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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: Deborah Mega

“Versi di una nota sola/Per un itinerario musicale” di Miriam Sartori

07 lunedì Apr 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Miriam Sartori

Immagine creata con AI

 

Versi di una nota sola
Per un itinerario musicale

I.

La mattina è per la composizione.

Di un sogno, di un’idea
di un affacciarsi
sul davanzale del tempo,
nell’ultimo minuto di buio.
Aspettiamo che il sangue
ci risuoni nelle vene
e insieme lo aiutiamo
intonandoci
sul medesimo accordo.
Sciolgo le dita,
il giorno entra dai vetri.
Le formiche di note in cadenza
sulla nostra pelle spiegazzata.
Quartine di schiocchi,
arpeggi di baci.
Il rigo non fa che allungarsi
e il nostro minuetto, muta in sinfonia.

 

II.

Si cammina sulle strade dei giorni.

E il ritmare dei nostri passi
come massi in caduta
da collina che frana,
scandisce le ore
mentre crollano, disperse

Irregolari e imperfette
sempre scenderanno
ma la Valle, accogliendole tutte
sarà barra doppia
dopo monti di note.

 

III.

Questa poesia non vuole

indicare, definire
o esprimere.
Non vuole essere niente
che già non sia,
ma sola restare
nel vuoto creatore dell’essenza.
Versi come pause
nella timida espirazione,
se la bacchetta fulmina:
ultima vibrazione.

Questa poesia vuole
essere incisa
nel silenzio.

 

IV.

Ora
possiamo appena ascoltare
questo schiodare di stelle
dal cielo
questo continuo sgusciare
dal canto,
delle nostre fiamme
il fremito incanto.

R-accolto ogni pezzo di strofa
tutta la musica che resta
conchiusa
in una sola nota

 

Testi inediti di Miriam Sartori

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Martino Bosco, “Stati della materia”, Fallone Editore, 2024.

31 lunedì Mar 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Martino Bosco, Stati della materia

 

Laboratorio 1

Labirinto saturo di coagulate fanciulle
ibrido divoratore di polvere
di rasa deriva
di vuoto cilindro
trafitto di memoria divelta, felice:
edematosa resa.
Abbandono i suoi occhi trafugati
nell’oscuro azoto
sopiti da sterili tabulazioni.
Molle fondale di prole,
seviziate mani di embrioni eleganti
proliferano sulla tavola
sporca di brevi vagiti.

Ma l’occhio ramifica le sue tracce pallide;
dibatte nel fango la sua dorata coda
offerta all’allusione
di un pasto di nervi troncati.

Intravede poi il cavo dell’organo rimosso,
mirabile tappeto bolloso di pasti sottili,
l’introito di un ventre d’ali,
i capelli di rame sulla maniglia lucida e muta
e, oltre l’angolo morbido, un mistero trafitto di ombre
docili come avanzi di letizia.
Appena rimastica il mondo e rode
la cuspide lemure della protesi d’anima,
torpida di aghi di ruggine e autunno;
scivola svogliata sulle scale
laccate di sospetto e piscio,
la noia vellutata a colargli dalla vernice
seccata sulle ginocchia crostose.

Camera sterile è necessità crudele
traslucida assenza sedimentata
su code vellutate come dita.

Questo è ambliopia:
versi strani
così pare la forma.
Di contro canti ferrati
biancheggiano d’occhi saturi
da mutila terra dilavati.
Carcerati:
su cinghie su corpi alogenati
ripiega un arto caduco
fertile di vermi.

 

La chambre verte

Ciondolante ascaride sui misteri di scale
corda che canta un collo sospetto:
spirano sul muro avidi miceli cavi:
le sue fusate mani raschiano dal ventre
il dorato seme caduco.
Si attardava nell’abbagliante cripta
il seguito ferale di giochi infetti.

 

Per l’antico oro sparge
cure opache di denti caduchi
là dove, marchiati
prosperano i suoi corpi setosi
che previdente affisse
su gravide glottidi
rosse di canti nudi.

 

Laboratorio 3

Lasciala crescere rigogliosa,
discostane le spire opache,
accarezzane la pelle crepitante,
ammirane i bianchi scolici ingemmati,
l’assenza vertiginosa di occhi,
il limpido meccanismo della sua fame pura.

Artefice sedizioso e giallo
di un inferno di erosive stille,
per tumefatte distese d’erba avida
trascina amelico sui petali afflitti
degli ultimi fiori nemici
la sua anima stinta.

Sulle mie mani scorrono
piccoli orrori feriti:
li accolgo con dolcezza,
li venero cauto,
ne esamino i colori spenti
sotto pinze, lame e vetro.
Loro mi ricambiano
con un segreto breve e desolato.

 

Martino Bosco, Stati della materia, Fallone Editore, 2024.

 

L’AUTORE

Martino Bosco (Torino, 1967) è medico e ha collaborato a ricerca e sviluppo di applicativi di AI per la diagnostica in patologia. Ha esposto in alcune collettive opere in cui viene analizzato il rapporto tra casualità, psicologia archetipica e produzione artistica attraverso l’uso di tecnologie digitali.
Ha esordito nel 2023 per Fallone Editore con la raccolta di racconti Il pasto del dio.
Stati della materia è la sua prima opera poetica.

 

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Considerazioni a margine di “Amén” di Sergio Daniele Donati, Il Leggio, 2024. Recensione di Ester Guglielmino.

24 lunedì Mar 2025

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, Recensioni

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Amén, Ester Guglielmino, Sergio Daniele Donati

 

“Parlai di inciampo e balbuzie
molto prima che il cuore
s’infiammasse dell’inutilità
della parola.

Per la prima volta –
conobbi allora
quanto è spaventevole
il silenzio che precede ogni creazione.”

Inizia con queste parole Amén, l’ultima silloge di Sergio Daniele Donati, parlandoci di inciampi e balbuzie, dell’inutilità della parola come arma che taglia di netto le ingiustizie della vita, del silenzio come spaventosa partenogenesi di tutto ciò che un uomo può arrivare a dire. E, da cultori della parola, come non concordare fin da subito col poeta? Con questo suo ossimoro ragionato che scopre a priori le carte in gioco, lasciandoci scevri d’ogni certezza, se non di quella che alligna nella consapevolezza della nostra imperfezione? Quella stessa imperfezione che ci fa anelare, nel contempo e per tutto il nostro tempo, alla perfettibilità dell’essere, dell’esistere, del progettare.
È il silenzio la condizione del nostro venire al mondo, e pure del lasciarlo; quel silenzio che ci trova soli, intenti a misurare l’ampiezza delle nostre ferite e la misura del passo che possiamo compiere nel tentativo di colmarle. Parimenti, in una prospettiva sovra-individuale, il silenzio si attesta all’origine (e alla fine) d’ogni altra creazione. E grida, primordiale, grida tutto ciò che non riusciamo compiutamente a percepire; è la voce del mondo che esiste e che si regola a dispetto della nostra partecipazione. Ci sarà stato un deflagrare di galassie, un riversarsi di acque che esondavano la misura dell’umano, un avvicendarsi di esseri pronti a mettere in gioco la sopravvivenza della propria specie. Eppure tutto ciò è avvenuto nell’assoluto silenzio del linguaggio umano. E tutto ciò, probabilmente, marcherà la fine d’ogni passaggio che, sulla Terra, possa ancora compiere l’uomo. È nel silenzio, insomma, che rimbalza l’eco della nostra natura minuscola e accessoria.
Eppure, è proprio questo mistero non verbale, insito in ogni atto di creazione e conclusione, che l’uomo cerca da sempre di colmare con la narrazione. Si stima che il linguaggio sia apparso sulla Terra circa due milioni di anni fa con l’homo habilis, come strumento di difesa e aggregazione, e che poi, trentamila anni or sono, con l’homo sapiens sapiens sia finalmente diventato strumento di trasmissione di esperienze, di scambio di elementi simbolici, di sviluppo di capacità astrattive. Il linguaggio è, quindi, professione dell’arcano del mondo; tentativo di raccontare agli altri la propria idea di creazione; atto di auto-conservazione dinnanzi all’inadeguatezza d’ogni spiegazione; è risposta umana all’ignoto che ci trascende e fa paura. Ed è in questo perenne esercizio di scelta per esprimere l’inesprimibile che matura, nella storia, l’arte della parola: “[…] datemi un machete/ e vi mostrerò le tracce dell’Antico/ tra liane e sterpaglie./ Sarà lui la vostra guida.”.
Sopravvivenza al dolore, alla paura, alla noia, al tempo, al proprio trascorrere per poi non più esistere. La parola perpetua il passaggio. È il testimone, il filo rosso che si dipana dall’antico al contemporaneo al futuro. Una storia che si arricchisce di molteplici voci, che diventa – di necessità – un coro: “[…] Mi chiedi da dove io venga?/ Vengo da una crepa di una storia antica,/ vengo con mani impolverate/ e ginocchia sbucciate/ a pregare il mondo/di venerare le stelle/ che io ho dovuto dimenticare.”; perché è in questa trasmissione che si compie lo scarto verso l’alto, il salto che permette di diventare eterni; la vertigine che svetta nell’altezza: “Gli alberi si baciano in alto,/ troppo pudichi per mostrare/ al mondo l’intreccio/delle loro radici.”
È lungo questa strada che la nostra voce diventa risonanza sempiterna dell’umano, richiamo che non muore ma che si rinnova di senso al passaggio dei secoli e delle generazioni, perché: “Finiamo coll’ospitare/ nelle rughe delle mani/ parole altrui – malsane -/ per non dirci capaci/ del volo che c’appartiene. […]”.
Se il silenzio è il tutto da cui proveniamo e verso cui torniamo, la parola è anche scelta
precipua; è affermazione limpida di pensiero; è conferma dell’esistere e della volontà di creare una catena che renda l’uomo meno solo, che renda l’umano meno provvisorio. Che si confidi o meno nell’arbitrarietà del significante a dispetto di ogni intrinseco significato, è indubbio che la parola implica sempre un atto di elezione e di riferimento all’altro: è esclusione di tutte le altre parole e, al contempo, individuazione di una sola variabile possibile con, implicite, tutte le sue antiche risonanze. Non solo, anche il silenzio che la precede o la segue è atto di scelta, in qualità di gestazione o sospensione. Se si riesce a dare il giusto peso al silenzio che circonfonde la parola e che con essa costituisce un’unità indissolubile, si riesce a ridare la giusta importanza al pensiero che la rappresenta e, soprattutto, al dialogo sotteso che essa stessa implica.
La parola come diaframma – insomma – che collega il nostro corpo con l’esterno; come
seconda pelle che vive di contatto, sedimentazione, trasformazione e dono. E questo principio è tanto più valido per la parola poetica che, per definizione, vuole essere senso scelto, distillato, vibrante nell’altro, continuum che perpetua la memoria.
C’è una bellissima sezione di Amén dedicata ai dialoghi coi grandi poeti del passato, ma anche con alcuni dei più rappresentativi contemporanei. Questa sezione ci ricorda quanto la comunità poetica dovrebbe essere luogo di confronto e di scambio, perché non c’è nulla che non sia stato detto in letteratura, tutto viene solo recuperato e restituito con parole nuove, aggiungendo la propria traccia a quella dei poeti che ci hanno preceduto. Peccato – sembra dire, tra le righe, il nostro – che questo senso di comunità venga oggi ad affievolirsi sempre di più, nella misura in cui ci lasciamo sedurre dalla deriva individualistica dei tempi, nella misura in cui stiamo attenti non “a cosa si dica” ma solo al fatto che “lo si dica” e che “nel dirlo” si sia ammirati, seguiti, riconosciuti. In Donati c’è, invece, la consapevolezza onesta che non si è nulla senza un passato e un presente e un’anima altra con cui dialogare nel tempo.
Quella di Donati è una parola poetica misurata ed elegante; dietro vi si scorgono risonanze storiche – e metafisiche – a lungo ponderate, fatte proprie, lasciate andare sulla pagina come essenza personale e viva. Non c’è mai artificio nelle sue volute filosofiche e letterarie, perché sono acquisto maturo e consapevole, bagaglio di lungo corso, pronto a mettersi a disposizione di chi legge o ascolta. È una parola che non indulge mai a facili giochi di prestigio, ma che acquista la sua potenza nelle risonanze di senso che riesce a costruire.
Anche la sintassi è sempre limpida e chiara, riflesso di un pensiero già presente e consapevole nella mente di chi scrive. D’altronde è solo per questa via che la parola può diventare baluardo della fragilità contro la violenza del mondo. Nella compostezza di un frutto già raccolto, assaporato e custodito. C’è un senso delle cose già sviscerato e dato per acquisito, così come lo è quella zona d’ombra che si ammanta di mistero, un mistero accolto e mai violato come bagaglio eterno da cui trarre fuori la propria – e altrui – poesia.

