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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: Deborah Mega

Pietro Edoardo Mallegni, “Profumo di liquirizia”, RPlibri, 2023.

11 lunedì Mar 2024

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Pietro Edoardo Mallegni, Profumo di liquirizia

 

Se merli e gabbiani,

in fondo, e alberi e nuvole,

in fondo colpevoli,

ubriachi di crudeltà

si assopissero e tutto

e tutti, in calma adiacenti,

gli uomini e il divenire,

il crescere inconsolabile di noi,

se tutti, persino Dio,

tra i suoi gioghi

si spegnessero

da un sonno divorati,

da un mutismo balbuziente

iracondo, spinti annegassero

nei loro desideri irrisolti.

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Versi trasversali: Marco Plebani

04 lunedì Mar 2024

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Marco Plebani, poesia contemporanea

 

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

MARCO PLEBANI

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Canto presente 62: Emilio Paolo Taormina

26 lunedì Feb 2024

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA

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Canto presente, Emilio Paolo Taormina, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

EMILIO PAOLO TAORMINA

 

dal muro che recinge

l’aranceto

pende un frutto

grande come un sole

così alto

che nessuno può

raccogliere

forse non esiste

è il tuo sorriso

*

s’è cancellato il vinile

della tua voce

ho tirato le reti vuote

dalle acque torbide

del tuo silenzio

mordo il grano

della tua assenza

le tue rose mi graffiano

la fronte

seduto davanti al muro

parlo con la mia ombra

dalla finestra il paesaggio

ha un sorriso amaro

all’angolo della bocca

nei miei occhi conservo

la luce dei tuoi occhi

non proverò a fermare

il tuo volo di farfalla

*

amo il tuo profumo di limone fresco

la luce di dattero della tua pelle

i seni che lottano come polene

contro i flutti

quando cammini tra la folla

amo i tuoi primi capelli bianchi

la tua saggezza di donna

la ruga sulla fronte

come una lucertola al sole

amo il tuo nome

e i tesori che si nascondono

negli accenti

amo il ponte che al mattino

mi riporta sempre a te

*

tutta la notte a sfogliare

la rosa dell’insonnia

con il tuo nome sulle labbra

le stelle stanche di vagare

per le colline vanno a bere

un sorso d’acqua

alla fontana della luna

i campanili in dormiveglia

aspettano i tocchi delle tre

i cipressi dritti come sentinelle

davanti alla finestra

le dita dolenti hanno tirato

dalle corde l’ultimo accordo

il silenzio nella stanza

è una mela di coccio

il tuo nome mi trafigge

come uno scroscio di grandine

tu sei più lontana di un astro

vivo della tua eco

mi chiedo se un barlume di me

è ancora nella tua mente

*

ho imparato a parlare

con l’alfabeto degli aranci

ho rubato i colori

all’aurora e al tramonto

per tessere i tessuti dei tuoi abiti

ti ho trovata in un vagito

nei calendari assopiti

della mia anima

sei nata

nella musica di un verso

*

carezzo il volto del vento

perché da qualche parte

ti ha sfiorato

poggio l’orecchio alla sua

bocca se per caso ha

pronunciato “ti amo ”

io sono quello che la notte

non dorme perché ti vedo

nello specchio delle ombre

scrivo una ad una parole

sulle ali di una falena

perché tu le possa leggere

al chiaro di luna

sono quello che viaggia

con una valigia di piume

in cerca del nido

*

i tuoi capelli

erano così neri

che il tuo volto

sembrava quello

di una morta

non mi sono mai

fatto pensieri

di buona

e cattiva strada

eri una falena

cercavi

nell’ombra del vicolo

la luce

morivi come tutti

ogni istante

*

da quando tu sei morta

è sempre verde

l’erba sulla collina

gli agnelli

sono sazi

delle tue preghiere

io non ho più paura

dei fantasmi

cammino braccio

contro braccio

con la morte

come un’amica

la terra in cui

sei sepolta

ha coperto anche me

tu sei tornata bambina

giochi con la sabbia

in giardino

di notte danzi

con i conigli

intorno alla luna piena

*

sono siciliano

le parole che scrivo

sono bagnate

di salmastro

scivolano sulla pelle

delle pagine come pesci

conoscono

il canto delle sirene

gli incantesimi delle stelle

il mio cuore

è circondato dal mare

all’orizzonte vedo itaca

fuggita da un canto di omero

 

Testi di Emilio Paolo Taormina, tratti da “Poesie scritte all’aria aperta”, Giuliano Ladolfi Editore, 2023.

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Esercizio alla gioia. Breve nota di lettura di Christian Negri a “Smarginature” di Giorgia Esposito, Lietocolle, 2020.

19 lunedì Feb 2024

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura

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Christian Negri, Giorgia Esposito, Smarginature

 

Smarginature (LietoColle, 2020) non è un libro da leggere: è un libro da accettare. Nel mettere in scena un dissidio – il suo, quello di tutti – Giorgia Esposito trascrive un dilemma che non può essere dipanato, se non con ciò che potremmo chiamare una forma di fede, un patto poetico-pragmatico. Di fatto, al centro della materia del libro c’è l’io lirico con i suoi traumi, i suoi desideri, le sue amicizie, e quello che si predica è la sua esemplarità. Se gli accenni al concreto, per quanto nitidi, non fossero sfumati dalla tenuta sovramondana dell’insieme, potremmo parlare di un’opera di formazione, di una narrazione in versi in cui la poeta, schiudendosi al pubblico, se ne pone a sintesi e modello; ma questo non accade e il dibattersi ondisono di Esposito assume pagina dopo pagina il bruciore della mistica.
Perché quando nella poesia di apertura viene detto che «qualcuno sta cercando i suoi,/ il non ritorno, il bacio sulla fronte/ del padre» e due pagine dopo «l’acqua non purifica,/ non ripara, non è più ritorno vitale», si sta mettendo a paradigma sottotraccia una cosa sola: l’impossibilità. Quante volte in Smarginature i desideri vengono frustrati, come quando il desiderio di immensità di Marta viene ridotto a «una forma di schizofrenia,/ una distorsione della mente». Insomma, viene posto un netto confine alle velleità del soggetto, una linea che ricalca la massima delfica del μηδὲν ἄγαν, ‘nulla di troppo’, ed è ciò che anche Augusto Pivanti rileva nella sua breve nota al volume. Questi parla di una coabitazione tra la «riduzione dei margini» e «l’espandersi oltre i margini», ma non può essere ignorato che, quando i margini si serrano, l’io è infelice. Già nella prima lirica si parla di infelicità, e ancora questo accade in tutti quei momenti soggetti alle incursioni della memoria. Che si tratti di «foto di figli,/qualche santino» o di un ineluttabile «spettro di ereditarietà/ mal smaltito», la sostanza non cambia: il ricordo traccia margini, genera sofferenza, tanto che «il pensiero divora le teste/ e le risputa matte». È questo il primo termine del paradosso di Smarginature: lo statuto di astrattezza per eccellenza, il pensiero, si sostanzia in situazioni tanto reali da non poter esser evase. E qui si gioca tutto il rovesciamento del libro: la possibilità di smarginare, di esorbitare in una serenità totale viene raggiunta solo se ci si affida al concreto, ai «residui sensoriali» e in primis al corpo. Infatti, «la voce non copre la mano che trema» e poco più avanti smaccatamente si dice che «i corpi ci chiamano per resistere/ all’orrore», perché rispetto al pensiero, la carne non pone filtri o forme di mediazione, non può ingannare e ricorrendo a lei i problemi vengono affrontati di petto, non ruminati. Ma c’è di più: il corpo è un sistema chiuso, limitato, conoscibile e i suoi confini sono delineati con chiarezza, non così quelli della mente Perciò il rapporto tra i due appare veramente quello tra il cielo e «la feritoia da cui scocca la luce», come a ribadire ancora una volta la direzione perseguita dal libro: per non smarrirsi occorre procedere dal micro al macro, smarginare a partire dal comprovato caposaldo di quella fisicità che appare spesso come ben più di una pura manifestazione del proprio mondo interiore. Insomma, Esposito propone una disamina analitica del rapporto mente- corpo e delle sue conseguenze sulla tensione alla felicità, tanto che l’orizzonte dell’operazione, che ad un tempo schiude e riserra questo binomio inscindibile, pare essere quello di una filosofia morale. La difficoltà del processo viene superata sul piano formale attraverso il sistematico ricorso a sentenze e casi esemplari, in un sistema gnomico che parrebbe essere nelle intenzioni dell’autrice l’unica soluzione ad una «testa indecifrata». Eppure, la lucidità complessiva del libro costituisce il migliore antidoto, esorcizza la paura di restare irrisolta e ci consegna una possibilità di azione senza mezzi termini. Smarginature ci parla di questo, di una felicità immensa e sbrigliata, della quale si ammette una sola possibilità di movimento: la crescita. In antitesi – ma forse bisognerebbe dire in commistione – con la gioia, in ogni lirica vengono inserite tessere disforiche a costante monito del fatto che «restare al centro» è complicato e possibile solo desiderando «l’intero nella crepa» nella piena accettazione: del corpo, dei margini, della sofferenza. Prima di ribellarsi.

