La prima strofa del poemetto di Thomas Stearn Eliot “Mercoledì delle ceneri letto dalla nostra Antonella Pizzo
Perch’i’ non spero più di ritornare Perch’i’ non spero Perch’i’ non spero più di ritornare Desiderando di questo il talento e dell’altro lo scopo Non posso più sforzarmi di raggiungere Simili cose (perché l’aquila antica Dovrebbe spalancare le sue ali?) Perché dovrei rimpiangere La svanita potenza del regno consueto?
Poi che non spero più di conoscere La gloria incerta dell’ora positiva Poi che non penso più Poi che ormai so di non poter conoscere L’unica vera potenza transitoria Poi che non posso bere Là dove gli alberi fioriscono e le sorgenti sgorgano, perché non c’è più nulla
Poi che ora so che il tempo è sempre il tempo E che lo spazio è sempre ed è soltanto spazio E che ciò che è reale lo è solo per un tempo E per un solo spazio Godo che quelle cose siano come sono E rinuncio a quel viso benedetto E rinuncio alla voce Poi che non posso sperare di tornare ancora Di conseguenza godo, dovendo costruire qualche cosa Di cui allietarmi
E prego Dio che abbia pietà di noi E prego di poter dimenticare Queste cose che troppo Discuto con me stesso e troppo spiego Poi che non spero più di ritornare Queste parole possano rispondere Di ciò che è fatto e non si farà più Verso di noi il giudizio non sia troppo severo
E poi che queste ali più non sono ali Atte a volare ma soltanto piume Che battono nell’aria L’aria che ora è limitata e secca Più limitata e secca della volontà Insegnaci a aver cura e a non curare Insegnaci a starcene quieti.
Prega per noi peccatori ora e nell’ora della nostra morte Prega per noi ora e nell’ora della nostra morte.
Limina mundi si unisce al dolore espresso dal mondo poetico e a quello dei familiari del giovane e talentuoso poeta Lorenzo Patàro, scomparso improvvisamente ieri, all’età di appena 27 anni.
Lo sgomento supera ogni altra considerazione, al punto che mancano le parole. In simili circostanze esse manifestano tutta la loro insufficienza.
Ricordiamo le partecipazioni del caro Lorenzo su questo spazio web ai seguenti link.
Salvatore Quasimo nel “Prisma lirico” di oggi con Leo Putz e Jan Mankes
Desiderio delle tue mani chiare nella penombra della fiamma: sapevano di rovere e di rose; di morte. Antico inverno.
Cercavano il miglio gli uccelli ed erano subito di neve; così le parole. Un po’ di sole, una raggera d’angelo, e poi la nebbia; e gli alberi, e noi fatti d’aria al mattino.
Jan Mankes
Poesia di Salvatore Quasimodo da “Acque e terra”, Solaria 1930
Col titolo “Nel verso giusto”, sottotitolo “Sguardi di resistenza di poete siciliane“, nel mese di ottobre scorso, è stata pubblicata dalla casa editrice “L’arca di Noè” una raccolta di poesie a tema civile. Emarginazione, discriminazione, invisibilità, migranti, guerra, donne tra violenza e resilienza sono i temi trattati nelle specifiche e omonime sezioni del libro. Il libro è nato da un’idea di Bia Cusmano di riunire la scrittura poetica femminile siciliana d’impegno sociale, in modo che fossero rappresentate il più possibile tutte le province dell’isola. Curatrici sono Stefania La Via e la stessa Bia Cusumano. In copertina “Ritratto pixellato” acrilico su tela di Giacomo Cuttone. La prefazione di Anna Maria Bonfiglio.
Nel libro, inseriti nelle varie sezioni, testi poetici di ventisette autrici, elencate di seguito nell’ordine in cui si succedono nella stessa raccolta.
Cinzia Accetta Margherita Biondo Jana Cardinale Giovanna Fileccia Patrizia Giurleo Maria La Bianca Giuseppina Lauricella Ornella Mallo Maricla’ Micale Adriana Montalbano Adele Musso Daniela Musumeci Loredana Semantica Rosa Maria Chiarello Marilina Giaquinta Stefania La Via Francesca Traina Liliana Arrigo Iolanda Cuscunà Giuseppina Mira Ester Monachino Margherrita Rimi Rossella Caleca Chiara Catanese Bia Cusumano Ester Guglielmino Deborah Prestileo
Auguriamo a tutti i lettori di Limina mundi Buon Anno 2025, un anno che speriamo porti con sé nuovi inizi, opportunità e una rinnovata serenità. Che ogni giorno del nuovo anno possa essere un passo verso la realizzazione dei vostri sogni e delle vostre aspirazioni, accompagnato da salute, felicità e successo in ogni vostro progetto. Celebriamo insieme questo nuovo capitolo, lasciamo alle spalle incertezze, pessimismo, ogni negatività e abbracciamo con fiducia ciò che il futuro ha in serbo per noi.
immagine generata da AI
Nessuno mai ha chiesto niente non una stella o un presente un capodanno celeste nessuna offerta strozzata o principesca e i sussurri assordanti di un tempo sono ora ridotti a un bisbiglio un miagolio di gatto cencioso che pare si senta talvolta nel vento.
Lo sguardo famelico o avverso brilla ancora di luce perversa sfrigola in pastoie di paranoia dove tutto il beffardo s’accende come una fiamma bluastra di gelo a cui corrisponde l’inverno innevato di un ghiacciaio perenne o brillio incandescente di cometa.
Intanto tra le membrane dell’amnio rotola il nuovo sbuca come coniglio dal cilindro il nascituro.
Natale, bambino o ragnetto o pennino che fa radure limpide dovunque e scompare e scomparendo appare come candore e blu delle pieghe montane in soprassalti e lentezze in fini turbamenti e più Bambino e vuoto e campanelle e tivù nel paesetto. Alle cinque della sera la colonnina del meteo della farmacia scende verso lo zero, in agonia. Ma galleggia sul buio con sue ciprie di specchi. Natale mordicchia gli orecchi glissa ad affilare altre altre radure. Lascia le luminarie a darsi arie sulla piazza abbandonata col suo presepio di agenzie bancarie. Natali così lontani da bloccarci occhi e mani come dentro fatate inesistenze dateci ancora di succhiare degli infantili geli le inobliate essenze
Poetico e ricco d’immagini questo è un calendario dell’avvento. Il dono quotidiano di una bella poesia dal 10 dicembre – Festa della Madonna di Loreto – al giorno di Natale. I disegni del calendario sono numerati coi giorni del mese di dicembre, ogni casella si attiverà al compimento del giorno, solo allora cliccandovi sopra si potrà leggere la poesia scelta. Buon avvento in poesia.