 

Modica, 22 febbraio 2025 Ester Guglielmino

 

Nota bio-bibliografica dell’autore

Sergio Daniele Donati (Milano, 1966) è un avvocato milanese che si occupa di diritto commerciale e tutela dei minori. Studioso di meditazione ebraica ed estremo orientale, insegna cultura e meditazione ebraica in associazioni e scuole di formazione e tiene seminari sul valore simbolico dell’alfabeto ebraico.
Ha pubblicato per Divergenze edizioni il romanzo Tutto tranne l’amore (2023).
Sue poesie sono state inserite nella antologia poetica collettiva curata da Roberto Addeo Pasti caldi, giù all’ospizio – Antologia degli opposti (Transeuropa ed., 2023).
Ha pubblicato per Ensamble edizioni la silloge Il canto della Moabita (2021).
Ha pubblicato per Mimesis edizioni (Collana dei Taccuini del Silenzio) il libro E mi coprii i volti al soffio del Silenzio (2018).
È fondatore, caporedattore e curatore della pagina letteraria Le parole di Fedro, dove
propone alcuni dei suoi percorsi nel linguaggio poetico e narrativo.
Altre sue poesie sono state pubblicate più volte su vari litblog, su riviste cartacee e online e su quotidiani nazionali.

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Emilio Paolo Taormina, “Il tempo lungo”, Ladolfi Editore, 2024. Nota di lettura di Deborah Mega

17 lunedì Mar 2025

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura, POESIA

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Emilio Paolo Taormina, Il tempo lungo

 

 

Da molto tempo è nota la vocazione poetica di Emilio Paolo Taormina, apprezzatissimo poeta e scrittore siciliano dei nostri anni. L’ultima sua raccolta, “Il tempo lungo” è stata edita a ottobre 2024 da Ladolfi Editore ed è permeata da due sentimenti prevalenti: l’amore che domina i rapporti interpersonali e con la natura che circonda il poeta e il sentimento del tempo che passa. La raccolta è costituita da un nutrito numero di componimenti e frammenti che per la loro organicità, compattezza, omogeneità di toni e temi, si presentano come un unitario poema d’amore. Poesia crepuscolare, ricca di metafore e personificazioni, poesia della memoria, dove si alternano dialoghi immaginari con l’amata, monologhi interiori, flussi di coscienza. La lezione è quella dei poeti decadenti, di Machado, Salinas e altri grandi del Novecento. Come scriveva Machado “L’amata non viene all’incontro; è l’assenza. Non fa compagnia; è quello che non si ha e si aspetta invano”. E nel caso di Taormina, si ricorda; la mancanza dell’amore diviene presenza tangibile e costante. Le pause di silenzio tra un componimento e un altro rivestono la loro importanza dal momento che i testi appaiono indipendenti tuttavia concatenati. Accanto a mutamenti di stagioni, scorci del paesaggio siciliano con limoni, zagare, ulivi, arance, mandorle, gelsomini, gerani, melagrane, menta, oleandri, ginestre, si delinea il segno di un intimismo lirico, frutto di un sentimento di nostalgia che riconduce ai ricordi dell’infanzia e della giovinezza. La città con i suoi vicoli, le sue strade, le statue, le fontane, le piazze diventano oggetti familiari, liberati dalla loro staticità per diventare simboli e allegorie della “solitudine” interiore del poeta: gli scenari esterni, infatti, alimentano il dialogo di Taormina con la realtà e gli consentono di approfondire la conoscenza di sé. La tendenza alla riflessione e la semplicità lessicale permettono un graduale processo di interiorizzazione operando allo stesso tempo una fusione del sentimento del tempo con il paesaggio. L’amore sfugge e ritorna, come la natura, come le onde del mare. Il poeta, segnato nel fisico dal tempo che passa, resta giovane nei ricordi, è un bambino che gioca ancora col mondo, infila ancora il filo “nella cruna del verso”.

Deborah Mega

 

 

sono un bambino

affacciato agli occhi

di un vecchio

per giocare col mondo

 

a gennaio

basta un giorno di sole

e il limone fiorisce

era quel raro profumo di zagare

che volevo regalarti in un verso

 

talvolta nella solitudine

davanti a me

viene a sedere

una donna di sabbia

che le onde del tempo

non hanno sgretolato

 

la pioggia è una bambina

che corre a piedi nudi

cigola la porta del vento

la stanza ha pareti di nuvole

le lancette del pendolo

mi cuciono con ago e cotone

tutto è fermo

una sabbia impalpabile

come il tempo copre ogni cosa

 

ci conoscemmo di sfuggita

nel cortile del ginnasio

t’incontrai che gettonavi

“only you”

mi fermai con te

con “passion flowers”

e “diana”

eri abbronzata

passeggiammo per

corso vittorio con un cono

di cioccolata e nocciola

il frastuono del traffico

aveva un ritmo di cha cha cha

le colombe nel tramonto

erano d’oro

per molti giorni

come un malato

di notte alla finestra

cercai i tuoi occhi

in un cielo blu reale

non t’incontrai

né al jukebox né sulla spiaggia

a luglio la luna

è una lampada immensa

le falene e gli amori

girandovi intorno

si bruciano le ali

 

sei la parola che non riesco

a scrivere

il seme portato dal vento

germogliato dentro di me

le tue radici

prendono linfa nelle mie vene

ti porto con me

 

andrò a samarcanda

a comprare

un tappeto volante

voglio tornare bambino

sdraiato sotto l’azzurro

sentire sulla mia pelle

l’erba crescere come piume

volare sui tetti

ritrovarmi nella sala

di un cinema

accanto alla nonna

guardare sullo schermo

come dentro uno specchio

il ladro di bagdad

 

ci sei

sento la tua musica

i tuoi occhi verdi

mi scrutano dalla superficie

del torrente

basta solo un raggio di sole

e tu mi appari

in forma di verso

 

tutta la notte il ragno

dell’insonnia

a tessere la tela

della tua assenza

 

sei passata

come un giorno di festa

al crepuscolo

è rimasta la tristezza

di un treno che parte

 

non sei vecchio

se riesci ad infilare

il filo

nella cruna del verso

 

Emilio Paolo Taormina, “Il tempo lungo”, Ladolfi Editore, 2024.

 

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Emilio Paolo Taormina è nato a Palermo nel 1938. Sue opere sono state tradotte in albanese, armeno, croato, francese, inglese, portoghese, russo, greco, tedesco, spagnolo, ebraico, polacco. Ha pubblicato molti libri di poesia e sei romanzi, tra cui Archipiélago, ed. Plaza & Janés, con testo a fronte spagnolo di Carlos Vitale. Barcellona 2002, La stanza sul canale, Palermo 2005, Lo sposalizio del tempo, edizioni del foglio clandestino, Sesto San Giovanni, 2011, Le regole della rosa, edizioni del foglio clandestino, Sesto San Giovanni, 2014, La cengia del corvo, edizioni del foglio clandestino, 2016 e con testo a fronte spagnolo di Carlos Vitale, ed. peccata minuta, Barcellona 2016 e con testo a fronte in armeno di Hiacob Symonian, Erevan, 2016, Cronache da una stanza, ed. l’arciere del dissenso, 2017, Palermo, Gelsi neri, ed. la linea dell’equatore, 2018, Parnassius apollo, ed. l’arciere del dissenso, 2018, Il giardino dell’elleboro, ed. la linea dell’equatore di Fabrizio Orlandi, 2019, nel 2020 Il sorriso del tulipano, nel 2021 Ore piccole e nel 2023 Poesie scritte all’aria aperta (tutte e tre con Giuliano Ladolfi). Dopo Il fonografo a colori del 1970 ed. Siculiana, Palermo, ha pubblicato molti quaderni e libri con il logo l’arciere del dissenso e la Forum quinta generazione di Giampaolo Piccari. Da cinquanta anni non partecipa a premi letterari. In prosa ha pubblicato: Elvira des Palmes, Palermo 1991 (ristampa Giuliano Ladolfi, 2022), La pioggia di agosto, Marina di Patti, 1993, Il giusto peso dell’anima, Palermo, 1999, Inchiostro, Sesto San Giovanni. 2011, Passeggiata notturna, ed. l’arciere del dissenso.
emiliopaolo@taormina-bendrien.it

 

 

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5 poesie inedite di Marcello Buttazzo

10 lunedì Mar 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Inediti, Marcello Buttazzo

E poi

a chi darla

la vita

se il tempo langue,

se il giorno piange

lacrime di noia!

A chi dedicare la gioia

se il corpo e lo spirito

sanguinano di continuo

tutte le ferite del mondo.

Non voglio più sostare

nelle stazioni inconcludenti

del ricordo.

Non voglio più bere

nettare divino

dai tuoi seni

se il sogno

ha le ali spezzate

come le elitre

d’un insetto immondo.

La vita,

lo sai,

è lampo

foglia caduca caduta

infinitesimo istante.

Va traversata

con lo sguardo desto aguzzo,

la vita.

Va amata

irreversibilmente

vivendo.

*

Vorrei guardare

nel rosso

del primo papavero di maggio

per scoprire

un’anima di furore.

Furtivo il mio amore

per te

che sai far fiorire di colpo

tutti i giardini di paese.

D’impeto

t’accolgo fra le mani

per bere fresca

la tua acqua di fonte.

Clandestino il tempo

che solo tu sai consolare,

le ferite

piano piano sai ricucire.

Ti vorrei vedere

nell’esitante albore di gennaio,

che gialleggi il sole.

Il rosa del tuo viso

è il più vivace colore

che misura le ore.

E accende

questa perenne insaziata sete

di te.

*

M’incanti

come canto,

m’incateni

come un’idea,

mi danzi addosso

come odalisca d’amore.

Voli e voli

nel tuo cielo,

corri e corri

su una terra

di sanguigne visioni.

Il tuo pensiero

è una morbida coperta

di piume.

E la malia

sei tu.

Sei sorgente

d’acqua chiara.

Sei quel che resta

e non passa.

Sei la vita

che mi basta.

Sei il risveglio

del giorno.

*

Come lampo

ritorna il nuovo giorno,

riapre la ferita

l’ancestrale dolore

che ci appartiene.

Come sogno,

ritorni tu.

Le tue carezzevoli parole

sono una mantiglia

di rosso

di rosso vivo

che m’avvolge.

Di là del frastorno,

di là del rumore

e dell’ineludibile fragore

di questo triste tempo,

mi giunge

l’eco della tua voce,

che è canto,

attesa elegia,

madrigale d’amore.

Arrivi tu

e sconvolgi

le ore,

fai del momento

uno sciabordio di onde,

uno scompiglio di passione.

*

Vorrei vederti,

rosa arresa

nei tuoi rosai.

Vorrei vederti

nel tuo verziere

che cogli il fiore

più agognato del mondo.

C’è un dolore antico

che batte e ribatte

e non passa,

c’è un fiato spento

che non aleggia più,

mi percuote e mi squassa.

Ecco perché

vorrei vedere solo te

e i tuoi occhi

che scrutano

gli orizzonti lontani.

Vorrei vederti

tinteggiata di sole

che infiammi le aurore.

Tu,

paradiso e fervore

d’un nuovo

inaspettato autunno.

 

Marcello Buttazzo

 

Marcello Buttazzo è nato a Lecce nel 1965 e vive a Lequile, nel cuore della Valle Della Cupa salentina. Ha studiato Biologia con indirizzo popolazionistico all’Università “La Sapienza” di Roma. Ha pubblicato numerose opere, la maggior parte di poesia. Scrive periodicamente in prosa su Spagine (del Fondo Verri), nella rubrica Contemporanea, occupandosi di attualità. Collabora con il blog letterario Zona di disagio diretto da Nicola Vacca. Tra le pubblicazioni in versi ricordiamo: “E l’alba?” (Manni Editori), “Origami di parole” (Pensa Editore), “Verranno rondini fanciulle”(I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno). La sua ultima raccolta di versi “Ti seguii per le rotte” è stata pubblicata nel 2024, per I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno.

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Nicola Barbato, “I cani nel cervello”, Eretica edizioni, 2024.

03 lunedì Mar 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA

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I cani nel cervello, Nicola Barbato

 

 

Siamo il raggio di un mondo
che cigola. Una lettera al posto
di un’altra che le somigli ma parli
un’altra lingua.

 

*

Non c’è un’anima. C’è chi ci insegue
ma Mattia butta giù una torre
e dormono qua e là cani e gatti
che vanno e vengono.
Con le cosce lunghe le zingare cantano.
Il mondo non è ancora perduto.
Dario dice cose che lasciano l’aria fresca;
dalla finestra, un rumore al piano di sotto.
È notte e il mondo non è ancora perduto
ma pesa e occorrono quattro mani e molta
erba per farsene una ragione. Lontano pare
che qualcuno affondi il cucchiaio nel brodo.
Il mondo è un uccello dall’ala rotta.