**

Christian Negri vive in provincia di Lecco e studia Lettere Antiche alla Statale di Milano.
Sue poesie e contributi critici si trovano sul web.

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Versi trasversali: Federica Bembo

12 lunedì Feb 2024

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Federica Bembo, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

FEDERICA BEMBO

Viaggio speculare

Dal finestrino la luna mi osserva
con le sue macchie,
mi invita a infilarci le dita.

La notte sussurra
nel suo cospirare di stelle.

Vorrei che fossimo
come quelle stelle in assemblea,
fari su un chiodo di buio.

Vorrei assaggiare questa notte
antica, nuova luce
sul mio giorno.

Una stella si è persa
e all’assemblea è presente
la sua assenza.

Forse il nuovo giorno ricorderà
questa notte, e la stella scomparsa
che voleva solo viaggiare.

9/11/2019

 

Dentro di me

Dentro di me
seleziono fiori
permetto omicidi
dischiudo imperfetta
nell’essenza dell’alba.

2/11/2021

 

Estensione amorosa

Sollevatemi,
gonfiatemi come una vela!
Corro a baciare gli arrivi,
resto a benedire le partenze.
Sono ovunque!

L’amore mi acceca.
Voglio vedere?
Ma cosa è la vista?
Se vedessi un ponte tra noi
lo saprei inutile
e debole.
Non sei irraggiungibile.
Sono già lì.

21/07/2020

 

Paesaggio d’amore

Il mio amore sale come l’alba
un tuorlo da gustare in silenzio

Mangio te e mangio il sole

Il mio sorriso si invola
gabbiano che si moltiplica

Ascolto gli enigmi del mare
e vedo il futuro:
scrivo con gli occhi socchiusi
e parlo di te, e ancora, di te.

20/8/2020

 

Abitudine

I sentimenti sono abitudine.
Ora ti amo. Poi passerà.

30/6/2021

 

Testi di Federica Bembo, tratti da Il mio gioco preferito, Edizioni Ensemble, 2023.

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Doris Bellomusto e Tiziana Tosi, “Ti abbraccio, Teheran”, Editorial Le pecore nere, 2023.

05 lunedì Feb 2024

Posted by Deborah Mega in ARTI, Il colore e le forme, POESIA

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Tag

Doris Bellomusto, Teheran, Ti abbraccio, Tiziana Tosi

 

Talvolta di sera

mescolo al mio tempo

il passato remoto delle donne

che mio padre e mia madre

hanno nascosto

in ogni mia cellula.

 

Alla doppia elica del mio DNA

si aggrappano gli amori e i disamori

la distratta gioia del sapermi viva,

la mancata volontà di mantenermi intera.

 

Io mi frantumo.

 

Somiglia al muto mormorio del mare

il battito spezzato del mio cuore sordo.

Serpeggia nel mio sangue

una preghiera.

 

 

Venerdì, svegliati Teheran!

Si chiamava Masha Amini, era giovane e bella, è stata arrestata tre giorni fa dalla polizia religiosa, indossava l’hijab in modo sbagliato, è morta oggi, 16 Settembre 2022, dopo tre giorni di coma. Io sto male, ho un nodo in gola e rabbia addosso, ho voglia di scendere in piazza e protestare, urlare, rischiare la mia vita in nome della VITA. Io mi chiamo Nika, ho 16 anni, a vivere sto imparando poco a poco; la vita si impara continuamente e non ci si può sottrarre alla lezione. È uno specchio sporco o uno specchio deformante, in ogni caso, io quando vedo la mia immagine riflessa mi vedo nuda, anche se non lo sono e non conosco pudore.

 

Sabato, un altro giorno di protesta

 

A occhi aperti vedo la mia città tentare di salvarsi,

un fiume di donne riempie le strade di Teheran

e sfida la sorte amara di un paese in ostaggio.

Il regime è forte e non perdona,

ma io non voglio arrendermi

 

Mercoledì, ancora

Oggi ho raccolto ogni più piccola briciola di bene, sono stata attenta alle voci di protesta, ho sorvolato sul male, quasi quasi ho volato sulle strade di Teheran e ogni angolo buio l’ho illuminato di speranza. A testa in giù ho lasciato che scivolassero via dai miei occhi tutte le cose che non voglio più vedere.

 

Sabato, un altro giorno di coraggio

Io non mi tiro indietro, oggi sono salita sul tetto di un’auto e mi sono tolta il velo per strada. Senza accorgermene sono diventata una leader, ma so che al regime le leader non piacciono. Potrebbe essere questa l’ultima pagina di diario e voglio credere che ogni parola saprà resistere alla violenza e sopravvivere alla mia stessa morte. Le parole hanno ali e possono raggiungere cuori attenti e vivi, donne giovani o in là negli anni, stanche di vivere così, questo non è vivere, questo è morire ogni giorno, rafforzando un sistema malvagio, io non ho paura di morire lottando per la libertà, ho paura di sopravvivere alle proteste e accorgermi che non è cambiato niente.

Ti abbraccio Teheran, se io muoio, tu continua a cantare: «Una parte del mio cuore mi dice di andare, andare…”

 

 

 

Testi tratti da Doris Bellomusto e illustrati da Tiziana Tosi, “Ti abbraccio, Teheran”, Editorial Le pecore nere, 2023.