William Stanley Braithwaite (1878-1962), americano (foto web)
VOCE DEL MARE (Traduzione di Emilio Capaccio)
Voce del mare che mi chiami, Cuore dei boschi che il mio cuore ama, Sono parte del vostro mistero. Mosso dall’anima che la vostr’anima muove.
Sogno di stelle nella cupola del mare notturno, Da qualche parte nel vostro spazio infinito Dopo gli anni tornerò alla dimora, Alle vostre sale per reclamare il mio posto.
*
VOICE OF THE SEA
Voice of the sea that calls to me, Heart of the woods my own heart loves, I am part of your mystery— Moved by the soul your own soul moves.
Dream of the stars in the night-sea’s dome, Somewhere in your infinite space After the years I will come home, Back to your halls to claim my place.
Sei arrivata dalle oscure terre del freddo Est, riarse dai roghi luminosi di Jan Hus e di Jan Palach – mi ricordano il suono indistinto del tuo nome che non so ancora dire, che non so ancora urlare-, sei arrivata con una borsa piena delle mie fatiche di Ercole senza riuscire a scambiare i tuoi occhi coi miei occhi, senza riuscire a scioglierti sotto i colpi del sapore corrosivo del mio alito (la mia lingua taglia, erode, brucia).
Alle anime gemelle non occorrono due anime, si scontrano come corpi nella concretezza della terra, si scontrano sulle bollette da pagare, sui conti in rosso, su vite in bilico, alle anime gemelle non occorrono due corpi attraverso cui scopare, rotolandosi voluttuosamente in letti madidi su cui restano impressi i segni delle catene, alle anime gemelle non occorrono due menti, alle anime gemelle non occorrono due cervelli, alle anime gemelle non occorrono due cuori.
Sei volata via come la brezza del fantasma di un amore fragile lasciandomi il compito di rimettere insieme i cocci della nostra nuova lingua: italiano – english – český, in un threesome che, ragionevolmente, caratterizzerà la nostra storia, a fare i conti con il tuo timore di amare e la mia incapacità d’essere amato, a tossire, a vomitare sangue, a bruciare (due mesi?) d’una inarrestabile bronchopneumonia amorosa.
Alle anime gemelle non occorre niente, bastano a se stesse, figurine doppie sovrapposte sull’album dei ricordi della vita, a mettere in rilievo un attimo brillante di felicità al tatto di un Dio che colleziona cadaveri e esperienze altrui, a Milano, a Karlsbad, o a Milansbad.
SIAMO TIGRI DI CARTA
L’una di notte non suona mai così spontanea dalle mie mani dense di ragadi non battono doloranti filastrocche, da anni, oramai, sono vittima collaterale di una metrica troppo risoluta schiava di no Tav, no Vax, no tax, no fly zone, i miei acidi gastrici carburano con tonnellate di Pantoprazolo con la digestione impedita da uno stomaco butterato dai buchi del vaiolo.
Responsabili e irresponsabili allo stesso momento rogitiamo case come se dovessimo vivere in eterno, non ci fidiamo a essere padri o madri e, con nonchalance, adottiamo amori destinati a non sopravvivere un decennio non vediamo l’ora, dopo una giornata, che il destino ci scodinzoli alla porta e non ci rendiamo conto, allo specchio, di barattarci con tigri di carta.
Pure va tutto bene e non c’è niente che funziona, attento alle calorie in eccesso, col contapassi da asino da soma, bulimizzo ogni sentimento, enigmatico come la sfinge di Chefren, nessuno saprà mai se sono pago o sto a tre metri dall’overdose d’En, ubiquo nell’arena, sotto il drappo rosso, bovino dall’aspetto esangue, non si capisce se sono qui o vorrei stare ovunque.
Sei arrivata dalle oscure terre del freddo Est, riarse dai roghi luminosi di Jan Hus e di Jan Palach – mi ricordano il suono indistinto del tuo nome che non so ancora dire, che non so ancora urlare-, sei arrivata con una borsa piena delle mie fatiche di Ercole senza riuscire a scambiare i tuoi occhi coi miei occhi, senza riuscire a scioglierti sotto i colpi del sapore corrosivo del mio alito (la mia lingua taglia, erode, brucia).
Alle anime gemelle non occorrono due anime, si scontrano come corpi nella concretezza della terra, si scontrano sulle bollette da pagare, sui conti in rosso, su vite in bilico, alle anime gemelle non occorrono due corpi attraverso cui scopare, rotolandosi voluttuosamente in letti madidi su cui restano impressi i segni delle catene, alle anime gemelle non occorrono due menti, alle anime gemelle non occorrono due cervelli, alle anime gemelle non occorrono due cuori.
Sei volata via come la brezza del fantasma di un amore fragile lasciandomi il compito di rimettere insieme i cocci della nostra nuova lingua: italiano – english – český, in un threesome che, ragionevolmente, caratterizzerà la nostra storia, a fare i conti con il tuo timore di amare e la mia incapacità d’essere amato, a tossire, a vomitare sangue, a bruciare (due mesi?) d’una inarrestabile bronchopneumonia amorosa.
Alle anime gemelle non occorre niente, bastano a se stesse, figurine doppie sovrapposte sull’album dei ricordi della vita, a mettere in rilievo un attimo brillante di felicità al tatto di un Dio che colleziona cadaveri e esperienze altrui, a Milano, a Karlsbad, o a Milansbad.
SIAMO TIGRI DI CARTA
L’una di notte non suona mai così spontanea dalle mie mani dense di ragadi non battono doloranti filastrocche, da anni, oramai, sono vittima collaterale di una metrica troppo risoluta schiava di no Tav, no Vax, no tax, no fly zone, i miei acidi gastrici carburano con tonnellate di Pantoprazolo con la digestione impedita da uno stomaco butterato dai buchi del vaiolo.
Responsabili e irresponsabili allo stesso momento rogitiamo case come se dovessimo vivere in eterno, non ci fidiamo a essere padri o madri e, con nonchalance, adottiamo amori destinati a non sopravvivere un decennio non vediamo l’ora, dopo una giornata, che il destino ci scodinzoli alla porta e non ci rendiamo conto, allo specchio, di barattarci con tigri di carta.