 

*

Dalla sezione ‘Urlo’

Ho visto le anime più belle della mia generazione
divenire squarci nel cielo, miracolosi
come la giustizia sociale,
come un bimbo che nasce senza piangere.
Ho visto i capolavori del creato farsi triturare le vertebre,
i crack delle loro ossa come inni rivoluzionari.
Da quelle fratture,
vanno le farfalle ad adagiarsi sul pelo dell’acqua,
dove restano;
insieme, le farfalle scrivono un manifesto,
un solo punto nel loro programma:
aspettare ventiquattrore,
poi chiacchiere da bar.

 

*

 

È ferragosto.

Là fuori danno fuoco a delle cose:
un amen e le mani vanno al centro
accolgono il gioco, i talismani e tutto
il resto. Qualcuno ha pianto per dare
sapore al riso freddo, altri si toccano i culi
e ridono di gusto e fumano a cerchio.

Dicono che là si scriva la storia o qualcosa
che le somiglia come una barzelletta, uno scherzo.
Con una mano sopra al cuore
dicono che una stella sia caduta là nel mare:
fa ridere che ora una stella conosca il mare
del piscio, dei liquami tossici e di ciò che resta
di chi ha fatto l’amore vicino alle boe e lì è venuto
per dare traccia di un orizzonte che è già altrove.

Qualcun altro a riva ha lo sguardo in alto
come un bambino che vede lontane le brioches:
spera che una stella si avvicini ai suoi piedi
e gli faccia il solletico.

 

Dalla sezione “Siamo tra amici”

*

Siamo il varco sulla lingua,
la fenditura del segno: ho i cani
nel cervello, la festa è cominciata.
Siamo tra amici: Mattia è come dire
c i o c c o l a t o, è un angelo bambinone
con le carie per le stelle, spelacchiato.
Dario è il detto popolare,
un giullare per le strade.
Bruno è l’un due tre del gesto,
è il vuoto nella maschera,
un modo di mangiare,
il movimento alla radice.

 

*

 

Se ne vanno di notte.
Fanno attenzione all’ultima borsa,

un gettone nella tasca
da comprarci una mappa
dai gatti con la botteguccia nel villaggio.
Compiamo un anno.
Forse è vero che siamo gli idioti da indicare,
quelli da farci le pernacchie, da fargli battere
le manine.
Forse è vero che il sole
è un supersantos che scotta.
Mi dici scappiamo, scappiamo
ma non puoi cambiare casa
se non hai qualcosa da portarci,
ma non puoi cambiare casa
se casa non l’hai avuta mai,
se l’occlusiva e la vocale
centrale restano incompiute
come la fricativa alveolare sorda
come il suono delle zanzare
che qui no non le abbiamo mai viste:
a casa non c’è più sangue da mangiare.

L’ultimo gettone nelle tasche
lo useremo per le giostre.

Dalla sezione “Los perros romànticos”

*

 

Un po’ di sale in giro
nella città che non conosci
ancora: è uno sguardo sbieco
che aspetti, e aspetti
chi ti dica il nome del mondo,
del mondo che viene,
che viene con un nome
che fa ridere
come il solletico alle ascelle.
In un giro largo noti
ciò che non c’è: ciò che non c’è
lo appunti su fogli bianchi bianchi,
è un punto, tu, è un punto
che tace, che capovolgi, che stringi
nelle tue cosce normali, e una faccia
niente male.

Marameo, dirai, marameo, dirò:
il vino lo bevi da un prezzo in su,
LA TUA COLLANA DI PERLE LA VENDERÒ
PER LA DROGA. Ascoltami, mi dici.
Ascolta ciò che non ti dico, ti dico
e ti dico: bagna il biscotto, sono il latte che bevi
al mattino, sono il sole che ti fa caldo,
il respiro dell’orgasmo – ora è un altro giorno.
C’è da piegare le lenzuola, fare il caffè,
studiare un po’. I tuoi occhi
nel portafoglio e un bacio sulla guancia
dato al compleanno, mi pare, tuo –
perché ho il vestito buono come a Capodanno.
Sei il regalo a mezzanotte e mezza,
l’orologio che scocca sempre un po’ più in là,
un po’ più in là – un po’ più in là
ti chiamerò per nome –
ti convoco qui – ora – ma qui e ora
e un po’ più in là
c’è il tuo nome e io non so dirti
e fa male come quando sbagliano i congiuntivi.

*

 

Portarti alla bocca
come il biscotto alla bocca del cane.

Lasciarti la spalla come cuccia.

Andremo a rubare la frutta
nei campi e scapperemo e scapperemo.

Forse, ci accopperanno. Ci troveranno
con le mani dolci e i polsi sui polsi.

Batto batti.

Siamo due segni diversi, due porte
di frontiera. Piangi e il nove si ribalta.

Una formula senza soluzione.

*

Ci mordicchiamo le code,
uno alla volta, ci annusiamo
il culo, capita di trovarsi la carne
sotto alle unghie.
Le nostre schiene ora
sono mappe del tesoro.

Hai sonno. Scaviamo una cuccia.

Dalla sezione “I miei cani (Fuffy, Max e Fanny)”

*

Non riesco più a dire niente di buono.
I cani nel mio cervello abbaiano
e risolvono.

 

*

 

Voglio un cervello
nuovo. Nell’altro
ci cacano i cani.

 

Testi tratti da Nicola Barbato, “I cani nel cervello”, Prefazione di Mattia Tarantino, Eretica edizioni, 2024.

 

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Nicola Barbato (Aversa, 1996) è laureato in filologia moderna all’Università di Napoli Federico II. Attore e drammaturgo, fa parte della redazione di Inverso – Giornale di poesia e del collettivo Diverbio. È stato finalista nazionale del campionato di Poetry Slam (LIPS) per due anni consecutivi (2023-2024). Alcuni suoi versi sono apparsi su riviste italiane e internazionali.

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Titos Patrikios, “Πολιορκημένος χρόνος -Tempo assediato”, Fallone Editore, 2024.

24 lunedì Feb 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Πολιορκημένος χρόνος - Tempo assediato, Titos Patrikios

Πολιορκημένος χρόνος – Tempo assediato
Autore Titos Patrikios
Traduzione a cura di Maria Caracausi
IL LEONE ALATO, Collana diretta da Andrea Leone

 

I
Δὸν Κιχῶτες

Ἀπ’ τοῦ σχολειοῦ μας τ’ ἄχαρα θρανία
ὄνειρα πλέκαμε γιὰ τὴ ζωὴ
κι ὣς χτὲς ἀκόμα μὲ μανία
νὰ βγοῦνε λέγαμε μπορεῖ.

Νέοι κινήσαμε τοῦ κόσμου Δὸν Κιχῶτες
γιὰ τὴν κατάχτησή του τὴ σκληρὴ
μ’ ἄγγιχτη ἡ πανοπλία πρόσμενε τὸ πότες
ὥσπου βαρέθηκε τὴ δόξα μας νὰ καρτερεῖ.

Σὰ σκούριασε στὴ γωνιά της ἀφημένη
μάχη δὲν ἤξερε ἀκόμα τί θὰ πεῖ
ὅμως καλύτερα νά ’βγαινε νικημένη
παρὰ ποὺ τὴ σκέπασε ἀπόλεμη ντροπή.

Τώρα ποὺ ὅλα ἔχουνε πιὰ χαλάσει
καὶ μάδησαν τὰ λίγα μας φτερὰ
σὲ τούτη ποὺ μᾶς δόθηκε τὴν πλάση
τὰ δόντια σφίγγοντας γιὰ πρώτη μας φορὰ

θὰ ψάξουμε ὅλοι νὰ βροῦμε μιὰ θεσούλα
ἴσως καὶ παραγιοὶ σὲ κάποιο καπηλειὸ
εἴτε νὰ κουβαλᾶμε βαλίτσες καὶ μπαοῦλα
ἄσχετο ἂν χρόνια πηγαίναμε σχολειὀ.

Σιγὰ σιγὰ καθένας μας θὰ συνηθίσει
κι ὁ χρόνος τὴν κάθε μιὰ πληγὴ
ἤρεμα κι ἀνεπαίσθητα θὰ κλείσει
ἂν γρήγορα δὲ μᾶς ρουφήξει ἡ γῆ.

 

I
Don Chisciotte

Dagli squallidi banchi della nostra scuola
intrecciavamo sogni per la vita
e ancora fino a ieri, folli,
dicevamo che potessero realizzarsi.

Novelli Don Chisciotte del mondo
muovemmo alla sua dura conquista
ma la corazza aspettava intatta il quando
finché si stancò di attendere la nostra gloria.

Quando arrugginì abbandonata nel suo angolo
cosa significasse battaglia non sapeva ancora
tuttavia meglio uscirne sconfitta
piuttosto che imbelle, coperta di onta.

Ora che tutto si è ormai guastato
e si sono disfogliate le nostre esigue ali
in questo mondo che ci è stato dato
stringendo i denti per la prima volta

cercheremo tutti di trovare un posticino
forse anche da garzoni in qualche bettola
o a trasportare valige e bauli
anche se per anni siamo andati a scuola.

A poco a poco ciascuno di noi si acconcerà
e il tempo tranquillo e impercettibile
chiuderà ogni ferita
se presto non ci ingoierà la terra.

 

V
Ἀφταρσία τῆς ὕλης

Λέξεις ποὺ δὲν εἰπώθηκαν,
μ’ ἕνα νυχτερινὸ ἀπόηχο μονάχα, μάταιες,
αἰσθήματα ρευστὰ ποὺ πρόσκαιρα
ὑποτάσσονταν στὸ σχῆμα τοῦ κορμιοῦ,
διαβατικὲς γυναῖκες, ἐπιθυμίες
ἀκόρεστες κι ὅμως χωρὶς ἀντίκρισμα
(ἴσως καὶ δίχως θέληση νὰ ὑπάρξουν…).
Τόσα ὄστρακα νεκρὰ καὶ πετρωμένα
σκεπάζοντας σιγὰ σιγὰ τὴ γλώσσα
τοὺς βρόγχους, τὰ πλεμόνια,
σκεπάζοντας τὰ ὕφαλα
αὐτοῦ τοῦ ἐγκαταλειμμένου πλοίου.

 

V
Incorruttibilità della materia

Parole che non furono dette,
solo con un’eco notturna, vane,
sentimenti fluidi che temporaneamente
si sottomettevano alla forma del corpo,
donne di passaggio, desideri
insaziabili e tuttavia senza copertura
(forse anche senza volere che ce ne fossero…).
Tanti cocci morti e pietrificati
che coprono a poco a poco la lingua
i bronchi, i polmoni,
che coprono l’opera viva
di questa nave abbandonata.

 

VI
Ἡ μεταμόρφωση

Δὲ γεννήθηκα τελειωμένος ἄντρας,
μέρα τὴ μέρα μεγάλωνε ἡ ζωή μου
βλασταίνοντας σὰ δέντρο.
Δὲ γεννήθηκα ἥρωας,
μέρα τὴ μέρα μεγάλωνε ἡ ζωή μου
μέσα σὲ κατανικημένους φόβους.
Ἦρθα κοντά σας τρέμοντας κι ἐλπίζοντας
προσπάθησα νὰ γίνω ὅπως μὲ θέλατε
μαζὶ νὰ πολεμήσουμε τὴν ἀδικία.
Ὅμως δὲν νοιάζομαι ἄλλο γιὰ τὴ γνώμη σας
μέχρι τὸ ποῦ θὰ ψάξουμε γιὰ ὑπεύθυνους
μέχρι τὸ ποῦ θὰ ξεγυμνώσουμε τὸ ψέμα.
Δὲν νοιάζομαι πιὰ γιὰ τὴ συγγνώμη κανενός.

 

VI
La metamorfosi

Non sono nato uomo compiuto,
giorno per giorno cresceva la mia vita
germogliando come un albero.
Non sono nato eroe,
giorno per giorno cresceva la mia vita
dentro paure stravinte.
Sono giunto vicino a voi con timore e speranza
ho cercato di diventare come volevate
per combattere insieme l’ingiustizia.
Tuttavia non mi curo più del vostro parere
fin quando cercheremo responsabili
fin quando metteremo a nudo la menzogna.
Non mi curo più del perdono di nessuno.

Titos Patrikios, “Πολιορκημένος χρόνος -Tempo assediato”, Fallone Editore, 2024.