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Federico Preziosi, “Messa a dimora”, Controluna-Lepisma floema, 2023.

29 lunedì Gen 2024

Posted by Deborah Mega in POESIA, Segnalazioni ed eventi

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Federico Preziosi, Messa a dimora

 

Promemoria

Prima che il letto, prima che la lama
prima che il taglio, che l’inciso del periodo,
prima che l’anfratto della carne e le parole,
prima che l’accapo sul primo rigo, prima
di trafugare le rovine e il verso spezzi,
cada prima, molto prima.

 

Incudine e martello

Nessuno ti dirà dell’intenzione
del vincolo assetato ormai reciso,
delle muffe su muffe soggiacendo
al sopire incantato il desiderio.
Nessuno parlerà di alcuna stretta
nelle alcove accorate al sentimento
che dal cappio all’esempio buono taccia
la propria malagrazia estrema e vera.
Incudine e martello non si parlano,
si scontrano soltanto per il ferro
fintanto incandescenza muore quando
il duttile metallo fuma l’acqua.
E tu sai che sei come quell’istante
irrimediabilmente ormai piegato.

 

Carne abrasa

La carne abrasa
ai labbri detterebbe cose assurde.

Non si ravvede scambio,
la poetica degli ormoni
sgocciola su tela e trama all’istante.

Non c’è altro al divenire, niente forma.
Là fuori solo dentro
le cose sono come sono.

 

Elusioni di una madre

Volermi nel fondo del ventre
da dire
non sei che una madre nel mentre
che pendono labbra al fiorire
di rose incarnite.

Non dire per ovvie ragioni
del fatto
che tarla la mente in stagioni
e l’apice è un urlo disfatto
di bocche ammansite.

Sei oppio e movenze raccolte
dall’etimo dove rivolgi
al sangue le vene disciolte
in solchi e parole mi avvolgi
per dire del tempo rubato,
rivivere l’attimo adunco
per ledere il senso spietato
del giunco.

 

Dove abiti

Abiti nell’assenza mal riposta
tra le ombre che leggere
si allungano al fasciame luminoso.
L’altezza solo un punto
una distanza
sulle viscere mute
che affidano al pensiero
un ritorno al calore dell’inverno.
Tu non dimenticare
non ho dimenticato mai un secondo
del nostro margine
che stringevamo in bocca.

 

Dipartita

Sei un tutt’uno con la carne
intonaco di sangue e affresco d’anima,
un sussurro intimo che danza
anestetizzando il tronco. Un bisturi
separa linfa e corpo in questo lascito
dello spirito che è un non sentire,
una lobotomia d’amore sulla dipartita.

 

Messa a dimora

Infine si asciuga la terra.
Seccato il nuovo solco dormiranno
nella messa a dimora le radici.
Fittoni o fascicoli, non importa:
altri mali si ricordano
in un lessico da cui liberarsi,
lo stretto necessario da un meno che parla.

 

Testi tratti da Federico Preziosi, Messa a dimora, Controluna-Lepisma floema, 2023.

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Paolo Maria Rocco: “En cada estaciòn del recorrido/A ogni stazione del cammino – Poemas Escogidos 1989/2021”(Spagna) e “Essendo inadeguata ogni parola” (Italia).

22 lunedì Gen 2024

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, Recensioni

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Tag

Paolo Maria Rocco

 

Parlare di Poesia induce a riflettere. È dovuto alla Poesia uno spazio esclusivo. Al cospetto della Poesia si é, volendo usare una immagine intrigante e vera, come di fronte a un quadro: lo osserviamo in silenzio, studiandone -leggendone- il linguaggio, il suo potere evocativo, e i segni, le forme, il significato, consapevoli del fatto che non ci troviamo, però, all’interno di un museo ma nel farsi vivo delle cose, nel loro farsi esperienza. La Poesia prima di scriverla ha bisogno di una lunga e profonda dedizione e disciplina affinché si possano comprendere innanzitutto le ragioni della sua esistenza. In questo senso l’esortazione di Louis F. Celine suona ancor oggi attualissima: “Nella scrittura lo stile è di fondamentale importanza, necessita di tanto lavoro,  ma nessuno oggi vuole faticare, le frasi devono essere scardinate ed è un lavoro durissimo… Bisogna che la cosa tenga sulla pagina. Per tenere su una pagina, serve uno sforzo grandissimo”. Ecco, lontano da certo mainstream che fa del linguaggio della poesia un’espressione troppo spesso verbosa e sciatta, piegata a una mal compresa “ragione del cuore”, le qualità della scrittura poetica di Paolo M. Rocco le rileviamo non solo nei contenuti delle sue liriche ma anche nell’acquisizione di uno stile personalissimo che funziona come la carta d’identità di una esperienza che traccia una strada originale e di sicuro interesse nella formulazione di un pensiero poetico nuovo e suggestivo che, oggi, si è affermato anche oltre i confini nazionali con la pubblicazione di “En cada estacion del recorrido/A ogni stazione del cammino – poemas escogito 1989/2021”, una significativa antologia di sue poesie pubblicata in Spagna, bilingue, da Nautilus Ediciones. E dunque, queste dedizione, disciplina, stile sono attributi che pienamente si addicono alle poesie di Paolo Maria Rocco giunto al suo quarto libro. Oggi rileviamo per queste ragioni una voce di indubbio valore che si distingue per l’universalizzazione del suo dettato, capace peraltro di esprimerlo nella perfetta solitudine che è dovuta alla Poesia, avulsa dalle lusinghe di appartenenze a ‘scuole di pensiero’, ‘tendenze’, gruppi, mode…: «Ora una poesia nuova induce ad ammettere che c’è un tempo ancora per la poesia dell’opposizione aperta e dichiarata al mondo. La lettura delle liriche di Paolo Maria Rocco mostra – ha scritto Al J. Moran – che nel mondo il pensiero poetante risorge come poesia della fine di un mondo (…)».

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Rupi Kaur, “Home body. Il mio corpo è la mia casa”, tre60, 2022.

15 lunedì Gen 2024

Posted by Deborah Mega in Poesie, Segnalazioni ed eventi

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Home body Il mio corpo è la mia casa, Rupi Kaur

 

RUPI KAUR: Home body. Il mio corpo è la mia casa

tre60, 2022

trad. di Alessandro Storti

 

Rupi Kaur è poetessa, artista e performer. A ventun anni, mentre frequenta l’università di Waterloo, in Canada, scrive, illustra e autopubblica la sua prima raccolta di poesie, milk and honey, che ben presto diventa un fenomeno internazionale. Viene tradotta in 42 Paesi e arriva al numero uno della classifica del New York Times, rimanendovi per cento settimane consecutive. Nel 2017 pubblica la sua seconda raccolta, the sun and her flowers, che riscuote nuovamente un clamoroso successo mondiale. I due libri hanno venduto complessivamente 8 milioni di copie.