Pure va tutto bene e non c’è niente che funziona, attento alle calorie in eccesso, col contapassi da asino da soma, bulimizzo ogni sentimento, enigmatico come la sfinge di Chefren, nessuno saprà mai se sono pago o sto a tre metri dall’overdose d’En, ubiquo nell’arena, sotto il drappo rosso, bovino dall’aspetto esangue, non si capisce se sono qui o vorrei stare ovunque.
Raffaella Rossi intervista Michela Silla sulla sua raccolta poetica di recente pubblicazione “Cosa c’è di vero nelle città di mare”, Cartacanta editore, settembre 2024.
Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?
Il mio amore per la scrittura ha radici antiche, esiste da quando ho imparato a scrivere. Alle scuole elementari nascondevo un quaderno sotto il libro di matematica e scrivevo. All’età di sei anni chiesi in regalo un diario. Ne scrissi tredici, uno dopo l’altro. Ora sono sparsi in vari cassetti, nella casa dove sono cresciuta.
Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?
I riferimenti letterari che mi hanno influenzata sono numerosissimi; ne cito alcuni, in disordine, limitandomi alla poesia: Cvetaeva, Rilke, Dickinson, Szymborska, Anne Sexton, Dylan Thomas, Seamus Heaney, Paul Celan, Vittorio Sereni, Caproni, Antonia Pozzi, Amelia Rosselli e tanti altri…
Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nata o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?
La mia scrittura senza dubbio ha attraversato fasi diverse. C’è stato un momento preciso però in cui ho iniziato a guardarmi intorno, a osservare con amore la realtà che mi circonda. Sono uscita da me, ho lasciato indietro elucubrazioni mentali e drammi interiori; e questo a un certo punto è un salto che si deve fare. Per dare il mondo. In questa offerta – questo folle tentativo di restituire la complessità del reale col cuore acceso – la componente autobiografica è inevitabilmente presente. Do qualcosa, nei versi, che mi auguro sia di tutti, ma lo sguardo è mio. La scrittura nasce da un richiamo, feroce e meraviglioso, dannazione e benedizione insieme. È un’obbedienza impreteribile. Firenze, la casa che ho scelto, è focolaio di bellezza, storie e accensioni; la mia terra, la Sardegna, è entrata con prepotenza nel mio ultimo libro.
Ci parli della tua pubblicazione?
La raccolta poetica si intitola “Cosa c’è di vero nelle città di mare” ed è edita da CartaCanta (Capire Edizioni) nella collana diretta da Davide Rondoni “I Passatori – Contrabbando di Poesia”. La prefazione è a cura di Sauro Albisani. La silloge consta di quarantacinque poesie ed è caratterizzata da uno stile asciutto. Il fulcro tematico è il mare, elemento archetipico e sorgente della luce; in ogni luogo e volto si ritrova la sua eco, divenendo chiave di interpretazione e segno di un mistero solo avvertito, ma che tutto abbraccia.
Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?
Credo che sia necessario porsi le grandi domande, cercare la luce che non si spegne nelle vite e oltre, parlare della trama che non riusciamo a vedere e, come scrive Davide Rondoni nella quarta di copertina del mio libro, “affrontare ancora l’uscita dai porti sicuri, il naufragio e la grande scoperta”.
Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?
È scoccata osservando il mondo e per amore del mondo. Raccontandolo, è tornato indietro il fiume di colori, profumi e suoni della mia terra, che mi porto dentro da sempre, benché viva lontana da quasi venti anni.
Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?
Si prende avvio da uno spunto iniziale, da un’idea o un’ispirazione, ma poi occorre tornare su ogni singola parola; a volte cancellare, scrivere ancora, cercare faticosamente la parola esatta. L’arte non è semplicemente la risposta a una suggestione, è anche metodo e costruzione, il “saper fare” della tecnica. Dunque, se talvolta mi è capitato di scrivere di getto, in seguito sono tornata sempre a lavorare sui testi.
Nel processo che ti ha portato a pubblicare ti sei avvalso dell’attività professionale di un editor oppure di un’agenzia letteraria? Hai frequentato una scuola di scrittura? Più in generale quali ambiti o ambienti del mondo letterario senti che ti appartengono e/o ti sono stati d’aiuto?
Finora non mi sono mai rivolta a un editor o a un’agenzia letteraria, né ho frequentato scuole di scrittura, ma ritengo fondamentale l’incontro e il dialogo con dei maestri che sappiano riconoscere se c’è del potenziale e guidino, intuendo i punti di forza e le mancanze da colmare. È ugualmente essenziale il confronto con gli altri autori.
Come hai trovato un editore?
Nutrivo il desiderio di pubblicare nella collana diretta da Davide Rondoni, poeta che stimo molto, mio maestro, e persona con cui amo discutere; è stato quindi un passo naturale quello di decidere di pubblicare per CartaCanta.
La copertina, il titolo, le illustrazioni. Chi, come, quando e perché?
La copertina ha il tratto delicato ed elegante di Alessia Iuliano, l’illustratrice (anche poetessa e musicoterapeuta) che l’ha realizzata. Abbiamo lavorato insieme per ottenere un risultato che lasciasse in primo piano la poesia e al medesimo tempo restistuisse l’atmosfera magica e lucente delle città di mare. Il titolo proviene da un verso di una delle poesie contenute nell’opera e ne racchiude il senso, o meglio la domanda che mi ha guidato nella creazione di questa raccolta poetica.
In che modo stai promuovendo il tuo libro?
Sto promuovendo il libro principalemente attraverso le presentazioni in giro per l’Italia, dove ho l’occasione di incontrare le persone e leggere per loro, e mediante i social.
Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legata e perché?
Sono molto legata alla prima poesia, perché dice molto della mia terra; infatti parla delle Janas, le fate sarde dalla pelle diafana che abitano le domus de Janas (sepolcri di età prenuragica scavati nella roccia) le quali, se subiscono un torto, divengono streghe e trasformano tutto in cenere e carbone. Riporto qui sotto qualche strofa della poesia:
C’è sempre vento, i tetti bassi sotto il cielo aperto e vasto si inchinano
davanti a chi è rimasto in questa terra di azzurro e malìe;
il mare chiama,
ma la città è campo vuoto ferito dal sole che scava muri di case invecchiate (…)
Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?
Ho delle speranze: mi auguro che qualcuno leggendo possa tremare, innamorarsi del mondo ancora e ancora, vederci dentro la luce.