 

Titos Patrikios (Atene, 1928) ha coltivato da sempre la poesia, esercitando nel contempo l’attività politica: esperienze intense, anche drammatiche, affrontate con onestà intellettuale e vigile spirito critico. Costantemente impegnato nel sostegno dei diritti civili, ha al suo attivo, oltre a numerosi racconti e traduzioni, diversi saggi letterari, sociologici e giuridici.
La sua produzione poetica è raccolta nei volumi Ποιήματα Α’, 1943-1959 (2017), Ποιήματα Β’,1959-2017 (2018) e Ο δρόμος και πάλι (2020).
Fra le traduzioni italiane più recenti della sua opera si ricordano: Poesie scelte, a cura di V. Rotolo, Palermo 2019; La strada di nuovo, a cura di D. Puliga, Palermo 2022.

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Versi trasversali: Naomi Simeoli

17 lunedì Feb 2025

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Naomi Simeoli, poesia contemporanea

 

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

NAOMI SIMEOLI

 

Meglio sentirsi altrove e oltre
le soglie della lingua dei giudizi,
dell’ossessione tua di definirci
e dare nome ai baci e rìdici
se per me somigliano a radici
o a vertigini d’acqua, qualcosa
che piove e si insinua ovunque.

*

Un bacio e tornasti nella luce
ti seguì quella voce che diceva
qualcosa che non volevo sentire.

Noi non ci vediamo che son più lune
eppure, compaiono in primavera
le rose, le nostre, rosse, sfiorite.

*

Il tuo profumo è fresco di astri!
Gli eterei incastri sono condotti
dai gesti che fai, se muovi le mani
tu dai ordine agli universi.
Scorgervi i segreti per salvarti!

Tu insegnami il tuo alfabeto
composto da lune e uragani.

*

Esisto solo se mi senti

[…]
Donna vedi alle soglie dei voli
quasi sfioriamo le soglie dei sogni.
Ti ho raggiunta nel gelo dei cicloni,
liberata la fronte dai ghiaccioli,
ciondoli d’acqua sulla tua frangetta.
[…]

Com’è che in petto a te pensando
tal tempesta si scatena? Della schiena
lascia che la mia pelle sia la tela
che mordi coi tuoi denti distanti;
che io esisto solo se mi senti,
se mi sventri fin’ al cuore e tremi,
se ci canti come amanti e menti.
[…]

*

[…]
Da orme luminose nel fluttuare
intuisco il suo cammino, lo seguo,
ci inciampo e non ne vedo la fine.
Come vivere dopo un sentire
più che infinito nel mondo vuoto?
Non capivo, di colpo tutto era finito.

*
Finendo la notte

Vedendo insieme le stelle rotte
dal mattino svelto, avresti detto
che di strana sostanza si compone
la mia anima, ch’ogni sua pagina
rivela diversa d’ogni fantasma
una propria, sgranata verità.
Dunque, mi racconteresti la tua.

*

[…]
Sai ch’io dagl’incavi delle clavicole
ti riconoscerei all’indomani
venuti meno i passaggi, i barranchi,
i cieli, le strade, i nomi, le cose.
[…]
Da su, più su, guardiamo le nuvole;
nel tuttonulla mi stringi le mani,
tra le piaghe rocciose, tra i calanchi
del cosmo le tue mani vaporose.

*

Porti segreti come i bambini
con i fiori, li raccolgono scalzi
dietro fasci nascosti di ginestra.

 

Naomi Simeoli, testi tratti da Qualcosa resiste, De Frede Editore, 2024.

Naomi Simeoli (Napoli, 1998), conseguita la laurea triennale in lettere moderne, frequenta filologia moderna all’Università di Napoli «Federico II». Nel 2024 raggiunge il podio del Premio Internazionale Luigi Vanvitelli nella sezione “poesia orale e performativa”. Qualcosa resiste è la sua prima silloge poetica.

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“Lettera da Chetaibi”, racconto breve di Luca Lazzarini

10 lunedì Feb 2025

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Racconti

≈ 1 Commento

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Lettera da Chetaibi, Luca Lazzarini

 

Il mare a Chetaibi è splendido, di un blu cristallino e profondo, soprattutto al largo. Lo sa bene Ahmed, proprietario di una piccola barca da pesca, che ogni notte prende il largo per catturare i piccoli pesci che il mare gli offre: sardine, acciughe, merluzzi e sgombri in via eccezionale. Ahmed rispetta il mare più di qualsiasi altra cosa, crede che sia la rappresentazione di Allah perché può offrirti molto pesce o solo inutili alghe, in base a come ti comporti con lui: se butti la plastica in mare o lo inquini in altro modo non sarà magnanimo con te. Allah, come il mare, può prenderti la vita in qualsiasi momento e in qualsiasi modo, ma può anche renderti felice e farti godere di paesaggi mozzafiato. Continua a leggere →

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“I Principi Sistemici di Fritjof Capra” di Yuleisy Cruz Lezcano

03 lunedì Feb 2025

Posted by Deborah Mega in CULTURA E SOCIETA'

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Fritjof Capra, Yuleisy Cruz Lezcano

 

I principi sistemici della vita proposti da Fritjof Capra offrono un quadro potente per affrontare fenomeni complessi come la violenza di genere, in particolare attraverso la teoria della complessità e l’ecologia umana. Questi concetti ci invitano a considerare la violenza di genere non solo come un atto individuale, ma come un fenomeno radicato in una rete complessa di fattori ecologici, culturali, psicologici e sociali.
L’approccio sistemico di Capra propone che il cambiamento possa avvenire solo quando si interviene su diversi livelli interconnessi e si promuove una visione più ampia della natura umana e delle relazioni sociali.
Analizzando la violenza di genere attraverso la lente della teoria della complessità e dei principi sistemici della vita, è possibile sviluppare approcci più efficaci e trasformativi.
Fritjof Capra, con la sua visione sistemica della realtà, ha sviluppato un approccio che si applica perfettamente alla comprensione dei fenomeni complessi, come la violenza di genere. Secondo Capra, i sistemi sono interconnessi, e il cambiamento in una parte di un sistema può influenzare l’intero sistema.
Riguardo alla premessa anteriore, prendendo come guida i principi sistemici e declinando tale modello per affrontare la violenza di genere tra adolescenti, si evince quanto sia importante considerare le relazioni interconnesse tra i vari attori (famiglia, scuola, società) e i valori distorti che possono generare violenza, come la disuguaglianza di genere e la supremazia maschile. Per riconoscere i valori distorti e la necessità di un cambiamento sistemico, in cui ogni parte della società (educazione, cultura, leggi, famiglia) deve contribuire alla creazione di un ambiente di uguaglianza, rispetto e collaborazione è fondamentale agire in modo integrato, con il coinvolgimento di diversi autori, che sanno bene come integrarsi per affrontare la problematica, attraverso azioni mirate. Tali azioni non possono essere improvvisate, ma gli autori delle diverse aree di competenza devono avere ben compreso come la violenza di genere sia un fenomeno complesso e multilivello, che coinvolge la relazione tra i vari sistemi ecologici e la natura umana stessa.
La teoria della complessità ci dice che i sistemi, come le dinamiche sociali e culturali, sono composti da molti elementi interconnessi che interagiscono tra loro in modo non lineare. In un sistema complesso, un piccolo cambiamento in un’area può avere un impatto significativo in altre aree. Applicando questa teoria alla violenza di genere, possiamo vedere che le cause e gli effetti della violenza non sono semplicemente legati a un singolo individuo o evento, ma sono il risultato di una rete di influenze che spaziano dalla famiglia, alla scuola, alla società e alla cultura.
Capra sottolinea che i fenomeni complessi devono essere affrontati come un tutto, non come una somma di singoli problemi. La violenza di genere, ad esempio, non può essere ridotta solo a comportamenti abusivi individuali, ma deve essere compresa come un fenomeno che coinvolge dinamiche di potere, norme di genere, modelli culturali e aspettative sociali. Interventi isolati che agiscono solo su un livello, come l’intervento psicologico individuale, potrebbero non essere sufficienti se non si affrontano anche i livelli sociali, culturali ed economici che alimentano la violenza.
Conclusioni
I sistemi complessi sono in grado di adattarsi e evolversi in risposta a stimoli esterni. Per affrontare la violenza di genere, è fondamentale promuovere un cambiamento culturale che miri a una visione più equilibrata e inclusiva dei ruoli di genere, sensibilizzando le nuove generazioni a modelli di relazione non violenti e rispettosi. Gli interventi devono essere progettati in modo da stimolare il cambiamento.
L’approccio non solo deve essere volto ad ascoltare le storie delle vittime di violenza di genere, ma dovrebbe essere adatto a integrare i vari servizi e l’impiego di risorse per promuovere la guarigione collettiva. Applicare i principi sistemici di Fritjof Capra alla violenza di genere aiuta a comprendere la complessità del fenomeno e la necessità di affrontarlo su diversi livelli ecologici. La teoria della complessità e l’ecologia umana ci insegnano che la violenza di genere non è un problema isolato, ma un sintomo di disfunzioni più ampie nei sistemi sociali, culturali e psicologici. Affrontare la violenza di genere richiede quindi un cambiamento trasformativo che agisca su tutti questi livelli, promuovendo una cultura di rispetto, uguaglianza e ascolto. La consapevolezza delle interconnessioni e la capacità di ascoltare le storie delle vittime sono fondamentali per ridurre la sofferenza e costruire un futuro libero dalla violenza.

 

Fonti
Capra, F., «I principi sistemici della vita. Idee sulla natura e sull’ecologia umana», Aboca Edizioni, 2024.

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Yuleisy Cruz Lezcano nata a Cuba, vive a Marzabotto, Bologna. Lavora nella sanità pubblica, laureata in scienze biologiche e con laurea magistrale in scienze infermieristiche e ostetricia, titoli ottenuti presso l’Università di Bologna.
Ha pubblicato numerosi libri a seguito di riconoscimenti e premi in concorsi.
Si occupa di traduzioni in spagnolo, facendo conoscere poeti italiani in diverse riviste della Spagna e del Sudamerica e, in modo reciproco, facendo conoscere poeti sudamericani e spagnoli in Italia. Collabora con blogs letterari italiani, di America Latina, Spagna e con il giornale letterario del Premio Nabokov.
La sua poesia italiana è stata tradotta in francese, spagnolo, portoghese, inglese, albanese. Nel 2024 è stata selezionata per partecipare al Festival letterario di Venezia “La Palabra en el mundo”

Progetto (XVIII Edizione 2024) – Ita/Eng/Spa


Il suo ultimo libro “Di un’altra voce sarà la paura”, pubblicato con Leonida edizioni, uscito a febbraio 2024, è stato selezionato per presentarlo al Salone Internazionale del Libro di Torino edizione 2024, è stato presentato nella Televisione di Stato della Repubblica di San Marino e in Tele Granducato della Toscana, è stato presentato nel Festival Libri nel Borgo antico di Bisceglie, nell’ambasciata cubana a Roma, è stato presentato con l’associazione Artinte di Barletta, Trani, Puglia ad agosto, Puglia, nella trasmissione televisiva Street Talk di Andrea Villani, che viene trasmesse in 22 reti televisive in tutta Italia.

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Io, Senatrice a vita

27 lunedì Gen 2025

Posted by Deborah Mega in La società, Segnalazioni ed eventi

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Liliana Segre

 

Sono stata chiamata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il 19 gennaio 2018. Una mattina è squillato il mio telefono e la voce gentile del Presidente mi annunciava che aveva preso la decisione di nominare me Senatrice a vita. Mi sono sentita onorata e l’ho ringraziato per questo altissimo riconoscimento che mi ha colta di sorpresa. Davvero, non me lo aspettavo.
Non ho mai fatto politica attiva, mi sento fondamentalmente una nonna. Sono una donna con tanti impegni e molti interessi: la politica era un luogo a cui guardavo con curiosità, con rispetto, ma come cittadina – anche critica – nulla di più. Ecco perché il Presidente mi ha colta di sorpresa. Ma, un momento dopo, ho immediatamente sentito su di me, come è avvenuto spesso nella mia vita, fin da ragazza, la grande responsabilità del compito che mi veniva affidato. Ebbene, il mio pensiero è stato subito quello di onorare questa consegna del Presidente della Repubblica, facendo il mio dovere. Credo che il Presidente Mattarella abbia voluto fare memoria, attraverso la mia persona, dei tanti esseri umani che non ci sono più per la colpa di essere nati. E, con essi, ha voluto rammentare alle coscienze, a mo’ di ammonimento, questo anno, il 2018, in cui ricorre l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali.
Nel ruolo di Senatrice sento fortissimo l’impegno a tentare di portare dentro le stanze della politica quelle voci lontane, e che si allontanano sempre di più dalle nostre vite, fino a rischiare di essere perdute nell’oblio. Le voci di quelle migliaia di italiani della minoranza ebraica che, come me, subirono la violenza e il rifiuto: come cittadini, come esseri umani. Espulsi dalle scuole, dalle professioni, dal cuore degli amici e dalla vita del proprio Paese. Le leggi razziali perpetrarono questo scempio. Fu la persecuzione, la sottrazione di diritti – e, soprattutto, il silenzio nel quale tutto questo avvenne – a preparare la strada alla Shoah. È nell’indifferenza generale che i dittatori compiono i saccheggi più gravi alla dignità dell’uomo.
Il mio impegno, in ogni decisione che prenderò, in ogni proposta di legge che definirò, sarà quello di dare voce a quanti non sono tornati da quello sterminio premeditato: essi non hanno tomba e sono finiti nel vento. Il mio impegno è, ancora, quello che prendo ogni volta con i ragazzi che incontro. Contrastare il razzismo. Tramandare la Memoria. Costruire un mondo di fratellanza e di pace, in piena sintonia con la nostra Costituzione. Non mi dimenticherò dei ragazzi. Non voglio, infatti, trascurare l’impegno che ho preso con loro: testimoniare, raccontare, coltivare la speranza attraverso le loro giovani menti. Le scuole restano il mio luogo del cuore perché è lì che ci sono i miei nipoti ideali. Continuerò, finché avrò le forze, a raccontare loro l’assurdità della Shoah, la pericolosità della predicazione dell’odio. Ma senza rancore. Nel mio impegno nelle scuole e in politica io non porterò mai il rancore e l’odio.
Sono una persona che non dimentica, ma libera dallo spirito di vendetta: la mia libertà
sta nel sentirmi una donna di pace. È questo spirito che mi accompagnerà durante il mandato che mi è stato affidato nel Parlamento del mio Paese.
Un cammino che ho iniziato nel mio primo discorso in Senato con queste parole…