*

il sesso è un modo per

trascendersi nell’altro

e separarsi

bellissima espressione terrena

ma per me

il sesso è stato fanciullezza

trascinata a morte

lui diceva

che avremmo giocato

poi chiudeva sempre la porta a chiave

il gioco lo sceglieva sempre lui

quando gli dicevo di smettere

diceva che me l’ero cercata

ma cosa ne sapevo io

degli orgasmi involontari

del consenso

e della scelta

a sette, otto, nove, dieci anni

 

 

la depressione è silenziosa

non la si sente mai arrivare

e tutt’a un tratto è

la voce più alta che si ha in testa

 

 

voglio vivere

è solo che ho paura

di non essere all’altezza

dell’idea che la gente ha di me

ho paura d’invecchiare

terrore di non scrivere mai più niente

degno di essere letto

di deludere quelli

che contano su di me

di non imparare mai a essere felice

di essere di nuovo al verde

e dopo la morte dei miei genitori

ritrovarmi alla fine da sola

 

 

voglio un corteo
voglio musica
voglio coriandoli
voglio la banda che suona
per quelli che sopravvivono in silenzio
voglio una standing ovation
per ogni persona che
si sveglia e va verso il sole
pur avendo in sé un’ombra
che la trascina indietro

 

 

ho un rapporto molto complesso

con il paese in cui sono nata

i nostri uomini sono stati

massacrati in quelle strade

le nostre donne sono state stuprate

mentre migliaia venivano torturati

e fatti sparire dalla polizia

lo stato indiano nega ciò che ha fatto

ma nessuna profusione di yoga e bollywood

può farci dimenticare il

genocidio sikh che ha orchestrato

 

-mai dimenticare il 1984

*

nei giorni dell’immobilità

sono state le donne

a venire a innaffiarmi i piedi

finché non ho avuto la forza

di reggermi

sono state le donne

nutrendomi

a resuscitarmi

 

-sorelle

 

 

Testi tratti da Rupi Kaur, Home body. Il mio corpo è la mia casa, tre60, 2022.

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Tre poesie di Lucio Zaniboni

08 lunedì Gen 2024

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie

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Lucio Zaniboni

La vita

La vita è un fiume
con sponde nel sogno,
allora a occhi aperti,
ecco le ore con giardini
ove fioriscono gli amori;
banalità in questa attesa,
petali scontati nella rosa…
Ormai anche la notte se ne è andata
con l’ultimo respiro dell’Orsa.
Rimangono letti sfatti e un fischio di treno
ad annunziare una partenza,
per dove non so,
visto che la terra si muove
e dovunque sei altrove.
Nondimeno ci attende la valle
dove la chioma del cipresso proietta ombra sulle ombre
e non esiste la parola tempo.

Dopo

Se come affermi in cielo si apriranno porte,
non amo rinnovare la mia sorte.
Di lunghi affanni già piene ho le tasche.
Lascino che il dopo,
quel dopo che sarà oltre le stelle,
non abbia voci, né batter di tamburi,
fischi e pianti ai treni in partenza.
Lascino soltanto sonnolenza,
come quando, brindando, ciondola il capo
e tutto hai già scordato.

In fondo

In questo verde mare d’erba
non ho nulla da perdere
se dovessi affondare.
Vedrei il sole sorgere
dalla finestra degli ailanti
e tramontare nei ciuffi di ginestra.
E poi avrei le voci della sera
nei bisbigli del prato.
In fondo morire
è rientrare nell’utero del mondo,
mentre gli amici sventolano fazzoletti
a un treno che non farà r i t o r n o.

Lucio Zaniboni

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“Natale in casa Cupiello” di Eduardo De Filippo

24 domenica Dic 2023

Posted by Deborah Mega in Teatro

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Eduardo De Filippo, Natale in casa Cupiello

 

Il primo capolavoro di Eduardo, Natale in casa Cupiello, viene portato in scena nel 1931 come semplice sketch, ma poi diviene un copione impegnativo, strutturato in tre atti. Nonostante il titolo evochi la celebrazione del Natale tradizionale in una famiglia napoletana, in realtà è un vero e proprio dramma familiare, che trae origine dalla decisione di Luca e della moglie Concetta di spingere la figlia Ninuccia a sposare malvolentieri il benestante Nicola, nella speranza di migliorare le condizioni economiche della famiglia. La forzatura dei due coniugi finisce per ritorcersi contro la stabilità della famiglia: Ninuccia si innamora di Vittorio, un amico del fratello Tommasino e intraprende una relazione che sconvolge l’armonia familiare. Nel Natale di Eduardo tutto ruota attorno ad un pranzo natalizio che viene scosso da un dramma della gelosia. Sullo sfondo, il ritratto tragicomico del protagonista, Luca Cupiello, figura ingenua di un anziano immerso nelle sue fantasie e nel suo amore per il presepe, cui si dedica con passione, apparentemente incurante delle tragiche vicende familiari che gli ruotano attorno. Aspetti autobiografici sono rilevabili nella commedia, i nomi dei protagonisti, Luca e Concetta, sono i medesimi, infatti, dei nonni di Eduardo. La scena che riportiamo è quella che apre la commedia. Assistiamo al risveglio di Luca, Concetta e del figlio Tommasino, detto Ninnillo, un ragazzo in perenne contrasto con il padre per la vocazione del ladruncolo ma viziato e coccolato dalla madre. È la mattina del 23 dicembre: Luca vuole preparare il presepe ma lo spettatore coglie immediatamente l’atmosfera tutt’altro che serena che regna in casa e il fatto che i preparativi per l’avvento risultano tardivi, simbolo dell’inadeguatezza di Luca, uomo fuori dal tempo. Luca commenta amareggiato come la notte sia passata in fretta, al risveglio, infatti, affiora una realtà difficile: c’è freddo, povertà, il caffè non è di buona qualità, le pantofole di Concetta sono realizzate con un vecchio paio di scarpe del marito. La comicità è amara e rassegnata, l’istituto del matrimonio ormai usurato e compromesso, il figlio dimostra tutta la sua indolenza nel non volersi alzare. Al povero Luca non resta che attaccarsi disperatamente al presepe, metafora di una serenità ormai scomparsa e unico rifugio nel quale può ancora far valere la propria autorità. Alla fine della commedia, mentre tutto intorno a lui precipita, a partire dall’unità familiare ormai disgregata, moribondo per un ictus che l’ha colpito quando ha scoperto l’adulterio della figlia, Luca potrà almeno rallegrarsi con un’estrema consolazione. Il figlio Tommasino, infatti, gli dirà di apprezzare anche lui il presepe: il modo più efficace per recuperare un rapporto fino a quel momento inesistente e riconoscere la presenza di un legame autentico con la figura del padre.

Deborah Mega

*

 

In casa Cupiello. Un letto matrimoniale e un altro più piccolo, per un solo posto. Comune in fondo a destra. Balcone a sinistra. Su di un tavolo, davanti al balcone, vi sarà un Presepe in fabbricazione, e tutto l’occorrente necessario per realizzarlo: cartapesta, pennelli, sugheri e un recipiente di latta con la colla Cervione. Tra il balcone e il lettino a un posto vi sarà un piccolo paravento con davanti un treppiede di ferro con bacinella, ed un secchio smaltato bianco; sul paravento è appoggiato un asciugamani. A ridosso della parete di destra un comò con sopra santi e immagini religiose d’ogni specie con davanti candele e lumini spenti. Sono le nove del mattino del 23 dicembre. Luca dorme nel letto matrimoniale; il posto della moglie Concetta è in disordine come se la donna l’avesse lasciato da poco. Nel lettino piccolo dorme Tommasino (detto Nennillo).