Una domanda che faresti a te stessa su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?
Se non potessi scrivere, chi saresti?
Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?
Non smetto mai di scrivere, ma perché prenda forma un’opera ci vuole del tempo.
Biografia
Michela Silla, nata a Cagliari nel 1984, è laureata in Lettere e ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Filologia, Letteratura italiana, Linguistica. Attualmente vive a Firenze e insegna italiano lingua seconda e strategie creative per gli insegnanti di lingua. Ha pubblicato Limpida a guardare (Transeuropa Edizioni, 2022) e i suoi testi sono apparsi in alcune riviste letterarie. È attiva nel panorama culturale e artistico di Firenze dove cura la rassegna poetica “Il prodigio della lingua nella poesia”.
Patrizia Destro intervista Stefania Cinzia Cavasassi sulla sua opera: Tutta mia la città. Sesto San Giovanni raccontata ai bambini. Il libro può essere acquistato presso la libreria Tarantola di Sesto San Giovanni.
Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura? Ricordo che scrivevo semplici poesie alle scuole elementari. Ho sempre amato leggere e, credo che questo abbia segnato l’inizio del mio amore per la scrittura.
Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte? Il primo “amore” letterario è stato Edgar Allan Poe. Per questo motivo, oltre ai romanzi mi piace leggere (e scrivere) racconti. Ci sono molti autori che sento vicini al mio modo di vedere la vita e l’arte. Tra gli autori italiani, sicuramente Pirandello, Buzzati e Pavese; tra gli autori stranieri, Virginia Woolf, Marguerite Yourcenar (si dice che ognuno abbia il proprio libro, il mio è ‘Memorie di Adriano’), Simone de Beauvoir e Garcia Marquez… ma sarebbe impossibile elencarli tutti.
Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nata o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera? Penso alle parole di Umberto Eco: “C’è una sola cosa che si scrive solo per sé stesso, ed è la lista della spesa. Serve a ricordarti che cosa devi comperare, e quando hai comperato puoi distruggerla perché non serve a nessun altro. Ogni altra cosa che scrivi, la scrivi per dire qualcosa a qualcuno.” Pertanto una componente autobiografica penso sia sempre intrinseca nella scrittura e, in questo libro, ci sono i luoghi nei quali sono cresciuta e che fanno parte del mio vissuto.
Ci parli della tua pubblicazione? Ho deciso pubblicare il libro e dedicarlo alle bambine e bambini che, a differenza di noi adulti, riescono a vedere il mondo con curiosità e semplicità. È un libro che racconta la storia di una città, la mia città, Sesto San Giovanni. Ho cercato con le immagini, le illustrazioni e gli indovinelli a raccontare la Storia e le Storie di alcuni personaggi celebri come Quasimodo, Fermi, Gino Strada e il Papa (per citarne alcuni) per stimolare la curiosità dei piccoli lettori.
Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché? Mi piace pensare che possa essere utile ai bambini e agli adulti che vogliono divertirsi a scoprire cose nuove e singolari della realtà che li circonda.
Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera? Ho una pagina Facebook: “Sesto, sotto il compasso una citta da raccontare”, che con semplici post fa conoscere la storia della mia città. Mentre ero in trasferta per lavoro mi sono resa conto che non erano mai stati pubblicati libri per bambini, che potessero stimolare e incuriosire i piccoli cittadini. Questo mi ha spinto a mettere insieme alcune informazioni e curiosità che nel tempo avevo raccolto sulla mia città per proporle, in un linguaggio adatto ai bambini, all’interno di un libro.
Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione? Quando potevo, mi sono sempre appuntata piccoli spunti che sono poi diventati capitoli del libro.
La copertina, il titolo e le illustrazioni. Chi, come, quando e perché? La copertina e le illustrazioni sono di Chiara Nicolini, un’amica e illustratrice straordinaria, senza di lei il libro non sarebbe stato così bello. Nella copertina sotto il compasso (che non ha nessun riferimento massonico ma riporta semplicemente il simbolo nello stemma della nostra città), bambine e bambini si tengono per mano, dando un futuro al passato della città.
Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa? Grazie a questa intervista mi è tornata la voglia di scrivere, quindi chissà …
Come mai hai deciso per il self-publishing? È un tasto dolente, in realtà il libro doveva seguire altre strade per la pubblicazione. Mi stavo arrendendo, ma alla fine, anche per correttezza verso l’illustratrice e il caro amico Maurizio, ho deciso di finanziare autonomamente la pubblicazione e non lasciarlo nel cassetto.
Shel Silverstein scrisse: “Penso che i libri, anche quelli per bambini piccoli, possano contenere più di un’idea. Una sola storia può contenerne molte, almeno cinquanta”. Sei d’accordo con questa affermazione? Pensi che la tua pubblicazione possa essere apprezzata anche da un pubblico adulto? Assolutamente d’accordo con l’affermazione di Shel Silverstein, penso e spero che la mia pubblicazione possa essere apprezzata anche da un pubblico adulto.
In che modo stai promuovendo il tuo libro? Sono fondamentalmente timida, pertanto al momento la promozione avviene soprattutto grazie al passaparola.
Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legata e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa) “La Resistenza operaia a Sesto San Giovanni” è sicuramente il capitolo a cui sono più legata. Sesto San Giovanni Medaglia d’oro al valor militare per l’alto contributo pagato dai sestesi. Essendo un libro per bambini è stato solo accennato, ma dobbiamo sempre ricordare la deportazione politica nell’area industriale di Sesto San Giovanni. Le persone avviate alla deportazione furono 562, i deportati giunti nei campi di concentramento, sinora accertati, furono 553, di cui 220 caddero e 10 morirono successivamente a causa della deportazione. Per me, è importante fare di tutto perché non si perda la memoria.
Che aspettative hai in riferimento a quest’opera? Che possa essere il punto di partenza per grandi e piccoli per scoprire la propria città.
Una domanda che faresti a te stessa su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti? Io mi chiederei: “Quanto ci hai creduto tu e quanto ti hanno spronato gli altri?”
Cominciano agli ultimi di giugno, nelle splendide mattinate; cominciano ad accordare in lirica monotonia le voci argute e squillanti.
Prima una, due, tre, quattro, da altrettanti alberi; poi dieci, venti, cento, mille, non si sa di dove, pazze di sole; poi tutto un gran coro che aumenta d’intonazione e di intensità col calore e col luglio, e canta, canta, canta, sui capi, d’attorno, ai piedi dei mietitori.