Signor Presidente del Consiglio, colleghi Senatori, prendendo la parola per la prima volta in quest’aula, non posso fare a meno di rivolgere innanzitutto un ringraziamento al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il quale ha deciso di ricordare l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali razziste del 1938, facendo una scelta sorprendente e nominando quale Senatrice a vita una vecchia signora. Una persona tra le pochissime ancora viventi in Italia, che porta sul braccio il numero di Auschwitz e ha il compito, non solo di ricordare, ma anche di dare in qualche modo la parola a coloro che ottant’anni or sono non la ebbero.
A quelle migliaia di italiani, quarantamila circa, appartenenti alla piccola minoranza ebraica, che subirono l’umiliazione di essere espulsi dalle scuole, dalle professioni e dalla società, quella persecuzione che preparò la Shoah italiana del 1943-45 e che purtroppo fu un crimine anche italiano, del fascismo italiano.
Soprattutto si dovrebbe dare realmente la parola a quei tanti che, a differenza di me, non sono tornati dai campi di sterminio, uccisi per la sola colpa di esser nati. Loro, che non hanno tomba, che sono cenere nel vento.
Salvarli dall’oblio non significa soltanto onorare un debito storico verso quei nostri concittadini di allora, ma anche aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano. A non anestetizzare le coscienze, a essere più vigili, più avvertiti della responsabilità che ciascuno di noi ha verso gli altri. In quei campi di sterminio altre minoranze oltre agli ebrei vennero annientate. Tra queste voglio ricordare oggi gli appartenenti alle popolazioni rom e sinti che inizialmente suscitarono la nostra invidia di prigioniere perché nelle loro baracche le famiglie erano lasciate unite. Ma presto all’invidia seguì l’orrore perché una notte furono portati tutti al gas e il giorno dopo in quelle baracche
vuote regnava un silenzio spettrale. Per questo mi rifiuto di pensare che oggi la nostra civiltà democratica possa essere sporcata da progetti di leggi speciali contro i popoli nomadi. Se dovesse accadere mi opporrò con tutte le energie che mi restano.
Mi accingo a svolgere il mandato di Senatrice ben conscia della mia totale inesperienza politica e confidando molto nella pazienza che tutti loro vorranno usare nei confronti di un’anziana nonna, come sono io.
Tenterò di dare un modesto contributo alla attività parlamentare, traendo ispirazione da ciò che ho imparato. Ho conosciuto la condizione di clandestina e di richiedente asilo, ho conosciuto il carcere, ho conosciuto il lavoro operaio, essendo stata manodopera schiava minorile in una fabbrica satellite del campo di sterminio.
Non avendo mai avuto appartenenze di partito, svolgerò la mia attività di Senatrice senza legami di schieramento politico e rispondendo solo alla mia coscienza.
Una sola obbedienza mi guiderà: la fedeltà ai vitali principi e ai programmi avanzatissimi, ancora in larga parte inattuati, dettati dalla Costituzione Repubblicana.
Con questo spirito ritengo che la scelta più coerente con le motivazioni della mia nomina a Senatrice a vita sia quella di optare oggi per un voto di astensione sulla fiducia al governo. Valuterò volta per volta le proposte e le scelte del governo senza alcun pregiudizio e mi schiererò pensando all’interesse del popolo italiano e tenendo fede ai valori che mi hanno guidato tutta la vita.

 

Liliana Segre, Intervento del 5 giugno 2018
Liliana Segre è presidente della Commissione per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza istituita in Italia nel 2020.

La stella con la scritta Jude (“ebreo”) che veniva cucita sulla divisa del lager.

Un’immagine dell’installazione “Shalechet” (“foglie cadute”) che si trova nel Museo ebraico di Berlino, progettato dall’architetto polacco Daniel Libeskind, appartenente a una famiglia ebrea decimata dalla Shoah. I volti in metallo che coprono il pavimento stridono e producono un rumore insopportabile quando il visitatore ci cammina sopra.

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Versi trasversali: Alessandro Barbato

20 lunedì Gen 2025

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Alessandro Barbato, poesia contemporanea

 

 

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ALESSANDRO BARBATO

 

In un tuo volo

Se fossimo vapore, come nuvole
sapremmo attraversare forme e cieli,
ammorbidire i segni, arrotondarli,
potremmo fare a meno di parlare.
Ci basterebbe piovere ogni tanto
sui prati, sui tuoi tarli, i continenti
oppure sfilacciarci lenti e bianchi
sui mari che respirano alla Luna.
Se fossimo vapore e non in questo
giro sordo in cui scorrono le vite
attorcigliate a date e a situazioni,
potremmo continuare anche a sorridere
se sfuma un’altra estate, invecchia il mondo
e tu non sei ora qui, ma in un tuo volo.

In coda (La vita di ogni regola)

Sto bene con gli estranei,
perché non sanno il gioco e quanto è dura
la vita di ogni regola.
Con chi, se un po’ curioso, potrà sempre
immaginarmi un po’
più buono, in chissà quale suo collage
di vuoti e proiezioni.
E poi con te, quando compari come
un lampo tra le nuvole
più spesse a fare chiari anche i minuscoli
dettagli sparsi in coda
a ogni mio sbaglio, in tutti i tuoi sbadigli.
Con quelli che si allenano
a sbocciare, persino a tramontare
senza intoppi; coi gatti
che vedono anche al buio quando serve.

In estate la luce

Fa buio. Troppa luce
rimpicciolisce l’iride, socchiude
un po’ le palpebre e paglia pare il prato
dove razzola un bambino
a cui regalo ogni mio sogno.
Li porterà nel petto, forse allegro
sotto il Sole polveroso,
mentre corre come un pazzo
col pallone, tra le aiuole secche,
il cuore che sconfina nei polmoni.
Oppure al mare, quando basterà
la sabbia ai suoi capricci senza tempo,
e a noi guardarlo per pulire il nostro
sguardo al bianco canto delle onde.

Con l’approssimarsi dei primi sogni d’autunno

Ci sono altre vecchie abitudini
che dovrei smettere di coltivare,
non misurare più il tempo in autunno
o dare alla pioggia il colore
del mare. Anche abbassare un filino
la voce e fare di notte un sentiero
di braci, non traccheggiare
inseguendo le briciole, le anime
perse, sfinite a volare.
Ci sono molte altre vecchie abitudini
che dovrei smettere di praticare,
per liberare più spazio all’odore
sparso ogni giorno dai tuoi desideri:
fare un veloce inventario del mondo,
stare in silenzio a guardarti dormire.

Inediti di Alessandro Barbato

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Andrea Ravazzini, Inediti

13 lunedì Gen 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Andrea Ravazzini

Resta

Rimasi
Alla fine
Di quel luogo
Silente
Sospeso
Tra stormi
Di sogni
Migranti
Su ali
d’Altrove.

Lieve scappai

Scappai
Tra il sibilo
Asciutto
Di una notte
In fiamme
E il velo
Disfatto
Di una bruma
Inconsueta.

Fosti
L’ancella
Di quel nudo
Rimpianto,
Di quel fuoco
Immondo,
Di quel pianto
Nel buio
Disperso,
Che presto
Scoprii
Di luna
Suo canto,
Di notte
Suo verso.

Fosti
Chiarore
Di ebbrezza
Leggiadra,
Angolo vuoto
Nel manto
Di un nulla
Redento,
Scosso
Dal vento,
Su un fianco
Posato.

Scappai
Verso
Un nudo
Bagliore,
Vessillo
Di stelle,
Denso
Richiamo
Di un cuore,
Di un battito
Spento,
Di un bacio
Rubato
Di cui scorgo
Ancora
L’ardore.

Guardo un solo lieve riflesso

Stringe
Attorno
A un cuore
Novello
Il rado
Sussulto
Di queste
Lacrime
Amare.

Ruba
Al soffio
Di vento,
Che un nudo
Passato
Tradisce,
Una terra
Al confine,
Un livido
Bacio,
Una goccia
Arsa
Nel buio,
Che non riesco
A guardare.

Sorge
Un placido
Tempo
Da sogni
Pestati
Nel vuoto.

Ferma
La notte,
Il lento
Risveglio
Non si ode
Ancora.

Non è nota
La fine,
Né il senso
O lo scopo.

Guardo
Solo
Un lieve
Riflesso,
Un breve
Solo
Respiro,
Che brilla
Tutt’ora
Tra i resti
Dismessi
Di una tenue
Aurora.

Ormai fuggito lieve nel vento

Ruba
Al fondo
Notturno
Di una vaga
Rugiada
Il pallido
Ardore
Uno scoppio
Di brace.

Risorto
E redento,
Brucia
Brucia
-Mai spento-
In un tiepido
Nulla,
Che trascorso
Un vano,
Disfatto
Momento
Rifugge
Reietto
Una parola
Mai detta.

Trascina
Il suo sguardo
In terre lontane
Un candido
Cuore.

Un urlo
Scostato
Da un buco
Dolore,
Rimbalza
Stretto
Stretto
Nel fondo
Dismesso
Di un unico
Petto.

Sfumato
In un mondo
Che il senso
Essiccato
Di occhi
Incolore
-Cieco-
Ha disfatto,
Tende al fondo
Di fulgida bruma
L’attimo assorto
Che da fragili mani
Lieve nel tempo
Ormai è sfuggito.

Testi di Andrea Ravazzini

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“Epifania” di Mario Luzi

06 lunedì Gen 2025

Posted by Deborah Mega in Poesie

≈ 2 commenti

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Mario Luzi, Onore del vero

Immagine creata con l’Intelligenza artificiale

 

Notte, la notte d’ansia e di vertigine
quando nel vento a fiotti interstellare,
acre, il tempo finito sgrana i germi
del nuovo, dell’intatto, e a te che vai
persona semiviva tra due gorghi
tra passato e avvenire giunge al cuore
la freccia dell’anno… e all’improvviso
la fiamma della vita vacilla nella mente.
Chi spinge muli su per la montagna
tra le schegge di pietra e le cataste
si turba per un fremito che sente
ch’è un fremito di morte e di speranza.
In una notte come questa,
in una notte come questa l’anima,
mia compagna fedele inavvertita
nelle ore medie
nei giorni interni grigi delle annate,
levatasi fiutò la notte tumida
di semi che morivano, di grani
che scoppiavano, ravvisò stupita
i fuochi in lontananza dei bivacchi
più vividi che astri. Disse: è l’ora.
Ci mettemmo in cammino a passo rapido,
per via ci unimmo a gente strana.

Ed ecco
Il convoglio sulle dune dei Magi
muovere al passo dei cammelli verso
la Cuna. Ci fu ressa di fiaccole, di voci.
Vidi gli ultimi d’una retroguardia frettolosa.
E tutto passò via tra molto popolo
e gran polvere. Gran polvere.
Chi andò, chi recò doni
o riposa o se vigila non teme
questo vento di mutazione:
tende le mani ferme sulla fiamma,
sorride dal sicuro
d’una razza di longevi.
Non più tardi di ieri, ancora oggi.

Mario Luzi (da Onore del vero, 1957)

 

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Numeri e Auguri 2024

31 martedì Dic 2024

Posted by Deborah Mega in SINE LIMINE

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limina mundi, Numeri e Auguri

“The Nutcracker”, The Royal Ballet, photo by Charles Cole.