 

Concetta

(entra dalla destra con passo cauto; indossa una sottana di cotone bianco e ha sulle spalle uno scialletto di lana; ai piedi un paio di pantofole realizzate con un vecchio paio di scarpe del marito. Reca in mano una fumante tazza di caffè, e nell’altra una brocca d’acqua. Mezza assonnata si avvicina al comò, posa la tazza, poi va a mettere la brocca accanto al lavabo; va al balcone ed apre le imposte; torna al comò, prende la tazza e l’appoggia sul comodino. Con tono di voce monotono, abitudinario cerca di svegliare il marito) Lucarie’, Lucarie’ …… scètate songh’e nnove! (dopo una piccola pausa torna alla carica) Lucarie’, Lucarie’ …… scètate songh’e nnove!. (Luca grugnisce e si rigira su se stesso, riprendendo sonno. La moglie insiste) Lucarie’, Lucarie’ …… scètate songh’e nnove!.

Luca (svegliandosi di soprassalto) Ah! (farfuglia) songh’e nnove …..

Concetta

Pigliate ‘o ccafè. (Luca, pigro e insonnolito, fa un gesto come per prendere la tazza del caffè, ma il sonno lo vince di nuovo. Imperterrita, Concetta riprende il lamentoso ritornello, con tono un po’ più forte mentre comincia a vestirsi davanti al comò) Lucarie’, Lucarie’ …… scètate songh’e nnove!.

Luca

(si siede in mezzo al letto e si toglie svolgendoli dalla testa, uno alla volta, due scialletti di lana e una sciarpa; poi guarda di sbiego la moglie) Ah, songh’e nnove? Già si sono fatte le nove! La sera sei privo di andare a letto che subito si fanno le nove del giorno appresso. Concè, fa freddo fuori?
Concetta Hai voglia! Si gela.
Luca Io me  ne so’ accorto, stanotte, con la casa fredda, non potevo pigliare calimma. Due maglie di lana, sciarpa, scialle …… I pedalini ‘e lana…. Te ricuorde, Cunce’, i pedalini ‘e lana  che compraste tu, ca diciste: “sono di lana pura, aggi’ avuto n’occasione, te ricuorde, Cunce’? (Concetta continua a vestirsi senza raccogliere l’insinuazione del marito. Luca prende gli occhiali dal comodino e si mette a pulirli meticolosamente) Cunce’, Te ricuorde? Cunce’ …..? (la donna non risponde) Cunce’, te ne sei andata?
Conceta (infastidita) Sto ccà, Lucarie’, sto ccà.
Luca ‘E pedalini ca cumpraste tu, che dicesti: “sono di lana pura”,  qua lana pura …. Conce’, quella non è lana, t’hanno ‘mbrugliata. E’ tutta na mistificazione. Tengo i piedi gelati. E poi, la lana pura quando si lava si restringe ……. Questi più si lavano più si  allargano, si allungano …… so’ addiventate ddoje barche, tutta la notte a correr a press e pedalin rint  o’ liett. ‘O ccafè, Cunce’
Concetta

Sta n’copp a culunetta.

