dal poeta si alternano, intrecciano e sovrappongono concetti filosofici, psicologici, spirituali che, tuttavia, non rimangono tali, cioè astratti, ma s’incarnano nella sua esistenza segnando stimmate e proiettando speranze. La terminologia che può definire la condizione umana qui tratteggiata si sintetizza, individualmente e universalmente, in nuclei problematici aperti e profondi: solitudine e isolamento; nulla e vuoto; male di vivere e inanità; bipolarismi e contraddizioni come morte e rinascita, sogno e realtà, dolore e desiderio, attesa e fine. Si tratta di tematiche, stati d’animo, pensieri che albergano in larga parte della letteratura europea del Novecento e di questo primo scorcio del Duemila, segno della crisi
dell’essere che angustia le giornate dell’uomo occidentale. Si possono rintracciare richiami di tali assunti in alcune liriche di Conti, che sono talora originati culturalmente – per esemplificare – da ispirazioni bibliche, socratiche, ungarettiane. Nel primo caso troviamo nella poesia Perché si è i versi finali che recitano: «…perché si è polvere / e in polvere / si tornerà», con chiaro riferimento al passaggio dell’Antico Testamento (Genesi 3, 19) nel quale Dio condanna l’uomo al suo destino, dopo il peccato originale.

Di indubbia ispirazione al pensiero socratico è la lirica Il tuo domani, che si apre proprio con il famoso motto greco ‘gnōthi seautón’: «Conosci te stesso / e abbi cura di te / raggiungerai l’anima / nella sua profondità / e saprai chi sei / chi dovrai raggiungere / il domani / che verrà». Così risulta agevole riconoscere nell’epigrafica Esistenza, una condivisione con l’immagine simbolica della foglia ungarettiana: «Nel
respiro del vento / vivo / come foglia d’autunno». […].

Enzo Concardi

***

Il sentimento amoroso è un tema affrontato dai letterati di tutti i tempi nelle sue molteplici sfumature e riveste una fondamentale importanza anche nella poesia di Alfredo Alessio Conti; nei testi che seguono audaci metafore, unite ad innovative scelte lessicali e ad un complesso apparato retorico permeano i componimenti di una struggente malinconia, suscitata dalla lontananza dell’amata: «Nella tua assenza / mi perdo / dolce amore mio / ti vedo in ogni dove / nella dura pietra / nelle gocce di pioggia / nel volo di farfalle / nel canto degli usignoli / nel prato fiorito / nella stella cadente / e piango» (Piango). I versi scaturiscono da intense emozioni di fronte al reale pericolo di una insopportabile perdita, avvertita come doloroso emblema della precarietà umana: «L’ho sepolto lì / in quel piccolo cimitero di montagna / il desiderio d’incontrarti / su quelle vette impervie / ad osservare il cielo / e il mondo da lassù…» (Non sono più).
La donna è l’interlocutrice privilegiata del discorso poetico, organizzato intorno a stati d’animo antitetici, nel vibrante ondeggiare del ritmo: la solitudine e la nostalgia per una dolorosa separazione si alternano all’appagante gioia dei momenti trascorsi insieme, a sottolineare la precaria dimensione del soggetto lirico, sospeso tra presenza e assenza, tra l’eco memoriale di stagioni felici e il vuoto dell’abbandono: «Ho pettinato il prato / come se fossero i tuoi capelli / morbidi al tatto / del mio ricordo / sfumato dal dolore / dalla tua mancanza / siamo stati sdraiati qui / ad osservare le stelle / a lasciarci baciare dal sole / con le nostre mani unite / dal sorriso dell’amore /
ed ora che son solo / m’aggrappo alla terra» (Ho pettinato il prato).
[…].

Gabriella Veschi

***

Nelle liriche d’ispirazione religiosa di Alfredo Alessio Conti è ricorrente l’idea dell’esistenza individuale come itinerario, come cammino: «Il Poeta se ne va / ramingo / nell’anima nel cuore nelle membra…» (È un ritrovarsi). Nell’àmbito di tale raffigurazione metaforica se ne pone in risalto la frequente incertezza, si sottolinea il procedere esitante fra il passo spedito e l’imbarazzante, talora penoso zoppicamento: «Cammino zoppicando / o zoppicando cammino / peregrinando / nell’attesa della sentenza / che (…) giungerà zoppicando o camminando» (Zoppicando o camminando).

Incontrare Dio durante il “viaggio della vita” significa assicurare a quest’ultimo una direzione inequivoca e gratificante, conferirgli un preciso scopo etico-ideale («…Non serve a nulla / la nostra esistenza / se non si crede / alla vita interiore / alla nostra anima / umana», Cercatore), arricchirlo del valido sostegno di una Presenza amorosa, che corrobora e guida: «Quello che mi aspetta / va al di là dei miei pensieri / e come il canto d’usignolo / passerà / la primavera dei miei giorni. / Rosseggia l’alba / e Dio / mi ha già preso per mano» (Mi ha preso per mano). D’altronde l’autore riconosce quale tratto specifico dell’uomo una condizione d’attesa («…Laggiù, Lassù…/ci attende / una
nuova / vita», Nuova vita, cors. mio, come dopo) destinata ad essere appagata soltanto dalla rivelazione di un Essere superiore, il quale, mentre prefigura un orizzonte salvifico («…Nell’attesa / dell’onda / salvatrice / credo / in un Dio / misericordioso», Credo), “incarna” l’antitesi illuminante e chiarificatrice rappresentata dalla fede a petto dell’oscurità avvilente e penosa dell’esperienza umana abbandonata
a sé stessa, soffocata dai proprî insuperabili limiti: «…Nel tuo silenzioso silenzio / rimani retto nei tuoi pensieri / osservando il nulla del creato / nel cielo buio dell’esistenza. / Scruti le stelle / oltre il nero cielo e lassù / intravvedi il logos generato / risposta ad ogni domanda» (Logos). […].

Floriano Romboli

AL TRAMONTO

Siamo solo sogni di carta

attimi fuggenti

in questo mondo di fantasia.

Accatasto piano piano gli animi.

Non esistono due verità

al tramonto della vita.

DA DOVE

Da dove viene la poesia

se non dalle profondità

oltre lo spazio indefinito

al di là del tempo

nel Logos e nel Kaos primordiale.

Rimane il mistero

impenetrabile

nella risposta.

LA VITA

Correre, correre, correre

come quando la vita

corre sui campi da calcio

o in alto

sempre più in alto

sferrare un attacco

o raggomitolarsi a difesa

e giungere al traguardo

da vinti o da vincitori

Altro la vita non prevede.

SI FA SERA

La conchiglia sulla riva arenata

emette l’eco del mare

voci di naufraghi in cerca d’aiuto

suono silenzioso di chi riposa in pace

richiamo alla pietà dei nostri giorni

mentre si fa sera

nel mio animo.

 

Alfredo Alessio Conti, Liriche scelte, Guido Miano Editore, Milano 2024.

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