“Numeri e Auguri”, espressione felicemente coniata da Loredana Semantica, è il titolo del nostro tradizionale articolo consuntivo di augurio e bilancio sull’anno appena trascorso. Solitamente è Loredana a occuparsi della stesura di questo post perché è lei che più di ogni altro ha la pazienza e la competenza di trattare con i numeri ma quest’anno ho voluto cimentarmi io stessa, nonostante non li ami quanto le parole. Dal 21 marzo 2016, data di fondazione di Limina Mundi ad oggi, di strada ne abbiamo fatta e, nonostante gli innumerevoli impegni lavorativi di ciascuno di noi, siamo ancora animati dalla passione e dall’estro necessari a proporre contenuti accattivanti e di interesse. Non è difficile garantire una certa produzione, devo ammetterlo, senza timore di crogiolarsi nell’autocompiacimento dico, infatti, che Limina si alimenta da solo. Lo sappiamo dal momento che non riusciamo a smaltire la posta nonostante si pubblichi quasi ogni giorno e lo sanno tutti coloro che ci scrivono e si imbattono, nostro malgrado, in tempi di attesa piuttosto distesi. Un po’ di numeri dunque, gli auguri li facciamo dopo.

Gli autori che nel 2024 hanno animato il sito sono stati:

Deborah Mega

  • con 44 post dedicati a tutti gli autori che, personalmente o tramite i loro editori, nel corso dell’anno hanno proposto proprie opere o poesie o recensioni e che ci scrivono manifestandoci stima e fiducia: Teodoro Lorenzo, Mattia Tarantino, Filippo Parodi, Rosaria Scialpi, Doris Bellomusto, Marcello Buttazzo, Paolo Landi, Roberto Maggi, Luca Baratta, Giancarlo Baroni, Salvatore Annunziata, Alfredo Alessio Conti, Silvio Aman, Franco Romanò, Rita Pacilio, Giulio Giadrossi, Nunzio Di Sarno, Rita Bompadre, Pietro Edoardo Mallegni, Christian Negri, Federico Preziosi, Paolo Maria Rocco, Lucio Zaniboni.
  • 6 Versi trasversali dedicati a Lucio Zaniboni, Luigi Finucci, Riccardo Mazzamuto, Raffaele Gatta, Marco Plebani, Federica Bembo.
  • 2 Note critiche dedicate a “Dialoghi con Amin” di Giovanni Ibello, il pezzo di approfondimento “Les fleurs maladives de Baudelaire”.
  • 1 Canto presente dedicato a Emilio Paolo Taormina e 1 post dedicato alle poesie di Rupi Kaur.
  • Commenti di racconti vari di autori celebri. A questo proposito, continuano a riscuotere particolare interesse gli appunti letterari che ho pubblicato in questi 8 anni di attività sul sito. Sospetto che siano utilizzati da studenti e che fungano da spunto e da base per ulteriori approfondimenti.

Loredana Semantica

  • con 23 post di cui diversi illustrati da opere digitali di propria produzione.
  • Suo è il progetto del Calendario poetico dell’Avvento e sua la scelta delle opere proposte
  • i racconti “La lunga percorrenza” e “L’amico migliore”
  • la videopoesia “L’occhio scruta”
  • la nota critica “La scrittura che rivela-Dialogo con quarantatrè autori contemporanei”
  • il pezzo di commemorazione dedicato a Leopoldo Attolico e quello dedicato alla ricorrenza del 27 gennaio, giorno della Memoria.

 

Maria Allo

  • con due articoli di approfondimento dal titolo “Le fleurs bleues” di Queneau nella traduzione creativa di Calvino e Calvino a Parigi “legge” De Chirico.
  • con 28 appuntamenti di “La poesia prende voce”, rubrica di letture poetiche a partecipazione aperta. I podcast del 2024 sono stati dedicati a: Lara Pagani, Ornella Mallo, Mariangela Ruggiu, Lucia Triolo, Nicola Manicardi, Franco Massimo Botturi, Loredana Semantica, Francesco Vitale, Daìta Martinez, Grazia Procino, Franca Alaimo, Cristina Bove, Gabriele Greco, Patrizia Sardisco, Rossana Jemma, Sotirios Pastakas, Alessandro Moscè, Sergio Daniele Donati, Gabriella Grasso, Daniela Pericone, Elisa Ruotolo, Marina Minet, Marina Morelli, Mattia Cattaneo, Beppe Costa, Alessandro Baldacci, Maria Pia Quintavalla, Anna Maria Bonfiglio, Patrizia Sardisco, Giovanna Rosadini, Alba Gnazi, Rafaela Fazio, Giovanni Ibello.

Antonella Pizzo, nei suoi interventi settimanali del mercoledì, ha commentato libri di narrativa di recente pubblicazione o grandi successi editoriali che hanno riscosso il suo interesse. In particolare le opere:

  • Il rosmarino non capisce l’inverno di Matteo Bussola
  • I giorni di Vetro di Nicoletta Verna
  • Le città e le sue mura incerte di Haruki Murakami
  • Canto della pianura di Kent Haruf
  • Creatura di sabbia di Tahar Ben Jelloun
  • La vegetariana di Han Kang
  • Trilogia della città di K. di Agota Kristof
  • Via Gemito di Domenico Starnone
  • Mara e Dann di Doris Lessing
  • La strada di Corman McCarthy
  • Weyward di Emilia Hart
  • Virdimura di Simona Lo Iacono
  • Mattino e sera di Jon Fosse

Emilio Capaccio ha pubblicato una Nota di lettura dedicata a Diario dell’approdo di Fernando Della Posta e curato “Monumento al mare”, rubrica di traduzioni dedicate a testi poetici sul mare di: Arthur Williams Symons, Christina Georgina Rossetti, William Stanley Braithwaite,  Thomas Bailey Aldrich, Stephen Crane, Lydia Huntley Sigourney, Nathaniel Hawthorne, John Masefield, Ronald de Carvalho, Joyce Kilmer, Alfred Tennyson, William Ernest Henley, William Ellery Channing, Sarah Teasdale, Cale Young Rice, Georges Rodenbach, William Vaughn Moody, Francis Ledwidge, Gerald Gould.

Francesco Tontoli con 12 Venerdì dispari

Francesco Palmieri con 40 Poesie sabbatiche

Entrambi hanno partecipato all’attività del sito proponendo poesie proprie: Francesco Tontoli è impegnato il venerdì, mentre Francesco Palmieri il sabato, in linea con i titoli delle rispettive rubriche.

A partire dall’anno di fondazione, le visite al sito sono state 407.789, in costante aumento, perché dalle 10607 visualizzazioni del 2016 siamo giunti alle 63994 dell’anno appena trascorso. Dal 27.12, data di programmazione del presente post ad oggi, le visualizzazioni totali sono diventate 408.595. Abbiamo notato che il 2020, anno della pandemia, è stato il periodo in cui l’affluenza al sito è stata più frequente e costante. Si sono susseguiti poi tre anni di traffico intenso ma contenuto, poi l’exploit di quest’anno. Gli articoli pubblicati finora sono stati 1422, di cui 189 nel 2024.

 

 

Gli utenti abbonati sono 274, i visitatori  nel 2024 sono stati 46729, provenienti da vari stati del mondo. Il mese di maggior affluenza è stato ottobre con 7319 visite.

 

 

Nonostante alcuni articoli siano stati pubblicati negli anni scorsi continuano a riscuotere interesse e di conseguenza visualizzazioni.

L’articolo più letto del 2024 è stato “Cosciotto d’agnello” di Roald Dahl con 3241 visite.

Il pezzo di approfondimento “La casa di Asterione” si conferma il post più letto di sempre con 39641 letture.

L’Incipit più letto è stato quello dedicato a “La Metamorfosi” di F.Kafka con 871 visite.

La poesia più letta è stata “Gloria del disteso mezzogiorno” dell’intramontabile Eugenio Montale con 794 visite.

Il Punto di vista 15, dedicato a “Guernica” di Pablo Picasso è stato il più letto con 459 visite.

Le traduzioni più visualizzate sono state quelle a cura di Emilio Capaccio, in particolare quelle dedicate a Fernando Pessoa con 352 visite.

Parole di donna più gettonato è quello dedicato a “Sii dolce con me” da “Bestia di gioia” di Mariangela Gualtieri con 308 visualizzazioni.

La Forma alchemica più visualizzata è stata quella dedicata a “La stella” di Edmond Rostand con 243 visite.

In relazione a La poesia prende voce l’autrice Gabriella Grasso ha ottenuto 175 visualizzazioni e ascolti.

Il file audio più scaricato (166 volte), invece, è stato un testo poetico di Patrizia Sardisco, tratto da “ Autism Spectrum”,  Arcipelago Itaca, 2019.

Poi la Poesia sabbatica più letta a cura di Francesco Palmieri è stata “A quelli che verranno” con 165 visite.

La nota di lettura più letta su libri di Narrativa, rubrica curata da Antonella Pizzo, è stata quella dedicata a “Mattino e sera” di Jon Fosse, con 111 visualizzazioni.

uNa PoESia A cAsO dedicata a Wislawa Szymborska, la più letta, ha ricevuto 67 visite.

Il Monumento al mare più letto è stato quello dedicato a Gerald Gould che ha ricevuto 66 visite.

I Versi trasversali di Cristina Eléni Kontoglou hanno ricevuto 54 visite.

Il Canto presente di Emilio Paolo Taormina ha ricevuto 48 visite.

Sette domande sulla poesia, intervista a Rita Pacilio, ha ottenuto 34 visite.

In RandoMusic l’articolo dedicato a Sweet Jane ha ricevuto 39 visualizzazioni.

Il Venerdì dispari più letto è stato quello dedicato alla poesia “Cometa”, con 27 visualizzazioni.

A questo punto non resta che ringraziare tutti coloro che hanno partecipato all’attività di LIMINA MUNDI, con contributi di qualità, mettendo in luce l’aspetto di coralità che ci contraddistingue da sempre e facendosi parte attiva, autori, collaboratori, lettori, commentatori. Ci proponiamo di proseguire sulla rotta intrapresa e auguriamo a tutti un ottimo 2025, che sia un anno sereno e luminoso.

Deborah Mega

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“Herman Melville ovvero il mare rifiutato”, racconto breve di Teodoro Lorenzo

16 lunedì Dic 2024

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Racconti

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Herman Melville ovvero il mare rifiutato, Teodoro Lorenzo