Luca Ah, già (prende la tazza, dopo avere inforcato gli occhiali. Sbadiglia) Conce’ fa freddo fuori? 
Concetta Si, Lucarie’, te l’ho detto fa freddo. (spazientita) Fa freddo e basta. (ma che freddo fa)
Luca Eh ….. Questo Natale si è presentato come comanda Iddio. Co’ tutti i sentimenti si è presentato, d’altronde lo deve fare è il mese suo. (beve un sorso di caffè e subito lo sputa) Mamma do carmine, Concè ti sei immortalata, che bella schifezza che hai fatto, Conce’!
Concetta (risentita) E già, mo le facèvemo ‘a cioccolata! (alludendo al caffè) E’ nu poco lasco ma è tutto cafè.
Luca Ma perché vuoi dare la colpa al caffè, che in questa tazza non c’è mai stato?
Concetta (mentre cerca in un cassetto qualcosa di personale delle forcine un pettine un rocchetto di filo bianco) ah! Lucarie, ti sei svegliato spiritoso? Beato te.
Luca Tu sei permalosa, sei diventata permalosa, Non ti piglià collera, Conce’. Tu sei una donna di casa e sai fare tante cose, come si deve. Pasta e faggioli, ‘a frittata c’ ’a cipolla, sei maestra, sei la reginetta della frittata c’a’ cipolla, come la fai tu non la sa fare nessuno. Ma ‘o ccafè non è cosa per te.
Concetta (arrabbiata) E nun t’ ‘o piglià ….. Tu a chi vuoi affligere.
Luca Non lo sai fare e non lo vuoi fare, perché vuoi risparmiare. Col caffè non si risparmia. E’ pure la qualità scadente: questa fete ‘e scarrafone. (posa la tazza sul comodino) Concetta fa freddo fuori?
Concetta (irritatissima) Si, Lucarie’, fa freddo il freddo non l’ho creato io, ma il Padreterno perciò ti devi rassegnare, fa freddo! Fa freddo, fa freddo ahhhhhhhhh!!!!!
Luca Cunce’, ma che t’avesse data ‘na mazzata ‘ncapa? Ho solo chiesto: fa freddo fuori, come sei diventata aspra
Concetta Me l’he addimandata già tre volte !!
Luca Questo Natale si è presentato ……….
Concetta ……. Come comanda Iddio. Questo pure l’avete detto.
Luca E questo pure l’abbiamo detto ….. ( sbadiglia, si guarda intorno come per cercare qualcosa che lo interessi, non sa nemmeno lui precisamente cosa. Poi realizza a un tratto e come temendo una risposta spiacevole chiede allarmato) ‘O Presepio … Addò stà ‘o Presepio?
Concetta (esasperata) là, là, nessuno te lo tocca.
Luca (ammirando il suo lavoro) Quest’anno faccio il più bel Presepio di tutti gli altri anni. Pastorella, o’ terzo piano, mi ha incontrato per le scale e mi ha detto che lo fa pure lui il Presepio. Mi ha detto: “ facciamo la gara ”. Sta fresco …… Lo voglio far rimanere a bocca aperta. Ho fatto pure i disegni, i progetti. (alla moglie) Conce’ ‘a colla l’hai squagliata?
Concetta (sgarbata) Lucarie’, io adesso mi sono alzata. Se mi date il permesso di vestirmi per andare a fare la spesa, bene, e se no ci sediamo e ci mettiamo agli ordini del Sig. Luca Cupiello (siede e incrocia le braccia) che comandate.
Luca (aggressivo) non l’hai squagliata ancora?
Concetta No.
Luca E io aieressera che te dicette? “ domani mattina, appena ti svegli, prima di fare il caffè, squaglia la colla perché se no non posso lavorare e il Presepio non è pronto per domani”.
Concetta (si alza di scatto prende il barattolo della colla e si avvia per la sinistra) ecco pronto, andiamo a scarfare a’ colla, così stamattina mangiamo, colla! Quando viene Natale è un castigo di Dio! (esce e si sente la sua voce che si allontana) colla, pastori …. puzza e pittura!
Luca (gridando come per sopraffare gli apprezzamenti della moglie) sei vecchia, ti sei fatta vecchia! (finalmente decide di alzarsi; scende dal letto si avvicina alle sacre immagini sul comò, e facendo un piccolo inchino e sollevando lo sguardo mistico verso i santi, si fa il segno della croce; si avvicina alla sedia ai piedi del letto, prende i pantaloni lisi e se li infila non senza difficoltà; poi torna verso il comodino, si mette in testa il berretto appeso alla testata del letto, tenta di bere il caffè, ma il cattivo sapore lo costringe a sputare il sorso; ancora tremante per il freddo, si rimbocca le maniche della camicia sbadiglia e si avvia verso il lavabo; intona la stessa litania con cui Concetta ha svegliato lui, per svegliare il figlio Tommasino) Tummasi’, Tummasi scètate songh’e nnove (Tommasino non risponde) Io lo so che stai svegliato, è inutile che fai finta di dormire (riempie la bacinella di acqua, si insapona le mani e di tanto in tanto si rivolge ancora a Tommasino) Tummasi scètate songh’e nnove. E’ questo che vuoi fare! Vedete se è possibile: nu cetrulo luongo luongo che dorme fino a chest’ora! Io, alla tua età, alle sette e mezza saltavo dal letto come un grillo per accompagnare mio padre che andava a lavorare. Lo accompagnavo fino alla porta, ci baciavo la mano ….. perché allora c’era il rispetto per il genitore, si baciava la mano, chiudevo la porta e poi me ne tornavo e mi coricavo un’altra volta. (ora si insapona la faccia e si lava il viso abbondantemente. Non trova l’asciugamani e fa sforzi incredibili perché i rivoli d’acqua non gli corrano    per la schiena. Finalmente trova l’asciugamani e si asciuga il volto. Si rivolge al figlio con più autorità) Hai capito, svegliati? (visto che Tommasino non gli risponde, abbozza, per quieto vivere) E’ meglio ca nun te dongo retta, se no ci facciamo la croce a prima mattina.
Tommasino (raggomitolato e sprofondato sotto le coperte reclama) ‘A zuppa ‘e latte!
Luca E’ questa la sola cosa che pensi: “ ‘a zuppa ‘e latte, ‘a cena, ‘a culazione, ‘o pranzo” …. Alzati, ‘a zuppa e latte te la vai a prendere in cucina perché non tieni i servitori.
Tommasini Se non me la portate dentro al letto non mi sòso.
Luca No, tu ti sòsi, se non ti faccio andare a coricare all’ospedale.
Concetta (tornando con il barattolo di colla fumante) ‘A colla … (raggiunge il tavolo dov’è il Presepe per collocarvi sopra il barattolo della colla) Io nun capisco che ‘o faie a ffa, stu Presebbio. Na casa con nguaiata, denare ca se ne vanno… E almeno venesse bbuono!
Tommasino (con aria volutamente distratta) Non viene neanche bene.
Luca E già, come se fosse la prima volta che lo faccio! Io sono stato il padre dei Presepi ….. venivano da me a chiedere consigli ….. mo viene lui e dice che non viene bene.
Tommasino (testardo) A me non mi piace
Luca Questo lo dici perché vuoi fare il giovane moderno che non ci piace il Presepio…. Il superuomo. Il presepio che è una cosa commovente, che piace a tutti quanti…..
Tommasino (testardo) A me non mi piace. Ma guardate un poco, mi deve piacere per forza?
Luca (per ritorsione, scuote violentemente la spalliera del letto, intimando al figlio) Sùsete! Hai capito sùsete?
Tommasino (dispettoso) ‘a zuppa e latte!
Concetta (indifferente all’atteggiamento del marito, si rivolge dolcemente al figlio) Alzati, bello di mammà, alzati!
Luca (a Concetta) Embè, si le puorte ‘a zuppa ‘e latte dint’ ‘o lietto ve mengo ‘a coppa abbascio a tutte e due! (alludendo alla cattiva educazione che Concetta dà a Tommasino) Lo stai crescendo per la galera!
Concetta (conciliante) quello mo si alza! (e con gesti mimici, curando di non farsi scorgere da Luca, invoglia Tommasino ad alzrsi; il dialogo muto tra Concetta e Nennillo viene sorpreso e interrotto da Luca)
Luca E’ incominciato il telegrafo senza fili.
Tommasino (spudorato insiste) ‘a zuppa ‘e latte
Luca (irritato) embè, mo te mengo a’ colla nfaccia.
Concetta Alzati, bello ‘e mammà. Ti lavi tanto bello, e mammà intanto ti prepara nu bello zuppone.
Luca Niente affatto. ‘O zuppone s’ ‘o va a piglià in cucina. (a Tommasino) che l’hai presa per una serva, a tua madre? Eh? Tua madre non serve! (ha indossato il gilè, la giacca e una sciarpa di lana al collo e ora inizia il suo lavoro al presepe, incollando sugheri inchiodando pezzi di legno. Dopo una piccola pausa chiede a sua moglie) Pasqualino si è alzato?
Concetta Sì, sì, si è alzato quello scocciante di tuo fratello! Cu’ nu raffreddore che ha tenuto, è stato capace di stare una settimana a letto.
Tommasino (allarmato intimamente, chiede a conferma) s’è alzato? E sapete se esce?
Concetta Sì. Ha detto che si vuole fare una passeggiata, perché dopo la febbre che ha avuto vò piglià nu poco d’aria ‘e matina e poi si ritira.
Tommasino E sapete se si veste?
Luca Giesù, e che esce nudo?
Tommasino No, dico…… sapete se si vuole mettere il cappotto?
Luca E si capisce, ‘o mese ‘e dicembre esce senza cappotto?
Concetta (sospettosa per quelle strane domande) ma pecchè? Che d’è?
Tommasino (eludendo) No, nente. Io decesse che è meglio che non esce. Può essere che piglia la ricaduta.
Pasquale (Dall’interno, batte dei colpettini alla porta di fondo e chiede discreto) Lucariè, è permesso?
Luca Vieni, Pasquali’ entra.
Pasquale (apre la porta e entra. E’ vestito di tutto punto, gli mancano solo le scarpe; è in pantofole. Tommasino si sprofonda sotto le coperte) Buongiorno, donna Concetta.
Concetta Buongiorno.
Luca (si avvicina al fratello e gli chiede con interesse) Come ti senti?
Pasquale Meglio, meglio ….. un poco debole.
Luca (tastandogli il polso) Me credevo proprio ca te passave Natale dint’ ‘o lietto. Il polso è buono.
Pasquale La lingua, guardami la lingua. (tira fuori la lingua e la mostra)
Luca (dopo averla guardata attentamente) E’ pulita, è pulita. Mo devi stare a sentire tuo fratello: mangia forte, carne al sangue e vino rosso; e fatti delle passeggiate ‘a parte ‘o mare. Così si fa pure una pulizia nella stanza. E’ stata sette giorni chiusa….. (alla moglie) Hai capito, Conce’: una bella pulizia!
Concetta Sì, si
Pasquale Infatti voglio uscire. Arrivo fino al Banco Lotto e torno. (con sospetto intimo mal celato) donna Conce’, non ho potuto trovare le scarpe mie
Concetta E ‘e vulite ‘a me?
Pasquale (paziente) non le voglio da voi, ma io sono stato a letto sette giorni con la febbre ….. Ho domandato se le avete viste.
Luca Ma tu quando ti coricasti dove le mettesti?
Pasquale Addò l’aveva mettere, Lucarie’? Sotto il letto.
Concetta E vedete bene che là stanno.
Pasquale Non c’è niente, donna Conce’: le scarpe sono sparite. (indicando il letto di tommasino) domandate a Nennillo..… 
Tommasino (siede di scatto in mezzo al letto e affronta tutti con audacia spudorata, come per prevenire l’accusa di suo zio, che egli sa di meritare) nun accumminciammo! Io non ero il tipo che mi vendevo le scarpe sue!
Luca (che conosce il modo di difendersi di suo figlio quando è in colpa, annunzia convinto) S’ha vennuto ‘e scarpe.
Pasquale (avvilito) Tu che dice? E io come faccio?
Concetta (che vuole scagionare il figlio) ma nossignora!
Luca (convinto) E’ ladro, è ladro matricolato
Tommasino Io nun m’aggio vennuto niente!
Luca Non dire bugie!
Pasquale Confessa.
Luca Confessa.
Tommasino (dispettoso) nun me piace ‘o Presepe!
Luca Oh vi chillo parl a vanvera
Tommasino