Finisce la mietitura, ma non il coro. Nelle fiere solitudini sul solleone, pare che tutta la pianura canti, e tutti i monti cantino, e tutti i boschi cantino…
Con la poesia “Estate” di Herman Hesse e il dipinto di Emil Nolde “Papaveri”, il sito Limina mundi augura ai lettori “Buone vacanze” e chiude l’attività per i prossimi mesi di luglio e agosto.
Arrivederci al primo settembre.
Emil Nolde “Papaveri”
Estate di Hermann Hesse
Improvvisamente fu piena estate. I campi verdi di grano, cresciuti e riempiti nelle lunghe settimane di piogge, cominciavano a imbiancarsi, in ogni campo il papavero lampeggiava col suo rosso smagliante.
La bianca e polverosa strada maestra era arroventata, dai boschi diventati più scuri risuonava più spossato, più greve e penetrante il richiamo del cuculo, nei prati delle alture, sui loro flessibili steli, si cullavano le margherite e le lupinelle, la sabbia e le scabbiose, già tutte in pieno rigoglio e nel febbrile, folle anelito della dissipazione dell’approssimarsi della morte perché a sera si sentiva qua e là nei villaggi il chiaro, inesorabile avvertimento delle falci in azione.
Messo dentro tutto in ordine piegato la barca i remi il mare liscio crespo turbato tinte chiare e cupe i venti leggeri dell’estate quelli più pesanti per l’inverno corri a prendere il treno spacca in due la folla arriva issati parti perdilo fa lo stesso siediti a terra e viaggi lo stesso è tutto mare altissimo mare, te la sogni la terra.
Le domande sono formulate da Patrizia Destro, in corsivo le risposte di Silvio La Corte
Parlaci della tua pubblicazione. Come hai avuto l’idea per un romanzo così particolare e impegnativo?
Io non ho mai avuto grossi problemi a scrivere. La politica è stata la mia seconda scuola. Scrivere volantini che potessero essere comprensibili per le persone meno istruite è stato per me un esercizio enorme, a cui ho sempre tenuto molto. Ma il romanzo è un’altra cosa. E i dialoghi non sapevo proprio come inventarmeli. Ancora una volta mi è venuta in aiuto la musica. Avevo letto tempo prima un romanzo vero, di Michele Mari, “Rosso Floyd” strutturato in un modo più o meno simile ad “Antropocenere”, con tutte le proporzioni del caso, ovviamente. Insomma ho copiato, sfacciatamente.
Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi in cui sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?
Il libro, perlomeno questo, è uscito da dentro di me, cuore, cervello e pancia, poco alla volta. Mi ero ritrovato in mano “La bolla olimpica”, la mia prima opera, quasi senza saperlo. In quel libro facevo i conti con me stesso, con la mia passione, lo sport, che per lungo tempo è diventato anche il mio lavoro. Ho scritto per me. Anche questo l’ho scritto per me, ma facevo i conti con mio padre, lavoratore edile, o meglio, muratore, degli anni ’50 e ’60 qui, nella periferia di Milano. Quando ho iniziato a scrivere non avevo proprio idea di come sarebbe andato a finire. Ho scritto le prime pagine immedesimandomi per due o tre giorni nel protagonista. Andavo in giro pensando ad altro, talvolta insultandomi, umiliandomi, insorgendo, riflettendo, scherzando come fanno i miei personaggi, solo col pensiero, ovviamente. E ho scoperto che pensare al femminile non è impossibile. Mano a mano i personaggi facevano capolino nella mia testa. Onestamente ho cominciato anche a divertirmi, pur scrivendo di situazioni tragiche. E quando proprio ero in difficoltà, sniffavo la musica, mi facevo di musica, letteralmente. Brani che nulla avevano a che fare con quello che stavo scrivendo riuscivano spesso a farmi superare la momentanea difficoltà. Non so perché, ma è così.
In che modo pensi che il tuo romanzo sia necessario o utile nel panorama letterario attuale e perché?
Non sono affatto sicuro che questo libro sia necessario e utile. Ho soltanto voluto scrivere le cose come stanno, scrivere la verità, per come la conosco io, senza minimamente calcare la mano, non ce n’è bisogno, purtroppo. Se dire la verità è utile, allora sì, questo libro è utile.
Come lo hai scritto? Con sistematicità a orari prestabiliti oppure quando potevi, magari anche di notte, quando c’è più silenzio e tranquillità? Come ti sei organizzato per raccogliere i numerosi dati necessari alla stesura?
Come scrivevo prima, scelto il personaggio che irrompeva nel dibattito, mi immedesimavo in lui, o lei, e per due o tre giorni. Andavo avanti così. Poi il pezzo ti viene fuori, alcune volte letteralmente l’ho vomitato, è stato quasi un processo fisiologico. A volte mi pareva che la penna, rigorosamente a inchiostro liquido, scrivesse da sola. Mi piace così, cerco di scrivere anche benino da un punto di vista grafico. Quasi sempre scrivevo la sera, dopo le 23. Spesso la notte nel sonno mi arrivavano, non so come, dei suggerimenti che al mattino inserivo nel testo, e poi riportavo il tutto sul computer. Non avevo fretta, non volevo scrivere sciocchezze e quindi ho letto attentamente, quasi studiato in certi casi, una ventina di libri, che stupidamente non ho riportato in fondo al libro. Pazienza.
Nel tuo romanzo si avvicendano molti personaggi, sia realmente esistiti che immaginari. Il romanzo stesso è disseminato di indizi dai quali si possono dedurre le identità di alcuni di loro, come pure di citazioni e brani di testi musicali. Una lettrice ci ha riferito che queste particolarità alleggeriscono l’impegno emotivo richiesto dalla lettura. Sei d’accordo con questa opinione? Questi elementi sono stati utili anche a te per alleggerire anche solo di un poco la trattazione di temi e fatti così drammatici?
Sì, mi sono divertito a far dialogare tra loro personaggi che nella vita reale probabilmente non lo hanno mai fatto, forse non si sono neanche conosciuti. Alcuni addirittura erano già morti quando altri non erano ancora nati! Ma il romanzo, non il mio, il romanzo in sé, è meraviglioso da questo punto di vista, bisogna solo stare attenti a non esagerare a meno che non si voglia consapevolmente scivolare nel “fantasy”, e io no, proprio non volevo. E giocare con i brani mi diverte ancora di più. Quanta fantasia e quanta realtà? Lo scopriremo solo vivendo!