Ogni mattina un uomo compassato, dalla barba quadrata, appesantito e stanco nonostante l’età ancora giovane si prepara per andare al lavoro. Vive nella città che lo ha visto nascere, New York, in una casa modesta: una facciata giallo sporco e dentro vecchi mobili di mogano. Un’ultima occhiata al golfo di Napoli, una stampa appesa in entrata, e l’uomo è già fuori; l’andatura è lenta ma non ci vuole molto per arrivare all’Hudson dal numero centoquattro della ventiseiesima strada. Come la casa anche il suo impiego è modesto; Ispettore delle Dogane. L’uomo ha appena quarantasette anni, un’età che per molti può significare un inizio. Ma non per lui, lui è alla fine. Il suo nome è Herman Melville. Terrà svogliatamente quell’impiego per diciannove anni, diciannove anni di lente camminate quotidiane; poi trascinerà la sua esistenza per altri sei ma la luce era già spenta da tempo. Qualcuno dirà che la colpa è stata sua quindi nessuna compassione: chi è causa del suo male pianga se stesso. C’è del vero, c’è sempre del vero nella saggezza popolare, eppure non si può non riconoscerne la grandezza. Leggete la storia di quest’uomo e poi mi direte se non vi verrà voglia di aspettarlo sotto casa una mattina, mettervi sottobraccio e fare un pezzo di strada con lui.
Era stato uno scrittore di successo, ammirato e benvoluto. I suoi primi libri erano stati accolti con entusiasmo dal pubblico e dalla critica. La sua vena artistica sembrava non doversi mai esaurire. Taipi, Omoo, Mardi, Redburn, Giacchetta bianca; in una felice catena di montaggio ha scritto con facilità e sfornato di getto i suoi primi cinque libri. Bastava che chiudesse gli occhi e spiagge assolate, mari sconfinati, calde immagini e magiche avventure affluivano alla sua mente. Non doveva che riportarli sulla carta. Niente di più facile per lui; in fondo raccontava solo ciò che aveva vissuto in prima persona negli anni felici della sua giovinezza trascorsa sul mare.
Suo padre era stato un ricco commerciante e aveva solcato gli oceani, visitando per lavoro le terre più lontane, riportando a casa libri pieni di velieri immensi e racconti avventurosi. Quei libri e quei racconti avevano suscitato nel giovane Herman il desiderio di viaggiare e conoscere il mondo, di scoprire se quelle immagini di voce e carta corrispondessero al vero.
Di giorno vedeva a Manhattan misteriosi stranieri con una sacca sulle spalle e la pelle bruciata dal sole, sicuramente marinai. Si muovevano con andatura caracollante, come se non camminassero sui marciapiedi della città ma sulla tolda di una nave, seguendone il beccheggio. Dove andavano, cosa si nascondeva in quelle loro sacche misteriose, quale sarebbe stata la loro prossima destinazione? Anche lui bramava l’avventura, anche lui voleva il mare. Intanto gli affari erano cominciati ad andare male e poi sempre peggio, fino al fallimento. Suo padre ne fu talmente avvilito da ammalarsi di disturbi psichici e alla fine da morirci. La famiglia piombò nella miseria. Herman aveva dodici anni e fu costretto a lasciare la scuola per cercare lavori di ogni tipo. A vent’anni, dopo essere stato commesso di negozio, insegnante elementare e fattorino di banca, si imbarca come mozzo su un mercantile diretto a Liverpool. Era pur sempre un lavoro, aiutava la famiglia e in più poteva conoscere il mare. Ma una nave mercantile e la placida rotta verso l’Europa non era esattamente l’avventura che aveva
sognato. I marinai che aveva visto camminare in città non avevano la faccia di chi passa le giornate tra cassoni di merce. Ecco allora, appena un anno dopo, l’occasione che aspettava; una baleniera, finalmente! Non più mozzo ma marinaio, e rotta verso il Pacifico. Qui gli capita di tutto: nelle Isole Marchesi incontra una tribù di cannibali presso cui rimane quattro mesi, a Tahiti viene arrestato dalle autorità inglesi per ammutinamento, evade e si rifugia nell’ Isola di Moorea, arriva alle Hawaii e qui lavora come garzone e uomo di fatica, infine si arruola su una nave da guerra e torna a casa.
Melville naviga in tutto quattro anni, accumulando così tante esperienze, avventure e ricordi da riempire decine di libri. Quando torna in America comincia a scrivere e lo fa a pieno ritmo: la vita gli sorride. Anche la sua esistenza personale prosegue senza ostacoli. Si sposa e gli nasce il primo figlio, un maschio come lui desiderava, che chiama Malcom, a cui seguiranno Stanwix e due altre bambine: una famiglia numerosa e felice. Poi arrivò il fatale febbraio del 1850, e quella prima frase: “Chiamatemi Ismael”. Già, è l’inizio di Moby Dick: l’inizio della fine. Melville ha appena trent’anni ed è un uomo nel pieno delle forze. Si butta a capofitto nella stesura dell’opera, ci lavora giorno e notte; è come divorato da un‘ansia febbrile, quasi non mangia. Il libro è un combattimento corpo a corpo che dura diciotto mesi, un combattimento lungo 1.500 pagine. Quando lo inizia è in buona salute, sereno e soddisfatto; quando lo termina è un’altra persona: esausto, svuotato, debole e impotente. Non c’è vento, non c’è sole in Moby Dick, non ci sono orizzonti da contemplare. Non c’è l’allegria della vita, i sorrisi della gente, la gioconda atmosfera delle isole del Pacifico. Il libro è una lenta discesa negli inferi dell’animo umano. Il pensiero non si allarga, non prende fiato ma sprofonda in un imbuto sempre più stretto fino a concentrarsi in un solo punto: l’ossessione.
Moby Dick è un fiasco colossale. Esce prima a Londra, nell’ottobre del 1851, con il titolo di The Whale, (La Balena); a novembre esce anche a New York, con un titolo diverso, Moby Dick or the whale (Moby Dick ossia la balena). In Inghilterra vende solo cinquecento copie, qualcosa di più in America. Appena uscito i critici lo definiscono, via via, “una zuppa”, “un ibrido”, “un libro genialmente sbagliato”, “ un libro informe come i movimenti marini”. I suoi antichi lettori, un tempo così attenti ed affezionati, lo abbandonano. Non avevano capito nulla di quanto aveva scritto, e comunque non era quello che si aspettavano da lui. Aveva perduto la sua vena di fantasioso narratore di avventure, non c’erano più il mare lucente, le vele spiegate e il cielo sempre azzurro.
Fu una cosa molto triste e mortificante per lui. La delusione l’aveva precocemente invecchiato. Ma il rimedio era lì, a portata di mano. Bastava riprendere i vecchi soggetti. Non erano certo le storie e le avventure quelle che gli mancavano dopo le ribalde scorrerie giovanili. Bastava tornare sulla vecchia strada, al fondo della quale ripensare Moby Dick come uno spiacevole incidente di percorso e niente di più. Tornare indietro e salvarsi la vita. Invece no. Alla fine del libro la balena, invece di fuggire come aveva sempre fatto, decide di attaccare la nave e si abbatte con tutta la sua potenza sul legno della chiglia. Achab è lì che la aspetta, la sta aspettando da tutta la vita: finalmente era giunto il momento. Scaglia il suo arpione nella carne della bestia, la nave affonda ma Achab non molla la presa. Uno scarto improvviso lo imbriglia sul dorso della balena con le corde degli arpioni. Achab non riesce più a muoversi e l’animale si inabissa trascinandolo con sé. Melville è come Achab. Anche lui vuole rimanere attaccato a Moby Dick, costi quel che costi, anche a sacrificio della vita. Quel libro non lo lascerà mai più e con lui si perderà facendosi trascinare nell’abisso; giù, sempre più giù. Melville dopo Moby Dick non scriverà più di mare e di sole, di spiagge e di vele. Nel 1852 pubblica Pierre o delle ambiguità, una trama che include perfino un incesto, nel 1855 è la volta di Benito Cereno, oggetto del quale è la tratta degli schiavi, nel 1856 dà alle stampe Israel Potter, un romanzo storico, nel 1857 tocca a L’uomo di fiducia, una indebita mescolanza di satira e filosofia. Giù, sempre più giù, legato da mille fili a quel libro che non vuole abbandonare, che non vuole tradire. Hai toccato il fondo Herman, reagisci, taglia quelle corde e torna a respirare. Riprendi a scrivere le tue meravigliose avventure. É con quelle che sei diventato ricco e famoso e c’è ancora un pubblico che ti sta aspettando.
“Preferirei di no”.
Ecco, lui ormai è diventato Bartleby lo scrivano. Il famoso racconto è del 1853, due anni dopo il disastro di Moby Dick. Assunto come scrivano nello studio di un avvocato, ogni volta che gli viene chiesto di fare un lavoro diverso dal copiare documenti, Bartleby rifiuta. Come fa Melville quando gli viene chiesto di tornare sui suoi passi. Entrambi rispondono “Preferirei di no”.
Melville è Bartleby. Si è chiuso in se stesso, ha perso la fiducia nel mondo e ha scelto l’indifferenza come risposta. Non è la decisione di chi vuole restare lontano dal vorticoso turbinio della gente, standosene come un filosofo a guardare il naufragio dell’esistenza. No, Bartleby-Melville è già naufragato. Dopo il 1857 smette di pubblicare narrativa, distrutto da tanta ostilità e indifferenza. Si dedica alla poesia, figurarsi, ispirandosi alla guerra civile, ai viaggi fatti in Italia e in Grecia, ai pellegrinaggi in Terra Santa. Scrive due libri e li pubblica a sue spese: 25 copie alla volta. Confessa all’amico Nathaniel Hawthorne: “Quel che mi sento di scrivere è proibito, non paga; e a scrivere nell’altro modo non riesco” Il mare, quel mare che aveva rappresentato la sua vita dal 1839 al 1843 e la sua fortuna letteraria dal 1846 al 1850 non gli interessa più, lo accantona, lo rifiuta. Certo, lo ricorda, con affetto e nostalgia, ma non è più il centro della sua vita. Così facendo continua a inabissarsi; giù, sempre più giù. Nel periodo in cui ha scritto di mare, Melville ha guadagnato ottantamila dollari di diritti d’autore; dopo Moby Dick ne guadagna un centinaio all’anno. Con il suo lavoro di scrittore, di scrittore fallito, non riesce a mantenere la famiglia e nel 1866 accetta il lavoro di Ispettore delle Dogane. Anche la sua vita privata precipita con lui. Malcom, il figlio tanto amato, si uccide a diciotto anni sparandosi in casa un colpo di pistola ed il secondo figlio, Stanwix, fugge da casa per non farvi più ritorno, terminando a San Francisco, ad appena trentacinque anni, la sua vita errabonda. Giù, sempre più giù. È sera. Quando ritorna a casa dopo le misere occupazioni della dogana l’uomo è ancora più stanco e appesantito, il passo ancora più strascicato di quello della mattina. Le chiacchiere con la moglie Elizabeth e le due figlie
non riescono a colmare il vuoto che sente dentro di sé. Sempre più spesso si apparta e trova rifugio sul balcone. Si accomoda sulla sua sedia di tela e si accende la pipa. Il balcone è il suo scoglio, l’ultimo appiglio del naufrago prima di essere sommerso dalle onde. Quando muore, nelle prime ore del mattino del 28 settembre 1891, Herman Melville è un uomo dimenticato da tutti. Un solo giornale americano ne riporta la notizia. Con tre righe di necrologio.

Teodoro Lorenzo

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Mattia Tarantino, “Se giuri sull’arca”, Fallone Editore, 2024

09 lunedì Dic 2024

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

≈ 1 Commento

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Mattia Tarantino, Se giuri sull'arca

 

I

PRIMA VOCE: (canzonando)
Se ce lo chiedete non ve lo diciamo.

SECONDA VOCE: (sussurrando, sempre)
Come qualcosa che passa, qualcosa che striscia. Uno scricchiolio.

TERZA VOCE:
Imparerai a parlare con le ombre.

PRIMA VOCE: (ancora canzonando)
Non ve lo diciamo.

TERZA VOCE:
Avevamo allacciato l’arca al loro regno. Al regno nero della trasparenza.
Alla fine del mondo.

PRIMA VOCE:
Non è che non vogliamo.

TERZA VOCE:
Come per chi cerca il giro della serpe. Il segno arrotolato nel nulla.

PRIMA VOCE:
Non ce lo hanno detto. Lo abbiamo chiesto, croce sul cuore.

SECONDA VOCE:
Come bisbigliando in un orecchio gigante. L’entrata sul retro
sigillata parlando.

TERZA VOCE:
Poi siamo salpati. Nessuno ci ha dato il permesso. Nessuno ci ha
detto di no.

II

Per una cuccia nel vuoto, per un morso di pane, ma da dietro, bendati, che nessuno ci veda. Ci chiedono come ci chiamiamo, non sappiamo ripeterlo. Questo Regno sospeso in una ruota che abbaglia, questi corpi rovinati dai raggi, questi corpi che sbattono ai bordi, come i numeri scatenati negli insiemi, nei cerchi, l’intervallo luminoso tra un segno e qualcosa, qualcosa che affiora come un Regno sospeso, nella ruota che abbaglia c’è qualcuno in ginocchio, ci dice che viene, ci avvisa, è un allarme. Sirene, trambusto, uno scoppio, poi nulla, siamo calmi, lo saremo per sempre, giuriamo, ma giuriamo su cosa se le ombre sono inchiodate alle sagome, se c’è il volto di Nostra Madre che trema, che ha perso la faccia e non riesce a parlare, ci dice che bruciano, che bruciano i campi, hanno trovato un passaggio, che bruciano i numeri e c’è un altro sistema, adesso; cosa state scontando per una cuccia nel vuoto, per un morso di pane, per un’arca dorata che chiamiamo Aphinar?

da Se giuri sull’arca

 

I

Parlano, ma come gli uccelli, un dialetto celeste. Il fuoco è acceso e il villaggio più vicino. C’è il pane caldo, l’anice da scaldare insieme al vino. Saranno ricordati in carovana, come in fila per presentarsi al Giudizio, ma nessuno li vede oppure non esistono occhi; jolly d’ombra che frugano nel fogliame, che strisciano, convulsioni nelle province dell’ombra. Nottenati, Cunicoli, come nomi di popoli smilzi, fantasie di popoli scalzi. Smàcchera zan ca tio perēse, ca sa pèrese rubina i scancia. Parlano, ma come uccelli dai becchi mostruosi, dai becchi d’anice, liquidi, smacche zatàn come grumi, come calcoli, un dialetto di reni celesti se tutta la lingua è un’orma, se qualcuno si allontana dal villaggio, viene, se fischia.

XV

Sciababàb, ci accucciamo di notte, chiudi gli occhi che nessuno ti vede; le unghie appese alla porta, così non entreranno, sale a terra, parliamo, ma parliamo nel buio. Sciababàb, come un nome spellato, un cerchio buio nell’ombra e gli uccelli, qui intorno,
qui intorno è pieno di uccelli.

da Sciababàb

 

I

Al primo lo incidono sulla schiena ma non ci crede. Lo stesso segno è sul dorso della moneta. L’altro ha baciato la pietra la prima notte dell’anno. Il capo del toro, calato dall’uscio, è stato fracassato e sepolto. Alla festa indosserà la maschera della bestia, quattro volte cornuta. All’ultimo taglieranno l’anulare.