Mo vedimmo! Dint’a sta casa, ogne cosa ca succede è colpa mia

Testo  tratto dal I Atto

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Vivere per il teatro: Eduardo De Filippo

18 lunedì Dic 2023

Posted by Deborah Mega in Teatro

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Eduardo De Filippo

Eduardo, Titina e Peppino De Filippo, in uno scatto del 1925.

 

Nel Novecento il napoletano Eduardo De Filippo compie un’azione di riforma della tradizione teatrale simile a quella realizzata due secoli prima da Carlo Goldoni. Come nel Settecento l’autore veneziano aveva rinnovato la Commedia dell’Arte ormai ripetitiva trasformando le maschere e approfondendo la psicologia dei personaggi, allo stesso modo De Filippo rivoluziona il repertorio della commedia napoletana di fine Ottocento. Mentre Goldoni si dedicava esclusivamente alla scrittura dei copioni, Eduardo è autore e interprete, dotato di ottime capacità di scrittura, talento nell’interpretazione, conoscenza della regia e dell’organizzazione delle scene.

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“Il viaggio e la speranza” di Alfredo Alessio Conti, Carello Editore, 2023. Una lettura di Rita Bompadre.

11 lunedì Dic 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Note critiche e note di lettura

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Alfredo Alessio Conti, Rita Bompadre

 

“Il viaggio e la speranza” di Alfredo Alessio Conti (Carello Editore, 2023 pp. 46 € 12.00) è una conferma poetica all’orizzonte di un itinerario dentro la parola divina e umana, il varco di un confine sacro in cui il cammino esitante dell’uomo è la prima, necessaria missione della coscienza interiore per intraprendere la migliore esperienza della vita. Il percorso di Alfredo Alessio Conti circonda il tracciato fragile e sofferto del tempo presente, alimenta la traccia esplicativa di una liturgia emotiva, scandisce il movimento interpretativo dell’esistenza, la linearità geometrica di ogni profondo ed essenziale verso, segue la complessità incessante del fondamento della conoscenza.

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“De la beata Vergine Maria” di Jacopone da Todi

08 venerdì Dic 2023

Posted by Deborah Mega in ARTI, LETTERATURA

≈ 1 Commento

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Jacopone da Todi

Giambattista Tiepolo, Immacolata Concezione, 1768, Madrid, Museo del Prado

L’8 dicembre si celebra il dogma dell’Immacolata Concezione, festa cattolica proclamata da papa Pio IX nel 1854. In quella occasione il pontefice sancì l’assoluta purezza di Maria Vergine, preservata dal peccato originale fin dal suo concepimento. Quella che segue è la lauda a lei dedicata da Jacopone da Todi.

*

O Vergine piú che femina — santa Maria beata.
Piú che femina, dico; — onom nasce nemico;
per la Scrittura splico, — nant’èi santa che nata.
Stando en ventre chiusa, — puoi l’alma ce fo enfusa,
potenza virtuusa — sí t’ha santificata.
La divina onzione — sí te santificòne,
d’omne contagione — remaneste illibata.
L’original peccato — ch’Adam ha semenato,
omn’om con quello è nato: — tu se’ da quel mondata.
Nullo peccato mortale — en tuo voler non sale,
e da lo veniale — tu sola emmaculata.
Secondo questa rima — tu se’ la vergen prima,
sopre l’altre soblima; — tu l’hai emprima votata
la tua vergenetate — sopr’omne umanetate
ch’en tanta puritate — mai fosse conservata.
L’umilità profonda — che nel tuo cor abonda,
lo cielo se sprofonda — d’esserne salutata.
Virgineo proposito — en sacramento ascondito,
marito piglia incognito — che non fosse enfamata.
L’alto messo onorato — da ciel te fo mandato;
lo cor fu paventato — de la sua annunziata:
— Conceperai tu figlio, — serà senza simiglio,
se tu assenti al consiglio — de questa mia ambasciata. —
O Vergen, non tardare — al suo detto assentare;
la gente sta chiamare — che per te sia aiutata.
Aiutane, Madonna, — ca ’l mondo se sperfonna
se tarde la responna — che non sia avivacciata.
Puoi che consentisti, — lo figliol concepisti.
Cristo amoroso desti — a la gente dannata.
Lo mondo n’è stupito — conceper per audito,
lo corpo star polito — a non essere toccata.
Sopr’omne uso e ragione — aver concezione,
senza corruzione — femena gravedata.
Sopre ragione ed arte — senza sementa latte,
tu sola n’hai le carte — e sènne fecundata.
O pregna senza semina, — non fu mai fatt’en femina,
tu sola sine crimina, — null’altra n’è trovata.
Lo verbo creans omnia — vestito è ’n te Virginia,
non lassando sua solia, — divinitá encarnata.
Maria porta Dio omo, — ciascun serva ’l suo como;
portando sí gran somo — e non essere gravata.
O parto enaudito, — lo figliol partorito
entro del ventre uscito — de matre segellata!
A non romper sogello — nato lo figliol bello,
lassando lo suo castello — con la porta serrata!
Non siría convegnenza — la divina potenza
facesse violenza — en sua cas’albergata.
O Maria, co facivi — quando tu lo vidivi?
or co non te morivi — de l’amore afocata?
Co non te consumavi — quando tu lo guardavi,
che Dio ce contemplavi — en quella carne velata?
Quand’esso te sugea, — l’amor co te facea,
la smesuranza sea — esser da te lattata?
Quand’esso te chiamava — e mate te vocava,
co non te consumava — mate di Dio vocata?
O Madonna, quigli atti — che tu avev’en quigl fatti,
quigl’enfocati tratti — la lengua m’han mozzata.
Quando ’l pensier me struge, — co fai quando te suge?
lo lacremar non fuge — d’amor che t’ha legata.
O cor salamandrato — de viver sí enfocato,
co non t’ha consumato — la piena enamorata?
Lo don della fortezza — t’ha data stabilezza
portar tanta dolcezza — ne l’anema enfocata!
L’umilitate sua — embastardío la tua,
ch’ogn’altra me par frua — se non la sua sguardata.
Che tu salist’en gloria, — esso sces’en miseria;
or quigna convenería — ha enseme sta vergata?
La sua umilitate — prender umanitate,
par superbietate — on’altra ch’è pensata.
Accurrite, accurrite, — gente; co non venite?
vita eterna vedite — con la fascia legata.
Venitel a pigliare, — che non ne può mucciare,
che deggi arcomperare — la gente desperata.