La copertina e il titolo: come hanno avuto origine?
Ero in Sardegna, nell’estate del 2021, quando sulla costa occidentale si sviluppò uno degli incendi più impressionanti, per quanto sia abituato, frequentando quella regione da quasi cinquant’anni: la cenere, spinta dal maestrale che aveva soffiato sull’incendio, arrivò anche da noi. Scrissi un post che era solo una foto. Andai a letto e prima di addormentarmi il titolo del post venne fuori. Poi lo trasferii al libro. La copertina, un campo di calcio intriso di petrolio, è opera della casa editrice. Azzeccatissima.
Come hai trovato un editore?
La casa editrice, Mimesis, è la stessa che ha pubblicato “La bolla olimpica”. Mi ha rinnovato la fiducia. Spero di non essermela giocata tutta.
A quale pubblico pensi sia rivolta la tua pubblicazione?
Francamente non lo so. Una sola volta l’ho presentato in una libreria e ne ho vendute sei copie, solo a donne. Non credo dipenda dal mio fascino: il fatto è che entrarono solo donne! Onestamente pensavo che durante i mondiali sarei stato invitato qualche volta a presentarlo, ma non è andata così, o meglio, una sera, in Statale l’ho presentato. Solo quella volta.
In che modi stai promuovendo il tuo libro? Vuoi raccontarci qualcosa anche delle tue opere precedenti?
Io non promuovo i miei libri. Forse sono orgoglioso, forse non so come fare, forse mi viene il dubbio di farne un’opera commerciale e questo è proprio quello che non voglio. Io sono un autore, non uno scrittore, non vivo delle mie opere, per fortuna.
C’è un passo del tuo romanzo che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché?
A pagina 57, un personaggio, Perla, si lascia andare, tant’è che inizia a raccontare con una frase che è tutto un programma: ”Che notte, ragazze!”. E poi va avanti per quattro pagine svelando di come abbia trascorso le ore notturne insieme a John Lennon. Lì mi sono davvero lasciato andare io, e di conseguenza lei, Perla. Mi sono divertito un sacco, lo ammetto. Spesso vado a rileggerlo mentre ascolto in sottofondo il brano che lo intreccia.
Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?
Mi aspetto che non passi di moda, che qualcuno continui a farne riferimento, che qualcuno lo riscopra.
C’è una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?
Sì, certo, una domanda ce l’ho, ed è la seguente: ma tu, quando è scoppiato lo scandalo della corruzione al Parlamento europeo relativamente al paese ospitante i mondiali di calcio del 2022, già le sapevi quelle cose? Perché a leggere alcuni passaggi, sembra proprio così!
Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che si tratta? Puoi anticiparci qualcosa?
Ora devo fare i conti, mettermi in pace del tutto con mia madre, con la quale ho sempre avuto un rapporto amorevole e senza grandi contrasti. Sto scrivendo qualcosa, per me e per lei. Mia madre ha avuto la fortuna di vivere a lungo, ma aveva sempre a cuore tutti quelli che sono morti in giovane età, tra quelli che lei ed io conoscevamo. Ecco, questo è il centro del progetto, qualcosa ho già scritto, vedremo….
Silvio La Corte, nato a Taranto nel 1954, si è trasferito nei sobborghi milanesi alla fine degli anni cinquanta. Ha conseguito il diploma universitario presso L’Istituto Superiore di Educazione Fisica (ISEF), e ha insegnato Educazione Fisica nelle scuole secondarie di primo grado. Ha collaborato per dieci anni con una cooperativa di recupero di persone con disagio. Politicamente attivo, ha curato e contribuito personalmente alla stesura del libro La bolla olimpica (2020)
Il viaggio era un attraversamento nazionale, climatico, paesaggistico e urbano. Il treno fendeva la penisola come una lama. Certi tratti percorsi a rotta di collo non permettevano l’osservazione, gli occhi erano incapaci di registrare il susseguirsi di scenari, talmente veloce la corsa sui binari, tranne quando lo sguardo poteva spaziare nell’ampio respiro di paesaggi pianeggianti ed estesi, allora spostando il fuoco visuale più lontano, nel campo lungo dello scenario, c’era modo di guardare la distesa e il variare delle sfumature di verzura fin dove lo consentiva il profilo di altipiani e di colline, ch’erano argine allo sguardo. Altri tratti, specie quelli diurni, disseminati di fermate nelle stazioni, erano percorsi ad andature più moderate e consentivano la visione del paesaggio, delle opere dell’uomo, delle architetture delle case. Case dirute, case antiche, trascurate, signorili, villini graziosi coi gerani alle finestre, ville d’epoca e palazzi. Le abitazioni erano edificate per lo più in calcestruzzo, muratura o mattoni rossi, questi ultimi soprattutto nelle regioni settentrionali, nella zona di Catania invece prevaleva la pietra lavica nera nei muretti di confine, nelle costruzioni, nel contenimento dei terrapieni. Come flusso inarrestabile sotto gli occhi si susseguivano incroci di strade, scorci di paesi, la vegetazione nel suo mutare, boschi, campi coltivati o abbandonati, varietà di coltivazioni o flora spontanea, tralicci, ponti, strade, fabbriche, giardini, palme, ficodindia, nespoli, banani, robinie, platani, pioppi, querce, canali, corsi d’acqua, torrenti, fiumi e il mare, quest’ultimo una costante del paesaggio della parte meridionale della penisola e, ancora più a sud, dell’isola, essendo la strada ferrata in quei percorsi quasi del tutto litoranea. I finestrini potevano essere abbassati fino a circa metà dell’apertura, il condizionamento dell’aria non esisteva o forse era sempre guasto. Specie d’estate per avere sollievo dal caldo si tenevano aperti i finestrini del vagone. Il risultato era che al termine del viaggio gli abiti e la persona erano intrisi di uno strano odore ferroso, misto a polvere e sudore. Il viaggio era così lungo che inevitabilmente includeva una notte trascorsa sul treno. Per riposare l’accomodamento economico prevedeva l’uso di cuccette, sei per scompartimento. I sedili erano rigidi e imbottiti di gommapiuma dura, i rivestimenti in similpelle a doppia tinta: beige e marrone. Sulla parete al di sopra del poggiatesta del posto centrale era applicato in un riquadro uno specchio, esattamente di fronte, sopra l’altro sedile, un quadretto con la cartina geografica dell’Italia, di colore seppia, coi cerchietti o i puntini a segnare città o paesi e i loro nomi. Con essa si poteva seguire il succedersi delle fermate alle stazioni, l’avanzare del treno. La notte i viaggiatori impilati come sardine sui ripiani costituiti dai pianali e dagli schienali dei sedili ribaltati e abbassati per consentire uno spazio sufficiente a distendersi, dormivano cullati dal rollio del treno o vegliavano tenuti desti dallo sferragliare delle carrozze.