VIII

Siate gli angeli e siate la procedura. Così ha parlato la bocca del sottomondo, come un’abrasione, un comando che si salva scomparendo e segna, tuttavia, incide e infetta consegnando, alle regole o alla storia, qualcosa ancora da salvare, ancora una violenza.

X

Il nome che tramandano è Mattath. Lo usano per i ladri, per i macellai. Gli dicono che sarà il motore, la sintassi. Ovunque sarà nominato sarà costretto a significare. Quando la sintesi sarà compiuta le bestie saranno scolate agli angoli dell’incisione. A quel punto la pelle sarà sciolta e il nome potrà essere tramandato.

(Gli abitanti del villaggio sono riuniti dall’altro lato della voragine. Siedono in cerchio, suonano il tamburo. I robota siedono come loro, vestiti di bianco, alzano le mani, mostrano i palmi. Non c’è nessun segno)

 

da L’Ermeneuta

 

Testi di Mattia Tarantino, tratti da “Se giuri sull’arca”, Prefazione di Michelangelo Zizzi, Collana Il Drago Verde, Fallone Editore, 2024.

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Versi trasversali: Lucio Zaniboni

02 lunedì Dic 2024

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Tag

Lucio Zaniboni, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo due poesie di …

LUCIO ZANIBONI

 

Il volo

Esaltati, dal pino alla finestra,
i merli spiccano il volo
e ad ogni slancio è colmo il becco giallo.
Frenesia agli infiniti palpiti,
che vengono dal cielo.
Dio delle nevi, Dio del candore
che reca all’anima sospiri.
In un momento bianca è la finestra,
la ferrovia un presepe.
Qui torna antico il mondo,
si ovattano i pensieri,
come nella spessa coltre I suoni.
Oltre c’è un cerchio di misteri,
che nessuna sonda potrà mai. sondare.
Lasciarsi andare alla corrente,
insana cosa.
Il fossile dal riquadro, parla di antiche ere
e dell’eterno nella cui faretra
sono infinite frecce.
Il.tempo a una a una le incocca.
È poca la nostra fede,
quando non c’è la neve,
ma ora il mondo è candido come bimbo
e sa di gioia il canto

L’olocausto

L’olocausto si ripete, migliaia di uomini inchiodati sul mare.
Il mondo vuole il miracolo e lascia fare.
Cristo flagellato e deriso,
la barca è rimorchiata in alto mare.
L’evento si compia,
senza che il sangue versato,
ricada sul nostro capo.
Una turba invoca in mille lingue il cielo:
Dio, accoglili nel tuo regno.
In questo mondo indegno,
in cui si mangiano topi,
per rimanere vivi e sperare,
cala la tela.
Cristo fra i migranti, noi tutti fra i sicari

Lucio Zaniboni

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Filippo Parodi, “I Am a Dream That Is Dreaming of Me”, Polimnia Digital Editions, 2024

25 lunedì Nov 2024

Posted by Deborah Mega in Poesie, Segnalazioni ed eventi

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Tag

Filippo Parodi, I Am a Dream That Is Dreaming of Me

 

Seaside lullabies

 

Naps

when I was a child

in the sticky beach house

 

tortuous turtle doves’ wrongs

embedded in the pillow

which always ate me all up.

 

Ninne nanne balneari

Sonnellini
quando ero bambino
nell’appiccicosa casa al mare

torti di tortore tortuose
accorpate nel cuscino
che tutto mi divorava.

 

Peak experience

Through a darkness

in constant blinding mutation

happily overpopulated with tooth decay

humanity

in its entirety

smiles at the little bunch of degassed intentions

which my body is

at the mind which is buzzling and sizzling and pulsating

similar to one of those bug zappers which I saw

in one of

those restaurants

in Bangkok.

 

Esperienza di picco

Attraverso un buio
in costante accecante mutazione
felicemente sovrappopolata di carie
l’umanità
al completo
sorride a quel mucchietto di intenzioni sgasate
che è il mio corpo
alla mente che ronza e che sfrigola e che pulsa
simile a una di quelle trappole elettriche per insetti che ho
visto in uno di quei ristoranti
a Bangkok

 

Archie Shepp

Your shoes as golden

as your saxophone

which is golden as the sweat that floods you

which is golden like the notes

which so heavenly

you sneeze

erupt

ejaculate

golden seeds falling around

and if only they could impregnate

that sissy girl

whom is my heart

which is somewhere but where?

 

Archie Shepp

Le tue scarpe dorate
come il tuo sassofono
che è dorato come il sudore che ti inonda
che è dorato come le note
che così celestialmente
starnutisci
erutti
eiaculi
semi dorati che precipitano intorno
e magari arrivassero a ingravidare
quella femminuccia
che è il mio cuore
che è da qualche parte e chissà dove.

 

The sin is always greener on the other side

I would like to be one of those corrupt

who enter without even wishing to the favour of Jesus.

One of those who make a string of mistakes

but who own deep inside the candied disposition of a child.

A selfless prostitute.

A humble thief.

The drunkard completely incapable of resentment.

Instead it seems that I will have to keep my abstainer

farting heart

my personal record of crimes invisible to the whole world

even to myself unprovable.

 

Il peccato del vicino è sempre più verde

Vorrei essere uno di quei corrotti
che senza neppure desiderarlo entrano nelle grazie di
Gesù.
Uno di quelli che commettono una sfilza di errori
ma che in fondo possiedono un’indole candita di bambino.
Una prostituta altruista.
Un umile ladro.
L’ubriacone completamente incapace di rancore.
Invece pare che dovrò tenermi il mio scoreggiante cuore
di astenuto
il mio record personale di reati invisibili al mondo intero
anche a me stesso indimostrabili.

 

Michel(l)e ma belle 

I love you

when you cry

and your whole mouth twists

 

it shrinks

 

by shortening

it travels much farther

 

where

for a moment

every wall falls apart

 

inside the slaughterhouse

of your countless ages.

 

Michel(l)e ma belle

Ti amo
quando piangi
e ti si distorce tutta la bocca

si restringe

accorciandosi
arriva più lontano

dove
per un attimo
crolla ogni parete

all’interno del mattatoio
delle tue innumerevoli età.

 

Testi tratti da Filippo Parodi, “I Am a Dream That Is Dreaming of Me”, Polimnia Digital Editions, 2024

 

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Filippo Parodi nasce a Genova nel 1978. Nel 1986 si trasferisce a Milano, dove ancora vive. Si laurea in Filosofia Estetica nel 2003, con una tesi sul verosimile e “il meraviglioso” nella poesia. A partire dal 2007 pubblica i suoi primi testi su The End, Haute Food e sulla rivista internazionale di poesia e ricerche Zeta. Nel 2012 vince un concorso indetto dalla casa editrice Gorilla Sapiens e il suo racconto Il proprietario esce nell’antologia Urban Noise. Sempre per Gorilla Sapiens, alla fine del 2013, pubblica il primo libro La testa aspra. In seguito scrive racconti per Verde Rivista e Ultrafilosofia. Nel novembre 2014, insieme a Massimo Bacigalupo, Peter Carravetta e ad altri studiosi, viene invitato a partecipare al convegno Terribile la parola: i filosofi sono succubi del problema-parola, tenutosi al Palazzo Ducale di Genova, per celebrare i quarant’anni di pensiero e scritture del poeta-filosofo Raffaele Perrotta. Nel 2017 pubblica poesie su Il Foglio Clandestino e il suo secondo libro La panchina senza angeli per Fondazione Mario Luzi Editore. In ottobre, presso Villa Buzzati a Belluno, è chiamato a leggere alcuni estratti della raccolta appena pubblicata per l’Happening di chiusura della mostra di poesia visiva Voci visibili nel granaio – 42 Poeti Visivi per Dino Buzzati. Nel 2018 pubblica per Polimnia Digital Editions la silloge poetica Per te soltanto,bambino – Frammenti di emisferi e Tapping-ninne nanne. Da questa raccolta, l’anno successivo, vengono tradotte in inglese dalla redazione di Slow words – people and stories from this world e pubblicate due poesie. Da qui l’idea dell’autore di riscrivere l’intera opera in inglese con Flaming Child, sempre pubblicata per Polimnia Digital Editions nel 2020. A partire da dicembre l’opera entra nella Top 100 Bestsellers di Amazon, all’interno della categoria ebook gratuiti di poesia, raggiungendo il primo posto e rimanendo a tutt’oggi nelle primissime posizioni. Nell’agosto del 2021 alcune poesie tratte da Per te soltanto, bambino vengono commentate da Maurizio Cucchi su La Repubblica.

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Rosaria Scialpi, “La faglia empirea”, Brè Edizioni, 2024.

18 lunedì Nov 2024

Posted by Deborah Mega in POESIA, Segnalazioni ed eventi

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La faglia empirea, Rosaria Scialpi

 

La faglia empirea

C’è uno squarcio nel cielo:
impossibile ricucirlo.
Non basta la strenua volontà del
sognatore e nemmeno l’ago del cinico.

Quella faglia nella volta empirea
riduce lo sguardo a inerme
scrutatore del reale.

La corda è sospesa nel vuoto.
Nessuna possibilità di salvezza.

 

Il precipizio ha forma d’infinito

La vertigine del vuoto
non ferma il perpetuarsi della tortura
della vita. Non la frena l’implacabile certezza
della morte. Il precipizio ha forma d’infinito.
Il pargolo in fasce è già l’uomo col bastone.

 

Phainomai. Confessione 02

Sono il mio fantasma.
I contorni, sempre quelli.
Sempre uguali a se stessi.
Gli occhi vacui.

Fauci dilatate inghiottono
la figura nello specchio…

Eccomi
ricomposta
in frantumi

 

Sottrazione

Distillare le parole.
Frenare l’implacabile fiume
di verbosità della roboante orchestra del mondo.

Cernere ciò che appartiene
ai corridoi sotterranei, bloccarne
l’ingresso e apporre un chiavistello sul pericardio.

Scendere nel sottosuolo e trangugiare
la cinica maschera d’orrore quotidiano.

Arginare per custodirsi.

 

La testa di Orfeo

Sono parole straniere, quelle che riposano nel mio ossario.
Suoni antichi che riconosco, ma non sono più miei.
Appartengono alla riva del rimpianto senza fine.
Io non ci tornerò più.
Hanno odore di ruggine e decomposizione.

La testa sbrindellata di Orfeo riposa sul letto
dell’Ebro. Galleggerà nel mare senza darsena.
Per me non ci sarà Febo Apollo a proteggerla.
Me l’hanno strappata via i Ciconi. Sparagmòs!
La fedeltà all’apollineo si paga con la vita:
nei campi di Dioniso i poeti soccombono.

 

Nina all’altalena*

Non fermare l’altalena!
Non voglio scendere da questa giostra,
interrompere la nenia.

Non ostacolare il mio viaggio,
appesa a un vecchio legno e due catene,
i piedi verso il cielo, i capelli nelle nuvole.

Non portarmi sulla terra,
lascia
che metta radici ribelli nell’aria,
che s’irradi nelle vene clorofilla.

Non provare ad afferrarmi.
Che il vento mi trafigga la schiena.
A te lascio la maschera di gelso.
Io voglio essere Icaro: cera al sole.

*Testo ispirato dall’ascolto di Ho visto Nina volare di Fabrizio De André.

 

Rondini sul cielo di Puglia

C’era uno stuolo di rondini, davanti a noi.
Uno stormo impazzito, perduto come lo sono io.
Un volo presago di notizie mortifere
per l’anima che stenta a tenersi
in equilibrio. Ombre taglienti dal sorriso di lama
sul mio cammino. Solo questo!
Nient’altro di me resta.

 

Testi di Rosaria Scialpi, tratti da “La faglia empirea”, Brè Edizioni, 2024.

 

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Rosaria Scialpi è nata a Taranto nel 1996. Laureata in Lettere moderne con lode, ha scritto articoli per riviste scientifiche, collaborato con testate giornalistiche del territorio pugliese e ha curato la comunicazione di un festival letterario internazionale. Fra i suoi scritti: Lembi di verità (L’Erudita, 2022), la silloge d’esordio vincitrice del Premio Saffo poesia giovane e del Premio Troccoli Magna Graecia.  Recentemente è anche stata curatrice del saggio Sulle Sponde della Magna Grecia – Il Novecento di Spagnoletti, Carrieri, Grisi e gli altri (Passerino Editore, 2023), giunto alla sua seconda edizione. Alcuni suoi racconti appaiono in antologie. È autrice di un podcast incentrato sulle versioni meno note dei miti classici dal titolo Mitopedia: il mito come non te l’hanno raccontato, spin-off della pagina Instagram omonima dove fa divulgazione.

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