Jacopone da Todi. Le Laude. A cura di Giovanni Ferri. Bari, Laterza, 1915.

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Versi trasversali: Andrea Ravazzini

04 lunedì Dic 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Andrea Ravazzini, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921) 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ANDREA RAVAZZINI

 

Intermittenze

 

Attesa a lampi,

le ossa si curvano,

un bagliore intermittente su strada,

gelo d’asfalto,

un tempo obliquo,

bruciato,

senza commiato,

senza che la stasi muti le sue sembianze,

s’alzi da terra,

declini la rotta,

non avvolga

e lasci correre le sue tracce.

 

01 febbraio 1997

*

Sfocature

 

Niente d’assorto qui giace,

incombente,

con chiaro sguardo

al sentiero

irto

dell’anima torbida,

in cui cullarsi

nello scivolar delle foglie

e nel morir del candore dei fiocchi.

 

14 marzo 1997

*

Spavento

 

Presenza gelata

che domina e tacita il fiume,

e niente spiega,

con gli artigli alla gola,

urlante.

 

13 gennaio 1998

*

Giorno d’autunno

 

Secco orto d’anima

che si squaglia ad

ogni passaggio,

ma è ciò in cui sono gettato.

Remo assorto

nell’udir lo smuoversi

di frammenti di stati

che sono

il dipinger mio di vita

e d’assenza,

il mio respiro.

 

05 novembre 2000

*

Resurrezione

 

Null’altro

che s’acquieti

desiderio tremante,

come ticchetta

questa sveglia notturna

ch’arde d’alba vivifica.

 

11 ottobre 2002

*

Incanalature

 

Piegatura

la sorte

in cui si è gettati,

come

scrutando

dal letto d’ospedale

il soffitto

silente,

scuro.

 

06 aprile 2003

*

Altrove

 

Una parentesi

di senso,

rintanata

in quell’angolo

laggiù,

d’improvviso

si scuote

e guizza,

indi

s’innalza

verso l’altrove.

 

Sarà maestra.

 

11 aprile 2020

 

Testi di Andrea Ravazzini, tratti da Naufragi di paesaggi interni / Frammenti, Edizioni Gruppo SIGEM, 2023.

 

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Teodora Mastrototaro, “Zoologia abitativa”, Arcipelago Itaca, 2023.

27 lunedì Nov 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Segnalazioni ed eventi

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Teodora Mastrototaro, Zoologia abitativa

 

Vendesi ampio appartamento ristrutturato.

Porta blindata, allarme, parquet, soffitti in legno,

riscaldamento autonomo, aria condizionata.

Animali nel prezzo.

Le spese del loro mantenimento sono incluse

nelle spese condominiali.

*

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“Il gatto nero” di Edgar Allan Poe

20 lunedì Nov 2023

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Racconti

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Edgar Allan Poe, Il gatto nero, racconto gotico

 

Il Gatto Nero (The Black Cat) è un racconto breve scritto da Edgar Allan Poe nel 1843 e pubblicato nei Racconti dell’incubo e del Terrore. La storia è raccontata in prima persona da un omicida condannato a morte che, pur sapendo di non essere creduto, vuole rivelare quanto gli è successo, per spiegare cosa l’ha portato alla condanna. Afferma di essere stato un uomo perbene e di aver sempre amato gli animali; tale passione era condivisa anche da sua moglie, che non perdeva occasione di procurarsene. Tra i vari animali i coniugi avevano un gatto nero di nome Plutone, che il narratore amava particolarmente, e che la moglie, per scherzo e superstizione, definiva una strega tramutata in gatto. A un certo punto l’uomo divenne dipendente dall’alcool e deturpato dagli eccessi tanto da fare violenza a sua moglie e maltrattare gli animali, mantenendo però un certo riguardo per il gatto. Una sera, tornato a casa ubriaco, l’uomo notò che Plutone lo evitava, così lo afferrò e l’animale lo morse provocandogli una follia omicida che lo spinse a cavargli un occhio con un temperino.

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Maria Benedetta Cerro, “Prove per atto unico”, Macabor, 2023.

13 lunedì Nov 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Segnalazioni ed eventi

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Maria Benedetta Cerro, Prove per atto unico

 

Il nero totale è nel fissare

una luce alla sorgente.

Poiché ti amo vita / più dei miei occhi

ora sono cieca / e null’altro vedo

che il retro delle cose.

Un vetro accecato dalla brina la guida allo sbando

i cari vivi e i cari morti che si affidano a me

figlia di tutte le tempeste.

 

*

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Gino Scartaghiande, “Sonetti d’amore per King-Kong”, Graphe.it Edizioni, 2023.

06 lunedì Nov 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Sonetti d'amore per King-Kong

 

È immobile

 

La polvere si è accumulata.

Una mano sottomessa all’osso

e alle intemperie. Non farmi

male se vieni ad amarmi

stanotte.

Quello sfumare di colori

nel rettangolo di cielo

alla finestra. Il rosso

vicino quanto la stella.

Ma se davvero, come dici,

il pesco fiorisce nei

tuoi inverni, allora

penetrami più forte che puoi.

La notte d’antenne.

*

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“Il male” di Arthur Rimbaud

01 mercoledì Nov 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, POESIA

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Mentre gli sputi rossi della mitraglia
fischiano tutto il giorno nell’azzurro infinito;
mentre rossi o verdi, accanto al Re che li irride,
cadono i battaglioni compatti sotto il fuoco;

mentre una follia orrenda maciulla ed accatasta
centomila uomini in un fumante cumulo;
-Poveri morti! D’estate, in mezzo all’erba, nella gioia
della Natura che santi li aveva generati!…-

C’è un Dio che ride fra i damascati drappi
dell’altare, fra gli incensi ed i gran calici d’oro;
un Dio che s’assopisce cullato dagli osanna,

e si risveglia, quando le madri unite
nell’angoscia, piangendo sotto la cuffia nera,
gli offrono una moneta chiusa nel fazzoletto!

ARTHUR RIMBAUD, Poesie, 1870, trad. di Laura Mazza

Le mal

Tandis que les crachats rouges de la mitraille
Sifflent tout le jour par l’infini du ciel bleu;
Qu’écarlates ou verts, près du Roi qui les raille,
Croulent les bataillons en masse dans le feu;

Tandis qu’une folie épouvantable, broie
Et fait de cent milliers d’hommes un tas fumant;
– Pauvres morts ! dans l’été, dans l’herbe, dans ta joie,
Nature ! ô toi qui fis ces hommes saintement!…

– Il est un Dieu, qui rit aux nappes damassées
Des autels, à l’encens, aux grands calices d’or;
Qui dans le bercement des hosannah s’endort,

Et se réveille, quand des mères, ramassées
Dans l’angoisse, et pleurant sous leur vieux bonnet noir,
Lui donnent un gros sou lié dans leur mouchoir.

ARTHUR RIMBAUD, Poésies, 1870

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