Un momento particolare del viaggio era il traghettamento dello Stretto di Messina, tra la Calabria e la Sicilia. Le carrozze del treno a gruppi più o meno lunghi, a seconda della capienza dell’imbarcazione, con tutti i passeggeri dentro, venivano caricate sul traghetto che spalancava verso l’alto la sua grande bocca per consentire l’accesso alla stiva. Il traghetto attraccava all’invasatura, un incavo che aveva la forma a cuneo corrispondente alla sagoma della nave, questa veniva quindi fissata saldamente alla terraferma. Ilaria osservava con speciale attenzione il punto dove la terraferma cessava e aveva inizio la nave: sormontato da tralicci in ferro, alla base era costituito da una solida piattaforma, un ponte mobile attraversato da binari che veniva abbassato in modo che i binari della terraferma e quelli della nave si allineassero. L’insieme sembrava un miracolo di metallo che concorreva alla riuscita del trasbordo, insieme agli uomini dell’equipaggio intenti a sorvegliare, manovrare, attivare i segnali luminosi per l’arresto o il moto in entrata e in uscita alla locomotiva che svolgeva le operazioni di caricamento dei vagoni alternando movimenti di avanzamento o arretramento. Una volta che aveva introdotto nella pancia della nave un gruppo di carrozze, effettuato lo sganciamento del vagone terminale, essa arretrava per intercettare mediante lo scambio un altro binario sulla nave, procedeva quindi nuovamente ad avanzare e inserire a bordo un altro gruppo di carrozze su un binario della nave parallelo al precedente, e così di seguito in una teoria di avanzamenti e arretramenti fino a completamento del caricamento del treno. A quel punto si chiudeva il portellone del traghetto e la nave partiva per raggiungere da Villa San Giovanni Messina o viceversa. La breve traversata di poco più di tre chilometri era compiuta circa in venti minuti, quella era l’occasione per salire sul ponte della nave, farsi schiaffeggiare dal vento dello Stretto, ammirare la Madonnina, la grande statua dorata posta a proteggere Messina su una torretta sorgente dal mare, scrutare il profilo della terraferma, osservare attentamente la schiuma vorticante e le onde per scorgere nelle profondità Scilla o Cariddi, consumare una cipollina* o arancina al bar di bordo insieme a un caffè coi fiocchi. Terminata la traversata in mare di circa tre chilometri, dopo l’attracco, avveniva lo sbarco. Il treno, dopo essersi ricomposto con operazioni analoghe al caricamento sul traghetto, effettuava una lunga sosta alla stazione di destinazione, poi proseguiva il percorso.
Tutun tutun era il rumore del treno in corsa, il treno che riportava Ilaria a casa verso i ricordi e gli affetti. Tutun tutun faceva pensare al battito di un cuore, ugualmente sordo e profondo, forse per questo era un rumore che Ilaria percepiva come piacevole, familiare. Tutun tutun, quasi sempre era un battito doppio, come un botta e risposta a un discorso, un colpo e il suo ritorno d’eco. Esso s’inseriva sul rombo di sottofondo del treno in movimento, frenetico nei tratti percorsi a velocità elevata, attenuato dove rallentava. Talvolta il treno fischiava per avvisare del passaggio, altre, dopo una sosta, per allertare sulla ripresa del cammino. Senza che il motivo fosse chiaro ai passeggeri, a volte il treno frenava, qualche volta con vigore, altre più dolcemente, il ferro tra le traversine allora per l’attrito strideva acutamente, questo rumore si aggiungeva agli altri suoni prodotti dalla macchina sferragliante. Tutun tutun, attenta al ritmo Ilaria riusciva persino a dormire per qualche ora, cullata dal dondolio del treno in corsa. Lo stesso dondolio che impediva di camminare nei corridoi del treno con equilibrio sicuro. Tutun tutun Ilaria si svegliava ch’era l’alba. Il treno correva ancora dentro i budelli oscuri delle gallerie, lanciato al di sotto di montagne italiane forate come mele dai bruchi. Al termine delle gallerie il treno sbucava nella luce che, dopo la notte appena trascorsa, sembrava abbagliante. Tutun Tutun. Ilaria, ancora sospesa tra il sonno e la veglia, percepiva con gli occhi chiusi quel suono come il clangore del sole, la corsa verso l’azzurrità. Tutun tutun. Sembrava lunga la percorrenza della vita.
*un pezzo da forno di sfoglia di forma quadrata ripiena di prosciutto, salsa di pomodoro, formaggio filante, aromatizzata con cipolla
Nel video stazione di Milano Centrale, scorci di strada ferrata, strade di Catania, aeroporto Fontanarossa di Catania. Audio originale
ph. Loredana Semantica (vista dal treno sulla ferrovia litoranea nei pressi di Augusta)
Ilaria era la seconda delle tre sorelle Pastrone. Marta, la prima, s’era sposata appena ventenne, era andata in moglie a un giovane di belle speranze e molta ambizione, un propellente che lo rendeva arroccato a un rigido orgoglio di sé. Pessima dote da portare ai Pastrone, buona per un rigetto come un trapianto malriuscito, e per quanto Marta s’impegnasse a irrorare i rapporti di ciclosporina, cortisone e interferone, i rimedi avevano scarso successo. Agnese, la minore, era predestinata a raccogliere l’eredità dell’impresa familiare. Un negozio di abbigliamento messo su e ben avviato dai genitori, al punto d’essere la boutique più rinomata di Sanfilocco, in provincia di Gìtania. Agnese, dopo tanti anni di lavoro come dipendente, rilevò l’attività commerciale dalla madre, il padre era morto qualche anno prima. Lo fece obtorto collo, perché così era stato deciso, un destino già scritto verso il quale non ebbe volontà e ribellione sufficienti a opporsi, per quanto in cuor suo avrebbe preferito un’altra strada. Aveva frequentato la scuola d’arte e un lavoro creativo forse l’avrebbe attratta maggiormente, ma in certe faccende non pesano tanto i soldi e nemmeno il desiderio o l’entusiasmo, pressa il non vedere sbocchi o alternative migliori, l’essere consapevoli del rischio e dello spreco di demolire quanto già costruito in tanti anni di lavoro familiare: avviamento, credibilità, azienda, clienti, contatti, fornitori e benessere. Tutto ciò che significa impresa. Agnese diventò perciò imprenditrice per investitura familiare, senza particolare vocazione. Ilaria Pastrone, la seconda figlia, stava nel mezzo in ogni senso, non aveva talenti manifesti, piuttosto difetti, sapeva scrivere, ma non guidare, le piaceva mangiare bene, ma non cucinare, aveva un altro concetto di sé, ma difettava di determinazione. Aveva preferito studiare invece di lavorare nel negozio. Avere a che fare con una pluralità mutevole di clienti, percepiti come estranei, non l’attirava. Proprio per la sua scarsa inclinazione al commercio i genitori l’avevano esclusa dalla gestione dell’attività. Alla fine degli anni settanta l’unico desiderio che Ilaria riuscì a focalizzare con una qualche convinzione, era di allontanarsi da casa, dai genitori che percepiva come opprimenti e da una storia d’amore naufragata. Davide, il suo ragazzo fin dai tempi del liceo, dopo sei anni di fidanzamento, l’aveva tradita e lasciata per la sua migliore amica. Una vicenda talmente banale da essere penosa. Ilaria infatti non ne parlava mai, sentendosi nel raccontarla allo stesso tempo stupida e patetica. La delusione subita la segnò a tal punto che Ilaria non si innamorò più, non si sposò e non ebbe figli. Fu come se l’aspetto sentimentale dell’esistenza fosse definitivamente morto, sepolto da quell’episodio devastante. Del resto innamorarsi veramente è un’alchimia che ha del magico, accade poche volte nella vita per circostanze che si combinano tra loro in modo speciale. L’incontro, il bisogno, l’attenzione concorrono e si intrecciano con le stimmate della fatalità e spesso la sensazione che si avverte è che non poteva essere altrimenti, quasi operasse una forza cosmica potente e misteriosa, non tanto munita di frecce e calzari alati, ma piuttosto serpeggiante di vibrazioni. Può succedere all’opposto che il tempo trascorra e nulla accada, nessun fremito o segnale. Tutto dorme o tace. C’è altro a cui pensare.
Era il 1978 quando Ilaria decise di partire per Milano. C’erano già lì due cari cugini Carlo e Luigi con le loro famiglie impiantati nel hinterland, uno a Cusano Milanino, l’altro a San Donato Milanese. Essi costituirono una buona base d’appoggio per cercare alloggio e per trovare un lavoro. Ilaria trovò entrambi, il primo in via Torre di Guardia, 14 al centro di Milano, in una casa di ringhiera e l’altro presso un’importante azienda di telecomunicazioni. Quest’ultimo divenne il lavoro di tutta una vita fino al suo pensionamento. Di case invece Ilaria ne cambiò diverse, fino a sistemarsi in ultimo in una bella casa nuova e propria appena fuori Milano. Ilaria tornava spesso al Sud, alla casa d’origine specie al principio della sua permanenza in Lombardia. Le mancavano la famiglia, il cielo, il sole, il mare. La famiglia perché a distanza i rapporti conflittuali coi genitori s’erano dissolti, mentre le sorelle, essendosi sposate, l’avevano resa zia e lei adorava i suoi nipoti. Ilaria attraversava tutta la penisola almeno una volta all’anno, in estate, per andarli a trovare e con loro ritrovare quel clima solare e limpido che caratterizzava la Sicilia, la sua isola, del tutto diverso dall’aria nebbiosa e carica di smog della città metropolitana. Quando partiva aveva la valigia piena di regali per i nipoti. Una valigia ben diversa da quella di cartone verde legata con la corda del suo primo viaggio da emigrante. Questa appena comprata era morbida e leggera in similpelle color tabacco di ottima qualità, colma di doni: abiti, giochi, immancabili pigiami e un bel costume arancione comprato per sé alla Rinascente da sfoggiare sulle spiagge della Sicilia orientale. Ilaria affrontava un viaggio lunghissimo che la portava dalla città lombarda a Sanfilocco e al ritorno viceversa. Era un viaggio estenuante, ma interessante che la rapportava alla molta e varia umanità dei compagni di viaggio, anche se la sua natura schiva non ne traeva particolare piacere. Per molti anni Ilaria affrontò il lungo viaggio in treno, ciò fino a quando l’aereo non diventò il mezzo consueto per tratte così lunghe. Il cambiamento avvenne col ribaltamento del rapporto di convenienza tra aereo e treno, ma questo non accadde subito, solo molti anni più tardi, dopo l’ingresso nel nuovo secolo. A quel punto però la spinta a viaggiare di Ilaria s’era attenuata, giunse poi a scomparire del tutto col passare del tempo e l’avanzare dell’età. Ormai a Sanfilocco, sorelle e nipoti avevano dimensionato la propria vita al progetto scelto, ai propri desideri, i genitori erano morti, si formavano nuove famiglie, nascevano i pronipoti. Restavano solo nei ricordi i lunghi viaggi compiuti col treno che negli anni settanta e dintorni erano una specie di atto eroico. I treni erano stipati di emigranti che tornavano alle loro case in vacanza. Chi in Sicilia, chi in Calabria o Campania e alle altre regioni meridionali. La misura dell’affollamento del treno era testimoniata dai viaggiatori che, ultimi arrivati, non avendo trovato posto, sostenevano il viaggio seduti su sedili retrattili a molla distribuiti lungo i corridoi, retrattili perché i sedili scattavano verso l’incavo della parete dove erano alloggiati non appena cessava il peso che li teneva aperti. Chi compiva il viaggio in questa modalità doveva alzarsi in piedi ogni volta che qualcuno intendeva passare nei corridoi per recarsi ai servizi o scendere alla stazione successiva. Il passeggero ciondolava scomodo e sonnacchioso per tutto il resto del tempo. Erano necessarie ventiquattr’ore per percorrere oltre millecinquecento chilometri di ferrovia. Alla fine del viaggio i wc erano impraticabili. I cestini traboccanti di carta igienica sporca e cartacce, bucce di banana e arance. Il pavimento era sudicio e infangato, nauseante l’olezzo dell’urina. (segue)
ph. Loredana Semantica (scorci di ferrovia nella tratta Catania Siracusa)